Anno 3 - Numero 05

 

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Si avviCina? (2016, 5)

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Anno III (2016) - n° 5 Si avviCina? Articoli di Bruno Casati e Fausto Sorini, con un estratto di una lettera di Mao Tse-tung

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Editoriale Il Becco - Maggio 2016 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 29 maggio 2016 Indice P d t t 2 c c M m s m q M c p p s v 2 d c M s s è n d d r n c C p a p g n g r l a i c a

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www.ilbecco.it - Maggio 2016 Cina ieri, oggi e domani ARTICOLO DI BRUNO CASATI Parleremo di un paese di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. E di un popolo, quindi, che rappresenta il 22% di tutta la popolazione della Terra, un popolo che abita in un territorio grande quanto 10 volte gli Stati Uniti d’America e 200 volte la Gran Bretagna, ma che è anche un territorio che, per la sua morfologia, dispone solo del 7% delle terre coltivabili del pianeta. È questa la Grande Cina, la Terra di Mezzo che ospita genti di 56 etnie con, ognuna, usi e costumi, ma anche lingue parlate (e religioni praticate) diverse e spesso non comunicanti tra loro. Solo la lingua scritta, il mandarino, unisce i popoli del vasto continente-Cina. Tutto questo è noto, enciclopedie e social lo documentano. Meno noto è un punto: la Cina, che oggi è la prima (o la seconda) economia del mondo, solo 70 anni fa era il paese più povero del mondo, ma venne reso povero. Venne reso povero perché, nel 1820, il Prodotto Interno Lordo cinese, si sappia, contribuiva per il 32% al PIL mondiale quando la vecchia Europa delle monarchie vi contribuiva solo per il 21%. E, a quel tempo, circa 200 anni fa, la speranza di vita del cittadino cinese era pari a quella dei cittadini inglesi, di cui Engels e Marx scrissero, allora, pagine memorabili. Ma, da allora, cosa è successo? È successo che sulla Cina si scatenò l’operazione predatoria già testata sull’Africa, il cui sviluppo fu bloccato per 500 anni dall’Occidente, tant’è che è possibile affermare che senza il lavoro degli schiavi africani non ci sarebbe stata la fortuna degli Stati Uniti d’America. Così la Cina, subendo la stessa operazione, dalla metà dell’800, è stata sconvolta, frantumata e tiranneggiata, prima dai “signori della guerra” poi dai nazionalisti che prepararono il terreno per l’arrivo delle cannoniere dei colonizzatori europei – fu l’epoca delle Concessioni (anche gli Italiani si schiereranno in Cina con i propri bersaglieri) - che, a loro volta aprirono le frontiere alla feroce invasione dei giapponesi che, in Manciuria in particolare, si macchiarono di crimini orrendi, come la strage di Nanchino, paragonabili ai misfatti dei loro alleati nazisti in Europa. Fu così che la Cina fu scaraventata nei giorni infernali della povertà estrema. Furono i comunisti a recuperare orgoglio e senso di identità per un popolo umiliato perché, non solo gli europei delle Concessioni, ma anche gli americani, che ospitavano i cinesi come emigranti in fuga, poi li consideravano come sotto-uomini ( gli americani li classificarono al di sotto dei neri). Ma furono appunto i comunisti che, con la Lunga Marcia, il cuore della rivoluzione, portarono l’esercito popolare cinese a cacciare prima i giapponesi poi a sconfiggere i nazionalisti del Kuomindang e a far rialzare la testa a un popolo stremato. La lunga Marcia per l’Asia ebbe il peso che Stalingrado assunse in Europa. È da allora che partì un’altra storia. Partì simbolicamente il 1° Ottobre 1949 quando Mao Tse Dun, salito sul palco di Piazza Tiennamen, dichiarò che la guerra era finita (in verità continuerà ancora) e aprì il fronte di una ben altra guerra: quella alla carestia e all’inedia. Perché nella Cina di quel tempo, con il reddito pro-capite diventato il più basso del mondo, mezzo miliardo di donne e uomini non avevano nemmeno una ciotola di riso al giorno. E morivano. Come si continuerà a morire di fame per tutti i terribili anni Cinquanta. Ciò non bastasse l’Occidente, guidato dagli USA, già allora cantori e porta bandiera dei diritti umani, strinse la Cina nella morsa delle sanzioni: “meglio morti che comunisti”. Piano Marshall in Europa distrutta dai nazifascisti, sanzioni alla Cina che aveva sconfitto i giapponesi alleati dei Nazifascisti. DA MAO A DENG Sembra incredibile ma oggi quel Paese, che fu il più povero del mondo, è diventato, in meno di 70 anni, se non la prima, la seconda potenza economica del mondo stesso. Siamo di fronte, parole di Fidel Castro “al più grande balzo in avanti mai avvenuto nella storia dell’Umanità”. Aggiunse Fidel: “per tutti quelli di noi che credono nel Socialismo quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza, non è azzardato affermare che il futuro del Socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare”. Protagonista del balzo è, assolutamente, il popolo della Repubblica Popolare della Cina, ma l’artefice, l’ingegnere progettista dell’impresa, è il Partito Comunista Cinese (PCC). E l’impresa è, tuttora, nel pieno di uno sviluppo che procede con successi e rettifiche, accelerazioni e rallentamenti, errori anche e poi programmazioni e riprogrammazioni. Sperimentando e ancora sperimentando. Questa impresa prende il suo slancio decisivo solo dopo la morte, nel settembre 1976, del Grande Timoniere, ossia dell’uomo, dell’ideologo e rivoluzionario che aveva costruito e conferito solidità, anche teorica, al Partito in terribili decenni, e anche dato identità e orgoglio a un popolo sofferente. 3

