Anno 3 - Numero 04

 

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Comunicazione e(') potere (2016, 4)

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Anno III (2016) - n° 4 Comunicazione e(') potere Articoli e interventi di Elisa Battistini, Valentina Bazzarin, Leonardo Croatto, Dmitrij Palagi, intervista a Sara Nocentini

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Editoriale Il Becco - Aprile 2016 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 29 aprile 2016 Indice I q d m " è u l l R s g e n n L c d r c r l f S p i P p c N d m r a g L l G N d

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www.ilbecco.it - Aprile 2016 Tra Ottavo Nano e Tafazzi ARTICOLO DI DMITRIJ PALAGI - REDAZIONE DE IL BECCO) Il problema della comunicazione appartiene al novero delle questioni non affrontate o poste in modo errato nel dibattito diffuso della sinistra italiana, di cui fanno parte anche le comuniste e i comunisti (i più interessati da una necessità di "mito" alternativo rispetto allo "stato di cose presenti"). Non è evidente o immediato, ma la costruzione del consenso è un tema non caratterizzante rispetto alla contemporaneità: l’evoluzione dei mezzi di comunicazione non può sostituire la consapevolezza del passato. Retorica, teatro, stampa, radio, cinema, televisione, internet: sono solo alcuni dei passaggi più noti del flusso di tecnologie ed invenzioni che hanno segnato la storia. Il linguaggio e l’espressione sono imprescindibile parte dell’essere umano: se un’idea non può essere comunicata, semplicemente non è. La stessa questione del potere attiene ad un problema di condivisione del significato. Chi ha attraversato l’esperienza del “movimento dei movimenti”, l’importante realtà nata in risposta ai processi di globalizzazione, sul finire del XX secolo, ricorda la suggestione di alcune impostazioni che rifiutavano il potere in quanto tale. La definizione del lèmma suscita facilmente repulsione: costringere qualcuno a fare qualcosa che altrimenti non farebbe non è gesto pacifico. Siamo abituati a pensarci emancipati, abbracciati ad una coperta su cui è cucita l’espressione: la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri. Parlando di potere si è portati a pensare ad una forma di repressione, il cui volto è spesso anonimo: una divisa, un casco, un manganello. Nell’immaginario di inizio nuovo millennio si sono diffuse distopie narrative di grande successo, anche nelle sale cinematografiche. Per almeno una generazione Matrix ha rappresentato un riferimento imprescindibile, sfruttato anche da alcuni docenti di filosofia per la spiegazione del genio maligno di Cartesio o del mito della caverna di Platone. La maschera di V per Vendetta è oggi un simbolo diffuso tra le nuove generazioni europee quasi quanto il volto di Che Guevara. sociali e dei rapporti economici all’interno della società per leggere la realtà, la necessità di utilizzare le categorie politiche della destra e della sinistra. Si tratta di due presupposti minoritari rispetto alla percezione diffusa del dibattito politico, anche tra l’elettorato attivo. La sinistra oggi viene associata a sentimenti di nostalgia, rivalutando persino le esperienze dei due governi Prodi (di cui il 2016 rappresenta rispettivamente il ventennale e il decennale). Le comuniste e i comunisti hanno invece attraversato anni di progressivo oblio sul piano della comunicazione pubblica. Il titolo del dibattito “La sinistra mette tristezza?”, da cui nasce questa pubblicazione, ha suscitato prevedibili (e ricercate) reazioni negative in alcuni ambienti. Come se l’immagine di Tafazzi non venisse spesso associata alla parte politica dei lavoratori. L’uomo in calzamaglia messo in scena da Aldo, Giovanni e Giacomo saltella sul palco (o nello schermo) colpendosi ripetutamente l’inguine, in modo volontario e traendone apparente piacere. La lettura autolesionista è però consolatoria, nonostante la tristezza che provoca. La ritroviamo anche nel film Il caimano, di Nanni Moretti, riferita a tutta l’Italia: “ogni volta noi pensiamo che voi italiani finalmente avete toccato il fondo e invece no, state lì che scavate, scavate, scavate, e andate ancora più giù”, dice uno straniero al personaggio interpretato da Andrea Orlando. Matteo Renzi è secondo alcuni il miglior erede di Berlusconi, sul piano della comunicazione politica. Questa considerazione è trasversale ai suoi denigratori e ai suoi sostenitori. La passione per l’aspetto esteriore della politica viene da lontano e da anni la sinistra italiana (intesa come corpo elettorale diffuso) guarda con sospetto alla televisione, ritenendola responsabile dei primi successi di Forza Italia, con tutto ciò che ne è conseguito. Nel voler affrontare il tema della comunicazione, è venuto in mente Stefano Benni, uno degli autori contemporanei più capaci di suggestionare la fantasia attraverso i suoi racconti. Nel confronto che viene proposto in questo articolo si danno per scontate alcune posizioni: la validità delle classi Così è emersa dalla rete un’intervista a Curzio Maltese, su la Repubblica, del 13 gennaio 1996. 3

