Cronache di Cammini n° 10 - ottobre 2016

 

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Il ritorno

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Cronache di Cammini n° 10 Cronache di Cammini percorsi, soste, storie nel camminare Pubblicazione semestrale del Dott. Luciano Mazzucco Direttore Responsabile Dott. Niccolò Mazzucco - Numero 10 – ottobre 2016 - Il ritorno Il ritorno dell’arcivescovo Sigerico da Roma a Canterbury, ha lasciato la traccia di un percorso che rappresenta ancora oggi un richiamo importante, segno di fede di cultura e di storia. Il ritorno come testimonianza porta con il proprio viaggio un contributo a chi partirà ed un conforto a chi non può farlo e, come esperienza, può aprire nuovi orizzonti a chi nel ritrovare i luoghi e le cose lasciate si accorge di avere uno sguardo nuovo. Il pellegrino dice anche che non esiste ritorno poiché ogni passo ha creato in lui una strada che può andare solo avanti, e che il suo divenire lo riporta dove è già stato come una persona diversa. 1

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Cronache di Cammini n° 10 Il ritorno dalla Terra Santa di Carlo Barducci e Vera Biagioni Egidio ed Arcano, due pellegrini di ritorno dalla Terra Santa alla fine del X secolo si fermarono nell’Alta valle del Tevere, in località al tempo detta Noceati, e vi costruirono una cappella per custodire le Sacre Reliquie portate da Gerusalemme. Intorno a questo piccolo oratorio sorse un’abbazia benedettina, poi camaldolese, e successivamente si sviluppò il nucleo del centro storico cittadino che fu detto, proprio per questa origine, del Santo Sepolcro. cia di Arezzo e nelle vicinanze di Sansepolcro, da dove si era irradiato il culto del Santo, come ad esempio, partendo da nord, la chiesa di Frassineta, sulla Via Romea del Passo di Serra, in alto Casentino. Sono conservate testimonianze dell’impegno di Sansepolcro nell’assistenza ai pellegrini, infermi e ai poveri, come la Compagnia di Sant’Antonio con la fondazione dell’ospedale fatto risalire al 1348 e la successiva costruzione della chiesa nella quale è conservato il prezioso Stendardo Processionale di Luca Signorelli. Il Borgo raggiunse la fisionomia attuale intorno al XIV secolo. Negli antichi annali del Comune gli storici chiamarono Borgo Sansepolcro “novella Gerusalemme”. Sansepolcro divenne un nodo viario primario per quella fascia di strade che congiungevano la costa adriatica con la Valle del Tevere. I viandanti, soldati, commercianti, pellegrini, che scendevano dall’Europa orientale e preferivano la Via Romea per arrivare Roma, giungevano a Sansepolcro, da nord attraverso il Passo del Montecoronaro (mt. 853), dal Casentino attraverso il Passo di Chiusi della Verna (mt. 1000) per la via verso Montalone e Compito, con dedicazione ai santi Jacopo (da Varagine) e Cristoforo, protettori dei viandanti. La città di Sansepolcro si poteva raggiungere anche da altre strade che provenivano da vari passi delle montagne intorno alla valle. Lungo queste vie sorsero chiese e ospitali per pellegrini con dedicazione a S. Egidio, molto numerose nel territorio della attuale provin- A Sansepolcro si trovano pregiate opere d’arte che esprimono la cultura della Via romea: nel Museo Civico si trova il Polittico della Misericordia, di Piero di Francesca. Il dipinto raffigura la Madonna che accoglie sotto il suo manto committenti e devoti e nelle formelle ai lati vari santi fra i quali Arcano ed Egidio. Al tema dei due Santi fondatori della città, è dedicata un’intera sala del museo con l’esposizione di dipinti che celebrano Arcano ed Egidio. Un altro grande affresco quattrocentesco con raffigurato Egidio ed Arcano è la Crocifissione, di Bartolomeo della Gatta, conservato nella Cattedrale. Ma l’opera che più di ogni altra esprime appieno il significato del nome 2

