Anno 3 - Numero 01

 

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Primo numero del 2016

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Anno III (2016) - n° 1 LA FAME NELLE ORECCHIE E LA PAURA DELLA MODERNITÀ ALIMENTARE Articoli di Roberto Capizzi e Luciano Rezende Moreira, intervista a Dario Bressanini a cura di Silvia D'Amato Avanzi

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Il Becco - Gennaio 2016 allegato del sito www.ilbecco.it, quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013. Numero di registro 5921 Partita IVA e Codice Fiscale Ass. Il Becco: 06349820487 Redazione Roberto Capizzi, Leonardo Croatto, Chiara Del Corona, Andrea Incorvaia, Calogero Laneri, Daniele Lorini, Alex Marsaglia, Jacopo Vannucchi Consiglio Direttivo Associazione Chiara Del Corona, Nilo Di Modica, Diletta Gasparo, Dmitrij Palagi, Lorenzo Palandri, Giacomo Rossato, Alessandro Zabban Rappresentante legale Dmitrij Palagi, direttore responsabile Riccardo Chiari Sede legale associazione: Via Vittorio Emanuele II 135, 50134, Firenze (Italia) Stampato da: Raggiaschi Editore, in Firenze, finito di stampare il 10 gennaio 2016 Indice Editoriale " Nel contesto di questo numero abbiamo voluto concentrarci sulle trasformazioni alla nostra alimenta- zione introdotte dallo sviluppo tecnico e scientifico. Dal luddismo alimentare a quello agricolo (qui affrontati da un saggio del professor Luciano Rezende Moreira e con un'intervista al noto divulgatore scientifico Dario Bressanini) sono parecchie le idee contro le quali " occorre battersi, senza cedere all'idea di magnifiche sorti progressive, che l'attuale sistema di cose non ga- rantisce (si pensi ai fenomeni speculativi o predatori riguardanti la II tema dell'alimentazione domina, terra come il land banking e il land anche quando non lo scorgiamo con grabbing), ma senza, parimenti, la- immediatezza, la nostra vita quoti- sciarsi andare a nostalgie per sistemi diana. La crescita demografica, i economici, e conseguentemente per processi di interconnessione globale, tecniche, sorpassati dalla storia e lo sviluppo impetuoso di nuove radicalmente ingiusti. tecniche agricole e di trasformazio- ne, hanno rivoluzionato, in Prendendo a prestito un verso di brevissimo tempo il nostro rapporto uno splendido brano di Pierangelo con ciò che ci sfama. Tradizioni ali- Bertoli, possiamo anche noi mentari, una volta nemmeno affermare che “la fame è un debole immaginabili, hanno fatto la pensiero per chi l'ha avuta solo nelle comparsa sulle nostre tavole, regimi orecchie”. Pur avendola soltanto alimentari tra i più diversi si sono “sentita” non desideriamo cono- affastellati ed ibridati nelle nostre scerla e riteniamo eticamente società. La vastità di un tale argo- corretto riconoscere alla modernità i mento, che abbraccia aspetti meriti che le spettano nell'averci culturali, religiosi, economici, tecni- allontanato da quel mortifero ci e scientifici, affascina e delle volte spettro... lascia sgomenti. C b v d m m “ t o c r o s < p u f r d S c n p I t a E c a p I c g a p m e L l r

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www.ilbecco.it - Gennaio 2016 CONTRO IL LUDDISMO ALIMENTARE ROBERTO CAPIZZI - REDAZIONE DE IL BECCO C'è un sentimento che più di altri sembra dominare il dibattito sui temi alimentari: la paura. La paura e la sfiducia verso l'industria alimentare, e dunque la non conoscenza dei complessi processi industriali necessari a sfamare sette miliardi di persone, la diffidenza verso la stessa parola “chimica” sono onnipresenti nella discussione pubblica. “Dopo secoli d'accorte strategie di sopravvivenza predisposte e tramandate da masse indigenti malnutrite, costantemente oppresse dal ricordo o dal terrore di una nuova carestia, dopo secoli in cui il cibo era stato fortemente desiderato, sognato e raccontato in modo ossessivo, oggi si deve affrontare il problema opposto di un nutrimento eccessivo. Le logiche della fame sono state improvvisamente sostituite dall'opposta <> del <> […] È pertanto curioso notare che neppure il più visionario utopista del passato avrebbe saputo immaginare una tale dovizia di cibo e che essa si sarebbe rivelata foriera di fobie, paure e frustrazioni e, paradossalmente, una fonte generatrice di sofferenze altrettanto gravi quanto le precedenti dovute alla penuria”(1). Si cucina sempre meno, ma di cibo si parla sempre più. Il cibo - sognato, desiderato con spasimo da generazioni di nostri avi - è parte integrante del nostro essere pubblico e privato, del come raccontiamo noi stessi a chi ci circonda. Il cibo è sempre stato, infatti, oltre la mera dimensione nutrizionale: è identità, cultura, convivialità, simbolo (si pensi al “corpo di Cristo” nella tradizione cristiana). Eppure il cibo si teme. L'ossessione per il “mangiare corretto” (è stato coniato il termine ortoressia atto ad indicare l'ossessione di nutrirsi di alimenti che si presumono “giusti”) pervade la società. avrebbe fatto svenire i nostri nonni, a potersi alimentare con una fatica immensamente minore di quella richiesta alle generazioni precedenti (a titolo di esempio la possibilità di poter consumare dei pasti fuori casa; la presenza nelle nostre cucine di forni a gas, frullatori ed altri elettrodomestici che risparmiano fatica e liberano una quantità immensa di tempo; l'acquisto del pane in panetteria piuttosto che la faticosissima panificazione domestica et cetera). I processi di industrializzazione, verso i quali ampia parte di due generazioni di nostri concittadini guardano con diffidenza, quando non con disprezzo, hanno permesso una democratizzazione dei consumi inimmaginabile fino agli anni '60 del '900. Il cibo industriale ha portato un aumento sbalorditivo di quantità e soprattutto varietà degli alimenti permettendoci di seguire regimi alimentari enormemente più complessi, ricchi, culturalmente stimolanti di quelli monotoni, grigi, tristi e nutrizionalmente poveri dei nostri avi. “[…] il sogno della pagnotta divenuta grossa e bella, tonda e piena, si annulla nell'amara realtà di un pane sempre più piccolo, nell'incubo d'un pezzo sempre più plumbeo e pesante, sempre più gramo, sempre più insufficiente. Il risparmio ossessivo, la tesaurizzazione delle ossa, della mollica, delle uova, dei ventrigli, delle teste e dei piedi di pollo non serve a modificare una tavola sempre più squallida, sempre più disperatamente spoglia”(2). Così scrive Piero Camporesi riferendosi alle gravissime carestie alimentari che colpirono l'Italia postrinascimentale. Integratori vitaminici, senza che vi sia la presenza di carenze vitaminiche, intrugli “naturali”, spezie “magiche”, rimedi contro l'onnipresente colesterolo, affollano gli scaffali dei supermercati. L'ossessione per il cibo “sano” è però il più delle volte alimentata da luoghi comuni, da ignoranza scientifica e da una idealizzazione dei “bei tempi passati”. La generazione a cui appartiene chi vi scrive è stata la prima, nel nostro Paese, a nascere con il frigorifero in cucina, con una sovrabbondanza di cibi che 3

