N° 3/4 - Filmese Divembre 2016 / Gennaio 2017

 

Embed or link this publication

Description

FILMESE N° 3/4 - Divembre 2016 / Gennaio 2017

Popular Pages


p. 1

34 DICEMBRE 2016 GENNAIO 2017 1 IL PUNTO 2 IL CALENDARIO 4 I FILM DI DICEMBRE 5 I FILM DI GENNAIO 14 INCONTRI 15 VITA ASSOCIATIVA 16 NEWS DEL CIRCOLO FILMESE-SCHERMI DAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani - Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Grafiche Aurora S.r.l. - Via della Scienza 21 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. si ringrazia Banca Popolare di Verona Agsm Verona  Il punto UN ALTRO ANNO DA INIZIARE CON ENTUSIASMO! Riflessioni e pensieri per l’anno nuovo Care Socie e cari Soci del Circolo del Cinema, siamo già al termine del 2016 ed è giusto fare una riflessione anche sulla nostra Associazione. Ormai da due mesi abbiamo iniziato il 70° anno di attività ininterrotta e, come avrete notato, i festeggiamenti sono iniziati con iniziative adeguate, moltiplicando i nostri sforzi per aumentare il numero dei nostri eventi culturali. Siamo infatti convinti che soprattutto questo sia lo scopo della nostra Associazione: lavorare per stimolare ed accontentare la sete di cultura, in particolare cinematografica. In tal senso, grazie alla nostra compatta, anche se esigua, squadra di Soci volontari, stiamo cercando anche di offrire collaborazioni ed amicizia ad altre associazioni culturali della nostra città, in molti casi ricevendo risposte entusiastiche, in alcuni casi cercando di superare le diffidenze. Speriamo che il nostro impegno sia ripagato dalla Vostra vicinanza e sostegno, unica forma di remunerazione per tutte le persone che lavorano nel tempo libero per il Circolo del Cinema. La notizia positiva è che quest’anno, dopo molti anni di decremento, abbiamo finalmente aumentato il numero dei nostri iscritti, grazie anche alla novità del 50% di sconto per i giovani tra i 18 e i 26 anni. Purtroppo il risultato non è ancora sufficiente per dormire sonni tranquilli e i nostri sforzi non devono cessare. L’impegno deve aumentare anche nel comunicare agli insegnanti l’opportunità di iscriversi al Circolo, usufruendo del bonus per l’aggiornamento messo loro a disposizione da parte del MIUR. Ed in questo tutti i Soci possono dare un aiuto con un appoggio, stimolando amici e conoscenti ad iscriversi (le iscrizioni al Circolo del Cinema sono sempre aperte!), e scegliendo di destinare sia il cinque, sia il due per mille dell’Irpef alla nostra Associazione, che è inserita negli appositi elenchi della Regione Veneto (come APS) e del Ministero (come Associazione culturale). Solo grazie a questi importanti aiuti dei nostri Soci potremo sperare di pareggiare il nostro bilancio e guardare al futuro con più ottimismo e solidità. E, a proposito di aiuto economico, invito chi avesse proposte (e tempo per attuarle), al fine di raccogliere contributi per la nostra Associazione, di farsi avanti e darci una mano: idee ce ne sono (cene, gite culturali ed altro), ma abbiamo necessità anche di persone che possano seguire e portare a termine questi progetti. Da parte nostra, come Soci volontari, faremo tutto il possibile per continuare ad offrirVi cultura e nuovi orizzonti. In questo senso, posso concludere anticipando che nel 2017 vi saranno altri eventi importanti per festeggiare i nostri giovanili 70 anni! Un saluto a tutti e W il Circolo del Cinema di Verona. Roberto Bechis Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 0215 / RASSEGNE / INCONTRI E CONFERENZE / EDITORIA / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO / EMEROTECA / VIDEOTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR telefono 045 8006778 - info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it / pubblicazione non in vendita riservata ai soci e agli amici del circolo

[close]

p. 2

programma di dicembre 2016 9 GIOVEDÌ 1 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 THE ASSASSIN di Hou Hsiao-hsien Taiwan/Cina/Hong Kong/Francia, 2015 - durata: 1h 45’ Giovedì 8 dicembre le proiezioni sono sospese per la festività. 10 GIOVEDÌ 15 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 MÓZES, IL PESCE E LA COLOMBA opera prima di Virág Zomborácz Ungheria, 2014 - durata: 1h 35’ versione originale sottotitolata 11 GIOVEDÌ 22 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 HEAVEN CAN WAIT IL CIELO PUÒ ATTENDERE di Ernst Lubitsch - Stati Uniti, 1943 - durata: 1h 52’ versione digitale restaurata - in originale con sottotitoli Auguri di Buone Feste ai Soci e alle loro Famiglie puntualità e cellulari spenti sede delle proiezioni: CINEMA K2 - via Rosmini 1 - Verona 2

[close]

p. 3

programma di gennaio 2017 12 GIOVEDÌ 12 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 SOLE ALTO di Dalibor Matani Croazia/Slovenia/Serbia, 2015 - durata: 2h 3’ votato dai soci 13 GIOVEDÌ 19 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 PER UN FIGLIO opera prima di Suranga Deshapriya Katugampala Italia/Sri Lanka, 2016 - durata: 1h 14’ serata con l’ospite (vedere a pag. 11) 14 GIOVEDÌ 26 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 LA CASA DELLE ESTATI LONTANE opera prima di Shirel Amitaï Francia, 2014 - durata: 1h 31’ votato dai soci Fai un regalo originale: dona la tessera del Circolo del Cinema. puntualità e cellulari spenti sede delle proiezioni: CINEMA K2 - via Rosmini 1 - Verona 3

[close]

p. 4

9 film GIOVEDÌ 1 DICEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 THE ASSASSIN regia di Hou Hsiao-hsien Taiwan/Cina/Hong Kong/Francia 2015 - 1h 45 FILM DELLA CRITICA The Assassin di Hou Hsiao-hsien è stato designato Film della Critica da parte del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione: «Per la forza visiva con cui il regista traduce in un melodramma ipnotico la sostanza romanzesca del cinema asiatico di cappa e spada (wuxia), immergendo l’eroina in una storia d’amore mancato, sospesa tra scenari naturali e scene di palazzo, dove l’azione e i combattimenti diventano un labirinto di dubbi resi con rara e purissima composizione filmica». PREMI Cannes Film Festival 2015: Miglior regia, miglior colonna sonora; Asia Pacific Screen Awards 2015: Miglior fotografia; Asian Film Awards 2016: Miglior film, miglior regia, miglior attrice (Qi Shu), miglior attrice non protagonista (Zhou Yun), miglior fotografia, miglior colonna sonora, miglior scenografia e costumi, miglior suono; China Film Director's Guild Awards 2016: Miglior sceneggiatura; Florida Film Critics Circle Awards 2015: Miglior film in lingua straniera; Taiwan’s Golden Horse Film Festival 2015 (equivalente cinese della cerimonia degli Oscar): Premi per la regia, il miglior film, la fotografia, il trucco e i costumi, gli effetti sonori; Hong Kong Film Awards 2016: Miglior film in lingua cinese; Palm Springs International Film Festival 2016: Premio Fipresci per il miglior film in lingua straniera; Vancouver Film Critics Circle 2016: Miglior film in lingua straniera - Il sito BFI Film Forever del British Film Institute lo pone al 1° posto nella classifica dei 20 migliori film dell’anno 2015 stilata da 168 critici di tutto il mondo. Presentato in concorso a Cannes 2015, è una versione personalissima del tradizionale cappa e spada cinese con cui si sono misurati anche registi contemporanei non considerati «di genere», come Ang Lee e Wong Kar-wai. You Hsiao-hsien ha addomesticato il vuxia alla sua cifra stilistica, fatta di lunghe inquadrature ininterrotte, di ellissi narrative, parca nei primi piani a cui preferisce l’osservazione a distanza. Film di una bellezza visiva straordinaria. (Giulia D’Agnolo Vallan, da Alias, 8 ottobre 2016) Cina medievale, sotto la dinastia Tang. Nie Yinniang, spadaccina infallibile, appartiene all'Ordine degli assassini, sorta di «tana delle tigri», il cui compito, dopo l'addestramento dei propri sicari, è eliminare funzionari corrotti. La perfida mestatrice dell'Ordine chiede alla ragazza di uccidere Tian Ji’an, giovane governatore, un tempo suo amato promesso sposo. È il silente clangore delle spade o il cuore di Qi Shu che batte? Domandatevelo guardando negli occhi l'assassina ancora innamorata, cercando il suo travaglio interiore prima che sparisca fuori campo con l'agilità di una pantera. The Assassin è un melodramma marziale che lascia tramortiti per l'intima, ricercata, ma anche viscerale bellezza. Senza i trucchi soliti dei 4 wuxia (tipo voli-di-tizi-legati-a-cavi-d’acciaio), ai quali non poté rinunciare neanche Wong Kar-wai nel suo pur magnifico Ashes of Time, il maestro Hou compone una sinfonia visiva che fonde ellissi narrative e precisione mistica dell'azione, partendo dal bianco e nero dell'incipit, per poi attraversare stati d'animo di tutti i colori, in un crescendo di estasi guerriera tra il poetico e l'iperrealista. Forse c'è un sottotesto politico (Tian Ji’an non è condannato per corruzione, ma perché dissidente e il regista è naturalizzato taiwanese...), tuttavia conta meno della potenza di uno sguardo che vola altissimo come la straordinaria protagonista. Capolavoro. (Mauro Gervasini, da Film Tv, 2 ottobre 2016) In The Assassin il ricorso all'action e agli effetti speciali, punti fermi del wuxiapian, lascia il posto a un incanto puramente contemplativo, un'immersione estetica in un mondo astratto, riemerso dalle lontananze del tempo. La storia non è semplice da seguire, per tanti personaggi che occupano la scena e perché Hou Hsiao-hsien non offre troppe spiegazioni. Il film è ambientato nel IX secolo, nella fase di declino della dinastia Tang. Nel prologo (nel formato 1.37:1 - quello classico chiamato Academy usato dagli anni Trenta ai primi anni Cinquanta, ndr - e in uno splendido b/n), Nie Yinniang (Qi Shu) viene istigata da una sacerdotessa delle arti marziali a mettere in pratica i suoi insegnamenti colpendo coloro che vengono giudicati colpevoli secondo il sacro codice della spada. Ma il suo rifiuto di ucciderne uno le costerà una penitenza.... Gli eventi scivolano nel flusso ininterrotto della storia, senza cornici, flashback e didascalie nei quali comprenderli. Non devono distrarci dalla magnifica cascata di immagini che il film regala: tutto – dai paesaggi della Mongolia al tessuto delle vesti, dai colori che in certi momenti sembrano prendere fuoco sullo schermo alle luci create dalla superba fotografia di Lee Ping Bin – è visione, epifania, trasporto. Cinema al grado più alto di erotismo. (Gianluca Arnone, da Rivista del Cinematografo, ottobre 2016) Lo attendevamo da anni, Hou Hsiao-hsien, dai tempi de Le voyage du ballon rouge. Era il 2007. Qualche breve frammento qua e là, Chacun son cinéma, 10+10. Poi più nulla. Un’apparizione in I Wish I Knew di Jia Zhang-ke, in tutta la grandezza della sua umile maestria. Ma le sue immagini sono rimaste mute. Fino a riemergere ora, provenienti da un tempo lontano e una distanza siderale. Quella di The Assassin – miglior regia al 68° Festival di Cannes – è una storia perfetta per il più classico dei wuxia. Siamo nel IX secolo, nel pieno delle lotte intestine tra l’impero cinese e le province dissidenti. Nie Yinniang, figlia di un generale, è un’assassina di professione, addestrata sin dalla più tenera età da una monaca esperta di arti marziali. Al servizio dell’imperatore, è chiamata a una problematica missione: uccidere il

