Azione nonviolenta, settembre-ottobre 2016 - Anno 53, n. 617

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Nessuno escluso sulla terra Fondata da Aldo Capitini nel 1964 settembre-ottobre 2016 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 53, n. 617 | contributo € 6,00

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3 Ero straniero e mi avete ospitato di Mao Valpiana 4 La moderna caccia alle streghe di Daniele Lugli 7 Biani alla 7a 8 Il problema non è l’immigrazione Intervista di Elena Buccoliero a Patrizio Bianchi 12 Minori stranieri non accompagnati di Giordano Barioni 16 Minori che fuggono da povertà e schiavitù Intervista a Maria Francesca Pricoco 20 La”Maison des journalistes” di Lisa Viola Rossi 23 Il Movimento Nonviolento sulla Marcia Perugia-Assisi 2016 25 4 dicembre, Referendum costituzionale: le ragioni del Movimento Nonviolento 27 Corpi Civili di Pace in Italia di Sara Ballardini e Monika Weissensteiner 30 Parlare e ascoltare di Daniele Lugli 32 Una gita scolastica particolare di Elena Buccoliero 36 Maestri di nonviolenza 38 Ci è stata strappata la gioia della vita 40 ATTIVISSIMAMENTE 42 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Direttore editoriale e responsabile Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Daniele Lugli. Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Mattia Scaccia, Angela Argentieri, Elena Grosu, Daniele Taurino, Ilaria Ambruoso, Roberto Cassina, Giulia Sparapani, Francesco Taurino Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. viale Colombo, 29 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, settembreottobre, anno 53 n. 617, fascicolo 452 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 24 ottobre 2016 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Bambino profugo nel campo di Idomeni Le vignette di Mauro Biani Foto A pag. 6 di Save the Children A pag. 22 di SOS Mediterranee A pag. 28 di Sara Ballardini e Monika Weissensteiner A pag. 48 illustrazione di Mattia Iacono

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L’editoriale di Mao Valpiana Ero straniero e mi avete ospitato La visione del “Giudizio finale” nel Vangelo di Matteo fa parte della cultura universale. Ci ha pensato Michelangelo, con il ma- per questo sarete salvati gi escludenti, respingimenti, ecc.) ma verrebbe fatalmente sfondata, oppure tenerla aperta (governare il fenomeno con politiche di acco- gnifico affresco della Cappella Si- glienza, di cooperazione, creazione stina, capolavoro assoluto dell’arte, a fissarla in- di opportunità, libertà di movimento, ecc.). Il vec- delebilmente nella mente di ciascuno. Di qua gli chio continente si gioca su questo il proprio futuro: eletti, di là i dannati, nel mezzo Cristo giudice. se si chiude sarà condannato al declino. La fuga in Sono le parole di Gesù il metro con cui misurare atto dall’Africa e dal Medio Oriente ha cause ben il destino dell’umanità: “ho avuto fame e mi avete precise, anche storiche, che sono di origine econo- dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da mica, un’economia distorta che uccide e provoca bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi guerre. Il movente sono le materie prime e le fon- avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e ti energetiche: non solo petrolio e gas, ma anche siete venuti a trovarmi”. Tutto qui: sei azioni con- oro, uranio, coltan e altri minerali preziosi necessari crete per avere in eredità il Regno. all’elettronica. Dopo le conquiste e le colonie dei La parabola è tanto chiara quanto antica. In fon- secoli scorsi, oggi assistiamo ad una nuova depre- do è il cuore della nonviolenza attiva. Se accogli dazione in atto, cui questa volta partecipa anche la e ti apri al prossimo (il tu-tutti, direbbe Capitini) Cina. La geo-politica mondiale ha bisogno di esse- ognuno vivrà meglio (il sarvodaya, benessere di re difesa militarmente con le armi. Il nostro paese, tutti, direbbe Gandhi). Il luogo dove sperimen- schierato politicamente con l’alleanza atlantica, ma tare questa verità è la “casa comune”, il mondo in proiettato geograficamente nel Mediterraneo, ha cui viviamo, che diventa Terra promessa, Regno di un ruolo importante come accesso all’Europa per Dio, se i sei precetti (opere di misericordia corpo- milioni di persone. Siamo pienamente coinvolti, rale, dice la dottrina) vengono rispettati; se invece nel bene e nel male. Da una parte facciamo salva- per paura o egoismo le sei buone azioni vengono taggi, dall’altra esportiamo bombe. E dunque, in disattese, la casa comune diventa un supplizio, definitiva, piantiamo semi di guerra e raccogliamo un inferno (“ho avuto fame e non mi avete dato da rifugiati. Dentro alla grande storia delle migrazioni mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; di oggi, ci sono milioni di piccole ma drammatiche ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non storie individuali. Storie annegate in fondo al mare mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete (saremo mai perdonati per questo?), o storie di sal- visitato: via da me, maledetti!” ). vezza e di speranza. Qui non c’entra l’essere credenti o atei, religiosi Questo numero monografico di Azione nonvio- o laici, è l’esperienza concreta che ci dice chiara- lenta (curato dalla brava Elena Buccoliero) vuole mente quanto sia vero l’insegnamento contenuto offrire un punto di vista particolare, per superare nel Vangelo di Matteo: la salvezza o la condanna la paura, per raccontare storie positive, per met- non sono un premio o un castigo che arrivano tere in relazione competenze e progetti. L’immi- dal cielo o dal divino, ma sono la conseguenza grazione coinvolge i temi dei diritti, dell’ambien- pratica, logica, inevitabile, frutto delle nostre te, della pace. Il forestiero che chiede ospitalità è scelte e della nostre azioni. una sfida alla nonviolenza: ci dice che sulla terra L’Europa di oggi lo sta sperimentando, sta viven- nessuno deve essere escluso. do questa prova decisiva di masse “straniere” che arrivano da lontano e chiedono di entrare. Si può DIRETTORE tentare di chiudere la porta (muri, fili spinati, leg- Azione nonviolenta | 3