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Contro il luddismo alimentare www.ilbecco.it - Gennaio 2016 Il cibo industriale, inoltre, rovesciando quello che è un affermato luogo comune, ha permesso un aumento qualitativo della nostra alimentazione. Quanti si trovano a “ricordare” con nostalgia di epoche che non hanno vissuto avrebbero sicuramente lo stomaco chiuso di fronte alle tavole ed alle dispense igienicamente non sicure di una casa contadina di sessanta o settanta anni fa. Quanti, oggi e potendosi permettere di meglio, mangerebbero della carne macellata senza la presenza di un veterinario (con il rischio ad esempio di trichinella), o del pane con la muffa? Oppure ancora quanti consumerebbero delle zuppe (spesso povere e insipide) da un'unica zuppiera, con stoviglie lavate unicamente con l'acqua prese con mani sporche perché lavate senza sapone? Sembrano “orrori” di epoche, o di Paesi, da noi distanti, eppure non lo sono: sono le abitudini alimentari dei nostri nonni o dei nostri bisnonni (e su alcune cose - come la diffusione, fondamentale per motivi igienici e per la riduzione di sprechi, della refrigerazione - dei nostri genitori). Non solamente il cibo “grezzo”, l'alimento in sé, ancora non preparato, ha subito questa mitizzazione, ma anche la cucina. L'arte culinaria - sempre più raccontata e sempre meno praticata, sostituita spesso dal cibo consumato verticalmente e fuori casa - si è alimentata di una visione idealizzata di cucina “tradizionale” (in realtà una creazione del marketing e dei processi migratori interni avvenuti durante gli anni '60) che, nella sostanza, non presentava nessun carattere di genuinità ed era tremendamente monotona nonché nutrizionalmente insoddisfacente. “Un giorno, un industriale napoletano ebbe un'idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria in Roma. [...] Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione; il suo astro impallidì e tramontò, in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana. È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano. Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche”(3). Esotica e tremendamente triste appariva dunque la pizza, oggi simbolo della cucina italiana e diffusa in tutto lo stivale, descritta da Matilde Serao nel suo “Il ventre di Napoli”. Mentre così commentava il grande autore de “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene” Pellegrino Artusi i maccheroni “genuini” provati in strada: “Era poi cosa caratteristica il vedere in mercato una gran caldaja di maccheroni bollenti che venivano infilzati in un grosso bastone, le estremità del quale poggiando sugli orli del vaso, dava tempo di poterli prendere colle mani e di presentarli conditi agli avventori in un piatto. Lusingato dalla rinomanza di questo cibo prediletto ai napoletani non vedevo l'ora di essere a Napoli per farmene delle satolle, ma fui deluso dal loro modo di condirli con molto pepe e cacio piccante. Messomi a cercarli più buoni mi riuscì trovarli in un ristorante signorile conditi con una balsamella assai delicata”(4). Di parere opposto alla vulgata oggi diffusa (ma la paura 4

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Contro il luddismo alimentare www.ilbecco.it - Gennaio 2016 Anche l'immagine di una antica tradizione priva di sofisticazioni, è pura mitologia, le sofisticazioni alimentari sono sempre state presenti nella storia dell'umanità ed erano tanto più diffuse quando meno esistevano controlli. Johann Georg Zimmermann (1728-1795), medico di corte degli Hannover, in un brano, citato sempre da Camporesi, racconta di vinattieri che addolcivano “i vini acidi con una preparazione di litargirio d'argento. Chi beve questo vino incontra una colica terribile che termina con una paralisi degli arti e ancora con la morte: e perciò che in Germania e in Olanda quelli che vendono sì fatti vini, vengono impiccati” (6). per il nuovo è sempre stata presente nella storia, anche alimentare, dell'umanità) così commentava il trionfo della modernità - e della sperimentazione - alimentare lo storico Piero Camporesi: “La socializzazione delle raffinatezze apiciane, bene diverse dalle scelleratezze trimalcioniche, il sano snobismo gastronomico di massa, la moltiplicazione aziendale degli sdoppiamenti luculliani, sembrano finalmente un fatto compiuto. E finalmente su scala industriale. Il piatto d'autore, come l'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, deve essere riprodotto all'infinito. Ispirati evangelisti della nobile arte, grandi virtuosi del cucchiaio, pensano ed esperimentano in laboratorio formule segrete che verranno poi passate alla grande catena alimentare: materializzati e riprodotti all'infinito questi cibi d'autore finiranno sulle tavole di tutti, private o collettive, preparati e confezionati da anonimi gnomi di cucina che sudando in appartati, periferici centri di cottura, alleviano con le loro infuocate caldaie le ultime fatiche degli ormai rarefatti angeli del focolare in via di rapida estinzione” (5). Dunque, per usare le parole del grande storico emiliano, riferite a quella che fu la più terribile sofisticazione alimentare del novecento italiano, lo scandalo del vino al metanolo: “soltanto l'artificiale potrà salvarci da un naturale che già non esiste più. La grande industria ha una sua serie e rispettabile logica, al contrario dell'artigianato municipale di ceppo campagnolo che ha reso micidiali le antiche malizie dei <>” (7). Concentrazioni industriali (e dunque marchi nazionali o addirittura globali, facili da controllare da parte delle istituzioni preposte, e soggetti ad un autocontrollo necessario ad ottenere la fiducia del consumatore) e filiere sempre più moderne ed efficienti hanno, contrariarmene a ciò che il pensiero comune, ridotto il rischio (in particolare nella Grande Distribuzione Organizzata) di cibi, intenzionalmente od accidentalmente, adulterati. Lo stesso consenso di cui oggi gode il cibo “slow” è paradossalmente stato permesso dalle risorse economiche e di tempo liberate dalla democratizzazione e massificazione dei consumi alimentari avvenuta con il boom economico. Lo “slow food” è, per altro, un mito di successo. Il cibo “fast” (il classico pane con dentro una fetta di formaggio o di salume) ha sempre fatto parte della storia dei nostri consumi alimentari. Uno dei simboli stessi dell'italian way of life in cucina, il caffè espresso, nasce come risposta veloce al lento rito, fino ad allora praticato, del caffè alla greca. Se oggi vi è la possibilità di parlare di una cucina italiana, se ricette, prima confinate in ristrettissimi orizzonti geografici sono oggi conosciute da Bolzano a Ragusa, lo dobbiamo proprio alla modernità e ai processi industriali nel loro complesso. 5