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Cina ieri, oggi e domani (B. Casati) www.ilbecco.it - Maggio 2016 Mao, ancora prima della vittoria della rivoluzione aveva posto un tema che altri, anni dopo, avrebbero sviluppato. Mao infatti, pensando alla ricostruzione di un Paese devastato, già nel 1947 affermò: “data l’arretratezza economica della Cina… sarà ancora necessario consentire, e per lungo periodo, l’esistenza di settori capitalistici dell’economia”. Così Mao anticipò un percorso che, già in dichiarazione, segnerà un discrimine netto con il Socialismo Sovietico al potere dall’Ottobre del 1917. Ma quando, anni dopo, Mao vede la nuova industria cinese compiere i primi passi – è l’industria leggera, è il settore delle costruzioni – e quindi la vede richiamare masse rurali verso le città, si preoccupa, teme negative contaminazioni e deviazioni dal suo progetto di rivoluzione, ed allora innesta di forza un processo in direzione opposta: è il processo “dalla Montagna alla Campagna” in ragione del quale 12 milioni di studenti cittadini furono inviati a farsi educare dai contadini. Quel processo entusiasmò gli intellettuali ultrasinistri di casa nostra che, però, si guardarono bene dall’andare loro stessi a farsi educare dai contadini di casa nostra. Oggi Mao Tse Dung presidia con le sue statue le piazze di tutte le città ma, a lui, il PCC guarda con una formula diventata famosa: “meriti essenziali, errori secondari”. Toccherà a Deng Xiao Ping, un leader riabilitato dopo essere stato allontanato da Mao stesso, rilanciare il grande Paese e la sua economia in quella lunga fase che, da allora, arriva ai giorni nostri. È, infatti, il 1978 quando Deng, nel Comitato Centrale del PCC, lancia la riforma delle “4 Modernizzazioni” – agricoltura, industria, difesa, scienze – e avvia quella grande corsa che lo stesso Deng connoterà con un motto simbolico: “prima riempire i granai poi pensare alle formule”. E così far percepire come il Socialismo non debba essere inteso come spartizione della miseria ma come divisione dell’abbondanza. Un’abbondanza che però andava accumulata. Nasce qui il famosissimo logo dell’ “arricchitevi”. Sarà il 14° Congresso del PCC, nel 1992, a definire questo nuovo corso, questo avviato balzo- tigre, come “ Socialismo di mercato” o “Socialismo con caratteristiche cinesi”. In concreto di che si tratta e come si è realizzato, e si realizzerà, il Socialismo con caratteristiche cinesi? IL BALZO-TIGRE IN 3 MOSSE Semplificando, dal 1978 la Cina si propone di avvicinare il suo Socialismo in 3 mosse. La prima è più importante : la Cina apre le porte agli investitori stranieri. È la fase delle “Zone Speciali” e delle “Città a Porte Aperte”. Sono le “ Tre Zone Speciali” defiscalizzate del Guandong, con le 14 “Città a Porte Aperte” e poi una fitta mappa di “Zone di Libero Scambio” e poi di Zone di Sviluppo Tecnologico. Da questa prima e fondamentale mossa costituente si arriva ad oggi con le 3 Regioni-Stato: il Distretto del Bohai, l’Asse Shanghai-Nanchino, l’Asse Macao-Golfo delle Perle. Tutti allora corsero in Cina costiera, da Shanghai a Dalian, in una frenetica “corsa all’oro”. Perché la Cina offriva terreni e lavoro, in grande quantità, con orari di lavoro senza limiti e a costi bassissimi: 0,4:0,6 dollari l’ora, contro i 13-14 dell’Occidente. Gli investitori che, spesso licenziavano in patria per assumere in Cina, così fecero, è vero, grandi profitti ma la Cina, con questa operazione, cominciò a sfamare il suo popolo e insieme ad acquisire tecnologie e competenze scientifiche dall’Occidente (si ricordi il Mao del 1947). Fino alle soglie del Terzo Millennio la Cina è stata così vista dall’Occidente come una grande opportunità, ma l’Occidente, abbagliato dalla grande opportunità, si costruiva così, nell’inconscio, il suo formidabile competitore. La seconda mossa vede la Cina, acquisiti e sviluppati i fondamenti delle tecnologie dell’Occidente e accumulato come formica operosa le liquidità derivate dall’avere offerto terreni e lavoro, investe nei titoli del debito dei Paesi Capitalisti stessi (oggi la Cina possiede titoli per il 34% del debito americano, ma anche il 13,5% di quello italiano). Poi entra nel WTO e si propone per farsi riconoscere, alla fine del 2016, come “Economia di Mercato”. Infine supera, nel 2004, l’accordo Mondiale Multifibre e diventa, di fatto, sia l’officina che la sartoria del mondo intero (la Cina veste un terzo del pianeta). Ma diventa anche la sua Cassa di Risparmio, cogliendo l’Occidente assolutamente spiazzato e impreparato. E allora l’opportunità si trasforma in rischio. La terza mossa è tuttora in corso, con la Cina che opera in due direzioni: l’una, investendo verso il proprio mercato interno, perché la Cina il mercato ce l’ha in casa, ed è immenso; l’altra, indirizzandosi verso investimenti non più e solo verso titoli del debito, troppo esposti ai venti della crisi che, dal 2008, squassa l’Occidente, ma oggi in direzione di beni stabili, siano essi nel mercato immobiliare mondiale (a partire da quello americano) come in quello industriale. E in Italia la Cina ha acquistato la Pirelli, come è entrata nel pacchetto azionario di ENI, ENEL e anche nella Cassa Depositi e Prestiti. A questo punto tiriamo due righe di conto domandandoci come sia possibile rappresentare questo sistema economico cinese, così come è andato a definirsi con queste tre mosse, modulate in meno di quaranta anni. Affidiamo la lettura a uno studioso raffinato come (fu) Giovanni Arrighi che, de- 4

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Cina ieri, oggi e domani (B. Casati) www.ilbecco.it - Maggio 2016 finì la Cina come “un laboratorio planetario in cui si sperimentano forme di mercato non capitalistiche”. Insomma questo Paese-Continente potrebbe essere descritto, in un linguaggio che gli italiani per la loro tradizione industriale (dimenticata) dovrebbero capire meglio di altri, come un immenso “sistema di economia mista”, con capitale, pubblico, privato e a partecipazioni statali, con tanto di distretti e di campioni industriali. Ma non è, quello cinese, un sistema omogeneo perché si presentano nello stesso contrasti tuttora non risolti, che è compito arduo del PCC, a tutti i livelli, impedire che si consolidino. C’è infatti il contrasto tra l’economia della Costa del Pacifico, laddove è decollato ed esploso il “miracolo guidato” della Cina, contrasto, con l’interno rurale che deve fornire “proletari vagabondi”, ossia gli operai flessibili veri costruttori, a milioni e milioni, del miracolo. C’è il contrasto tra l’Est più progredito e l’Ovest, che è la terra degli Uiguri, che si sentono non considerati da Pechino (e ambienti, ora dell’imperialismo ora islamici, sono all’opera per disseminare dissapori). C’è infine, ed è il più insidioso, il contrasto tra gli strati sociali: tra chi è avanzato velocemente sulla strada dell’”arricchitevi”, la strada che Deng indicò, e chi tuttora procede più lentamente. È come, ed è l’esempio cui ricorrono gli stessi economisti cinesi per rappresentare il contrasto di cui sono ben coscienti, è come fossero partiti due treni dalla stessa stazione, la “stazione della povertà”: l’uno è velocissimo, l’altro solo veloce. La distanza tra i due treni così aumenta e nella distanza , aumentano le differenze sociali. Riuscirà il PCC a diminuire la velocità del treno super-rapido e nel contempo ad accelerare quella del treno più lento? Questo è il problema dei problemi della Cina oggi e del PCC (perché la distanza genererebbe le classi con quel che ne potrebbe conseguire). IL CONTROLLO DELL'ECONOMIA E IL PCC Chi orienta e controlla l’economia cinese? Banalmente la risposta autentica alla domanda potrebbero già fornirla quanti ancora oggi fanno affari con i cinesi, in Cina o in Occidente. Tutti costoro direbbero più o meno la stessa cosa: in Cina è il Pubblico, lo Stato Centrale nelle sue varie articolazioni e le Province (che sono le loro Regioni) che orientano e controllano l’economia, nelle indicazioni dei Piani Quinquennali, decisi dai Congressi del PCC e verificati nelle annuali Assemblee del Popolo. E sono poi i 140 Enti Strategici Statali predisposti, settore per settore, a tradurre le indicazioni in piani e programmi di settore, e in progetti successivi finanziati dalle Banche di Stato. E anche predisposti a valutare la compatibilità degli interventi stranieri – nell’industria come nella distribuzione o anche nella moda, solo per fare degli esempi – con i piani di settore e di territorio. Sono questi Enti che poi verificano gli “stati di avanzamento” e, sulla base dei risultati di ritorno, propongono eventuali rettifiche in una azione permanente di “Controllo di Gestione “. L’economia si fa mista perché se è il Pubblico che prima decide e pianifica l’intervento, poi può essere il privato predisposto a gestirlo. Questa è la “governance” cinese. C’è un dato che dà la dimensione di questo intreccio pubblicoprivato, un dato che ci fa capire, ed è importante, il peso specifico dei fattori in gioco nell’economia mista cinese. Se, ad esempio, assumiamo come parametro di riferimento il Prodotto Interno Lordo (il PIL), vediamo come in Cina , per l’84%, esso è prodotto da 500 Grandi Imprese (come fossero in Italia Enel, Eni, Ferrovie e Poste, che sono poi le ultime Grandi Imprese Italiane, ovviamente in Cina moltiplicate per mille). Ebbene, 400 di queste Grandi Imprese cinesi sono statali e 100 private. Ma queste imprese private, ecco il punto chiave, corrispondono solo per l’8% alla costruzione del PIL. La risposta allora alla domanda su chi orienta e controlla l’economia in Cina, risiede quindi in questo semplice riscontro. Del resto non ci fosse stato il presidio centralizzato dell’economia nazionale, mai la Cina avrebbe potuto ricostruire o far nascere dal nulla ed infine alimentare i settori cardine della propria economia, alla quale oltretutto mancavano le materie prime necessarie per il grande balzo. Mancavano, infatti, acciaio, cemento, petrolio ed era perciò indispensabile avere un comando e una regia unica per approvvigionarsene. Perché la Cina per i suoi piani abbisognava: del 40% della produzione mondiale di acciaio per edilizia, elettromeccanica, gasdotti ed elettrodotti, linee ferroviarie; del 60% della produzione mondiale di cemento per case, (la costruzione di città intere), grandi opere come dighe, ponti, viadotti e poi scuole e ospedali; doveva e deve importare il petrolio di cui non dispone, se non all’Est dove abitano gli Uiguri (la loro provincia è grande tre volte l’Italia). Per “comperare” queste materie prime la Cina ha aperto relazioni commerciali in tutto il mondo, a partire dai Paesi Africani, per attivare operazioni reciprocamente vantaggiose di scambio. La Cina, si è detto, non dispone di petrolio, ma in questa prospettiva (lo scambio)mette in campo le “Terre Rare”, che sono quei 17 tra elementi e metalli – come lantanio, cerio, olmio, terbio, littrio, scandrio e altri- che non sono presenti in natura ma vanno estratti con lavorazioni di cui la Cina sola possiede la conoscenza, e che sono utilizzati nelle tecnologie satellitari, nei radar, nei motori ibridi, nei laser come nelle fibre ottiche, in quanto dotati di un magnetismo resistente alle alte temperature. 5