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Tra Ottavo Nano e Tafazzi www.ilbecco.it - Aprile 2016 SB: "Sì, questa sinistra mi mette tristezza e non me ne frega più niente di dirlo. A costo di far rivoltare nella tomba mio nonno stalinista. Non capisco questa corsa al Grande Centro che poi è un centrino da tavola, con due o tre ideuzze perbene apparecchiate. Non capisco questo mimetizzarsi da camaleonti dentro una politica che non s'interessa più della polis, della comunità, ma solo della lotta per il danaro e per il potere. Tanto che bisognerebbe cambiarle nome, invece di Politica che so, Lucratica, Imperiotica. Sono stufo di sentirli parlare soltanto di Borsa e cambi. Di vederli copiare l'avversario, alla rincorsa dell'immagine. Berlusconi veste i suoi da ginnasti dell'Ottocento e li porta alle Bermuda? D'Alema convoca i Vip in convento. Dov'è la differenza?". CM: Già, dove sta la differenza fra destra e sinistra? SB: "Nella fatica di pensare, credevo almeno. Stare a sinistra ti costringe a farti venire qualche idea, ad avere immaginazione. La destra se l' è sempre cavata con quattro fesserie, Legge e Ordine, Dio patria e famiglia, un milione di posti di lavoro..." CM: E la sinistra non vuole più faticare? SB: "Né pensare. Diciamo che il Cavaliere ha perso, ma alcune sue idee, e non delle migliori, hanno penetrato profondamente le file nemiche". [...] CM: A proposito, a Tristalia si salvano soltanto i bambini, anzi salvano tutti gli altri. Nemmeno i giovani. SB: "I giovani, ora, mi sembrano molto passivi. Anche quelli di sinistra, che poi sono più che altro consumatori di una gamma di prodotti di sinistra". La questione è forse mal posta in questo modo. Le frasi di Benni rientrano in una lettura diversa dall’idea dell’Ulivo trasmessa, invece, dalla satira dell’Ottavo Nano. Dall’intervista di Repubblica non passa l’idea di un’armata brancaleone, con Francesco Rutelli quale vittima sacrificale, Romano Prodi in versione semaforo umano e Fausto Bertinotti intento a fare scherzi o dividere la sinistra in microrganismi. Si è andata formando una prospettiva tra l’alto ed il basso ormai largamente diffusa. Da una parte una classe di corrotti che aspira al potere e dall'altra chi il potere non lo ha. Da qui nasce un intreccio di sentimenti controversi, dall’invidia alla rabbia, passando per frustrazione e senso di impotenza. In Francia il dibattito sulla comunicazione ha seguito un percorso interessante, o almeno così ci è parso sulla base di alcuni autori che abbiamo incrociato con la realtà de il Becco. Di Christian Salmon è possibile reperire in italiano almeno due titoli editi da Fazi Editore: La politica nell’era dello Storytelling e Storytelling. Nel primo di questi due libri un capitolo si apre con la descrizione della scena di apertura del film Il Ministro - L’esercizio dello Stato. “Non va cercata in questo sogno un’allegoria del potere, della sua voracità, del suo erotismo, il film non propone un enigma da decifrare così come non offre un’intepretazione di quello che avviene di oscuro e di fatale ai vertici dello Stato. La giovane donna che fa irruzione negli uffici del ministero è una creatura del desiderio, non incarna nulla, né lo Stato né l’uomo politico. Ossessiona le notti del Potere. Non l’Ambizione famelica tante volte evocata al cinema, ma il desiderio, il suo corpo nudo e il suo divoramento. «Dimentichiamo per un’ora e cinquanta le questioni di destra o di sinistra», scrive Pierre Schoeller, il regista del film. «Guardiamo il potere, i suoi rituali e i suoi umori, il sudore, il sangue, la libido». È quello che ci invita a fare il film: [...] un’esperienza o, se si vuole prendere il titolo seriamente, un esercizio. Il ministro - L’esercizio dello Stato o il divoramento del politico.” Salmon usa il film per spiegare come secondo lui il potere abbia perso contatto con la realtà. Per evitare di allungare eccessivamente il ragionamento qui è necessario limitarsi a segnalare la necessità di separare la dimensione del governo politico, formale, dai meccanismi del potere reale. 4

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Tra Ottavo Nano e Tafazzi www.ilbecco.it - Aprile 2016 Può essere convincente la teoria che descrive lo svuotamento degli organismi rappresentativi e delle istituzioni, rispetto alla loro possibilità di incidere, ma è impossibile accettare l’idea che il potere oggi non agisca nella realtà, poiché non può esistere potere che non produca degli effetti nella realtà. Si tratta di un tema da approfondire ma solo legato alla questione della comunicazione. Nella prefazione alla traduzione italiana di un altro libro francese (Mitocrazia, Yves Citton) Wu Ming 1 scrive: «Salmon descriveva un grande e maligno complotto finalizzato a imporre un Nuovo Ordine Narrativo (Non) per mezzo di un’arma di distrazione di massa chiamata - appunto - storytelling. [...] Al fondo, c’era un‘incomprensione del rapporto tra esseri umani e storie, ovvero l’idea che i primi possano fare a meno delle seconde». L’attacco è frontale e anticipa un testo di grande suggestione, nella cui introduzione è possibile cogliere un’impostazione di fondo di tutta l’opera. “L’ipotesi è che lo smarrimento attuale della “sinistra” (quella ufficiale) abbia a che vedere con un blocco e con un deficit inerenti all’immaginario del potere che essa non è riuscita a rinnovare. Il patetico disorientamento dei suoi dirigenti e delle sue organizzazioni collettive, in Francia come in numerosi altri paesi europei, che contrasta con la vitalità di certi movimento “para-politici” di resistenza e di creazione, può essere in larga parte attribuito alla mancanza di una “colla” immaginaria che permetta di tenere insieme tutte le sensibilità, i sentimenti, le evidenze, le speranze, le paure, gli slogan e le rivendicazioni di cui facciamo l’esperienza isolata, senza tuttavia riuscire a imprimervi una forza collettiva di partecipazione condivisa. Quando si parla (a torto) di “fine delle ideologie”, che sia per rallegrarsene o per rimpiangere l’epoca dei grandi antagonismi binari e strutturanti, ci si fa sfuggire la specificità di ciò che oggi è importante ricostruire: non tanto un sistema di idee, coerente e totalizzante, fermamente ancora al rigore del concetto e capace di rassicurare gli animi inquieti con la pretesa d’avere una risposta per tutto (un’ideologia), bensì piuttosto un bricolage eteroclito di immagini frammentarie, di metafore dubbiose, di interpretazioni discutibili, di intuizioni vaghe, di sentimenti oscuri, di folli speranze, di racconti senza cornice e di miti interrotti che prendano insieme la consistenza di un immaginario, tenuto insieme, ancor prima che da una coerenza logica, dal gioco di risonanze comuni che attraversano la loro eterogeneità per fermare la loro fragilità singolare.” In vista dell’iniziativa un compagno ha inviato del materia- le utile, che fa riferimento a Debord, così come numerosi riferimenti alla filosofia sono diffusi nei libri succitati. Spinoza, Foucault, Nancy sono solo alcuni dei nomi più diffusi. È chiaro quindi che questo nucleo di contributi deve rappresentare, per avere un senso, un avvio di riflessione. Ci sono alcune premesse, tutte da verificare nel corso dei prossimi mesi, se non anni. La sinistra non mette tristezza, la sinistra si è persa, quindi trasmette disorientamento e si immola in ogni momento rispetto a quel che ritiene la sua battaglia immediata (per anni il centrosinistra si è identificato nella crociata contro Berlusconi). La caduta del Muro di Berlino rappresenta la fine di un ciclo narrativo, ma esiste ancora spazio per la costruzione di un’alternativa di società rispetto al capitalismo. Il problema è capire come sono mutati i meccanismi del potere, agirvi all’interno e costruire al contempo un campo d’azione alternativo, perché è chiaro che se le regole del gioco vengono scritte dall’avversario, sarà impossibile ottenere una vittoria. Il funzionamento della realtà non riguarda ovviamente solo chi insiste a porsi il tema del comunismo, ma è impossibile pensare di “superare lo stato di cose presenti” se non si ha presente quale è “lo stato di cose presenti”. 5