[close]

p. 5

cugino Tian Ji’an, governatore ribelle della provincia di Weibo. Si tratta dell’uomo di cui è da sempre innamorata. Quello a cui sarebbe stata destinata in sposa, se la sua vita avesse seguito un corso normale. Come comportarsi? Eseguire gli ordini e compiere il proprio dovere, oppure obbedire alle leggi del cuore? Come fosse l’Antigone di un altro pianeta, Nie Yinniang compirà la sua scelta. Quasi involontaria, ma l’unica necessaria secondo il corso naturale delle cose. Secondo la propria vocazione. Un po’ come lo stesso Hou Hsiao-hsien, incapace di obbedire alle regole del «genere». Non gli appartengono. E lui non appartiene a loro. Le osserva dalla sua prospettiva così eccentrica, distante, con l’occhio esule della sua estraneità taiwanese che non può più riconciliarsi con le tradizioni figurative continentali. Perciò il wuxia è azzerato. In The Assassin non c’è alcun gusto per l’invenzione fantastica, per le dinamiche spettacolari dell’azione, per i miracoli elastici e connettivi del montaggio. L’atmosfera del suo universo non consente i salti in assenza di gravità. Eppure non sembra esserci neanche la pesantezza del reale, quella materialità corporea dello scontro, che ci riporterebbe, magari, alla filologia degli stili di combattimento di Xu Haofeng. Il movimento è quasi illeggibile. E ancor più il suo risultato. Chi vince e chi perde? Passati gli anni, Hou Hsiao-hsien sembra essere ancor più fermo nella sua posizione. Dentro e fuori. È immerso con lo spirito nel flusso piano delle cose. Ma il suo corpo è al lato, di canto, nascosto nel buio del fuoricampo, tra i tendaggi, tra gli elementi e gli ostacoli della struttura. E allora i suoi occhi vivono al tempo stesso di amore e lontananza, di nostalgia e di pensiero. Guardano ai protagonisti con il pudore della distanza e con la partecipazione della comunione. Ma al tempo stesso sembrano mancare l’essenza delle cose e le traiettorie precise della trama. Perché la nettezza del reale è dissolta nel tempo, mentre i vissuti si perdono nella complessità inscalfibile della Storia. E l’azione è solo un incidente accessorio, un punto breve, un improvviso stacco di montaggio che sospende per un attimo il lento piano sequenza della vita. Senza interromperlo o inciderlo mai a fondo, senza ferirlo a morte, senza alcuna possibilità di determinare un altro senso, un’inversione di tendenza. Al pari delle parole, vale solo come espressione di un desiderio, di un’emozione, di un’idea, di un obbligo. È l’emersione provvisoria di un io, di un’individualità fragile, quella tracciata nella neve di Millennium Mambo, destinata a sciogliersi al primo raggio di sole. Hou Hsiao-hsien, come Tsai Ming-liang, riconosce nel movimento solo un altro aspetto dell’immobile. E perciò ci aspetteremmo anche qui di veder apparire il walker, da qualche margine dei suoi stupefacenti campi lunghi. Ma se il pensiero pare concentrato sull’esplorazione dei paradossi di questa dialettica, la sua anima, ancora una volta, è attenta al dettaglio minimo delle singole vite. È tutta dalla parte del divenire, delle esistenze in dissolvenza, dello splendore fragile di Qi Shu, dei corpi frementi, saldi eppur incerti. Il suo è un film bellissimo, di pura meraviglia visiva, di luci che si fondono con la materia della natura. Ma è fuori dalla perfezione dello spettacolo, dal trionfo dello stile. È un cinema che mostra tutti i segni della sua precarietà, tutti i suoi limiti. Cinema al limite. «La tua tecnica è perfetta. Ma non sei riuscita a liberarti della debolezza dei sentimenti». Le ultime parole che la monaca Jia Xin rivolge a Nie Yinniang la dicono lunga... (Aldo Spiniello, da Sentieri Selvaggi, 21 maggio 2015) Arriva in Concorso la visione radicale e purificata del cinema di Hou Hsiao-hsien. The Assassin è un film depurato da ogni influenza umana e sgraziata, che possa turbarne la visione secolare, e infatti ogni tensione viene spinta magneticamente verso il fuoricampo. «Energia e potere», il cineasta voleva far sprigionare questi due elementi dalle immagini: «Ai film di kung fu cinesi preferisco quelli di samurai giapponesi, perché i combattimenti sono molto realistici», racconta ai giornalisti in conferenza stampa stamani a Cannes. «Ci sono degli aspetti fondamentali per risultare credibili nel modo in cui si usa una spada sullo schermo. È il modo in cui ho voluto realizzare questo film, e ho dovuto studiare gli stunt tutto da solo, perché nessuno voleva seguirmi su questa via, con cui sogno di poter realizzare anche il mio prossimo film di arti marziali, se questo avrà successo». Hou Hsiao-hsien parla spesso del budget consistente con cui ha potuto realizzare il film in tutta libertà, ma sa che pure con un finanziamento più ridotto avrebbe seguito comunque la strada del suo cuore, ed è sicuro che l’attrice-icona del suo cinema, Qi Shu, sarebbe stata con lui, anche con meno soldi in ballo: «sono molto fortunato, posso fare un film con una produzione come quella di The Assassin e decidere anche di girarlo in maniera piuttosto semplice e lineare. The Assassin è una visione molto personale: quando stai creando un film, il pubblico non è lì con te, sul set. Se dovessi pensare al pubblico nel momento in cui sto lavorando ad un film, farei un altro tipo di cinema, e non è detto che a ragionare in questo modo si prenda la strada più facile». Il film è per il regista una sfida di cui sentiva il bisogno, in un periodo in cui Hollywood domina i botteghini in Oriente molto più di quanto lo facesse ai tempi della new wave di cui è stato paladino. È un altro dei film di Cannes 68 che mostrano donne forti, risolute, eroine di un prototipo inedito di femminilità al cinema. Per Hou Hsiao-hsien, il clamoroso prologo in bianco e nero del film esplicita nel dualismo dei due colori proprio le due anime della sua protagonista, che è donna ma anche assassina. D’altronde, spiega, nella letteratura popolare del IX secolo le storie sono piene di donne-assassino. «È un periodo storico che mi affascina moltissimo, pieno di colore e racconti fantastici», prosegue il cineasta. «Quando ti approcci ad un film in costume vai sempre incontro a dei rischi, qui poi volevo essere preciso sull’aspetto sociale e politico dell’epoca, che è molto intricato. Allora mi sono chiesto se non fosse il caso di aspettare di essere un po’ più anziano ed esperto, per fare questo film. In questi 8 anni ho diretto il Festival di Taipei, e alla fine mi sono deciso: questo è il momento giusto per questo film, il tempo vola!» (Sergio Sozzo, da Sentieri Selvaggi, Festival di Cannes 68) t.o.: Cìkè Niè Yinniáng - regia: Hou Hsiao-hsien - sceneggiatura: Hou Hsiao-hsien, Chu Tien-wen, Hsieh Hai-meng, Cheng Ah - fotografia (b/n & colore): Lee Ping Bin - montaggio: Liao Ching-sung, Huang Chih-Chia, Liao Ching-song - musica: Giong Lim – suono: Chu Shihyi, Tu Duu-chih, Wu Shu-yao - scenografia e costumi: Huang Wen-ying - interpreti: Qi Shu (Nie Yinniang), Chang Chen (Tian Ji’an, il Governatore di Weibo), Zhou Yun (Signorina Tian), Satoshi Tsumabuki (Lucidatore di specchi), Juan Ching-tian (Xia Jing, l’aiutante di campo), Hsieh Hsin-ying (Huji, la concubina di Tian Ji’an), Sheu Fang-yi (Principessa Jia Cheng & Principessa monaca Jia Xin) - produzione: Spot Films, Sil-Metropole, MEDIAASIA, CMPC - origine: Taiwan/Cina/Hong Kong/Francia, 2015 - durata: 1h 45’. HOU HSIAO-HSIEN Nato in Cina nel 1947, a causa della guerra civile si trasferisce presto con la famiglia a Taiwan, dove studia cinema alla National University of Arts, lavorando poi come assistente alla regia, in particolare per Li Hsing. Nel 1980 ha diretto il suo primo lungometraggio, Cute Girl, che ha avuto un grande successo al botteghino e nel 1984 e Boys From Fengkuei il quale ha segnato la sua prima collaborazione con Chu Tien-wen, che sarebbe poi diventato il suo sceneggiatore abituale. Sono poi seguiti tre lm molto personali, ispirati in larga misura alla sua vita: A Summer at Grandpa’s (1984), A Time to Live, a Time to Die (1985, Premio Fipresci al Festival di Berlino) e Dust in the Wind (1986). Nel 1989 ha vinto il Leone d’oro a Venezia con Città dolente, che ha dato inizio a una trilogia sulla storia di Taiwan, continuata con Il maestro burattinaio (1993, Premio della giuria al Festival di Cannes) e con Good Men, Good Women (1995). Co-sceneggiatore di Taipei story, diretto dal suo connazionale Edward Yang, nel quale ha anche interpretato il ruolo del protagonista, e produttore di Lanterne rosse di Zhang Yimou, nel 1997 ha diretto Goodbye South, Goodbye, e, l’anno seguente, Flowers of Shanghai. Nel 2001 il suo Millennium Mambo ha rivelato al mondo occidentale l’attrice Qi Shu. Café lumière (2003), è stato seguito da ree Times (2005), col quale è andato in concorso a Cannes per la sesta volta. Due anni dopo ha diretto il cortometraggio e Electric Princess House per il 60° anniversario di Cannes, lavorando accanto a trenta altri grandi registi per il lm collettivo Chacun son cinéma. Nel 2008 Le voyage du ballon rouge (unico suo lm occidentale) è stato presentato al Certain Regard di Cannes. È considerato un Maestro del cinema taiwanese, con Edward Yang e Tsai Ming-liang. 5

