Anno 3 - Numero 08

 

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Sinistra ed Europa: un rapporto complesso (2016, 8)

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Anno III (2016) - n° 8 Sinistra ed Europa: un rapporto complesso Articoli di Calogero Laneri, Luigi Vinci, Alex Marsaglia e con un'intervista a Paolo Ciofi di Roberto Capizzi.

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Bibliografia Il Becco - Novembre 2016 (3) allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 30 novembre 2016 Indice L d i q b L t b p a c m r P n l q c p s s d m c c c « m I s

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 Il Partito Comunista Italiano e il processo di integrazione europea. Una ricostruzione storica? ARTICOLO DI CALOGERO LANERI, REDAZIONE DE IL BECCO La fine del secondo conflitto mondiale determinò una rapida crisi della già instabile solidarietà antinazista sulla quale si era fondata l’alleanza tra il blocco americano e quello sovietico. L’irrigidirsi dei rapporti tra le superpotenze mondiali causò l’affermarsi di un bipolarismo a cui i singoli Stati europei furono costretti ad adattarsi, armonizzando la propria politica estera con quella della potenza di riferimento. La divisione in blocchi si replicò anche all’interno dei singoli Paesi, dando vita ad una polarizzazione nella quale attori erano, da un lato le forze social-comuniste e dall’altro quelle liberal-democratiche, laiche e cattoliche. Questo schema si impose in particolar modo in Italia, a causa della sua posizione geopolitica e per la presenza del più grande partito comunista dell’Europa Occidentale. Il Partito Comunista Italiano operò, dunque, in un contesto internazionale bipolare, conformando le proprie posizioni, pur con le peculiarità caratteristiche della «via italiana al socialismo», alla linea moscovita. In questa prima fase - che Carlo Giuseppe Cirulli definisce di antieuropeismo acritico/ideologico1 - per i comunisti italiani l’integrazione comunitaria appare come un mero aspetto della politica americana in Europa. In tale elaborazione viene aprioristicamente meno ogni distinzione tra i concetti di europeismo e atlantismo. Seguendo questa impostazione, i comunisti italiani si opposero fermamente al Piano Marshall, identificando nell’iniziativa statunitense il primo passo verso la «divisione dell’Europa in due blocchi»2. Come affermerà Nilde Jotti, ripercorrendo, nel 1995, il lungo percorso compiuto dai comunisti italiani nelle istituzioni europee: «La prima cosa di cui si parlò in tema di europeismo fu la famosa CED. La Comunità Europea di Difesa era un poco la riproduzione, sul piano europeo, del Patto Atlantico. […] In quel periodo noi pensavamo (e del resto le cose andavano così) che vi fosse un’azione da parte dell’America e dei suoi alleati europei per ricacciare indietro le nostre posizioni, che ci eravamo conquistati durante la guerra di Liberazione. Pensavamo che dietro questa azione ci fosse il tentativo di ricacciare indietro noi e l’Unione Sovietica»3. L’impossibilità a sostenere una qualsivoglia forma di integrazione tra Paesi sino a che non si fosse giunti ad un nuovo e superiore ordine sociale, rappresentò dunque un punto cardine della linea del Pci, come ribadito dallo stesso Togliatti in occasione della discussione parlamentare sulla ratifica ed esecuzione dello Statuto del Consiglio d'Europa: «Solo attraverso la trasformazione socialista della società poteva essere raggiunta l’unificazione del mondo economico e quindi del mondo politico e sociale europeo»4. Coerentemente con questa lettura delle relazioni internazionali, il Pci osteggiò tutte le successive iniziative volte all’integrazione comunitaria, a partire dalla costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Lo storico leader della CGIL Giuseppe Di Vittorio, intervenendo alla Camera dei Deputati, evidenziò i rischi per l’industria siderurgica italiana sino ad alimentare il sospetto che alla base del lavoro condotto per la costituzione della Comunità vi fosse «l’intendimento di accelerare gli armamenti ed i preparativi di guerra»5. 1 2 3 4 5 3

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Il PCI e il processo di integrazione europea (C. Laneri) www.ilbecco.it - Novembre 2016 L’iniziale categorico rifiuto dei comunisti italiani al processo di integrazione economica europea, può apparire viziato unicamente da una concezione ideologica, tuttavia, esso teneva anche conto dei gravi rischi, potenziali ed effettivi, a cui il sistema industriale italiano appariva esposto a causa del processo di integrazione. Il deputato comunista Giolitti ebbe modo di affermare che «l’iniziativa della CECA era vista come una operazione non solo di stampo capitalistico, ma peggio ancora: l’Italia appariva come la Cenerentola che pagava nell’accordo tra i due grandi (Francia e Germania). […] A livello economico sembrava evidente che l’Italia ci rimettesse, essendo l’anello debole della catena»6. Alla posizione di «condanna netta e rifiuto»7 nei confronti del processo di integrazione economica europea, tuttavia, si venne gradualmente sostituendo una forma di prudente indifferenza, in parte riconducibile alle difficoltà vissute dal processo di integrazione europea in quegli stessi anni. Seguendo la distinzione proposta da Cirulli, nella seconda fase del rapporto del Pci con l’Europa si registra, accanto ad elementi di continuità con la prima fase, l’emergere di nuovi orientamenti. Pur rimanendo nel solco dell’antieuropeismo, si iniziò a riconoscere la necessità di confrontarsi con la realtà comunitaria8. Tra gli esponenti di maggior rilievo, capaci di anticipare con la propria riflessione, una evoluzione della linea politica del Pci, Bruno Trentin9, fu tra quelli che maggiormente criticò l’aprioristico rifiuto del Partito Comunista Italiano al confronto con la realtà di fatto rappresentata delle istituzioni europee. All’interno del saggio La situazione economica italiana e la lotta del movimento operaio contro il capitalismo monopolistico di Stato, il dirigente sindacale affermò che di fronte al processo di integrazione la classe operaia non poteva rimanere indifferente e nemmeno limitarsi ad assumere certe posizioni di principio, «pur giuste e necessarie»10. A livello internazionale, contemporanei stravolgimenti nei rapporti interpartitici del blocco sovietico segnano il nascere di una nuova stagione anche ad Est della linea Stettino-Trieste. La decisione sovietica di sciogliere il Cominform e la simultanea esperienza eterodossa jugoslava, agevolarono vie nazionali di superamento del capitalismo e tra esse quella italiana. Tale elaborazione sublimava l’elaborazione di un modello politico distinto da quello del socialismo sovietico e pertanto adattabile alla più articolata realtà dell’Occidente. Parallelamente a tali mutamenti internazionali, in Italia, si aprì una nuova stagione di studi eco- nomici promossi dall’Istituto Gramsci. Tale processo, positivamente influenzato dal clima di distensione stimolato dal XX Congresso del PCUS, subì un improvviso rallentamento a causa dei fatti d’Ungheria e del ristabilirsi di una certa «ortodossia» sulle regioni orientali europee. Nonostante questa battuta d'arresto, a partire dal gennaio del 1957 si registrarono svariate prese di posizione, indice di un più consapevole dibattito in seno al Partito. Su l’Unità, Alfredo Reichlin11, pur collocandosi su posizioni critiche nei confronti del percorso comunitario, si interrogò sui temi dell’europeismo e dell’atlantismo, dichiarando che la soluzione di tale dualismo stava nella «capacità della classe operaia e dei suoi partiti di far proprio il problema dell’Europa, di incorporare l’esigenza di uno sviluppo delle forze produttive europee nel proprio programma di transizione, di non chiudersi in uno sterile atteggiamento di opposizione preconcetta»12. L’affermarsi di una più complessa visione del processo di integrazione europea si palesò anche all’interno degli organi di partito: la Direzione impiegò ben tre sedute - caratterizzatesi per il complesso tentativo di esprimere una linea in grado di vivificare concretamente le possibilità 6 7 8 9 10 11 12 4

