Anno 3 - Numero 07

 

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Una lettura fredda, a caldo, delle elezioni USA 2016 (7, 2016)

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Anno III (2016) - n° 7 Una lettura fredda, a caldo delle elezioni USA 2016 Articoli di Jacopo Vannucchi, Marco Saccardi, Alex Marsaglia, Francesco Draghi e della rubrica redazionale A Dieci Mani

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Editoriale Il Becco - Novembre 2016 (2) allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 26 novembre 2016 Indice L 2 c p d z p r n i e a c l t c p n e p n u v v P v P u M G s l d d m R M i m

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 Trump: su chi ha costruito la vittoria? ARTICOLO DI JACOPO VANNUCCHI Le elezioni presidenziali 2008-20122016 presentavano alcune affinità con quelle 1932-1936-1940. Nella prima consultazione un Presidente democratico veniva eletto per reazione a una grave crisi economica prodotta sotto un’amministrazione repubblicana; il nuovo Presidente nel primo mandato provvedeva a invasive riforme finanziarie e sociali e veniva rieletto contro ogni aspettativa dei repubblicani, che lo consideravano un sovvertitore della libertà individuale. Infine, per il terzo mandato, il Presidente si ricandidava (Obama per interposta persona, non potendo farlo personalmente: ma il legame ereditario era chiaro) mentre il Partito repubblicano, piombato nel caos, nominava un imprenditore invece di un politico. Nel 1940 Roosevelt stravinse ancora; nel 2016, invece, ha vinto il fascismo. Perché? Su chi ha costruito questa vittoria Trump? Possiamo dividere gli Stati Uniti con una linea curva che parte dalle Montagne Rocciose, si allunga nelle Grandi Praterie distendendosi verso sudest fino all’Arkansas e poi risale lungo gli Appalachi fino a Philadelphia. A nord di questa linea il differenziale Trump-Clinton aumenta rispetto a quello Romney-Obama. Sono gli stati del Midwest e del Nordest, agricoli e industriali (un tempo officina del mondo, adesso sempre meno mani- fatturieri). A sud della linea, invece, il differenziale diminuisce, ovvero la Clinton recupera rispetto a Obama: sono gli stati del Sud e dell’Ovest. Ora, le contee degli stati del Nord hanno una popolazione bianca (non ispanica) pari all’85-90%. Sono inoltre stati freddi, fatto che rende possibile la caccia nei boschi e aumenta la passione per le armi. Nel Sud e nell’Ovest, invece, vi sono consistenti minoranze afroamericane e ispaniche, non sufficienti però a colmare la rimonta di Trump a livello federale (ricordiamo che nel voto popolare la Clinton è risultata in leggero vantaggio, assegnando ai democratici la sesta “vittoria” numerica nelle ultime sette elezioni). Quali sono questi voti recuperati da Trump, e quali sono risultati decisivi per la sua elezione? La prima vasta area pro-Trump è quella delle campagne, dei lavoratori agricoli. Questa svolta a destra delle campagne è del tutto comprensibile visto che si tratta delle stesse identiche zone che nelle primarie democratiche hanno votato per Bernie Sanders (che si ritrovò, suo malgrado, a fare da portabandiera a una reazione maschilista, bianca e rurale). La seconda area, invece più difficile da prevedere, è quella delle comunità operaie, le quali nelle primarie avevano votato Clinton. È vero che alle consultazioni repubblicane Trump aveva ottenuto i consensi dei meno abbienti, ma questi avevano comunque un reddito superiore rispetto ai partecipanti alle primarie del Partito democratico. Grazie ai voti di queste aree Trump si aggiudica per pochi punti il Wisconsin (democratico dal 1988), il Michigan, la Pennsylvania (democratici dal 1992) e grazie ad essi le elezioni. Nessuno di questi stati era ragionevolmente considerato in bilico, nonostante un passato tentativo di Romney (basato principalmente sul fatto che suo padre era stato Governatore del Michigan negli anni Sessanta). La vittoria di Trump è quindi figlia del Midwest bianco; nello specifico, di quegli elettori ai quali il candidato Obama si riferì, in uno scivolone diplomatico dell’aprile 2008, con le parole: «Si inamariscono, si aggrappano alle armi, alla religione, all’antipatia per chi non è come loro, a sentimenti contro gli immigrati o il libero commercio come a una via per aver ragione delle loro frustrazioni». Nel febbraio scorso, dopo aver vinto le primarie in Nevada, Trump disse invece: «Abbiamo vinto tra gli evangelici, tra i giovani, tra gli anziani, tra i più istruiti, tra gli scarsamente istruiti. Amo gli scarsamente istruiti!». Un tratto fondamentale emerso fin dai primi mesi della campagna è stato proprio questo: rispetto al 2012 i democratici guadagnavano voti tra i bianchi laureati ma ne perdevano tra i bianchi non laureati. 3