[close]

p. 6

10 film GIOVEDÌ 15 DICEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 MÓZ ES, IL PESCE E LA COLOMBA regia di Virág Zomborác z - opera prima Ungheria, 2014 - durata: 1h 35 versione originale sottotitolata PREMI Bergamo Film Meeting 2015: primo Premio; Timisoara Ceau, Cinema! European Film Festival 2015: Premio del pubblico; Vilnius International Film Festival 2015: Miglior attore (Márton Kristóf); Valladolid International Film Festival 2014: Miglior lungometraggio Film ungherese, titolo ermetico, attori ignoti. Come dire platee deserte. Probabile, almeno i primi giorni. Poi, con il passa parola, potrebbero quasi miracolosamente riempirsi. Perché questa commedia intrisa d'umorismo surreale è buffa e divertente. Il giovane, insicuro Mózes è oppresso dall'autoritario genitore, un pastore protestante che muore subito d'infarto. Ma il suo fantasma continua ad apparire al ragazzo, che non sa come liberarsene. Si sorride e si ride di gusto. Una chicca. (Massimo Bertarelli, da Il Giornale, 11 febbraio 2016) (...) il film ungherese scorre piacevole, nero e lieve a un tempo con la galleria di personaggi in preda a disagi, ansia e incapacità di intrecciare rapporti, arricchito da una regia sicura, con montaggi incrociati che delineano con tratti essenziali i personaggi o che arricchiscono sequenze chiave, come nel caso del decesso del genitore. Dalla colomba bianca che al funerale non vuole volare, all'imbarazzo per le apparizioni paterne anche nei momenti di intimità, la storia si lascia apprezzare per l'efficacia delle trovate e iI ritratto di un figlio insicuro alla ricerca di un posto nel mondo. (Mario Mazzetti, da Vivilcinema, giugno 2015) Si aggiudica il primo premio della trentatreesima edizione del Bergamo Film Meeting Utóélet, commedia di formazione diretta da Virág Zombarácz, interessante regista ungherese con all'attivo diversi cortometraggi e video d'arte, presentati in svariati festival internazionali. Caratterizzate da uno humour nero divertente e mai prevedibile, ricco di situazioni surreali dalla grande portata emotiva, la regista mette in scena le vicende di Mózes, un giovanotto problematico e sensibile che, dopo aver completato gli studi di teologia, torna alla casa natia e con essa ricominciano i problemi: i contrasti con il padre, autoritario e sprezzante pastore protestante, tornano a pesare sull'etereo animo del protagonista, e con esso i disturbi psichici di cui soffre; un giorno, però, all'improvviso, 6 il padre muore e il suo fantasma inizia ad apparire al figlio, l'unico in grado di vederlo. La pellicola racconta, nel profondo, l'arrancante percorso di riabilitazione sociale di Mózes, continuamente messo in dubbio da un'ipocrita zia e dagli ottusi abitanti di un piccolo paese, che negano al giovane ogni tentativo salvifico. Grazie alla presenza dapprima irritante, ma poi via via sempre più confortante, del fantasma paterno, la Zombarácz riesce a ricreare situazioni di ordinaria follia in modo unico e coinvolgente, affrontando con intelligenza e con la giusta dose di ironia problematiche centrali come la malattia psichica, la morte, la dipendenza e la vita ultraterrena, il tutto in un clima leggero ma intenso. (Alessandro Lanfranchi, da Cineforum, maggio 2015) (...) godibile commedia di formazione attenta ai problemi relazionali e psicologici. (...) Oscillando tra film di genere, dramma e commedia, Utóélet affronta temi attuali come il rapporto padre-figlio, le relazioni familiari, i cambiamenti nelle tradizioni, l'elaborazione del lutto. (Mariolina Gamba, da Ragazzo Selvaggio, n. 110, 2015) Un bizzarro film magiaro, premiato in diversi festival, che varia sui temi della morte e del lutto con una buona dose di humour nero. I due animali del titolo italiano hanno funzioni simboliche: la colomba dovrebbe prendere il volo (ma non lo fa) per portare in cielo l'anima paterna e il pesce, una carpa in boccia di plastica, alla fine segnerà la liberazione del ragazzo. La regista unisce vivacità e inquadrature composte con cura. (Roberto Nepoti, da La Repubblica, 11 febbraio 2016) «Ero interessata a un cast d'insieme, a seguire diverse linee narrative allo stesso tempo. Questo era il film della mia sceneggiatura di diploma e, si sa, ogni giovane filmmaker vuol mettere un po' di tutto nel suo primo progetto. Pensavo che ogni personaggio fosse interessante, la ragazzina, la zia molto dominante, la madre depressa e il padre, e volevo mostrare il processo di controllo per ogni membro della famiglia». (Da un’intervista alla regista, in Cineuropa, marzo 2015) t.o. Utóélet - regia e sceneggiatura: Virág Zomborácz - fotografia (colore): Gergely Pohárnok - musica: Adam Balazs - interpreti: Márton Kristóf (Mózes), László Gálffi (Padre di Mózes), Eszter Csákányi (Zia Janka), Andrea Petrik (Angéla), Krisztina Kinczli (Teréz), Lili Rozina Hang (Ramóna), József Gyabronka (Decano), Zsolt Anger (Meccanico), Szabolcs Thuróczy, Zsolt Kovács - produzione: KMH Film - origine: Ungheria, 2014 - 1h 35’. VIRÁG ZOMBORÁCZ Nata nel 1985 a Budapest, nel 2009 ha terminato gli studi in sceneggiatura e drammaturgia alla Színház és Filmmüvészeti Egyetem (Accademia di Teatro e Arti Filmiche). Nel 2010 il suo romanzo breve Lonesome No More è stato pubblicato nell’antologia bestseller Jungle in the Heart. Come regista ha realizzato cortometraggi e video d’arte, tra cui e Cat’s Role in French Literature (2006), Something Blue (2011), Dipendenza (2012), che sono stati presentati in diversi festival internazionali. Ha diretto spot pubblicitari e collaborato alla sceneggiatura di serie televisive per l’HBO ungherese. La sceneggiatura del suo lm di esordio ha vinto il MEDIA European Talent Prize a Cannes 2011.

[close]

p. 7

11 film GIOVEDÌ 22 DICEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 HEAVENCANWAIT IL CIELO PUÒ ATTENDERE regia di Ernst Lubitsch - Stati Uniti, 1943 - durata: 1h 52 versione digitale restaurata - in originale con sottotitoli NOMINATIONS Candidato agli Oscar 1944 per il miglior film, la miglior regia, la miglior fotografia Henry van Cleve bussa alla porta dell'inferno e chiede di essere ammesso al cospetto di Mefistofele; deve confessare una lunghissima carriera di viveur, dapprima tollerata dai ricchi genitori, e poi inutilmente avversata. Egli iniziò, così racconta, la sua carriera galante nella braccia di una cameriera francese, a 15 anni. Proseguì imperterrito fino al grande amore, una donna splendida ma costretta a sposare, senza amore, il cugino di van Cleve. Nonostante la difficile premessa, l'amore si tradusse poi in matrimonio (con figlio), ma dopo una vita coniugale felice, arrivato alla cinquantina e spentasi la diletta consorte, Henry ha ricominciato la sua carriera di amatore, senza più interruzioni fino a quando la morte lo ha colto mentre una bella infermiera lo vegliava amorosamente. Mefistofele, indignato da tanta imprudenza, scaccia van Cleve: dice che non lo si disturba per simili peccati e che il povero mortale dovrà attendere il suo turno, ma per andare in paradiso. Ormai affermato presso la produzione americana, Lubitsch può concedersi il lusso di far lavorare altri europei esuli. Acquista i diritti di una commedia di Lászlo Bús-Fekete, la fa trasformare in una fiaba galante e la traduce nei suoi ritmi leggeri, e nei suoi toni a metà strada fra il sarcasmo e un allusivo erotismo, il gusto per l'azione galante e lo scetticismo, il piacere del fantastico (e del kitsch) e il dialogo spiritoso. Anche il Lubitsch del '43 (di questa favola, o di questa commedia, come si preferisce) è quello di sempre, autore di uno spettacolo di classe, di cui è il signore assoluto, non offuscato nemmeno dalle doti di un interprete occasionale come Don Ameche. Le musiche, una volta ancora firmate da uno straniero, sono di A. Newman, e la fotografia è una brillante applicazione del Technicolor. Traduzione fantastica della commedia, la favola offre agli sceneggiatori spunti e occasioni per arricchire le riserve dell'immaginario a fianco di un regista che vi attinge con consumata sapienza. (Giorgio Gosetti, da Dizionario Universale del Cinema, a cura di Fernaldo Di Giammatteo, Editori Riuniti, Roma 1984) Il film è del 1943 ed Ernst Lubitsch avrebbe realizzato ancora tre film, ma con Heaven Can Wait dirige la sua opera più malinconica dal sapore di un addio. Se la forma della commedia ricopre fastosamente il suo contenuto, non è difficile accorgersi di come questo film costituisca qualcosa di più di un racconto di un libertino e qualcosa di diverso da una divagazione morale del proprio autore. Per queste ragioni e, paradossalmente, proprio per il taglio divertito e divertente che lo accompagna, il film vive di quella tormentata presenza del ricordo che diventa struggente proprio quando vi è la certezza dell'avere carpito il momento e che si scioglie da quell'inquietudine solo quando il definitivo addio si è ormai consumato. Film di sublime leggerezza e autentico esempio di fattura ricca del leggendario lubitschiano touch, esempio di un cinema che è scomparso, elegante, sobrio, accattivante, cinico e romantico, un cinema che solo i grandi pessimisti tedeschi di Hollywood ci hanno saputo servire. Il cielo può attendere è nel contempo opera di impianto classico, derivato dalla migliore tradizione della commedia americana e del romanzo europeo, materia dominata con magistrale orchestrazione e partitura dal suo grandissimo autore, e opera moderna che, sfidando il comune sentire, mette in discussione la coscienza, stravolgendo la corrente opinione che riconosce solo nel salvifico perbenismo a tutto tondo la soluzione ad ogni forma di seduzione frutto di umana curiosità. La lunga storia terrena di Henry van Cleve (un abilissimo Don Ameche), narrata al diavolone che lo accoglie dopo la sua dipartita, è un esempio di accettabile cialtroneria, ma, come sarà dimostrato, anche di una onestà di fondo dei sentimenti nei confronti della donna che lo ha accompagnato per tutta la vita. È dura da digerire, ma la vita di Henry si divide tra questi due canoni antitetici che rendono il personaggio umanissimo, vero e proprio uomo senza qualità afflitto da inguaribile dongiovannismo fino in fondo alla propria vita, spalleggiato in gioventù da quell'inguaribile epicureo del nonno. E così Il cielo può attendere diventa l'ulteriore invocazione di umanità che tutto il film suggerisce attraverso una visione non soltanto laicizzante, quanto piuttosto carica di una tensione verso la perfezione, che esiste finché esiste la vita dominata da questa umana imperfezione dalla quale non si può e non si vuole guarire. (Tonino De Pace, da Sentieri Selvaggi, 30 marzo 2005) Henry van Cleve (Ameche) muore e va all’Inferno: è stato un impenitente acchiappa sottane, ma ha amato tanto la moglie quanto le altre conquiste, e Sua Eccellenza il Diavolo (Cregar) alla fine non si sente di condannarlo. Una commedia decisamente anticonformista (molto liberamente tratta dalla pièce Compleanno di Lászlo Bús-Fekete) che rievoca la società americana alla svolta del secolo e ricapitola moltissimi motivi e figure che hanno ossessionato Lubitsch nella sua carriera – il mito di don Giovanni, quello di Faust, quello del Doppio, la funzione della donna come Madre e come Morte – col tocco leggero del «piacevole e finanche un po’ stucchevole rappresentante di una società invecchiata» (Guido Fink, Ernst Lubitsch, Il Castoro Cinema). Ma l’amoralismo dell’ultimo Lubitsch fu smorzato dalla produzione, che censurò un finale deliziosamente impertinente (mentre viene autorizzato dal Diavolo a prendere l’ascensore per il Paradiso, Van Cleve vede passare una bella donna e, strizzando l’occhio allo spettatore, decide di seguirla: Il cielo può attendere). (da Il Mereghetti - Dizionario dei film 2011) 7