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Il PCI e il processo di integrazione europea (C. Laneri) www.ilbecco.it - Novembre 2016 offerte dalla «via italiana al sociali- le resistenze ri- smo», pur non allontanandosi dal guardo al tema - restante movimento comunista europeo erano internazionale - per definire la posi- ancora largamente zione da assumere in merito radicate nel Pci, all’istituzione della CEE e dell’Eu- era ormai palese ratom. come l’integrazione comunitaria non Nella relazione, la cui stesura fu affi- avesse prodotto la data a Velio Spano13, si invitava a catastrofe econo- seguire l’evoluzione del processo co- mica inizialmente munitario, riconoscendo la reale pronosticata. esigenza dei trattati, rifiutando un’opposizione preconcetta e propo- Tale acceso dibattito, a partire dalla fi- giche che fino a quel momento nendo alcuni principi correttivi14. ne degli anni cinquanta, rese evidenti avevano determinato, in larga parte del Occorreva dunque evitare che il Pci le affinità tra il Partito Comunista Italia- gruppo dirigente, la dogmatica os- cadesse in un’opposizione pregiudi- no ed i componenti della famiglia della servanza della linea sovietica. Nella ziale, quale quella adottata dal PCF cosiddetta «sinistra europea». I comuni- trasposizione, anche a livello europeo, che, informalmente, aveva proposto sti italiani, consapevoli delle comuni di una linea rigidamente parlamentari- al Pci di caratterizzarsi per la medesi- sensibilità, su alcuni temi chiave, con sta, si colloca la rivendicazione ma linea. Il documento, pertanto, alcune forze del mondo socialdemo- maturata in questa fase per la demo- segna, seppur timidamente, un primo cratico e socialista, erano, altresì, cratizzazione del Parlamento europeo, passo in una maturazione della linea coscienti delle difficoltà legate al istituzione dal quale continuavano a es- politica comunista rispetto al tema rafforzamento dei rapporti con orga- sere discriminati i partiti e i sindacati europeo. nizzazioni esterne al movimento della famiglia socialcomunista. Nel comunista internazionale: il processo corso degli anni sessanta, importanti Nei mesi successivi il Pci impegnò le comunitario rappresentò, per il Pci, avvenimenti nazionali e internazionali, proprie energie in un più appro- un'opportunità per rafforzare tali lega- favorirono una ulteriore maturazione fondito studio delle trasformazioni mi. Nel dicembre del 1959 il dell’elaborazione politica del Pci ri- economiche legate al processo di settimanale socialista «Mondo Nuovo» spetto al tema comunitario. integrazione europea, elaborando interrogò alcuni politici italiani sul tema nuove e originali interpretazioni dei della «sinistra europea». Giorgio È in questo periodo che si afferma la fenomeni continentali. Amendola, chiamato a rappresentare il terza fase del rapporto tra il Pci e l’Euro- Pci, si mostrò fiducioso nel comprende- pa che segna il passaggio Maggiore ispiratore di questo corso re, all’interno di tale raggruppamento dall’antieuropeismo all’europeismo. fu Giorgio Amendola, promotore - politico, l’intero movimento operaio16. Benché continuarono a registrarsi episodi grazie all’importante contributo controversi, il fine ultimo della distruzio- rappresentato dai lavori del CeSPE15 La morte di Togliatti e l’elezione di ne della «piccola Europa» venne - di un riesame degli effetti dell’inte- Luigi Longo alla segreteria, favorirono abbandonato a favore di una nuova grazione economica. Difatti, sebbene l’attenuazione di alcune rigidità ideolo- strategia, volta a riformarla dall’interno17. 13 14 15 16 17 5

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Il PCI e il processo di integrazione europea (C. Laneri) www.ilbecco.it - Novembre 2016 L’affermarsi - dapprima come vicesegretario e dal 1972 come Segretario della figura di Berlinguer, la conferenza di Karlovy Vary e la Primavera di Praga, spinsero il Partito a rivedere il proprio rapporto con l’intero movimento comunista internazionale, avviando un graduale processo di ricollocamento mirante ad affiancare l’appartenenza al movimento comunista internazionale con un più stretto rapporto di collaborazione con la famiglia socialista europea. A partire dagli anni Settanta, il Pci sviluppa un discorso pubblico sul tema europeo, distanziandosi da Mosca, senza, tuttavia, teorizzare un passaggio nel campo delle socialdemocrazie18. Questo complesso quadro teorico, velleitario nella pratica, che assunse il nome, con Berlinguer, di «terza via» si poneva come un ambizioso progetto di ridefinizione del carattere stesso di socialismo, affrontando con forza il tema della democrazia, una democrazia intesa però in senso più ampio rispetto alla classica visione dei sistemi liberal-democratici. Tappa fondamentale dell’evoluzione ideologica del Pci fu la conferenza dei partiti comunisti europei di Karlovy Vary, nella quale Longo ribadì la necessità dell’autonomia dei partiti comunisti. Un anno più tardi, nell’agosto del 1968, il controverso comunicato stampa con cui il Pci criticava l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, segnò il più evidente momento di dissenso nei rapporti tra Mosca e Botteghe Oscure e, contemporaneamente, «un primo passo verso la ricerca di nuovi orizzonti politici»19. L’ingresso di sette deputati comunisti nel Parlamento europeo l’11 marzo 1969, simboleggiò inoltre uno dei momenti cruciali della storia dei comunisti italiani nelle istituzioni europee, consentendo l’effettiva partecipazione dei comunisti italiani all’interno della principale istituzione dell’Europa occidentale. In questi anni si registra un forte protagonismo del CeSPE, il cui lavoro consegnerà al Pci quel contributo teorico-ideologico che segnerà il passaggio dall’antieuropeismo critico all’europeismo critico. Dal 1969 in poi, difatti, l’atteggiamento del Partito nei confronti delle istituzioni europee mutò sensibilmente: da ostacolo sul cammino per la distensione, la CEE si trasformò in strumento essenziale per il raggiungimento di una politica internazionale di pace. Nel cambio di prospettiva sul ruolo strategico della CEE risultano centrali due elementi. In primo luogo si accettò pienamente - ed è questo l’elemento peculiare che se- gna il passaggio dall’antieuropeismo critico all’europeismo critico - l’idea della riformabilità delle istituzioni comunitarie. In secondo luogo, la strategia impiegata dal Pci al fine di favorire i processi di distensione internazionale, superò l’acritica adesione alla politica estera sovietica per affiancarla con le elaborazioni e le proposte provenienti dal campo socialista. Questo nuovo corso, però, non poteva rimanere circoscritto nell’ambito del gruppo dirigente centrale ma doveva estendersi alla periferia del Partito. Il lavoro di stesura di un complessivo quadro ideologico sul tema europeo, destinato ai militanti, fu affidato a Giorgio Amendola che, nel 1971, scrisse “I comunisti e l’Europa”20. Nel testo, il dirigente comunista illustrava il funzionamento degli organismi CEE e la strategia del Pci nei confronti di tali istituzioni. L’opuscolo, sostanzialmente un documento programmatico, spazia da temi di politica economica, a questioni legate alla politica scientifica, sociale e industriale. Grande rilievo è dedicato, altresì, ai rapporti tra la Comunità e le due superpotenze. Contemporaneamente alla pubblicazione del testo di Amendola, il CeSPE organizzò un importante convegno per discutere circa le posizioni comuniste sull’Europa. Un anno più tardi, nel 1972, il neosegretario Enrico Berlinguer, impegnato alla Camera nella discussione sulla fiducia al governo Andreotti, all’interno del proprio intervento articolò una riflessione che da lì a poco diventerà parola d’ordine del Partito: «Si tratta ora di partire da 18 19 20 6