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della città, è La Resurrezione, affresco che Piero della Francesca dipinse verso il 1460: il Cristo risorto che emerge dal Santo Sepolcro. Nel paesaggio del dipinto gli alberi che appaiono a sinistra sono secchi come in inverno, a destra verdi come in primavera, indicano l’inizio di un nuovo tempo per tutta l’umanità. A proposito di quest’opera, lo scrittore inglese Aldous Huxley nel 1925 scrisse che la Resurrezione è il più bel dipinto del Mondo. Durante la seconda guerra mondiale l’australiano Antony Clarke, comandante di una batteria di artiglieri alleata, fermò il cannoneggiamento della città perché si ricordò di quanto aveva scritto Huxey: che lì era custodito il dipinto più bello del mondo. I musei della piccola città ospitano una grande quantità di opere di inestimabile valore. Nel luogo dove sorse la prima cappella dei Santi fondatori del Borgo, troviamo oggi l’attuale Cattedrale ricostruita nel tardo Duecento, dedicata a S.Giovanni Evangelista e al Santo Sepolcro. Nella Cappella del SS. Sacramento è custodito il Volto Santo, in precedenza posto sull’altare maggiore. La scultura lignea del Volto Santo è documentata a Sansepolcro a partire dal 1348. Mentre i pellegrini che percorrevano la Via Francigena veneravano il Volto Santo di Lucca, quelli che transitavano sulla Via Romea veneravano il Volto Santo di Sansepolcro. In tempi recenti la statua è stata restaurata e i lavori si sono protratti dal 1983 al 1989. Alla luce di quanto emerso nel corso dei restauri, Cronache di Cammini n° 10 acquista credito l’ipotesi che il Volto Santo di Borgo Sansepolcro sia in realtà prototipo di quello lucchese. La questione della paternità del Volto Santo è ancora ampiamente dibattuta fra storici dell’arte. Sansepolcro ebbe il suo periodo di maggiore espansione dal ‘300 al ‘500. A quel periodo risale la costruzione di eleganti edifici medievali rinascimentali e barocchi e di numerose chiese che conservano all’interno preziosi dipinti di autori illustrissimi. L’abbellimento urbanistico della città ha il suo momento fondamentale durante il dominio di Firenze. Cosimo de’ Medici affidò al Buontalenti il completamento della cinta muraria iniziata da Giuliano da Sangallo. A tutt’oggi la città ha conservato quasi inalterato il suo assetto urbanistico medievale. Allo stesso tempo, Sansepolcro è una città attiva e moderna, impegnata a salvaguardare la propria storia, il proprio patrimonio culturale e artistico, le proprie tradizioni. Ma che è anche una città che guarda al futuro, al suo sviluppo industriale, ai suoi commerci. Sansepolcro si impegna anche in altri temi di grande attualità: di pace. Nel 2000 ha fondato la Associazione Cultura della Pace con l’aiuto fattivo di personalità della cultura, dell’arte, della chiesa, della politica. L’Associazione ha lo scopo di promuovere una reale cultura della pace concorrendo a proporre soluzioni per affrontare i gravi problemi che causano i conflitti. Al visitatore che oggi si reca a Sansepolcro, la città dà il benvenuto con un cartello che è un segno di speranza per tutti: “Benvenuti a Sansepolcro, Città della cultura della Pace”. 3

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Il Codice Rustici di Lucia Mazzucco Cronache di Cammini n° 10 Un manoscritto del XV secolo di un orafo fiorentino Marco di Bartolomeo Rustici contiene il racconto del suo viaggio a Gerusalemme, una preziosa documentazione, conservata nel Seminario Arcivescovile Maggiore di Cestello a Firenze. Conosciuto come Codice Rustici, porta come titolo esatto Dimostrazione dell’andata al Santo Sepolcro. Esce dalle mura gelose della biblioteca con una pubblicazione dell’editore Olschki, iniziativa nata dalla responsabile della biblioteca dott. Elena Gurrieri, un opera in due volumi dove il primo libro rappresenta il facsimile dell’opera dal formato di 32 x 47 cm, costituto di 568 pagine a colori ed il secondo riporta saggi ed una edizione critica . Per quanto siano conosciute ipotesi che il viaggio descritto sia solo immaginario, il Codice riporta un racconto dettagliato con notizie sui percorsi, i luoghi visitati e le esperienze fatte, preziosamente arricchito da illustrazioni ai bordi del testo, ritenuti documenti storici-figurativi. Infatti il codice contiene molto di più di quello che si può presumere dal titolo. Si parla in primo luogo di Firenze e del suo territorio, dei personaggi più illustri del tempo, sono descritte chiese, ospedali, monasteri della città, la basilica della santissima Annunziata, a quel tempo chiamata Santa Maria dei Servi, il Bigallo, San Lorenzo, Santa Maria del Fiore, la Badia Fiorentina e ben oltre 37 chiese dentro la cerchia delle mura, di altre al di fuori. I delicatissimi acquarelli, oltre al valore di documenti storici, rappresentano l’arte del miniatore e orafo fiorentino. Ma altri valori sono presenti nell’opera di Bartolomeo Rustici. La devozione religiosa che dimostra con il suo viaggio a Gerusalemme è sostenuta anche dall’impegno culturale che emerge nel racconto in digressioni filosofiche, in citazioni che partono da Aristotele e che si diramano nel campo della medicina, nella storia laica e religiosa e nelle argomentazioni che sono offerte dalla situazione del viaggio. La descrizione della città di Firenze si trova nel primo libro e si presenta come un atto di amore che apre al desiderio di una conquista spirituale più profonda. Alle varie porte della città dedica simbolicamente i personaggi più illustri: Dante a Porta san gallo, Petrarca alla Porta San Niccolò, Boccaccio alla Porta San Frediano e così via in uno spazio di 169 capitoli e 80 carte. Nel secondo libro, di 63 capitoli e 83 carte, l’argomento tratta del viaggio per raggiungere Gerusalemme. L’autore lo intraprende assieme a Maestro Leale dei Servi di Maria della santissima Annunziata e dell’altro fiorentino Antonio Bartolomeo dei Ridolfi, intorno all’anno 1441. Il viaggio parte da Firenze lungo il corso 4