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Cina ieri, oggi e domani (B. Casati) www.ilbecco.it - Maggio 2016 Lo stesso Deng intuì anni fa l’importanza strategica delle “Terre Rare”, il che lo portò a dire:” I Paesi Arabi hanno il petrolio, la Cina ha le Terre Rare”. E, da allora, le Terre Rare sono entrate negli scambi per assicurarsi quelle materie prime. In questa politica commerciale la Cina fa inoltre pesare la prevalenza Mondiale che ha, via via, acquisito non solo sul tessile e abbigliamento, ma sugli schermi TV, i monitor PC, i pannelli solari, i cellulari, i semiconduttori per i sistemi informativi, oltre che su elettrodomestici, navi, aerei e treni. In sintesi, questo impianto gigantesco di relazioni non poteva certo essere affidato alla “mano invisibile del mercato” ma a quella, visibile, dello Stato. Uno Stato che si è relazionato, con grande abilità, con metà mondo. E qui si colloca una seconda, ma sostanziale, differenza tra il “Socialismo con caratteristiche cinesi”, che è ancora un obbiettivo, e quello dell’Unione Sovietica che, in altri tempi, fu schiacciata dietro la Cortina di Ferro eretta dagli imperialisti e quindi costretta al commercio ma solo nell’ambito dei Paesi del Comecon. I FATTORI PROPULSIVI Oggi la Cina dà uno sbocco ulteriore alla propria economia e, con le nuove “vie della seta” che stanno connotando la direzione di Xi Jin Ping, si propone non più e solo di scambiare merci, non più e solo di attrarre investimenti (anzi su questo terreno sta girando pagina) ma si propone di investire direttamente in Asia e Europa. Lo fa in due direzioni: immobili e proprietà industriali, e poi grandi opere da costruirsi sul percorso, appunto, delle “vie della seta” del Terzo Millennio. Si potrebbe anche dire che la Cina è, più o meno, costretta a fare questa scelta, perché si ritrova con una sovracapacità produttiva proprio nei settori dimensionati in funzione del grande balzo, il siderurgico in particolare, ma anche il cementiero, il vetro, l’alluminio, le raffinerie. Se mantiene le strutture per la sola domanda interna deve abbattere l’occupazione, e la Cina non va su questo terreno. Ed allora deve guardare al mondo. In questo senso si può dire che la Cina è condannata a crescere, può rallentare sicuramente, ma nel farlo deve prestare attenzione. A tal proposito gli economisti cinesi usano l’efficace metafora dell’elefante in bicicletta che è condannato a pedalare per non cadere con gran danno. Oggi l’elefante pedala appunto sulle “vie della seta”. La Cina è arrivata a questa nuova svolta grazie alle richiamate tre mosse del balzo-tigre lanciato dal 1978, sostenute da tre fattori propulsivi che le hanno accompagnate: lavoro, ricerca, formazione. Il lavoro cinese, che era ed è disponibile tuttora in grande quantità. All’inizio del gran balzo il lavoro era a basso salario, un salario che, comunque, consentiva all’operaio di mangiare. A quel tempo c’era assenza di controllo sull’orario e con diritti più o meno inesistenti: un paradiso per i “padroni e padroncini occidentali” che volarono in Cina. Oggi le cose sono cambiate: esiste una legge sul lavoro che stabilisce vincoli per gli orari, i minimi salariali e i redditi rurali ma, talvolta, sono proprio gli occidentali che non la rispettano, la Cina per loro non è più il paradiso. E quindi ci sono scioperi degli operai cinesi contro di loro. In particolare ci sono state sollevazioni operaie negli stabilimenti della Nike e dell’Adidas e in quelli della giapponese Hitachi, perché il Governo ha sì aumentati i salari, ma queste imprese non vogliono corrispondere gli aumenti, minacciando di spostare gli stabilimenti in India e Vietnam,visti come i nuovi paradisi. Non ci sorprende: il capitalismo è questo. Oggi il metalmeccanico cinese prende un salario annuo pari 5/6000 dollari, non paragonabile con quello del metalmeccanico tedesco o italiano (quando non sono disoccupati), ma non è nemmeno comparabile il costo della vita tra Cina e Germania (o Italia) visto che l’operaio cinese, che è molto parsimonioso, risparmia il 25/30% di quel che guadagna in un anno. Il lavoro cinese quindi era molto attrattivo (oggi lo è un po’ meno) non solo per il suo basso costo, ma per la grande quantità di cui si poteva, e si può tuttora, disporre. E, infine, era attrattivo per la sua flessibilità di massa. Perché ogni anno, in ragione di cantieri che si aprono o si chiudono, sono più di 100 milioni i lavoratori cinesi che si muovono dalle campagne verso le città e viceversa. Il controllo e la gestione di questo flusso determina contenziosi infiniti tra Sindaci e Provincie, con un lavoro improbo del PCC, a tutti i livelli, per ricomporli. La ricerca, che è diventata la carta vincente della Cina, perché, all’inizio del ciclo del riscatto, la Cina si limitava ad attrarre i Centri di Ricerca Occidentali che sarebbero andati a collocarsi , fianco a fianco, con le grandi industrie, meccaniche e chimiche in particolare, che si stavano insediando. La Cina così metteva a disposizione di questi Centri Occidentali le aree e il proprio personale operativo, disponibile a lavorare 24 ore su 24. Nel contempo, inviava i propri giovani talenti nelle più prestigiose Università del mondo. Ora le prime generazioni di questi giovani, mentre i talenti italiani restano all’estero, sono tornati in Patria. Così la Cina, che nel frattempo aveva incamerato dai ricercatori occidentali di Siemens, Nokia, IBM, saperi e conoscenze, si è trovata nella condizione essa stessa di svilupparli. Anche l’India ebbe la stessa intuizione, investendo su ricerca e innovazione, con però una differenza non da poco con la Cina, perché quest’ultima, già vi abbiamo accennato, affianca alla Ricerca il lavoro 6

