Anno 3 - Numero 02

 

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L'educazione ai tempi dell'Unione Europea (2016, numero 2)

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Anno III (2016) - n° 2 L'EDUCAZIONE AI TEMPI DELL'UNIONE EUROPEA Interviste a Chiara Agostini e Alessandro Arienzo, a cura di Diletta Gasparo e Chiara Del Corona, e un articolo di Antonio D'Auria.

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Editoriale Il Becco - Febbraio 2016 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 29 febbraio 2016 Indice Il settore dell'educazione (parlare so- tenza nazionale. L'evidenza, negli lo di scuola sarebbe un po' riduttivo) è uno di quelli che negli ultimi tempi in Italia ha subito, a causa di riforme o semplici aggiustamenti, più stravolgimenti. Non solo tagli a fondi che hanno impattato negativamente scelta e numero di personale, didattica ed infrastrutture ma anche ultimi tempi, ci suggerisce che, se le dichiarazioni rivolte all'opinione pubblica non sono cambiate, anche l'educazione è stata influenzata da una “visione” che forse travolge, piano piano, diversi paesi sul piano continentale. ripensamenti che pongono le basi per cambiamenti radicali del sistema così come lo abbiamo conosciuto fino a questo momento (basti pensare a quelli che saranno gli effetti a lungo termine della Buona Scuola). Da una parte, le catene poste alla spesa pubblica attraverso l'obbligo di mantenere il debito pubblico entro il 60% del PIL e il rifiuto di “togliere” gli investimenti in educazione da questo calcolo, dall'altro indicazioni Con questo numero della rivista vorremmo provare ad andare oltre la “semplice” analisi degli effetti delle riforme e provare a capire se, come oramai accade con gran parte di quelle varate su scala nazionale, hanno origine da qualche altra parte che non sia il Parlamento italiano. su metodi di valutazione, su come uniformare i sistemi ed organizzare la ricerca. Tutto ciò, messo insieme, fa sorgere il dubbio che forse anche l'Unione Europea, e i governi che applicano le direttive che da lì provengono, si sono resi conto del ruolo centrale rivestito del settore: la trasformazione iniziata aumenta Il processo di integrazione europea, come abbiamo avuto modo di specificare più volte, ha fatto passi da l'importanza del privato e mira a modificarlo così da condurlo verso quelle sono le esigenze del mercato. gigante per quanto riguarda l’uniformazione economica e l'imposizione di parametri che altro non erano che un mezzo per uniformare ad una visione neoliberista della società. Settori come l'educazione sono Vorremmo provare a portare alla luce non solo a cosa potrebbe portarci questo cambiamento che stiamo vivendo, ma soprattutto capire da dove viene. sempre stati considerati di compe- 1 s d a a i N l l c s s e m c S u i n A g c p s l v L n s r c a t

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www.ilbecco.it - Febbraio 2016 TRA LISBONA ED "EUROPA 2020" INTERVISTA A CHIARA AGOSTINI (RICERCATRICE CENTRO EINAUDI) A CURA DI DILETTA GASPARO 1) Sin dalla definizione della Strategia di Lisbona del 2000, l'Unione Europea ha fatto dell'istruzione e della formazione (ET, Education and Training) uno dei più importanti campi di azione e intervento. Come riassumeresti le indicazioni e gli stimoli elaborati da Bruxelles? Nel quadro della strategia decennale per la crescita e l’occupazione lanciata nel 2000 (Strategia di Lisbona), l’istruzione e la formazione professionale erano concepite come elementi chiave di un modello di sviluppo basato sull’economia della conoscenza. Fin da quegli anni l’UE ha sostenuto l’idea che investire in istruzione e formazione equivalesse a investire nel capitale umano e quindi a promuovere il progresso economico e il miglioramento della competitività delle economie. Se però inizialmente tutto questo si accompagnava a un’idea forte di crescita inclusiva, con il passare del tempo il focus si è spostato sempre più sull’idea di “crescita” economica e meno sugli aspetti legati all’inclusione. Attraverso la metafora del “triangolo di Lisbona”, la strategia europea concepiva coesione sociale, occupazione e crescita economica come elementi reciprocamente interdipendenti che si ponevano alla base di un’economia basata sulla conoscenza. Con la fine della Strategia di Lisbona e il lancio della nuova strategia Europa 2020 è emersa però una visione estremamente semplificata di “crescita inclusiva”. L’idea che si è affermata è che la crescita generi occupazione che a sua volta incide positivamente sulla coesione sociale. Coesione sociale che, in questa prospettiva, è garantita attraverso la possibilità di dotare gli individui della capacità di gestire i cambiamenti economici, ad esempio attraverso il continuo aggiornamento delle proprie competenze. In questa fase poi, il lancio del semestre europeo ha posto in primo piano la predominanza delle priorità economiche e fiscali rispetto a quelle sociali. Diletta Gasparo In sostanza, l’attuale visione dell’istruzione e della formazione promossa dall’UE si focalizza prevalente- mente (se non esclusivamente) sulle ricadute economiche (in termini di crescita della competitività) piuttosto che su quelle sociali (in termini ad esempio di accresciute opportunità di mobilità sociale e/o di maggiore uguaglianza). In questa prospettiva, l’istruzione e la formazione sono concepite come settori chiave per favorire l’uscita dalla crisi economica. In proposito, sono ormai diversi anni che l’Unione europea sostiene la necessità, in un contesto di generale riduzione della spesa pubblica, di proteggere gli investimenti nei settori cosiddetti “growth-friendly”, quali ad esempio l’istruzione, la ricerca e l’innovazione. 2) Con l’insediamento della Commissione Junker, abbiamo assistito a una riorganizzazione delle competenze in materia di istruzione e formazione professionale. Quali sono le principali conseguenze di questa riorganizzazione? L’insediamento della Commissione Junker è stato effettivamente accompagnato da una riallocazione delle competenze fra le diverse Direzioni Generali che compongono la Commissione Europea. Inoltre, è stata prevista la possibilità che sei vice-presidenti possano coordinare specifici team di ricerca. Questa nuova architettura risponde all’obiettivo di garantire un’interazione più dinamica fra quegli attori istituzionali che insistono (in maniera diretta o indiretta) sulle politiche di istruzione. Questa nuova organizzazione sembra tuttavia produrre dei rischi legati all’aumento del grado di complessità del sistema e alla parziale sovrapposizione di compiti e funzioni delle DG. Mentre in passato le competenze in materia di istruzione e formazione erano infatti prerogativa della “Direzione Generale Istruzione e Cultura” ora diverse competenze (in particolare quelle che riguardano la formazione professionale) sono distribuite fra vari commissari e vice presidenti. Questo potrebbe produrre una duplicazione delle responsabilità, favorire l’opacità del policy making e aumentare la conflittualità dei processi. Chiara Agostini 3

