Anno 3 - Numero 06

 

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Di trattati internazionali e democrazia (2016, 6)

Popular Pages


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Anno III (2016) - n° 6 Di trattati internazionali e democrazia Articoli di Tommaso Nencioni, Matteo Bortolon, Andrea Montagni e della rubrica redazionale A Dieci Mani

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Editoriale Il Becco - Novembre 2016 (1) allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 22 novembre 2016 Indice L r d g i d c I n v n a C p f a n d t I d s q c g l d p c e s a s N p s r n s l

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 Questione tedesca e questione nazionale in Europa ARTICOLO DI TOMMASO NENCIONI, STORICO E TRA I PROMOTORI DI WWW.SENSO-COMUNE.IT La piena maturazione della crisi sta travolgendo l’intero impianto retorico che era stato costruito a sostegno della globalizzazione e delle sue magnifiche sorti e progressive. Tra i pilastri che sorreggevano quella impalcatura narrativa, un ruolo portante era rivestito dalla riflessione sull’obsolescenza dello Stato-nazione come spazio dell’agire politico. Il pensiero progressista europeo, in tutte le sue varianti, non si è soltanto limitato ad accettare supinamente la versione dei fatti propagandata in materia dal senso comune globalizzante, ma si è spinto più in là rispetto ad ogni altra famiglia ideologica nel rivendicarne la cogenza. Che poi una parte della sinistra ne abbia tratto pretesto per una ritirata strategica dalle (rimpiante) posizioni di forza conquistate nei “trenta gloriosi”, mentre un’altra abbia coltivato l’illusione che si aprissero spazi per nuove conquiste, poco importa ai fini del nostro discorso. Sempre di un’illusione prospettica si è trattato. Il ripensamento che oggi si impone non deriva tanto dallo spaesamento di chi non sa più individuare uno spazio democratico di azione politica e si rivolge quindi alle certezze del passato, ma dalla presa d’atto che mentre le forze progressiste abbandonavano l’arena nazionale in favore di formule cosmopolitiche poi naufragate nell’impoliticità, le oligarchie facevano eccome (incontrastate) leva sullo Stato-nazione come agente privilegiato della restaurazione neoliberale. savoiardo quanto quello garibaldino; tanto Mussolini quanto Gramsci; tanto Hitler quanto Dimitrov; tanto Allende quanto Pinochet; tanto Nixon quanto Ho Chi Minh: ogni grande costruzione politica contemporanea si è sostanziata in una visione dello Stato-nazione, in maniera talmente escludente l’un l’altra da rendere impossibile una tassonomia comune. E del resto le vie divergenti che avrebbe potuto prendere la costruzione statual-nazionale le si possono intravedere in nuce, ed in rapida successione, nel corso di quello straordinario laboratorio politico che fu la Rivoluzione francese, nel corso della quale il processo storico subì un’accelerazione tale per cui nello spazio ristretto di pochi anni ogni snodo storico avvenire fu esperito, assimilato ed espulso dal novero del possibile, salvo poi ripresentarsi in forme ampliate per l’intero corso della contemporaneità. Pare piuttosto il caso di porsi alcune domande su come si presenta la questione nazionale nell’Europa di oggi. Qual è stato l’uso che le élites neoliberali hanno fatto delle leve offerte dallo Stato-nazione? Come poter utilizzare lo Stato-nazione per rovesciare il senso delle politiche oligarchiche varate nel corso dell’ultimo trentennio? Non è questo lo spazio per una rassegna sulla storia del controverso rapporto tra spazio nazionale ed emancipazione sociale, tra Stato e popolo. Tanto il progetto 3

