Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 2 del 2016

Popular Pages


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Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Spedizione in abbonamento Postale - iscrizione al R.O.C. 7478 del 29/08/1991 - Autorizzazione Tribunale Genova n.7 del 1969 Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 2 del 2016 ClubRIAlpino VIItaliano STA della SEZIONE LIGURE

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE del Club Alpino Italiano Novembre 2016 Sommario www.cailiguregenova.it redazione@cailiguregenova.it DIRETTORE EDITORIALE Paolo Ceccarelli DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Stefania Martini Marina Moranduzzo Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi IMPAGINAZIONE e GRAFICA Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Bi.Ci.Di. Genova Molassana In copertina: Sulle nevi dell'antica Persia. Foto G. Papini In questa pagina: Inverno al Bric Guana. Foto R. D'Epifanio Tiratura 3000 copie. Numero chiuso in data 10.09.2016 Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Editoriale 3 Salviamo il Rifugio Questa Paolo Ceccarelli la grande montagna 4 Sulle nevi dell’antica Persia Guido Papini Cronaca Alpina 12 Si fa presto a dire PD Andrea Parodi sacco in spalla 16 Dopo ogni curva Francesco La Spina Cravasco, scalare per gioco Christian Roccati El Camino Primitivo Rita Martini scuole E gruppi 30 La traccia Giangi Fasciolo Il fondo che non c’è più Romano Calvillo AMBIENTE E TERRITORIO 36 Sui torrenti delle Alpi Simone Ardigò imparare dal passato 40 L'Alta Via della Grande Guerra Marcello Cominetti personaggi 44 Elegia per Giorgio Alberto Paleari, Paolo Gardino Universo cai 48 Bivacco Arnaldo Bellani Angelo Farinola La convenzione CAI - Regione Liguria Gianni Carravieri In biblioteca 52 Intorno al Monviso Recensione di Marina Moranduzzo K2, il rientro a Genova Maria VIttoria Elena QUOTAZERO 56 Notiziario della Sezione Ligure

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Rivista della Sezione Ligure 1/2016 2 ‘Progettando future salite'. Alta val Badia, con lo sguardo sul gruppo del Sella. Foto S. Martini

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Editoriale Salviamo il Rifugio Questa Paolo Ceccarelli T alvolta mi sembra di avere in mano degli strumenti spuntati. Mi sento impotente di fronte a certi problemi che probabilmente rimarranno irrisolti pur avendoci lavorato sopra per tutti e quattro gli anni della mia Presidenza. Leggo nell’Annuario sezionale del 1957 (“Storia della sezione Ligure nei suoi primi 50 anni” a cura di B. Figari): “In quello stesso anno 1923 la Sezione aveva portato a felice conclusione la trattativa con l’Autorità Militare per la cessione di un vecchio ricovero militare in muratura al Lago delle Portette (m. 2350) sopra il piano del Valasco ... (omissis) ... . Nell’anno successivo si procedeva ai necessari lavori di riparazione e all’arredamento per adibirlo a rifugio e se ne fece l’inaugurazione il 28 Giugno 1925 ... ecc.”. Questo è l’atto di nascita del rifugio Emilio Questa. È mai possibile che dopo quasi 100 anni di gestione continuativa del CAI Sezione Ligure, avendo provveduto a numerose ristrutturazioni ed ospitato migliaia e migliaia di alpinisti ed escursionisti, sia ancora in discussione se il CAI ha diritto o meno all’utilizzo di questa struttura? Impedimenti legali e difficoltà burocratiche di ogni tipo rendono praticamente impossibile dar corso a quei lavori di ristrutturazione di cui il rifugio ha assoluta necessità per continuare ad assolvere al suo ruolo di struttura destinata all’accoglienza ed alla sicurezza di alpinisti ed escursionisti in un sito di rara bellezza. C’è chi rivendica la proprietà di tutto il vallone del Valasco, compresa l’area su cui è costruito il rifugio. Le Autorità civili e militari sono impotenti. Da decenni ormai si intrecciano intimazioni legali, ricorsi al TAR, cause civili e nel frattempo il rifugio va a pezzi, la piccola manutenzione non è più sufficiente e la qualità dell’ospitalità che il pur volonteroso gestore può offrire è pesantemente condizionata dalle carenze della struttura, provocando talvolta malumori e proteste degli ospiti. Se non si giungerà rapidamente ad una svolta di tutta questa vicenda, il rifugio dovrà essere chiuso con un danno incalcolabile per tutti i frequentatori di questo lembo meraviglioso della Alpi Marittime, base di partenza di tante salite alpinistiche e posto tappa irrinunciabile per chi percorre le numerose traversate a piedi o a cavallo. 100 anni sono 100 anni! È ora di finirla! Non stiamo parlando di un grande albergo sulla Costa Azzurra, che può muovere interessi economici enormi, ma di una modestissima struttura ricettiva di limitate dimensioni sperduta su una montagna a 4 ore di cammino dal centro abitato più vicino. Tutti i protagonisti di questa vicenda devono mettersi una mano sulla coscienza e fare un passo indietro, sedere attorno ad un tavolo abbandonando ogni presunto diritto e riconoscere al Club Alpino Italiano la possibilità di continuare a gestire per altri 100 anni il rifugio con la dignità che gli compete. Il gestore del rifugio, Flavio Poggio, ha lanciato una petizione in tal senso raccogliendo in poco tempo oltre 500 firme; invito tutti i lettori di questa rivista ad andare sul sito del rifugio, www.rifugioquesta.it, e continuare a firmare facendo sentire forte e chiara la voce di quanti amano la montagna. Dobbiamo arrivare a 1.000, 2.000 firme per incidere sulla coscienza di coloro i quali possono imprimere una svolta a questa vicenda rinunciando ad improbabili, piccoli interessi di bottega che trovano alimento nelle pastoie della burocrazia e nei suggerimenti degli azzeccagarbugli. Chi vorrà potrà anche esprimere liberamente la propria opinione con una e-mail all’indirizzo rifugi@cailiguregenova.it. Nel prossimo numero della rivista daremo spazio agli interventi più significativi. Excelsior! editoriale 3