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Tra Lisbona ed "Europa 2020" www.ilbecco.it - Febbraio 2016 3) Qual è il grado di coinvolgimento degli attori nazionali nei processi europei di coordinamento delle politiche dell’istruzione? Tradizionalmente il grado di coinvolgimento degli attori nazionali nei processi europei in materia di istruzione è stato piuttosto ampio. In questo settore alcuni accordi intergovernativi (in materia di alta formazione e di formazione professionale) sono stati sviluppati sin dalla fine degli anni novanta, con il Processo di Bologna del 1999 (che pur non essendo nato come processo europeo ha visto presto l’UE diventare attore chiave) e, successivamente, con quello di Copenaghen nel 2002. Inoltre, la Strategia di Lisbona ha dato vita al cosiddetto “metodo aperto di coordinamento”, uno strumento giuridico non vincolante (per questo si parla di soft law). Nel dettaglio, si tratta di una politica intergovernativa che non si traduce in misure legislative che vincolano i paesi membri e che si basa sul principio della cooperazione volontaria fra stati. Questo significa che condizione necessaria per la quale questo metodo possa avere una qualche ricaduta sulle politiche nazionali è che vi sia consenso sugli obiettivi da conseguire. Tra l’altro la questione dell’impatto della soft-governance sulle politiche nazionali è piuttosto complessa da punto di vista analitico. Non sempre è possibile individuare un nesso diretto e causale fra soft-governance e cambiamento delle politiche nazionali, tuttavia è indubbiamente vero che i processi europei influenzano la visibilità che un dato settore di policy può avere (o non avere) nell’agenda politica nazionale. Pensi in proposito a quante volte si sente dire “lo chiede l’Europa”. Tornando al grado di coinvolgimento degli attori nazionali, c’è da dire che esso si è ridotto con la fine della Strategia di Lisbona e con il lancio della nuova strategia “Europa 2020”. In sostanza, gli spazi di consultazione degli attori nazionali si sono ristretti per via del fatto che sono stati previsti cicli di programmazione a cadenza annuale nell’ambito del Semestre Europeo. Ora c’è quindi un limite temporale che ostacola la realizzazione di ampi processi di coinvolgimento. Tuttavia, non si tratta di una specificità del settore dell’istruzione, questo cambiamento ha infatti riguardato anche il campo della protezione sociale. 4) La crisi economica e le politiche di austerity che ne sono conseguite hanno avuto un notevole impatto anche sulle politiche nazionali dell’istruzione. È possibile conciliare investimenti in istruzione e imposizioni economiche come il contenimento del debito pubblico entro il 60% del PIL? I dati sembrano dirci di no. Nonostante la Commissione ponga enfasi sulla necessità di investire in questo settore, molti paesi con la crisi hanno tagliato significativamente la spesa per istruzione. A livello aggregato la spesa per istruzione in percentuale rispetto al PIL è passata dal 5,5% del 2009 al 5,3% del 2012. Si tenga poi conto che il dato relativo alla spesa in percentuale rispetto al PIL tende a sottostimare la diminuzione della spesa reale in istruzione. In tempi di recessione infatti il PIL chiaramente decrescere e questo significa che la spesa reale in istruzione è diminuita più di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Infatti, se consideriamo un altro dato reso disponibile dalla Commissione e che riguarda le variazioni annuali della spesa a prezzi costanti, vediamo che la spesa reale è diminuita. Fra il 2011 e il 2012 la spesa reale a livello aggregato è scesa dell’1,1%. Peraltro il 2012 ha rappresentato il secondo anno consecutivo di declino, nel 2011 infatti la spesa era già scesa dell’1,3%. Se consideriamo il 2012, vediamo che diciannove paesi membri hanno visto diminuire la spesa reale in istruzione, in sei di questi diciannove paesi tale riduzione è stata superiore al 5%. Particolarmente drammatico è il caso dell’Italia che, insieme alla Slovenia, è l’unico paese in cui questa spesa è diminuita per ben Immagine liberamente ripresa da www.politichecomunitarie.it quattro anni consecutivi. 4