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Trump: su chi ha costruito la vittoria? (J. Vannucchi) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Un caso di studio particolare è la contea di Macomb, ovvero i sobborghi di Detroit, divenuta celebre tra i politologi negli anni Ottanta come patria dei “Reagan Democrats”, gli operai bianchi sindacalizzati, prevalentemente di discendenza “etnica” (irlandese, italiana, polacca…) che iniziarono già negli anni di Nixon a votare il candidato repubblicano come reazione a un Partito democratico identificato come interessato più ai diritti delle minoranze (le donne e i neri) che alla tutela dei posti di lavoro. Il Michigan, che subisce il doppio conservatorismo delle sue vaste zone rurali e delle comunità operaie, specie cattoliche, fu nel 1968 uno stato sorprendentemente favorevole alla candidatura populista di Wallace, l’ex governatore dell’Alabama campione della segregazione razziale (che a Macomb ottenne il 14%, più della sua media nazionale). Nel 2003, quando la Corte Suprema dichiarò incostituzionali le leggi contro la sodomia, il Michigan era rimasto l’unico stato né ex-confederato né mormone a punire l’omosessualità. Dal 1996 i democratici erano tornati a vincere a Macomb, con l’unica eccezione di Kerry nel 2004. La doppia vittoria del nero Obama era stata considerata la fine dei Reagan Democrats, ma martedì Trump ha battuto la Clinton con un sonoro 54%-42%. I Trump Democrats si distinguono dai loro progenitori nel fatto che Reagan e Trump hanno un orientamento commerciale del tutto diverso, ma sono loro accomunati dal rifiuto del Partito democratico, visto oggi come il partito delle donne, degli omosessuali e – evidentemente – degli ispanici. Non è difficile capire come questa fetta di elettorato abbia ammirato, più che condannare, un candidato che si vantava di «prendere le donne per la f*ca». Gli exit poll mostrano infatti che i decisi dell’ultimo minuto si sono divisi a metà tra Clinton e Trump, i decisi da prima di settembre hanno votato in massa l’ex first lady, ma chi ha deciso nei mesi della campagna elettorale si è schierato nettamente per Trump (che pure era il candidato più impopolare della storia e ha perso tutti i tre dibattiti). Ma vi sono tre ulteriori punti da mettere in luce. Primo punto: la differenza nei rapporti tra candidato e partito. Nella storia delle primarie contemporanee, cioè dagli anni Settanta, la Clinton è stata la candidata democratica con il maggiore sostegno all’interno del partito. Ciononostante ha potuto ottenere matematicamente la nomination solo a giugno, quattro mesi dopo l’inizio delle primarie. Trump, al contrario, è il repubblicano con il minore sostegno nel partito, che di volta in volta si è schierato con Jeb Bush, Rubio, Cruz, pur di fermare il miliardario newyorkese. Ciononostante ha vinto agevolmente le primarie (e ha avuto successo là dove l’élite ortodossa del partito ha più volte fallito: nelle presidenziali). Del resto fino a pochi giorni prima delle elezioni il principale argomento di dibattito a Washington erano i nomi della futura amministrazione Clinton. Altro elemento di questa scarsa connessione tra attori istituzionali ed elettorato è l’enorme disparità della stampa. La stragrande maggioranza delle pubblicazioni ha dato indicazione di voto per la Clinton, anche in modo clamoroso: per USA Today è il primo endorsement della storia (anche se negativo, “contro Trump”), per The Atlantic soltanto il terzo dopo Lincoln nel 1860 e Johnson nel 1964 (e i motivi sono sempre gli stessi: a Lincoln contro la schiavitù, a Johnson e a Clinton per l’estremismo di destra del loro avversario, condito dal sostegno del Ku-Klux-Klan). Per molta stampa locale è stato il primo appoggio a un democratico dagli anni Quaranta. Trump, al contrario, contava solo su un pugno di giornali minori. Secondo punto: i programmi politici. Trump ha fatto carta straccia del programma repubblicano, neoliberista e imperialista, e ne ha adottato uno protezionista e isolazionista. Il programma Clinton, invece, che aveva accolto durante la convention numerose istanze di Sanders, ha seguito la sorte di quello di McGovern nel 1972: troppo sbilanciato a sinistra, si è perso per strada la classe operaia. Una semplificazione analitica spes- so in voga negli studi politici Usa è infatti la divisione dello spettro politico in quadranti secondo le due variabili politica economi- ca/politica sociale e liberalismo/conservatorismo. Le due categorie principali, e opposte, sono i conservatori (contrari all’intervento pubblico in econo- mia ma propensi a limitare le libertà personali) e i liberal (che 4

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Trump: su chi ha costruito la vittoria? (J. Vannucchi) www.ilbecco.it - Novembre 2016 propongono un’economia mista e e storico sovvenzionatore dei demo- sostegno parlamentare, tutto il sono favorevoli ai diritti individua- cratici, ad di Goldman Sachs). Il Midwest non solo ha votato Trump li e civili). Defilati, come corrente richiamo antisemita è stato imme- ma ha anche consentito ai repubbli- minoritaria di destra, vi sono i li- diatamente denunziato da Al cani di mantenere al Senato una bertari, che perorano il ritiro dello Franken, senatore democratico maggioranza che sembrava impossi- Stato da ogni sfera della vita. Ma ebreo per il Minnesota, uno degli bile alla vigilia del voto (l’esito ha - la categoria meno rappresentata stati rurali pro-Sanders e in cui la ribaltato le previsioni in Pennsylva- nel dibattito pubblico è quella di Clinton ha superato Trump del 3% nia, Indiana, Wisconsin e Missouri). chi combina una politica economi- contro l’8% di Obama. Un altro caso di studio è nella ca liberal con una visione sociale contea di Genesee, in Michigan, in conservatrice: tanto poco rappre- E qui arriviamo alla risoluzione cui la città di Flint è stata quest’anno sentati da non avere neppure una dell’enigma centrale: come è possi- al centro di un grave scandalo: definizione univoca: “populisti”, o bile che gli operai bianchi abbiano l’ente idrico pubblico, gestito dai re- hardhats (lo hardhat è il casco ripudiato la Clinton dopo essere pubblicani, aveva realizzato una - protettivo dei lavoratori operai). stati decisivi nella vittoria di Oba- nuova conduttura che distribuiva Questi sono rimasti di fatto senza ma? Nel 2012 Romney impiegò acqua contaminata dal piombo, pro- rappresentanza parlamentare do- contro il suo sfidante la frase “ma ducendo gravi danni sia alle po che le elezioni per il Congresso state meglio di quattro anni fa?” con infrastrutture sia alla salute dei citta- del 2010 hanno spazzato via i de- cui nel 1980 Reagan colpì Carter. dini. Anche qui i democratici sono mocratici di destra. I loro elettori, L’economia non aveva ancora rias- franati di dieci punti, in parte impu- - concentrati soprattutto nel Sud ex- sorbito tutta la disoccupazione tabili al calo dell’affluenza confederato e nel Midwest cattoli- creata nel 2007-08, e la frase poteva afroamericana, chiaramente più mo- co, si sono rivolti a Trump. Nel essere ostica per il Presidente. Ma tivata a votare Obama: tuttavia i Sud sono stati compensati dai l’andamento era positivo e in più repubblicani crescono, e questo è - nuovi immigrati, nel Midwest no. Obama rivendicò il salvataggio spiegabile solo con un voto di rea- pubblico dell’industria automobilisti- zione bianco. Terzo punto: a political revolution ca in Ohio e in Michigan, is coming. È stato il primo slogan ricordando che invece Romney ave- Le radici di questa rabbia sono le - della campagna di Sanders. Una va proposto come soluzione stesse che hanno portato ad aste- rivoluzione politica, ora, è arri- “lasciamo fallire Detroit”. nersi (o, in piccola parte, a votare vata. Vi era più di una ragione per per la verde Jill Stein) un’altra diffidare del fatto che quel 45% di Oggi l’economia statunitense è al se- componente fondamentale del mo- base democratica esprimesse le sto anno di crescita, e alla domanda vimento di Sanders, i giovani. stesse posizioni socialiste di Romney gli operai non avrebbe- L’insoddisfazione per una crescita abbracciate da Sanders. Ne era ro difficoltà a rispondere “sì”. economica troppo a rilento rispetto piuttosto attirata dalla sua retorica alle “aspettative crescenti”. contro la finanza e le banche, la I commentatori si sono accodati alla - quale, se ha radici profonde nei narrazione di Trump leggendo que- Il risultato è condensabile con le movimenti della sinistra america- sto voto operaio come un rigetto parole con cui Waszczykowski, il na non classista del secondo dell’establishment di Washington, falco che siede al Ministero degli Ottocento, può anche essere pie- ma anche questo ha poco senso: la Esteri polacco, ha riassunto la stretta - gata in forme assai più oscure. fiducia nel Congresso è ai minimi repressiva di Varsavia in politica L’ultimo spot pubblicitario di storici perché il sistema politico è interna: «curare alcune malattie che Trump accusava i poteri forti di bloccato dall’ostruzionismo re- hanno colpito il nostro paese: un Wall Street e, in un montaggio as- pubblicano contro la Casa Bianca, e nuovo misto di culture e razze, un sai cupo, presentava i volti di non troppo paradossalmente sono mondo fatto da ciclisti e vegetariani, - Janet Yellen, George Soros e proprio gli elettori repubblicani i più che usa solo le energie rinnovabili e Lloyd Blankfein (rispettivamente inferociti contro i politici. Ma invece che combatte tutti i segni della reli- governatrice della Fed, finanziere di consentire all’erede di Obama un gione». 5