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Questione tedesca e questione nazionale in Europa (T. Nencioni) www.ilbecco.it - Novembre 2016 *** Al di là di ogni retorica, la costruzione dell’Europa reale si è risolta in un impianto gerarchico formato da Stati metropolitani e spazi economici subordinati. Al vertice della piramide sta lo Stato-nazione tedesco, che si è avvalso della sua egemonia nel processo di integrazione europea per subordinare al proprio il resto degli apparati produttivi continentali, in uno schema a cerchi concentrici. Il primo cerchio è rappresentato dallo spazio della exDDR, “annesso” in via subordinata con la riunificazione. Il secondo cerchio è rappresentato dallo spazio est-europeo, inteso come vasto spazio per la produzione di prodotti semilavorati da fare poi assemblare nella metropoli, approfittando del regime di bassa tassazione e di basso costo della manodopera imperante nelle economie post-sovietiche. Il terzo cerchio è quello mediterraneo, le basi della cui subordinazione agli interessi della produzione tedesca sono state gettate fin dagli anni Novanta del XX secolo, ma che con la crisi del 2008 e soprattutto con le risposte che le sono state date ha accelerato quel processo di subordinazione attraverso la distruzione di imprese concorrenti, l’imposizione dello smantellamento di un apparato pubblico spesso efficiente e innovativo (è il caso dell’Italia), l’apertura delle imprese privatizzate al capitale metropolitano. A quale logiche ha corrisposto questo processo di integrazione tutt’altro che “orizzontale”, ed anzi profondamente gerarchico, imperniato sull’egemonia tedesca e sulle esigenze del capitale (e della rendita finanziaria) tedeschi, portato avanti con determinazione dai gruppi dirigenti dello Stato-nazione tedesco nella totale cecità delle tecnocrazie al potere nei paesi periferici? David Harvey nei suoi lavori ha sottoposto a critica il concetto di globalizzazione, o, per meglio dire, ne ha negato il carattere di novità assoluta. Secondo Harvey il processo di accumulazione, giunto ad un punto di saturazione, ha bisogno ciclicamente di essere re-innescato da capo. Ha bisogno cioè che vengano ricreate le condizioni che hanno reso possibile l’accumulazione originaria. Ma proprio per la ciclicità con cui queste condizioni vengono ricercate, esse perdono la propria condizione di “originarietà”, per divenire una modalità fissa di riproduzione del capitale cui Harvey dà il nome di “accumulazione per espropriazione”. I capisaldi dell’accumulazione originaria che l’accumulazione per espropriazione tende a ricreare – su una sfera sempre più allargata – per quello che qui ci interessa sono principalmente tre: la privatizzazione (delle terre, nell’accumulazione originaria; di una serie di servizi comuni che nel corso della stagione precedente erano stati sottratti alla sfera del mercato, nella fase attuale); la conseguente riduzione al rango di merce di una serie di prodotti, servizi e attività umane non considerate usualmente come tali; l’espulsione dalle campagne (inglesi nell’accumulazione originaria; del sud globale nella fase attuale, o anche da apparati produttivi non agricoli ma comunque considerati obsoleti) di manodopera che viene a costituire il marxiano “esercito industriale di riserva”. Questo processo non avviene spontaneamente, ma mediante pratiche in larga parte coercitive. L’attore politico principale che innesca il processo è lo Statonazione. 4

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Questione tedesca e questione nazionale in Europa (T. Nencioni) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Risulta ora evidente come l’intero impianto della restaurazione neoliberista possa essere ricondotto ad una operazione di “accumulazione per espropriazione su scala globale”. E come a livello regionale il processo di costruzione dell’Europa gerarchica abbia riprodotto le dinamiche che dalla metà degli anni Settanta avevano avviato il processo in aree periferiche del globo. Anche perché, nota Harvey, una delle armi privilegiate per piegare le popolazioni alle esigenze della accumulazione per espropriazione è il debito, o meglio il suo uso politico da parte dei creditori. *** Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nacquero, nell’ambito degli accordi di Bretton Woods del 1944, come organismi al servizio della stabilità della finanza e del commercio internazionale in età di embedded liberalism, di controllo nazionale sui flussi finanziari e di crescita coordinata di salari e profitti. L’egemonia keynesiana nelle due organizzazioni fu salda fin dalle origini, e la loro funzione stabilizzatrice nel corso dei “trenta gloriosi” è universalmente riconosciuta. Ma a seguito della crisi del ’73 e della svolta neoliberale il loro ruolo comincia ad essere percepito, specialmente negli Stati Uniti, come superfluo, se non fastidioso. Tant’è che tra i punti del programma elettorale che portò Ronald Reagan alla Casa Bianca figurava anche l’uscita degli Stati Uniti dal FMI. Ma improvvisamente, una volta insediatosi, lo stesso Reagan operò un completo voltafaccia. Cosa era successo? prodotte da economie in pieno boom. Allo stesso tempo, i governi dei Paesi da poco usciti dai processi di decolonizzazione avevano un disperato bisogno di liquidità, per rimettere in moto la produzione dopo anni di guerre devastatrici e di rapina delle risorse: le élites post-coloniali dovevano mantenere fede agli impegni presi con i propri popoli, che avevano sostenuto lo sforzo immenso delle lotte di liberazione. I grandi gruppi bancari trovarono quindi nei nuovi Stati una vasta platea di “clienti” per la massa monetaria che avevano accumulato. Anche perché, come sostenne Walter Wriston, allora alla testa di Citibank, “i governi non possono trasferirsi o scomparire”. In questo panorama va inserita la giravolta da parte della presidenza Reagan. Lo shock monetarista imposto dal governatore della FED Paul Volcker, con un improvviso e massiccio aumento dei tassi di interesse, portò all’insolvibilità dei paesi del Terzo Mondo che avevano contratto i prestiti in dollari con le grandi banche. Fu a quel punto che si stipulò l’alleanza di ferro tra il tesoro USA, la BM e il FMI: furono promossi prestiti da parte delle istituzioni finanziarie di Bretton Woods, a patto che i Paesi indebitati varassero pacchetti di “riforme” in senso neo-liberista. Lo schema si è ripetuto da allora per il Messico ed il Cile (1982), per l’Argentina alla fine degli anni Ottanta, per la Russia e le “tigri asiatiche” ed ancora il Messico a metà anni Novanta, e di nuovo per l’Argentina sulla fine di quel decennio. Con l’embargo petrolifero imposto dai Paesi arabi nel ’73, ed i prezzi del greggio alle stelle, le finanze degli Stati del Golfo persico erano state invase da una massa enorme di liquidità. I “petrodollari” così accumulati iniziarono ad affluire – non è ancor chiaro se spontaneamente o a seguito di pressioni non solo politiche – nelle casse delle grandi banche statunitensi. Tutto questo avveniva in un periodo di raffreddamento degli investimenti industriali in tutto l’Occidente, dovuto alle grandi conquiste ottenute dalle lotte del movimento operaio, agli alti prezzi dell’energia e all’elevata concorrenzialità delle merci 5