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Cina ieri, oggi e domani (B. Casati) www.ilbecco.it - Maggio 2016 industriale e questo costituisce un enorme vantaggio reciproco. Oggi la capitale cinese della Ricerca può essere individuata nella città di Xian, famosa per l’armata di terracotta, che è diventata il più grande HUB dell’Aviospazio del mondo, con 36 Università, e un Polo Tecnologico di ben 150 mila ingegneri. In una spettacolare fusione, tra passato, presente e futuro. Se si vuole trovare una rappresentazione della Cina di ieri, oggi e domani, ecco, la si trova a Xian. La formazione è il terzo fattore di spinta con, oggi, 30 milioni di giovani che frequentano le Università. E se un tempo si andava a Oxford, Yale, la Sorbona, oggi si va alla Fundan di Shanghai. È la Cina insomma il nuovo baricentro del mondo. I FATTORI FRENANTI Dentro il percorso sinteticamente richiamato ci sono stati anche errori e contraddizioni. Il PCC lo riconosce apertamente. I principali fattori frenanti del “Socialismo con caratteristiche cinesi” sono (sono tuttora): la corruzione, l’inquinamento, lo stato della sanità. Si tratta di problemi gravi e reali, aldilà della propaganda denigratoria degli anticomunisti sempre all’opera. - La corruzione è il più grave e anche il più difficile da estirpare. Deng aveva avuto la percezione del rischio che comportava la sua apertura ai capitalisti investitori, ed ebbe a dichiarare in metafora che:” quando si aprono le finestre possono entrare le mosche”. E le mosche sono entrate per davvero anche nei reparti d’elite del PCC, come è stato dieci anni fa con il clan di Shanghai, una vera e propria tangentopoli, o nel caso più recente di Boxii Lai, già Ministro del Commercio Estero e astro nascente della nomenklatura del PCC. Oggi Xi Jin Ping ha investito a fondo nella lotta alla corruzione e al clientelismo familista, guadagnandosi la simpatia del popolo. Del resto, la rivolta di Piazza Tiennammen, che fu una tragedia, prendeva alimento da due problemi sui quali, è vero, soffiò la reazione. Ma erano problemi veri: il primo era dato dall’inflazione al 18%, che erodeva il già debole potere popolare d’acquisto del tempo, ma la rabbia esplose componendosi questo primo problema con il secondo rappresentato dal rilievo dei benefici, dall’occupazione di posti di prestigio ai trattamenti economici di eccellenza, di cui godevano “i principini” ossia i figli e i parenti degli alti Dirigenti del PCC. Insopportabile. Questione superata con la fermezza promessa da Xi Jin Ping? Vediamolo, quando saranno più chiari i contenuti dello scandalo PANAMA PAPERS sui depositi di capitale in Fondi Off-Shore. Ci aspettiamo dalla Cina quei comportamenti inflessibili inesistenti a casa nostra. -Per quanto riguarda l’inquinamento e lo stato deficitario della sanità, la Agenzia XIN HUA (Nuova Cina) scrive che “… il modello cinese è idealisticamente accelerato dalla Macchina Stato, ed è sbalorditivo, ma è altrettanto vero che la crescita è conseguita al prezzo di grandi sacrifici in termine di cure mediche e protezione ambientale”. È la verità. Il sistema sanitario è largamente inadeguato, perché la corsa per conseguire risultati economici ha sottratto risorse a un obiettivo sul quale, un altro Paese Socialista , la piccola Cuba di 11 milioni di abitanti, ha invece investito con grandi risultati. Bisogna recuperare. Mentre per la protezione ambientale, la Cina sta cercando per davvero di fuoriuscire dall’uso pressocchè esclusivo dal carbone, che è il combustibile fossile di cui dispone in abbondanza, combustibile economico ma inquinante. Il suo utilizzo, affiancato a quello degli oli combustibili derivati dal petrolio, che in larga misura vengono ancora acquistati, viene pagato con tassi elevati di inquinamento soprattutto nelle grandi città, ma anche con la vita dai minatori impiegati in miniere pericolose e obsolete. In positivo, la Cina è diventata, avendo ben presente la gravità della situazione, il primo investitore mondiale nelle fonti rinnovabili – solare, eolico, biomasse – mentre, per la produzione di energia elettrica da fonte idrica, la Cina ha messo in produzione l’immenso Impianto Idroelettrico delle Tre Gole, un’opera di altissima ingegneria che, però, ha cancellato una Regione, con discutibili ricadute ambientali. Si avanza così nelle contraddizioni. Ma si avanza. LA COMPOSIZIONE SOCIALE Passati quasi quattro decenni dall’avvio del grande balzo, una domanda diventa d’obbligo: “ma, la Cina, li ha riempiti o no i granai e, soprattutto, li ha riempiti per tutti?” la risposta può essere data guardando all’evoluzione della composizione sociale del grande Paese, mettendo a confronto la società cinese del 1° ottobre 1949, con quella di oggi e così avere plasticamente la misura dell’efficacia della riforma delle “Quattro Modernizzazioni”. Nel 1949 il PCC trovò un paese composto da una massa sterminata di contadini poveri e con pochi operai occupati, quando lo erano, nelle ferrovie, nelle miniere, nell’industria tessile e nei cantieri navali (ma è stato questo proletariato industriale la forza motrice della rivoluzione capace, lo ricorda Mao Tse Dun, di condurre dal 1921, le tre guerre civili e la guerra antigiapponese). Era un paese, la Cina del 1949, con 400 milioni di poveri estremi che letteralmente morivano di fame e, altrettanti, che potevano guadagnarsi, non sempre, almeno una ciotola di riso al giorno. 7

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Cina ieri, oggi e domani (B. Casati) www.ilbecco.it - Maggio 2016 Mai dimenticare che la Cina è ri-partita da lì. Dove è arrivata? Ecco la risposta alla domanda perché disponiamo (con altri precedenti e successivi) del dato del 2000, quando la Cina si affaccia al Terzo Millennio e misura, su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, i passi avanti traguardati attraverso la nuova composizione sociale. Esistono ancora, ci dice quel dato, i poveri estremi – anche se è stata elevata la soglia della povertà per rilevarli – relegati nelle zone più inaccessibili dell’immenso paese: erano 400 milioni mezzo secolo prima si sono ridotti a qualche milione (in USA risultano di più, anche se gli USA sono più piccoli della Cina come dimensione). C’è poi 1 miliardo e più di persone che mangiano, ma non più e solo la famosa ciotola di riso, e poi studiano, possiedono la TV e il cellulare, molti possiedono il PC e viaggiano in Internet (sono 3/400 milioni i cinesi che usano Internet. 100 milioni più degli USA, ma la Cina è solo all’inizio). È il grande popolo in marcia verso la “Società della Media Prosperità”. Con una novità che si presentava già all’inizio del secolo, data da 180-200 milioni (tre Italie) di cittadini cinesi che sono già oltre, taluni ben oltre, la media prosperità, e sono i cinesi che vivono bene, taluni benissimo anche per gli standard occidentali, vestono italiano, possiedono la macchina, magari sono venuti a Milano a visitare l’EXPO. Sono loro i passeggeri del treno superveloce. Taluni sono collocati nelle alte sfere del PCC. Ora, va bene che Deng Xiao Ping abbia detto: “lasciate che alcuni diventino ricchi prima, per aiutare gli altri a diventarlo” ma andrà per davvero così o, con l’artifizio del dubbio, non é, ci si domandi che i granai si siano riempiti troppo per pochi e poco (relativamente) per altri? Nella risposta, che daranno i fatti, sarà racchiuso il profilo autentico che assumerà il “Socialismo con caratteristiche cinesi”. E, per l’ormai prossimo 2020, il PCC stima che in Cina ci saranno 700 milioni di benestanti e 700 milioni di cinesi che vivranno in modo adeguato, con la povertà definitivamente cancellata. Ovviamente si potrebbe raggiungere questo straordinario risultato sulla strada ancora lunga del Socialismo, solo se la Cina potrà ancora operare in pace. Ma, come è ovvio, il successo della via cinese al socialismo non dipende solo dalla Cina. LA LUNGA MARCIA VERSO IL SOCIALISMO Mao Tse Dung adatta il pensiero di Marx e Lenin alla specificità della Cina e alle sue classi sociali del tempo, che lui analizza in modo approfondito nelle loro caratteristiche nei suoi “Scritti Politici”, (si vedano i 5 volumi degli “Scritti Scelti” Ediz. Rinascita). I soggetti fondamentali della trasformazione in senso socialista della società cinese, vengono, rielaborati e racchiusi nella “Teoria delle Tre Rappresentanze” e sono: i contadini, gli operai (il soggetto locomotore), gli intellettuali. È con il ritorno di Deng che 8