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 Uno sguardo storico alla vittoria di Trump. ARTICOLO DI MARCO SACCARDI La vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali ha scatenato il panico. Si sono spese in questi ultimi giorni analisi dense di emozioni, enfatizzando una situazione che a uno storico statunitense può forse apparire meno fosca. Questo testo viene dopo una ottima analisi sulla corsa alla Casa Bianca appena conclusa di un mio stimato collega, cercando di spiegare brevemente le linee generali dell’andamento della politica interna negli Stati Uniti, il cui ruolo di superpotenza mondiale contribuisce alla sua messa in ombra rispetto alla politica estera. La nozione più conosciuta della politica statunitense è l’alternanza: un fattore quasi mitologico se acquisito senza conoscerne il contenuto. Le due componenti principali che stanno dietro a questo fattore sono il timore del peso di una forte politica federale in contrasto con l’autonomia degli stati singoli (spesa pubblica e fiscalità in primis) e contemporaneamente la ricerca del benessere, inteso come welfare europeo, una nozione appresa molto più tardi negli Stati Uniti rispetto al continente europeo. Se il primo modello europeo di ricerca del welfare è stata per l’Europa la Germania di Bismarck (assistenza a chi svolge un ruolo produttivo, riforme dall’alto, benessere alle classi sociali per prevenire agitazioni), negli Stati Uniti bisogna aspettare Franklin Delano Roosevelt per parlare di “welfare state”. La prima forma di intervento federale in questo senso risale al 1798, un esempio precoce riguardante l’assistenza ai marinai portuali estesa con l’acquisto della Lousiana dopo il 1803 anche ai lavoratori fluviali. In uno stato resosi indipendente per sfuggire alla feroce tassazione britannica sui commerci e sulle rotte marittime, l’assistenza è sempre legata ai bisogni economici dello stato federale intesi come fiscalità e spesa pubblica appunto. In un articolo del settimanale “Life” del 17/2/1941 intitolato “The American Century” di Henry Luce il modello statunitense viene presentato come «un modello di esportazione di democrazia liberale, liberismo economico, consumismo e connotato dalla mancanza di “welfare” europeo», inteso come protezione delle classi sociali. Alla luce di queste caratteristiche si spiega la dottrina Pierce dall’omonimo presidente che nel 1854, in occasione del veto sulla legge di assistenza proposta dalla riformatrice Dorothe Dix approvata dal Congresso, annunciava una frenata delle iniziative federali per stabilizzare debito pubblico, contro il rischio di una assistenza generalizzata e tali provvedimenti fanno riferimento a un potere dello stato federale non citato nella Costituzione (linea guida fino al New Deal di Roosevelt). Fu la reazione di Pierce alla presidenza di John Adams, che aveva utilizzato fondi federali per la costruzione di 26 ospedali statali e caratterizzata da una tendenza centralizzatrice con il suo discorso al Congresso nel 1818 sul “common sense” di uno stato federale forte. Le uniche deroghe alla linea Pierce furono l’assistenza ai reduci con invalidità permanente della Guerra d’Indipendenza e nel 1832 estesa a tutti i veterani di ogni conflitto con pensione alle vedove (da considerare che nel 1828 vi è il suffragio universale maschile e i reduci erano una percentuale considerevole dell’elettorato). Altri provvedimenti simili furono presi con la Guerra Civile nel 1862 grazie a benefici a reduci con invalidità permanente, orfani e vedove oltre alla possibilità per gli invalidi di richiedere arretrati dal 1868. Contemporaneamente alle misure per i reduci, con il progredire dell’industrializzazione nella nazione, sorgono dibattiti sulla condizione dei lavoratori nelle fabbriche, industrie manifatturiere e pesanti ecc. In alcuni stati si dibatteva sulla necessità di applicare una legge federale di assistenza sanitaria tramite assicurazione obbligatoria per i lavoratori, ma la forte opposizione di imprenditori, National Association Manifactures medici dell’American Medical Association e sindacati dell’American Federation of Labour ostacolano la presentazione di un progetto legislativo. A dimostrazione delle enormi differenze tra la concezione di lobby europea e quella statunitense, dove il concetto di tale 6