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Contro il luddismo alimentare www.ilbecco.it - Gennaio 2016 La modernità, la tecnologia, l'industrializzazione alimentare ci hanno dunque consegnato un dato che è, in sé, incontrovertibile: pur spendendo meno (il 10/15% del reddito mensile contro il 40/50% speso fino agli anni '50), mangiamo meglio e viviamo di più. L'assenza, anche solo nel ricordo, dell'ingrediente cardine di passati regi- mi alimentari, cioè della fame, ha prodotto dunque una narrazione artefatta e profondamente ingrata nei confronti della modernità che non può che essere rigettata. NOTE (1) DANIELE TIRELLI, PENSATO & MANGIATO. IL CIBO NEL VISSUTO E NELL'IMMAGINARIO DEGLI ITALIANI DEL XXI SECOLO, ROMA, A.G.R.A. EDITRICE, 2006, P. 35. (2) PIERO CAMPORESI, IL PAESE DELLA FAME, MILANO, GARZANTI LIBRI, 2000, P. 185. (3) MATILDE SERAO, IL VENTRE DI NAPOLI (VENTI ANNI FA - ADESSO - L'ANIMA DI NAPOLI), FRANCESCO PERRELLA EDITORE, NAPOLI, 1906, P. 14. (4) PELLEGRINO ARTUSI, AUTOBIOGRAFIA, BRA, ARCIGOLA SLOW FOOD EDITORE, 1999, P. 30. (5) PIERO CAMPORESI, IL GOVERNO DEL CORPO, MILANO, GARZANTI LIBRI, 2008, PP. 57-58. (6) IVI P. 77. (7) IVI, P. 74. GRAFICI GRAFICI TRATTI DA DANIELE TIRELLI, PENSATO & MANGIATO. IL CIBO NEL VISSUTO E NELL'IMMAGINARIO DEGLI ITALIANI DEL XXI SECOLO, ROMA, A.G.R.A. EDITRICE, 2006 6 I g t m s c n c n N p v s e “ n a 1 a m a l b d D i p i l p d c t r r g v a a m c t u

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www.ilbecco.it - Gennaio 2016 CONTRO NATURA INTERVISTA A DARIO BRESSANINI (RICERCATORE) - A CURA DI SILVIA D'AMATO AVANZI (REDAZIONE IL BECCO) Il discorso sull’alimentazione e sul cibo è dominato dalla grande narrazione che vede il "naturale" e il "biologico", miti positivi, contrapporsi ai miti negativi del "geneticamente modificato" e del "chimico", orientando come una bussola le scelte dei consumatori. Vale la pena approfondire il significato, anche sociale, di queste parole così radicate nella nostra quotidianità: cosa significhi cibo naturale, ma anche cosa siano le biotecnologie che tra diffidenza e confusione finiscono sulle nostre tavole. Ne parliamo con Dario Bressanini, ricercatore in chimica presso l’Università dell’Insubria ed autore del blog di divulgazione scientifica Le scienze in cucina, sul sito de Le scienze, focalizzato su cibo e alimentazione. È inoltre autore e coautore di diversi libri divulgativi, di cui l’ultimo è “Contro natura. Dagli OGM al «bio», falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola”, scritto insieme alla biotecnologa Beatrice Mautino. cui già i Romani mettevano il salnitro, ma con molta meno consapevolezza di oggi. Ovviamente esiste anche cibo di scarsa qualità, il cosiddetto “junk food”, che contiene questi additivi; nel corso dei decenni, si è diffusa l’idea che la sua scarsa qualità, anziché essere intrinseca al tipo di cibo, fosse dovuta proprio alla presenza di sostanze chimiche aggiunte; ma questo non ha alcun senso, perché ad esempio un salume di ottima qualità, saporito, fatto con tutti i crismi, se ha anche dei conservanti è preferibile, visto che l’alternativa è il rischio del botulino. Secondo me, questa è la ragione principale. Poi c’è il marketing, che cavalca la cosa e anziché smorzarla la amplifica, proponendo un proliferare di prodotti “senza chimica”, cosa che da un punto di vista scientifico non ha alcun senso, ma ne ha da un punto di vista di marketing, dal momento che il termine “chimica” è diventato un brutto termine e ci si fa pubblicità vendendo cose “senza chimica”. 1) Dottor Bressanini, lei è chimico e nella sua attività divulgativa si occupa di alimentazione, ma proprio l’aggettivo “chimico”, parlando di alimentazione, è usato correntemente con valenza negativa; in generale, l'utilizzo delle biotecnologie in campo alimentare è visto con diffidenza dai consumatori. Da chimico, devo dire che non è fondata. C’è una paura immotivata, in gran parte derivante dal fatto che molte persone pensano che quel che si fa in laboratorio sia intrinsecamente diverso da quel che fa la natura: un molecola sintetizzata in laboratorio, anche se identica a quella prodotta ad esempio da una pianta, per molti consumatori è diversa, non è esattamente la stessa molecola, e questo ha creato disaffezione. Credo che il sospetto e la poca tranquillità con cui molti consumatori guardano generalmente alla chimica – e per chimica intendono, per quanto riguarda l’alimentazione, le cose “aggiunte”, i conservanti, gli additivi – derivi dal fatto che è sotto gli occhi di tutti che vi possa essere un abuso di queste sostanze, che vengono aggiunte per un preciso motivo tecnologico: i conservanti, ad esempio, per conservare i cibi affinché possano durare mesi sugli scaffali dei supermercati. Una volta, quando non c’erano le produzioni dell’industria alimentare, si mangiava tutto fresco, c’era molto meno utilizzo di questi prodotti; si usavano strategie di conservazione – pensiamo ai salumi, in 2) Per contro, esiste questo mito positivo del “cibo naturale”, inteso come “selvatico”, che non ha subito modificazioni da parte dell’uomo; ma quanto ha senso questa distinzione tra cibi naturali e innaturali? Nessun senso, perché quasi tutto quel che mangiamo è “innaturale” e non esiste allo stato selvatico; ci cibiamo di pochissime cose di origine selvatica: alcune bacche, qualche frutto. Quasi tutto quel che mangiamo è stato modificato, magari da mutazioni casuali, e selezionato dall’uomo; e l’abbiamo reso dipendente dalla nostra coltivazione: il mais non esiste se non coltivato, così come in un bosco non troviamo pomodori o peperoni. Non a caso non ci nutriamo di erbe infestanti che vivono senza la cura umana, bensì ci nutriamo di piante che hanno perso le caratteristiche che permettevano loro di sopravvivere resistendo a parassiti e predatori; ci nutriamo di mutanti modificati, anche non esplicitamente dall’uomo – le mutazioni genetiche avvengono continuamente in natura – perciò è proprio sbagliata l’idea di mangiare quel che si trova allo stato selvatico. Inoltre, molte cose che mangiamo non esistono affatto allo stato selvatico, come ad esempio il grano tenero: non esiste un antenato selvatico del frumento tenero (mentre esiste l’antenato selvatico del pomodoro, anche se magari non lo riconosceremmo: piccolino, giallo, acido… non assomiglia ai nostri pomodori domesticati partendo da lui). 7