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Cina ieri, oggi e domani (B. Casati) www.ilbecco.it - Maggio 2016 vengono assunte, nelle rappresentanze, anche i lavoratori - autonomi e i liberi professionisti. Con Deng si trattò di uno sviluppo teorico del pensiero di Mao, il Grande Timoniere che ebbe il merito, con la prima generazione di dirigenti - comunisti, di intervenire nella storia delle “ribellioni senza teoria” e, quindi anche senza sbocchi, dei decenni prece- denti: dalle rivolte dell’oppio del 1840 alla ribellione dei - Boxer, dalla lotta nazionalista di Sun Yat Sen allo stesso movimento antimperialista del Maggio 1919. Mao intervenne nella storia aprendosi alla politica delle alleanze, assolutamente necessarie per cacciare prima i colonizzatori - occidentali poi l’esercito imperiale del Giappone. Ma, prima di saldarle (per il tempo utile a realizzare l’obiettivo), Mao costruisce e rinsalda il “nucleo d’acciaio” : il Partito. Il PCC nasce così il 1° luglio 1921 a Shanghai, nasce con no- ve iscritti (oggi gli iscritti al PCC sono 85 milioni). Sarà questo il partito che, raccolto il consenso degli operai indu- - striali, pochi milioni ma concentrati, come dei contadini poveri e semiaffittuari, si alleerà con i nazionalisti del Kuo- mindang per combattere i giapponesi, poi romperà con i cambiato idea. È partita invece tutta un’altra storia che ha, co- nazionalisti sconfiggendoli nella Terza Guerra Civile Rivo- me protagonista, il popolo della Cina e il PCC. - luzionaria. Dopo la vittoria, Mao aprirà alla politica del fronte unito con la borghesia, con la quale realizza sia la Un partito che cerca di non scivolare nei gravi errori in cui - Prima Riforma Agraria come la Legge sull’Economia Mista. incorse, non sempre costrettavi, l’Unione Sovietica che, ancor E quella Cina, grande intuizione, guarderà già allora prima del colpo di grazia assestatole da Gorbaciov, era rima- all’Africa, ove costruirà la ferrovia Tanzania-Zambia. Come, sta un gigante bloccato nella gabbia dell’industria pesante e gelosa della propria autonomia, la stessa Cina di Mao dei negozi (così come l’artigianato) di Stato sino al dettaglio. entrerà in un conflitto non solo accademico con il grande Solo Kossighin prima e Andropov poi tentarono timide ma scomodo vicino, l’Unione Sovietica, non tollerando (la aperture. In ogni caso, l’Unione Sovietica ha sì commesso gra- Cina) l’alleanza in Asia della stessa URSS con il Vietnam, vi errori, ma si è fatta anche carico di tutte, ma proprio tutte, aggredito dagli Stati Uniti d’America. Poi ci saranno gli le lotte antimperialiste e anticoloniali del mondo intero da scontri sul fiume Ussuri, poi ancora la Cambogia. Sono pa- Cuba al Vietnam, sino ai moti rivoluzionari dell’Africa nera. gine amare di storia del Comunismo da rileggere, altrimenti E ha pagato ben oltre i propri demeriti. Ma c’è un punto de- non si comprende la Cina, nè quella di ieri né quella di cisivo che segna il discrimine tra PCUS e PCC (tutto alla fin oggi. fine si riconduce alle scelte strategiche dei comunisti). Perché, Oggi la Repubblica Popolare di Cina è, se non il centro del mondo, sicuramente è al centro dell’attenzione di tutti i paesi del mondo. Se non altro per la gigantesca campagna di investimenti, sostenuta dalla Banca Asiatica dello Sviluppo, con cui, la Cina, si presta a sfilare alleati agli USA che, dal canto loro, si provano a reagire imponendo agli stessi alleati quei due trattati capestro, Transatlantico e Transpacifico. Una guerra mondiale commerciale è quindi in corso. In sintesi, si deve registrare come siano saltate due profezie che anni fa ebbero grande eco, come la profezia di Francis Fukuyama sulla “Fine della Storia”, e quella di Toni Negri sull’Impero e le Moltitudini. Il mondo non è diventato unipolare, la storia continua e non c’è nessun Impero unico del pianeta-terra. E così Fukuyama ha a differenza del PCC, il PCUS, da Stalin in poi (lo Stalin prima della guerra), non colse l’esigenza di saldare quei compromessi con il mondo del capitale, assolutamente necessari nella prima fase dopo la conquista del potere, per dare basi salde economicamente alla costruzione del Socialismo. Prima Mao poi Deng colsero attraverso un percorso non sempre lineare, e il secondo sviluppò, la stessa esigenza. In verità la intuì anche Lenin, nei primi burrascosi anni di guerra civile dopo l’Ottobre, e così lanciò la NEP, che poteva avere lo sviluppo che non ebbe. Perché, dopo Lenin, si arenò, e poi l’URSS fu costretta a investire sull’industria di guerra. Il Nazifascismo era alle porte. Ed è ancora l’esigenza che, con le loro specifiche caratteristiche, ispira le scelte economiche di Cuba, come quelle degli ultimi anni del Vietnam. Per loro, e il loro Socialismo, la Cina è diventata il riferimento. 9