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Cronache di Cammini n° 10 dell’Arno, per la via Pisana, passa Montelupo, la Val di Pesa per imbarcarsi a porto Pisano in una di quelle galee organizzate per rotte commerciali. I tre pellegrini non arrivano in tempo alla partenza fissata e sono costretto a raggiungere Genova, via terra. Così sappiamo che transitano per Camaiore, Pietrasanta, Avenza e Sarzana, notizie interessanti per la storia della frequentazione della Via Francigena. Da Genova la rotta costeggia la penisola italiana fino allo stretto di Messina, per poi dirigersi verso oriente, attraversa l’Adriatico, tocca le coste della Grecia, il Mar Egeo e Cipro. E’ piuttosto chiara l’intenzione dell’autore di non occuparsi di lasciare una indicazione delle tappe da seguire, invece si dedica alla descrizione dei luoghi che incontra ed alle esperienze che il viaggio offre. Particolari interessanti sono annotati nei confronti dei musulmani, dei loro costumi nonché considerazioni sulla loro religione. Nel terzo libro, di 73 capitoli e 120 carte, il racconto continua, ripartendo dal porto di Famagosta per costeggiare l’Africa, fino all’Egitto e fino al Porto di Tenesi sul delta del Nilo. Arrivati al Cairo i nostri pellegrini proseguono in carovana con i cammelli e raggiungono il Monte Sinai e il Monastero di santa Caterina del Sinai a onorare quella fortezza costruita ai tempi dell’Imperatore Giustiniano, alto luogo di vita spirituale e monastica che allora era e rimane adesso una importante meta di pellegrinaggio. Dopo una sosta di quattordici giorni ripartono con una carovana di cammelli fino a Gazara, da dove saranno gli asini a fornire il supporto per raggiungere la meta, Gerusalemme. La descrizione delle città santa è ricca di particolari ed è facile cogliere la sensibilità dell’uomo di fede ma anche il dono dell’artista. Le impressione sono raccolte con facilità poiché i tre fiorentini si trattengono molti giorni fino ad arrivare alla settimana santa, quando l’ingresso alla basilica del Santo Sepolcro diventava gratuito. Il viaggio proseguirà poi per la Samaria e la Galilea per conoscere Beirut e Damasco. I disegni e le illustrazioni che affiancano il racconto portano anche altri contributi , come la descrizione di piante , di animali di uso domestico che arricchiscono il discorso narrativo. Il viaggio di ritorno non è descritto; il Codice termina invece con un elogio alla città di Firenze che accogliendoli, con il piacere del ritorno, corona l’esperienza fatta. 5