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La moderna caccia alle streghe contro l’immigrato-terrorista di Daniele Lugli* Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’immigrato-terrorista. Tutte le potenze della vecchia Europa – a costo di squassarne la fragile, insufficiente, preziosa unità – si sono mobilitate in una sacra caccia contro questo spettro, rinfacciandosi reciprocamente responsabilità. È già successo e Marx ci aveva aperto il suo Manifesto: Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Ci sono tutti i loro degni successori in questa nuova caccia. Si aggiungono, anche in questo caso, gli Stati Uniti. Non c’è più il papa. È la sola buona notizia. I conti con l’esperienza che si diceva comunista, e che non vi è ragione di rimpiangere, si sono chiusi, almeno pare, rigettando ogni aspirazione all’eguaglianza. Ne risulta una feroce, diversificata, crescente stratificazione sociale, catastale si potrebbe dire, dettata dall’inappellabile giudizio dei Mercati. Una guerra mondiale, combattuta a pezzi, ne preserva la struttura e produce profughi che approdano anche da noi in cerca di asilo, aggiungendosi alla corrente migratoria spinta dal bisogno e dalla speranza. L’immigrazione ci serve così in molti modi. Nei paesi come i nostri, in forte crisi demografica, portano forza lavoro necessaria e utile. l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unchr) negli ultimi anni ne sono arrivati un milione in Europa e un milione e mezzo è atteso per il prossimo anno. Dopo un’effimera apertura di nuovo ogni paese si difende dall’invasione. Che non c’è. Da noi arriva solo chi ha messo assieme la somma ingente da consegnare ai trafficanti per un viaggio costoso e pericoloso. Gli altri si sono fermati prima: per restare alla guerra siriana, Turchia, Giordania, Libano. Che debbano essere accolti non v’è dubbio. Lo impongono la nostra Costituzione e leggi pur restrittive conseguenti, visto che molti sembrano non avvertirne, “a prescindere”, la necessità. Abbiamo sistemi dedicati, lo SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati) e i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). L’accoglienza dunque va fatta e costa di più, in tutti i sensi, farla male piuttosto che farla bene. C’è chi si impegna per una opzione e chi per l’altra. Come sempre straordinarietà ed emergenza prevalgono sull’ordinario. Altri arrivi sono previsti. Operatori preparati e buona collaborazione tra le istituzioni evitano i guai che altrove si presentano e che “giovani scellerati e vecchi malvissuti” vorrebbero importare. Il problema non è comunque semplice. Dal rifugio occorre uscire per riprendere, intraprendere, una vita accettabile fuori dal paese d’origine, il più vicino possibile alle proprie aspirazioni e capacità. Già l’accoglienza dovrebbe aver presente questo sbocco, il che non avviene per molti motivi. Profughi, migranti, immigrati Profughi – I profughi sono quelli che scappano da guerre e persecuzioni in Medio Oriente e Africa e vengono anche da noi in cerca di rifugio. L’afflusso è accelerato negli ultimi mesi. Molte preoccupazioni vengono espresse. C’è chi parla di invasione e peggio dopo gli attentati. Secondo * Presidente emerito del Movimento Nonviolento Migranti – La parola ci riporta alle nostre origini comuni, a come si è popolata la terra, partendo dall’Africa. Siamo tutti homo sapiens (anche se l’aggettivo appare spesso immeritato) e dunque tutti africani. Se proprio vogliamo parlare di razze, questa è la nostra. Già oltre centomila anni fa questo flusso si è originato e non si è più fermato, prima diretto a oriente e quindi, decine di migliaia di anni dopo, all’Europa, soppiantando il vero europeo, l’Uomo di Neanderthal. Siamo tutti parenti e tutti differenti, ho imparato da Guido Barbujani, genetista autore di buoni 4 | settembre-ottobre 2016