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Come ha osservato David Harvey, “la restaurazione del potere dell’élite economica, negli Stati Uniti ed in altri paesi a capitalismo avanzato si è basata soprattutto sui surplus prelevati dal resto ed mondo attraverso i flussi internazionali e le pratiche di aggiustamento strutturale”. Questione tedesca e questione nazionale in Europa (T. Nencioni) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Con la crisi del 2008, fatta salva la diversa origine dell’esplosione del debito – non dovuto ad una rivalutazione della moneta di riserva, ma alla necessità di utilizzare denaro pubblico per la salvaguardia delle istituzioni private di credito (passo necessario, ma compiuto senza nessuna garanzia di controllo pubblico in cambio) – si è assistito, sulle medesime basi, alla stipula della nuova alleanza, questa volta su scala regionale, tra istituzioni finanziare internazionali e tesoro tedesco. *** La base materiale sulla quale tornare a porre la questione nazionale non è tanto – o non è solo, o non è in questo momento – l’uscita dall’euro, quanto l’uscita dalla trappola debitoria. Una grande conferenza sul debito non sarà mai concessa dalle istituzioni finanziarie internazionali o dal tesoro tedesco, unite nella santa alleanza finalizzata al rafforzamento dei centri metropolitani dell’accumulazione. Deve essere una scommessa di governi nazionali conquistati dalle forze progressiste ed animati da una forte carica di solidarietà internazionalista. Ulteriori incombenze spingono le forze democratiche ad una riappropriazione – ed al contemporaneo rinnovamento - dello spazio nazionale come arena dello scontro politico: la necessità di sottrarre la democrazia al ricatto dei mercati finanziari; di integrare i migranti in uno spazio attivo di cittadinanza ed in un complesso articolato di rispondenza tra democrazie e conflitto; last but not least, di contendere ad una destra agguerritissima lo spazio retorico e simbolico attorno all’idea di Patria. Ma per fare questo è urgente la presa d’atto del terreno su cui si muove l’avversario, che è quello dello Stato-nazione come leva principale della grande espropriazione, alla quale non ci si può opporre efficacemente se non si hanno ben presenti le modalità con le quali si gioca la partita. 6 “ s d m L m W s a r t N a o a a È m r c n m i c b L ( T m u r m s S s n

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 TRATTATI FREE-MARKET: crepuscolo della sovranità costituzionale? ARTICOLO DI MATTEO BORTOLON, STOP TTIP FIRENZE “L'ultima truffa che non sembra essere niente di più che una cessione di sovranità nazionale alle società multinazionali”. La sferzante definizione della parlamentare statunitense Elisabeth Warren nel suo editoriale del Washington Post1 è adeguata non solo all'oggetto dell'articolo, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) ma a tutti gli accordi simili. Non ha riscosso particolare attenzione nei media la firma il 30 ottobre scorso del CETA, un accordo che lega l'Unione europea al Canada. È solo l'ultimo esempio di come simili trattati vengono negoziati al riparo dagli indiscreti sguardi dei cittadini. Come sicari che strisciano nell'ombra senza rivelarsi nel momento in cui la vittima deve subire il colpo, si potremme dire. Ma cos'è successo esattamente ad ottobre? Le negoziazioni per il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) iniziarono a maggio 2009. Nel 2014 si giunse ad un testo condiviso che doveva essere approvato da tutti i governi dei membri UE oltre che dal Canada stesso. Sebbene tutti i governi europei fossero concordi, l'esecutivo belga non poteva firmarlo senza avere 1 2 l'avallo dei parlamenti delle tre comunità in cui è articolato il suo assetto federale. Quello della Vallonia intendeva respingerlo, e pareva proprio che l'approvazione saltasse; invece sotto le forti pressioni di governi e Commissione è stato trovato un compromesso, slittando solo di qualche giorno. Adesso dovrà essere ratificato da tutte le assemblee legislative nazionali oltre che dall'europarlamento. Esistono numerosissimi free trade agreements (“accordi di libero mercato”) nel mondo. Nonostante coinvolgano Stati e nazioni diversissime (di tutti i continenti) possiedono alcuni caratteri pienamente riconoscibili e costanti: - sono documenti legali tecnici e molto difficili da capire, lunghissimi e con un gergo legale involuto; - impianto giuridico legato al diritto commerciale di marca anglosassone, facenti riferimenti ai testi base dell'Organizzazione Mondiale del Commercio; - fisolofia liberista, tesa ad incrementare il commercio e gli scambi come motori di progresso e benessere; - inclusione negli impegni di abbassare il ruolo dello Stato, tanto in merito ai dazi di dogana che nelle sue funzioni regolative (chiamate “barriere non tariffarie”), fino ad includere il vastissimo settore dei servizi; - negoziati lunghi e opachi, portati avanti dai governi ma molto aperti alle aziende e ai lobbisti; - meccanismi di risoluzione delle controversie con prerogative capaci di subordinare i Parlamenti sovrani. I primi due grandi esempi fondanti di questo tipo di accordi sono il NAFTA (fra USA, Canada e Messico) e il WTO (Organizzazione mondiale del Commercio); quest'ultima, di ampiezza planetaria, ha visto inserire nelle sue competenze accanti alle merci i servizi, norme regolamentari e proprietà intellettuale, trasformando delle negoziazioni anonimamente tecniche in questioni politiche cruciali capaci di infiammare le piazze2. È un passaggio fondamentale da una regolamentazione di qualcosa che già di per sé è merce (manufatti, oggettistica, ecc.) a una selva di settori che prima non era trattata in quanto tale. Per esempio secondo uno dei testi basi dell'Organizzazione mondiale del Commercio, il termine «servizi» comprende qualunque servizio fornito in qualsivoglia settore, eccezione fatta per i servizi forniti nell’esercizio dei poteri governativi; l’espressione «un servizio fornito nell’esercizio dei poteri governativi» indica un servizio che non viene fornito su base commerciale, né in concorrenza con uno o più fornitori di servizi (GATS art. 1). 7