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Contro natura www.ilbecco.it - Gennaio 2016 Il frumento tenero è una specie nuova, creatasi casualmente oltre ottomila anni fa nella Mezzaluna Fertile, quando al farro coltivato (che era usato come “grano” dalle popolazioni della zona) è successo una sorta di accidente genetico: l’intero genoma di un’erba selvatica, una graminacea del genere Aegilops che probabilmente cresceva vicino a un campo di farro, è stato inglobato nell’intero genoma del farro. Generalmente, i discendenti di un incrocio sessuale prendono metà dei geni dalla “madre” e metà dal “padre”, rimanendo della stessa specie; in questo caso, invece, ai circa centomila geni del farro si sono uniti i circa cinquantamila geni della graminacea, così è nata una nuova specie, un mostro genetico con contemporaneamente tutti i geni del “padre” e tutti i geni della “madre”. Se oggi in laboratorio trasferissimo un singolo gene di quell’erba, che esiste ancora, nel farro, otterremmo un OGM, cosa di cui molti hanno paura; in questo caso la natura non ha trasferito un solo gene, ma proprio tutti, e il risultato non è considerato un OGM – anzitutto perché è avvenuto ottomilacinquecento anni fa e l’abbiamo dimenticato, anzi l’abbiamo scoperto solo recentemente – però questo mostra come l’idea di poter dividere i cibi in naturali e innaturali non ha fondamento scientifico. dovrebbe interessare (possibili vantaggi, impatto sull’ambiente…), bensì in base alle tecnologie usate per ottenerli. Non ha senso temere la nuova pianta solo perché è stata ottenuta con l’ingegneria genetica anziché con la mutagenesi. La Monsanto produce una soia resistente a un diserbante che è un OGM e quindi non può essere coltivata in Europa; la Bayer produce un riso resistente a un diserbante, quindi con caratteristiche paragonabili, ma ottenuto con mutagenesi chimica, quindi per la legge non è un OGM ed è coltivato in Europa. 4) Spesso un atto legislativo parla anzitutto ai cittadini, al loro consenso, anziché rispondere direttamente alla razionalità in ambito scientifico o sanitario – ciò avviene non necessariamente per demagogia, bensì anche solo per il contrattualismo alla base dei nostri ordinamenti. Questa definizione normativa, che senz’altro aggiunge confusione, quindi interpreta probabilmente una serie di timori già diffusi… Certamente. Le biotecnologie agrarie, indubbiamente molto potenti, sono state oggetto di strategie comunicative disastro- 3) Parliamo allora degli OGM “veri e propri”, che sono senza dubbio i più chiacchierati della situazione: da più parti stigmatizzati e in Europa oggetto di restrizioni normative. Sembra regnare una certa confusione su cosa gli OGM siano effettivamente e cosa eventualmente ci sia da temere… La confusione nasce dal fatto che la definizione di OGM è di tipo giuridico e non di tipo di scientifico: una normativa europea stabilisce che un Organismo Geneticamente Modificato è un organismo che ha subito modifiche genetiche secondo specifiche tecniche e non altre; quindi la definizione si basa sulla tecnologia con cui si è ottenuta una data pianta, ad esempio, ma non sulle proprietà della pianta stessa. Paradossalmente, si potrebbe ottenere la stessa pianta con le stesse caratteristiche, come la resistenza a un diserbante, in due modi diversi: con l’ingegneria genetica, trasferendo un gene o mutandolo con degli enzimi – e in questo caso la pianta sarebbe un OGM da un punto di vista legale; oppure con altre tecnologie, dalle mutazioni indotte con radiazioni alla chimica, ma la pianta ottenuta in questo modo, senza avvalersi dell’ingegneria genetica, non risulta un OGM pur avendone tutte le caratteristiche. Insomma, la confusione nasce dal fatto che la legislazione non distingue in base alle caratteristiche degli organismi ottenuti, che sono quel che 8

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Contro natura www.ilbecco.it - Gennaio 2016 se all’inizio degli anni ’90, quando sono comparse prima nei secondo proprietà credute loro intrinseche come secchi/umidi, laboratori e poi sul mercato: si è fallito nello spiegare i o caldi/freddi, e assumere specifiche combinazioni di queste vantaggi che potevano apportare per il consumatore o per proprietà. Oggi si esalta la consumazione del cibo poco mani- l’ambiente. Le multinazionali che per prime hanno prodotto polato, anche crudo; mentre nel Medioevo era il contrario: le OGM per finalità commerciali hanno commesso il grave ricette erano estremamente elaborate proprio per creare errore di dare per scontato che il consumatore non sarebbe un’armonia, considerata necessaria a nutrire gli esseri umani, stato interessato a questi dettagli ed avrebbe accettato qua- che non si trovava nei cibi in natura; quindi i cibi dovevano lunque prodotto gli fosse proposto; così ad esempio non si essere manipolati e cucinati in molte maniere. Del resto, la sono spiegati al consumatore i vantaggi delle prime piante natura era vista come una fonte di pericoli, qualcosa da cui OGM, diretti soprattutto agli agricoltori – che ne hanno guardarsi; la bevanda ritenuta più sana e consigliabile da bere subito colto la portata, trattandosi di resistenza ai diserbanti, non era l’acqua, ma la birra, perché l’acqua dei corsi d’acqua o ai parassiti, e in ogni parte del mondo in cui ne hanno o dei pozzi poteva essere contaminata e trasmettere malattie, - avuto la possibilità li hanno adottati. Da noi è vietato dalla mentre la birra e il vino, fermentati, grazie all’alcol, erano più legge, ma anche gli agricoltori italiani vorrebbero coltivare il sicuri. Quello che si trovava in natura era visto con sospetto. mais OGM, l’unico OGM ammesso in Europa. Ini- zialmente, quindi, il marketing è stato diretto solo agli Invece adesso, proprio perché le nostre condizioni igieniche agricoltori, pensando che il grande pubblico avrebbe igno- sono ottime e la stessa produzione del cibo nei paesi occi- rato la novità – come nei decenni precedenti aveva ignorato dentali è a livelli qualitativi molto alti, abbiamo idealizzato il - le modificazioni apportate, con varie tecnologie, a frumento, cibo, non sappiamo da dove arrivano i prodotti agricoli e patate, ciliegie, riso. Invece ci troviamo in un’epoca nella quanto sforzo si fa nelle coltivazioni per farli arrivare tutti quale il consumatore richiede sempre più informazioni e, se perfetti e senza danni al supermercato; abbiamo creato questo si esita a fornirgliele, arrivano prima i portatori di una visio- mito del cibo naturale che cresce da sé. Il grande pubblico – - ne arcaica, bucolica – io dico anche reazionaria – persone che non hanno più contatto con l’agricoltura, salvo dell’agricoltura; e questi ultimi hanno riempito lo spazio co- magari qualche vaso sul balcone – pensa che il cibo biologico municativo incutendo esplicitamente paura – perché questo cresca da solo, senza trattamenti, mentre anche il biologico ha accade quando vanno in giro con le tute bianche, o fanno bisogno di difese da funghi, parassiti, insetti. E quest’idealizza- vedere presunti mostri transgenici, e per decenni la comuni- zione, abbastanza moderna, c’è proprio nel momento in cui cazione è stata dominata da questi detrattori. Così la legge, paradossalmente il cibo non è mai stato prodotto in modo così quando è arrivata, non ha fatto altro che fotografare una si- innaturale. tuazione di sospetto e ansia di precauzione. 6) Quindi si registra una sorta di inversione di 5) Ecco, ha richiamato altri due grandi temi, le- tendenza dagli anni del boom economico, quando gati tra loro: la crescente attenzione dei ancora c’era grande entusiasmo per i cibi proces- consumatori alla qualità del cibo e la divulgazio- sati, prodotti in abbondanza e distribuiti in massa; ne, anche scientifica, che dovrebbe informarli. ma forse proprio quello è anche il periodo che ci Questo aumento di attenzione è evidentemente ha visti allontanarci di più dall’agricoltura… polarizzato da miti positivi – il "naturale", il "biologico" – e miti negativi – il "geneticamente modificato", il "chimico". Si tratta di mode recenti o di categorie radicate nella nostra storia (focalizzandoci sulla cultura del cibo europea)? Il cibo è sempre stato importante e in ogni cultura si carica di simboli, fa parte di cerimonie religiose, influisce sulla salute; il cibo ha un significato che va oltre il mero contenuto nutrizionale. Nei secoli, però, l’atteggiamento nei confronti del cibo naturale è cambiato. Nel Medioevo era convinzione prevalente che il cibo, per come lo si trovava in natura, anche ortaggi dell’orto, non fosse adatto all’uomo: era necessario bilanciare le varie caratteristiche tra cibi, classificati Sì, durante il boom economico c’era ancora una visione molto positiva del cibo prodotto su larga scala e quindi a basso prezzo, anche perché prima c’era letteralmente la fame e quando uno ha fame mangia tutto quel che capita. Poi appunto è arrivato il benessere, e successivamente ci sono stati certamente abusi dell’agricoltura cosiddetta industriale. In Italia, quando ero ragazzino, si è cominciato a sentir parlare di inquinamento delle falde acquifere, del caso dell’atrazina; si cominciava a percepire il fatto che il cibo ha delle conseguenze non solo sul nostro portafogli ma anche sull’ambiente, a partire dall’inquinamento, quindi è cresciuto il sospetto nei confronti della produzione di massa, che però di fatto ha permesso a tutti di mangiare con il giusto apporto calorico. 9