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testi divulgativi, “Sono razzista ma sto cercando di smettere” per citare un titolo particolarmente suggestivo. Dubito che riportarci a un comune migrare, dal quale veniamo, possa aiutarci a comprendere chi è costretto a farlo ora: parenti serpenti! Immigrati – Vengono qui per molte ragioni – anche per il cambiamento climatico, l’ha ricordato il principe Carlo – ma con un’unica aspirazione: stare meglio. Lo sappiamo bene noi italiani che abbiamo riempito di little Italy il mondo. Solo nel 1980 il numero degli immigrati ha superato quello dei nostri emigrati. Da allora il ritmo è cresciuto. Vengono da Paesi il cui PIL pro capite è un decimo della media europea. In cinquant’anni gli immigrati sono quadruplicati in Europa e decuplicati in Italia. La loro presenza ha cambiato e cambierà ancora le nostre città e i nostri paesi, le nostre abitudini e convivenze. Sta a noi che il cambiamento sia in meglio e non in peggio, con una buona legge sull’acquisto della cittadinanza per chi la vuole e una buona ospitalità per chi studia e lavora in Europa, ma intende tornare al Paese d’origine. Problemi ce ne sono tanti. Almeno sgombriamo il terreno da quelli falsi. Gli immigrati non pesano sullo stato sociale in Europa e particolarmente in Italia. Il loro apporto in imposte e contributi previdenziali è di 16 miliardi e mezzo l’anno, la spesa pubblica che li riguarda non supera i 12 miliardi e mezzo: ce ne sono 4 di differenza. Se i servizi appaiono insufficienti e in calo non è dovuto agli immigrati ma al taglio della spesa sociale. La loro presenza non aumenta la disoccupazione. Fanno i lavori, nel mercato legale, illegale e criminale che i cittadini italiani abbandonano. La disoccupazione, derivata dalla crisi economica e da politiche che del lavoro si disinteressano, colpisce tutti a prescindere dall’essere nati o no in Italia. Gli immigrati sono anzi i primi. Lo si vede dal rallentamento degli afflussi, dalle cancellazioni anagrafiche, perfino dai pur minimi ritorni volontari assistiti, che indicano chiaramente una tendenza: una metà riguarda persone che hanno perso il lavoro e non hanno speranza di ritrovarlo. Sono numeri piccoli, ma la tendenza nazionale è chiara: dai 228 del 2010 si passa ai 2000 del 2015. I problemi di convivenza restano tutti e non sono piccoli. Una misura necessaria sarebbe abbassare un po’ l’egoismo, almeno come l’intende Oscar Wilde: non consiste nel vivere come ci pare, ma nel pretendere che gli altri vivano come noi. Una guida preziosa è il “decalogo” per una convivenza interetnica tentato da Alex Langer. Lo si trova commentato in un bel quaderno del Movimento Nonviolento (AA.VV. La nonviolenza per la città aperta). Leggi buone e buone applicazioni servono perché tutti, italiani e no, abbiano possibilità di curarsi, abitare, lavorare, studiare nelle migliori condizioni. Allarma ad esempio che nella scuola, col suo ruolo decisivo di costruzione del futuro, si registri un sensibile progresso, tra le rilevazioni fatte nel 2003 e nel 2012, nella capacità di comprensione di quello che si legge da parte dei quindicenni italiani, + 29%, mentre i loro coetanei figli di immigrati risultano peggiorati, -16%. Una buona scuola è attenta ad evitarlo. Serve che la società tutta si meriti l’aggettivo civile, che spesso l’accompagna. Cosa vuol dire civile l’hanno mostrato Valeria e i suoi cari fin nel funerale. Guerra Per strana e asimmetrica che sia una guerra si dovrebbe sapere almeno chi è il nemico (una società off shore dell’Arabia Saudita?) e chi l’alleato. Sembra una reazione pavloviana. Ci si mette a sbavare. E a vaneggiare di guerra, come se non se ne fossero già provate le deleterie conseguenze su altri teatri. È un quarto di secolo che va avanti questa guerra mondiale a pezzi. Sappiamo tutti, l’ha detto un poeta, cos’è la guerra: persone che non si conoscono e si massacrano agli ordini di persone che si conoscono e non si massacrano. Carneficina di massa e non guerra un filosofo del diritto pretende che i suoi allievi la chiamino. Così è più difficile accompagnarla a qualificazioni che la giustifichino: difensiva, umanitaria, chirurgica, giusta, santa… Provare per credere. Enzo Bianchi ha detto che il solo dio rintracciabile a giustificare la guerra, in corso ed invocata, è il denaro. Credo abbia ragione. Contro la guerra si fa la pace. E intanto si smetta di ammazzarli a casa loro. Dalle aggressioni ci si difende usando le risorse più appropriate. Per la pace e non per il riarmo è giusto sforare i patti. Un’altra difesa è possibile C’è una proposta di iniziativa popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta. Dentro ci sono buone proposte che hanno alle spalle esperienze di intervento in situazioni di conflitto, per prevenirne le manifestazioni più violente (e non per secondarle o provocarle credendole nel proprio interesse), per attenuarne le conseguenze peggiori e avvicinarne la conclusione, se non è ri- Azione nonviolenta | 5

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uscita la prevenzione, per riconciliare e ricostruire quando la guerra finisce. Lo sanno i militari più consapevoli che non possono far fronte loro a queste necessità. Sicurezza Bella cosa essere sicuri: sine cura, cioè senza preoccupazioni come quando si è in salute e tra amici. Così ci vuole la nonviolenza: affettuosamente aperti all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo degli esseri. Ma se ci accorgiamo di non essere tra amici? Qualcosa si va rompendo nel tessuto della nostra convivenza? Se uno strappo evidente minaccia di allargarsi? Quando succede in una stoffa mettiamo intanto una spilla, di sicurezza appunto, e poi ci vuole qualcuno capace di rammendarla. Non possiamo gettare la stoffa della nostra convivenza. Siamo noi i fili di quella stoffa. Occorre ripararla dunque. Benvenuta la spilla, ma non può fare tutto. Non serve metterne ancora e ancora, si fanno solo buchi aggiuntivi. Bisogna ricucire. Una sicurezza affidata a polizia, carabinieri, forze armate è pretesa di rammendare moltiplicando le spille. La sicurezza è un lavoro di tutti. Ma ci sono conflitti culturali insanabili. Si cita la condizione della donna. Il nostro parlamento ha fatto una legge sulla famiglia decente solo nel 1975. Grazie alla Corte costituzionale sono scomparsi nel ‘68 e nel ‘69 il diverso trattamento penale dell’adulterio dell’uomo e della donna, nel ’71 il divieto di propaganda anticoncezionale e nell’’81 la previsione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore. Mentre parliamo di vio- lenza sulle donne non è male ricordare il nostro recente passato di diseguaglianza. Alle donne immigrate dobbiamo garantire gli stessi diritti delle nostre concittadine. Ho sentito pure dire che i luoghi di culto di musulmani sarebbero una minaccia alla sicurezza. Non dubito vi siano predicatori che dicono cose ributtanti. Succede anche in altri luoghi. Diceva don Primo Mazzolari “Quando entrate in chiesa vi togliete il cappello non la testa”. Mi piace pensare che il devoto musulmano si ripeta Mi tolgo le scarpe per rispetto non per pensare con i piedi. Dobbiamo impegnarci perché questo avvenga. Anche in tal modo si evita che il terrorismo che viene dall’esterno si saldi a quello che viene dall’interno e si ammanti di motivi religiosi. Vanno compresi i motivi di un rifiuto così radicale della nostra società. che non mantiene la promessa di giustizia e libertà scritta nelle nostre leggi. Abbiamo proclamato diritti inviolabili, che poggiano unicamente sull’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà. Ma i giovani non vedono dal mondo adulto esempi di solidarietà se non da esigue minoranze, magari dileggiate come buoniste. Vedono per lo più una feroce competizione nella quale si vince a discapito degli altri (competere vuol dire chiedere assieme, non necessariamente volendo la reciproca distruzione). Si comprende come l’illusoria potenza del terrore possa esercitare un’attrattiva. Almeno non contribuiamo con il nostro odio. Diceva Etty Hillesum: Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo, lo rende più inospitale. Cioè più insicuro. 6 | settembre-ottobre 2016