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Iran Sulle nevi dell’antica Persia Guido Papini Rivista CAI Ligure 2/2016 Q uando leggo su una rivista le critiche di qualche 'vecchio alpinista' verso chi, spostando la competizione Montagna di Genova, e il mio amico torinese Nico Marini, compagno di tante salite. La scelta della destinazione tra i monti dall’apertura di nuovi itinerari ai tempi di Elburz, dominati dallo splendido vulcano percorrenza su vie note, ha di fatto snatura- Damavand, a nord di Teheran, ed i selvaggi to l’essenza stessa dell’alpinismo, mi sento Zagros, nell’Iran centrale, ancora quasi com- in genere di condividerle, perché gli occhi pletamente inesplorati, ricade su questi ul- dell’alpinista è giusto brillino per la ricerca timi. Sia perché danno la possibilità di fare d’avventura, per nuovi orizzonti da scrutare, del vero scialpinismo esplorativo, in luoghi non per il luccicare del cronometro, che pure dove in pochissimi sono passati con gli sci tiene in conto per ragioni di sicurezza, ma e la cartografia di base praticamente non non certo fini a se stesse. Però, qualcuno esiste, sia per la stagione che dovrebbe con- potrebbe obiettare: ormai tutto è stato sco- sentire di trovare condizioni migliori. Fare- perto, la corsa alle nuove vie è finita, gli oriz- mo base a Chelgerd (circa 2300 m), ai piedi zonti da traguardare sono stati raggiunti, lo del gruppo montuoso degli Zhard Khou, una spazio per l’avventura si è ridotto… è proprio sezione degli Zagros particolarmente inte- vero? L’esperienza scialpinistica che ho vis- ressante per l’imponenza delle vette, alcune suto lo scorso mese di marzo in Iran, l’antica delle quali superano i 4000 m, e per la con- Persia, mi ha convinto che queste obiezioni formazione a valloni ed ampi pendii, molto sono un luogo comune e che in giro per il adatta allo scialpinismo. La scelta è in realtà mondo c’è ancora tanto da esplorare e da dettata soprattutto dal fatto che Chelgerd è scoprire. l’unica località ai piedi delle montagne dota- In Iran ero già stato otto anni fa per un ta di qualche struttura ricettiva. giro turistico che mi aveva lasciato un otti- Enrico si occupa fin dall’inizio di tenere i mo ricordo, del Paese e della straordinaria contatti con un referente locale, Majid, che accoglienza ed ospitalità dei suoi abitanti, a oltre ad essere proprietario di un’agenzia è dispetto dell’ostracismo inflitto dal mondo uno dei pochissimi iraniani a praticare scial- occidentale in ragione della dittatura isla- pinismo. Di lui abbiamo buone referenze da mica che dal 1979 affligge il Paese. Il buon parte di un gruppo di Frascati che aveva ini- ricordo degli iraniani si accompagnava alla ziato l’esplorazione scialpinistica degli Za- memoria di un paese con straordinarie ric- gros nel 2004 e ne aveva lasciato relazione chezze storico-culturali, che ancora non sulla Rivista nazionale del CAI (marzo/apri- aveva conosciuto il turismo di massa. Era le 2005) e dall’amico veneziano Alvise che, novembre quando andai laggiù e, tornando l’anno prima, aveva scalato con lui il Dama- verso l’aeroporto per rientrare in Italia, ricor- vand. do che osservai ininterrotte catene montuo- Le poco dettagliate mappe iraniane (scrit- se, di fronte alle quali mi chiedevo “chissà te in parsi!), gli approssimativi schizzi che come saranno con la neve?”. Ecco perché, ci invia Alberto Sciamplicotti e le foto e re- quando a gennaio l’amico Enrico di San lazioni che ci fanno pervenire alcuni amici Marino lanciò l’idea di un viaggio scialpini- veneziani sono tutto quello che abbiamo! stico in Iran, l’adesione fu entusiastica fin Difficilmente riusciremo a reperire ulteriori dall’inizio, anche perché eravamo un gruppo informazioni. Per me, che sono abituato a ben collaudato. Al sottoscritto, a mia moglie viaggiare con numerose mappe nello zaino, Paola e ad Enrico si uniscono infatti Fabio, è un’esperienza nuova che ha il suo fascino! genovese emigrato a San Marino conosciu- Visto che i giorni a disposizione sono ap- to grazie alla frequentazione della Giovane pena nove, decidiamo fin da subito di dare 4