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Contro natura www.ilbecco.it - Gennaio 2016 È un po’ come una campana che facilmente, quali sono lo oscilla da un estremo all’altro; pri- spazio e la funzione della ma o poi si tornerà ad essere meno divulgazione scientifica, di estremisti da entrambe le parti. cui anche lei si occupa in Non ha senso esaltare la margarina prima persona? come nelle pubblicità degli anni ’50, quando la brava casalinga do- La bufala sul grano Creso è ancora veva rifiutare il burro – allora diffusa e serviranno forse altri dieci demonizzato per motivi salutistici – anni per diffondere la consapevo- e preferire la margarina. Fortunata- lezza che si tratta di una bufala. mente non assistiamo più a cose Chiaramente la divulgazione è del genere, però bisogna evitare importante, perché altrimenti, nel anche l’estremo opposto, per cui momento in cui chiunque può re- qualsiasi cosa prodotta indu- perire su internet informazioni strialmente viene vista con sospetto. senza essere in grado di filtrare e distinguere quelle vere da quelle 7) Passando all’altra grande false, si lascia spazio solo a chi questione, quella della di- lancia allarmi scientificamente vulgazione, lei ha citato tra infondati; e le informazioni false gi- le modificazioni dei nostri rano molto di più, i siti che le cibi le mutazioni indotte diffondono sono molto più popolari con radiazioni; questo ri- perché giocano sull’emozione. La chiama il caso del grano divulgazione è fondamentale; ci si Creso, qualche anno fa può chiedere se sia sufficiente. Evi- oggetto di una popolare bu- dentemente no, osservando il fala che lo vedeva come proliferare di bufale sul cibo – co- causa dell’aumento dei casi me su qualunque altra cosa. Manca di celiachia registrati. In una cosa fondamentale: il cambio un panorama dove queste di atteggiamento del consumatore, bufale si diffondono così o del cittadino in generale. Molto spesso, notando notizie stra- ne, molti scrivono a me attraverso il blog o la pagina Facebook, chiedendo se si tratti di notizie vere; in realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, verificando la notizia, si scopre che le persone che hanno fatto certe affermazio- ni, come quella del grano Creso e la celiachia, non hanno alcun riferimento scientifico. Quindi in realtà bisogna cambiare la prospetti- va: non si deve chiedere a chi fa divulgazione di smentire le bufale messe in giro, perché sono troppe, non si può correre dietro a tutte; bisogna FOTO LIBERAMENTE RIPRESA DA WPAGE.UNINA.IT far sì che il pubblico, in pre- senza di affermazioni straordinarie, prima di andare dal divulgatore o dallo “sbufalatore”, chieda diretta- mente a chi fa l’affermazione di fornire le fonti. Se uno va in televi- sione o alla radio, come è successo in questi giorni, a raccontare che esiste una dieta in base al gruppo sanguigno, cosa che non ha nessun senso e non è supportata da nessu- na ricerca scientifica, l’atteggiamento dell’ascoltatore do- vrebbe essere telefonare all’emittente radio e chiedere: «In base a che cosa questo signore fa queste affermazioni? Ci sono ri- cerche scientifiche? No? Se non ci sono ricerche scientifiche sta di- cendo spazzatura, è inutile che lo facciate parlare!» La divulgazione serve, e meno male che c’è; ma non si può pensare che risolva il problema, se non si forma questo atteggiamento scettico necessario nel consumatore e nel cittadino. 8) Allora forse c’è anche un problema di alfabetizzazione scientifica, a partire dalla scuola, perché il cittadino medio, oltre a mancare del necessario scetticismo, probabilmente non ha gli strumenti per distinguere uno studio ben condotto da uno basato sul cherry picking (falsare i risultati di uno studio “scegliendo” tra i dati raccolti solo quelli utili a corroborare una specifica tesi, n.d.a.), o inventato proprio di sana pianta e citato per finta. Assolutamente, però alla base di queste bufale spesso non c’è neanche uno studio, quindi basterebbe questo, chiedere un riferimento scientifico. 10 N r a d i r a i a P d N h m q r a t 5 N s p v p c r e s s m a L c c c f l