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Biani alla 7a

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Il problema non è l’immigrazione ma l’inadeguatezza delle istituzioni e della politica Intervista a Patrizio Bianchi* Quando lo incontro è di ritorno da due conferenze internazionali di economia, una in Russia, la seconda a Roma, e in entrambe ha presentato uno studio sull’impatto economico delle migrazioni. Con grande generosità mi illustra e mi mette a disposizione il suo materiale, che raccoglie i dati più recenti e sfata in modo oggettivo alcuni falsi miti. Stiamo davvero assistendo a un’invasione di migranti? “Guarda, senza flussi migratori l’Italia perderebbe una parte importante delle sue possibilità di sviluppo, anche economico. Con la demografia attuale, ragionando solo sugli autoctoni – italiani nati da genitori italiani – nel 2050 avremmo 29 milioni di abitanti. Quasi la metà di quelli attuali. D’altra parte è una tendenza del tutto comprensibile, il primo figlio si aveva a 22 anni tre generazioni fa, oggi il dato è spostato in avanti di 15 anni. In Italia come nel resto dei Paesi più sviluppati c’è una evoluzione che amplia l’età fertile ma posticipa l’ingresso nel mondo degli adulti. E la presenza di immigrati sta crescendo non per un incremento negli arrivi, ma per le nuove nascite. I bambini stranieri nelle nostre scuole stanno aumentando, ma oltre la metà sono nati in Italia e c’è da chiedersi quanto siano stranieri veramente”. più la quarta che è stata in qualche modo e a fatica governata, e mi riferisco a Romania e Albania, dove il vituperato allargamento dell’Unione Europea a est ha avuto effetti di regolamentazione. Però abbiamo la Siria, che è stata il festival degli errori, soprattutto della vacuità europea. Ci siamo andati tutti uno alla volta, inglesi, francesi, italiani… ognuno con i propri interessi e senza coordinarsi con gli altri. La guerra c’è e ha fatto disastri perché gli Stati non sono stati più capaci di governare la situazione, compreso l’Isis. Un’altra area è quella del Mediterraneo, dove sono state interpretate malamente le primavere arabe, non si sono governate le transizioni. E poi tutta l’Africa subsahariana, che è a rischio. Ma se abbiamo bisogno dei migranti, perché tanto allarmismo? “Il problema vero non è l’immigrazione ma l’inadeguatezza dei sistemi istituzionali, e della politica, di fronte ai cambiamenti del mondo globale. La migrazione è una sfida sociale complessa che richiede risposte politiche complesse. È una misura del disagio cui i popoli sono sottoposti dell’era globale, ma ci dà informazioni anche sulla fragilità delle istituzioni”. Quale matrice ha oggi l’immigrazione? “Abbiamo tre grosse aree di provenienza. Non 8 | settembre-ottobre 2016

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Se il cambiamento climatico prosegue a questo ritmo tutta la fascia equatoriale diventerà invivibile, dobbiamo prevedere enormi migrazioni climatiche. Ce ne vogliamo prendere la responsabilità? Se non lo facciamo, ci saranno degli effetti”. Che cosa occorrerebbe fare? “L’Europa deve dare risposte diverse ai differenti bisogni e problemi: rispondere all’emergenza crescente e cominciare una gestione e una suddivisione dei flussi che sia efficace, giusta e orientata alla protezione; promuovere strutture scolastiche integrate per tutti i ragazzi, per favorire inclusione e resilienza; promuovere e sostenere le nuove imprese costituite dai migranti, che rappresentano una quota significativa anche nell’economia italiana”. Quanto pesa l’immigrazione sull’attuale crisi economica? “Vediamo di ripercorrere come è stata preparata la crisi. Nel 2001 con gli accordi del WTO si è aperto il commercio internazionale. Quegli accordi andavano fatti ma si basavano su un presupposto ideologico molto forte, la completa autoregolazione dei mercati, in un’epoca in cui negli Usa passava fortissima l’idea che i mercati fossero finanziari. Due sono i fattori che hanno messo in crisi il sistema: l’idea che si potesse e dovesse fare sviluppo senza lavoro e quindi senza industria, unicamente con la finanza, e la convinzione che fossero inessenziali i governi perché le economie erano in grado di autoregolarsi. La crisi del 2007 è stata mitigata dal fatto che l’immigrazione aveva aperto i Paesi prima marginali. I problemi riemergono quando anche questi non tengono e ci si rende conto che le regole occorrono, in un mondo dove si allarga la forbice della disuguaglianza. Con il venir meno del ruolo delle istituzioni, surrogate in Europa dalla burocrazia, e il fatto che di fronte a problemi globali non si è riusciti a stabilire luoghi istituzionali altrettanto pregnanti per la gestione di quei problemi, ecco che l’ingresso dei rifugiati non è stato gestito. Così come la guerra in Siria o quelle che si combattono in Africa, pensando sempre che riguardino altri. Ogni sbarco non ci dice che c’è un’invasione, ma un’incapacità di governare un mutamento strutturale vero legato all’apertura. Apertura accompagnata dalla capacità di rispondere ai problemi in maniera adeguata”. E i migranti, o più precisamente i profughi, diventano una copertura utile. “Mi pare che il meccanismo sia: me la prendo coi migranti perché non sono capace di gestire la trasformazione sociale. È sempre stato così, è tutto più agevole quando si può contare su un capro espiatorio. Gli ebrei, durante il nazismo. Oltretutto i migranti li identifichi rapidamente, è ancora più facile”. Nell’opinione pubblica c’è anche tanta confusione. Migranti, profughi, irregolari… Da dove si dovrebbe incominciare? “Distinguendo, innanzitutto, situazioni che possono essere molto diverse. Non tutti sono rifugiati che sbarcano a Pozzallo. Migranti sono i nostri laureati, sempre più numerosi, che vanno all’estero per il dottorato, e sono i rifugiati in fuga dalla guerra. Se esci dai luoghi comuni ti accorgi di avere a che fare con una molteplicità di storie. Le paure si agitano quando non si danno risposte complesse ai problemi complessi”. E se poi le paure ti piace incrementarle... “...non c’è dubbio, diventano assolutamente ingovernabili”. * Patrizio Bianchi è professore ordinario di Economia applicata presso l’Università degli Studi di Ferrara, dove è stato Rettore dal 2004 al 2010. Dal 2010 è Assessore a Educazione, ricerca e lavoro della Regione Emilia-Romagna, dove ha potuto realizzare un’innovativa riforma della Formazione Professionale. Esperto di politiche industriali, ha operato in molti Paesi per diverse istituzioni internazionali e governi nazionali. Autore di diversi testi, tra cui Globalizzazione, crisi e riorganizzazione industriale, ed. McGrow Hill, 2014. L’immigrazione sta cambiando la società italiana? “Che la società muti è evidente. E muta non sempre nello stesso modo. In questa situazione, se sei in grado di provocare un blocco totale dei flussi migratori, data la situazione demografica ed economica attuale, ti garantisci un declino più o meno prevedibile. Il punto è che il blocco è semplicemente impossibile. Non c’è sanzione, non c’è muro che tenga. Un livello di cambiamento che i migranti pongono riguarda i rapporti interni alla società. Classicamente, gli abitanti nati nel Paese assumono Azione nonviolenta | 9