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www.ilbecco.it - Aprile 2016 L'UMANO ED IL POLITICO INTERVENTO DI ELISA BATTISTINI - GIORNALISTA E CRITICA CINEMATOGRAFICA Il film Il Ministro – L'esercizio del potere di Pierre Schöller racconta la quotidianità, almeno per l'azione che si svolge in pochi giorni, di un ministro dei trasporti. Il film inizia con un sogno del ministro che viene interrotto dalla chiamata del Capo del Gabinetto: c'è stato un incidente stradale sulle Ardenne e sono morti diversi adolescenti. Il capo del dicastero dei trasporti scende dal letto, raggiunge il posto e presenzia in nome dello Stato; torna indietro, va in televisione e si creano i primi conflitti con gli altri membri del governo. È la quotidianità del capo del dicastero. Il regista ha affermato che alcuni uomini politici lo hanno trovato molto realistico: il senso del film è, infatti, quello di riportare una messinscena, convincente e realistica, di quelle che sono le funzioni dello stato e di esercizio del potere. Porta alla riflessione sulla risposta che l'individuo normale, anche talentuoso, portato alla reazione, è chiamato a dare in quanto politico. Il film è stato trovato convincente poiché racconta il rapporto tra il soggetto, essere umano, e la realtà, sia psichica che fisica, con cui si trova a fare i conti: mostra in modo non pregiudiziale, come oggi la politica sia qualcosa innaturale per un individuo. Questo non è fisicamente tarato per quella che è la politica oggi, diventa di qualcosa completamente scollegato dalla se stesso, dal proprio desiderio, dalla propria personalità; è fagocitato e si fagocita ciò che lo circonda, si scosta dagli affetti. Il film racconta della non naturalezza di questa politica. In uno dei due saggi che accompagnano il film che ho scritto ho citato Tony Blair, il quale ha criticato il sistema dei media in un discorso di qualche anno fa, dicendo che mentre negli anni novanta si doveva avere la notizia del giorno, nel 2007, quando l'intervista è stata rilasciata, non bastava la notizia del giorno ma ci volevano anche quella del pomeriggio e della prima sera. Ovviamente questo pone un problema intimamente individuale: nessuno di noi è portato per natura a reagire ad una tale massa di stimoli, strategie ed eventi ad una tale velocità. É semplicemente innaturale: mentre House of Cards è una serie di intrighi di potere machiavellici e shakesperiani, in cui i protagonisti sono sempre impeccabili, in questo film il ministro è più realistico, non riesce ad esempio a trattenere il suo corpo dal reagire naturalmente (ha conati di vomito). Nel “gioco” raccontato dal film, è rilevante il personaggio del Capo del Gabinetto, il funzionario calmo, riflessivo e che parla poco. Nonostante sia l'ombra del ministro, alla fine del film si separano, perché lui cambia dicastero, avanzando nella propria carriere, e non lo porta con sé. È lo stato che arretra e la politica che avanza. Questo perché in teoria lo stato, come diceva Hobbes, è il patto sociale degli individui attraverso un contratto sociale (il Leviatano era un individuo formato da tanti corpi). Negli ultimi venti anni lo stato è arretrato rispetto alla politica: il contratto tra la comunità e coloro che dovrebbero proteggerla e difenderla è venuto meno, lasciando lo spazio all'individualità politica. Il Ministro – L'esercizio del potere porta anche alla riflessione sull'individualità di un uomo politico che non è in grado di reagire a tutto e di controllare quello che avviene, la cui preoccupazione principale è quella del controllo non della cosa pubblica ma di se stesso in rapporto ad un universo molto competitivo. L'individuo politico non agisce più per il servizio al cittadino, che nel film è rappresentato da un personaggio che fa una brutta fine. L'impotenza della politica sta proprio nella misura in cui all'inizio il politico agisce su motivazioni ideologiche e di contenuto ma via via smarrisce il contatto con l'idea originaria e c'è qualcosa che prende corpo in maniera molto forte: la consapevolezza di prendere parte 6

