ALLA MIA NAZIONE

 

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Dopo due anni di lavoro, questo volume preenta una raccolta di documenti inediti, schizzi, disegni e scritti che mostrano nella sua interezza un progetto nato da una poesia di Pasolini, concluso con l'affissione di poster nelle strade di Torino.

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GUERRILL A SPAM ALLA MIA NAZIONE 1

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Do alle stampe oggi queste pagine come un ‘documento’, ma anche per fare dispetto ai miei ‘nemici’: infatti, offrendo loro una ragione di più per disprezzarmi, offro loro una ragione di più per andare all’Inferno. Pier Paolo Pasolini, “La Divina Mimesis”, 1975 5

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GUERRILLA SPAM / ALLA MIA NAZIONE Questo progetto nasce circa due anni fa durante la rilettura di una delle più note poesie di Pier Paolo Pasolini, scritta nel 1961, “Alla mia nazione”. Il testo non può lasciare indifferenti, ricco com’è di una carica emotiva e di un pathos che aumenta verso dopo verso, in una descrizione minuziosamente brutale dell’Italia degli anni Sessanta. È una poesia atipica, non certo per il tono da invettiva, frequente in molti scritti del poeta, quanto per l’estrema tragicità considerata la sua collocazione cronologica. Sono gli anni di “Accattone” e di “Mamma Roma”, gli anni in cui nonostante la perpetua critica alla borghesia italiana e alla società dei consumi, il poeta trova ancora una consolazione nell’ingenua bontà delle persone più povere e meno istruite, nel sottoproletariato romano e nella realtà contadina. Un pezzo di mondo rimasto vergine e incontaminato, fatto di cose semplici e di tradizioni (anche religiose), quel cosidetto “terzo mondo”, che per Pasolini si estende dalle borgate romane sino all’Africa meridionale. Un mondo disperatamente amato e visitato dal poeta, perché dispone ancora della possibilità di salvarsi dal potere brutale dei consumi, dall’industrializzazione, dall’omologazione, in nome di una salvezza che oramai l’Italia ha da tempo perduto irrimediabilmente1. La poesia “Alla mia nazione” non è difatti un’invettiva indirizzata a tutta la società italiana, come avevano frainteso, prima i fascisti2, poi, innumerevoli altri commentatori che vi registravano un eclatante pessimismo cosmico. Si presenta invece come una critica mirata alla classe dominante borghese, a quegli “avvocatucci unti di brillantina”, ai “prefetti codini”, ai “funzionari liberali come gli zii bigotti”. La “nazione” che Pasolini critica è una nazione volutamente con la “n” minuscola, che non è “Patria” o “Stato” e nemmeno “Italia”; non ha nome, perché è una “classe dominante, ipocrita e disumana”, quella classe che prima ha assecondato il regime fascista e che ora ha prodotto il sistema della società dei consumi, ben peggiore del precedente perché molto più conformista3. In questa condanna univoca alla borghesia, Pasolini usa una crudezza e una violenza inusuale per quegli anni. Sembra di leggere un testo del 1974/75, cioè degli ultimi mesi di vita, quando appena prima di essere assassinato all’Idroscalo di Ostia, da mandanti ancora ignoti e impuniti, aveva abbracciato una sfiducia totale verso tutta la società italiana, rinnegando 1 Pier Paolo Pasolini, “Scritti Corsari”, 1962: “Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita.” 2 Pier Paolo Pasolini, “Vie Nuove”, articolo del 9 novembre 1961, in “Le belle bandiere”: “I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia (un epigramma intitolato Alla mia nazione) di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio […] La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana.” 3 Pier Paolo Pasolini, “La forma della città”, 1973: “Allora io penso questo, che il Fascismo, il regime fascista non è stato altro in conclusione che un gruppo di criminali al potere, e questo gruppo di criminali al potere non ha potuto in realtà fare niente, non è riuscito ad incidere nemmeno a scalfire lontanamente la realtà dell’Italia […] Ora invece succede il contrario; il regime è un regime democratico ecc ecc, però quella acculturazione, quella omologazione che il Fascismo non è riuscita assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, il potere della civiltà dei consumi invece riesce a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato. E allora questa acculturazione sta distruggendo in realtà l’Italia, e allora io posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere di questa civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che in fondo non ce ne siamo resi conto. E’ avvenuto tutto in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni...è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi, sparire, adesso risvegliandoci forse da questo incubo e guardandoci intorno ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.” 9