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Trattati free market: crepuscolo della sovranità nazionale? (M. Bortolon) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Nonostante le ottimistiche previsioni di crescita economica, benessere, posti di lavoro ecc. pressoché dovunque si verifichi l'impatto effettuale di tali trattati si può verificare: - crescita del PIL e degli scambi inferiore alle aspettative; perdita di posti di lavoro, deindustrializzazione; - peggioramento delle condizioni di lavoro, deterioramento dell'ambiente e della salute pubblica; - privatizzazioni di massa. C'è qualcosa che distingue gli accordi di libero mercato dalle altre forme di neoliberismo indotte da una egemonia corporativa della società come negli USA di Reagan o simili: il suo agire svuotando la democrazia dall'interno, precisamente nei meccanismi della sovranità democratico-costituzionale. Con questi trattati gli Stati - o meglio i governi – si vincolano al rispetto di impegni che di fatto limitano le scelte dei partiti che in teoria, vincendo le elezioni, potrebbero avere una agenda differente. Non a caso a metà anni Novanta si inizia a parlare di pensiero unico. L'apice di tutto ciò è l'inclusione di meccanismi di arbitrato per le controversie investitore-Stato (ISDS): in forza delle quali un investitore straniero (cioè un'azienda multinazionale) se ritiene che i suoi interessi siano pregiudicati da qualche “ingiusta” legge nazionale, può trascinare il paese in questione davanti a tribunali privati che possono obbligarlo a pagare un indennizzo, così scoraggiando una legislazione lesiva dei profitti delle corporation particolarmente forti. Stati democratici obbligati da corti private a cedere a fronte di interessi privatistici. Di fronte lesioni così evidenti della sovranità popolare si può parlare ancora di democrazia? È una sorta di governo invisibile, un po' l'opposto dei vecchi modelli dittatoriali: anziché un centro di controllo pesante e repressivo, si ha un potere che dalla prudente lontananza di paludati sedi tecnocratiche domina la società attraverso meccanismi anonimi, impersonali e tecnici. Difficili da combattere perché difficili da capire e contribuendo da una parte al distacco delle persone dalla vita politica (ridotta a pura amministrazione), dall'altro alla ricerca di più facili capri espiatori e scorciatoie demagogiche. Sul piano politico operativo i risultati concreti dei trattati di libero mercato comportano la deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazioni in numerosi settori; costituiscono una continuità con i malfamati aggiustamenti strutturali richiesti dalle organizzazioni finanziarie internazionali (Fondo monetario, Banca Mondiale) sui paesi indebitati negli anni Ottanta. Mentre nella fase aurorale del neoliberismo (Cile 1973, Argentina 1976 ecc.) tale asseto veniva imposto con le armi e la tortura degli oppositori, nella decade successiva il debito estero fungeva da guinzaglio per evitare che gli Stati soggetti non “facessero scherzi”. 8