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Uno sguardo storico alla vittoria di Trump (M. Saccardi) www.ilbecco.it - Novembre 2016 organizzazione non assume un connotato negativo ma è istituzionalizzato in “Associations”, un delicato sistema politico rappresentativo di mestieri e interessi fatto di pesi e contrappesi che regola il funzionamento dell’economia nel paese e il suo andamento politico. In questo senso va letto il più grande provvedimento verso i reduci di guerra nel 1890: il Dependent and Disability Act garantì ai reduci che avevano combattuto almeno 90 giorni, congedati con onore e invalidi permanenti la pensione indipendentemente dalle proprie condizioni economiche. Un terzo del ricavato delle imposte statali garantì questa misura, grazie alla pressione della Grand Army of the Republic Association, la lobby dei reduci di guerra che valeva oltre il 10% dell’elettorato. Solamente Theodore Roosevelt riuscì ad approvare nel 1908 il decreto Workman Compensation, un indennizzo per infortunio e decesso rivolto ai dipendenti pubblici di cui il presidente chiese estensione ai privati ottenendo solamente un modello per i singoli stati a partire dal 1911. Respinto invece il progetto di legge Keating-Owen Act che avrebbe proibito il commercio interstatale alle industrie, imprese e miniere con dipendenti minori dei 16 anni essendo stato giudicato incostituzionale dalla Corte Suprema, con molti giudici democratici che tutelavano la concorrenzialità delle industrie del Sud basata sul basso costo della forza lavoro. La vera svolta della politica interna americana fu la Grande Depressione del 1929: cambiarono i ruoli politici dei partiti, in quanto il partito democratico grazie alla spinta dei progressisti divenne la forza politica che tutelava le classi sociali più povere e i lavoratori. Molti conservatori del partito, soprattutto degli stati del Sud, abbandonarono e si unirono al partito repubblicano, divenuto il partito che difendeva gli interessi di grandi imprenditori, banche e grandi proprietari. Il presidente Franklin Delano Roosevelt e la sua amministrazione furono i fautori del New Deal, del primo grande modello di welfare state statunitense per risanare l’economia americana dalla Grande Depressione e eliminare un conflitto sociale che, per i timori della politica americana dell’epoca, poteva sfociare in una rivoluzione come in Russia nel 1917. Inoltre Roosevelt voleva ribadire la funzionalità del sistema americano e la sua vocazione a grande potenza mondiale oltre la crisi economica. In questo senso va letto il Social Security Act del 1935, che introdusse un sistema pensionistico per i lavoratori, sussidi per gli over 35, sussidi di disoccupazione e di invalidità, leggi sulla tutela e mantenimento dei minori ecc. Un sistema misto finanziato dallo stato federale i cui fondi vengono poi gestiti dai singoli stati. Nel 1938 con il Fair Labour Act venne introdotto il reddito minimo salariale a livello federale. Roosevelt tentò nel 1942 di emanare un progetto di legge di assistenza sanitaria federale per i lavoratori dipendenti tramite una assicurazione sanitaria obbligatoria per lavoratori e imprese, ma venne ostacolato dall’American Medical Association. Dopo Roosevelt l’unico provvedimento a favore del welfare venne preso dal presidente Truman per assicurarsi il secondo mandato, la legge sugli ospedali del 1946 che garantì fondi federali ai singoli stati per la costruzione di ospedali e centri assistenza medica. Gli anni Cinquanta furono un decennio di grande crescita economica, ma anche di piccole recessioni cicliche e di un allargamento delle disuguaglianze sociali come denunciarono molti scrittori e giornalisti statunitensi. Solamente con la presidenza Kennedy si tentò di affrontare il problema del 20 % della popolazione al di sotto della soglia di povertà con sussidi familiari e corsi di formazione lavorativi integrati in un sistema misto di finanziamento tra stato federale e stati singoli. A partire dal 1964 fu il presidente Lindon Johnson che più stimolo la crescita del welfare state negli Stati Uniti e l’estensione del sistema assistenziale, con finanziamenti federali e provvedimenti mirati alla risoluzione della questione sanitaria ( Medicare e Medicaid, assicurazioni sanitarie per poveri e per anziani finanziate in un sistema misto gestite dagli stati in base al numero di indigenti). Inoltre incrementò il finanziamento e l’estensione temporale dei sussidi di disoccupazione, prendendo delle misure per la risoluzione della questione spinosa dei sobborghi afroamericani con tassi di analfabetizzazione altissimi. Questi provvedimenti erano legati alla sua rielezione per il secondo mandato, in quanto era in corso il conflitto con il Vietnam e nel 1965 venne esteso il diritto di voto alla popolazione afroamericana statunitense. 7

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Uno sguardo storico alla vittoria di Trump (M. Saccardi) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Nel 1976, dopo le presidenze Nixon e Ford segnate dallo scandalo Watergate, il primo uomo del Sud alla Casa Bianca dalla Guerra Civile Jimmy Carter tentò di far approvare un programma assistenziale di aiuti consistenti ai poveri indigenti suddividendoli tra bisognosi di aiuti economici e di lavoro, integrandoli in programmi di lavori statali. Il programma non fu approvato a causa dei gravi problemi di bilancio federale, lo choc petrolifero dopo l’embargo all’Iran e della già alta spesa assistenziale con oltre 3 milioni di famiglie povere. Nel 1980 alla Casa Bianca ci andò Ronald Reagan, che costruì la sua “reaganomics” basata sulle nuove teorie liberiste di Milton Friedman (“state is our enemy”) e su un taglio radicale di tasse e spesa pubblica per stimolare la crescita. La presidenza Reagan fu quella che diede una nuova impronta alla politica economica repubblicana: meno tasse, meno spesa pubblica, taglio ai programmi assistenziali, agevolazioni fiscali a istituti bancari e grandi industrie. La strada di Reagan venne seguita infatti dal presidente George Bush Senjor a partire dal 1988, che riduce l’assistenza medica richiedendo maggiore responsabilità agli stati nella concessione di fondi assistenziali. La presidenza Clinton contribuì a una maggiore assistenza nei confronti delle famiglie indigenti con misure moderate e un fallito progetto di riforma sanitaria portato avanti da Hillary Clinton e il futuro candidato alla presidenza Al Gore. Fu la presidenza Bush Jr che diede il colpo finale all’estensione del welfare state, con riduzioni dei provvedimenti approvati da Johson (in particolare Medicare e Medi- caid) incentivando l’assistenza sanitaria privata rispetto a quella pubblica con l’intenzione di ridurre drasticamente le tasse permettendo a ogni cittadino, nell’immaginario di Bush, di possedere integralmente la propria proprietà garanzia di autonomia e indipendenza. Durante la sua amministrazione vennero favorite le transazioni anche a livello di istituti di istruzione da pubblico a privato. La crisi economica che negli Stati Uniti iniziò a farsi sentire già nel 2006 nel mercato immobiliare e i conflitti in Medio Oriente favorirono la presidenza di Barack Obama. Non entrerò nel merito dei suoi provvedimenti in materia economica, i dati di ripresa di questi ultimi anni parlano al posto mio. Di certo Obama ha compiuto una impresa storica con l’approvazione dell’”Obamacare”, ovvero il Patient Protection and Affondable Act approvato nel marzo del 2012 e in vigore dal 2014. Obbligo di assicurazione sanitaria a tutti i residenti, il governo paga l’assicurazione agli over 65 e indigenti economici, pagamento assicurazione divisa tra lavoratore e imprese. Questa riforma sanitaria ha indubbiamente portato a un aumento delle garanzie e miglioramenti delle condizioni pregresse di salute, ha esteso l’accesso alla medicina diagnostica e preventiva e inserisce i figli fino ai 26 anni nell’assicurazione sanitaria familiare. Pur non obbligando gli stati singoli ad innalzare il reddito per l’accesso al Medicare (l’assistenza sanitaria per indigenti) ha comunque creato un sistema assistenziale federale sanitario per indigenti con questa riforma, aumentando confermato da dati la copertura sanitaria della popolazione statunitense. I repubblicani contestarono la costituzionalità della riforma sanitaria, pur essendo stata presa a modello per la sua creazione la riforma sanitaria di Mitt Romney nel Massachusetts del 2006, sfidante di Obama alle elezioni presidenziali in occasione del suo secondo mandato. In questa forse troppo breve e riduttiva storia della politica interna americana, ho cercato di far notare l’alternanza politica in seguito all’aumento della spesa pubblica federale, con il conseguente aumento della tassazione sia nei confronti dei singoli stati che sulla popolazione. Che questo aumento possa essere dovuto a uno shock come una grande crisi economica (1929-2006) o altri eventi di carattere eccezionale, vi è sempre successivamente una normalizzazione e riduzione della spesa, spesso coincidente con un cambio politico alla Casa Bianca. Un’ottica interessante da cui guardare con sguardo critico i risultati delle ultime elezioni americane, in cui un programma politico tradizionalmente repubblicano e anzi molto simile alla dottrina Reagan come quello di Trump (al di là degli slogan) ha battuto la candidata democratica Hillary Clinton, incapace di cogliere i frutti di otto anni di presidenza Obama e non essendo stata in grado di rinnovare la proposta politica democratica che ha portato alle ultime riforme in campo sociale, economico e sanitario negli Stati Uniti proprio con Barack Obama. I prossimi mesi ci diranno se l’elefante vittorioso smantellerà come successo in passato il sistema assistenziale e ridurrà drasticamente la spesa pubblica per garantire una forte riduzione delle tasse, non sempre indice di ripresa economica. 8 A m u c q p g s c n E r “ c R a n C l o s q c