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www.ilbecco.it - Maggio 2016 NOTE SULLA POLITICA INTERNAZIONALE DELLA CINA ARTICOLO DI FAUSTO SORINI Nella evoluzione della politica estera cinese dal 1949 a oggi, possono essere evidenziate tre direttrici permanenti: -unificare il Paese (Hong Kong, Macao, Taiwan); -emergere come grande Paese socialista e autonomo; -perseguire la modernizzazione economica del Paese, favorendo una evoluzione del contesto mondiale ed una collocazione internazionale del Paese funzionale a questo obiettivo. Nel luglio 1960 la crisi fu aggravata dalla decisione di Mosca di richiamare migliaia di tecnici e di esperti che l’Urss aveva inviato in Cina per aiutarla a costruire un'industria moderna. Questa decisione, che avvenne nel pieno della carestia e del fallimento del Grande balzo in avanti, precipitò l’economia cinese in una condizione tragica, e fu uno dei motivi salienti che spinsero i comunisti cinesi a modificare radicalmente il loro atteggiamento verso l’Urss. Si possono sintetizzare sei fasi principali. GLI ANNI CINQUANTA: L'ALLEANZA STRATEGICA CON L'UNIONE SOVIETICA La prima fase va dalla fondazione della RPC (1949) alla rottura con l’URSS kruscioviana, ed è caratterizzata dall’alleanza con l’URSS di Stalin. E’ la fase dell’affermazione della propria esistenza e sicurezza nei confronti delle grandi potenze imperialiste che per secoli avevano sfruttato la Cina come una colonia e si rifiutavano di accettare la nuova Cina socialista come un dato irreversibile del nuovo contesto mondiale. È grazie a questa alleanza con l’URSS che la RPC pose le basi strategiche della propria fase iniziale di industrializzazione. GLI ANNI SETTANTA: L’ALLEANZA STRATEGICA CON GLI STATI UNITI La terza fase va dai primi anni ’70 ai primi ’80 (da Mao a Deng). Si afferma un rapporto preferenziale con gli Stati Uniti, considerato la chiave di volta per la crescita economica e tecnologica della Cina e per il suo protagonismo internazionale. Fra il marzo e l’agosto del 1969, vi furono gravi scontri militari tra i due eserciti lungo la frontiera cinosovietica. La diplomazia internazionale evocò persino la possibilità di una rappresaglia nucleare sovietica, che nella seconda metà dell’anno spinse il governo cinese ad evacuare Pechino. GLI ANNI SESSANTA: LA ROTTURA CON L'URSS E LA LOTTA CONTRO LE "DUE SUPERPOTENZE" La seconda fase abbraccia gli anni ’60 e include il periodo della Rivoluzione culturale (1966-69). La difesa della propria sicurezza si combina con la ricerca di una piena autonomia (anche nucleare) nei confronti di entrambe le due superpotenze, che per ragioni diverse non gradivano una Cina troppo forte e autonoma. Dopo la percezione di un tale pericolo (vero o presunto che fosse), nel gruppo dirigente cinese si fece strada l’idea che l’URSS rappresentasse in quella fase la principale minaccia alla sicurezza della Cina, e su quella base fu decisa l’apertura agli Stati Uniti: che a loro volta (con Nixon e Kissinger) non si lasciarono sfuggire l'occasione per accentuare la frattura tra le due maggiori potenze socialiste. Quando il 20 giugno 1959 l’URSS kruscioviana fece sapere ai cinesi che non avrebbe fornito loro alcun modello di bomba atomica (diversamente dagli impegni precedenti), ciò determinò un grave contrasto. L'Urss temeva che tale concessione avrebbe vanificato ogni sforzo di distensione e cooperazione con l’Occidente, e cercò di convincere Pechino che l’ombrello atomico sovietico era sufficiente per proteggere anche la Cina. La RPC replicò che essa era un paese troppo importante per consegnare in modo subalterno all’URSS il tema della propria sicurezza. Nel febbraio 1972 la visita ufficiale di Nixon a Pechino formalizzò la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, cui seguì pochi mesi dopo il viaggio a Pechino del premier giapponese Tanaka. Con quali argomenti (al di là della propaganda) i dirigenti cinesi di allora giustificarono la loro scelta nelle conversazioni riservate con altri partiti comunisti? Quando una delegazione del PCI, guidata da Enrico Berlinguer andò in Cina nell’aprile 1980 per ristabilire le relazioni col PCC, nei colloqui riservati (così mi dis- 10

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Note sulla politica internazionale della cina (F. Sorini) www.ilbecco.it - Maggio 2016 se un dirigente del PCI che ne ebbe diretta testimonianza) la leadership cinese diede più o meno la seguente spiegazione: noi non abbiamo alcuna ostilità pregiudiziale all’Unione Sovietica. Sappiamo che l’URSS è un Paese socialista, con un sistema socialista per molti versi più avanzato del nostro. Ma l’URSS è anche una grande potenza che non rispetta la nostra autonomia e che oggi, diversamente da ieri, minaccia la nostra sicurezza più degli Stati Uniti. E noi sappiamo che i sovietici capiscono un solo linguaggio: quello della forza. Per cui noi dobbiamo fare a loro tanto male da indurli a cambiare politica verso di noi e a stabilire con la Cina rapporti paritari, che non minaccino la nostra sicurezza ed autonomia. GLI ANNI OTTANTA: NORMALIZZAZIONE DEI RAPPORTI TRA CINA E URSS La quarta fase (dai primi anni ’80 al crollo dell’URSS) vede un graduale riavvicinamento tra Cina e URSS, non come alleanza strategica e ideologica come quella con l’URSS di Stalin, ma di reciproca “sicurezza”. La sconfitta degli USA nella guerra del Vietnam (1975) e l’impulso che essa trasmise alle forze rivoluzionarie e di liberazione in ogni parte del mondo, determinò grande inquietudine nei gruppi dirigenti dell’imperialismo e li indusse a un contrattacco. Già con la presidenza Carter iniziò una massiccia azione ostile nei confronti dell’URSS: prima sul piano ideologico (la campagna sui “diritti umani”); poi, dopo la elezione di Reagan (1981), anche sul piano economico e militare, con il dispiegamento degli euromissili e col progetto di Scudo spaziale. L’obbiettivo era quello di accrescere qualitativamente la minaccia militare al sistema sovietico, di sfiancarlo economicamente con la corsa al riarmo, di demolirne l’immagine come “impero del male”. Questa escalation indusse Mosca a normalizzare le relazioni con la Cina; che a sua volta percepì le crescenti difficoltà dell’URSS, sia sul piano interno (stagnazione economica, sclerosi burocratica) che internazionale. Sentì che l’URSS era più debole, meno minacciosa nei suoi confronti; valutò che l’alleanza con gli USA in chiave anti-sovietica non le aveva portato tutti i vantaggi sperati in termini di cooperazione economica e tecnologica, mentre le conseguenze più ciniche di quella scelta pro-americana le avevano alienato la simpatia di tanta parte dell’opinione pubblica progressista in Occidente, dei movimenti di liberazione e dei Paesi non allineati. Si crearono quindi le condizioni e le reciproche convenienze per un riavvicinamento, in un quadro multipolare più diversificato, in cui cominciava ad emergere anche l’interesse della Cina per un rapporto peculiare con una Unione Europea, che a sua volta aspirava a muoversi nel contesto mondiale non più come mera appendice della superpotenza USA. La direzione di Andropov diede forte impulso alla ripresa delle relazioni tra Cina e URSS, che continuò con Gorbaciov; anche se, man mano che la perestrojka si distanziava dal suo iniziale carattere “socialista” e determinava la disgregazione dell’URSS e del campo socialista in Europa, essa portava con sé contraddizioni di tipo nuovo nella relazioni tra Pechino e Mosca, ed anche nuovi elementi di frattura ideologica. La prima visita ufficiale di Gorbaciov a Pechino (maggio 1989), si svolse nei giorni delle manifestazioni di piazza Tiananmen, e contribuì ad acuire anche alcune contraddizioni ai vertici del PCC. Venne allo scoperto l’incompatibilità tra due modelli di riforma. L’approccio gradualista di Deng Xiaoping era basato su riforme economiche incrementali, ma senza perdita del controllo politico e Statuale sulla situazione complessiva del Paese; e non contemplava certo i cambiamenti improvvisi e destabilizzanti della perestrojka gorbacioviana. Dopo i giorni di piazza Tienanmen, l’atteggiamento cinese si fece sempre più freddo e all’interno del Pcc cominciarono a circolare documenti che interpretavano il collasso del sistema sovietico come il naturale prodotto delle politiche “revisioniste” di Gorbaciov. GLI ANNI NOVANTA: VERSO UN MONDO MULTIPOLARE La quinta fase (gli anni ’90) fu in buona parte una conseguenza dello scioglimento dell’URSS. Esso modificò radicalmente il quadro internazionale, spezzando il bipolarismo che lo aveva caratterizzato fin dal dopoguerra, e fece emergere due spinte contrastanti: quella degli USA, che volevano approfittare del crollo dell’URSS per affermare un nuovo ordine unipolare; e quella degli altri poli mondiali volti ad affermare - sia pure con prospettive e interessi differenziati - un nuovo ordine multipolare. L’agenda del multipolarismo divenne da quel momento l’architrave della politica estera cinese. 11