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la grande montagna In salita verso il Dozardeh, con alle spalle l'immensa valle del Kourang Paola inizia la discesa nel vallone sotto al Dozardeh 5

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precedenza all’esplorazione scialpinistica, dicano chiaramente la buona conservazione alla quale dedicheremo sei giornate, mentre della neve sui pendii meno esposti al sole! nelle restanti visiteremo una parte del Pa- Con Majid non è facile comunicare: il suo ese, facendo delle tappe lungo la strada di inglese è stentato (il nostro pure!). Nascono rientro a Teheran, in particolare ad Esfahān , alcune incomprensioni sulla sistemazione la città più bella dell’Iran. a Chelgerd, dapprima prevista in un locale I giorni precedenti la partenza sono un po’ spoglio e spartano praticamente con tappe- concitati, per i preparativi innanzi tutto, in ti al posto dei letti e unico bagno esterno! quanto dovremo essere autonomi su tutto e Dopo opportuna negoziazione, ci trasferia- quindi occorre valutare se, oltre a racchette mo nei locali degli insegnanti della vicina e pelli di ricambio, sia opportuno portare an- scuola, lasciati liberi in occasione delle va- che sci di ricambio! Ma altresì per le tensioni canze per il Capodanno persiano. Visto che trasmesse da amici e parenti che si stupi- faremo base qui per sei giorni, un minimo scono della nostra scelta di vacanza in un di comfort non guasta. Appianate le proble- la grande montagna momento di massima frizione col mondo matiche logistiche, ci concentriamo sullo islamico; cerco di mantenere un atteggia- scialpinismo. La neve è presente, ma par- mento tranquillizzante visto che, al di là dei tendo da Chelgerd occorrerà portare gli sci luoghi comuni, stiamo andando in un Paese a spalle per un po’ e, nel successivo attraver- dove il rischio terrorismo è zero e il tasso di samento di valloni, non siamo sicuri che sia criminalità è uno dei più bassi al mondo! continua. L’orografia della zona è comples- Il 18 marzo si parte! Arriviamo in piena sa, le distanze notevoli, per salire sulle vette notte all’aeroporto internazionale di Tehe- della catena principale dello Zhard Khou è ran e ci rendiamo davvero conto dove siamo necessario scavalcare la più bassa e ondu- giunti quando, ancora sull’aereo, all’annun- lata catena del Korkonan e poi attraversare cio dell’atterraggio, vediamo donne belle, l’immensa valle del Kourang con guadi di eleganti e con lunghe chiome tirare fuori fiumi presumibilmente problematici. Majid è elaborati foulard con i quali legano i capel- uno dei pochi iraniani che hanno avuto occa- li, facendoli sparire sotto di essi; Paola le sione di muoversi con gli sci in questi terri- osserva per imparare come si fa. Questo è tori remoti, ma non si può certo dire che ne solo uno degli aspetti, forse il più evidente abbia una conoscenza approfondita: le sue ma certamente non il più rilevante, dei limi- indicazioni su tempi e dislivelli sono molto ti imposti dal potere politico e religioso, un vaghe e spesso non corrispondono alle in- simbolo di integralismo che agli occhi del dicazioni che abbiamo dalle scarne mappe mondo rende l’Iran una nazione pericolosa, e relazioni che ci hanno fornito gli amici ita- aggressiva e retrograda, un pericolo per l’u- liani. Una cosa è certa: la portata dei torren- manità, nascondendo la realtà di un popolo ti in questa stagione è tale da sconsigliare di alta civiltà, gentile, ospitale, curioso e de- l’attraversamento dei fiumi dove non siano sideroso di aprirsi al mondo esterno. presenti i rari ponti. Facciamo la conoscenza di Majid e inizia- La