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funzioni apicali, gli entranti funzioni sussidiarie. Si certificano le differenze”. Questo avviene anche nell’illegalità: nello spaccio, nella prostituzione, chi è arrivato da più tempo assume posizioni più alte. “Certo, diventano i kapò dei loro connazionali arrivati dopo. Tutto questo modifica la società. Il punto è: noi vogliamo che la società cambi in questo modo?”. Nel certificare le differenze gli autoctoni escono favoriti. Resistenze e paure sarebbero allora infondate? “No, certo. Esiste il tema di un’ampia fascia di popolazione che ha sofferto la crisi. Non può essere un caso se in questa incapacità di gestire la trasformazione sociale le fasce più povere della popolazione reclamano la purezza della razza, o lamentano che gli stranieri rubano il lavoro... senza pensare al fatto che la disoccupazione riguarda anche gli stranieri, e più degli autoctoni. O alle molte imprese nate proprio da persone straniere. Ma io sono il primo a dire che l’immigrazione deve essere regolata. Anche generando condizioni di sviluppo nei Paesi di provenienza”. E di pace. “Certo. Dobbiamo chiederci come generare pace e sviluppo nei Paesi d’origine. Poi ci sentiamo dire che questo è un nuovo imperialismo. No: è che i problemi si prendono dalla testa e non dalla coda. Occorre fermare la guerra. È chiaro che da questo dipendono flussi di popolazione significativi. Oggi i rifugiati in Libano sono di più della popolazione del Libano. Occorre un’operazione internazionale di soccorso a questo Paese, che è appena uscito da una guerra ventennale e lo stiamo facendo massacrare. Se non lo facciamo, prepariamo la prossima guerra. Idem per i problemi dei curdi, che non sono stati mai affrontati”. Che cosa va fatto? “Si possono trovare forme di regolazione dei flussi che non siano aspettare gli sbarchi. Ma è anche vero che questo non è un problema solo italiano, e non è accettabile che il posto dove tocchi terra è quello dove devi restare”. Le paure della gente sono legate anche alla criminalità, all’idea che i migranti vengano qui per farci del male. “Questi flussi impattano su problemi veri, di ordine pubblico. Indubbiamente quando con Schengen sono state eliminate le frontiere, il sistema meccanico di controllo dei transiti, occorreva una gestione uguale dell’ordine pubblico come l’unificazione delle forze armate e una politica estera adeguata. Nelle politiche per lo sviluppo le cose o si fanno o non si fanno, se ci si ferma a metà ci ritroviamo qui dove siamo adesso”. Parliamo di risposta europea ed è recentissimo il referendum in Gran Bretagna con cui i cittadini hanno votato per uscire dall’Unione. “In Gran Bretagna il declino è arrivato venti anni fa, la botta alle Midlands l’ha data la signora Thatcher, non gli immigrati, che nell’ultimo periodo, dal 2013 al 2015, sono passati addirittura dal 5 al 2% della popolazione. Livelli veramente irrisori, se poi pensi che in Germania hai un 25-26%... Non si sono attrezzati per il loro arrivo, questo è vero”. E l’Unione, quali errori ha commesso? “Il primo errore non è stato ignorare la situazione inglese ma permettere a Orban di cambiare la costituzione in senso antidemocratico. Se l’Ungheria non si riconosce nei valori dell’Europa, bene, si accomodi. È non tenere abbastanza fede ai valori fondanti che ci porta qui. La Gran Bretagna è sempre stata con un piede dentro e un piede fuori dall’Europa, non ha accettato gli accordi di Schengen, non ha voluto l’Euro. Il principio di libera circolazione in Europa vale ma già non valeva in Gran Bretagna, perché se vai a Londra hai ancora la frontiera. Questo ti dimostra come non hai governato le trasformazioni, e allora anche una cosa importantissima, ma gestibile, come il flusso dei profughi in fuga dalle guerre, diventa esplosiva”. Che cosa pensi succederà dopo la Brexit? “Io prevedo che dopo lo shock inglese ci saranno altre uscite e nell’Unione Europea rimarranno i sei Paesi originari. Se l’UE non dice rapidamente “Accomodatevi” e non dà il segno di cosa vuol dire uscire dall’Unione, si diffonderà l’idea che si può starne fuori avendo tutti i benefici di chi è dentro e non assumendosi responsabilità. Diventerà un incentivo ad altri Paesi che seguiranno l’esempio. Vedrei più corretto arrivare alle conseguenze: chi è fuori, è fuori. Aprendo la porta agli scozzesi. Ma anche così i processi di disaggrega- 10 | settembre-ottobre 2016