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Tra Lisbona ed "Europa 2020" www.ilbecco.it - Febbraio 2016 5) Che impatto hanno le raccomandazioni specifiche per paese che riguardano l’istruzione e che sono elaborate dall’Europa nel quadro del Semestre Europeo? che, è il caso ad esempio della questione delle qualifiche. Questo per dire che chiaramente non troviamo un invito da parte delle istituzioni europee a contrarre gli investimenti in questo settore. Con il sistema delle raccomandazioni previsto dal Se- 6) Infine, un po' di campanilismo. In più mestre Europeo, i paesi possono ricevere indicazioni occasioni la Commissione Europea ha avuto specifiche in diversi settori fra i quali appunto l’istru- modo di elogiare la riforma della Buona zione. Certamente questo rappresenta un Scuola promossa dal Governo Renzi. In che rafforzamento del coordinamento europeo nel setto- misura questa può essere ricondotta alle li- re. Tuttavia bisogna tenere a mente che con il sistema nee dettate da Bruxelles? E quali sono i delle raccomandazioni ci muoviamo comunque motivi di questo gradimento? nell’ambito della soft-governance. Questo significa (come detto) che tali raccomandazioni non sono Il documento che accompagna le raccomandazioni spe- vincolanti, di nuovo allora le raccomandazioni posso- cifiche per paese del 2015 (e che è stato pubblicato no essere efficaci se UE e paesi membri condividono dalla Commissione lo scorso marzo) sottolinea tre degli obiettivi. aspetti in particolare. In primo luogo, la Commissione evidenzia che, dopo diversi anni di tagli, per la prima Certamente anche le raccomandazioni possono ad volta il governo da priorità alla spesa per l’istruzione. In esempio offrire ai policy maker nazionali un argo- particolare, in questo documento si fa riferimento al mento utile a sostenere riforme specifiche. Di nuovo, fatto che è stata prevista una riforma dell’istruzione, da pensiamo a quanto spesso nel dibattito nazionale finanziare con 1 miliardo di euro nel 2015 e tre miliardi sentiamo dire “lo chiede l’Europa”. Tra l’altro questo nel 2016, attraverso un fondo creato dalla legge di sta- tipo di processi non riguarda solo i policy maker ma bilità del 2015. anche, ad esempio, le parti sociali. Nel quadro del Semestre Europeo sono infatti previsti degli spazi di In secondo luogo, la Commissione valuta positivamente consultazione a favore delle parti sociali. Ciò l’intervento sull’attuale sistema di carriera degli inse- consente (laddove le parti sociali abbiano interesse a gnanti. Tale sistema è basato esclusivamente farlo) di disporre di un argomento utile a chiedere un sull’anzianità e l’obiettivo è quello di introdurre dei loro maggior coinvolgimento nel processo decisiona- principi di merito. Infine, la Commissione guarda con le. Di nuovo questa è la logica alla base della soft favore il fatto che il governo stia lavorando per l’as- governance. sunzione di insegnanti che attualmente sono occupati con contratti temporanei. Tornando allora alla domanda precedente, è chiaro che questi meccanismi (che poi so- no quelli utilizzati per sostenere la necessità di investire nell’istruzio- ne) hanno comunque un impatto diverso rispetto ai vincoli di bi- lancio; e purtroppo i dati ci dicono che questi secondi giocano un pe- so decisamente più rilevante. - Tra l’altro se si guarda ai contenu- - ti, in molti casi le raccomandazioni riguardano il rapporto fra politiche per l’istruzione e altre politiche ad esempio quelle del mercato del la- voro o di inclusione sociale, in altri fanno riferimento a riforme specifi- Immagine liberamente ripresa da ec.europa.eu/education/ 5

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www.ilbecco.it - Febbraio 2016 C'ERA UNA VOLTA LA SCUOLA PUBBLICA ARTICOLO DI ANTONIO D'AURIA - DOCENTE E SINDACALISTA SGB C'era una volta la scuola pubblica: potremmo così iniziare questo articolo e nessuno proverebbe a darci torto. Quando inizia l'integrazione delle economie europee, prodromica a quella politica mai compiuta, la scuola italiana è una struttura di Stato dotata di organi di autogoverno molto forti e spinti. C'era stata la stagione dei Decreti Delegati e del fiorire delle libertà civili e la libertà di insegnamento, riconosciuta nella Carta trovava una sua applicazione in un sistema di autonomie e partecipazione della comunità scolastica integrata nel territorio. Era una visione d'insieme, avanzata nella forma ma che si equilibrava con un forte conservatorismo programmatico e contenutistico incoraggiato dall'alternarsi di ministri democristiani al dicastero di Viale Trastevere perdurata con una certa continuità anche nella cosiddetta seconda repubblica. Il sistema pubblico d'istruzione attraversa un periodo di crisi – per la verità comune a tutta la macchina statale – negli anni ottanta, accusato di essere una fonte di spre- co, per collassare negli anni ottanta, incapace di fronteggiare emergenze strutturali. Sono gli anni della legge Falcucci e della (ancora) incompiuta ricostruzione delle scuole dopo il terremoto del 1980, nonché della elevazione a sistema politico della corruzione. Ma sono pure gli anni in cui il paese si sveglia più vecchio e il sovrannumero di maestri elementari viene gestito attraverso un progetto didattico nuovo: nel 1990 viene introdotta difatti la cogestione di più insegnanti per ogni classe, caldeggiata dalle forze sindacali onde evitare un esubero difficilmente assorbibile. Ma a entrare in crisi è soprattutto il sistema dei saperi, spinto dalle innovazioni tecnologiche e dalla mutazione dello scenario internazionale. Iniziano in questo decennio anche le spinte alla riforma da parte di nuovi attori su questa scena, come OCSE e UE, Antonio D'Auria Immagine liberamente ripresa da www.left.it 6