certezza dell’esistenza di un ponte mo con lui il lungo trasferimento in pulmino presso una diga nella valle del Kourang, ci verso l’Iran centrale: attraversiamo ambienti induce a scegliere come prima meta il Koul- aridi e assolati e cominciamo a chiederci se e-Kadang (3445 m), del quale abbiamo una troveremo la neve sugli Zhard Khou! Ovvia- relazione del gruppo di Frascati. Velocemen- mente non esistono 'bollettini valanghe' in te scavalchiamo il Korkonan a circa 2770 Iran, le uniche informazioni che abbiamo metri di quota, scendendo sull’altro versante sono di generiche "nevicate abbondanti in in parte per un canale innevato e in parte a Medio Oriente” a dicembre, che ci avevano piedi per terreno roccioso. Superato il pon- ovviamente riempito di speranza, ma che te a quota 2410 m (dove Fabio si cimenta sarebbero state tutte da verificare! Dopo in evoluzioni da provetto pescatore per re- diverse ore di viaggio, si comincia a salire cuperare la racchetta che gli è scivolata in verso le montagne ed ecco che, dietro una acqua!), la neve è continua e saliamo per un curva, finalmente scorgiamo dei simpatici lungo vallone in falsopiano che si addentra 6 collinoni zebrati, dove le strisce bianche in- nel cuore dell’imponente catena principale

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Sul pianoro che segue il bivacco a quota 3422 m la grande montagna dello Zhard Khou, dove molte vette superano i 4000 m di altezza. Entriamo in un bellissimo vallone secondario, circondato da quinte di roccia montonata risalendo fino ad un passo a quota 2934 m. La giornata è limpida e fredda, ma il vento è in aumento e gli sbuffi sulle creste ci fanno capire che in quota è già molto forte. Sopra il colle il pendio si fa via via più ripido e la neve non è più primaverile ma diventa fresca e ventata. Quando le raffiche aumentano ancora, decidiamo di scendere con una magnifica discesa nei due valloni iniziali fino al ponte. Risaliti sulla dorsale del Korkonan, lascio che lo sguardo spazi libero per l’enorme distesa di picchi rocciosi e valloni innevati della catena principale, in particolare verso l’appuntita vetta dell’Haftanan, di oltre 4200 m, con la bella dorsale che si staglia contro il cielo: laggiù, oltre il pianoro, un tortuoso vallone a “S” sale dritto fino a sotto il culmine, sembra un itinerario logico, ideale, sicuramente mai percorso da nessuno con gli sci, e la dimensione del viaggio entra in quella, irrinunciabile, del sogno, di un obiettivo che dia soddisfazione a se stessi e al gruppo. La prima uscita sulle montagne iraniane ci aveva messi a dura prova: le grandi distanze, il cospicuo dislivello, il vento sferzante, il terreno fangoso della risalita a piedi, tutto questo ci induce ad una programmazione prudente per le giornate successive, perché il microclima di queste montagne appare ben più ostile dell’eterna estate che regna sull’arido altopiano persiano e l’isolamento dei luoghi non consentirebbe aiuti esterni in caso di problemi. Il giorno successivo il tempo è brutto: pioggia e vento forte. Non sappiamo se fidarci delle previsioni di dettaglio sulla nostra zona fornite dal sito internet “AccuWeather” che, operando su scala mondiale, utilizza senz’altro modelli matematici di dubbia affidabilità. Ovviamente non ci sono previsioni meteorologiche di operatori locali. AccuWeather prevede brutto tempo per due giorni, una giornata di tempo variabile, e a seguire due giorni di tempo bello e stabile. Non sappiamo se per caso, ma queste previsioni si riveleranno assolutamente corrette. Trascorriamo la prima giornata di maltempo ad ambientarci, facciamo conoscenza 7