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Il PCI e il processo di integrazione europea (C. Laneri) www.ilbecco.it - Novembre 2016 presupposti del tutto nuovi. Il processo di unificazione europea deve dunque, per andare avanti, proporsi anzitutto di assicurare una posizione che sia insieme di piena autonomia e di cooperazione, su basi di eguaglianza, tanto nei confronti degli Stati Uniti quanto nei confronti dell’Unione Sovietica»21. Con l’elezione e l’affermarsi delle po- sizioni di Berlinguer si determinerà quindi l’abbandono dell’idea di Eu- ropa dall’Atlantico agli Urali, concepita trent’anni prima da To- gliatti, in favore della nuova idea di un’Europa «né antisovietica né antia- mericana»22, in grado di assolvere ad una funzione di pacifica coesistenza tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica e, tra esse, e i Paesi sottosvi- europeo, alle politiche regionali a dalla Conferenza, l’obiettivo del Pci - luppati. quelle agricole, fino alle iniziative anti- non venne mai raggiunto. In quella se- fasciste contro i regimi di Franco, di de, però, emerse la tendenza a L’idea del Pci di un’Europa entità Salazar e dei Colonelli. procedere comunemente con il PCF e terza rispetto alle due grandi su- il PCE: è l’avvio dell’eurocomunismo, perpotenze, trovò applicazione nel Al contempo maturò l’idea di proporre elaborazione che occupò tutto il di- luogo politico maggiormente rappre- un nuovo socialismo per l’Europa occi- battito politico degli anni sessanta ma, sentativo dell’Occidente europeo, dentale, direzionando l’azione del pur dimostrandosi suggestiva, non si ossia la CEE. Partito nella ricerca di collaborazione trasformò mai un progetto politico autonoma con gli altri partiti comunisti concreto. Tale posizione di approccio collabo- dell’Occidente. Tale lavorio sfociò, nel rativo si concretizzò nel 1975 1974, nella Conferenza di Bruxelles dei Nella seconda metà degli anni sessanta, quando, tra lo stupore dell’assemblea partiti comunisti dei Paesi capitalisti il Pci si configura, dunque, come di Strasburgo, gli eurodeputati comu- d’Europa. In tale assise, in cui si regi- un’organizzazione politica che ha nisti italiani votarono in favore strò un grande protagonismo di compiuto la scelta dell’Europa, impe- dell’approvazione della Convenzione Giorgio Amendola - ormai comune- gnandosi attivamente all’interno delle di Lomé23. Oltre che sul piano dei mente considerato «leader simbolo istituzioni comunitarie e lavorando - rapporti con i Paesi del Terzo dell’europeismo comunista»24 -, il Pci pur non sconfessando l’appartenenza al mondo, i rappresentanti del Pci al tentò di avvicinare i partiti comunisti movimento comunista internazionale - Parlamento europeo indirizzarono la occidentali alle proprie posizioni. alla costruzione di rapporti privilegiati propria attività nei più diversi settori: con le forze socialiste e socialdemocrati- dall’elezione diretta del Parlamento Nonostante i positivi risultati raggiunti che dell’Europa occidentale. 21 22 23 24 7

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Il PCI e il processo di integrazione europea (C. Laneri) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Le valutazioni con le quali il gruppo dirigente colloca il Partito tra forze chiaramente favorevoli al processo di integrazione europea (distanziandosi ad esempio dai comunisti francesi), conquistarono l'approvazione di Altiero Spinelli, commissario CEE e punto di riferimento imprescindibile del federalismo europeo. L’interesse di Spinelli nei confronti del nuovo corso comunista25, si concretizzò con le dimissioni da commissario e la candidatura come indipendente nelle file del Pci alle elezioni politiche del 1976, con l’accordo che, alla prima occasione disponibile, il Partito avrebbe designato Spinelli a rappresentare i comunisti italiani a Strasburgo. Nell’ambito di questo atteggiamento dei comunisti verso l’Europa, si colloca il voto favorevole, nel 1977, alla dichiarazione comune sulla politica estera. Nel documento, si esprime «apprezzamento per gli indirizzi e l’opera del Governo italiano in campo internazionale e nel quadro dell’Alleanza atlantica e degli impegni comunitari, quadro che rappresenta il termine fondamentale di riferimento della politica estera italiana»26. Nel 1979 il Pci partecipò alle elezioni europee «proponendosi come forza di cambiamento, capace di innescare un rinnovamento in senso democratico della Comunità, verso una nuova forma di potere in grado di rispondere alle sfide che si ponevano all’Europa, sfide che non erano più sostenibili dai singoli Stati nazionali»27. I 18 punti del programma elettorale europeo rappresentarono la concretizzazione elettorale del succitato saggio I comunisti e l’Europa pubblicato da Giorgio Amendola otto anni prima. L’ormai consolidata visione europeista, complicò il già convulso dibattito sul voto parlamentare sull’entrata in vigore dello SME. Pur non mettendo in dubbio il proprio appoggio all’adozione di strumenti al servizio dell’integrazione comunitaria, il Pci giudicò il Sistema Monetario Europeo come un ostacolo alle riforme economiche italiane che la coalizione di solidarietà nazionale - già entrata in crisi dopo l’assassinio di Aldo Moro - avrebbe dovuto varare. Per tale ragione, nel dicembre del 1978, il Pci si espresse negativamente. È tuttavia indicativo come il Partito, nel motivare il proprio voto, tenne a precisare che l’opposizione allo SME non rappresentava un voto contro l’Europa. Nelle elezioni del 1979 il Pci elesse 24 parlamentari europei. Il gruppo continuò a distinguersi per quel vivace impegno che aveva sempre caratterizzato l’attività dei comunisti italiani nel Parlamento di Strasburgo. Nel 1980 Berlinguer fu il primo a firmare il sostegno al progetto di riforma degli organi comunitari di manifesta matrice federalista proposto da Spinelli, precedendo addirittura l’adesione di Brandt e Mitterrand. Sottolineando l’inadeguatezza economica, sociale ed in politica estera dei singoli Stati nazionali, nel motivare il proprio voto favorevole 1984 EDIZIONE STRAORDINARIA DE L'UNITA' SORPASSO EUROPEE [ARCHIVIO STORICO UNITÀ] al Progetto Spinelli, Berlinguer così si esprimeva: «Noi pensiamo che la causa principale della crisi che colpisce la Comunità e i suoi membri sia costituita dal prevalere di una concezione di corto respiro, che ha portato e porta i governi ad anteporre la difesa dei ristretti interessi immediati a quelli più profondi e duraturi dei loro popoli e dell’Europa occidentale nel suo insieme. […] La dimensione comunitaria è quella adeguata per far fronte con una vera forza economica, politica e culturale alle sfide e alle trasformazioni del nostro tempo»28. Un anno più tardi, sarà proprio in occasione di una elezione europea, quella del 1984, che il Partito Comunista Italiano raggiunse lo storico risultato del sorpasso sulla Democrazia Cristiana, quasi a suggellare quella che all’epoca appariva come una definitiva ricomposizione del rapporto tra i lavoratori italiani e l’Europa. 25 26 27 28 8 1 c p g r s d L u s p l O s L 1 r I p d r s m L i p b u r i p e d M a t t c B i 2