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Note sulla politica internazionale della Cina (F. Sorini) www.ilbecco.it - Maggio 2016 Un’agenda a geometria variabile, che bilanciava l’esigenza di sviluppare relazioni positive di cooperazione economica coi paesi tecnologicamente più sviluppati (USA, UE, Giappone) con quella di contrastare l’unipolarismo USA. XXI secolo: la relazione strategica con la Russia di Putin e i BRICS La sesta fase (che giunge fino ad oggi) emerge dopo l’ascesa di Putin alla direzione della Russia (gennaio 2.000). La cooperazione politica sulla prospettiva del multipolarismo, sulla quale aggregare gli attori emergenti del panorama internazionale, assume dunque i contorni di una vera scelta strategica della politica estera della Cina. Essa giunge fino ai nostri giorni e si proietta nel futuro. Tale cooperazione ha visto una forte accelerazione con l’esplodere della crisi del capitalismo internazionale del 2007-08, che si è accompagnata ad una rinnovata aggressività politico-militare unipolare degli Stati Uniti e dei loro alleati più stretti nello scenario internazionale, volta a recuperare sul terreno militare (dove gli USA e la NATO conservano una indiscutibile superiorità globale) quello che essi stanno via via perdendo con il declino della loro leadership economica, politica e valutaria. Negli stessi anni nasce il gruppo dei BRICS, che nel 2011, dopo l’ingresso del Sudafrica di Jacob Zuma, diventa un Forum permanente e strutturato, che ha visto accrescere via via le sue prerogative volte ad influire su tutto il quadro mondiale, in campo economico, finanziario, valutario, della politica estera e di sicurezza (ultima, ma non certo in ordine di importanza, la scelta di dare vita ad una Banca Mondiale). Oggi, in occasione delle più sedute più importanti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tali Paesi hanno concordato un sistema di consultazioni multilaterale, volta a ricercare un comportamento comune o il più possibile convergente. Nell’ambito dei BRICS, l’asse tra Pechino e Mosca si afferma come architrave: la Cina socialista in quanto principale potenza economica e finanziaria, la Russia in quanto principale potenza sul terreno militare, territoriale e delle risorse energetiche. L’India, storico riferimento del non allineamento e seconda potenza economica emergente dopo quella cinese, si colloca in modo più oscillante e vede al suo interno una lotta politica acuta tra chi punta sui BRICS e chi viceversa su un rapporto preferenziale con gli Stati Uniti. Mentre Brasile e Sudafrica, paesi emergenti all’interno dei quali è consistente uno schieramento sociale e politico antimperialista, emergono come Paesi chiave per l’equilibrio continentale di America Latina e Africa. Contestualmente la Cina ricerca una cooperazione rafforzata con l’Unione europea. Tutto ciò non è volto ad una contrapposizione frontale agli Stati Uniti e al Giappone, bensì ad incoraggiare una evoluzione multipolare del contesto mondiale, a “gestire” il declino dell’impero americano (e del dollaro) cercando di contenerne le spinte più oltranziste e aggressive, a scongiurare (o almeno ritardare il più possibile) scenari da terza guerra mondiale. Queste dinamiche si consolidano dopo la guerra della Nato nei Balcani e la sua espansione ad Est; l’esplosione della crisi strutturale del sistema capitalistico mondiale a partire dal 20072008; l’escalation dell’interventismo militare degli Usa e della Nato in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina; la scelta degli Stati Uniti di scatenare una nuova guerra fredda contro la Russia e di spostare nell’area del Pacifico il 60% del proprio potenziale militare globale in centinaia di basi militari che circondano la Cina, in vista di scenari tutt’altro che rassicuranti. In questi scenari Cina e Russia vengono indicati dagli Usa come i principali antagonisti storici; ciò rafforza le basi di una cooperazione strategica sempre più stringente, nel quadro della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e dei BRICS. Durante gli anni della direzione di Putin, le relazioni bilaterali tra Cina e Russia raggiungono un livello senza precedenti. L’interscambio commerciale tra Cina e Russia decuplica, passando dagli 8 miliardi di $ nel 2000 ai 95,3 del 2014. All’indomani del vertice tra Xi Jinping e Putin del giugno 2015, viene annunciato l’obbiettivo dei 200 miliardi entro il 2020. Nello stesso periodo: -l’interscambio commerciale tra Cina e Africa passa dai 50 mld $ del 2004 ai 300 del 2014; -quello con l’America Latina dai 26 mld $ del 2000 ai 261 del 2013. Sono previsti investimenti che lo porteranno a quota 500 entro il 2025 (Xi Jinping). A titolo di raffronto si consideri che l’interscambio tra Cina e UE (primo partner commerciale di Pechino) era di 559,1 miliardi di dollari nel 2013; quello con gli USA di 521 miliardi; di 310 col Giappone e di 220 con la Corea del Sud. Se quindi la progressione dell’interscambio Cina-Russia vede una accelerazione impressionante (dagli 8 mld del 2000 ai 200 mld previsti per il 2020), esso rimane distante dai livelli che la Cina interscambia con l’Ue, Usa e Giappone, che rimangono in valore assoluto e a prescindere dai rapporti politici - i suoi partner economici principali, anche per il maggior livello di sviluppo tecnologico che tali Paesi hanno raggiunto rispetto agli altri. È vero anche che i Paesi del G7 sono oggi in preda a una crisi di cui non si intravedono sbocchi positivi. Essi producono il 38% del Pil mondiale (a parità di prodotto), mentre i BRICS il 30% (dati Fmi 2014). Dato che i BRICS mostrano nel loro insie- 12

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Note sulla politica internazionale della Cina (F. Sorini) www.ilbecco.it - Maggio 2016 - me un ritmo di crescita più elevato del G7, gli analisti cinesi, non può quindi essere valutato solo in termini economici suppongono che entro pochi anni il loro Pil supererà quello (che pure contano molto). La Russia non è una entità misurabile del G7. solo con le percentuali dell’interscambio commerciale: essa rappresenta anche l’unica potenza mondiale in grado oggi di Prospettive impensierire gli Stati Uniti sul piano delle deterrenza militare e Tenendo contro degli sviluppi degli ultimi anni, vanno tenuti nucleare; quella con la più grande distesa territoriale e la maggio- in grande considerazione tre elementi strutturali e di lungo pe- re riserva mondiale di fonti di energia. Si tratta di risorse che riodo: sono del tutto complementari a quelle di cui oggi dispone priori- 1. il pericolo di una terza guerra mondiale non era mai emerso tariamente la Cina, che si avvia ad affermarsi come la prima in modo così acuto e durevole come oggi: una fase in cui si potenza economica e finanziaria mondiale. intrecciano tre elementi fortemente destabilizzanti: la crisi - internazionale del capitalismo, il declino degli Stati Uniti, lo Il consolidamento di una alleanza strategica tra Cina e Russia, spostamento del centro geo-politico ed economico del mondo fondata non solo su convenienze contingenti, ma su una visione da Occidente a Oriente; politica e di sicurezza sempre più affine e di lungo periodo sul fu- 2. la profondità della crisi sistemica internazionale del capitali- turo del mondo; e il fatto che la politica dei comunisti cinesi si smo, dopo il 2007-08, impone una esigenza di governo colloca nel quadro di una prospettiva storica globale che non ri- - dell’economia e della finanza mondiale che non può più essere nuncia al socialismo e al comunismo, al pari di quella che ispira i delegata all’Occidente, le cui contraddizioni e debolezze comunisti e altre forze di ispirazione socialista che svolgono un interne destabilizzano il mondo. Ciò richiede nuovi protagoni- ruolo di primo piano anche in Brasile, in Sudafrica, in India e sti del governo responsabile degli assetti mondiali, e qui nella Russia post-sovietica (in cui una parte fondamentale della emerge il ruolo dei BRICS e della loro essenziale componente popolazione non ha rinnegato l’adesione agli ideali del sociali- euro-asiatica, capace ormai di rappresentare un interlocutore smo) fanno assumere a tale alleanza un valore di portata storica, - affidabile per l’Africa, l’America Latina, e per l’insieme anche per le forze che nel mondo si propongono in vario modo dell’Europa; di costruire una società alternativa al capitalismo e un ordine 3. Cina socialista e Russia post-sovietica e putiniana (una entità mondiale non più dominato dall’imperialismo. di difficile classificazione rispetto alle tradizionali categorie) so- no l’espressione di sistemi economici, sociali e politici sicuramente diversi, ma con alcuni elementi forti di affinità strutturale (economia mista a direzione pubblica e statale, pote- re politico e militare autonomo dai centri mondiali dell’imperialismo, politica estera convergente, contiguità terri- toriale, importanti fattori comuni di memoria e identità storica, come si è visto in occasione delle celebrazioni a Mosca per - l’anniversario della vittoria antifascista nella seconda guerra mondiale ..). Tutto ciò fa di questi due Paesi due entità, nella vicenda storica del mondo contemporaneo, che stanno recupe- rando una vicinanza strategica e di prospettiva che potrebbe essere oggi persino più forte di quella che essi sperimentarono per un tempo assai breve e precario nella prima metà degli anni ’50. E ciò è confermato dal fatto che oggi, su quasi tutti i principali e più critici dossier della politica internazionale (Cu- ba, Venezuela, Ucraina, Iraq, Iran, Siria, Palestina, Libia, Afghanistan, Sudan, Taiwan, Corea del Nord, ruolo delle Na- zioni Unite, ricorso al diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, disarmo e politica di sicurezza, aiuti ai Paesi in via di sviluppo…) Cina e Russia hanno oggi posizioni pressoché identiche, come mai era accaduto prima. Il valore di un rapporto strategico privilegiato tra questi due - Paesi, che oggi è un cardine della politica estera dei comunisti 13