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La Piazza di Esfahān la grande montagna con turisti iraniani, con abitanti di Chelgerd, inducono a muoverci un po’, anche per verifi- i negozianti, il simpatico fornaio e i suoi gio- care le condizioni della neve dopo la pertur- vani aiutanti che ci offrono il pane appena bazione che ha imperversato tutta la notte. sfornato, tutti affascinati e incuriositi dal Risaliamo i pendii del Korkonan, raggiun- fatto di poter interagire con degli 'occiden- gendo la vetta dove avevamo scollinato due tali'. Molti chiedono di fare una foto con giorni prima. Da lì ci lanciamo in una piace- noi! In genere, nel visitare un Paese con usi vole discesa lungo uno dei numerosi cana- e costumi diversi dai nostri, è il turista oc- loni che puntano verso Chelgerd: la neve cidentale a caccia di istantanee, con il dub- recente ha creato uno strato umido in su- bio che ciò gli sia permesso senza irritare perficie e la sciata è divertente! Ripelliamo i locali; qua invece, non esistendo ancora il per risalire una seconda vetta tondeggiante turismo di massa, è il contrario e i soggetti a quota 2800 dove veniamo sferzati da un da immortalare siamo noi! Nel tardo pome- vento fortissimo: da lì vediamo la catena riggio facciamo visita a una famiglia, amici principale avvolta nella tempesta con nuvo- di Majid, che ci accoglie in una piccola, co- le gonfie sospinte dal vento, uno spettacolo lorata e pulitissima casa: ci offrono il tè in- suggestivo! Seconda discesa lunga un altro sieme a ogni ben di Dio. Il rito di sorseggiare bel canalone. il tè in compagnia prevede di stringere una Alla sera pianifichiamo i giorni successivi: zolletta di zucchero tra i denti e farvi passa- Majid propone di andare in una valle vicina, re la bevanda calda che lentamente scoglie presso il villaggio di Shariari, dove era stato lo zucchero. Sembra facile, ma occorre una a fare un paio di escursioni in sci con sua certa pratica! moglie e con un gruppo, perché pensa che là Il giorno successivo il tempo è ancora l’innevamento sia ancora migliore. Il vallone 8 brutto, ma al pomeriggio alcune schiarite ci sotto l’Haftanan, che avevamo adocchiato il