[close]

p. 8

(...) Una delizia del cinquantenne E. Lubitsch per la prima volta alle prese con il Technicolor. È una commedia che, riassumendo in flashback i 60 anni di vita di un uomo, ostentatamente pretende di «non dire nulla», ma «è la ricapitolazione di moltissimi motivi e figure archetipiche che hanno ossessionato Lubitsch fin dagli inizi: il mito di Don Giovanni, quello di Faust, quello del Doppio, la funzione della donna come Madre e come Morte» (citazione dalla monografia di Guido Fink). (da il Morandini 2011. Dizionario dei film) LUBITSCH GIOCOLIERE IN CABINA DI REGIA Anche nel gennaio di cent'anni fa, come ogni anno, a Berlino pioveva e faceva freddo. La città si apprestava a festeggiare il trentatreesimo compleanno dell'imperatore Guglielmo II, che cadeva il 27. Due giorni dopo, alle sette di mattino, la signora Anna Lubitsch, moglie di Simon, che aveva una bottega di sartoria per signora in Lothringer Strasse, e madre di tre bambini (Else, Richard, Margarethe) diede alla luce il suo quarto figlio, cui fu dato il nome di Ernst. Anziché seguire la carriera paterna e diventare magari un rinomato couturier, ovvero occuparsi di contabilità come avrebbe voluto il padre, il giovane Ernst fu attratto dal teatro. In una città come Berlino agli inizi del secolo, pullulante di teatri, sale cinematografiche, di locali notturni e di caffè, il mondo dello spettacolo non poteva che abbagliare e sedurre. Ed Ernst diciannovenne entrò nella compagnia di Max Reinhardt per interpretarvi, fra il 1911 e il 1913, ben tredici spettacoli, tra i quali Georges Dandin di Molière e ben cinque Shakespeare: le due parti di Enrico IV, Sogno di una notte d'estate, Molto rumore per nulla, Amleto. In questi lavori i suoi ruoli erano del tutto secondari, marginali. In Amleto interpretava la parte del secondo becchino; una rara fotografia, pubblicata nello splendido libro Lubitsch, curato da Hans Helmut Prinzler e Enno Patalas (ed. Bucher, Monaco 1984), ce lo mostra seduto di fronte al primo becchino, con lo sguardo interrogativo e un poco ironico. Nel primo Enrico IV era Peto, in Molto rumore per nulla lo scrivano, Colin in Georges Dandin e così via. Una carriera teatrale, come si vede, piuttosto mediocre, e tuttavia estremamente formativa per il giovane Lubitsch che, proprio allora, doveva fare il gran balzo dal palcoscenico allo schermo, dal teatro al cinema. E fu un balzo che lo vide, attore e regista, in una serie di brevi farse cinematografiche, perfettamente a suo agio. Perché la bidimensionalità della scena e l'assenza della parola conferivano alla sua maschera di personaggio ironico e al suo corpo dinoccolato, quasi di marionetta, una realtà cinematografica inconfondibile. Non solo, ma la sua comicità un po' plebea, l'umorismo ebraico che gli era proprio, il gusto per il lazzo, facevano di questi filmetti dei piccoli capolavori comici, in un tempo in cui dominavano Mack Sennett e Charlie Chaplin, Cretinetti e Max Linder. Ma Lubitsch seppe anche, passando dietro la macchina da presa, scoprire le leggi del cinema, fare della regia un mestiere raffinato. I suoi film, che si andavano facendo sempre più lunghi e complessi, affrontavano i più disparati generi di spettacolo, dalla commedia al dramma, con quello stile, levigato e scorrevole, che sarebbe stato in seguito chiamato the Lubitsch touch, il «tocco» di Lubitsch. Quasi a significare una sorta di marchio di fabbrica, garanzia di piacevolissima e accattivante spettacolarità. Ed erano film, i suoi, che egli riusciva a realizzare rapidissimamente, nonostante la cura che vi prodigava. Nel 1918 ne gira sette, fra cui Carmen con Pola Negri, nel 1919 cinque, fra cui i capolavori La principessa delle ostriche, Madame Dubarry e La bambola di carne, nel 1920 quattro, fra cui Sumurun e Anna Bolena. Opere di notevole prestigio formale e di vasto successo popolare. Insomma il regista adatto, al tempo stesso, per le grandi produzioni e per le piccole commedie. L'uomo giusto per fare di Berlino la Hollywood europea. 8 Sarà invece Hollywood a chiamarlo, e sarà a Hollywood che Lubitsch inizierà una seconda carriera registica, quella più nota al pubblico internazionale. Nasce così un mito: il mito del Lubitsch autore delle più belle commedie sofisticate, dei più bei film-operetta, il regista di Maurice Chevalier (nel Principe consorte, nell'Allegro tenente, in Un'ora d'amore, nella Vedova allegra), di Marlene Dietrich (in Desiderio, in Angelo), della Garbo che ride (in Ninotchka) e di tanti altri attori brillanti. Il regista che fa ridere con discrezione e grande buon gusto, che diverte e si diverte, giocoliere che usa i suoi attori come fossero oggetti da lanciare nell'aria, senza tuttavia privarli della loro umanità. Anzi, a ben guardare, proprio questa umanità traspare dietro la facciata splendente delle sue commedie — o dietro le porte che si chiudono immancabilmente in quasi tutti i suoi film — a costruire lo «spessore» del suo discorso all'apparenza evasivo e superficiale. Come di uno sguardo lucido e amaro sulla realtà, lo sguardo del piccolo ebreo berlinese che ha visto la sua patria sottomessa al dittatore Hitler e il suo popolo oppresso. Di qui un certo scetticismo, un disincanto, persino una punta di cinismo. Ma, se si vede un film come Vogliamo vivere, realizzato nel 1942 e ambientato nella Polonia occupata dai nazisti, quel disincanto e quello scetticismo scompaiono di fronte alla gravità del momento, e nasce un'opera di straordinaria intensità drammatica dietro il sempre leggero e amabile «tocco» di Lubitsch. E se si vede Il cielo può attendere, dell'anno seguente, quella punta di cinismo si tramuta in una sottile autoironia, quella leggerezza e amabilità si caricano di una impercettibile vena di malinconia, persin di tristezza. Come se Lubitsch volesse darci con questo suo film simbolicamente autobiografico, quasi un testamento spirituale, la ricapitolazione della sua carriera. Una carriera per molti versi esemplare, che ha fatto del cinema uno strumento ideale per cogliere e rappresentare al tempo stesso il piacere del vivere e il suo risvolto tragico, l'impalpabilità dell'esistenza e il suo profondo significato. Un cinema raffinato e popolare, di grande spettacolo e di sottile ironia, di cui si sente la mancanza. (Gianni Rondolino, da La Stampa, 26 gennaio 1992, per il centenario della nascita del regista) t.o. Heaven Can Wait - regia: Ernst Lubitsch - soggetto: dalla commedia Compleanno di Lászlo Bús-Fekete - sceneggiatura: Samson Raphaelson - fotografia (colore): Edward Cronjager - montaggio: Dorothy Spencer - musica: Alfred Newman - interpreti: Gene Tierney (Martha), Don Ameche (Henry van Cleve), Charles Coburn (Hugo van Cleve) , Marjorie Main (Mrs. Strabel), Laird Gregar (Sua Eccellenza), Spring Byington (Bertha), Signe Hasso (Mademoiselle), Eugene Pallette (Strabel), Florence Bates (Mrs. Craig), Allyn Joslyn (Albert van Cleve), Szabolcs Thuróczy, Zsolt Kovács - produzione: E. Lubitsch per Twentieth Century Fox - origine: Stati Uniti, 1943 - 1h 52’ - versione digitale restaurata. ERNST LUBITSCH Nato a Berlino da una modesta famiglia ebrea il 28 gennaio 1892, trasferitosi ad Hollywood nel 1922 e naturalizzato statunitense nel 1936, muore a Los Angeles il 30 novembre 1947. Inizia la carriera come attore teatrale e cinematogra co, ma presto inizia a girare lm di vario genere, in particolare parodie, commedie e lm in costume. Giunto negli Usa, contribuisce allo sviluppo di uno dei generi su cui si fondò la fortuna di Hollywood: la commedia. La amma dell’amore (1923), Matrimonio in quattro (1924), La zarina (1924), Il ventaglio di Lady Windermere (1925), sono alcune delle opere con le quali Lubitsch a na il proprio registro, facendo ricorso all’impianto della sophisticated comedy, che poggiava su un intreccio complesso ma piacevole, personaggi leggeri ed una chiave interpretativa basata sull'ironia. Bersaglio congeniale della sua satira è la vecchia Europa, di cui mostra (Il principe consorte, 1929 e Montecarlo, 1930), la sostanza obsoleta nascosta dietro manie di grandezza formale. L'avvento del sonoro darà ancor più impulso all'attività di Lubitsch con i lm Se avessi un milione (1932) e Partita a quattro (1933). Dopo la trascrizione dell'operetta di Lehar La vedova allegra (1934), Lubitsch incontra Greta Garbo con la quale gira Ninotchka (1939), ironica rappresentazione della burocrazia bolscevica. Ma è prima di morire che il regista realizza i suoi lm più importanti e famosi: Vogliamo vivere! (1942) e Il cielo può attendere (1943).