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 IL DILEMMA EUROPEO INTERVISTA A PAOLO CIOFI DI ROBERTO CAPIZZI (REDAZIONE DE IL BECCO) 1) Nel marzo del 2015 Futura Umanità, l’associazione per la memoria storica del Pci da lei presieduta, ha promosso un importante convegno sulla figura di Enrico Berlinguer. Le relazioni esposte in occasione di tale iniziativa sono state recentemente raccolte in un volume da lei curato in collaborazione con Gennaro Lopez (Berlinguer e l'Europa. I fondamenti di un nuovo socialismo, Editori Riuniti, 2016). A suo avviso, chi oggi ha raccolto, nell'Europarlamento, il pensiero di Berlinguer circa l'Europa? Oggi, di fronte alla Brexit, che è la dimostrazione clamorosa del fallimento dell’Europa dei trattati di Maastricht e di Lisbona, le parole di Enrico Berlinguer, pronunciate nel 1984, appaiono profetiche: «l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica possibile». Il fatto che dopo la sua morte sia stata costruita non l’Europa dei popoli e dei lavoratori, ma l’Europa della finanza e dei mercati che sfrutta, opprime e divide i popoli e i lavoratori, ci dice che il pensiero e la pratica politica del segretario del Pci non hanno avuto, e non hanno tutt’ora, molti seguaci nell’Europarlamento. La vittoria del capitalismo neoliberista su scala globale, insieme alla liquidazione del partito di Berlinguer, ha portato alla conversione delle socialdemocrazie in traballanti stampelle del sistema dominante e del pensiero unico, senza più neanche la volontà di redistribuire la ricchezza a vantaggio dei lavoratori subalterni e dei ceti intermedi. Mentre il partito della sinistra europea è poco più di una sigla, non ha radicamento sociale salvo rare eccezioni, e appare diviso anche su fondamentali questioni di principio. PAOLO CIOFI CON IL SEGRETARIO DEL PCI ENRICO BERLINGUER [FOTO TRATTA DAL PROFILO FACEBOOK DELL’INTERVISTATO] promosso da Berlinguer, appaiono le posizioni euroscettiche che, anche a sinistra, raccolgono un crescente consenso. Qual è la sua opinione in merito all’idea di un “plan b” per l’Europa lanciata da Varoufakis, Melenchon, Lafontaine e Stefano Fassina, lo scorso settembre? È difficile non essere euroscettici in questa Europa. Nella quale il lavoro da diritto torna ad essere una merce mal pagata in balia delle oscillazioni del mercato, e i diritti all’istruzione, alla salute, alla pensione vengono smantellati e trasformati in fonti di profitto per privati, assicurazioni e banche, mentre si moltiplicano le guerre tra poveri e alle porte premono masse di diseredati contro i quali si innalzano muri di incomprensione e di odio. Ma d’altra parte, in questo quadro non esaltante, di fronte alla crisi ormai conclamata dalla Brexit dell’Europa costruita sugli interessi del capitalismo dominate e delle tecnoburocrazie che lo rappresentano, proprio il pensiero critico e la visione politica rivoluzionaria di Enrico Berlinguer tornano d’attualità come punti di riferimento ineludibili per la costruzione di un’altra Europa. 2) Antitetiche rispetto al disegno europeista Il problema però non consiste nell’essere in astratto più o meno scettici, pro o contro l’Europa, ma di stabilire quale Europa si vuole. E cosa si fa per mettere in campo un progetto alternativo, lottando su tutti i terreni – culturale, sociale, politico – per poter realizzare tale progetto. È impensabile che la via d’uscita, come già aveva previsto Berlinguer, possa consistere nel ritorno al passato dell’Europa delle patrie, retrocedendo verso Stati nazionali chiusi nella propria identità. 9

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Il dilemma europeo: intervista a Paolo Ciofi (R. Capizzi) www.ilbecco.it - Novembre 2016 L’innalzamento delle barriere nazionali, nelle condizioni della globalizzazione del capitale, significa perdere di vista la portata e la configurazione inedita del conflitto tra le classi, con la conseguenza che i lavoratori finiscono per combattersi tra loro, aprendo la strada a prospettive imprevedibili e incontrollabili, invece di unirsi nella lotta per un’Europa nuova che garantisca libertà e uguaglianza sostanziali. e rappresentatività alle lavoratrici e ai lavoratori del nostro secolo. Piuttosto che dividersi sul “piano b” e sulla questione dell’euro, la sinistra dovrebbe cercare l’unità su questo tema strategico, che è diventato di stringente attualità. In Europa e nel mondo preme la necessità di una civiltà più avanzata: di un nuovo socialismo, diverso dai modelli finora conosciuti. Persino in America, con Sanders, si è tornati a pronunciare la parola socialismo. La via nazionalista è dunque una prospettiva falsa, un’illusione pericolosa che alimenta spinte irrazionali e fascistiche senza intaccare i fondamenti su cui si regge il dominio del capitale finanziario in Europa e in ogni singolo Paese. Da questo punto di vista, il cosiddetto “piano b”, come pure il dibattito sul tema euro no-euro sì che divide la sinistra, a mio parere non vanno al cuore del problema: lo dimostra tra l’altro proprio la Brexit, che ha messo in evidenza come il diffuso stato di malessere sociale e di incertezza sulle prospettive sia esploso in un Paese dove l’euro non ha corso. Mentre, per altro verso, la Grecia, emblema della vittoria della sinistra in un solo Paese, rischia di essere soffocata dalle attuali politiche europeiste. Per cui il tema vero è quello di un “piano a”, che rovesci l’intero impianto dell’Unione mettendo al centro, al posto del capitale, il lavoro: nelle sue moderne declinazioni culturali, sociali e politiche. Aveva proprio ragione Berlinguer: senza un adeguato peso politico delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo l’Europa non esiste. 3) La sinistra italiana si trova oggi divisa su linee di fratture marcate rispetto al tema dell’Europa, tra il succitato euroscetticismo e l’idea di un’Europa ancora più radicalmente unita. Vi è una prospettiva di ricomposizione tra queste due anime? Quale delle due ha oggi maggiore prospettiva di radicamento? Occorre essere molto chiari su un punto. Non si esce dalla crisi se non si è in grado di condizionare e di mettere sotto controllo il capitale finanziario, in Europa e in Italia. Anche ponendo dei limiti alla proprietà sui mezzi di produzione e di comunicazione, in modo da assicurarne la funzione sociale e di fare in modo che l’iniziativa economica non offenda la sicurezza e la dignità della persona, come prevede la nostra Costituzione. Ma è evidente che il capo del filo di una simile prospettiva non si può afferrare se non si costituisce una soggettività politica con caratteristiche popolari e di massa, che dia forza 4) Stiamo assistendo, nel nostro continente, a spinte sempre più fortemente antieuropee e spesso venate da xenofobia, come si è visto con la Brexit e come si può constatare dalle posizioni della Lega e del Front National in Francia, di Orban e Jobbik in Ungheria e anche di altri esponenti politici. C’è ancora futuro per quella idea di Europa che animò l'iniziativa dei padri fondatori dell’Unione? Direi che non c’è futuro per l’Europa se non si torna ai fondamenti. Si fa un gran parlare del Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita di cui Altiero Spinelli fu promotore. Ma lo si fa spesso, in particolare da parte del presidente del consiglio, ignorandone i contenuti veramente innovativi e riducendolo a un volantino di propaganda in cui scompare l’essenziale. Ovvero il nesso che lega la questione sociale con la questione democratica per perseguire l’obiettivo di fondo di un nuovo ordinamento, in cui non basta affermare il principio liberale dell’uguaglianza davanti la legge. «La rivoluzione europea» - vi si legge - «dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici». Di conseguenza, sarà necessario affrontare il nodo della proprietà privata, che «deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». Un’impostazione che si ritrova nella Costituzione del 1948, in netto contrasto con i trattati europei, che assumendo come fondamento l’economia di mercato non lasciano alcuno spazio ai diritti del lavoro e ai diritti sociali, considerati variabili dipendenti dal mercato. Non è un caso che dalla collaborazione tra Enrico Berlinguer e Altiero Spinelli, eletto al Parlamento europeo nelle liste del Pci e poi nominato vicepresidente del gruppo comunista, sia nata la proposta più innovativa di quegli anni, il passaggio dal mercato comune all’unità politica dell’Europa. «Senza la forza del Pci - ha osservato il padre del federalismo 10