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l’amore per il mondo contadino, arrivando al punto di abiurare i film gioiosi della “Trilogia della Vita” per produrre dei film-condanna come “Salò”4, fino a declamare la sua repulsione per il mezzo televisivo e per l’imbarbarimento dei giovani. I ragazzi delle borgate romane o i loro cugini del Meridione, i figli dei proletari, sono ormai me- scolati con i loro fratellastri borghesi. Contadini, operai, studenti, impiegati e dottori, fra tutti questi soggetti non si percepisce più nessuna distinzione esteriore, perché sono diventati tutti soltanto dei “consumatori”. Pasolini condanna questi figli, e contemporaneamente condanna sé stesso come “padre ideale” di tale generazione, ma specifica che la sua non è esattamente una condanna, quanto piuttosto una “cessazione di amore” verso le nuove generazioni in cui non riesce più a credere5. Questa perdita di speranza anche negli individui a lui più cari, rappre- senta per Pasolini una progressiva morte intellettuale e spirituale, aggravata dall’angoscia di non essere compreso. Già in un’intervista del 1969 affermava di non poter più scrivere perché aveva “perso il destinatario” dei suoi scritti6. Successivamente dichiarerà più esplicitamente “La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi”7. Il decesso fisico del corpo del poeta con l’assassinio il 2 Novembre 1975 è solo un certificato di morte che attesta una fine già annunciata in tutta la poetica dell’intellettuale italiano. La poesia “Alla mia nazione” è cupa, violenta e priva di speranze come l’ultimo decennio di vita del poeta8. Non invoca un cambiamento, non crede in una redenzione o in una cura. Essendo la 4 Pier Paolo Pasolini, “Abiura dalla Trilogia della Vita”, in “Lettere Luterane”, 1975: “Io abiuro dalla Trilogia della vita, benché non mi penta di averla fatta […] I giovani e i ragazzi del sottoproletariato romano - che son poi quelli che io ho proiettato nella vecchia e resistente Napoli, e poi nei paesi poveri del Terzo Mondo - se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano: erano quindi degli imbecilli costretti a essere adorabili, degli squallidi criminali costretti a essere dei simpatici malandrini, dei vili inetti costretti a essere santamente innocenti, ecc. ecc. Il crollo del presente implica anche il crollo del passato. La vita è un mucchio di insignificanti e ironiche rovine.” 5 Pier Paolo Pasolini, “I giovani infelici” in “Lettere Luterane”, pubblicato postumo nel 1976: “Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna. I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine – cioè oggi, primi giorni del ‘75 — il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una «cessazione di amore»: cessazione di amore, che, appunto, non da luogo a «odio» ma a «condanna» […] Se io condanno i figli (a causa di una cessazione di amore verso di essi) e quindi presuppongo una loro punizione, non ho il minimo dubbio che tutto ciò accada per colpa mia. In quanto padre. In quanto uno dei padri. Uno dei padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine.” 6 Pier Paolo Pasolini, “Quasi un testamento”, pubblicato postumo su Gente il 17 novembre 1975: “No, non scrivo più poesie da due o tre anni. Questo non me lo sarei mai aspettato. Ho cominciato a scrivere infatti a sette anni d’età, e ho scritto senza interruzione fino appunto a due o tre anni or sono. Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia”. 7 Pier Paolo Pasolini, “Una disperata vitalità” in “Poesie in forma di rosa”, 1964. 8 Pier Paolo Pasolini, “Un fatale modo d’essere” in “Il Caos”, pubblicato su Tempo il 28 giugno 1969: “Medito nuovamente di cercare un’altra nazionalità, che mi “liberi” da questo dolore tutto sommato impuro e ingiustificato. Se non credo più nella possibilità di interventi sia personali che collettivi (i partiti, i movimenti) per fare qualcosa contro quel Qualcosa di fatale che è il modo di essere di una nazione (ignorante, provinciale, volgare, riduttiva, vecchia, terroristica, ingiusta), non sono tuttavia così saggio da adattarmi a questa idea. D’altra parte non si è mai saggi nelle situazioni in cui è in ballo l’amor proprio. I giornali italiani offendono il mio amor proprio. Così lontano da tutto (per caso, come si muore) sento quanto io sia un cattivo servitore di quella verità che non ha né deve avere un briciolo di pietà.” 10