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C'era una volta la scuola pubblica www.ilbecco.it - Febbraio 2016 per non parlare di settori del mondo imprenditoriale che premono per una maggiore aderenza ai modelli di produzione ed organizzazione loro propri. Immagine liberamente ripresa da www.maurobiani.it D'altronde, alla fine degli anni ottanta tramonta la politica dei blocchi e, con essa, termina anche il monopolio democristiano della guida di governo, nel quale si era realizzata una discorsività sociale e welfarista che aveva pure resistito, specie nel periodo di fulgore dell'asse Reagan-Thatcheriano, alle pressioni del pensiero neo-liberale. Nuovi bisogni educativi provocano nuove domande sociali, delle quali si fanno interpreti le famiglie politiche europee. In Italia la presenza di due voci: una neo-liberale, legata a grandi linee alla famiglia del centrodestra europeo e importata da quello italiano; l'altra neolaburista, legata all'esperienza del socialismo europeo e agli assunti del New Public Management si ibrideranno a vicenda nella sintesi coerente di critica al percorso welfarista: le logiche del capitale umano e della competitività sugli scenari economici globali, del lifelong learning, della lotta alla dispersione scolastica precoce con le scosse che venivano dalla comparazione internazionale diventano la missione delle politiche scolastiche e, ad un tempo, il terreno di sintesi della nuova guerra di discorsi (Serpieri, 2012). La riforma dell'autonomia del 1997, disegnata nel più ampio scenario del decentramento amministrativo – senza peraltro presupposti finanziari -, sarà prodromica di un nuovo e preponderante ruolo dello Stato che si espliciterà, specie negli anni di governo del centrodestra, in una missione di interpretazione conservatrice della meritocrazia e dell'acquisizione delle competenze, anche se il grosso dei processi matureranno con governi guidati dal centrosinistra: basta ricordare che l'INVALSI è stata creata nel 1999 sulle ceneri del CEDE e che i test sono stati introdotti con legge 176, nel 2007 e la legge 107 (la buona scuola) è parte fondante del programma di governo di Matteo Renzi. E questo sistema scolastico dovrà raccogliere, dopo le forti riduzioni di servizio e personale, le sfide di un sistema economico e sociale radicalmente cambiato che chiama a sé l'integrazione in un sistema europeo di formazione, necessario a fornire gli strumenti adeguati della mobilità sociale in un mutato concetto di cittadinanza. Difatti, il ruolo dei sistemi scolastici segue l'evoluzione delle problematiche civiche e sociali nei paesi. Nel nostro Paese, agli albori della formazione dello stato unitario era importante la capacità di interfacciarsi all'amministrazione pubblica e ridurre l'elevato analfabetismo mentre ancora dopo il secondo conflitto mondiale quest'ultima istanza resta sullo sfondo ma arricchita dalla necessità di preparare ad una diversa divisione del lavoro, nell'Italia che da agricola intendeva trasformarsi in potenza industriale. Gli anni novanta e, ancor più gli anni dopo il 2000, sono invece contraddistinti dal riposizionamento della scuola italiana in un sistema mondiale di divisione del lavoro e dall'imporsi di nuovi processi sociali e dal ripresentarsi, con nuove modalità, di vecchi problemi. 7