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 europeo - non avrei potuto condurre la mia battaglia europeista». E ciò è stato possibile, aggiungeva, perché Berlinguer «ha portato a compimento, con rigorosa conseguenza, la saldatura tra democrazia e socialismo e una politica comunista tesa a conquistare un’Europa fatta dagli europei». Democrazia e socialismo: le due parole chiave che l’Europa dei trattati tra oligarchie di potere ha nella sostanza cancellato. Emarginando l’Europarlamento e la partecipazione democratica, concentrando proprietà e ricchezza nelle cattedrali del capitale. Generando esclusioni e malessere, accentuando lo sfruttamento esasperato della persona umana e dell’ambiente. Alimentando con ciò la crescita dei terrorismi e il rischio di una guerra planetaria. Ma condannando al tempo stesso sé stessa a un irrilevante ruolo gregario nello scacchiere globale. Democrazia e socialismo per l’affermazione piena della libertà e dell’uguaglianza: sono le parole chiave da recuperare e rinnovare nei significati, se vogliamo arrestare il declino del nostro continente e far avanzare nel mondo la funzione di pace, di cooperazione, di solidarietà e di progresso di un’Europa nuova. Sono le parole che hanno guidato l’impegno di Enrico Berlinguer. E che oggi, in una mutata condizione del mondo, si ripresentano come una necessità storica che chiede una risposta. COSTITUZIONIELICTAOLNIAFLNIATTCOOINNTERVOITATRBIALTETATI EUROPEI: ARTICOLO DI ALEX MARSAGLIA, REDAZIONE DE IL BECCO Il merito principale identificabile nell'ultimo pamphlet di V. Giacchè Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile (Imprimatur edizioni, 2015) sta nel rigore con cui viene affrontata la comparazione dei Trattati europei e della struttura politica, giuridica, amministrativa dell'Unione Europea con la nostra Costituzione repubblicana, ridotta sempre più a santino del democraticismo che ne sbandiera la forma svuotandone la sostanza. Il nemico più pericoloso dello spirito costituzionale viene chiaramente identificato da Giacchè nel governo tecnocratico del grande capitale europeo e non è certamente cosa di poco conto. In particolare, l'analisi dell'imperialismo europeo a guida tedesca non perde mai di lucidità. Da questo punto di vista Giacchè non si limita a destrutturare la narrazione democratica della sinistra europeista, ma va ben oltre. Infatti, in nuce vi ritroviamo un'analisi delle spinte egemoniche all’interno dell’ordine liberista internazionale. È da qui che emerge come la creazione dell'intero impianto attuale dell'Unione Europea non sia altro che un meccanismo funzionale all'affermazione sui mercati internazionali del nuovo polo politico-economico. Le politiche mercantilistiche basate sulla compressione salariale e la creazione della moneta unica come meccanismo rivolto a bloccare il riequilibrio della bilancia commerciale tra i paesi europei diventano l'“interpretazione corretta della «forte competizione», che costituisce uno dei valori chiave dei trattati europei”. Di conseguenza la centralità dei medesimi trattati diviene fondamentale per spiegare a cascata tutta una serie di problematiche: “sono proprio i trattati europei, a rendere possibile e a incentivare una competizione tra sistemi economici nazionali fondata sulla compressione di diritti e salari. E sono ancora i trattati ad attribuire alla stabilità dei prezzi, ma in verità alla lotta all'inflazione, un'importanza addirittura sovraordinata a tutti gli altri obiettivi, col duplice risultato di considerare accettabili e anzi “fisiologiche” percentuali di disoccupazione a due cifre in molti paesi dell'Unione e di spingere l'Europa sull'orlo della deflazione”1. In conclusione, l'obiettivo centrale di Giacchè, centrato in pieno, è far emergere l'incompatibilità di fondo tra i suddetti trattati che hanno sorretto e sostenuto l'Unione Europea e la nostra Costituzione. Un'incompatibilità tanto più pericolosa perché riscontrabile sin nei principi stessi, i quali portano ad una contrapposizione inevitabile tra un modello di “capitalismo interventista” a cui si ispira la nostra Costituzione, in cui lo Stato si impegna a garantire ai suoi cittadini il diritto al lavoro e un’impostazione liberista che tende invece a vincolare gli Stati membri a politiche di delega al settore privato e quindi di smantellamento dei diritti positivi. Una volta indirizzati su una strada di questo genere anche norme apertamente incostituzionali, come il nuovo articolo 81, diventano possibili, come diventano concepibili e realizzabili altri grimaldelli per scardinare le parti scomode dell'impianto costituzionale; il tutto in funzione della restrizione dei margini di manovra sociale dello Stato che è quanto richiede la filosofia politica di fondo oggi egemone. Ciò che resta dello spirito della nostra Costituzione l'aveva infondo già riassunto con semplicità il comandante Fra' Diavolo, a cui è dedicato il saggio, quando ormai 94enne e a pochi mesi dalla morte consegnò all'autore una copia della Costituzione non ancora emendata col nuovo articolo 81. 1 11