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Trattati free market: crepuscolo della sovranità nazionale? (M. Bortolon) www.ilbecco.it - Novembre 2016 La fase degli accordi di libero mercato si fonda invece su un'egemonia politica e intellettuale secondo la quale un paese “serio”, “moderno”, obbediente sulla dottrina economica più “accreditata e accademicamente garantita” non può che essere favorevole all'agenda corporativa, permettendo e facilitando l'entrata nella trappola mercatista. In maniera crescente il peso di questi trattati di free market incide sulla vita pubblica delle “vecchie” potenze industriali colonizzatrici, USA e UE; il neoliberismo torna da dove è nato, da arma da puntare contro la periferia si rovescia sulle stesse società più ricche, rese ostaggio dei loro settori dominanti. Si va oltre l'ambito del diritto commerciale, che è solo lo strumento di un disegno di una nuova forma politica: la dislocazione della sovranità in sedi non democratiche, a fronte delle quali il processo elettorale risulta impotente. La strada è già tracciata. È così che nella fase attuale si incrociano diverse dinamiche: la finanziarizzazione dell'economia che agisce attraverso processi di privatizzazione crescenti e la precarizzazione del lavoro; la necessità di trovare nuovi mercati che, con la crescita delle potenze emergenti forti (si pensi alla Cina e alla Russia) più difficilmente riescono ad realizzare un arrembaggio coloniale e devono cannibalizzare i mercati del welfare domestici (cioè sanità, pensioni, educazione); e non ultima, la tendenza alla creazione di aree geoeconomiche in reciproca competizione tendenzialmente chiuse e inclini al protezionismo. Gli accordi maggiori attualmente in piazza sono: Il TTIP (fra UE e USA, attualmente in stallo); TPP (USA con altri 11 paesi del Pacifico), TISA (accordo di 50 paesi direttamente inerente i servizi). La strada dei poteri dominanti non è però del tutto spianata, sia per la congenita concorrenza dei vari settori che promuovono gli accordi, sia per le opposizioni sociali che essi generano. Dovunque i movimenti sono riusciti a comunicare ai cittadini cosa succedeva, tali accordi sono stati circondati da una ostilità crescente, fino ad inceppare gli organismi che l'élite dominante supponeva fossero ben oliati. La “strategia del vampiro” (porre le cose in piena luce, traendole dall'oscurità dei maneggi tecnocratici per annientarle) funziona. 9

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 I SINDACATI DAL FORUM MONDIALE AL TTIP ARTICOLO DI ANDREA MONTAGNI, FILCAMS CGIL NAZIONALE Vorrei approfittare della richiesta dei compagni e amici della coesione interclassita nella loro stragrande de il Becco di intervenire sul Trattato transatlantico sul maggioranza dei casi. commercio e gli investimenti (il famigerato TTIP) per fare alcune riflessioni, spero non banali, su come nel Ovviamente, non mi riferisco ad una coerenza di movimento sindacale europeo e internazionale la que- comportamenti di tutte le confederazioni nazionali e stione abbia segnato, nell’ambito dei sindacati aderenti di un analoga capacità di iniziativa e di mobilitazione, alla Confederazione internazionale dei sindacati ma piuttosto alla copertura che il movimento sindaca(ITUC/CSI) e alla Confederazione europea dei sinda- le ha offerto in tutto il mondo e segnatamente negli cati (ETUC/CES), un punto di svolta assai importante Stati uniti d’America e in Europa alla galassia dei moche ha portato in àmbito internazionale e in seno alla vimenti e delle associazioni ambientaliste, di Unione europea ad una importante e significativa rottu- cittadinanza attiva, ecc. che si sono mobilitate contro ra tra il punto di vista dei governi occidentali e della il TTIP. Commissione europea. Alla base una valutazione comune che è emersa in Sto parlando di due confederazioni, CES e CSI che na- due sedi sindacali distinte: le federazioni internazionascono, l’una, la CES, dalla volontà dei sindacati europei li dei sindacati dell’agroalimentare che hanno di lavorare insieme oltre le federazioni mondiali di avvertito immediatamente le conseguenze appartenza e l’altra, la CSI, dalla fusione della CISL dell’accordo sulle condizioni di lavoro, di mercato e internazionale con l’internazionale dei sindacati cristia- di qualità delle produzioni in àmbito agricolo e della ni. Dunque confederazioni culturalmente e industria di trasformazione e nei Dipartimenti internaideologicamente dentro l’alveo del riformismo sociale e zionali delle Confederazioni. Per capire di cosa parlo, Immagine liberamente ripresa da www.eunews.it/wp-content/uploads/2016/05/diritti-lavoratori.jpg 10

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I sindacati dal Forum mondiale al TTIP (A. Montagni) www.ilbecco.it - Novembre 2016 riferendomi alla CGIL, parlo della FLAI e dei Dipartimenti Ambiente e Internazionale che hanno agito d’intesa e congiuntamente con i loro omologhi al di qua e al di là dell’Oceano. Un ruolo importante lo ha avuto il sindacato americano, l’AFL-CIO. Un altro elemento assai importante è il rapporto delle federazioni dell’agroindustria della CSI con i movimenti cooperativi dei contadini dei paesi di quello che una volta chiamavamo terzo mondo. Ma il luogo che ha favorito questo incontro e la diffu- sione di una ostilità di massa su scala mondiale nel movimento sindacale verso la globalizzazione liberista e il tentativo di anteporre il dominio incontrastato del capitale e delle multinazionali agli interessi dei lavoratori, alla salvaguardia delle produzioni e scala planetaria, europea e nazionale. dell’ambiente, dei diritti di cittadinanza alla salute, al benessere delle persone, all’istruzione, attraverso trattati che subordinerebbero le politiche e le scelte degli Stati, di ogni singolo Stato, è stato il Forum sociale mondiale. La partecipazione convinta della CGIL e di sempre un maggior numero di categorie – alla FLAI si è aggiunta la FILCAMS, che è il sindacato che organizza i lavoratori della distribuzione – alla mobilitazione contro il TTIP ha contribuito ad un sempre più chiaro posizio- Il primo FSM si svolse dal 25 al 30 gennaio  2001  a  Porto Alegre  in Brasile; se scorriamo l’elenco dei presenti e promotori troveremo tanti e tanti sindacati, ma – per esempio – dall’Italia le sole namento dei sindacati europei e internazionali ed è uno strumento di pressione non indifferente sui governi, rafforzando l’ostilità di una sempre più vasta opinione pubblica. delegazioni della corrente di sinistra sindacale di allora “Alternativa sindacale” e della FIOM. In quasi tutti i sindacati europei prevaleva allora un giudizio benigno sulla liberalizzazione dei mercati e sulle virtù della globalizzazione. Ciò detto, niente va dato per scontato. Avevamo come sindacati salutato con favore la battuta d’arresto della CETA per poi ritrovarci con l’approvazione di questo trattato che è analogo per impostazione al TTIP. L’anno dopo a Genova, la CGIL marcò pesantemente la differenza con una propria iniziativa distinta. Per la CGIL il punto di svolta è stato il Forum sociale di Firenze del 2002: da quel momento lentamente passo dopo passo il sindacato italiano si schiera contro la globalizzazione liberista e si apre ad un confronto fecondo con le istanze dei movimenti su Né è una garanzia il fatto che la nuova amministrazione americana dovrebbe avere un approccio protezionistico: il TTIP imporrebbe a tutto il mondo il modo in cui le multinazionali statunitensi producono senza garanzia alcuna rispetto alla manipolazione genetica, uso di sostanze cancerogene, ecc. Quel che sarebbe a rischio sarebbero le barriere doganali, non il principio di omologazione sulla base degli interessi capitalistici… 11