[close]

p. 9

12 film GIOVEDÌ 12 GENNAIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 SOLE ALTO regia di Dalibor Matani Croazia/Slovenia/Serbia, 2015 - durata: 2h 3 PREMI Cannes Film Festival 2015 - Un Certain Regard: Premio della giuria; Pula Film Festival 2015: Premio della giuria, Grand Golden Arena per il miglior film, Oktavijan-Critic’s Award per il miglior film, Golden Arena per il miglior regista, la miglior attrice (Tihana Lazovi), la migliore attrice non protagonista (Nives Ivankovi), il miglior attore non protagonista (Dado osi) e i migliori costumi; Sarajevo Film Festival 2015: premio CICAE Award per il miglior film (The Art Cinema Award); Candidato al Premio LUX 2015; Otranto Film Fund Festival 2016: Premio Miglior Film Il tempo, per un paese spezzato dalla guerra, non è lineare, è una spirale tragica, un gorgo. I registi che si sono confrontati col conflitto jugoslavo hanno spesso messo in scena movimenti circolari, talvolta in sintesi fulminanti (la carrozzella in fiamme in Underground di Emir Kusturica, la giostra in Cirkus Columbia di Danis Tanovi). Per Matani il cerchio fatale è la storia che si ripete, l'eterno ritorno del dramma di tre coppie separate dall'etnia: lui croato, lei serba, sono catturati in tre segmenti, piccoli film autonomi, ciascuno legato a un diverso momento della guerra. Nel 1991 due giovani progettavano di trasferirsi a Zagabria, mentre l'odio inizia a dipanarsi; nel 2001 le macerie post belliche sono il teatro di un'attrazione che cerca nell'eros la catarsi dopo troppi lutti; nel 2011 l'edonismo di un rave soffoca tensioni mai spente, neanche in tempo di pace. A unire le storie sono gli interpreti, sempre i medesimi; le tre donne hanno il volto umbratile e l'energia nervosa di Tihana Lazovi; i tre uomini sono segnati dagli occhi dolenti di Goran Markovi. Corpi in primo piano, macchina da presa guidata da un intuito tattile, Matani fa del conflitto una questione privata, lo spazio fra due amanti come sinèddoche di un territorio lacerato, colmo di cicatrici e di rancore. Una chiave di lettura potente, nonostante l'intensità altalenante degli episodi e la zavorra di una scrittura programmatica che intralcia, talvolta, la sincerità della messa in scena. (Ilaria Feole, da Film Tv, 1 maggio 2016) Mentre gli italiani rischiano di perdersi nell'eterna ricerca di una commedia che sappia ritrovare la grinta (e la necessità) d'antan, fuori dai nostri confini il cinema dimostra di essere capace di riflettere ancora sulla realtà, affrontando temi per niente compiacenti o consolatori. Rischiando quello che in Italia sembra il massimo peccato mortale: far riflettere. L'abbiamo visto nella chiave di una delicata surrealtà quotidiana con il francese Benchetrit e il suo Il condominio dei cuori infranti, lo possiamo vedere questa settimana con i toni più realistici di tre tormentate storie d'amore nel film serbo-croato-sloveno Sole alto di Dalibor Matani, premiato l'anno scorso a Cannes con il premio della giuria di Un Certain Regard. Certo, l'argomento non è ridanciano come le barzellette di corna in vacanza o gli equivoci matrimoniali che vanno per la maggiore sui nostri schermi, ma il piccolissimo sforzo di confrontarsi con una storia che può apparire triste o pessimista, è ripagato dalla sensazione di essersi confrontato con un cinema degno di questo nome... Ad attraversare Sole alto (in originale Zvizdan, letteralmente «lo zenit») è il conflitto che ha opposto serbi e croati e che è talmente radicato nell'animo delle persone da far sentire la propria nefasta influenza anche lontano dagli episodi di guerra aperta: avvelenava le persone prima dell'inizio delle ostilità e lo ha fatto anche dopo, quando le armi avevano smesso di parlare. Come a voler sottolineare che le contraddizioni dell'ex Jugoslavia non sono solo questioni di linee di confine e di aree d'influenza, ma scavano più in profondità, in una serie di nodi irrisolti dove si intrecciano identità etnica, retaggi culturali e rabbie tribali. Per raccontarlo, Matani, autore anche della sceneggiatura, si è inventato tre storie ambientate a dieci anni di distanza l'una dall'altra: nel 1991 quando l'ombra della guerra comincia a farsi intravvedere, nel 2001 quando le armi hanno smesso di sparare ma gli odi interrazziali sono ancora vivissimi e nel 2011, quando le nuove generazioni, che dovrebbero aver dimenticato i lutti, fanno comunque fatica a trovare un possibile futuro comune. A rendere poi più immediato il coinvolgimento dello spettatore, c'è l'idea di affidare agli stessi due attori – gli ottimi Tihana Lazovi e Goran Markovi – le coppie di protagonisti di ogni episodio: stesse facce ma personaggi diversi, perché al di là delle differenze generazionali i grumi di risentimento, di rabbia o di odio che incrostano l'animo delle persone hanno sempre la stessa faccia. Nel 1999 Ivan e Jelena (lui croato, lei serba) sperano di trovare un futuro migliore andandosene dai due paesini dove vivono per cercare lavoro a Sarajevo: vorrebbero farlo nonostante l'ostilità delle rispettive famiglie, perché la loro decisione sembra capace di superare divieti e incomprensioni, ma non hanno fatto i conti con l'odio etnico che comincia ad avvelenare la loro terra e che trasformerà un giorno di festa in un giorno di tragedia. Nel 2001, la serba Nataa e sua madre (Nives Ivankovi) tornano nel loro villaggio distrutto dai combattimenti e cercano di riadattare la loro vecchia casa: troveranno l'aiuto di Ante, un giovane volonteroso che però, agli occhi di Nataa ha un difetto che non si può cancellare, è della stessa etnia di chi le ha ucciso il padre. Nel 2011, Luka e Marija tornano a incrociare le loro strade dopo che – per una diversa visione del futuro e ancora una volta una diversa origine etnica: lui croato, lei serba – si erano lasciati pur avendo messo al mondo un figlio. Vent'anni di storia patria ripercorsi attraverso tre storie private, per scavare dentro quel buco nero che nessun accordo di pace sembra essere stato capace di riempire e cancellare. Matani (che anche produttivamente è riuscito a coalizzare Serbia, Croazia e Slovenia) non cerca ragioni o torti, non divide i suoi compatrioti in «buoni» e «cattivi», vuole solo prendere atto della frattura che ha segnato la carne e l'anima della sua terra e ricordare a tutti che a pagarne le conseguenze sono soprattutto i giovani. (Paolo Mereghetti, da Corriere della Sera, 27 aprile 2016) Tre amori impossibili per un paese che ha smesso di esistere. Tre estati cariche di promesse e di sensualità per rievocare una guerra che ha chiuso nel sangue il Novecento. Tre episodi interpretati sempre dagli stessi attori, anche se danno vita ogni volta a personaggi diversi, ambientati in tre anni chiave: 1991, 2001 e 2011. Le coordinate di Sole alto possono sembrare intellettualistiche. Invece il film del croato Dalibor Matani, premio della Giuria al Certain Regard di Cannes, è un concentrato di essenzialità e di emozione dominato 9

[close]

p. 10

da due giovani interpreti straordinari, Tihana Lazovi e Goran Markovi. Ma soprattutto esaltato da una regia che sfrutta a meraviglia le potenzialità nascoste in un pugno limitato di elementi. Nel 1991 il conflitto che avrebbe travolto la Jugoslavia sta per cominciare, ma l'amore tra la serba Jelena e il croato Ivan è già una provocazione intollerabile per le loro famiglie, oltre che per quei giovani paramilitari armati e su di giri. Nel 2001 – è l'episodio più bello – la guerra è appena finita ma è troppo presto per dimenticare; e l'inquieta Nataa, di ritorno con la madre nella loro casa semidistrutta, non vuole arrendersi al desiderio per l'operaio, onesto e paziente ma croato, che rimette a posto l'edificio. Mentre l'episodio finale inscena il doppio ritorno del croato Luka alla casa dei genitori e a quella in cui vive la serba Marija, che ha amato e abbandonato... Va sottolineato che oltre agli attori anche i luoghi – un villaggio, le campagne circostanti, il lago – sono gli stessi. Ma proprio nell'apparente ricorrere di scene e situazioni Matani trova la chiave morale ed espressiva di un film basato sull'idea della ciclicità, e insieme capace di farle lo sgambetto per sorprenderci a ogni scena con un affondo, un dettaglio, un colore. Basterebbe l'inquadratura che segue l'unico sparo di tutto il film (la guerra non si vede mai) a dire la maestria di un regista che sa concentrare mille cose in uno sguardo o in un silenzio. E usa a meraviglia la Natura: il variare della luce, il calore della terra, un gatto che passa dietro una porta, un rumore che si ripete fino a diventare musica... Non sono molti i cineasti capaci di conciliare intimismo e scene d'azione con tanta naturalezza. In Sole alto lo sgomento di una fila di case distrutte, il languore di una giornata estiva, la frenesia dionisiaca di un rave, lo stupore di una madre appesantita dagli anni e dal dolore, partecipano di un unico, ininterrotto rimpianto. Venato malgrado tutto di speranza e di pietà. (Fabio Ferzetti, da Il Messaggero, 25 aprile 2016) Che non si muore per amore è una gran bella novità, che si muoia per guerra altrettanto. A ricordarlo è Sole alto, scritto e diretto dal croato, classe 1975, Dalibor Matani, vincitore a Cannes 2015 del Premio della Giuria di Un Certain Regard e candidato al Premio LUX del Parlamento europeo. È un piccolo grande film, costruito sul rapporto d'amore tra un giovane croato e una giovane serba, che Matani affida a tre coppie diverse in altrettanti decenni, ma facendole sempre interpretare dai medesimi attori: Goran Markovi e Tihana Lazovi, entrambi superbi. 1991, 2001, 2011: chi conosce un po' la storia dell'ex Jugoslavia può intendere quali ferite, cicatrici, frizioni solchino lo schermo, ma l'afflato è universale, perché se il film «è una collezione – dichiara il regista – di esperienze mie, di amici e conoscenti», d'altra parte, «la storia si ripete e gioca con gli esseri umani come con le marionette: puoi usare addirittura delle formule matematiche per osservare come i conflitti accadano in un esatto punto del corso della storia. E a replicarsi sono anche il dolore, la sofferenza, le famiglie rovinate e le vite distrutte». 1991: ad amarsi sono Ivan e Jelena, abitano in due villaggi vicini, fanno il bagno e l'amore al lago, ma qualcosa sta cambiando. Colonne di mezzi militari, avvisaglie di guerra, fratture che antepongono la nazionalità alla comune umanità: il vicino è divenuto lontano, anzi, nemico. L'archetipo, qui, è quello cristallizzato da Romeo e Giulietta, e la fuga non è una soluzione: Jelena ha un fratello che non ci sta, Ivan una tromba che non sappiamo per quanto suonerà ancora, ma il basso continuo è techno-folk, sordo, «americano» e ripetitivo. Sono giovani, carini e, laddove tutt'intorno è separazione, posti di blocco e contrapposizione, impegnati a stare insieme: la guerra rende così folli che i folli, fateci caso, vi sembreranno loro. 10 Già in questo primo «episodio», lo zenit (come da titolo originale: Zvizdan) è il sole alto, quello che, indifferente alle manovre divisive e ostative della ragion di Stato, risplende sull'amore della coppia: se la musica assurge da contrappunto emozionale a terzo protagonista, il coro di questa ineluttabile tragedia è fatto di animali, gatti, cani, insetti scorciati dall'occhio e dall'orecchio di Matani. Echeggia, nella lucida demenza della nonna di Ivan, il fantasma di Hitler, ma è monito al futuro: «L'amore pare essere la vittima designata dei giochi storici e politici, ma questa è una sonora bugia. E dobbiamo insegnarlo alle giovani generazioni, altrimenti – evidenzia il regista – un giorno ci ritroveremo a fare i conti con qualche odiatore nazista». 2001: il carpentiere Ante, la casa di Nataa e della madre da ricostruire, un villaggio devastato e abbandonato. La normalità cova sotto il dolore, l'amore può solo essere raptus, il passato di violenza e lotta è troppo vicino, le identità – lui croato, lei serba – non sono ancora disarmate: Matani opta per un Kammerspiel, dramma da camera, in divenire, con i moti rabbiosi di Nataa per geometrie variabili. Il male è l'incomunicabilità o, meglio, la difficoltà a dirsi e ascoltare: una casa può essere rimessa a nuovo, ma una vita? O vogliamo forse credere che un accordo (Dayton, 1995) non metta solo fine alla guerra, ma porti la pace? Sole alto rischiara il riavvicinamento possibile, ma è sempre un raggio in un cimitero. 2011: Luka e Marija, il problema è la famiglia, quella in cui si è cresciuti e quella che ci si è fatti, entrambe abbandonate. Si è ricominciato a vivere, vivere per davvero, ma nulla è compiuto: Luka, universitario, va in vacanza a Spalato, partecipa ai rave, dove droga e techno sono passaporto europeo. Ma non può essere tutto lì: che fare, con Marija? Splendida sequenza notturna al rave, e poi una chiusura che sottrae i didascalismi e apre alla speranza. Dunque, non ci sono manifesti, ma la vita (e i morti); non c'è una lezione, ma un insegnamento, affidato a un regista e a due attori che ricorderemo. Sole alto, significativa co-produzione di Croazia, Slovenia e Serbia, non perdetevelo, riconcilia davvero. (Federico Pontiggia, da Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2016) t.o.: Zvizdan - regia e sceneggiatura: Dalibor Matani- fotografia (colore): Marko Brdar - montaggio: Tomislav Pavli - musica: Alen e Nenad Sinkauz - costumi: Ana Savi-Gecan - interpreti: Tihana Lazovi (Jelena/Natasa/Marija), Goran Markovi (Ivan/Ante/Luka), Nives Ivankovi (Madre di Jelena/madre di Natasa), Dado osi (Sasa), Stipe Radoja (Bozo/Ivno), Trpimir Jurki (Padre di Ivan/padre di Luka), Mira Banjac (Nonna di Ivan), Slavko Sobin (Mane/Dino), Lukrecija Tudor (Dinka), Tara Rosandi (Petra) - produzione: Kinorama, in coproduzione con Gustav Film, See Film Pro - origine: Croazia/Slovenia/Serbia, 2015 - durata: 2h 3’. DALIBOR MATANIĆ Nato nel 1975 a Zagabria, dove si è diplomato in regia all’Accademia d’Arte Drammatica. Nel 2000 ha scritto e diretto il suo primo lungometraggio, e Cashier Wants to go to the Seaside, cui sono seguiti, fra gli altri, Fine Dead Girls (2002), 100 Minutes of Glory (2005), Kino Lika (2008), Mother of Asphalt (2010) e il recente Handymen (2013). Uno dei suoi maggiori successi e il corto Party, presentato a Cannes nel 2009 e vincitore di 18 premi in vari festival nazionali e internazionali.