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www.ilbecco.it - Gennaio 2016 IL LUDDISMO AGRICOLO ARTICOLO DI LUCIANO REZENDE MOREIRA* Nell'ultima decade il Brasile si è consolidato come riferimento mondiale non soltanto nella produzione di alimenti, ma anche di tessuti, bioenergia, prodotti forestali e diverse materie prime di origine vegetale e animale impiegate in vari settori industriali. Questi importanti risultati sono stati ottenuti mediante l'impiego della più avanzata tecnica e della produzione in scala. Il Paese è, inoltre, un punto di riferimento mondiale nella tutela ambientale. Per quanto concerne l'occupazione della terra, secondo dati del Ministero della Sviluppo Agricolo e dell'Incra (Istituto Nazionale di Colonizzazione e Riforma Agraria) “il Brasile ha promosso la più grande politica di accesso alla terra del mondo nel ventunesimo secolo”. Secondo due ex presidenti di queste due istituzioni “gli 87 milioni di ettari destinati alla riforma agraria equivalgono, in dimensione, al 27% delle terre agricole del Paese. Queste già superano, in numero e in area, il totale delle proprietà rurali brasiliani con estensione superiore ai 5.000 ettari”. Nel contempo, anche prima del verificarsi di questi numeri straordinari, diversi movimenti di lotta per la terra e partiti politici di sinistra hanno adottato una posizione di chiusura verso l'attuale modello di produzione agricola moderna, soprattutto rispetto all'uso di prodotti chimici ed alla coltivazione su larga scala, caratterizzata dal lavoro salariato, il cosiddetto “agrobusiness”. Contro questo modello, essi difendono la cosiddetta “agricoltura familiare” – basata sul lavoro contadino, frammentata ed in piccola scala – sostenuta da cittadini di aree urbane appartenenti alla classe media che, insieme a simpatizzanti o militanti della causa ambientale, rivendicano alimenti più sani. La discussione corrente è, dunque, opposta a quella dei decenni passati, quando la “grande agricoltura socialista” – coltivazioni su vaste aree con il supporto di prodotti chimici, tecniche avanzate e macchinari moderni – era fortemente sostenuta. Ossia, era richiesto dal governo, al di là della collettivizzazione della terra, l'utilizzo di moderne ri- sorse tecniche, infrastrutture, prodotti chimici ed estensioni del coltivato in grado di orientare la gestione efficiente dell'attività agricola. Con questo lavoro si intende dimostrare, dunque, che il carattere rivoluzionario della modernizzazione agricola è proprio lo sviluppo delle forze produttive nel settore, e che ad essere dal lato conservatore è la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi imprenditori agricoli e multinazionali. DALL'AGRICOLTURA DELLA ZAPPA ALL'AGRICOLTURA DI PRECISIONE “Sapete cos'è questo ritardo (in agricoltura): è l'agricoltura della zappa, agricoltura simile a quella dell'Egitto dei faraoni [...]” Luis Carlos Prestes. Solamente diecimila anni fa la popolazione stimata sul pianeta era di cinque milioni di persone. Oggi, siamo vicini ai sette miliardi. Questa crescita vertiginosa è stata possibile soltanto grazie all'invenzione, ed allo sviluppo, dell'agricoltura. A partire dal momento nel quale l'homo sapiens si fa promotore della grande rivoluzione che fu il superamento del modo di produzione primitivo, basato sulla caccia e sulla raccolta, per sostituirlo con uno più avanzato, reso possibile dall'agricoltura, si sono create le basi che hanno permesso la divisione sociale del lavoro, la sedentarizzazione della popolazione e la conseguente formazione delle classi sociali. Da quel momento inizia la concentrazione delle popolazioni. Sicuramente altri “effetti collaterali” si manifestarono insieme all'aumento del livello di vita dei nostri antenati. Con la maggiore concentrazione delle persone si è avuta una maggiore diffusione di vari disturbi e malattie, le quali potevano diffondersi più rapidamente e ritornare con più virulenza, promuovendo, con ciò, una grande pressione selettiva ed un elevato numero di mutazioni favorevoli che, alleate ad una alimentazione più ricca e varia, hanno permesso una velocità evolutiva (genetica) e sociale molto grande. L'AUTORE * PROFESSORE PRESSO L'INSTITUTO FEDERAL FLUMINENSE, INGEGNERE AGRONOMO E LAUREATO IN PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, MASTER IN ENTOMOLOGIA E DOTTORE IN FITOTECNICA PER L'UNIVERSITÀ FEDERALE DI VIÇOSA. DIRETTORE PER I TEMI ECOLOGICI E AMBIENTALI DELLA FONDAZIONE MAURICIO GRABOIS, PROSSIMA AL PARTITO COMUNISTA DEL BRASILE. GIÀ DIRIGENTE DELL'UNIONE NAZIONALE DEGLI STUDENTI (UNE) E PRESIDENTE DALL'ASSOCIAÇÃO NACIONAL DE PÓS-GRADUANDOS (ANPG) TRA IL 2003 E IL 2006. 11

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Il luddismo agricolo www.ilbecco.it - Gennaio 2016 Secondo le ricerche presenti nel “Proceedings of the National Academy of Sciences” degli Stati Uniti, il ritmo delle mutazioni genetiche nelle ultime 400 generazioni è stato accelerato tra le dieci e le cento volte. Sarebbe, dunque, ragionevole, con tutti questi impatti sulla natura e sulla stessa evoluzione della specie umana, resistere ad uno sviluppo agricolo che risale ad oltre diecimila anni fa? In realtà, numeri così impressionanti, in tutti i loro diversi aspetti, hanno portato (e portano) molti a prevedere scenari tra i più cupi ed a mostrare timori circa il futuro dell'umanità. Uno di essi, Thomas Malthus, previde la crescita della popolazione su una scala molto maggiore (geometricamente) rispetto alla produzione di alimenti (proporzione aritmetica), il che avrebbe portato l'umanità a patire la fame estrema a causa della mancanza di generi alimentari. Bulgakov, con la sua legge sulla fertilità decrescente del suolo, sosteneva la tesi che tutto l'investimento aggiuntivo di lavoro e capitale sulla terra sarebbe stato accompagnato non dall'ottenimento di una quantità corrispondente di prodotti, ma da una quantità decrescente. Per affrontare questa discussione, Lenin aveva risposto ne “La questione agraria e i critici di Marx” che «la “legge dei rendimenti decrescenti” non si applica affatto ai casi nei quali la tecnologia avanza ed i metodi di produzione cambiano; ha solo un'applicazione estremamente relativa e limitata a condizioni nelle quali la tecnologia rimane invariata». Per avere un'idea dell'avanzamento raggiunto dalla moderna agricoltura negli ultimi anni, basandosi sul censimento agricolo delle cinque decadi passate, nelle quali si aveva un'agricoltura fondamentalmente sostenuta dal lavoro familiare, il Paese produceva solamente 20 milioni di tonnellate di grano per una popolazione di 80 milioni di abitanti. Ciò equivaleva ad un rapporto di appena 250 chili di grano per abitante, ossia un quarto della produzione attuale. Un altro dato importante è che, anche se la produzione totale è cresciuta di sette volte, l'area coltivata è aumentata appena due volte e mezza. Nel 1965 era coltivata un'area di 21 milioni di ettari mentre oggi la stessa è di, approssimativamente, 50 milioni di ettari. Anche in URSS, l'ampiezza e la profondità della rivoluzione tecnica verificatasi in agricoltura durante gli anni del potere sovietico – rivoluzione espressasi nella sostituzione della primitiva tecnica dell'economia piccolo-contadina con la moderna tecnica, unita al lavoro collettivo – è stata spettacolare. Nonostante i danni provocati all'agricoltura dall'occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale, i risultati ottenuti nella produzione di generi alimentari destinati alla popolazione e di materie prime per l'industria meritano una dettagliata analisi. Nell'epoca precedente la rivoluzione (1909/1913), quando la trazione animale rappresentava il 99,2% della potenza energetica in agricoltura, la produzione di grano era 5,3 volte minore che nel 1957. La produzione, per il mercato, di cotone e seta cruda aumentò di 6,5 volte in questo periodo, mentre quella di legumi 6,2 volte. Nel frattempo l'area totale seminata era passata dai 118,2 milioni di ettari del 1913 ai 195,6 milioni di ettari del 1958. I risultati ottenuti in questa epoca consentirono al Paese di raggiungere e superare gli Stati Uniti ed altri Paesi capitalisti nella produzione pro capite di vari articoli. Questi dati, ed altre informazioni utili a comprendere la superiorità dell'agricoltura socialista, alleata all'industria, si trovano in “La trasformazione socialista dell'agricoltura”, all'interno del Manuale di Economia Politica dell'Accademia delle Scienze dell'URSS. Il Paese avanguardia del capitalismo moderno, nelle parole di Lenin, gli Stati Uniti, sono un capitolo a parte nello studio sulla questione agricola e meritano un'attenta analisi, realizzata dallo stesso leader bolscevico in “Capitalismo e agricoltura negli Stati Uniti”. Lenin si è concentrato sui censimenti agricoli nordamericani, in particolare quello del 1910, per contestare un rinomato economista della sua epoca, Sr. Guimmer, smentendo categoricamente le sue affermazioni circa il fatto che «negli Stati Uniti, la grande maggioranza delle proprietà agricole è costituita da aziende che si basano sul lavoro familiare», che «nella stragrande maggioranza delle proprietà agricole del Paese l'agricoltura su piccola scala, fondata sul lavoro familiare, è dominante» ed altre affermazioni che andavano incontro alle tesi populiste di settori del movimento operaio russo su una supposta evoluzione non-capitalista dell'agricoltura nell'ambito di una società capitalista. Secondo Lenin, tutte queste affermazioni «sono mostruosamente false» e saranno smontante una ad una. Basandosi sui numeri, Lenin mostra che «tanto in America quanto in Russia, la regione dove predomina la mezzadria è quella che presenta un ritardo maggiore, la maggiore degradazione e oppressione delle masse lavoratrici». Queste masse lavoratrici, soprattutto immigrati, avevano evitato il sud del Paese, schiavista, dove era «maggiore la sedentarietà della popolazione e maggiore l'attaccamento alla terra». Totalmente differente si presentava il nord degli USA, industriale e con un forte 12