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 LA SOCIALDEMOCRAZIA EUROPEA NEL SECONDO DOPOGUERRA: dal compromesso sociale su base keynesiana all’accodamento al neoliberismo ARTICOLO DI LUIGI VINCI Agli esordi di quella che si chiamerà Unione Europea sono operazioni, che rispondono primariamente a esigenze di ricostruzione delle economie europee occidentali, devastate dalla guerra, quali la Comunità del Carbone e dell’Acciaio del 1951 e il Piano Marshall del 1947, cioè gli aiuti statunitensi, poi evoluto, l’anno successivo, nell’OECE. Anzi tra i precedenti in assoluto va posto l’accordo italo-belga del 1946, che scambiò 50 mila lavoratori italiani disoccupati, da impiegare nelle miniere di carbone e nella siderurgia del Belgio, con rifornimenti belgi di carbone all’industria e alle abitazioni italiane, e che sfociò nella tragedia di Marcinelle dell’agosto del 1956, 262 morti in miniera, a seguito di un incendio. Con quelle operazioni si trattò, dal punto di vista delle borghesie dei paesi europei occidentali, delle loro parti politiche e degli Stati Uniti, non solo di aiutare popolazioni disperate, alla fame, senza casa, ma anche di evitare che queste condizioni, la disoccupazione, inoltre, come in Italia, l’odio nei confronti di chi la guerra l’aveva voluta e ne aveva approfittato, evolvessero in simpatie di massa anche politiche nei confronti dell’Unione Sovietica, eroica vincitrice al prezzo di 25 milioni di morti della guerra al nazismo, più che nei confronti dei pur prestigiosi e munifici Stati Uniti. Dal lato dell’URSS giocava infatti anche la dominante partecipazione comunista e operaia in quasi tutta Europa alla Resistenza. Poi quando di orientamenti di politica economica si cominciò nell’Europa occidentale a parlare, grosso modo attorno al 1950, le sue economie essendo state nel frattempo ricostruite non poterono che consistere in politiche basicamente keynesiane. C’era, dal lato della loro credibilità, il fatto di aver consentito di avviare a superamento la Grande Crisi del 1929, e soprattutto c’era da recuperare consenso popolare al capitalismo, alla borghesia, ai suoi partiti, dunque politiche orientate radicalmente alla crescita economica, salariale, dell’occupazione e dello “stato sociale” avrebbero potuto funzionare in tal senso. Protagonisti politici della gestione di questo corso furono così tutte le principali famiglie politiche europee di allora, pur ciascuna in modo particolare: i democristiani-popolari come i socialisti-socialdemocratici-laburisti, i liberali come gli stessi comunisti, benché allontanati dagli immediati governi postbellici in ragione del loro rapporto con l’URSS e la loro contrarietà ai progetti dell’UEO e della NATO. Un ulteriore ordine di motivazioni, molto importante anch’esso in quel periodo, fu quello europeista, consistente nell’obiettivo della costruzione di Stati Uniti d’Europa, prima di tutto allo scopo di impedire che proseguisse la storia di 1.500 anni di guerre e massacri tra europei (più concretamente, allo scopo di impedire una nuova puntata delle guerre più o meno recenti che avevano impegnato da una parte la Germania e dall’altra la Francia). Si può dire che le classi dominanti presero atto realistico della situazione sociale e di ciò che minacciava il capitalismo stesso e stettero al gioco, comprendendo che avrebbero potuto continuare a gestire lo stato e l’economia solo effettuando concessioni materiali importanti alle classi popolari. I paesi sconfitti erano stati colpiti, sul finire della guerra e nell’immediato dopoguerra, da inflazioni più o meno galoppanti, che ne avevano distrutto, in modo assolutamente devastante in Germania, risparmi e pensioni popolari. Nel keynesismo il rimedio era la forzatura con tutti i mezzi possibili della ripresa delle economie, non, al contrario, misure anti-inflative pesanti e tagli alla spesa sociale. Ed è ciò che avvenne in Europa occidentale. Fu grazie prima di tutto a questo, e al grande impegno delle classi operaie nella ricostruzione dell’industria e al compromesso sociale in questione, che il rilancio economico poté snodarsi rapidamente, i salari e i consumi progressivamente crescere, la situazione sociale tendere a tranquillizzarsi, i governi centristi reggere e, si noti, le socialdemocrazie cominciare a rafforzarsi quasi ovunque bloccando o riducendo l’influenza dei partiti comunisti. Nel complesso la Comunità Europea aveva funzionato come una sorta di politicamente coordinata area di libero scambio. Il passaggio all’UE, con il Trattato di Maastricht del 1992, costituì un salto qualitativo rispetto alla situazione precedente, esso infatti consegnò vasti poteri non solo alla coordinazione politica tra stati ma a istituzioni politiche comuni. Al tempo stesso l’UE sotto il profilo istituzionale volle essere una realtà sui generis, in quanto a distribuzione segmentaria del potere statale, poiché in parte affidato al Consiglio e alla Commissione, in parte di pertinenza degli stati nazionali, in parte affidato a trattative nell’ambito di Consiglio o Commissione, non a caso composti dai rappresentanti di tutti i paesi membri. Dunque non retoricamente l’UE si definì come “unione di stati 12

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La socialdemocrazia nel secondo dopoguerra (L. Vinci) www.ilbecco.it - Novembre 2016 sovrani”. Il fattore decisivo, che sbloccò una discussione infinita su come sviluppare l’unità politico-istituzionale dell’Europa occidentale, fu decisamente il collasso del campo a “socialismo reale”, da cui derivava la possibilità di una riunificazione su indirizzi occidentali della Germania. Il complesso massmediatico europeo, gli economisti prosistemici e gli esponenti delle fondamentali forze politiche europee pretenderanno (e continuano a tutt’oggi a pretendere) la qualità rigorosamente scientifica degli obiettivi di politica di bilancio ed economica cui avrebbe dovuto conformarsi, opportunamente, non solo obbligatoriamente, il complesso dei paesi membri. Si tratta quanto a politica di bilancio dei famosi “parametri di Maastricht”. Ma di scientifico non ci fu (né c’è) nulla in essi. Ciò che davvero faceva problema non erano le condizioni pessime di bilancio dell’Italia o del Belgio, era invece l’allarme creato in molti governi occidentali dalla possibilità di una riunificazione della Germania ovvero dalla possibilità della ricostituzione della potenza tedesca. Non si trattava, ovviamente, della possibilità di un rilancio militarista e aggressivo della politica della Germania, ma del timore che essa si smarcasse dal rimanente dell’Europa occidentale, intendendo recuperare la sua storica vocazione ad allargarsi a est, stavolta non con i cavalieri teutonici o con i carri armati ma con la forza della sua economia. Questo timore era principalmente francese, ma era anche britannico, italiano, belga, olandese e persino statunitense. Sicché il cancelliere tedesco Kohl e il presidente francese Mitterrand si riunirono alla ricerca di una quadra: il cui risultato fu la decisione di portare l’UE a creare rapidamente una moneta unica europea, superando co- sì la soluzione intermedia e debole del “serpente monetario”. Da parte della Germania fu posto il problema del debito italiano, molto elevato, in quanto contraddiceva l’intenzione popolare tedesca di una moneta unica “forte” tanto quanto era il marco. La richiesta tassativa della Germania fu quindi che, a tutela della propria condizione economica globale, venissero immediatamente concordati vari “parametri”, obbligatori per il complesso dei paesi membri UE, tra i quali due che per essa erano particolarmente importanti. I due parametri, com’è ben noto, dovevano definire i massimi in percentuale sui PIL nazionali che non avrebbero potuto essere superati, o entro in quali si sarebbe dovuto rientrare, a proposito sia di deficit pubblici che di debiti pubblici; e ovviamente la Germania chiese che fossero collocati a livelli molto bassi, molto restrittivi. La Francia pretendeva il contrario, temendo che tali parametri portassero a un rilevante rallentamento del proprio processo economico. Kohl e Mitterrand concordarono una posizione intermedia, che il parametro del deficit fosse al 3% e quello del debito al 60%. La strada al Trattato di Maastricht e alla successiva moneta unica era stata aperta. Anche il massacro dell’economia italiana e di quella francese e la colonizzazione tedesca delle future entrate orientali nell’UE. L’Italia, in mano a un ceto politico da tempo a larghissima maggioranza europeista nel senso più insensatamente ideologico del termine, incapace di ragionare criticamente sulle condizioni in cui l’UE veniva a partire e sui danni enormi che esse avrebbero recato all’Italia, si affannerà a tagliare spesa pubblica e a svendere (alias “privatizzare”) il proprio patrimonio industriale pubblico, avviando così una stagione infinita di smantellamento di grandi unità produttive e di stagnazione e arretramento qualitativo della sua economia. Concorreranno a ciò inoltre varie misu- re aggiuntive dentro al Trattato di Maastricht, tra le quali soprattutto il divieto posto agli aiuti di stato all’industria. Giova notare come, però, si fosse ancora ben lontani dalle frenesie tedesche in tema di “rigore”, “austerità”, ecc. e alla loro imposizione brutale al complesso dell’UE, e prima di tutto ai paesi della zona euro. Kohl e Mitterrand facevano parte di quella leva più o meno nettamente keynesiana della politica europea ed inoltre facevano parte di una generazione che aveva vissuto direttamente la seconda guerra mondiale, visto le città, le fabbriche, le infrastrutture distrutte dai bombardamenti, vissuto le decine di milioni di esseri umani macellati, i crimini nazisti, l’impoverimento estremo delle popolazioni, l’inflazione postbellica. L’obiettivo primario, politicamente e psicologicamente, di questa generazione, non solo tedesca e francese ma di tutta Europa, era la sua pacificazione stabile. L’unificazione tedesca avrebbe significato oneri enormi di bilancio e un’economia a rallentatore, quindi deroghe tedesche ai parametri: e nessun governo degli altri paesi europei si sognò di non consentire. Il “rigore” tedesco interverrà successivamente, cioè a Germania da tempo sistemata. Esso, inoltre, verrà imposto agli altri paesi UE più pesantemente o meno pesantemente, per esempio meno alla Francia e di più all’Italia, sulla scia di considerazioni tedesche tutte politiche, facilmente imposte alla Commissione Europea. Giova considerare anche la generalizzazione di una convinzione inamovibile: l’UE era altresì una grande opportunità economica, per il semplice fatto di essere ormai diventata l’area più sviluppata del pianeta, la più ricca, la prima nella classifica mondiale dei PIL, ecc. Nella competizione internazionale essa avrebbe sconfitto i grandi competitori. 13