[close]

p. 11

13 film GIOVEDÌ 19 GENNAIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 PER UN FIGLIO regia di Suranga Deshapriya Katugampala - opera prima Italia/Sri Lanka, 2016 - durata: 1h 14 ALLE 21.30 SARÀ INSALA IL REGISTA SURANGA D. KATUGAMPALA PREMI Unico film italiano in concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2016, dove ha ricevuto una Menzione speciale «per l’emozionante racconto di un’intimità che si impone sullo schermo come autentico ritratto sociale; per il suo verismo che sfuma in una seducente mappa simbolica; e per l’interpretazione della protagonista, che racchiude nei suoi affanni e nei suoi sguardi silenziosi la fatica del percorso verso una piena multiculturalità». Il progetto del film aveva ottenuto il Premio della 7a edizione del Mutti-AMM – Il Cinema Migrante, in occasione della Mostra di Venezia 2015 (…) Nella stessa sezione principale del Festival, il film d’esordio di Suranga Deshapriya Katugampala, nato in Sri Lanka, ma vissuto in Italia sin dalla prima infanzia. Regista laureato in informatica che coltiva la passione per il cinema. Dopo i primissimi lavori Per un figlio, il film in Concorso a Pesaro, è il suo esordio nel lungometraggio. Sunita fa la badante, ha un figlio adolescente che si trova a vivere a cavallo tra due culture così lontane. Per la madre questa condizione è fonte di conflitti e di timori per il futuro. Il ragazzo frequenta cattive compagnie dalle quali trae i peggiori comportamenti e porta con sé una inspiegabile inquietudine che la madre, obbligata ad un lavoro faticoso, riesce con fatica a dominare. Il nomadismo di Sunita è obbligato dalla fuga dal suo Paese e la sua condizione la rende infelice. Per un figlio è un film basico, essenziale, di un realismo del tutto primitivo, ma innegabilmente dotato di una certa efficacia, grazie soprattutto a Kaushalya Fernando, attrice popolare in Sri Lanka, qui sicura nel restituire le quotidiane angosce interiori della sua condizione e il tormento che le dà il figlio. Girando nella provincia veneta, privilegiando i toni dimessi di quelle ambientazioni, il giovane regista è sembrato consapevole di essere un esordiente, raccontando ciò che conosce molto bene, ciò che fa parte della sua vita, senza alcuna voglia di strafare, ma dedicandosi soprattutto alla messa in scena, allo sguardo dentro gli anfratti stretti degli appartamenti in cui vive la sua protagonista, riuscendo a raccontare la vita asfittica e senza sorprese di una intera generazione di nomadi di necessità. (Tonino De Pace, da Sentieri Selvaggi, Pesaro FF52, 9 luglio 2016) Per un figlio fa parte di quella categoria di film che nascono da una o più urgenze. Non tutte le espressioni artistiche, qualsiasi esse siano, ne sono il frutto; non tutte possono contare su una guida forte, capace di indicare il percorso genetico e produttivo da seguire. Tra le vene narrative, drammaturgiche e stilistiche della pellicola scritta e diretta da Suranga Deshapriya Katugampala, srilankese di nascita ma veronese d’adozione (dopo i primi anni passati nel paese d’origine, emigra con la famiglia in Italia, dove coltiva la passione per il cinema d’autore), scorre infatti quel magma incandescente di motivazioni personali che non vedevano l’ora di eruttare, riversandosi sulle pagine della sceneggiatura e poi sul grande schermo. La prima occasione per assistere al risultato del suddetto processo creativo è stata la penultima densa giornata della 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, dove la pellicola prodotta da Gianluca Arcopinto ha avuto il suo fortunato battesimo festivaliero nel concorso della kermesse pesarese, portando a casa una meritata menzione speciale. Per un figlio affonda le fondamenta della sua architettura in un sistema di vasi comunicanti che hanno in una duplice urgenza un importantissimo e significativo punto di partenza: da una parte un conflitto generazionale in ambito domestico tra una madre e suo figlio, dall’altra la volontà di raccontare la migrazione di una comunità nel nostro Paese – quella singalese – dando ad essa una voce e un volto. Comunità, questa, che, cinematograficamente parlando, – rispetto ad altre – ha solo di rado trovato spazio, ma quando ciò è avvenuto non è mai stato nella direzione scelta da Suranga: vedi ad esempio Into Paradiso, black-comedy in salsa partenopea ambientata tra i vicoli di Napoli e un vecchio palazzo fatiscente abitato prevalentemente da singalesi emigrati; oppure Machan di Uberto Pasolini, la vera storia di una falsa squadra di pallamano singalese iscritta ad un torneo internazionale in Baviera. In entrambi i casi, si tratta però dei toni e dei registri leggeri della commedia. L’intento del giovane regista è, ed era, quello di fornire, al contrario, una chiave diversa e più profonda sul e del tema, che non assecondasse in nessuna maniera l’idea e l’immaginario comune che vede (e rappresenta) gli stranieri come dei «numeri» che ricevono solamente dosi più o meno abbondanti di bontà da chi li «ospita» o offre loro opportunità lavorative. In Per un figlio, la volontà era ed è, invece, quella di raccontare di persone che agiscono per amore e con amore. Cominciamo con il dire che, se l’intento è ed era questo, allora il bersaglio è stato ampiamente centrato. Il cineasta italo-singalese è riuscito a spingersi là dove colleghi connazionali e non si sono fermati a metà strada, realizzando comunque opere meritevoli di attenzione: da Claudio Noce (Good Morning Aman) a Claudio Giovannesi (Alì ha gli occhi azzurri). Ciò non dipende da un’incapacità di penetrare nel tessuto antropologico, sociale e culturale delle comunità che i due cineasti romani hanno deciso di raccontare nelle rispettive opere, bensì nello «svantag- 11

[close]