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 MEN WITHOUT WORK: UN ESERCITO DI INVISIBILI NEGLI STATI UNITI ARTICOLO DI ALEX MARSAGLIA Al degrado della politica americana che traspare ormai in di persone, risulta completamente escluso dal mondo mondovisione con l’ultima campagna elettorale corrisponde del lavoro. un eguale degrado sociale che anche alcuni conservatori come Nicholas Eberstadt non rinunciano a indagare. Anche Ma i dati snocciolati da Eberstadt risultano ancora più questi studiosi sono ormai seriamente preoccupati per la gravi se si verificano le condizioni effettive di impiego pessima piega presa dall’economia americana che, nell’inse- della forza-lavoro maschile, dove emerge un altro guire una crescita economica sempre più difficile e asfittica, esercito, questa volta fatto di working poor. si sta lasciando dietro buona parte della Nazione in quello che viene definito un “esercito di invisibili” confinati Da questi dati sul sistema americano che partono dal nell’inattività. secondo dopoguerra per attraversare i “trenta gloriosi” e arrivare ad oggi non può non emergere la contraddi- zione intrinseca di ogni sistema capitalista: laddove crescita significa crescita dei profitti il lavoro salariato e i salari tendono a ridursi. Il sottoutilizzo delle cosiddette risorse umane e i problemi di mismatch nel mercato del lavoro diventano fattori strutturali in un tale sistema anarchico. Eberstadt nel suo ultimo lavoro Men without work: Ame- Un quadro che inevitabilmente scredita le ricostruzioni rica's Invisible Crisis, indaga la “catastrofe” dettata dal degli anni passati che associavano la crescita economi“collasso del lavoro maschile”. Dati alla mano riporta ca all’incremento continuo della qualità della vita. come il tasso di occupazione (Employment Population Ratio) per i maschi americani nella fascia d’età 25-54 Se la bassa partecipazione al mercato del lavoro e l’auanni sia più basso del minimo storico toccato nel 1940 mento del tempo libero potevano essere inquadrati negli anni seguenti alla Grande Depressione. come conseguenze benefiche della prosperità di mas- sa, dall’analisi di Eberstadt ciò risulta impossibile. Così “nel 2015, il 22% degli americani di sesso maschi- Infatti a una caduta verticale nei redditi da lavoro si le di età compresa tra i 20 e i 65 anni non risultava accompagna un sistematico aumento dell’età di ritiro occupata e il tasso di occupazione per questo dal lavoro. E gli Stati Uniti non fanno che guidare la segmento della popolazione era del 12,5% inferiore a classifica dei paesi occidentali con minor partecipazio- quello del 1948”. Insomma, ad oggi negli Stati Uniti ne al mercato del lavoro, mettendosi alle spalle anche circa 1/4 della forza lavoro maschile, circa 10 milioni paesi stigmatizzati come la Grecia. 9

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Men without work: un esercito di invisibili negli Stati Uniti (A. Marsaglia) www.ilbecco.it - Novembre 2016 molti dispositivi edonici a basso prezzo che il mercato offre. Il ‘vuoto’ si riempie di nulla” (http://tempofertile.blogspot.it/2016/09/lawrencesummers-uomini-senza-lavoro.html). L’associazione tra criminalità ed esclusione dal mercato del lavoro si rivela poi sempre più stretta. La risposta politica a tale problema sociale diventa estremamente repressiva, con la costruzione di un gigantesco sistema carcerario che comprende un Ovviamente la scelta dell’autore di concentrarsi sulla quarto della popolazione carceraria mondiale. forza-lavoro maschile è ponderata e rivolta a mettere in risalto l’effetto sostituzione avvenuto sotto la pressio- Il numero di persone passate per il sistema giudiziario ne dell’innovazione tecnologica con lo sviluppo di americano, in vorticoso aumento dai 16 milioni del tecnologie “labor saving” e della globalizzazione. 2004, ai 20 milioni del 2010, fino ai 23 milioni del Inoltre, nell’ottica di lungo periodo adottata da 2016, conferma l’essenza di una crisi economica diveEberstadt si tiene conto anche dell’ingresso del lavoro nuta una vera e propria crisi sociale che mina alla base femminile nel mercato, non mancando però di sottoli- le stesse condizioni di coesistenza civile fino ad oggi neare come anche questo segmento sia ormai entrato conosciute. in piena fase di stallo da parecchi anni (almeno dagli anni Novanta). Spostando il focus sul tempo di permanenza nella condizione di inattività risulta un incremento notevole nell’ultimo ventennio. Infatti, se nel 1994 i giovani che risultavano esclusi dal mercato del lavoro per tutto l’anno erano il 50%, nel 2014 tale tasso ammontava al 68%. Per quanto riguarda invece l’utilizzo del tempo libero, i cosiddetti Neet, restano invischiati per lo più nell’alternanza tra lavoro sociale e fuga dal mondo reale. Laddove gli “scoraggiati” arrivano ormai a superare i disoccupati, l’arrendevolezza diventa una trappola che pregiudica la vita. Ecco quindi subentrare la fuga dal reale e l’aumento del tempo dedicato a svaghi passivi e la diminuzione del tempo in cui si è socialmente attivi. Un blog attento a queste tematiche che, non a caso, parla del lavoro di Eberstadt così descrive questi fenomeni: “Si potrebbe ipotizzare che l’assenza di ruolo e dell’inserimento sociale che questo comporta ‘cattura’ la mente, disattivandola, e induce alla fuga compensativa nei 10 … m d u q q t U P C l n F u n s b s I n l d d v s p p p U d I r c t p c v n m a n S i