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società borghese il “male di tutti i mali”, l’unica soluzione possibile per Pasolini è il suicidio stesso di tale società, che invoca con lo sprofondamento nel mare in un finale apocalittico che pare la trasposizione scritta di certe incisioni di Albrecht Dürer o di certe pitture di Hieronymus Bosch. L’immaginario che continua a scatenare il testo rimane tutt’oggi vasto. Se alcune descrizioni della “nazione” possono sembrare datate e non attuali, altri spunti e modi d’essere dei personaggi sono rimasti immutati e ci dimostrano come questa poesia possa ancora raccontare una parte del nostro paese. Probabilmente gli “impiegati di agrari” non esistono più, come sono assai rare le “case coloniali scrostate ormai come chiese”; tuttavia la definizione più ampia “terra di infanti, affamati corrotti” si adatta bene ai nostri tempi e, senza troppi rischi, si adatterà pure ad altri probabili futuri prossimi. Pure l’interessante lista di luoghi fisici, edifici e spazi pubblici, usata come pretesto per descrivere la nazione, sembra in parte ancora attuale: “una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino”. Con estrema sintesi Pasolini mette in fila il luogo del potere militare e delle forze dell’ordine, il luogo di formazione del clero, quello di riposo e svago domenicale dell’italiano medio, il luogo della sessualità proibita e dell’evasione dalla vita quotidiana. Oggi forse tramuteremmo il bordello in qualche altro posto di trasgressione e aggiungeremmo alla lista sicuramente un centro commerciale, ma per il resto molte abitudini e usi degli italiani sono rimasti identici. Per tutti questi fattori è utile interrogarsi su quanto ci sia ancora di attuale ne “Alla mia nazione” e quanto invece sia cambiato di quella società. L’epoca del regime dei consumi, che Pasolini aveva intuito e denunciato precocemente, oggi è una condizione accettata. La mercificazione che il potere fa dei corpi (quell’anarchia del potere declamata in “Salò”) è anch’essa realtà; le bassezze quotidiane di adolescenti in fila per provini tv, reality show e altri grotteschi esempi di inconsapevole “servitù volontaria” non fanno che confermarcelo. E pure l’indifferenza di una nazione che mai coralmente accetta il diverso e “l’altro” rimane identica. Negli anni Sessanta con i meridionali sbeffeggiati e umiliati al Nord, oggi con i migranti trattati come bestie anche dagli stessi individui del Sud che un tempo cercavano una dignità propria. Ebbene forse non la meritano, come non la meritiamo noi. L’indignazione mai totale di fronte a episodi come le violenze del G8 di Genova e i pestaggi della Diaz è identica a quell’indignazione mancata che Pasolini recriminava agli italiani di fronte a tragedie come la Shoah: “neppure sul sangue dei lager tu otterrai, da uno dei un milione di anime di questa nazione, un giudizio netto interamente indignato”9. È inutile avere speranze in una nazione che così ciclicamente nella storia si ripete nei suoi errori. Risulta difficile credere in grandi cambiamenti, rivoluzioni o prese di coscienza collettive. È possibile però provocare piccoli spaesamenti, guerriglie (intellettuali e pratiche) quotidiane, provocazioni leggere che possono insinuarsi nelle teste delle persone e che, con il tempo forse, potranno riaffiorare rinvigorite in mutevoli forme. È possibile disperdere messaggi e idee tra la folla come semi nei campi e aspettare con pazienza il raccolto primaverile auspicando un inverno non troppo rigido. È oggi indispensabile osservare e comprendere questa “nazione”, e per farlo si può partire, con molta calma, cinquanta anni indietro, da questo scritto di Pier Paolo Pasolini. Il poeta si pone la domanda “e cosa sei?” rivolta alla sua terra, e comincia a pensarla e descriverla. Noi possiamo riprendere da qui e domandarci e domandarle: E cosa sei? 9 Pier Paolo Pasolini, “La Guinea” in “Poesia in forma di rosa”, 1964. 11

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PREMESSA AL VOLUME Il volume si presenta come una “raccolta di documenti” suddiviso in quattro sezioni: “GENESI” raccoglie in ordine sparso i fogli di studio, gli schizzi e bozzetti, le citazioni artistiche e vari scritti o estratti di testi di Pier Paolo Pasolini utilizzati per la creazione del progetto. “APOCALISSE” presenta le opere che compongono il “Polittico della nazione” analizzate separatamente. “EPIFANIA VOLGARE” contiene un reportage fotografico parallelo sull’esposizione ufficiale delle opere in galleria e sull’attacchinaggio non autorizzato dei poster in strada. “SCRITTI” raccoglie i contributi di Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Claudia Corti, Simone Pallotta, Ufocinque, 108 e l’intervista di Ivana De Innocentis a Guerrilla Spam. Alla mia nazione (primo bozzetto del trittico) china e matita su carta, 29 x 21, 23 febbraio 2015 12