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L'umano ed il politico www.ilbecco.it - Aprile 2016 ad un qualcosa che tira fuori una parte quasi animalesca dei singoli. Anche persone di grande valore sono attratte dal potere, non tanto per la possibilità di poter effettivamente decidere quanto di poter partecipare al gioco, di potere interagire, anche divertirsi. La categoria del politico ha molto a che fare oggi con l'idea del gioco, del divertimento, dati dal prendere parte ad un'élite che oramai è scollegata dalla realtà ed è autoreferenziale. Viene meno la vicinanza della cosa pubblica al cittadino e, nel crescere, la politica viene fruita come un qualcosa di divertente ma individuale. Il piacere di partecipare ad una decisione che altri non possono prendere: nel partecipare all'élite, ogni individuo è o onnipotente o del tutto impotente. Nonostante le possibilità di decidere effettivamente siano limitate, l'illusione di poterlo fare è un motore sorprendente. Allettante anche per i giovani che vogliono scendere in politica: il fenomeno psicologico, per quanto negativo, va compreso per capire cosa è il potere oggi e cosa gli manca. Passando al rapporto col giornalismo, parlo premettendo che sono stata tra le fondatrici de Il Fatto Quotidiano, esperienza da cui in seguito mi sono discostata. La manipolazione che il politico mette in atto e l'uso del politico da parte del giornale sono due facce della stessa medaglia: è difficile disarticolare il meccanismo. Se è vero che il politico si lamenta delle richieste di suggestioni ed input fatta dal giornalista, questo a suo volta è spinto dalle pretese scandite dai tempi dell'informazione di oggi. Una notizia il giorno dopo è morta e quindi il politico deve agire alla stessa velocità. Le due categorie sono quindi molto legate e nessuno dei due, né il politico né il giornalista, fa un passo in più per approfondire. Faccio fatica ad imputare agli individui singoli l'impossibilità di farlo: viviamo in un sistema strutturato e uscire da questa impostazione politica e giornalistica è difficile, forse impossibile. In un sistema di mercato, anche nel mondo dell'informazione parliamo di un prodotto da vendere: si creano quindi accordi e connivenze, relazioni, che rendono tutto molto più magmatico e difficile da sciogliere. Non è una volontà superiore, il “sistema”, ad avere creato questo assetto: si è creato spontaneamente attraverso passaggi facilmente individuabili, come l'affermazione di internet, l'all news ma anche la caduta del Muro di Berlino. Nodi di significato che hanno portato ad un'accelerazione: la velocità dell'informazione e della politica oggi snatura l'uomo. Mi colpisce molto il modo banale, ad esempio, con cui guardiano i viaggi all'estero dei capi di stato: sono continuamente in viaggio, a giro e ciò ci risulta molto naturale. In che modo può vivere l'individuo ad una velocità di questo tipo? È quella la velocità che ci appartiene? Io ho grandi dubbi. Abbiamo detto che il film mette al suo centro un individuo che non viene giudicato nel suo valore politico ma per il suo dovere sempre reagire ed andare, senza porsi il problema di cosa e perché lo fa. Avendo lavorato per tanti anni per i giornali, posso affermare che si tratta di un tema che si pone sia per un direttore di giornale che per un parlamentare: quale è il riflesso che hai di te stesso e come questo influenza le decisioni sulla cosa pubblica. L'uomo politico oggi deve anche essere valutato usando questa categoria, quella dell'umano, della sua esperienza e della percezione che se ne ha. 7

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www.ilbecco.it - Aprile 2016 I CORTOCIRCUITI DELLA POLITICA INTERVISTA A SARA NOCENTINI, (GIA' ASSESSORA ALLA CULTURA DELLA REGIONE TOSCANA) - A CURA DI D.P. Come definiresti il rapporto tra il governo ed il potere? Ritieni corretto affermare che oggi la sovranità politica ha limiti sempre più definiti, da indagare ed approfondire? Un cambiamento nell’esercizio dello stato, può avvenire dunque solo partendo da questa dimensione multipla, complessa, talvolta, contraddittoria, proponendoci di incidere su di essa sui vari fronti possibili. Il rapporto tra governo e potere è innanzitutto un rapporto complesso, a variabili infinite, sconosciute e spesso interdipendenti tra loro. Detto questo, credo che dovremmo soffermarci sul fatto che il governo è il luogo istituzionale, pubblico e democratico in cui si prendono decisioni che attengono alla gestione della sfera pubblica. Percepire il governo come un unicum è tuttavia una semplificazione eccessiva: al suo interno coesistono, spesso pacificamente, talvolta in modo turbolento, poteri diversi (pensiamo al conflitto che si esplicita nel film tra il ministro al bilancio e quello dei trasporti). Intorno al governo, dunque all’esercizio istituzionale del potere pubblico, esistono altri “poteri” pubblici (diversi livelli di governo) e privati (a fini particolari o collettivi) con la loro capacità di esercitare pressioni, favorire od ostacolare processi. La risultante di queste variabili è quasi certamente qualcosa che sfugge al controllo del singolo. Sbaglieremmo dunque se giudicassimo la capacità di incidere (di esercitare una qualche forma di esercizio di potere) dagli atti di un solo uomo o una sola donna. L’esercizio del potere ha sempre avuto secondo me vincoli e compatibilità. Ciò che ritengo più grave in questo periodo non è l’esistenza di vincoli e compatibilità, ma la coesistenza di questi con l’essenza democratica delle nostre società. Il rischio che oggi mi pare maggiore è che tra tutti i vincoli del potere, si tenti di indebolire e emarginare il vincolo democratico (inteso certamente come diritto di voto, rappresentanza e organizzazione politica, ma anche e forse primariamente come accesso al benessere e alle decisioni sulla sua redistribuzione). Una dimensione che sta sfuggendo alla politica è quella del tempo. La comunicazione immediata e la necessità di un costante annuncio ha svuotato la dimensione del governo da ogni forma di progettualità? Il secolo breve è stato segnato da un percorso di emancipazione delle classi subalterne che ha raccolto la rivendicazione/conquista di un nuovo protagonismo sociale e politico di queste, ha fatto emergere la costruzione di un modello alternativo di società più inclusivo (non solo nei paesi del socialismo reale, ma anche nella sua versione socialdemocratica): in questo senso il movimento operaio, per restare nei nostri confini europei, ha costituito una determinante fondamentale del potere. Nel corso di questo processo la progettualità politica si faceva quotidianamente narrazione collettiva. Vi erano tempi, luoghi, esperienze comuni che connotavano quel processo di emancipazione di uomini e donne e una forte consonanza tra l’orizzonte programmatico e il vissuto quotidiano. Il motivo per cui secondo me oggi recepiamo la comunicazione come altro dalla politica è il frutto della rinuncia o dell’incapacità della politica a coniugare una progettualità forte con un vissuto aggregante. La caduta 8