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primo giorno, non può essere preso in considerazione: le distanze sono enormi, bisognerebbe attrezzare un campo, con l’incognita di restare comunque bloccati dai fiumi in piena. Ci piacerebbe ritornare nella zona del Koul-e-Kadang, dove siamo stati il primo giorno, e magari prolungare l’esplorazione fino alla vetta del Dozardeh, posta di fronte al roccioso Kolonchien, la vetta più elevata del gruppo. Decidiamo di cominciare dalla nuova valle suggerita da Majid. Durante il trasferimento in auto giriamo intorno agli Zhard Khou, osservando innumerevoli valli e costoni innevati che costituiscono pendii ideali per lo scialpinismo, probabilmente mai percorsi da nessuno, anche perché l’impetuoso torrente di fondovalle rende assai difficile l’accesso. Superato il villaggio di Shariari saliamo ad un passo dove la neve raggiunge la strada con ampie lingue. Questa volta partiamo sci ai piedi, il tempo è variabile, tra sole e nubi risaliamo bellissimi pendii. Scavalcata una dorsale, proseguiamo lungo uno splendido vallone, raggiungendo la cresta sommitale che percorriamo sci ai piedi fino a pochi metri dalla vetta. Il GPS segna 3680 m, il dislivello dalla partenza è di circa 1200 m. Le nubi che vanno e vengono ci nascondono a tratti la grandiosità del luogo, ma siamo tutti molto felici. La discesa è entusiasmante: ci lanciamo giù in spazi amplissimi. Nella parte bassa imbocchiamo, tra quinte di rocce innevate, un ripido canalone che ci deposita sulla strada un po’ più a valle del passo. Siamo ammirati e stupiti dalle potenzialità scialpinistiche di questi monti dove non viene nessuno! Il giorno dopo il tempo è bellissimo: partiamo da Chelgerd sci a spalle, con l’intenzione di esplorare la zona dove eravamo stati respinti dal vento il primo giorno. Manca Nico, che continua a stare poco bene e a questo punto si limiterà alla parte turistica conclusiva, mentre Majid, poco dopo l’inizio della salita, ci dice che si sente molto stanco e rientra, dopo averci dato qualche indicazione sulla salita al Dozardeh. Proseguiamo in quattro e, tenendo un buon ritmo, arriviamo rapidamente al ripido pendio dove avevamo fatto dietro-front per il vento. La pendenza nell’ultimo tratto prima della cresta raggiunge i 35°, ma la neve è ottima e questa volta non c’è un filo di vento. Raggiunto il filo di cresta, la percorriamo brevemente e arriviamo presso un curioso bivacco in metallo, posto in magnifica posizione panoramica a quota 3422. Dopo breve sosta ristoratrice, proseguiamo lungo un vasto pianoro, lasciando a sinistra il modesto cocuzzolo del Koul-e-Kadang. Arrivati alla base del pendio indicatoci da Majid, proprio sotto la triangolare vetta, lo vediamo molto martoriato dal caldo, con profonde rigole, decidiamo pertanto di effettuare un giro più largo a sinistra, per poi risalire in cresta. Raggiunto il filo di questa seconda cresta, lo seguiamo a destra in direzione della vetta, l’ambiente è selvaggio, il panorama vastissimo verso le montagne innevate e l’arido altopiano persiano in lontananza; la cresta, sempre percorribile con gli sci ai piedi ma in alcuni tratti molto sottile, non ha nulla da invidiare a molte famose creste delle Alpi (solo che da noi spesso c’è coda, mentre qua siamo probabilmente i primi salitori di questo itinerario!). Raggiungiamo la vetta, il GPS segna 3806 m. L’ora comincia a farsi tarda, ma oltre un piccolo colle, osserviamo un altro cocuzzolo che sembra decisamente più alto, in breve vinciamo la stanchezza e raggiungiamo anche questo, a 3871 m. Ci facciamo i complimenti, scattiamo alcune foto, tutti contenti della bella impresa, diciamo una preghiera di ringraziamento per la bella giornata. Il panorama è vastissimo, proprio di fronte a noi si erge la piramide rocciosa del Kolonchien. Dal bivacco alla vetta il percorso è stato magnifico, ma molto tortuoso; affacciandoci sull’altro versante valutiamo possibile scendere in traversata a un colle e imboccare un ampio ripido vallone che dovrebbe calare direttamente sul bivacco con sciata senz’altro più remunerativa. Scendiamo allora sci a spalle lungo una ripida cresta rocciosa e in breve arriviamo ad un’ampia sella. L’ingresso del vallone è difeso da una cornice che non ci ispira fiducia, risaliamo allora un poco fino a trovare un passaggio dove la cornice appare sicura. Enrico si lancia per primo, io scenderò per ultimo. La neve è fresca: immortalo Fabio mentre disegna armonicamente il pendio con l’emozionante consapevolezza che nessuno era ancora mai sceso da lì! Ripassiamo dal bivacco e poi ancora giù per ripidi pendii e per i due la grande montagna 9