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PREMESSA AL PROGETTO Il progetto “Alla mia nazione” nasce nel gennaio 2015. Il 23 febbraio 2015 viene realizzato il primo bozzetto di un trittico che illustra la poesia di Pier Paolo Pasolini. Nel settembre 2015, insieme a Galo, noto writer e artista italiano, si inizia a pensare ad un’esposizione nella sua galleria d’arte torinese, Galo Art Gallery, con la volontà di portare in mostra il progetto “Alla mia nazione” basato sul testo in versi di Pasolini. A giugno 2016 si realizza l’esposizione del progetto “Alla mia nazione” con opere inedite dipinte ad olio esposte in galleria e un assemblaggio, con tutti i lavori stampati in scala reale, affisso in modo non autorizzato nelle strade di Torino. Il contenuto dell’intero progetto descrive la società italiana, analizzata a partire dagli anni Sessanta sino ad oggi. Sono illustrate le descrizioni della “nazione” fatte da Pasolini nella poesia del 1961, trasposte alla lettera per immagini pittoriche, anche con voluti fraintendimenti creativi1. Si affrontano poi tematiche attuali di vario genere, come le abitudini e gli usi dell’italiano medio, credenze e superstizioni contemporanee, l’uso che la politica fa del potere, l’influenza delle gerarchie ecclesiastiche, degli intellettuali, le dinamiche consumistiche, i flussi migratori, la produzione dell’informazione. I rimandi stilistici partono dall’immaginario grottesco e surreale, anche ricco di metafore e allegorie, di autori come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel (presi in prestito peraltro anche da Pasolini2), sino a toccare numerosi altri artisti come Albrecht Dürer, Pontormo, Rosso Fiorentino, Francisco Goya, Simone Martini, Otto Dix, Jacques Callot, Max Ernst, Giotto, Malevič, Diego Rivera, William Blake e Marcel Duchamp, dei quali varie citazioni, più o meno esplicite, sono inserite nei dipinti. Anche rimandi a cineasti come Ettore Scola, Alejandro Jodorowsky, George Romero o lo stesso Pier Paolo Pasolini trovano posto nelle raffigurazioni. 1 Molte descrizioni fatte da Pasolini nella poesia sono così vivide da sembrare già delle vere e proprie illustrazioni raccontate a parole. I “prefetti codini” sono stati trasposti letteralmente nel trittico con un voluto fraintendimento creativo che ha inteso i “codini” nel significato di trecce di capelli e non nell’accezione intesa da Pasolini, ovvero “codini” come persone retrograde, reazionarie, avverse a ogni forma di innovazione. Il termine dispregiativo deriva dalla capigliatura portata in Francia dai partigiani del re durante la Rivoluzione francese e la Restaurazione. Il fraintendimento creativo, consapevole o meno, è stato praticato abitualmente da molti artisti; Picasso, negli anni Venti, vedeva segni fisiognomici e significati sessuali del tutto privi di veridicità nella morfologia delle statuette e maschere africane, allora d’interesse nei circoli artistici parigini. La raffigurazione del “prefetto codino” si trova all’interno del trittico nello scomparto destro. 2 I rimandi artistici che Pasolini inserisce nelle sue opere cinematografiche sono innumerevoli. Piero della Francesca, Mantegna, Rosso Fiorentino, Pontormo e Giotto, sono solo alcuni dei principali artisti più volte citati attraverso inquadrature pensate come trasposizioni fedelissime, vivaci e coerenti. Lo stesso autore affermava “Il mio gusto cinematografico, non è di origine cinematografica, ma figurativa [...] E non riesco a concepire immagini, paesaggi composizione di figura, al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica [...] Quindi quando le immagini sono in movimento, sono in movimento un po’ come se l’obbiettivo si muovesse su loro come sopra un quadro”. Anche i pittori fiamminghi erano di notevole interesse per il poeta. In “Che cosa sono le nuvole?” il copricapo del personaggio Branzino riprende il “Ritratto di uomo con turbante rosso” di Jan van Eyck; nel “Decameron”, si colloca una sequenza di un minuto articolata come un tableau vivant, composta da un misto di dettagli tratti da alcune opere di Pieter Bruegel: “Lotta tra Carnevale e Quaresima”, “Il paese della Cuccagna”, “Il trionfo della Morte” e “Giochi di Fanciulli”. Anche nei “Racconti di Canterbury” si ritrovano citazioni a Pieter Bruegel, con frammenti delle opere “Proverbi fiamminghi” e “La conversione di San Paolo”. 13

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I GENESI SCRITTI - ICONOGRAFIA - DISEGNI 15

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