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I cortocircuiti della politica www.ilbecco.it - Aprile 2016 delle ideologie ha certamente contribuito, ma non può essere considerata l’unica causa di questa reinvenzione della politica, che da costruzione diviene rappresentazione, messa in scena, scenografia per battaglie di potere finalizzate al solo mantenimento del potere. I contenuti divengono strumenti e non fini, vengono dati in pasto ai cittadini in forma semplificata, banalizzata, per coltivare la “democrazia del pubblico” che si illude di partecipare alla vita politica rispondendo (spesso su base emotiva) a semplici domande (si o no? E con chi stai?). La dimensione che sta sfuggendo alla politica è il tempo della costruzione, che è un tempo lento, di scarsa visibilità e dunque di mancati salvatori (perché in genere sono uomini, i salvatori!), di mancati annunci. Non credo che la soluzione sia rinunciare a “stare nella comunicazione”, ma l’obiettivo deve essere costruito altrove, condiviso e perseguito collettivamente. Creare spazi di contropotere è in contraddizione con il tentativo di agire all’interno del sistema per dare vita a dei cortocircuiti in gradi di evidenziare le contraddizioni del sistema? Riformulerei la domanda così: la costruzione di un’alternativa di sinistra è incompatibile con il tentativo di agire all’interno…? Io credo di no. Anche nei momenti di crisi, proprio per la sua complessità, il potere ha maglie larghe, in cui ci si può inserire per aprire nuovi spazi di costruzione dell’alternativa. La ricostruzione di luoghi di condivisione, elaborazione, coinvolgimento delle comunità dal basso, sperimentazione di modelli di sviluppo sostenibili, inclusivi, riconoscimento del lavoro nelle sue molteplici forme e dei diversi bisogni, la ridefinizione di modelli di consumo e benessere sono ad oggi esigenze assai diffuse nella popolazione ma che insieme ad un impegno civile necessitano di una strada possibile. Per questo ritengo il ponte con le istituzioni e la costruzione di percorsi di cambiamento necessari gli uni agli altri, esplicitando, se serve, quali strade risultano tracciabili e quali contraddizioni restano insormontabili, ma avviando percorsi collettivi diffusi, senza i quali la politica perde significato anche se basata su buoni principi. Mi rendo conto che questa ipotesi non mette, ad oggi, in discussione il sistema né da un punto di vista economico, né da un punto di vista sociale, ma potrebbe consentire di riscoprire i tempi e i luoghi della costruzione, che ritengo la precondizione necessaria per stravolgimenti maggiori. 9

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www.ilbecco.it - Aprile 2016 MARKETING, SENTIMENTI E POLITICA INTERVENTO DI VALENTINA BAZZARIN - RICERCATRICE DI SCIENZE POLITICHE PRESSO L'UNIVERSITA' DI BOLOGNA Racconto brevemente chi sono e cosa faccio per spiegare il mio intervento nella discussione: sono una ricercatrice precaria a scienze politiche ma laureata nel corso di scienze della comunicazione con Umberto Eco e specializzata in psicologia cognitiva, ho fatto un dottorato in psicologia generale clinica e sono rimasta a lavorare nello stesso ateneo come sociologa. Una gran confusione! Partirò da tre episodi per dare elementi su cui riflettere: vorrei, proprio come faccio quando faccio lezione a Bologna, che gli stimoli lanciati servissero a far nascere una discussione. sinceramente imbarazzato, mi ha chiesto se potevamo interrompere la discussione per far intervenire il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini per un saluto. Boncaccini inizia il suo intervento, parlando di passanti stradali e di finanziamenti al sistema produttivo, mentre, ripeto, l’iniziativa era sulla riforma dell’università. Nel momento massimo del climax ascendente del suo discorso però Bonaccini viene interrotto da una canzoncina (Jingle Bells): il ragazzo che gestiva gli interventi l'aveva impostata per indicare lo scadere del tempo per ciascun intervento. Primo aneddoto: sono stata chiamata ad intervenire ad un evento sulla riforma universitaria organizzata da una fondazione legata al Partito Democratico. Al momento del mio intervento, mentre ero sul palco assieme agli altri ospiti, al moderatore è arrivata una telefonata. Il moderatore conclusa la telefonata, In quel momento, tutta la costruzione della scena dell'uomo al comando che, si può permettere di stravolgere le regole - arrivando in ritardo e pretendendo subito la parola per parlare di quello che vuole - viene fatta oscillare e poi crollare da un piccolo imprevisto che interrompe l’incanto e, come minimo, distrae la platea. 10