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La socialdemocrazia nel secondo dopoguerra (L. Vinci) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Il tempo avrebbe rapidamente chiarito che la competizione funzionava se era portata da sistemi economici guidati da un forte e organico potere statale, capace come tale di orientarsi rapidamente e di agire pragmaticamente senza andare in tilt, parimenti che essa funzionava se non veniva bloccata o dirottata da politiche economiche consideranti reati gravi deficit pubblici elevati, politiche industriali rette da investimenti pubblici, sistemi di “stato sociale” a carico dello stato, sistemi fiscali fortemente progressivi, ecc. Tornando alle illusioni, non si comprendono l’ossessione dei governi italiani del tempo, da quello di Amato a quello di Ciampi, i loro tagli furibondi all’industria pubblica al fine di fare cassa, quelli altrettanto furibondi al deficit, onde entrare immediatamente nell’UE, cioè insieme a Germania e Francia, né si comprendono adeguatamente gli orientamenti ultraliberisti successivi della Commissione Europea guidata da Prodi (la cui politica economica era nelle mani di Monti), se non si tiene ben presente il peso condizionante assoluto di un’ideologia astrattamente convinta di uno straordinario futuro europeo, e naturalmente italiano. Le canagliate antisociali erano dall’insieme delle figure politiche apicali di quel periodo giustificate dalla convinzione ferrea che l’inevitabile rapidissimo e avanzatissimo processo di sviluppo europeo, e naturalmente italiano, avrebbe consentito di recuperare più che ampiamente gli immediati effetti drammatici di tali canagliate. I “trenta gloriosi” si erano esauriti da un pezzo e tra gli effetti di questo rallentamento e di questa recessione il dominio culturale keynesiano in politica economica poté essere rapidamente sopraffatto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti da un neoliberismo guidato da figure radicali, Margaret Thatcher (che divenne primo ministro britannico nel maggio del 1979) e Ronald Reagan (che divenne presidente degli Stati Uniti nel gennaio del 1981), forti del passaggio a destra di classi medie wasp impaurite da erosioni al loro tenore di vita e diventate perciò 14 estremamente ostili alle tasse elevate ereditate dal passato laburista o rooseveltiano. Giova rammentare che Reagan e Thatcher fecero della liquidazione del potere sindacale un loro obiettivo decisivo: esso era rimasto l’unico ostacolo sociale dotato di una certa forza. Gli 11 mila lavoratori statunitensi del comparto aereo che nell’agosto del 1981 aprirono una vertenza salariale trovarono l’amministrazione indisponibile alla trattativa e finirono tutti licenziati; i minatori del Galles, che si erano ribellati al ridimensionamento della produzione del carbone, con una straordinaria mobilitazione che perdurò per dodici mesi, fecero sostanzialmente la stessa fine. Nel dicembre del 1991 cominciò il collasso, a sorpresa di tutti, dell’URSS: la discussione nell’UE sul Trattato di Maastricht stava per terminare, e i suoi contenuti ne saranno complessivamente condizionati, consentendo che venisse data piena forma neoliberista ai “parametri” su deficit e debito e all’iniziativa sui versanti dello “stato sociale”, del trattamento del mondo del lavoro, di grandi comparti delle industrie di stato, primi fra tutti siderurgia e cantieristica navale. L’adozione di tali orientamenti antisociali, oltre che, ma si riteneva il contrario, anti-economici, apparve infatti subito alle borghesie dell’intera Europa occidentale e alla parte moderata dei loro ceti politici, cioè a quelli democristiani-popolari-conservatori e liberali, come una possibilità che prima non esisteva, e tutta da praticare. Una grande quantità di fatti favorevoli era infatti venuta a favorevole congiunzione: non solo l’attrattiva dell’URSS e del suo tipo di socialismo era stata ridimensionata nel tempo ma essi non esistevano più, i partiti comunisti europei occidentali non solo avevano visto bloccato il loro sviluppo ma erano da più o meno tempo colpiti da pesanti crisi interne, non solo di consenso sociale ma anche di identità, infine stava venendo meno ai proletariati europei ogni disponibilità dal lato delle classi medie. Come, pragmaticamente, dopo la guerra le borghesie e i loro ceti politici avevano accettato un compro- messo con i proletariati organizzati, adesso, altrettanto pragmaticamente, si trattava dal loro punto di vista di passare a un contrattacco demolitore. E così avverrà: e il Trattato di Maastricht sarà uno strumento per molti aspetti fondamentale di questo contrattacco. Veniamo alle socialdemocrazie, cui sarà affidato un ruolo fondamentale dal punto di vista degli obiettivi capitalistici, e all’affine neonato PDS. Della grande pericolosità antisociale del Trattato di Maastricht queste forze politiche, intanto, non si accorsero, o fecero finta di non accorgersi. Il PDS era in stato confusionale acuto e in piena furia di accreditamento presso il complesso dei potentati economici, dei governi europei, democristiani-popolari o socialdemocratici che fossero, e dell’ambasciata degli Stati Uniti, e tutto gli andava bene ed era oggetto quasi sempre di grandi entusiasmi. Ma c’è pure il fatto che anche i settori socialdemocratici più avveduti e più a sinistra ritennero, a larghissima maggioranza, che ci fosse spazio politico e istituzionale per azioni che tutelassero “stato sociale”, classi popolari, mondo del lavoro, sistemi industriali, politiche industriali di ampia portata e capaci di unire proficuamente investimenti pubblici e investimenti privati. La loro illusione faceva capo a quel libro dei sogni che diverrà rapidamente il “piano” (giugno 1989), orientato alla costruzione di grandi “reti” europee (ferroviarie, aree, informatiche), proposto all’UE dal presidente della Commissione Europea Jacques Delors, consistente complessivamente in 300 miliardi di dollari, composti al 20-40% da investimenti coperti dall’UE e da un 60-80% di investimenti privati, trascinati da quelli UE e da condizioni di favore di vario tipo. In realtà gli investimenti privati non avverranno che in misura ridotta e in tempi lunghissimi, tali da annullarne ogni effetto moltiplicatore di sviluppo. Per i primi quattro dei suoi cinque anni la IV Legislatura europea (1994-99) fu caratterizzata da un Parlamento Europeo che le cose peggiori in