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www.ilbecco.it - Novembre 2016 DEMOCRAZIA O MERCATO: DILEMMA EUROPEO A CURA DELLA RUBRICA REDAZIONALE A DIECI MANI ROBERTO CAPIZZI Ci voleva la Vallonia, la piccola e sconosciutissima Vallonia (nel sistema, buffo e per certi aspetti pre-moderno, assetto costituzionale del Belgio), per bloccare l'iter vi avanzamento del CETA. Se ciò costituisce, indiscutibilmente, una buona notizia, meno buone sono le motivazioni che spingono spesso Stati nazionali o esponenti politici in campo per le elezioni (vedasi la discussione sul TPP in corso negli Stati Uniti) a stoppare questi trattati di commercio. Sono infatti le ripercussioni su specifici settori (quasi sempre i coltivatori diretti) a spaventare la politica (e spesse volte, quasi sempre, i conservatori) spingendoli a mettere il freno su accordi che lascerebbero i suddetti settori in balia del commercio internazionale ed inevitabilmente schiacciati da operatori più grandi e più efficienti (ed i cui prodotti sono anche più sicuri per il consumatore, checchè ne dica certa propaganda di sapore vandeano). Tale “selezione naturale” (che naturale non è, come naturali non sono le leggi economiche) è del tutto negativa? Se analizziamo un qualsiasi testo (consiglierei L'ABC del comunismo di Bucharin) di provenienza autenticamente marxista la risposta non può che essere no. La concentrazione di capitali e capacità produttive nella mani di chi è 12 più efficiente provoca, in generale, benessere ed è alla base di tutti i processi di miglioramento della nostra vita che sono iniziati negli opifici inglesi alla metà del '700 e che prendono il nome di Rivoluzione industriale. Ciò che da marxisti dobbiamo contrastare sono gli aspetti meno evidenti ma più insidiosi di questi trattati: in primo luogo il tentativo di parificazione giuridica (ontologica!) di soggetti privati con gli Stati nazionali. L'assunzione di pari dignità da parte di questi operatori (che sono poi l'espressione massima della classe dominante) nei confronti dello Stato. Il che, lungi dal costituire un'espressione piena dello Stato di diritto pone invece i soggetti più deboli, che sotto l'ombrello protettivo dello Stato operano, in balia del potere assoluto di chi ha in mano la catena dei rapporti di produzione. È questo un balzo indietro rispetto a quel grandioso processo di costruzione dello Stato moderno che cominciò sul finire del XV° secolo. Dunque ad essere rigettata non deve essere l'apertura dei mercati (che può portate anche a positive concentrazioni anche qui da noi e ad un abbassamento dei prezzi conseguente all'efficientamento dei processi produttivi) ma la filosofia che sta dietro queste operazioni di politica estera delle classi dominanti. Concentrazioni, concentrazioni pubbliche (in mano al pubblico) in grado di agire su vasta scala, abbassamento delle sperequazioni tra i salari sono, dovrebbero essere, per noi, la risposta ad un neocolbertismo e ad una retorica dei bei costumi oramai passati che ha fatto il suo tempo e che appare ridicola in tutta la sua – ora ostentata, ora mascherata – reazionarità. ALEX MARSAGLIA La crisi economica globale ha dato una notevole sferzata al centro dell’impero, stordendolo con un impoverimento delle masse un tempo inimmaginabile. Come risulta evidente dai dati economici, in molti Paesi occidentali non si è ancora arrivati ai livelli pre-crisi e gli stessi livelli di disoccupazione e indebitamento pubblico restano insolitamente elevati. Nel modo di produzione capitalistico, il mezzo più semplice per rilanciare la crescita nella speranza che questa, basata unicamente sui profitti, possa rivitalizzare gli indicatori sociali, consiste nell’aprire nuovi mercati in modo più o meno forzoso. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), come gli altri trattati promossi dal nordamerica con i propri vassalli, risultano parte di una strategia volta a imporre i propri mercati come dominanti su quelli delle potenze subimperiali. Queste potenze che gestiscono gli interessi del nucleo centrale dell’imperialismo cercano