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Accade qualcosa e le persone capiscono. Marketing, sentimenti e politica www.ilbecco.it - Aprile 2016 l Il suo pubblico saluta l’accidentata conclusione con un timido e breve applauso oltre a qualche sorriso imbarazzato. Secondo episodio. Un amico, Luca, sapendo che avrei partecipato a questa iniziativa, mi ha suggerito che la definizione perfetta di cosa funziona da collante in questa società l'ha data sua zia Grazia. Zia Grazia ci spiega che: “Salvini dice di odiare i migranti, Renzi dice di odiare noi stessi, che non siamo in grado di raggiungere alcun obiettivo. Berlusconi ci ha detto per una vita di odiare i comunisti. La sinistra dovrebbe chi ci dice di odiare? I ricchi? I pontenti? Il capitalismo? Ha smesso di dircelo da un sacco di tempo, anzi spesso abbiamo cominciato ad odiarci tra di noi.” Zia Grazia ha fatto l’analisi di fase e io provo a completare il suo pensiero con un suggerimento operativo per uscire da questa situazione di “smarrimento”. Siamo troppo critici e ora odiamo noi stessi. Nelle nostre discussioni abbiamo tutti ragione quando aggiungiamo elementi a questa eterna critica alla sinistra, nonostante il grande amore per lei non sia mai finito. È quindi inutile elaborare grandi teorie, dobbiamo ripartire dai fondamentali, dalle emozioni, come si fa quando si pensa ad una campagna di comunicazione. Tecnicamente come si intercettano queste emozioni quando non hai a che fare con una persona sola, ma con molte, come del resto dovrebbe accadere in politica? Si parte dal marketing, dall’analisi di scenario, magari realizzata con quello che noi diciamo e le informazioni che diamo, ad esempio, usando i social media. Semplificando il processo per motivi di tempo, quando si crea un piano di comunicazione dall'analisi delle conversazioni - e indirettamente da quella delle emozioni - si passa ad elaborare un messaggio, che sia la sintesi di quanto osservato e ascoltato, e che abbia la capacità di raggiungere un obiettivo, che di solito coincide con il sollecitare un’azione (comprare, votare, amare, includere, odiare etc.). Terzo, Facebook mi ha ricordato che quattro anni fa eggevo un articolo di Francesca Coin sul ruolo delle donne nel mondo accademico. La ricercatrice spiegava come quelle poche donne che ci sono ed hanno ruoli di rilievo hanno un rapporto col potere molto maschile e assumono un linguaggio altrettanto maschile e a volte misogino. Dobbiamo costruire un ecosistema fertile e accogliente per uscire da questi mondi senza donne dove il potere coincide con la virilità e viene preso e mantenuto solo con la forza fisica e della ragione. Mettendo assieme questi tre elementi, quello che manca, secondo me a questa sinistra per farci tornare la voglia di costruirla, è una riflessione e un piano per uscire da quelle che i Wu Ming chiamano una “narrazione tossica” della sinistra, prodotta da noi stessi prima ancora che da chi di sinistra non è. Quelli che ho chiamato incanto, smarrimento o mondo senza donne sono aspetti di questa narrazione tossica. Il mio suggerimento è di sviluppare piuttosto narrazioni riproduttive, emotive, calde e ironiche di questa sinistra. 11

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www.ilbecco.it - Aprile 2016 LE SFUMATURE DELLO STORYTELLING ARTICOLO DI LEONARDO CROATTO - REDAZIONE DE IL BECCO Credo che il rapporto tra comunicazione, azione politica e gestione del potere possa essere rappresentanto come un ciclo: la costruzione del consenso porta al potere, l’esercizio del potere modifica il consenso. Il percorso da consenso a potere l’effetto del potere sul consenso sono funzione di molte variabili dipendenti dal comportamento degli attori in gioco e dal contesto in cui questi operano. Mentre sul tema della gestione del potere abbiamo già parlato, mi vorrei concentrare sul tema del consenso, sul ruolo degli strumenti di comunicazione e sull'importanza delle narrazioni emotivamente coinvolgenti. I metodi di costruzione del consenso hanno subito negli ultimi anni una fortissima tecnicizzazione, ed il loro peso nella vita politica dei paesi è diventato così importante da generare un dibattito sulla legittimità stessa dell’uso di queste tecnologie, si è quindi sviluppato non solo un grande approfondimento professionale, in particolare sul loro uso nella pratica politica, ma anche numerose riflessioni parallele che impegnano filosofi, antropologi, neuropsicologi e molte altre discipline affini. Anche chi fa politica attiva si è cimentato nell'analisi del funzionamento di questi strumenti ed in particolare sull'impatto sui contenuti delle proposte politiche, sulla loro capacità cioè di modificare, col loro utilizzo, i fini dell'azione politica. La misura della dimensione etica dell'impiego di queste tecnologie ha portato a prendere posizioni valoriali sull’uso stesso di questi strumenti, indipendentemente dall'obiettivo politico da raggiungere tramite essi. Come conseguenza di queste valutazioni, sono molti quelli che hanno attribuito a questi mezzi una connotazione intrinsecamente negativa, indipendentemente dai valori sui quali l’uso di questi strumenti porta a creare consenso. In maniera piuttosto superficiale l'uso di queste tecnologie è stato associato univocamente alla destra politica, per analogia rispetto all’uso di strumenti simili nel “marketing” (e quindi nella sfera propria del capitale). Se l’esercizio del potere è portare qualcuno a fare una cosa che normalmente non farebbe, allora considerare intrinsecamente negativi questi strumenti è analogo a considerare come intrinsecamente negativo l’esercizio del potere; se si considera eticamente inaccettabile utilizzare strumenti che possano modificare le convinzioni di un interlocutore allora stiamo anche rinunciando a costruire consenso intorno alle nostre idee, e in ultima analisi stiamo rinunciando all'egemonia culturale. Furio Jesi in Cultura di destra racconta come i fascismi utilizzino i miti tecnicizzati per costruire consenso, ma la costruzione di miti tecnicizzati è qualcosa che riguarda anche la nostra storia: era una Unione Sovietica mitologica quella che raccontavamo nel dopoguerra, era mitologia la figura dell'operaio degli anni '70 traboccante coscienza di classe, era mitologia la figura della mondina che viene costruita dalla fine dell'800 a tutto il '900. Il racconto di storie emozionalmente coinvolgenti di cui la gente voglia sentirsi partecipe ha caratterizzato il capitalismo tanto quanto il socialismo, anche noi una volta avevamo una storia di emancipazione collettiva di cui in molti volevano essere protagonisti. Quello su cui ci dobbiamo interrogare è dove è finita questa storia e perché nessuno desidera più farne parte. È cambiato il mondo e il nostro progetto non è 12