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zione non finiranno più. Questo stimolerà i catalani, farà saltare un Paese diviso come il Belgio... Quando dicono: i terroristi. Vanno stanati ovunque ma vedi cosa è successo in Belgio, un Paese che da anni non esiste più, da quando c’è stata la separazione tra fiamminghi e valloni e manca una struttura che lo tenga insieme. Sono stati più di un anno senza governo”. Come valuti complessivamente la risposta italiana all’arrivo dei migranti? “L’Italia sta facendo miracoli nonostante tutto. Ha assorbito il primo impatto dei rifugiati, e per le seconde generazioni stiamo facendo in molti luoghi d’Italia qualcosa di importante nella direzione dell’inclusione. Il problema è che abbiamo situazioni regionali molto differenti tra di loro e il divario non si risolve portando tutto a livello centrale ma tentando una ricucitura che tenga conto della diversità. Perché il passaggio è lì. Lo vediamo in Francia dove sono alla terza generazione. La prima può essere disperata, ma se ancora la seconda è disperata i giovani della terza si sentono tagliati fuori. Nelle banlieu vivono ragazzi nati in Francia, da genitori nati in Francia, che nonostante tutto si sentono estranei. E diventano foreign fighters”. (Intervista a cura di Elena Buccoliero) Dal rapporto UNHCR, giugno 2016 Il rapporto annuale Global Trends dell’UNHCR, che traccia le migrazioni forzate nel mondo basandosi su dati forniti dai governi, dalle agenzie partner incluso l’Internal Displacement Monitoring Centre, e dai rapporti dell’organizzazione stessa, riporta circa 65,3 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, rispetto ai 59,5 milioni di un anno prima. Per la prima volta viene superata la soglia dei 60 milioni di persone. Aumentano le richieste d’asilo - Tra i paesi industrializzati, il 2015 è stato anche un anno record per numero di nuove richieste d’asilo, con 2 milioni di richieste. La Germania ha ricevuto più richieste d’asilo di qualsiasi altro paese (441.900). Gli Stati Uniti rappresentano il secondo paese con il più alto numero di richieste d’asilo (172.000), in gran parte ricevute da persone che sono fuggite dalla violenza dei gruppi armati in America Centrale. Numeri significativi di richieste d’asilo sono stati registrati anche in Svezia (156.000) e in Russia (152.000). Circa la metà dei rifugiati del mondo sono bambini - I bambini rappresentano il 51% dei rifugiati del mondo nel 2015 (gli autori del rapporto non avevano a disposizione dati demografici completi). Molti di loro erano separati dai loro genitori o viaggiavano da soli. In tutto ci sono state 98.400 richieste d’asilo da parte di minori non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Questo numero, il più alto mai registrato dall’UNHCR, mostra tragicamente quanto grande sia l’impatto che le migrazioni forzate nel mondo hanno su queste giovani vite. Dove sono accolte le persone costrette a fuggire? Le aree di accoglienza, in ordine decrescente, sono: Medio Oriente e Nord Africa (39%), Africa (29%), Asia e Oceania (14%), Americhe (12%), ed infine Europa (6%). inSeaggneanda 25O CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO Roma, 1-2 aprile 2017 Azione nonviolenta | 11