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C'era una volta la scuola pubblica www.ilbecco.it - Febbraio 2016 Il linguista Tullio De Mauro, nel 2008, dichiarò che soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana era in possesso degli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea (Internazionale n°734). L'aspetto della valutazione appare fuori luogo in un Paese dove gli investimenti in istruzione e formazione sono al minimo e dove il governo accetta la partecipazione di soggetti altri – terzi rispetto allo stesso universo pedagogico – al discorso di allineamento del sistema pubblico d'istruzione ai paesi UE. È vero che la scolarizzazione è aumentata progressivamente, facendo scendere il tasso di analfabetismo classico, ma è ancora alto il numero di coloro che si sono fermati ai livelli primari di istruzione, contravvenendo alla prescrizione costituzionale che impone otto anni di scuola obbligatori (De Mauro li definisce “renitenti alla Costituzione”): questi casi sono particolarmente esposti all'analfabetismo di ritorno. L’individuazione del long life learning, della scuola e della formazione come obiettivi fondamentali della “società della conoscenza” a partire dalle strategie di Lisbona (2000; 2004), spinge ulteriormente verso una convergenza fra i sistemi nazionali, una convergenza che però nel caso italiano deve avvenire in una cornice burocratica spesso obsoleta in cui si realizzano le resilienze della classe docente. È poi tuttora presente una forte dispersione scolastica, contraddistinta da percorsi formativi irregolari e discontinui. Tali fenomeni sono stati generati dal fatto che il sistema scolastico italiano ha rimosso nel corso degli anni le barriere all'ingresso, liberando le categorie dell'abilità e dell'impegno (le cause primarie, secondo Boudon, 1979), ma non ha attuato quelle politiche di promozione e sostegno sociale necessarie al superamento delle cause secondarie, ossia quelle ereditate dalla nascita in un dato contesto sociale ed etnico ossia quella “selezione occulta”(Fischer, 2003 p.147), causa sovente di disoccupazione in un mercato del lavoro contraddistinto da forti vincoli strutturali e territoriali e da discontinuità come quello italiano (Ballarino – Checchi, 2006; Fischer, 2003). C'è di mezzo di tutto, dall'alternanza scuola-lavoro alla valutazione di studenti e docenti mediante sistemi quantitativi poco adattabili al lavoro di crescita socio culturale in una scuola come quella italiana, ancora bisognosa di connessioni fra strati sociali e territoriali per la sua intrinseca tendenza a riprodurre gli squilibri di classe (Scuola di Barbiana, 1967; Althusser, Bourdieu, in Romano, 2012) e, dunque, ancor più impotente davanti alle nuove ingiustizie sociali legate a questioni del tutto nuove per l'Italia, come l'educazione dei figli dei migranti, la quale si intreccia in più punti con la tensione al riscatto sociale di individui e famiglie. Il recupero del primato dell'essere umano e dei suoi bisogni sociali ed affettivi su quello metodologico appare una ineluttabile necessità davanti alla pretesa oggettività ed efficacia dell'istruzione dei saperi. Ed è proprio quest'ultimo aspetto a stridere maggiormente con le richieste di omologazione provenienti da un'Europa in cui la competizione diviene un nume tutelare nella riproduzione di classi dirigenti. Un'efficacia su cui occorrerebbe avere qualche dubbio, appena si varcano i portoni delle scuole dello stivale: fra problemi strutturali e di sicurezza, fra materiali inadeguati e obsoleti. Ma ancor di più: fra il contributo fintamente volontario – che d ifatto snatura la vocazione pubblica e universale della scuola – e le lavagne multimediali comprate coi punti dei supermercati. Se avessimo ancora qualche dubbio sulla deriva privatistica Immagine liberamente ripresa da diellemagazine.com in atto nei nostri istituti. 8 1 f s a s s I i c l a c N r i a I c D s G d a c S L r s s i n

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www.ilbecco.it - Febbraio 2016 LA STRETTA A RICERCA E UNIVERSITÀ INTERVISTA A ALESSANDRO ARIENZO (FLC-CGIL) A CURA DI CHIARA DEL CORONA 1) Come abbiamo cercato di appro- formazione permanente Alessandro Arienzo fondire in questo numero, esiste uno e continua. Questi due stretto legame tra le indicazioni che settori rientrano nelle arrivano da Bruxelles e le riforme del politiche economiche sistema educativo che vengono promos- e di sviluppo non in se nei vari paesi, in particolare in quelle dell’istruzione. Italia: parliamo sia di parametri che influenzato le spese destinate al settore Abbiamo quindi due proces- che indicazioni di contenuto. È possibi- si distinti, sebbene intrecciati, il primo di le affermare che un qualcosa di simile natura regolamentare che mira a armonizzare i si- avvenga anche per l'università e la ri- stemi universitari europei, il secondo di tipo cerca? E quali sono le conseguenze? economico-politico che vuole fare dell’Europa uno spazio competitivo e concorrenziale basato su Nel caso dell’Università e la Ricerca il quadro di innovazione, ricerca e sviluppo. riferimento è dato da una serie di processi tra loro intrecciati, che sono stati variamente recepiti e La Strategia di Bologna (2000), la Agenda for the attuati in Italia. Modernisation of Europe’s higher education sy- stems (2007) e Horizon2020 sono gli strumenti di Il primo è sicuramente quello descritto come “pro- raccordo tra politiche di sviluppo economico e si- cesso di Bologna” e prende avvio nel 1998 con la stemi della ricerca e dell’alta formazione. Dichiarazione della Sorbona con la quale i Mini- stri dell’Istruzione di Italia, Francia, Regno Unito e In entrambi i casi abbiamo una sostanziale tra- Germania s’impegnavano ad armonizzare i sistemi sformazione dei sistemi universitari nazionali sotto dell’istruzione superiore. L’anno successivo veniva la spinta di processi internazionali i cui obiettivi, approvata la dichiarazione di avvio del percorso di tuttavia, non sono sempre tra loro coerenti e che costruzione dello Spazio Europeo dell’Istruzione restano, in fondo, condizionati anche da scelte “di Superiore. bilancio”. Peraltro, le modalità di recepire e attua- re le indicazioni concordate a livello europeo La riforma dei cicli dell’istruzione, le politiche di possono variare molto da stato a stato, e questo riconoscimento reciproco dei percorsi formativi, il rende nonostante tutto il quadro nazionale molto sostegno alla mobilità di studenti e ricercatori na- disomogeneo. scono in questo contesto. In termini generalissimi, il cosiddetto “processo di Bologna” interviene defi- Mi pare evidente che le spinte legate alla costru- nendo uno spazio di regole comuni, approvate dai zione di un sistema europeo concorrenziale e singoli stati, nel quale le istitu- competitivo abbiano comunque finito per zioni Europee hanno un conformare anche le ragioni, di natura culturale e ruolo importante ma “accademica”, che avevano sorretto nella fase ini- subordinato. ziale il processo di Bologna. In altri termini, il sistema universitario e della ricerca sono ormai Il secondo processo è interpretati come un settore – tra gli altri – del si- relativo alla costruzione stema produttivo europeo; venendo quindi di uno spazio europeo strettamente legato al sostenimento e rafforza- Chiara del Corona della ricerca e di un siste- mento dell’aumento della competitività del ma europeo per la continente. 9