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Democrazia o mercato: dilemma europeo (A Dieci Mani) www.ilbecco.it - Novembre 2016 a loro volta di strutturarsi nel modo più funzionale, compiendo per l’appunto il compito del vassallo. Il processo di strutturazione di un’Unione monetaria e commerciale in Europa è esattamente la conseguenza di un tale processo in cui il capitale più forte per sopravvivere deve inglobare quello più debole. La postdemocrazia si inserisce appieno in questa fase in cui l’imperialismo viene eroso da una crisi interna di sovraccumulazione e necessita di ulteriori margini di profitto. Questi vengono strappati al suo interno con le miopi politiche neoliberiste, all’esterno invece la soluzione viene rintracciata nell’imposizione di trattati capestro che mirano a ingannare la parte che si trova chiaramente in posizione subordinata. Se questa si rifiuta di firmare tali trattati inevitabilmente passa dalla parte del torto, essendo per l’appunto subordinata e quindi in una posizione non autonoma e di sottomissione. Ecco che allora si dirà che la Vallonia non ha diritto di bloccare l’attuazione del trattato in 27 Stati dell’Unione perché infima minoranza. Le cosiddette multinazionali, che come sappiamo hanno però un radicamento ben preciso e non casuale al centro dell’impero, con l’estensione delle aree di libero scambio puntano a monopolizzare nuovi settori di mercato appoggiandosi al diritto che però in tale assetto viene sempre più plasmato da interessi privati. I popoli vengono totalmente delegittimati e l’agorà diventa arena per tecnocrati e lobbisti che operano in istituzioni plasmate appositamente. In buona sostanza è quindi la concezione stessa di democrazia che tende a venir definitivamente meno sotto la pressione del capitale in crisi. DMITRIJ PALAGI Come si permettono gli elettori di non rispettare il giudizio degli esperti? “Il popolo” è un indistinto agglomerato di paure ed ignoranza. I referendum in Grecia, la Brexit, l’opinione pubblica rispetto al TTIP: tutto concorre a descrivere un continente tradito dai suoi abitanti. L’Europa perde di affidabilità rispetto al mercato, ci dicono su molti quotidiani. Cos’è quindi l’Europa? Cos’è il mercato? Sicuramente è vero che la società nel suo insieme è più importante della sommatoria delle sue parti, ma l’interesse da tutelare con gli accordi transnazionali non è altro che quello del Capitale, non è certo per il “bene comune” che si deve archiviare la “sovranità politica”. Certo, queste sono le parole di chi si ostina a leggere il mondo attraverso le classi sociali ed una lotta più o meno cosciente, ma davvero non è chiaro cosa sia questa Europa per i quali tutti dovrebbero rimanere in silenzio ed annuire, rispetto a qualsiasi decisione in ambito economico e produttivo. La paura è un sentimento reale, anziché condannare o criminalizzare ne andrebbero indagate le cause. JACOPO VANNUCCHI È certamente vero che il recente blocco del Ceta da parte della Vallonia mostra in evidenza il conflitto tra ristrutturazione capitalistica e processo democratico – ma in rapporti esattamente inversi a quelli cui normalmente si pensa. In altri termini, lungi dall’essere una manifestazione di procedure democratiche che il grande capitale vorrebbe sottomettere, il no vallone è un sabotaggio delle prime e un aiuto al secondo, o perlomeno al disegno che esso nutre per l’Europa: spezzare il più grande produttore di Pil mondiale per digerirlo in bocconi più piccoli. Il blocco vallone si aggiunge al referendum contro le quote voluto da Orbán in Ungheria, a quello sull’appartenenza Ue voluto da Cameron nel Regno Unito e a quello sul piano della “trojka” voluto da Tsipras in Grecia: in tutti i casi capi di governo per interessi di consenso interno hanno deciso di mobilitare i loro elettorati contro l’Unione di cui fanno parte e vogliono continuare a far parte, a causa dei bonus di tale partecipazione e dei malus che l’uscita comporterebbe. Dato che «la realtà ha una sua capacità di vendicarsi», come osservò Mario Monti il giorno dopo la Brexit, nessuno di questi assalti ha dato i suoi frutti: Orbán ha mancato il quorum, Cameron ha schiantato la propria esperienza politica, mentre quella di Tsipras fu una vittoria di Pirro visti i successivi sviluppi. 13