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Minori stranieri non accompagnati richiedono asilo e cercano accoglienza di Giordano Barioni* Per accogliere bisogna avere spazio, bisogna fare spazio. Spesso ci mascheriamo dietro problemi tecnici; non che non ve ne siano, anzi sono molti. Non ci sono case, non c’è lavoro, non c’è denaro, non li possiamo prendere tutti, non ci sono ospedali, non ci sono scuole... non ci sono io. Nella mia esperienza ho spesso trovato un solo problema: la mancanza di spazio mentale. Il primo luogo dell’accoglienza è nella mente. È quello il luogo primo, sorgivo in cui occorre fare spazio. Credo che poche cose coma la carenza di spazio interiore creino camere a gas relazionali nelle quali l’accoglienza non può che soffocare. Non sovrappongo lo spazio mentale e quello interiore, non sembri banale la distinzione testa-cuore, è un punto complesso e di difficile equilibrio. Sovente quando si comincia a ragionare si lavora per categorie mentali senza accorgersi che le categorie elidono i volti. Le parole plurali che raccolgono in categorie impoveriscono la capacità di stare nelle relazioni. Quando si parla di noi, voi, loro, tutto si raffredda. In questo senso faccio fatica a definire cosa fare per i minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo, una gruppo di ragazzi categorizzato con l’improbabile acronimo MSNA-RA. Viene più da raccontare quello che quotidianamente facciamo e il perché lo facciamo. Tralasciando chiaramente il punto primo da cui il tutto muove: perché accogliere. I ragazzi che arrivano hanno quasi sempre età indefinite, a volte perché proprio non le conoscono, altre perché sanno che i minori vengono comunque (almeno all’inizio) accolti. Questa dell’età rimane spesso una frottola sottesa (qualcosa di più lieve di una menzogna) che potrebbe inquinare le relazioni. Allo stesso modo le pri- * Coordinatore di un centro MSNA-RA me storie che raccontano non sono mai del tutto veritiere. Raccontano quello che a loro sembra utile allo scopo. Questa è la seconda frottola. Cerchiamo da subito di togliere ogni ambiguità dicendo loro che ci interessa in maniera relativa, almeno all’inizio, sapere la verità. È necessaria la reale sospensione del giudizio per arrivare al contatto con la persona. Questa situazione ci mette davanti ad un continuo cambiamento che non è (come pensano alcuni) rinuncia identitaria ma un tenere aperto lo spazio per creare qualcosa di nuovo. Si evidenzia però un problema a due facce: facciamo fatica a pensare il cambiamento, per una sorta di conservatorismo emotivo esasperato, o di incapacità a contenere l’attitudine etnocentrista rispetto al suo evolversi in ideologia etnocentrista; contemporaneamente non abbiamo sufficiente fiducia nel valore della nostra idea di giustizia e temiamo di vederla crollare al primo contatto con la diversità. Un secondo elemento importante per la costruzione dell’accoglienza dei minori: la capacità di attendere il rivelarsi del volto dell’altro, dare spazio al “tu” dell’alterità riconosciuta come valore in sé e come portatrice sana di contributi positivi. Posporre il bisogno degli esiti, una capacità che dovrebbe essere tipica dell’educatore e/o degli adulti. Se con adulti intendiamo identità abbastanza compiute da stare in piedi autonomamente, anche nei conflitti irrisolti. Persone che (rileggendo Erikson, Infanzia e società), orientando il proprio sguardo verso il futuro si pongano in una dimensione di “cura e di investimento per ciò che è stato generato per amore, necessità o caso”. Lo si può fare avendo il coraggio di lasciare spazio all’atteggiamento empatico. Nella mia esperienza, con i MSNA ma anche nei progetti di affiancamento familiare che coinvolgono nuclei stranieri, la dimensione empatica, che passa specialmente attraverso il non-verbale, è stata indispensabile per superare la chiusura delle categorizzazioni, del giudizio. Lentamente si diviene capaci di recuperare ogni volto, ogni biografia, inclusa la propria. In questo senso l’accoglienza 12 | settembre-ottobre 2016

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agita non può lasciare identico a se stesso colui che accoglie. Occorre quindi accogliere le emozioni senza farsene travolgere, ci vuole adultità, identità compiuta, assunzione di responsabilità, capacità di stare nel dolore dell’altro e nel proprio. Partendo da questi atteggiamenti educativi l’accoglienza del minore comincia ad organizzarsi poi anche sul piano tecnico. Per i minori ci sono frequenti controlli da parte di diverse autorità: Prefettura; Procura Minori; Questura; Servizi Sanitari; Servizi Sociali e Comune; Ministero; Regione. Di media abbiamo 4 ispezioni annuali che vengono giustamente a controllare che quanto enunciato nei progetti venga correttamente attuato. Per quanto riguarda le spese solo quanto viene esattamente rendicontato ci verrà poi pagato (con un certo numero di mesi di ritardo). Organizzazione degli spazi fisici: non si possono accogliere numeri troppo alti (il limite è di 20 ragazzi) e non in grandi camerate; occorre rispettare un rapporto minimo tra utenti e servizi Azione nonviolenta | 13