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Le sfumature dello storytelling www.ilbecco.it - Aprile 2016 più applicabile, oppure abbiamo smesso di raccontarlo? C'è un fattore storico oggettivo che ha reso obsoleta la nostra idea di società oppure non siamo più capaci di rendere questa idea attraente? grado di scalfire il legame tra strutture "incorporate" e strutture "oggettive", tra, cioè, quello che la gente ha nella testa e come, tramite questo, reagisce agli stimoli materiali. Comunicare efficacemente vuol dire trasferire nella testa di chi ascolta quegli strumenti di elaborazione che modificheranno il modo con cui quell’interlocutore interpreterà i fatti che gli accadono intorno, il modo con cui elaborerà le informazioni che gli vengono dalla sua quotidianità. L’esercizio di questo potere ci ha spaventato, lo abbiamo considerato non etico, e quindi, avendo assunto acriticamente la posizione per cui l'uso di strumenti moderni e tecnologicamente raffinati di proselitismo sia intrinsecamente negativo, abbiamo abdicato all'esercizio della funzione formativa, ed un questo contesto all'uso degli strumenti più efficienti per educare le masse popolari. Abbiamo confuso educazione con manipolazione, e gli strumenti educativi più efficaci con mezzi coercitivi di convincimento. L'uomo è un animale sociale, la coscienza dei singoli è il prodotto prodotto delle connessioni che si generano nell'interazione con gli altri; se tutto il mare di connessioni in cui una persona è immersa veicola le stesse idee, se non ci sono punti di frattura, allora chiunque sia inserito in questo costante trasferimento di informazioni, immagini, esperienze, suggestioni omogenee ne uscirà formato omogeneamente a tutti gli altri; la costruzione di consenso ha bisogno quindi di una costante spinta educativa, propositiva, ma anche di uno sforzo di destrutturazione di quel potere di convincimento che appartiene ad oggi in forma monopolistica ai nostri avversari, che quindi sono capaci di guidare il modo con cui la gente interpreta la propria realtà e forma le proprie opinioni sugli eventi che gli accadono. E non esistendo al nostro interno questa riflessione, strategica, su come iniettiamo nel circolo delle idee diffuse i nostri temi e i nostri valori (e come inceppiamo la riproduzione di quelle dei nostri avversari), su come costruiamo delle storie di cui la gente voglia essere protagonista, ci siamo chiusi su noi stessi coltivando relazioni solo con chi già condivide le nostre posizioni. Abbiamo scientemente smesso di fare proselitismo perché abbiamo scientemente deciso di smettere di utilizzare gli strumenti più efficaci per ottenere questo fine, e invece dovremmo dissociare il ruolo dello strumento dal valore etico e morale dell'obiettivo. Se riteniamo, in coscienza, che la nostra idea di società sia migliore, se siamo convinti che Gramsci avesse ragione quando sosteneva che gli strumenti culturali borghesi servissero a costruire una "falsa coscienza" nelle masse, allora dobbiamo armarci di tutti i mezzi necessari per combattere questa battaglia culturale. Dobbiamo tornare ad occupare il campo simbolico diffuso con miti, passioni, idee, fantasie, desideri che siano nostri e scardinare l'accettazione assiomatica dei principi veicolati dagli altri. Da molti anni non abbiamo più lavorato in maniera efficace per produrre rotture in nella narrazione diffusa con cui la destra ha occupato il campo dell'immaginario comune; non siamo stati punto di propagazione di idee alternative e, quindi, nonostante tutto il nostro lavoro quotidiano, non siamo stati in 13