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Democrazia o mercato: dilemma europeo (A Dieci Mani) www.ilbecco.it - Novembre 2016 Ma né questi insuccessi né il recente accordo tra Ue e Vallonia possono sanare i danni prodotti proprio al processo democratico. L’Unione Europea, che si ricordava avere il maggiore Pil mondiale, ha un peso politico mondiale ridicolmente inferiore in proporzione, e un peso militare addirittura inesistente. Per l’Urss dei primi anni Ottanta si è parlato di “superstato alla deriva”, una definizione che può essere specularmente adattabile alla Ue di oggi: un superstato non ancora costruito, ma che proprio per questo risulta – come l’Urss di un tempo – impedito a quella capacità di manovra che il mondo richiede. Solo gli stati di scala continentale possono infatti realisticamente pensare di controllare gli enormi flussi di capitale, invece di esserne controllati; e se tali flussi sono stati per niente scalfiti dalla crisi economica, questa ha invece molto aumentato la fiamma degli umori popolari. In un perverso circolo vizioso, la Ue non può procedere a un’iniezione di investimenti economici perché non ne ha la forza politica, e non ne ha la forza perché poggia su decine di piccoli pilastri traballanti (uno è la Vallonia), e i pilastri sono piccoli e traballanti perché la Ue non promuove una politica di intervento pubblico anticrisi. È evidente che a gioirne non possono essere altri che i grandi fondi speculativi che desiderano da un lato mangiarsi il lauto piatto dell’Europa mentre dall’altro i partiti di estrema destra fanno loro da guardia tenendo a bada la popolazione con la demagogia sociale. Ma, dopotutto, l’esempio della Vallonia non è che la replica in piccolo della spada di Damocle che la Corte Costituzionale tedesca tenne sospesa sul fondo salva-Stati. Vi è una responsabilità molto forte da parte dei Paesi più grandi, i quali avrebbero la forza economica necessaria a dirigere la Ue verso maggiore unificazione; queste divi- 14 sioni e inadeguatezze si rispecchiano anche nei gruppi politici. Il Partito socialista vallone che blocca il Ceta differisce in poco dalla Liga Veneta che chiede un referendum “autonomista”. E non è in gioco l’evidente diversità dei due temi: la funzione regressiva per cui la Vallonia può bloccare la Ue è di natura del tutto identica a quella di un piccolo comune che blocchi un processo decisionale di scala regionale. Nel 1921 Lenin, difendendo la Nep, diceva al congresso del Comintern: «noi, in una certa misura, ricreiamo il capitalismo. E lo facciamo del tutto apertamente. Si tratta del capitalismo di Stato. Ma capitalismo di Stato in una società in cui il potere appartiene al capitale, e capitalismo di Stato in uno Stato proletario sono due concetti diversi. In uno Stato capitalistico, capitalismo di Stato significa capitalismo riconosciuto e controllato dallo Stato a vantaggio della borghesia e contro il proletariato. Nello Stato proletario, vien fatta la stessa cosa a vantaggio della classe operaia». Con queste frasi egli rilevava come la variabile determinante della politica economica statale fosse la direzione politica dello Stato e non già l’esistenza di questo, che era data per scontata. Se si sostituisce alla parola Stato la parola “superstato” come prima definita si ha un insegnamento ancora valido dopo novantacinque anni. ALESSANDRO ZABBAN Non bisogna lasciarsi ingannare. Sebbene decisamente più "soft" del controverso TTIP, soprattutto in merito ai rischi ambientali e per la salute, anche il CETA è sintomatico di un tentativo, sempre più aggressivo, di realizzare pienamente il progetto neoliberista di un mercato autonomo e libero da qualsiasi limitazione politica, giuridica, territoriale. Dietro il pretesto dell'efficienza e della convenienza (tutto è già quantificato: si parla di 500 milioni di euro di risparmio per chi esporta in Canada), non si cela solo l'obiettivo politico di creare un terreno che possa permettere alle multinazionali di superare o aggirare la legislazione statale, quanto soprattutto il fine ideologico di imporre una narrazione che fa coincidere l'interesse collettivo con quello del mercato. Ma pensare allo Stato, così come concepito dagli anni ottanta a oggi, come possibile baluardo democratico di fronte al proliferare generalizzato della logica del profitto e dell'etica della competitività, può risultare fuorviante. Prima di tutto perché sono stati proprio i parlamenti e i governi di molti Stati, a guida neoliberista, ad aver contribuito a smantellare qualsiasi anticorpo possibile rispetto alla celere e incontrollata globalizzazione del Capitale, lasciando inermi i propri cittadini. Secondo perché abbiamo visto come ormai le forme della democrazia statale siano usate come mero strumento di consenso interno piuttosto che come mezzo per trasformare la realtà delle cose. Il caso della Vallonia, la Brexit, i Referendum in Grecia e Ungheria e quello che si celebrerà in Italia sulla riforma costituzionale sono emblematiche di un ordine post-democratico che fa della democrazia uno show sfarzoso, un talent per nuovi aspiranti arrivisti della politica, uno strumento per regolare i conti interni, più che per influire sulla società. Appare ovvio che la contrapposizione della Vallonia al CETA non abbia niente di eroico, ma che rappresenti semmai l'ennesimo sintomo di una democrazia in stato comatoso, che sfrutta le vicende internazionali per risolvere le proprie beghe locali (se non personali). Visto che il capitalismo di per sé non può essere democratico, o si riorganizza lo Stato (o più in generale il potere politico) su nuove basi oppure parlare di contrapposizione tra Democrazia e Mercato è pura finzione.

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