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igienici; la cucina deve essere a norma. Deve poi essere garantita la presenza educativa “h 24”; il rapporto numerico tra educatori e ragazzi deve permettere di organizzare i servizi necessari. Quando un ragazzo arriva, se non proviene da altri centri viene fatto lo screening sanitario e avviate le procedure per le vaccinazioni. Occorre un mediatore culturale perché la nostra idea di sanità è complessa. Un ragazzo fermò con leggero cazzotto l’infermiera che tentava di prelevare la terza fiala di sangue “perché due erano già sufficienti”. Un altro alla prova del polso stava in radiografia felice come un bambino in giostra, quanto a sapere a cosa servisse … Comunque dopo la prima visita lo si accoglie e si provvede almeno un cambio di abbigliamento, doccia, mangiare. Cose banali forse ma si incomincia davvero così. Si passa ai documenti: primo giro in Questura per la fotosegnalazione (coinvolti Ufficio Minori e Ufficio Migranti), vengono verificati eventuali altre presenze non dichiarate in Italia e in Europa. Secondo passaggio la verifica dell’età con la radiografia del polso, metodo non privo di imprecisioni ma al momento non c’è di meglio. A questo punto il ragazzo viene incontrato in un colloquio personale per capire qualcosa del suo progetto, dei suoi sogni. Una prima operazione è l’analisi di realtà. A volte cruda e quasi sempre incomprensibile. Proprio quando a loro sembra di essere arrivati il sogno viene se non infranto, grandemente ridimensionato. Allora ci guardano con sospetto, non capiscono la dissonanza tra il trattamento accogliente, al quale non sono certo abituati, e l’imposizione di limiti inattesi. Ad esempio il fatto di essere trattati da minori (con le storie che hanno), sembra una pretesa assurda ma non è poi così incongruente. Arrivano molto adultizzati però venendo a contatto con i nostri giovani spesso parte un processo di adolescentizzazione, non come forma regressiva ma come pretesa di uguaglianza, come scoperta e legittimo recupero di un tempo negato. Solo che poi loro di tempo ne hanno poco per tornare ad essere adulti: pochi mesi dopo aver compiuto i 18 anni o non appena ricevono un permesso di soggiorno devono uscire. Comunque iniziamo con le lezioni di Italiano, abbiamo l’obbligo di certificare l’offerta di 10 ore settimanali di lezione. Nel nostro centro abbiamo avuto la fortuna di conoscere Eraldo Affinati e i suoi libri ma anche la splendida esperienza della scuola MSNA-RA Significa minore straniero non accompagnato richiedente asilo, quindi senza famiglia. L’esperienza dice di una solidarietà tra connazionali che a tratti riesce a farsi presenza amica ma quasi mai luogo di sostegno forte. Ecco perché se hai 18 anni e sei mesi, se sei in una nazione che non conosci la vita si può fare difficile e la tua tenuta etico-morale viene messa duramente alla prova. Ai ragazzi che aspettano il permesso di soggiorno come risposta ai loro problemi dico sempre che non è così: adesso inizia uno sbarco in una terra che non ti sarà amica, che non vorrà avere cura di te, una terra dove la nave di soccorso al tuo gommone bucato rimane dietro l’orizzonte. Certamente non li prepariamo mai a sufficienza per questo sbarco ma loro sono forti. Hanno un’energia vitale incredibile e spesso tornano a trovarci. Dicendoci a vicenda che nel racconto del loro viaggio potranno dire di un tempo dell’accoglienza e della cura, e sperare di aver innescato una circolarità di buone relazioni. Purtroppo la risposta emergenziale è ancora arrembante, la ristrettezza di tempo e risorse non ci consente tutto lo spazio che vorremmo per quel lavoro di co-costruzione che sarebbe necessario. Eppure quando i ragazzi escono dalla nostra casa ci salutano, ringraziano. Certo qualcuno esce senza aver capito e ci ricorda di non perdere la tensione a migliorare. Anche se il tempo per il lavoro di equipe è ridottissimo credo che, in maniera più implicita che esplicita, stiamo condividendo queste cose: necessità dell’astensione dal giudizio come presupposto operativo; capacità di attesa del rivelarsi dell’altro; capacità di stare nell’incompiutezza; offerta della nostra dimensione generativa e genitoriale; condivisione dell’importanza del pregiudizio pedagogico in quanto pregiudizio positivo sulla persona e sulla possibilità di condividere un pezzo del cammino. Oltre all’organizzazione dell’accoglienza come spazio fisico credo occorra una preparazione culturale ed umana degli operatori. Aprendo itinerari di questo tipo forse diventa possibile accogliere la diversità con un decoroso equilibrio tra le mille contraddizioni che fanno da sfondo culturale a chi lavora oggi con i migranti. 14 | settembre-ottobre 2016

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Penny Wirton. Un gruppo di volontari tiene viva questa modalità di “insegnamento relazionale” con ottimi risultati. A questo si aggiunge poi la presenza di una docente certificata per i corsi L2 nonché la collaborazione con il C.P.I.A. (Centro Provinciale Istruzione Adulti); insomma tra una cosa l’altra i ragazzi riescono quasi sempre a trovare le persone giuste per un “gancio relazionale” che favorisce la trasmissione delle competenze. Nel frattempo dopo la prima titubante narrazione cerchiamo di capire quali siano le aspettative di lavoro (la modalità formale recita che si scrivano il Progetto Educativo Individuale e il Progetto di vita). La contemporanea mitologia calcistica domina i sogni e non è semplice contrapporre qualche itinerario di formazione professionale. Cerchiamo di capire se ci sono competenze già acquisite, delle passioni o almeno delle alternative temporanee al ”grande sogno”. Spesso ci sono belle sorprese: da noi fare il fornaio è mestiere ormai poco ricercato in quanto coincide con le ore della festa che arriva nel vivo verso le tre o le quattro di mattina. Problema da poco per chi è venuto via dalla guerra perché voleva fare il pane. Un ragazzo fonte di gioia per un artigiano che non aveva più nessuno a cui trasmettere con fare paterno la pas- sione del fare un pane buono. Se solo capissimo la bellezza materiale e simbolica di questo passaggio il problema dell’accogliere sarebbe già cancellato dall’altro che fa il mio pane quotidiano. Certo siamo obbligati ad itinerari brevi ma si cerca di dare a questi ragazzi qualche competenza certificata, spendibile nel lavoro. Preparare all’autonomia significa semplicemente che bisogna arrivare ad un lavoro. Una dote indispensabile per stare con questi ragazzi è saper giocare. Non impegnandosi direttamente nell’agone, almeno non il sottoscritto (calciobalilla e ping pong sono già faticosi) ma cercando di cogliere il momento in cui si deve andare a giocare. Una bella partita di calcio al giorno toglie lo psicologo di torno, regola non proprio certa ma non priva di un suo valore. E poi bisogna stimolare il riso, il divertimento, far crescere le passioni, la bellezza. Detto così sembra impossibile ma credo si possa più di quanto non si pensi. Molto probabilmente anche di più di quello che penso io. L’ironia, la narrazione, il progetto, la capacità di cambiare, il superamento delle paure … sono alcuni dei fattori di resilienza che ciclicamente occorre ricordare ad ogni educatore. Averli in testa per averli dentro e portarli ai ragazzi. I fondamenti del diritto d’asilo Costituzione Italiana Principi fondamentali, art.10 L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici. Dichiarazione Universale dei Diritti Umani art.14 - Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. Convenzione di Ginevra Ha diritto d’asilo il perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea art.18: Il diritto di asilo è garantito nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e dal protocollo del 31 gennaio 1967, relativi allo status dei rifugiati, e a norma del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (in appresso denominati «i trattati»). Si aggiunge così la protezione sussidiaria per chi, respinto nel paese di origine, rischierebbe un grave danno: condanna a morte, tortura, trattamenti inumani o degradanti, minaccia alla vita... Meno garantita, in termini di diritti riconosciuti, è la protezione umanitaria prevista quando il rimpatrio forzato potrebbe comportare comunque serie conseguenze per la persona. Azione nonviolenta | 15

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