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www.ilbecco.it - Maggio 2016 UNA SCINTILLA PUÒ DAR FUOCO A TUTTA LA PRATERIA LETTERA DI MAO TSE-TUNG - 5 GENNAIO 1930 Alcuni compagni del nostro partito non comprendono ancora come valutare correttamente la situazione attuale e quale azione essa richiede da parte nostra. Credono che sia inevitabile un’ascesa della rivoluzione, ma non pensano che possa avvenire molto presto. Disapprovano perciò il piano di occupazione del Kiangsi e approvano soltanto azioni mobili partigiane nelle tre zone ai confini fra il Fukien, il Kwangtung e il Kiangsi. Al tempo stesso, non sono profondamente convinti della necessità di instaurare il potere rosso nelle zone partigiane e, di conseguenza, neppure della possibilità di accelerare l’ascesa della rivoluzione in tutto il paese mediante il consolidamento e l’estensione del potere rosso. Essi pensano, sembra, che sarebbe fatica sprecata, in un momento in cui l’ascesa della rivoluzione è ancora lontana, dedicarsi al duro lavoro di stabilire il potere politico. Vorrebbero estendere la nostra influenza politica con il metodo relativamente facile delle azioni mobili partigiane e, solo quando questo lavoro per la conquista delle masse in tutto il paese sia stato adempiuto completamente, o almeno in notevole misura, passare in tutta la Cina all’insurrezione armata, insurrezione che, con le forze dell’Esercito rosso, dovrebbe trasformarsi in una grande rivoluzione di ampiezza nazionale. Questa loro teoria sulla necessità di conquistare prima le masse e poi instaurare il nostro potere in tutto il paese e in ogni regione, non corrisponde alle condizioni reali della rivoluzione cinese. Essa deriva essenzialmente dal non aver compreso che la Cina è una semicolonia contesa da diversi Stati imperialisti. In effetti, se si comprende questo, tutto diventa chiaro. 1. Diventa chiaro perché, fra tutti i paesi del mondo, solo la Cina conosca lo strano fenomeno di continue guerre intestine in seno alle classi dominanti, perché queste guerre si inaspriscano e si estendano di giorno in giorno e perché un potere unico non sia mai potuto esistere in Cina. 2. Diventa chiara tutta l’importanza della questione contadina e si comprende, quindi, perché le rivolte nelle campagne abbiano preso in tutto il paese l’attuale ampiezza. 3. Diventa chiaro che la parola d’ordine per un potere democratico operaio e contadino è giusta. 4. Diventa chiaro perché esista un altro strano fenomeno che deriva dal primo (le continue guerre intestine in seno alle classi dominanti, che si verificano soltanto in Cina e in nessun altro paese): l’esistenza e lo sviluppo dell’Esercito rosso e delle unità partigiane e, parallelamente, l’esistenza e lo sviluppo di piccole regioni rosse circondate dal potere bianco (fenomeno anch’esso sconosciuto fuori della Cina). 5. Diventa chiaro che la creazione e lo sviluppo dell’Esercito rosso, delle unità partigiane e delle regioni rosse rappresentano, nella Cina semicoloniale, la forma più alta della lotta contadina diretta dal proletariato, il risultato inevitabile dello sviluppo della lotta contadina in un paese semicoloniale e, senza alcun dubbio, il fattore più importante per affrettare l’ascesa della rivoluzione in tutto il paese. 6. Diventa chiaro infine che la politica delle sole azioni mobili partigiane non può accelerare l’ascesa della rivoluzione in tutto il paese e che quindi la politica adottata da Chu Teh e Mao Tse-tung, e anche da Fang Chih-min, è incontestabilmente giusta. Questa politica prevede la creazione di basi d’appoggio, l’instaurazione del potere secondo piani prestabiliti, l’approfondimento della rivoluzione agraria, lo sviluppo delle forze armate del popolo (sviluppo della Guardia rossa di cantone, poi di circondario e di distretto, quindi dell’Esercito rosso locale e infine dell’Esercito rosso regolare), l’estensione, a ondate, del potere politico, ecc. Soltanto così sarà possibile ispirare alle masse rivoluzionarie dell’intero paese la fiducia che l’Unione Sovietica ispira a quelle di tutto il mondo. Soltanto così sarà possibile mettere le classi dominanti reazionarie di fronte a enormi difficoltà, far vacillare il terreno sotto i loro piedi e accelerare la loro disgregazione interna. Soltanto così sarà possibile creare, nei fatti, un Esercito rosso che sia lo strumento principale della grande rivoluzione a venire. In breve, soltanto così sarà possibile affrettare l’ascesa della rivoluzione.a dal racconto e dalle mitologie depositate nel linguaggio. [La lettera integrale su www.bibliotecamarxista.org/Mao/libro_2/scintilla_prateria.pdf, da cui abbiamo liberamente tratto questo estratto] 14

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"E' la liberta' che guida il popolo" CAMPAGNA S0TT0SCRIZI0NI 2016 - Siamo un'associazione di promozione sociale senza scopo di lucro. - Tutto ciò che produciamo lo rendiamo disponibile gratuitamente attraverso il nostro sito web (www.ilbecco.it). - Da realtà autofinanziata chiediamo un contributo sotto forma di sottoscrizione, per recuperare le pratiche di partecipazione ed autofi- nanziamento: non compri niente, compi un (piccolo) gesto politico. - L'erogazione liberale è detraibile in sede di dichiarazione dei redditi se non effettuata in contanti. In cambio ti invieremo i supplementi cartacei che cerchiamo di stampare con cadenza mensile. Con 10 euro permetterai la produzione di 4 riviste, con 30 euro ci darai fiducia per 12 riviste. Per ogni cifra superiore sapremo ringraziare! - Puoi pagare con PayPal che trovi sul nostro sito (www.ilbecco.it - carte di credito, prepagate, conto PayPal) oppure con un bonifico bancario, intestato a Il Becco - Associazione di promozione sociale, presso Banca Etica, Iban IT18E0501802800000000161497 (ricordati di specificare "erogazione liberale" nella causale). www.ilbecco.it info@ilbecco.it @IlBecco Il Becco 377 4277171 I SMS, WhatsApp o Telegram 15

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