p. 12

gio» di non appartenervi. Non è detto che per descrivere una realtà bisogna per forza di cose farne parte, oltre a conoscerle, ma è innegabile che Katugampala aveva nella manica una carta importantissima da spendere: proprio le origini e l’appartenenza alla comunità nella quale ha ambientato la storia di Per un figlio. Il suo è uno sguardo dall’interno, capace di entrare, mostrare e sostare in un microcosmo che conosce e nel quale sa come muoversi (l’aveva già descritta nella webserie Kunatu – Tempeste). Ma lui è riuscito ad andare ancora oltre, volutamente oltre, ed è questa la sua vera conquista. Il merito sta, infatti, nell’essersi concentrato sui personaggi e sulle loro storie, lasciando il resto sullo sfondo. Di conseguenza, è l’incontro/scontro tra una madre e suo figlio, in scena con grande realismo tra le quattro mura di un piccolo appartamento in affitto, a diventare il vero baricentro drammaturgico. In questo modo, Katugampala universalizza la storia e i personaggi che la popolano, liberando entrambi dal recinto ombelicale nel quale puntualmente molte operazioni analoghe vanno a finire. Non c’è, infatti, alcuna collocazione spaziale. Siamo nella provincia di una città del nord Italia, ma potremmo essere ovunque, con la componente dialettale (il veronese) a rappresentare l’unico elemento riconoscibile. Sunita, una donna singalese di mezz’età, divide le sue giornate tra il lavoro di badante e un figlio adolescente. Fra loro regna un silenzio pieno di tensioni. È una relazione segnata da molti conflitti. Essendo cresciuto in Italia, il figlio fa esperienza di un’ibridazione culturale difficile da capire per la madre, impegnata a lottare per vivere in un paese al quale non vuole appartenere. Ne viene fuori uno spaccato di vita di una famiglia prima ancora che di un’intera comunità all’interno della società tricolore, con le gioie e i dolori, le sofferenze e le conquiste della quotidianità. Il tutto restituito sul grande schermo con grande naturalezza e uno stile libero, ma allo stesso tempo rigoroso, asciutto, pulito ed essenziale, che mira alla verità delle cose e dei gesti. Aiutato nella costruzione di un linguaggio coerente da un montaggio secco, chirurgico ed ellittico. Non mancano delle ingenuità tecniche, ma quelle fanno parte del gioco e a un esordiente possono e devono essere perdonate. (Francesco Del Grosso, da cineclandestino.it, 10 luglio 2016) regia: Suranga D. Katugampala - sceneggiatura: Suranga D. Katugampala, Aravinda Wanninayake - fotografia (colore): Channa Deshapriya montaggio: Lizabeth Gelber, Silvia Pellizzari - musica: Federico Imperiale, Luke Mendis - interpreti: Kaushalya Fernando, Julian Wejesekara, Nella Pozzerle, Shirantha Luise Fernando, Isabella Dilavello, Vishan Madhuka - produzione: Palabras, Kala Studio - origine: Italia/Sri Lanka, 2016 - 1h 14’. SURANGA D. KATUGAMPALA Ha 28 anni, ed è emigrato in Italia dallo Sri Lanka da piccolo con la famiglia. Si è laureato in informatica multimediale, lavorando come docente per workshop di videonarrazione. Dopo vari corti sperimentali, nel 2013 realizza la webserie Kunatu - Tempeste, un progetto a budget zero in cui narra della sua comunità in Italia. Per un glio è il suo primo lungometraggio. La protagonista Kaushalya Fernando è l’unica professionista del cast, una delle attrici più popolari in Sri Lanka (ha interpretato La terre abandonnée di V. Jayasundara, Caméra d’or di Cannes 2005 per l’opera prima). Non vi portiamo solo cibo, ma Anche la cultura Scrivere delle seconde generazioni in Italia non è facile, specialmente per uno come me che la vive dall’interno. Mi chiamo Suranga, sono nato in Sri Lanka e vivo in Italia dall’età di undici anni. Vorrei scrivere qui alcuni spunti di riflessione sulla cosiddetta «seconda generazione», due parole che negli ultimi anni sono state usate nei contesti più svariati, a volte stereotipate, a volte banalizzate. Non voglio scrivere cose come «perché i miei genitori sono venuti in Italia», «quanto per me sia stato difficile quello che potreste chiamare integrazione», e altre questioni che potrebbero far felice un educatore. Penso che gli anni passati abbiano creato abbastanza buonismo attorno a questi argomenti, per cui vorrei provare a riflettere verso nuovi orizzonti. I nuovi italiani. Bisogna dire che siamo in tanti, siamo nati qui o siamo venuti qui da piccoli. Secondo me, consci o meno, abbiamo dentro un grande desiderio di riscatto, di riconquistare la dignità anche per i nostri genitori. Non siamo ancora diventati apatici, annullati della nostra forza di volontà. Desiderare un mondo diverso è ancora forte in noi. Si tratta di una forza tramandataci dagli stessi genitori che hanno lasciato casa per iniziare da capo, da zero. Il punto su cui vorrei soffermarmi è questo: abbiamo molta energia, dove direzionarla? che cosa possiamo portare di buono a questo paese? al mondo? Alcuni di noi cavalcheranno perfettamente l’onda dell’integrazione, omologandosi perfettamente alla figura della persona socialmente riuscita, altri invece si perderanno nella crisi d’identità data dalla doppia 12 Suranga Deshapriya Katugampala cultura. In questi e altri contesti una domanda si presenta in modo martellante: «come partecipare attivamente». Qualche giorno fa lessi sulla vetrata di un ristorante cinese «Non vi portiamo solo cibo, ma Anche la cultura». Questa frase spiega perfettamente perché non sono d’accordo con l’idea dell’integrazione. Penso che non dobbiamo omologarci all’Italia o all’immaginario di una persona italiana. Penso che abbiamo dei valori che ci portiamo da lontano. E questi devono rimanere, sono importanti perché è così che possiamo contribuire a migliorare. Offrendoli agli altri e non annullandoli. Sostengo l’idea che serve un nuovo processo di umanizzazione, che gli elementi necessari a questo siano ben presenti anche nelle seconde generazioni. I nostri genitori non hanno portato in questo paese solo manodopera, ma anche tanta saggezza. Elementi che in questi tempi non abbondano. Forse se questo paese fosse abbastanza umile da accoglierli, da ascoltarli, allora si potrebbe davvero unire le forze. Noi ragazzi e ragazze della seconda generazione abbiamo un dovere civile, forse un compito, politico più che esistenziale: ossia di creare nuove connessioni, nuovi legami, nuovi canali, nuove relazioni umane. Essere dunque dei ponti, capaci di spazzare via le vecchie ideologie coloniali, ma anche post coloniali, sia dentro il paese che fuori, tra il nord e il sud del mondo. Collegare dal basso due mondi distanti fra loro rimane per me la massima aspirazione, per me che ho un piede in una cultura e uno nell’altra. Su tutto questo c’è una grande verità che sovrasta. Che noi giovani adulti, di qualsiasi provenienza, forse non sappiamo contro cosa, di preciso, ribellarci. Sappiamo che non siamo completamente felici, avvertiamo il disagio, ma non sappiamo come cambiare le cose. Il mondo globalizzato ci fa perdere la direzione. Se così è, la risposta che mi do è perché siamo nati nel disagio. E nel disagio è complicato distinguere il disagio stesso. Serve dunque confrontarsi. Il confrontarsi con il diverso, con la diversità. Ecco che lo straniero e la seconda generazione tornano ad essere preziosi. Sostengo allora l’idea di sostenerci da cittadini italiani, cittadini del mondo, con tutto il bagaglio culturale che ognuno si porta appresso, e di chiederci dove possiamo portare questa barca. Ben accetti aiuti di tutti coloro che hanno già fatto la loro strada nel contrastare tutto ciò che il sistema porta di male.

[close]

p. 13

14 film GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA CASA DELLE ESTATI LONTANE regia di Shirel Amitaï - opera prima Francia, 2014 - durata: 1h 31 Una casa in stato di abbandono, un giardino inselvatichito, un sapore di Mediterraneo nell'aria di un tiepido ottobre 1995, e tre sorelle che si rincontrano dopo lunga separazione. Sono ritornate nella cittadina costiera di Atlit – Darel dal Canada, Cali dalla Francia, Asia non si sa bene da dove – per vendere la villa delle estati della loro infanzia. Ma mentre Darel è affezionata a quel luogo e ai suoi ricordi, Cali intende disfarsi di tutto e Asia pensa ad andare in India: si accende un dissidio, ed è allora che fra le vecchie pareti si materializzano i fantasmi dei genitori morti, rievocanti il quadro di un microcosmo familiare affettuoso e di una mentalità illuminata. Ciò che la regista israeliano-francese Shirel Amitaï vuole evidenziare è un dialogo fra presente e passato che la morte non può interrompere. Proprio come l'assassinio di Rabat, il 4 novembre di quell'anno, non riesce a spegnere la speranza di pace nel cuore delle tre sorelle. Intendiamoci, La casa delle estati lontane è un piccolo film, interpretato con grazia, girato con fresco tocco nouvelle-vague, però com'è forte l'idea di una casa come (possibile, utopica?) metafora di riconciliazione. (Alessandra Levantesi Kezich, da La Stampa, 16 giugno 2016) (…) È un film tenero, umano, La casa delle estati lontane, capace di far sorridere e riflettere grazie al tocco leggero della regista franco-israeliana Shirel Amitaï. (Angela Calvini, da Avvenire, 17 giugno 2016) C'è stato un momento, a metà anni ’90, dopo gli accordi di Oslo, in cui la pace in Israele sembrava possibile. Poi arrivò il 4 novembre 1995, l'assassinio di Rabin, e tutto finì. L'israeliana-francese Shirel Amitaï, all'esordio nella regia dopo aver lavorato per Jacques Rivette, Pascal Bonitzer e Claire Simon, ambienta in quel periodo la storia di tre sorelle israeliane, emigrate da tempo, che si ritrovano per vendere la vecchia casa delle vacanze. (…) Shirel Amitaï evoca mondi onirici confondendoli con la realtà materiale degli oggetti e del contesto politico di una nazione. La sua è una commedia buffa che piange le speranze tradite di un popolo, anche se lo stile minimalista e carico di simboli (la tv impossibile da riparare, il fantasma di un bambino palestinese, il giardino pieno d'erbacce) espone in maniera didascalica il conflitto fra le contraddizioni della storia e la forza dei legami di sangue. (Roberto Manassero, da Film Tv,19 giugno 2016) Riflessione tutta al femminile sull'ebraitudine e le sue tante facce, l'opera prima di Shirel Amitaï è una bella commedia con qualche risvolto drammatico e più di una tentazione fantastica. Come a ribadire, fin dalla scelta di genere, che un tema complesso non può essere affrontato con un unico punto di vista. E infatti lo spettatore se lo ritroverà diviso tra le tre sorelle protagoniste di La casa delle estati lontane, ognuna portatrice e insieme traditrice di quello spirito fondativo con cui si trovano a fare i conti nel film. (…) A entrare invece concretissimamente nella loro vita è la storia politica di Israele, perché da piccoli segnali e frammentarie notizie capiamo che il film è ambientato nell'autunno del 1995, quando la speranza di una pace con gli arabi sembrava a portata di mano e invece naufragò drammaticamente la sera del 4 novembre per mano di un colono ebreo che uccise il primo ministro Yitzhak Rabin. E la scena in cui le tre sorelle conoscono la notizia, proprio mentre stanno andando in auto a Tel Aviv per manifestare a favore della pace e degli accordi di Oslo, sa ancora commuovere nella sua essenzialità ed efficacia. Una scena che dà la svolta al film, perché cambia l'atteggiamento delle tre sorelle verso la vendita della casa e perché le costringe a pensare alla propria identità. «Quando sono a Parigi mi considerano ebrea, quando sono qui mi trattano come una francese», dice Cali (e ti sembra di sentir parlare la regista), riassumendo quel senso di lacerazione che si porta dentro e su cui il film vuol far riflettere. Prendendone anche le distanze, come quando scherza sull'eroismo della nonna che attraversò un'Europa deserta e desolata, almeno a dar retta alle sue descrizioni. Un'ironia benevola e mai cinica che dà la misura di tutto il film, costruito per accumulo di situazioni piuttosto che lungo una rigorosa linea narrativa, capace di improvvise svolte o sospensioni (il fascino della natura incolta, la storia dell'asino Rasputin, la presenza – vera o presunta non importa – del visitatore palestinese) ma soprattutto capace di far entrare in empatia lo spettatore con le tre sorelle e la loro voglia di vita. (Paolo Mereghetti, da Corriere della Sera, 13 giugno 2016) (…) Le attrici sono Géraldine Nakache (Cali), francese figlia di ebrei algerini (e sorella del coregista di Quasi amici, Olivier); Yaël Abecassis (Darel), attrice e modelle israeliana figlia di ebrei marocchini, e Arsinée Khanjian (la mamma), un'attrice armena, moglie del regista armenocanadese Atom Egoyan. Sia pur produttivamente non autosufficiente, la cinematografia israeliana dimostra da tempo fermento e vivacità creativa. (Paolo D'Agostini, da La Repubblica, 16 giugno 2016) t.o. Rendez-vous à Atlit - regia e sceneggiatura: Shirel Amitaï- fotografia (colore): Boaz Yehonatan Yaacov - montaggio: Frédéric Baillehaiche - musiche: Reno Isaac - interpreti: Géraldine Nakache (Cali), Yaël Abecassis (Darel), Judith Chemla (Asia), Arsinée Khanjian (Mona), Pippo Delbono (Zack), Makram Khoury (Mafous) - produzione: En Compagnie Des Lamas, France 2 Cinema,CNC - origine: Francia, 2014 - durata: 1h 31’. SHIREL AMITAÏ La regista franco-anglo-israeliana, nata nel 1963, è stata assistente di Jacques Rivette (Chi lo sa?, Storia di Marie e Julien, La duchessa di Langeais e Questione di punti di vista), Gérard Mordillat (L’Apprentissage de la ville), Pascal Bonitzer (Petites Coupures), Claire Simon (Les Bureaux de Dieu) e Christine Dory (Les Inséparables). Ha scritto le sceneggiature di Esther Kahn di Arnaud Desplechin, AÏE e Gentille di Sophie Fillières, e collaborato agli script di Questione di punti di vista di Rivette e Gare du Nord della Simon. Rendez-vous à Atlit è il suo esordio alla regia, vincitore del Prix du Public per la migliore sceneggiatura letta da attori professionisti alla Lecture du scénario, sezione del Festival Premiers Plans d’Angers 2013. 13