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lunghi valloni, con un dislivello complessivo e che ci possano essere magnifiche mon- che alla fine sarà di 2220 m. Alla sera ritro- tagne che si estendono a perdita d’occhio viamo Majid e tutti insieme festeggiamo la praticamente inesplorate! Durerà? Non lo grande giornata! sappiamo. E non sappiamo neanche se spe- Il giorno dopo il tempo è nuovamente rarlo, perché l’Iran merita di uscire dall’iso- splendido e tanta è la voglia di sciare anco- lamento in cui la dittatura l’ha confinato e ra sui magnifici pendii degli Zagros: in fretta il suo popolo merita di avere le libertà e le e furia concordiamo con l’autista una dila- opportunità che finora gli sono state negate. zione del trasferimento a Esfahān al tardo Sono intanto sempre più convinto che, for- pomeriggio e ci dirigiamo nuovamente nella tunatamente, ci sarà sempre spazio per chi, zona del villaggio di Shariari. Ci fermiamo vagabondando a piedi o con gli sci in luoghi all’inizio della strada che conduce al pas- remoti, voglia dare sfogo alla sua sete di av- so e risaliamo il vallone fino ad un colle, da ventura!  dove un ripido ma breve pendio conduce su la grande montagna una panoramica sommità a quota 3294 m, Partecipanti: in fantastica posizione panoramica su tut- -- Guido Papini – CAI Ligure ta la sezione meridionale degli Zard Khou -- Paola Schifano – CAI Ligure e, in particolare, sulla vetta salita due gior- -- Enrico Masi – CAI San Marino ni prima (di entrambe le vette salite, Majid -- Fabio Marasso – CAI San Marino ci aveva detto che conservava un appunto -- Niccolò Marini – CAI Torino con i nomi locali ma, a distanza di mesi, ci ha fatto sapere che non è riuscito a reperire le informazioni!). La giornata è limpida e sostiamo a lungo in vetta per godere di quella sensazione di vastità e solitudine che spesso manca sulle nostre montagne. Da questo pulpito privilegiato osserviamo una distesa di bianche ondulazioni talmente vasta da lasciare a bocca aperta! In discesa scendiamo una serie di ripidi canali in condizioni perfette e poi ancora giù nel vallone su magnifico firn e pendenze ideali fino alla strada! Il tempo di rinfrescarsi, cambiarsi e salu- Salite effettuate: -- Quota 3300 m circa sulla cresta del Koul-e-Kadang -- Quote 2770 m e 2780 m sulla cresta del Korkonan -- Quota 3680 m nella valle del villaggio di Shariari -- Dozardeh East (3806 m) e Dozardeh West (3871 m) -- Quota 3294 m nella valle del villaggio di Shariari tare gli amici di Chelgerd, e siamo in viag- gio sulla strada di rientro verso l’altopiano iraniano, destinazione Esfahān, anche se avremmo davvero voglia di proseguire le no- stre scorribande in montagna! Ma le giornate di turismo non ci deludo- no. Majid ci affida ad Elham, una giovane e simpatica ragazza iraniana che ci racconta dell’Iran e ci guida alla scoperta di Esfahān, con le sua sontuosa piazza, la seconda più grande del mondo, le sue splendide mo- schee e il suo ricco bazar. E poi Kashan, con le sue case storiche, gli hammam e i giardi- ni e di Abianeh, case rosse aggrappate alla roccia. E in ogni luogo ci sono ulteriori oc- casioni di conoscere persone e di sperimen- tare la gentilezza e l’ospitalità degli iraniani! Sembra davvero incredibile che ancora oggi possano esistere luoghi così splendidi 10 al di fuori dai circuiti del turismo di massa

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La prima parte della cresta del Dozardeh Est la grande montagna 11