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 E SE TRUMP FINISSE TRUMPATO? ARTICOLO DI ALEX MARSAGLIA … e se, … e se Trump alla fine mancasse l’obiettivo della presidenza!? Si lo so è fantapolitica, un’ipotesi incredibile, ma non per questo impossibile. Il copione di questa storia è già scritto e porta il titolo di Costituzione degli Stati Uniti d’America. Procediamo con ordine. Come è noto ai lettori de Il Becco l’elezione del presidente degli S.U. non è diretta, a differenza di Francia e Russia, ma demandata a un collegio di grandi elettori nominati dai cittadini dei diversi Stati sulla base di leggi e procedure stabilite in via esclusiva a livello statale. I grandi elettori di ogni Stato si riuniranno il 19 dicembre (primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre, secondo una legge del 1934) nella capitale del rispettivo Stato e voteranno a scrutinio segreto su due schede distinte, una per il presidente l’altra per il vicepresidente, e invieranno al presidente del Senato degli Stati Uniti in plico sigillato il verbale delle operazioni. Il 6 gennaio successivo si procederà all’apertura dei plichi inviati da ciascun Stato e al conteggio dei voti e saranno proclamati eletti presidente e vicepresidente coloro che otterranno la maggioranza dei voti, la mitica soglia di 270 voti. Se nessun candidato otterrà tale maggioranza l’elezione sarà affidata alla Camera dei Rappresentanti, nella quale i voti si conteranno per Stato e non per testa (per intenderci la California con 39 mi- lioni di abitanti conterà per un voto come il Vermont che ne ha 625 mila), in questo caso la scelta dovrà cadere su uno dei tre candidati più votati, più votati dai grandi elettori e non dal voto popolare. Nella storia ciò è accaduto nel 1824 quando John Quincy Adams fu preferito a Andrew Jackson, nonostante quest’ultimo fosse arrivato in testa nel voto popolare e nell’attribuzione dei grandi elettori, tuttavia non sufficienti a garantirne l’elezione. Se poi nella Camera dei Rappresentanti si verificasse uno stallo, come più volte è accaduto da noi per l’elezione del Presidente della Repubblica, e non si raggiungesse l’elezione entro il 4 marzo, il vicepresidente eventualmente eletto diventa presidente. Si tratta di una procedura macchinosa quanto quella per l’elezione del Doge a Venezia, ma volutamente prevista per “moderare” eventuali scelte radicali del voto popolare. Partendo dalla premessa che Trump deve guardarsi più dalle manovre dei prominent (che si può tradurre con notabili) repubblicani che dai soprassalti dei democratici, ancora rintronati dall’inaspettata sconfitta, si potrebbe determinare una sorta di “colpo di stato” ampiamente “rispettoso” della Costituzione degli Stati Uniti. Poniamo che il prossimo 19 dicembre 2016 circa quaranta grandi elettori repubblicani facciano mancare il loro voto a Donald Trump, magari esprimendo la propria preferenza per Mike Pence (il candidato repubblicano alla vicepresidenza), facendogli così mancare i 270 voti elettorali necessari per l’elezione. Nel 1960, 12 grandi elettori democratici, ai quali si aggiunse un repubblicano, votarono per un senatore segregazionista del sud (neanche candidato alle elezioni) anziché per John Kennedy, allora la cosa fu senza conseguenze, ma ciò non vuol dire che non possa averne ora o nel futuro. Va ricordato a questo proposito che i grandi elettori rispondono generalmente al partito, anzi al partito di quel particolare Stato, non al candidato, e anche se 26 Stati (più il Distretto di Columbia) prevedono sanzioni per i grandi elettori “infedeli”, solo tre Stati (North e South Carolina e Michigan) prevedono l’annullamento e la ripetizione del voto dopo la sostituzione dei grandi elettori, negli altri vi è una semplice multa o l’arresto, sanzioni fra l’altro di difficile applicazione data la segretezza del voto, infine 24 Stati – per un totale di 280 grandi elettori (105 democratici e 175 repubblicani) – non prevedono alcun vincolo di mandato. Nel caso in cui Trump non raggiunga la maggioranza, Clinton ottenga i suoi e Mike Pence riceva i voti mancanti a Trump, la Camera dei rappresentanti dovrà scegliere fra questi tre, in una situazione nella quale i repubblicani hanno il completo controllo dei voti espressi per Stato (31 più 1 probabile, contro 17 dei democratici e 1 situazione di pareggio) e potrebbero quindi far convergere i loro voti su Pence. 11