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La stretta a ricerca e università www.ilbecco.it - Febbraio 2016 2) Proprio in questi giorni molti docenti universitari e ricercatori protestano contro il nuovo sistema di valutazione della qualità della ricerca (VQR). Di cosa si tratta? E quanto questo sistema rispecchia le indicazioni europee? Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) e il suo operato. Infatti, le procedure di valutazione e accreditamento adottate da questa agenzia sono molto discutibili sia sul piano metodologico, sia su quello “politico” e culturale. Le ragioni della protesta contro la VQR sono molteplici, e non tutte tra loro concordanti o compatibili. La protesta nasce in maniera spontanea come iniziativa di docenti universitari che lamentavano il blocco delle retribuzioni e il mancato riconoscimento giuridico del lavoro svolto dal 2011 al 2015. Proprio il periodo per il quale si chiedeva ai docenti di partecipare al nuovo esercizio di valutazione della produzione scientifica universitaria nazionale. A questa protesta, strettamente legata alle retribuzioni, si è legata una seconda ragione che metteva espressamente in discussione il ruolo dell’Agenzia Questo è un aspetto non secondario tenuto conto che quasi il 20% dei fondi agli atenei arrivano sulla base dei risultati della VQR. In ultimo, molti docenti hanno associato a questi due temi anche quelli più ampi dello stato di crescente degrado del sistema universitario, dell’abbandono del diritto allo studio, di un precariato senza limiti che caratterizza la condizione dei ricercatori più giovani nei nostri atenei. L’istituzione di un’agenzia nazionale è l’esito di scelte europee a favore di processi di “accreditamento” e certificazione della qualità dei sistemi universitari e della ricerca per mezzo di enti indipendenti dagli esecutivi nazionali. Da questo punto di vista, a dire il vero, l’Anvur è però un fallimento, tanto da essere fortemente cri- Immagine liberamente ripresa da www.csee-etuce.org 10 t s r a d A “ A l m V a v r e n 3 d R d d d z l L p d g d T ( p r p e i I l r l i N s d

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La stretta a ricerca e università www.ilbecco.it - Febbraio 2016 ticata anche in Europa perché non rispetta gli sformazioni in senso aziendalista e la standard di autonomia, trasparenza, indipendenza precarizzazione del lavoro sono due tendenze richiesti. Non è quindi un caso che questa fortissime in tutti i paesi europei. agenzia non sia tra i membri permanenti dall’ENQUA (European Association for Quality Sullo sfondo, ovviamente, le gravi riduzioni di ri- Assurance in Higher Education) ma ne sia solo sorse operate quasi ovunque e la condizione di “affiliata”. debolezza struttura della ricerca di base. In so- stanza, non c’è un opposizione di principio verso la A differenza di quanto accade, ad esempio, per costruzione di uno spazio europeo dell’istruzione l’AVEPRO - Agency for the Evaluation and Pro- superiore, ma c’è il tentativo di fare di questo spa- motion of Quality in Ecclesiastical Faculties del zio un luogo di incontro e collaborazione Vaticano. Se l’Europa prevede l’istituzione di scientifica e culturale, non certo il motore della agenzie simili, le scelte operate da questa agenzia competizione o della produttività. vanno in controtendenza rispetto a tutte le espe- rienze analoghe a livello internazionale, non solo In termini strettamente organizzativi, invece, europee. Direi che l’Anvur è un caso tutto italia- cerchiamo di coordinare le politiche sindacali delle no. nostre organizzazioni, tra loro spesso molto diverse, e che operano in contesti estremamente differenti: 3) Quali sono le posizioni prese dalla Finlandia alla Grecia, dalla Bielorussia al dall’European Higher Education and Portogallo. Research Standing Commettee dell'ETUCE (Confederazione Europea 4) Uno dei grossi problemi che travolge dei Sindacati dell'Educazione), organo il sistema universitario italiano, assieme di cui è membro, rispetto alle indica- a quello del costante taglio di risorse, è zioni su università e ricerca promosse a quello dell'inesorabile calo di iscritti e livello comunitario? di laureati che escono dagli atenei ita- liani. Come si inseriscono questi dati nel Lo sforzo dell’ETUCE è sempre stato quello di panorama europeo? Sono trend che pos- portare al centro del confronto europeo la voce sono essere ritrovati anche in altri dei lavoratori e degli studenti, attraverso campa- paesi? gne e iniziative nazionali e europee, e per mezzo di continue attività di pressione e informazione. L’Italia è in controtendenza rispetto a quasi tutti i Tutti i documenti prodotti da ETUCE paesi europei, fatta eccezione per Romania e Gre- (http://www.csee-etuce.org/en/) e dai suoi comitati cia. Il primo uno dei paesi più poveri d’Europa, il partono innanzitutto dal dibattito tra delegati e secondo il paese che più di ogni altro sta pagando rappresentati delle organizzazioni sindacali euro- il prezzo delle politiche di austerity. Ad oggi, il no- pee nel diretto confronto con i lavoratori (docenti stro è tra i paesi che hanno fatto meno progressi e personale) e con gli studenti. Portiamo, quindi, nell’incremento del rapporto tra laureati e dotto- il punto di vista di chi vive nelle università. randi e numero di abitante. Il valore culturale della formazione universitaria, C’è da dire, purtroppo, che su quest’aspetto l’Italia la centralità della ricerca scientifica con i suoi ca- non segue un trend europeo, ma si attesta verso la ratteri di libertà e autonomia, la democraticità e riduzione della platea dei propri studenti universi- la natura pubblica dell’istruzione superiore: sono tari. E il peso delle dinamiche demografiche è i temi principali del nostro intervento. importante, ma non certo decisivo. L’attuale situa- zione è dovuta ai costi altissimi per l’istruzione Negli ultimi anni abbiamo quindi lavorato moltis- universitaria, agli scarsi servizi, all’assenza di diritto simo sui temi della democraticità interna ai settori allo studio e, non meno importante, ad un sistema della conoscenza e sul precariato poiché le tra- produttivo che non incentiva all’alta formazione. 11