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www.ilbecco.it - Aprile 2016 CHRISTIAN SALMON, STORYTELLING ARTICOLO DI WU MING 2 - ARTICOLO APPARSO SU L'UNITA' DEL 27/09/2008 All’inizio di settembre, Chicco Mentana ha invitato nel salotto di Matrix il Ministro per la Pubblica Amministrazione, perché rendesse conto agli spettatori della sua famosa battaglia contro i fannulloni. Come prossima tappa, Brunetta ha promesso che lancerà un concorso. Impiegati e dirigenti che lavorano bene verranno invitati a raccontare la loro storia. Il Ministero valuterà e pubblicizzerà le più belle. Ai vincitori, ricchi premi in busta paga. Burocrazia e narrativa. Il binomio sembra azzardato. Ma cosa spinge un Ministro a raccogliere aneddoti edificanti, oltre a griglie di dati e relazioni tecniche? Alessandro Baricco, in un’intervista al Corriere, ha sostenuto che ormai “tutto è narrativo”: dal modo di esporre le merci al linguaggio scientifico, dall’informazione al marketing, alla politica. Lo scrittore francese Christian Salmon – nel suo saggio Storytelling, da poco uscito per Fazi – ha trovato un nome accattivante per questa febbre di racconto. L’ha chiamata nuovo ordine narrativo, evocando l’immagine di una macchina per plasmare le coscienze, catturare le emozioni, incitare al consumo. Una macchina che è diventata la struttura portante, il motore stesso del capitalismo. Nell’edizione originale del libro, Salmon illustra per 210 pagine come e perché i grandi potentati economici, politici e militari hanno colonizzato il nostro immaginario grazie alle tecniche di scrittura creativa. Loro azzeccano una storia e noi li votiamo. Azzeccano una storia e noi compriamo. Solo le ultime due pagine sono dedicate alla controffensiva. E sono le più fumose e contraddittorie di tutto il saggio. Per principio non amo i libri apocalittici che lasciano il lettore nella paralisi. Il ricorso alla paura e al cassandrume mi pare troppo facile e troppo inflazionato. Pretendo, se mi si dipinge l’assurdo, che mi si traccino anche le vie della rivolta. Per questo motivo vorrei mostrare che l’analisi di Salmon è molto difettosa e la sua vaghissima “proposta” di resistenza del tutto insostenibile. Un’accettazione acritica delle sue tesi, infatti, potrebbe indurci a seppellire l’arma più affilata che abbiamo per contrastare l’egemonia culturale della destra. Quest’arma sono proprio le storie. Primo difetto: Salmon definisce nuovo l’ordine narrativo che ci troviamo a fronteggiare. Ora, potranno essere nuove le tecniche utilizzate, ma certo non è nuovo il fenomeno. Come ha scritto Paul Veyne, rovesciando lo slogan del Sessantotto parigino, l’immaginazione è al potere da sempre. Anche il faraone aveva scribi e sacerdoti incaricati di cantarlo come dio in persona. Anche nell’Antico Egitto si mescolavano le carte, confondendo religione, biografia, politica e mito. Martirologi, vite di santi, eziologie e genealogie hanno continuato a fare lo stesso lavoro per centinaia di anni. Benito Mussolini sosteneva che la cinematografia è l’arma più forte. Nel marzo 2001, Silvio Berlusconi ha invaso le nostre cassette postali con uno strano ibrido tra pamphlet, volantino, rivista di gossip, autobiografia, bollettino parrocchiale e dépliant pubblicitario. Si intitolava, guarda caso, “Una storia italiana”. Molti, nel riceverlo, hanno percepito un salto di qualità rispetto al passato. Ma non credo consista, come direbbe Salmon, nel fatto che oggi le storie vengono usate per conquistare il potere e non soltanto, a posteriori, per giustificarlo. In politica le storie ci sono sempre state, solo che l’accento si è spostato dalle ideologie ai leader, dai programmi agli individui. Inoltre, le storie arrivano direttamente a casa tua, saltando ogni mediazione, come del resto accade a moltissime merci nell’era del consumo personalizzato. Quanto al marketing, l’uso di storie per vendere prodotti è vecchio come la pubblicità. Molto prima di Carosello, la American Tobacco Company riuscì a convertire le americane al fumo, inventando il mito della donna emancipata con la sigaretta in mano. Il responsabile della campagna era Edward Bernays, nipote di Freud, considerato l’inventore dell’ingegneria del consenso. Bernays inviò alcune modelle alla New York City Parade, dicendo ai giornalisti che un gruppo di donne avrebbe brandito “Torce di Libertà” nel corso della manifestazione. A un segnale convenuto, le ragazze si accesero una Lucky Strike. Il New York Times del 1° aprile 1928 raccontò l’intera storia sotto il titolo: “Un gruppo di giovani fuma sigarette in segno di libertà”. Non c’è mai stata un’età del mondo in cui la comunicazione fosse sganciata dal racconto e dalle mitologie depositate nel linguaggio. [L'articolo integrale su http://www.carmillaonline.com/2008/10/07/christian-salmon-storytelling/] 14

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"E' la liberta' che guida il popolo" CAMPAGNA S0TT0SCRIZI0NI 2016 - Siamo un'associazione di promozione sociale senza scopo di lucro. - Tutto ciò che produciamo lo rendiamo disponibile gratuitamente attraverso il nostro sito web (www.ilbecco.it). - Da realtà autofinanziata chiediamo un contributo sotto forma di sottoscrizione, per recuperare le pratiche di partecipazione ed autofi- nanziamento: non compri niente, compi un (piccolo) gesto politico. - L'erogazione liberale è detraibile in sede di dichiarazione dei redditi se non effettuata in contanti. In cambio ti invieremo i supplementi cartacei che cerchiamo di stampare con cadenza mensile. Con 10 euro permetterai la produzione di 4 riviste, con 30 euro ci darai fiducia per 12 riviste. Per ogni cifra superiore sapremo ringraziare! - Puoi pagare con PayPal che trovi sul nostro sito (www.ilbecco.it - carte di credito, prepagate, conto PayPal) oppure con un bonifico bancario, intestato a Il Becco - Associazione di promozione sociale, presso Banca Etica, Iban IT18E0501802800000000161497 (ricordati di specificare "erogazione liberale" nella causale). www.ilbecco.it info@ilbecco.it @IlBecco Il Becco 377 4277171 I SMS, WhatsApp o Telegram 15

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