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La socialdemocrazia nel secondo dopoguerra (L. Vinci) www.ilbecco.it - Novembre 2016 campo sociale tendeva, pur a stretta maggioranza, a contrastare. Ciò aveva a fondamento la prevalente presenza in seno al gruppo socialista di figure orientate a sinistra (britanniche, tedesche, francesi, olandesi) e nella capacità di iniziativa non solo del GUE-NGL ma anche e soprattutto di alcune straordinarie figure socialiste, tra le quali campeggiava il britannico Ken Coates. Questi si inventò una sorta di gruppo politico trasversale inteso a dibattere e a effettuare al Parlamento e alla Commissione proposte di politica economica, industriale e sociale, la cui base teorica era un keynesismo molto attento alla difesa e allo sviluppo delle condizioni di vita e di lavoro popolari. Vi si affrontarono, per esempio, grandi temi come il “controllo operaio”, l’abbattimento della settimana lavorativa, la piena occupazione, l’affidamento dello sviluppo industriale a piani e finanziamenti prima di tutto europei e pubblici. La presidenza di questo gruppo fu affidata a Ken Coates, a Friedrich Wolf e al sottoscritto (beninteso la figura guida e di gran lunga più influente fu quella di Coates). L’attuale presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, allora presidente della delegazione socialista nella commissione Affari Interni (commissione competente in tema di diritti sociali, diritti umani, ecc.), si professava marxista ed erano istruttivi i suoi scontri in questa commissione con i popolari e i liberali sui diritti sociali. Il passaggio del gruppo socialista al neoliberismo avvenne verso la fine del 1998, a meno di un anno dalle elezioni europee. Il primo atto orientato a questo passaggio fu l’intervento brutale del gruppo dirigente laburista britannico, guidato dal luglio del 1994 da Tony Blair, sui suoi parlamentari europei, orientato a imporgli di agire sulla scia delle indicazioni anche di dettaglio che avevano cominciato a venire da Londra. Tony Blair, e a suo seguito la destra neoliberista radicale, quasi thacheriana, del suo New Labour, era forte della grande vittoria ottenuta alle elezioni britanniche del maggio del 1997. Non a caso l’intervento sul gruppo parlamentare avvenne in vista delle elezioni europee: esso significò che chi nella delegazione laburista al Parlamento Europeo non si fosse allineato non sarebbe stato ricandidato. Gran parte dei parlamentari di questa delegazione borbottò, ma al tempo stesso piegò la schiena, non la piegarono solo due, uno era Coates: furono immediatamente espulsi dal partito e subito dopo, su richiesta di Londra, anche dal gruppo parlamentare socialista. Va da sé che buona parte di quei parlamentari non sarà ricandidata. Contemporaneamente avveniva la stessa cosa, più o meno, in Germania. Oskar Lafontaine, diventato presidente della socialdemocrazia nel novembre del 1995, aveva portato il suo partito alla vittoria alle elezioni del settembre del 1998. A capo del governo fu posto Gerard Schröder, Lafontaine divenne ministro delle finanze: ma nel marzo del 1999, a tre mesi dalle elezioni europee, questi si dimetterà sia dal governo che dalla presidenza del partito, accusando Schröder di tentare una svolta in sede di politica economica, di bilancio e sociale sostanzialmente neoliberista, sulla scia britannica. Fatti analoghi avvennero in quasi tutti gli altri paesi, dalla Svezia all’Olanda ecc. Il Parlamento Europeo eletto nel 1999 avrà grosso modo la medesima composizione formale di quello eletto nel 1994: ma la composizione politica sostanziale risulterà sconvolta, in quanto ora allineata a larga maggioranza al neoliberismo. Le grandi spaccature in Parlamento Europeo degli anni precedenti si erano ridotte a sfumature di scarsa consistenza, solo il GUE-NGL tenterà di portare avanti i temi sociali ed economici, spesso prevalenti, della legislatura precedente. Anche parte dei verdi, su iniziativa di Daniel CohnBendit, evolvette analogamente. Persino Marco Pannella, uomo di grandi meriti democratici, ebbe in quel momento a dichiarare che i radicali erano “liberali, libertari e liberisti”. In breve, le condizio- ni politiche perché le “riforme” neoliberiste accelerassero erano venute tutte a quagliare nell’UE, il Parlamento Europeo si era finalmente allineato alla Commissione, al Consiglio, ai governi di tutti, concretamente, i paesi membri. Nell’ottobre del 2004, all’inizio della VI Legislatura europea, il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo approvò il testo del Trattato di Lisbona, che era stato di lunghissima e complicata elaborazione nel corso della legislatura precedente. Il testo di questo trattato era stato attentissimamente confezionato e la sovrabbondava di diritti sociali, umani, di libertà portò alla sua adesione entusiasta da parte di socialdemocrazie e dei DS. Tuttavia, guardando specificamente ai diritti sociali, essi erano stati declinati come “diritto a lavorare”, “diritto a farsi curare”, “diritto a poter andare a scuola”, ecc.: quei diritti erano dunque stati derubricati, dalla natura loro riconosciuta nelle varie Costituzioni europee, da diritti universali garantiti (materialmente e organizzativamente sostenuti) dallo stato a meri diritti individuali; in breve, primariamente affidati alle capacità economiche degli individui o delle famiglie (pardon, dei “consumatori”). Di lì a due-tre anni esploderà la crisi, sulla scia della crescita esponenziale delle attività e della potenza della grande finanza speculativa, avviate negli Stati Uniti dalla presidenza del repubblicano Reagan e completate organicamente dalla presidenza del democratico Clinton, cioè dalla posizione statunitense più vicina alle socialdemocrazie europee. Questa presidenza molto giocò essa pure a favore del passaggio di questa parte delle sinistre europee dal lato del neoliberismo. Ci si chiederà perché in condizioni di crisi che evolvevano addirittura nel senso della deflazione si sia rafforzata nell’UE l’attitudine a politiche pesantemente anti-economiche. C’è chi ha insistito sulla particolare ideologia tedesco-luterana, che fa del debito un peccato, oltre che sulle paure tedesche dinanzi a rischi anche presunti o improbabilissimi di inflazione. 15

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