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La stretta a ricerca e università www.ilbecco.it - Febbraio 2016 5) Nelle ultime settimane si è ri-aperto, anche a livello di opinione pubblica, il dibattito della fuga all'estero di ricercatori dovuta alla mancanza di fondi stanziati per il settore nel nostro paese. Se a giro per il vecchio continente è possibile trovare governi che investono molto di più, è possibile affermare che anche le condizioni di lavoro offerte ai ricercatori sono effettivamente migliori? Esistono sforzi fatti a livello europeo per uniformare il settore della ricerca tra i vari paesi, dal momento che per definizione l'economia dell'Unione Europea sarebbe “knowledge based”? Se sì, valuta positivamente questi tentativi? vanno via dal nostro paese è di gran lunga superiore a quello degli arrivi. Il nostro sistema non è attrattivo, sia per gli studenti (la gran parte dei quali vengono solo nell’ambito dei programmi Erasmus), sia per i ricercatori (come i risultati dei bandi ERC mostrano). In effetti, le condizioni di lavoro in gran parte d’Europa sono certamente migliori per quanto attiene l’accesso e in molti casi nelle dotazioni strutturali e di fondi per la ricerca. Le retribuzioni e le possibilità di carriera sono quindi generalmente ritenute migliori e più “aperte”. La mobilità dei ricercatori, come quella degli studenti, è un aspetto positivo dei processi di europeizzazione dell’istruzione superiore e della ricerca. Purtroppo il numero di studenti e ricercatori che Eppure una recente indagine curata dall’HERSC che ha coinvolto circa quindici paesi europei, tra cui l’Italia, dal titolo Creating a Supporting Working Environment in European Higher Education, mostra come ci sia una generale condizione di malessere nelle università europee: Immagine liberamente ripresa da www.csee-etuce.org 12

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La stretta a ricerca e università www.ilbecco.it - Febbraio 2016 la crescente burocratizzazione, la precarizzazione impoverendo, nell’insieme, il bagaglio culturale e del lavoro, la mancanza di tempo e la spinta a umano del continente. pubblicare in tempi sempre più stretti, la riduzio- ne degli spazi di opportunità per la ricerca di 6) In Italia dal punto di vista puramente base, in particolare per quella umanistica, e lavoristico, i dipendenti delle università tendenze forti alla riduzione del pluralismo vivono una condizione di elevatissima scientifico. frammentazione, che in parte riflette la frammentazione del mercato del lavoro: Sono tutte tendenze generalizzabili e che creano docenti in regime giuridico, ricercatori una diffusa sensazione che negli anni le condizio- TI, ricercatori TD di due tipi, ricercato- ni di lavoro siano peggiorate. ri in regime di parasubordinazione (che per il Ministero non sono neanche di- Le politiche di austerity hanno quindi aggravato, pendenti), Dottorandi che, soprattutto in alcuni paesi, questo malessere. contrariamente al resto del mondo, so- no considerati ancora tra gli studenti; e Quanto agli sforzi di uniformare il sistema euro- poi il personale ATA, che al suo interno peo, io userei il termine “armonizzare”, nel senso ha TI, TD e parasubordinati; e infine in cui quello che si vuole garantire è che le di- servizi (spesso fondamentali) dati in verse realtà nazionali possano essere rese quanto appalto a soggetti terzi. più possibile inter-operative. Questa situazione è solo italiane e ri- Il problema non è, quindi, contrastare gli sforzi di flette le specificità del nostro mercato creare un’area Europea della ricerca per-sé, ma del lavoro, o è comune anche ad altri si- metterne in questione le forme, le regole e i stemi universitari di altri paesi? In principi di fondo. questo caos, è immaginabile una di- mensione unica del conflitto, o Da questo punto di vista, la “knowledge based dovremo aspettarci sempre lotte di society” altro non è oggi che una società “di natura corporativa in cui ogni compo- concorrenza”, che si basa sulla messa a profitto di nente si spacchetta dalle altre in base competenze e conoscenze scientifiche. alle proprie specificità? Quello che accade è che il lavoro scientifico assu- No. me sempre più le forme, e le logiche, del just-in-time, della produzione snella, del trasferi- Non è una condizione solo Italiana anche se il no- mento tecnologico. Insegue, insomma, le stro paese, rispetto a molti altri sconta alcuni limiti esigenze del sistema produttivo – laddove possi- strutturali. bile – rendendo tutto il resto residuale. Si vedano i molteplici rapporti e le analisi dell’European Mi pare che Horizon2020 mostri bene questo ti- Trade Union Institute (www.etui.org/publications2). po di approccio. In primo luogo, l’assenza di un welfare veramente Una simile scelta è evidentemente suicida, non inclusivo che tempera o accompagna un percorso permette la riproduzione – nel tempo – di una lavorativo frammentato e discontinuo. vera cultura scientifica e non permette la dissemi- nazione e trasmissione orizzontale di conoscenze, In secondo luogo, una legislazione complessa e saperi, culture nella società europea. farraginosa che rende assolutamente incerto il percorso “pre-ruolo” per i docenti, e la gestione Nel contempo, l’istruzione assume il volto della contrattuale dei precari impegnati nell’amministra- formazione professionale e professionalizzante zione o nei servizi. 13