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Rivista CAI Ligure 2/2015 Alpinismo e difficoltà Si fa presto a dire PD Andrea Parodi N on è vero che l’alpinismo medio non esiste più, come aveva scritto qualcuno tempo fa sulla rivista del CAI centrale. Certo, qualcosa è cambiato: una volta il limite massimo era il sesto grado, adesso i migliori sono arrivati al dodicesimo… È logico quindi che le vie di sesto, debitamente attrezzate con spit, oggi siano percorse dagli alpinisti medi. Tuttavia anche le classiche di terzo e quarto grado e le normali di molte cime sono ancora frequentate, alcune più che nel passato. Forse ciò che oggi si trova di meno rispetto a prima è lo spirito di avventura, l’accettazione del rischio che la montagna comporta. Gli spit hanno fatto la loro comparsa anche su vie che cent’anni fa erano state aperte senza chiodi (vedi la storica De Cessole al Corno Stella) e per gli stessi, dichiarati ‘motivi di sicurezza’, molte vie normali (ad esempio sul Corborant, su Rocca la Meja, sulla cima sud dell’Argentera) sono state attrezzate nei punti più ostici con cavi e catene. Oggi le relazioni degli itinerari alpinistici si trovano su internet, addirittura aggiornate in tempo reale come sul noto portale www. gulliver.it. Certo, su internet si trovano solo le relazioni delle vie più gettonate, più alla moda: c’è tutto un mondo di vie, specie quelle di secondo e terzo grado, che, quello sì, è caduto nell’oblio. Pochissimi al giorno d’oggi osano spingersi sui cosiddetti ‘terreni d’avventura’. Invece, secondo me, è proprio l’avventura il più grande fascino della montagna: il rischio controllato, ma non dagli spit e dalle catene, al contrario dalla preparazione e dall’umiltà, dal ‘senso della montagna’ che si impara con anni di frequentazione, cominciando umilmente dal primo grado, anche se magari in palestra facciamo il 6b. Per avventurarsi fuori dalle vie consuete, per ripercorrere le tracce dei pionieri, raramente Internet può esserci di aiuto, e allora, ancora oggi, dobbiamo ricorrere alla cara, vecchia “Guida dei Monti d’Italia”, vero e proprio ‘elenco telefonico’ delle scalate su tutte le cime delle Alpi e dell’Appennino. Guida che, in omaggio al mutare dei tempi e all’imperversare disordinato di vie a spit e relazioni su Internet, è stata da qualche anno dismessa da CAI e Touring Club Italiano (TCI) che ne erano gli editori. F+, PD- o PD? 12

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Passi di PD... La gloriosa collana fu realizzata nel corso di parecchi decenni, grazie al lavoro certosino di numerosi autori, alpinisti più o meno noti, che dedicarono anni di accurate ricerche ad ogni singolo volume. Tuttavia sarebbe stato umanamente impossibile, anche per gli alpinisti più incalliti, ripetere tutte le vie di un settore alpino. Perciò, negli storici volumi della “Guida Monti” si trovano spesso relazioni riportate da vecchie riviste o dai libri dei rifugi, a volte troppo sintetiche, troppo imprecise, a volte interpretate male. Ulteriore confusione si creò quando, dalla redazione centrale, giunsero le direttive di dare comunque ad ogni via una valutazione d’insieme: F, PD, AD, D, TD, ED… Inevitabilmente molte valutazioni sono state date ad occhio, specie per le vie mai ripetute, basandosi magari sul tono della descrizione, sull’epoca della prima salita, sul nome più o meno noto dello scalatore che aveva aperto la via. Nel corso delle mie peregrinazioni nelle ‘Alpi del sole’, la maggior parte degli errori di valutazione li ho riscontrati su itinerari classificati PD: è il grado che sta in mezzo tra l’escursionismo ‘estremo’ e l’alpinismo classico; una vera e propria ‘terra di nessuno’. Nel corso di quarant’anni di alpinismo, spinto dalla curiosità, dal fascino della linea, dall’alone di mistero che aleggiava su certe creste, pareti o canaloni, mi sono avventurato numerose volte su vecchie vie classifica- te giustappunto PD nelle guide, incontrando le situazioni più svariate: ho salito dei presunti PD dove quasi si camminava (vedi ad esempio la via normale al Claus dove le modeste difficoltà si concentrano in un breve e gradinato canalino) ed altri dove invece ci si doveva inerpicare per creste e pareti assai esposte, come la cresta della cima nordovest del Malinvern (poco lontana dal citato Claus): l’avevo affrontata da solo senza corda pensando ad una facile sequenza di rocce gradinate, e invece già la crestina iniziale si rivelò assai aerea con qualche passo delicato. A metà via mi trovai di fronte un traverso assai esposto e feci dietrofront, con un po’ di tensione nella discesa per l’aerea crestina. Ci sono poi ritornato in cordata con un amico: niente di estremo, per carità; solo alcuni passaggi esposti di III e III+. Comunque nel libro “Nelle Alpi del Sole” l’ho poi valutata AD-… e non è una differenza da poco: conosco gente che sale tranquillamente sul PD anche senza corda, ma non si avventurerebbe mai su un AD da capocordata. Una delle avventure più notevoli mi è capitata sul canale nord-ovest alla cima Paganini, anche quello valutato PD: ci siamo andati in tre, alla fine di maggio di qualche anno fa. Avevamo due corde, qualche fettuccia, moschettoni, ramponi e una piccozza a testa: pensavamo ad una tranquilla salita su neve con uscita su una cresta di secondo grado. E cronaca alpina 13

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