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Il luddismo agricolo www.ilbecco.it - Gennaio 2016 mercato per l'agricoltura, di carattere commerciale (e non di condizioni per l'orticoltura o l'avicoltura, e dunque, per uno sfrutta- - sussistenza), che determinò una intensificazione della stessa mento ultra-intensivo, e che venga, invece, utilizzata, anche agricoltura (mediante macchinari, fertilizzanti etc.). Più avanti, razionalmente, per l'allevamento dei bovini, può, all'interno della Lenin critica i populisti della sua epoca che tessevano le lodi nostra concettualizzazione, essere considerata latifondo, in quanto della cosiddet agricoltura familiare affermando che questa essa non sta producendo ciò che potrebbe produrre, pregiudicando, di espressione «induce in errore, illude la gente, portando a credere conseguenza, gli interessi della collettività. Una grande attività nella non esistenza del lavoro salariato». agricola, anche di diecimila ettari, sfruttata razionalmente, con meccanizzazione delle pratiche di coltivazione, attività di conserva- La distribuzione gratuita o a basso prezzo delle aree agricole zione del suolo e tutta una serie di fattori che le assicurano alta (homesteads) agli agricoltori costituì quella che venne chiamata produttività, che dia ai lavoratori impiegati i benefici della legisla- “via americana” dell'evoluzione agricola, differente dalla “via zione sociale, non può, evidentemente, essere considerata latifondo. prussiana” seguita in Germania. Furono gli agricoltori, con gli È, piuttosto, una fabbrica del campo». appezzamenti di terre pubbliche distribuite dal governo statu- nitense, a fornire le materie prime e gli alimenti per Così, con troppa frequenza, i latifondi sono usati sloganistica- l'industria nordamericana in fase di sviluppo ed ai suoi ope- mente per definire diverse situazioni. Ciò venne denunciato da rai. Lenin, principalmente nella propria lotta contro i populisti russi. - Lenin preferiva denunciare il latifondo propriamente L'esempio americano è, inoltre, utilizzato da Lenin al fine di attaccando il suo lato più conservatore, ossia la sopravvivenza - mostrare, con efficacia, la superiorità della produzione in di relazioni precapitalistiche: schiavismo, feudalesimo, larga scala. Allora ed oggi, l'impiego del termine latifondo patriarcato. avviene in maniera imprecisa e varia di significato da una re- gione all'altra. LA POLARIZZAZIONE TRA AGRICOLTURA FAMILIARE E L'AGROBUSINESS Probabilmente una delle migliori definizioni di latifondo è «Per comprendere il processo di sviluppo e il trionfo del capitalismo quella che fu sistematizzata da Paulo R. Schilling, in un arti- nelle campagne è necessario studiarlo con precisione. Non è possibile colo del 1962, il cui titolo è “Sulla via brasiliana alla riforma limitarsi né alle stereotipate frasi piccolo-borghesi sull'agricoltura agraria”, che servì da guida all'azione del Partido Trabalhista ‘fondata sul lavoro familiare’, né ai processi tradizionali di Brasileiro di João Goulart e Leonel Brizola. confronto basati unicamente sull'estensione della terra» I. V. I. Lenin. Schilling afferma il latifondo è la «proprietà rurale, indi- - pendentemente dalla propria estensione, non razionalmente Attualmente, nella sinistra brasiliana, si è formata un'opinione sfruttata per attività industriali, agricole, estrattive o pastorizie, maggioritaria, circa la necessità, per il Paese, di una riforma in maniera tale da non far raggiungere alla produttività i limiti agraria che privilegi la piccola agricoltura di tipo familiare o - che le sue caratteristiche intrinseche e afferenti la sua localizza- contadina, ciò in netta contrapposizione con l'agricoltura su va- zione consentirebbero. È ugualmente considerato latifondo tutta la sta scala, battezzata agrobusiness. Questa visione si deve, in gran proprietà rurale sfruttata da mezzadri, affittuari, od in qualsiasi parte, alla influenza politica esercitata dal Movimento dos Traba- altra modalità, dalla quale il proprietario tragga reddito senza lhadores Rurais Sem Terra (MST) sui partiti politici della sinistra, - impiegare attività o, ancora, tutta la proprietà rurale nella quale in generale, e sul movimento sociale rurale, in particolare. salariati non beneficiano della legislazione sul lavoro». - Ma non è sempre stata questa la visione dei marxisti sulla que- La spiegazione di tale interpretazione consistente nel non stione agraria nel mondo ed in Brasile. Lenin, per esempio, è considerare le dimensioni della proprietà come una delle ca- sempre stato un acceso difensore dello sviluppo progressista del ratteristiche fondamentali del latifondo risiede nella «diversità capitalismo nelle campagne ed un critico ostinato della piccola, del grado di occupazione della terra nelle diverse regioni, ciò dispersa, economia contadina fondata sul lavoro familiare. Una rende impossibile l'adozione di un criterio razionale, anche di- delle principali preoccupazione del leader bolscevico fu quella versificato. Negli Stati nei quali predomina il regime delle terre di superare la contraddizione tra la grande industria socialista, - incolte, evidentemente la grande proprietà, un suo parziale da un lato, e la piccola economia contadina, dall'altro. Questa sfruttamento rappresenta un avanzamento che interessa la contraddizione, secondo Lenin, andava superata con la ricollo- collettività». Al contrario, «una piccola proprietà di 100 ettari, cazione di questa piccola agricoltura sui binari della grande situata nelle vicinanze di un grande centro urbano, che presenti azienda agricola socialista 13