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E se Trump finisse trumpato? (F. Draghi) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Un’ipotesi alternativa potrebbe essere anche quella di altro candidato. disperdere 40/50 voti ed eleggere regolarmente il vicepresidente, in questo caso basterebbe tirarla in Mike Pence però rappresenta questi settori meglio di lungo fino al 4 marzo, ad esempio facendo manca il Donald Trump, un uomo che ha dichiarato: “sono un numero legale dei due terzi, nel qual caso Mike cristiano, un conservatore e un repubblicano, in Pence sarebbe automaticamente presidente. quest'ordine”, che è contro l’aborto, che è un creazionista, che sul terreno fiscale e sociale ha Questa ipotesi, troppo “italiana”, contrasterebbe però posizioni più a destra di Trump, che non esiterebbe a con l’obiettivo di mantenersi nei limiti della praticare una politica di confronto duro con Russia e Costituzione ed evitare un pericoloso vuoto di potere. Cina, che demolirebbe l’Obamacare dalle radici, e Ma i democratici che farebbero? Nulla a mio avviso! che soprattutto non si porta dietro il bagaglio In primo luogo perché impegnati a leccarsi le ferite, politically incorrect del magnate di New York. in secondo luogo perché impotenti alla Camera dei Insomma un conservatore tradizionale e non un Rappresentanti dati i numeri, in terza istanza perché populista. tramuterebbero una sonora sconfitta in un pareggio. Questa ipotesi naturalmente è solo la trama di un film Ma gli elettori americani che farebbero? I che prima o poi vedrete sarà sicuramente realizzato, conservatori, i cristiani rinati, la NRA (National Rifle nel qual caso Il Becco potrebbe chiedere i diritti Association), il Tea Party, i superamericani, non d’autore, ma se tutto ciò si realizzasse potrebbe scenderebbero in piazza? Forse si con l’elezione di concorrere al premio Pulitzer. 12 Q l q m d s s d l s a d p p d e i c e c e i c p g C S l r t s a f u p r R O s c n u a

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 ELEZIONI USA: DECLINO O STALLO A CURA DELLA RUBRICA REDAZIONALE A DIECI MANI (O MEGLIO, QUESTA VOLTA, 8) Quando ci si riferisce agli Stati Uniti lo si fa spesso in termini altisonanti quali “la più longeva democrazia del mondo”, la quale troverebbe le ragioni della sua sopravvivenza proprio nella sua capacità di autorigenerarsi spontaneamente con la sola forza della dialettica. Questa narrazione si scontra con tutte le analisi di coloro che hanno intravisto una decadenza dell’Impero americano che, come ogni altro impero del passato, è destinato a fare il proprio tempo, lasciando spazio a nuove potenze. Le ultime elezioni presidenziali del post-Obama sono un esempio della difficoltà di questo impero nell’esercitare le proprie capacità di autorigenerazione. La crisi economica e sociale ininterrotta, riducendo all’osso i margini di scelta elettorale, ha messo in crisi intellettuale anche il fior fiore della cultura antagonista. Gli esempi portati da un Noam Chomsky adeguatosi al voto per Hillary Rodham Clinton come voto antifascista e di Slavoj Žižek che in una delle sue celebri giravolte postmoderniste è riuscito ad appoggiare Trump, potrebbero essere sintomatici di uno stallo nel pensiero occidentale che, anche nei suoi elementi più radicali, fatica a metabolizzare l’idea di un’effettiva lacuna democratica nel paese che continua a costituire il riferimento culturale imprescindibile. ROBERTO CAPIZZI Occorreranno anni ed importanti studi sui flussi elettorali per capire cosa è avvenuto negli Stati Uniti non soltanto martedì sera ma negli ultimi anni. Un primo dato che appare evidente a chi vive in Italia e dall'Italia ha seguito questa campagna elettorale è la sconfitta di quei settori più liberomercatisti che avevano appoggiato il Partito Democratico (nella versione moderatissima della Clinton e non in quella, di sinistra ma nemmeno eccessivamente, di Sanders) e che erano stati esaltati oltre ogni misura e decenza dai media internazionali. A vincere è stata invece la chiusura rappresentata da Trump (anche se sarà da vedere quanto poi realmente verrà portata avanti) ai grandi accordi internazionali ed in primo luogo al TPP (che pure nasce in funzione anticinese, vera ossessione del neopresidente repubblicano). L'altro aspetto sul quale sarà interessante vedere se alle parole, piuttosto decise, di Trump, seguiranno i fatti è rappresentato dalla politica estera. La speranza per chi è amante della pace e del multipolarismo è che il biondissimo miliardario sessista sia conseguente con quanto ha lungamente affermato e investa meno nella NATO (politicamente ed economicamente) cercando un modus vivendi più rispettoso nei confronti in primo luogo della Russia e del mondo arabo. Chi ha in questi mesi auspicato, a sinistra, la vittoria della Clinton non ha infatti tenuto conto della politica estera guerrafondaia, grondante letteralmente sangue, portata avanti dai democratici e dalla stessa Killary in prima persona. Poco da dire invece sulla politica economica interna: sarà un massacro. Le tiepidissime riforme obamiane sulla sanità ed ogni altro investimento sul welfare sembrano avere un destino già segnato: chissà cosa penseranno tra qualche mese i tanti bianchi impoveriti che hanno votato Trump. ALEX MARSAGLIA Tra i tanti commenti quello indubbiamente più contraddittorio è proprio quello più assolutorio verso il sistema imperialista democratico, il cui nucleo, anche se in piena decadenza, continua ad essere rappresentato dagli Stati Uniti d’America. In fondo, la vittoria di Donald Trump sarebbe la vittoria della democrazia americana, in cui il popolo ha potuto votare con la pancia per il candidato che più lo rappresenta. Nulla di più convincente, ma nulla di più falso. Gli Stati Uniti continuano ad essere l’oligarchia industriale e finanziaria che ha scritto il Federalist e ne ha vergato la Costituzione, legittimando schiavismo e altre oscenità. Il popolo c’entra solo in funzione di sostegno strumentale a tali interessi ed è per questo che il progetto di rilancio economico-sociale di Trump è nato morto. Il tycoon, nemmeno cavalcando un neoprotezionismo in alleanza con la Gran Bretagna (altro impero, ormai decaduto da un pezzo), può pensare di interrompere la divisione internazionale del lavoro e invertire il ciclo che vede inesorabilmente deindustrializzarsi i paesi occidentali. 13