[close]

p. 14

incontri CINEMA E POESIA NELL’OPERA PRIMA DI FERDINANDO CITO FILOMARINO C on la programmazione di Antonia. si è realizzata una interessante giornata di cinema e cultura in linea con la tradizione del Circolo del Cinema. È stata vincente la proposta di precedere le tre proiezioni del film con un ritratto a voce della poetessa Antonia Pozzi curato da Ida Travi, Morena Piccoli e Chiara Zamboni. Grazie ad un loro approfondimento del mondo poetico della Pozzi nell’ambito delle esperienze culturali del Circolo della Rosa, le tre studiose hanno potuto corroborare con efficacia la breve narrazione della vita di Antonia attraverso alcune incursioni nella sua poesia. Questo preludio ha permesso ai soci intervenuti di trovare le giuste coordinate per interpretare al meglio l’opera di Cito Filomarino, un film che trova i suoi riferimenti negli ultimi dieci anni di vita della scrittrice e fotografa milanese, senza però volerne fare la mera biografia. Non meno interessante è stato, alla proiezione serale, l’incontro con il giovane regista, per un dibattito coi soci moderato da Roberto Pecci. Formatosi al Dams di Bologna, ma già cittadino del mondo, visti i periodi di vita all’estero fin dagli studi superiori, Cito Filomarino ha raccontato di aver scelto di dedicare il film alla poetessa Antonia Pozzi per la vicinanza ed affinità di formazione nell’ambiente di Milano, ed ancor più perché egli crede che nella figura dell’Artista possa in maniera paradigmatica manifestarsi una ricerca del «senso delle cose». L’approccio al soggetto gli ha richiesto un minuzioso lavoro di ricerca, raccolta di informazioni e di lettura degli scritti poetici ed epistolari di Antonia, rese possibili anche grazie alla disponibilità di Suor Onorina Dino e della comunità delle consorelle - depositarie di molti materiali autografi della scrittrice, lasciati loro in custodia dalla madre di Antonia - di aiutare la realizzazione del suo film. La visione Roberto Pecci ha permesso di apprezzare appieno il valore artistico del lavoro di Filomarino. Ma particolarmente illuminanti sono stati i dettagli che egli ha fornito ai soci sulle motivazioni e sulla cura delle sue scelte registiche. Lucia Caridi, la brava protagonista, e gli altri giovani in- terpreti vengono tutti da scuole di recitazione, mentre dal teatro vengono gli interpreti delle figure più mature del film. Ma è soprattutto nella scelta dei collaboratori tecnici che viene alla luce la sua voglia di fare un cinema come comunità senza confini. Di particolare importanza nel- l’economia del film risultano gli splendidi contributi del direttore della fotografia tailandese Sayombhu Mukdee- prom e dello scenografo portoghese Carlo Salsa. Ferdi- nando ha poi citato la sua passione per l’opera dello scultore francese Rodin e, trovando delle consonanze con il travaglio interiore della Pozzi, ha voluto omaggiare l’opera dell’artista con l’inquadratura della possente sta- tua nella sequenza di apertura del film. Per affinità di pensiero, come lui stesso ha riferito, si spiega poi l’improvviso rompere del silenzio della colonna sonora con la canzone, ad alto volume, Va del poeta e cantautore Piero Ciampi, come commento alla inquietante sequenza in cui Antonia, stesa sul suo letto, sembra quasi voler uscire dalla sua nuda corporeità. Se non ci sono nella sceneggiatura precisi riferimenti politici, è stata una deliberata scelta registica. Cito Filo- marino ha spiegato che il pensiero fascista imperante a quell’epoca è già presente nel comportamento che muove i suoi personaggi, permeati d’atteggiamenti legati proprio all’atmosfera rigida di quegli anni. Antonia, troppo fragile nonostante la sua esuberanza e la sua voglia di vivere e di amare, tentò invano di infrangerli, fino a morirne a soli 26 anni. (nella foto, Cito Filomarino e Roberto Pecci) 14

[close]

p. 15

vita associativa L’ECO DELL’OPUSCOLO È arrivata da Venezia, Roma, Padova e altrove l’eco del gradimento dell’opuscolo pubblicato per i 70 anni del Circolo del Cinema di Verona. Non poteva naturalmente mancare un riscontro da parte della compagine dei nostri soci, per i quali era stata pensata la stesura di quel sintetico racconto delle vicende dell’Associazione, dalle origini ad oggi. Sono pervenute, infatti, da soci ed amici, a voce e per iscritto, testimonianze di apprezzamento, come manifestazione di un sentimento di vicinanza e di partecipazione al nostro sodalizio, alla sua storia e al suo futuro. Volentieri condividiamo con i soci alcuni testi inviatici via mail o per posta, che conserveremo con cura nell’archivio del Circolo. Nel mese di agosto, così scrive all’autrice il socio cofondatore Popi Fedeli: «Cara Ines, ho letto tutto: hai fatto un eccellente lavoro anche di sintesi! Non so quanti lo leggeranno, ma resta una documentazione ricchissima e sorprendente». Ecco a settembre il messaggio del socio Bartolomeo Costantini: «Complimenti vivissimi per il magnifico fascicolo», cui farà eco più tardi l’apprezzamento del Vice Presidente Mario Guidorizzi: «Proprio ieri in treno ho avuto modo di leggere l'opuscolo veramente interessante scritto da Ines, alla quale rivolgo personalmente anch'io i più vivi complimenti». Il 4 ottobre arriva l’elogio di Marco Asunis, Presidente della Federazione Italiana Circoli del Cinema di Roma, la nostra radice: «Carissimo Bechis, volevo ringraziarLa per il bell’opuscolo che ho trovato al 73. Festival di Venezia. È un bellissimo lavoro che fa onore a voi e a tutto l’associazionismo di cultura cinematografica». E il 21 ottobre aggiunge in un’altra mail: «(…) L'opuscolo… mi è piaciuto tanto. Per questo vorrei inviarne una copia a tutti i nostri Circoli del cinema. Ho scoperto che nella nostra storia comune ci sono state cose che ci hanno fortemente diviso, ma ho letto anche quanto ci sia oggi quel che ci lega sul Cines piano delle scelte e dei principi culturali. Per queste ragioni, saluto Lei e tutti i soci del glorioso Circolo del Cinema di Verona con vero piacere». Si complimenta anche il prof. Giorgio Tinazzi dell’Università di Padova: «Tutto ciò che riguarda il Circolo del Cinema è talmente pieno di Memoria che uno si sente gratificato nell'essere destinatario di messaggi. Congratulazioni a chi mantiene viva una eredità unica», mentre il Maestro Gianfranco De Bosio, da Milano, ringrazia: «(...) per l'invio dell'eccellente ricordo del caro fondatore Barzisa. Il testo mi ha commosso. Sarò onorato di scrivere un mio ricordo di Pietro». Daniele Clementi, Presidente dell’Unione Italiana Circoli del Cinema scrive: «Ci fa molto piacere poter ricevere la vostra pubblicazione. La distribuiremo ai Circoli e la regaleremo agli studenti, selezionati da tutta Italia, che ospiteremo a Roma per il Campus Formativo presso la Casa del Cinema». La testimonianza della nascita del glorioso movimento dei Circoli del Cinema e della successiva fondazione della UICC, in un’epoca in cui il passato viene facilmente dimenticato, soprattutto dai giovani che vivono solo nell’oggi, è stato l'omaggio più bello che uno dei Circoli fondatori dell’Unione, com’è stato il nostro nel 1951, potesse fare all’UICC, la quale proprio in ottobre ha compiuto (e festeggiato) 65 anni di percorso organizzativo e culturale. La mattina del 10 novembre, in chiusura di questa pagina del notiziario, le Poste italiane ci recapitano una busta, spedita da La Poste de France l’8 novembre. Proviene da Parigi ed è scritta dalla prof.ssa Jeanne-Chantal Lapeyronnie, in contatto con il Circolo fin dagli anni Ottanta: «Con emozione e sempre vivo interesse leggo Filmese... L’opuscolo edito in occasione del 70° compleanno della nascita del Circolo del Cinema, del quale fu padre il Professore, in qualche modo gli ridà vita». I FILM VINCITORI DEL REFERENDUM Il conteggio delle preferenze espresse nella scelta dei film sottoposti a Referendum con scheda di votazione ha dato il seguente esito: 1) LA CASA DELLE ESTATI LONTANE di Shirel Amitaï - voti 302; 2) SOLE ALTO di Dalibor Matani - voti 275; 3) I MIEI GIORNI PIÙ BELLI di Arnaud Desplechin - voti 273; 4) IL CLAN di Pablo Trapero - voti 235; 5) MA LOUTE di Bruno Dumont - voti 222; 6) EL ABRAZO DE LA SERPIENTE di Ciro Guerra - voti 203; 7) UN PADRE, UNA FIGLIA di Cristian Mungiu - voti 197; 8) TUTTI VOGLIONO QUALCOSA di Richard Linklater - voti 169. I tre film più votati verranno presentati nella corrente stagione. Nell’eventualità di particolari esigenze di programmazione, il Circolo si riserva di poter inserire in calendario anche il film arrivato al quarto posto, Il Clan. 15

[close]

Comments

no comments yet