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Il luddismo agricolo www.ilbecco.it - Gennaio 2016 Attualmente, inoltre, vi è disaccordo da parte dei movimenti contadini, a partire da Via Campesina (un'articolazione mondiale di movimenti rurali), la quale condanna con forza l'agricoltura su larga scala e l'uso della moderna tecnica agricola, soprattutto per quanto concerne l'utilizzo di prodotti chimici (chiamati con disprezzo agrotossici) e degli organismi geneticamente modificati (transgenici). Allo stesso tempo, si può affermare che non è sempre stata questa la posizione maggioritaria dei movimenti di lotta per la terra, ed ancor meno quella dei comunisti. Proprio il MST, nei primi anni della sua esistenza, quando predominava l'influenza marxista sulla questione agraria, difendeva il cooperativismo e la concezione della moderna agricoltura, fondata sull'uso razionale dei prodotti chimici, sulla produzione meccanizzata, sull'utilizzo di sementi migliorate, sul perfezionamento dei compiti e sulle altre tecniche avanzate e progressiste che era alla base, all'epoca, della sua politica agricola. L'obiettivo, dunque, era che gli appezzamenti producessero su larga scala inserendosi nel circuito commerciale, ispirandosi ai progetti agroindustriali di allora. Ancora all'inizio degli anni '90, la direzione del movimento difendeva il superamento della produzione di sussistenza in favore di una produzione commerciale, nonché la trasformazione della “coscienza contadina” in una “coscienza operaia”. In altre parole, era necessario trasformare il vecchio contadino in un nuovo operaio dei campi. In questo senso, l'ideale del MST marciava a fianco, in buona sostanza, con il pensiero di Lenin, il quale non nutriva qualsivoglia «illusione sulla possibilità dei contadini di vivere con il proprio lavoro» criticando, tra gli elementi conservatori, la «maggiore sedentarizzazione della popolazione» e il «maggiore impiego di terra» da parte dei contadini. Lenin è sempre stato un sostenitore entusiasta delle politiche che promuovevano il ruolo progressista del capitalismo nelle campagne, con il maggiore utilizzo di manodopera salariata ed il superamento di relazioni patriarcali. Il termine “agricoltura familiare”, per altro, non è nuovo, nonostante ancora oggi manchi di una definizione più specifica. Già Lenin affermava che l'espressione “fondata sul lavoro familiare” è un «termine vuoto, una declamazione senza contenuto»», il che finiva per contribuire a confondere le diverse forme sociali di economia «a beneficio esclusivo della borghesia». Da parte loro, organizzazioni contadine mondiali, continentali e nazionali come Via Campesina, Cordinadora Latino Americana de Organizaciones del Campo (CLOC) ed il succitato MST, sostengono, ri- spettivamente, che sia proprio l'agricoltura contadina, fondata sulla manodopera familiare, la più efficiente e produttiva, la quale assicura perlomeno la metà dell'alimentazione mondiale e rappresenta la gran parte del lavoro nelle campagne. Essa, secondo questa visione, ha contribuito, inoltre, a combattere il riscaldamento globale. Il documento conclusivo del quinto congresso nazionale del MST, tenutosi nel 2007, mostra l'enfasi data alla questione ambientale, visione nella quale la terra cessa di essere un mezzo di produzione per tra- sformarsi in “un bene della natura”. LA POLARIZZAZIONE TRA AGRICOLTURA FAMILIARE E L'AGROBUSINESS «Sarebbe sbagliato confondere i latifondi con l'agricoltura capitalista su larga scala» I. V. I. Lenin. La grande sfida è che i piccoli produttori si convertano in grandi, soprattutto a livello produttivo. Per questo, è necessario seppellire, una volta e per tutte, l'eredità di Ned Ludd che, ancora oggi, trova seguaci ben al di là del movimento operaio. Nato, inizialmente, come opposizione alle nuove tecnologie sviluppatesi nell'ambito della Rivoluzione Industriale – proponendo la depredazione delle fabbriche moderne e la distruzione delle macchine come forma di lotta in difesa della nascente classe operaia – il luddismo, proiettato in campo agricolo e adattatosi ai tempi, canalizza le proprie azioni contro le innovazioni tecnologiche sviluppatesi a partire dalla Rivoluzione Verde, ponendosi come obiettivo lo sterminio delle colture moderne e l'eliminazione degli organismi transgenici per, letteralmente, salvare la campagna. In tal senso già Marx ci avvertiva che «la storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». La lotta cosciente dei comunisti passa per: il consolidamento dei diritti dei lavoratori delle campagne, il rispetto del possesso della terra dei piccoli proprietari, la realizzazione di forti investimenti nelle infrastrutture, la promozione della sicurezza alimentare per i più vulnerabili, l'abbattimento delle barriere di genere, la crescita del livello culturale e di istruzione della popolazione rurale, l'incentivazione delle cooperative e, con l'aumento sempre maggiore della produttività al fine di generare eccedenze, profitti e forniture per il mercato interno. Queste sono le iniziative immediate auspicate dalla FAO e che andrebbero realizzate e potenziate dai governi. Nella nostra epoca, è importante che i movimenti in difesa della Riforma Agraria si pongano una finalità economica e sociale progressista, rivendicando l'elimina- 14

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Il luddismo agricolo www.ilbecco.it - Gennaio 2016 zione della grande proprietà improduttiva e l'utilizzo dei grandi appezzamenti di terra incolta dello Stato. La terra - deve essere divisa, ai fini della riforma agraria, in regime cooperativo – garantendo l'accesso al credito, tecnologie, strumentazioni, garanzia dei prezzi, assicura- zione dai rischi – e orientandola verso un'agroindustria avanzata. È, inoltre, fondamentale elevare la qualità della vita dei - lavoratori e delle loro famiglie; attualizzare gli indici che misurano l'attività rurale produttiva; assicurare la funzio- ne sociale della proprietà della terra; frenare l'acquisto di terra da parte di stranieri; combattere l'appropriazio- ne illegittima delle terre. Le rivendicazioni del movimento dei lavoratori rurali necessitano di una attualizzazione costante. È condizione basilare che esse si accompagnino alla evoluzione del pensiero agricolo del proprio Paese, al fine di comprendere le trasforma- zioni verificatesi nello scorrere della storia: le relazioni di produzione (sociali e tecniche) e le forze produttive dei mezzi di produzione egemoni nelle rispettive epo- - che, così come il livello di lotta di classe in ogni tempo. L'equivoco dei luddisti di allora è l'equivoco dei luddisti - di oggi: non cogliere il nocciolo della questione. Invece che combattere l'appropriazione delle conoscenze da parte di una manciata di giganti del settore privato, pre- feriscono battere i piedi contro i grandi avanzamenti tecnologici. - BIBLIOGRAFIA DI QUESTO NUMERO (E LETTURE CONSIGLIATE) - DARIO BRESSANINI, PANE E BUGIE. LA VERITÀ SU CIÒ CHE MANGIAMO, MILANO, CHIARELETTERE EDITORE, 2013. DARIO BRESSANINI, LE BUGIE NEL CARRELLO. PER UNA SPESA PIÙ CONSAPEVOLE, - MILANO, CHIARELETTERE EDITORE, 2013. - DARIO BRESSANINI, BEATRICE MAUTINO, CONTRONATURA. DAGLI OGM AL “BIO”, FALSI ALLARMI E VERITÀ NASCOSTE DEL CIBO CHE PORTIAMO A TAVOLA, MI- - LANO, RIZZOLI, 2015. - DANIELE TIRELLI, PENSATO & MANGIATO. IL CIBO NEL VISSUTO E NELL'IMMAGINARIO DEGLI ITALIANI DEL XXI SECOLO, ROMA, A.G.R.A. EDITRICE, 2006 PIERO CAMPORESI, IL PAESE DELLA FAME, MILANO, GARZANTI LIBRI, 2000 PIERO CAMPORESI, IL GOVERNO DEL CORPO, MILANO, GARZANTI LIBRI, 2008 - LENIN, LA QUESTIONE AGRARIA E I CRITICI DI MARX, EDITORI RIUNITI, ROMA, 1976 - 15

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