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www.ilbecco.it - Febbraio 2016 In terzo luogo, le scarsissime risorse investite nel Quindi il personale tecnico-amministrativo e il sistema, che rende il nuovo reclutamento margina- personale docente l’uno contro l’altro armati, con le e residuale. l’acuìrsi delle loro divisioni storiche. Quindi i lavo- ratori esternalizzati. In ultimo, un sistema produttivo fatto di piccole e medie imprese con una scarsa propensione La sintesi, purtroppo, non può essere solo politica, all’innovazione che difficilmente è in grado di as- ossia di prospettiva, basata sulla costruzione di una sorbire competenze di alto profilo. visione alternativa. La tendenza alla “precarizzazione”, termine che Deve essere anche organizzativa. Bisogna essere in sintetizza una molteplicità di fenomeni, è co- grado di rispondere positivamente, nei limiti del munque ormai generalizzato anche nei sistemi possibile, alle richieste individuali o particolari per dell’istruzione superiore e della ricerca. costruire fiducia e consenso. Questa è la sfida maggiore che abbiamo di fronte, Quindi utilizzare questa fiducia e questo consenso perché la precarizzazione non è solo la segmenta- per permettere ai lavoratori, e agli studenti, di zione del percorso professionale, e di vita, del incontrarsi, conoscersi e costruire percorsi di mo- singolo, ma è la caratteristica di un intero sistema bilitazione condivisi. Su un piano che non è più che funziona sempre più (e male) mettendo gli uni solo quello nazionale. in competizione con gli altri. Come farlo non mi è chiaro. Lo vediamo in Italia. Gli assegnisti di ricerca contro i ricercatori a tempo determinato. Tutti co- In fondo, anche l’azione sindacale e politica è una storo contro i ricercatori in esaurimento e questi ricerca quotidiana e il risultato non è mai scontato, contro i professori associati. o banale. BIBLIOGRAFIA DI QUESTO NUMERO (E LETTURE CONSIGLIATE) BALLARINO G., CHECCHI D., SISTEMI FORMATIVI E DISEGUAGLIANZE: UN TEMA TRA ECONOMIA E SOCIOLOGIA, IN (A CURA DI) BALLARINO G., CHECCHI D., SISTEMA SCOLASTICO E DISEGUAGLIANZA SOCIALE, BOLOGNA, 2006, PP. 7-26. BENADUSI L., LO STATO DELL’ARTE DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA, 2009, HTTP://WWW.FGA.IT/UPLOADS/MEDIA/L.BENADUSI__LO_STATO_DELL_ARTE_DELL _AUTONOMIA_SCOLASTICA_-_FGA_WP15_01.PDF. DE MAURO T., ANALFABETI D'ITALIA IN INTERNAZIONALE N. 734, 2008. ROMANO T., LE RIFLESSIONI DEI DOCENTI. PERCORSI PROFESSIONALI IN UN'ISTITUZIONE IN CRISI, NAPOLI, LIGUORI, 2012. SCHIZZEROTTO A., BARONE C., SOCIOLOGIA DELL'ISTRUZIONE, BOLOGNA, IL MULINO, 2006. SCUOLA DI BARBIANA, LETTERA A UNA PROFESSORESSA, FIRENZE, LIBRERIA EDITRICE FIORENTINA, 1967. .SERPIERI R., SENZA LEADERSHIP: LA COSTRUZIONE DEL DIRIGENTE SCOLASTICO, MILANO, FRANCO ANGELI, 2012 14

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"E' la liberta' che guida il popolo" CAMPAGNA S0TT0SCRIZI0NI 2016 - Siamo un'associazione di promozione sociale senza scopo di lucro. - Tutto ciò che produciamo lo rendiamo disponibile gratuitamente attraverso il nostro sito web (www.ilbecco.it). - Da realtà autofinanziata chiediamo un contributo sotto forma di sottoscrizione, per recuperare le pratiche di partecipazione ed autofi- nanziamento: non compri niente, compi un (piccolo) gesto politico. - L'erogazione liberale è detraibile in sede di dichiarazione dei redditi se non effettuata in contanti. In cambio ti invieremo i supplementi cartacei che cerchiamo di stampare con cadenza mensile. Con 10 euro permetterai la produzione di 4 riviste, con 30 euro ci darai fiducia per 12 riviste. Per ogni cifra superiore sapremo ringraziare! - Puoi pagare con PayPal che trovi sul nostro sito (www.ilbecco.it - carte di credito, prepagate, conto PayPal) oppure con un bonifico bancario, intestato a Il Becco - Associazione di promozione sociale, presso Banca Etica, Iban IT18E0501802800000000161497 (ricordati di specificare "erogazione liberale" nella causale). www.ilbecco.it info@ilbecco.it @IlBecco Il Becco 377 4277171 I SMS, WhatsApp o Telegram 15

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