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Elezioni USA: declino o stallo? (A Dieci Mani) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Purtroppo, l’unica alternativa per l’impero decadente continua ad essere l’aggressività militare e c’è da scommetterci che il neoisolazionismo trumpiano vacillerà non poco, a partire dall’America Latina già in piena fase di normalizzazione imperialista e dal Medio Oriente dove il conflitto inevitabilmente si focalizzerà contro la rivoluzione khomeinista. Infine, si apre un’incognita non da poco: con la normalizzazione dei rapporti russoamericani e l’inasprirsi dello scontro economico diretto con la Cina, l’Europa diventerà un’appendice superflua dell’imperialismo americano altamente instabile. C’è da scommetterci che il nuovo vento dei populismi, che con Trump, e per lo meno in Occidente, hanno chiaramente un’impronta di destra, soffierà in Europa sfruttando al meglio il profondo malessere sociale generato dalla crisi per imporsi definitivamente nella fase declinante della democrazia. La vera incognita deriva dall’analisi degli imperialismi, poiché se a partorire il nazismo sono stati i nazionalismi di nazioni arretrate e inesorabilmente indietro nella corsa all’accaparramento delle risorse, oggi è l’UE ad essere il vero imperialismo in difficoltà e dunque pericoloso. Come durante la Seconda Guerra mondiale l’imperialismo sta mutando faccia, ma sono i subimperialismi che mostreranno la vera brutalità del sistema capitalista. In questo senso occorrerà monitorare attentamente gli sviluppi della Nato, o di ciò che potrebbe sostituirla nella militarizzazione europea che c’è da scommetterci aumenterà. DMITRIJ PALAGI Forse nel mutamento dell'uomo all'interno della società occidentale si può ascrivere la percezione di sé come spettatore giudicante, anziché soggetto agente nella storia. La sconfitta di Hillary Clinton riempie di gioia chi prova avversione verso il suo operato nei decenni precedenti (e nel recente passato). In politica estera per noi sarà meglio, sostiene in media l'europeo "comune". In realtà il rischio di accelerazione della militarizzazione nel vecchio continente pare assumere maggiore consistenza (secondo il principio per cui ogni membro della Nato 14 dovrebbe investire il 2% del PIL in spese militari). Cosa accadrà dopo il 20 gennaio è da vedersi, ma stupisce con quanta leggerezza i bianchi, cristiani (credenti o meno), eterosessuali, acculturati, informati, commentino le elezioni degli USA, quasi godendo del fatto che parte dell'elettorato democratico (progressista, popolare) sia rimasto a casa, assuefatto dalle descrizioni tragicomiche di un personaggio come Trump. Fiumi di inchiostro si sono posati sulle pagine dando forma alla parola "populismo". Comprenderebbe Sanders e Trump, la Brexit, Syriza, Podemos e tutto ciò che non è conforme alla narrazione del sistema mediatico, alla realtà per come ci viene descritta dalle principale testate giornalistiche. Il "populismo" non esiste a prescindere, o almeno è quanto cercherò di argomentare nel futuro sulle pagine del Becco: non c'è nessuna vendetta contro l'ottimismo della globalizzazione degli anni '90. C'è una sconfitta del movimento a cui ci opponevamo nel 2001 (sotto l'etichetta mediatica di no-global)? Certo, ma si registra dopo la "nostra" sconfitta. La dottrina di Reagan è stata sconfitta da destra, così come Berlusconi è caduto per aprire la strada alle politiche del governo Monti. Il sistema perde, ma rimane l'unico sistema: tenterà di ripensarsi nuovamente, facilitato dall'assenza di alternative. Una soluzione di sinistra? Provare a pensare che non c'è da votare in un reality, quindi non importa giudicare in modo univoco, ma è necessario operare, per quanto ci è possibile, per il mutamento dello stato di cose presenti. ALESSANDRO ZABBAN Difficile ancora stimare l'entità della frattura che la vittoria di Trump ha prodotto sulla scena politica mondiale. Ci si avvia verso una trasformazione epocale, verso una società post-liberale segnata da un rigetto da destra della globalizzazione selvaggia e da un rifiuto delle elite economico-finanziarie, oppure stiamo assistendo a un clownesco fuoco di paglia, destinato a spegnersi in breve tempo? Si sta aprendo realmente una faglia nel sistema o siamo destinati a vivere per sempre la "fine della storia"? Quel che è certo è che Trump incarna alla perfezione il rifiuto e la voglia di rivalsa di tutte quelle fasce sociali lasciate indietro e impoverite da oltre trenta anni di politiche neoliberiste. E che non hanno trovato nella sinistra un possibile antidoto al depauperamento economico e sociale né alla vertiginosa crescita globale delle disuguaglianze. Ma d'altronde come avrebbero potuto trovarlo? Le poche misure di Obama per cercare di contenere i tagli al welfare e di salvare quel poco che resta del tessuto produttivo statunitense, si scontrano con la dura realtà dei dati economici che parlano di una devastante diminuzione dei salari e una crescita esponenziale delle diseguaglianze, facendo degli Stati Uniti uno dei paesi in cui il ceto medio si è maggiormente impoverito dalla crisi del 2007 a oggi. Nel corso degli otto anni di mandato dell'ex Presidente insomma, gli unici a beneficiare della crescita in termini di PIL sono stati solo i più ricchi. Non solo bastonate, ma anche derise da una sinistra da salotto snob e boriosa, per aver votato l'unico candidato che abbia parlato espressamente dei loro problemi, le classi subalterne bianche hanno scelto di affidarsi a Trump compiendo così una scelta elettorale di protesta, ma razionale e comprensibile. Scelta fatta senza oltretutto l'avvallo di quello straordinario creatore di opinioni fittizie che è (era?) il sistema mass-mediatico, quasi tutto schierato a favore di Hillary Clinton. Proprio quest'ultima ha fallito, non certo per la stupidità degli elettori, ma per non essere riuscita a mobilitare il voto delle minoranze etniche. Ma con quale entusiasmo un nero e un ispanico, relegati molto spesso alla base della piramide sociale, andrebbero a votare un candidato molto più vicino agli interessi di Wall Street che non a quelli delle classi subalterne? L'elezione di Trump non promette nulla di buono, nemmeno per quell'ampio segmento della working class che l'ha votato, ma puntare il dito contro le masse impoverite, ridotte a plebi incapaci di scrivere il loro destino e farsi protagoniste di un processo storico di cambiamento, non è solo un errore strategico o di analisi, bensì è un crimine ideologico tout court.

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"E' la liberta' che guida il popolo" AVVIS0 N0VEMBRE 2016 Car@ amic@ e compagn@, ci scusiamo per un lungo silenzio in questo 2016. Abbiamo avuto degli imprevisti, dei cambiamenti e ci stiamo riorganizzando in queste settimane (come si può vedere anche dal nostro sito, rimasto quotidianamente aggiornato). Entro la fine di dicembre riceverai almeno altri 5 numeri, per un totale di 10 supplementi cartacei. A chi aveva versato almeno 30 euro per questo anno invieremo regolarmente anche tutte le pubblicazioni del 2017 (che avranno una nuova grafica e una cadenza regolare). Sono molte le novità su cui stiamo lavorando e su www.ilbecco.it terremo tutti puntualmente aggiornati. Su http://www.ilbecco.it/la-rivista.html troverai tutti i PDF dei supplementi cartacei che dovresti aver ricevuto. Contattaci per qualsiasi disguido e grazie per la pazienza, la Redazione www.ilbecco.it info@ilbecco.it @IlBecco Il Becco 377 4277171 I SMS, WhatsApp o Telegram 15

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