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La sinfonia di un cammino di Costanza Vanni Cronache di Cammini n° 10 La sinfonia di Richard Strauss “Eine Alpensinfonie”, opera 64 descrive il cammino di una giornata per raggiungere una vetta sulle Alpi e ritorno. E’ una musica eseguita con un movimento continuo che via via descrive questo viaggio in diverse fasi, cominciando dalla notte che anticipa le prime luci dell’alba fino alla nuova notte che arriva dopo il tramonto. Alcuni addirittura la chiamarono "musica cinema" poiché la partitura esce dalle convenzioni della sinfonia per essere composta da sezioni continue di musica. Due motivi sono presenti in tutte le ventidue parti ; il primo suggerisce attraverso un ritmo espresso dagli archi bassi e dall’arpa il passo che sale e il secondo esprime l’effetto impegnativo della salita con un tema acuto degli ottoni. Le varie sezioni della partitura descrivono il cammino ed i loro titoli sono quasi superflui tanto il tema musicale, il colore degli strumenti scelti arrivino a creare l’idea della situazione e del momento. Dopo l’inizio di notte, Nacht, arriva il sorgere del sole, Sonnenaufgang, e con la prima ascesa Der Anstieg si arriva dentro un bosco, Eintritt in den Wald , si incontra un ruscello Wanderung neben dem Bache, poi una cascata Am Wasserfall e una descrizione della naturaci Erschei- nung porta a immaginare prati fioriti Auf blumigen Wiesen il pascolo degli animali Auf der Alm persino all’indugio di sentieri difficoltosi Durch Dickicht und Gestrüpp auf Irrwegen. L’arrivo al ghiacciaio è accompagnato da violini e viole acutissimi completato dal clarinetto e trombe mentre rullano i timpani, Auf dem Gletscher, e affrontando anche la situazione di pericolo Gefahrvolle Augenblicke si arriva alla vetta Auf dem Gipfel dove è l’oboe a dare il senso dell’immensità. Vision. Sale la nebbia Nebel steigen auf e il sole comincia ad oscurarsi Die Sonne verdüstert sich allmählich, un momento importante Elegie con un clima di attesa Stille vor dem Sturm che precede lo scoppio di un temporale e la tempesta dove tutta l’ orchestra è impegnata anche con il potente effetto della percussione Gewitter und Sturm, Abstieg e l’inizio della discesa. Al momento della discesa tutti i temi del viaggio in salita vengono eseguiti in ordine inverso e quasi tutti in forma rovesciata. In questa esperienza di un quasi viaggio all’indietro così prodigiosamente descritta emerge la capacità della musica che vuol disegnare il tratto del cammino, mentre per un pellegrino i passi possono essere solo sempre in avanti. Il suono dei legni e del pizzicato delle corde come ultime gocce di pioggia accompagnano l’arrivo del tramonto. Passando dall’effetto del tramonto Sonnenuntergang che con il suo epilogo Ausklang precede la nuova notte Nacht che arriva in una marcia lenta e struggente con un accordo pianissimo in si bemolle maggiore. Richard Strauss annotò nel suo diario che La sinfonia delle Alpi voleva dipingere la purificazione morale dell’uomo, grazie ai suoi soli sforzi, la liberazione dal lavoro, il culto dell’eterna, splendida natura. Eseguita per la prima volta a Berlino il 25 ottobre del 1915 con l’orchestra Reale di Dresda diretta dallo stesso compositore, il pezzo è diventato molto popolare per quanto la sua messa in opera necessiti di una orchestra molto grande, che può arrivare fino a 130 elementi. 6

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Cronache di Cammini n° 10 .San Baronto di Lucia Mazzucco Il richiamo di fede che ha portato a Roma, come agli altri luoghi sacri di tutte le religioni, i pellegrini inducendoli a intraprendere viaggi difficili duri e rischiosi per confortare la propria devozione non sempre si è completato con l’arrivo al santuario. La storia di molti pellegrini infatti comincia proprio dalla fine del loro viaggio verso la strada di ritorno che ha portato a nuove mete. Il pellegrinaggio ha così portato a vedere nuovi obiettivi, un rinnovamento, a volte scelte di vita diversa, e fra queste non rara è stata quella di diventare eremita. Gli eremiti sono persone che scelgono di vivere in solitudine dedicandosi alla meditazione ed alla preghiera. Grandi personaggi della religione cattolica hanno seguito questa scelta, come Benedetto da Norcia nel V secolo, oggi venerato in tutto il mondo e meta di pellegrinaggio a Montecassino e che è stato scelto come protettore d’Europa. Non così importante è diventato San Baronto, un santo venerato solo nel paese che porta il suo nome e nell’unica chiesa a lui dedicata. Il paese si trova sul versante pistoiese del Montalbano dove è testimoniata l’esistenza di una antica abbazia. L’abbazia ebbe le sue origini da un piccolo romitorio dove si ritirò a vivere in totale contemplazione e solitudine il monaco francese Baronto, ferman- dosi nel suo viaggio di ritorno dal pellegrinaggio a Roma nel VII secolo. Le notizie delle sua vita precedente e del viaggio sono scarse e piuttosto legate alla leggenda; il monaco proveniva di certo dalla Francia, era dell’ordine benedettino ed era sulla strada di ritorno da Roma. La tradizione racconta che sia sbarcato a Pisa, come risulta possibile in quanto tappa di pellegrinaggio via mare che si faceva mantenendosi vicino alle coste, e che si sia diretto seguendo una linea che diventerà una importante traccia di pellegrinaggio, uno dei tanti rami della via Francigena, verso i boschi sul Monte Albano, luogo adatto per una scelta di solitudine ma anche ideale per la contemplazione, considerata l’offerta di una vista non diminuita ancor oggi per la sua eccezionalità. Il monaco si costruì naturalmente una piccola cella e da quel nucleo, con l’arrivo di altri eremiti che finì per costituirsi un piccolo convento. Di cinque compagni di Baronto si conosce il nome. Uno di questi di nome Desiderio è registrato insieme a San Baronto nel Martirologio Romano al 25 marzo Pistorii in Tuscia, sanctorum confessorum Barontii et Desiderii. (Acta Sanctoram martii, p. 567) . Il luogo divenne oggetto di un richiamo spirituale. Le persone attirate dalla fama di santità degli eremiti vi si recavano inizialmente per manifestare la propria devozione, cercare benedizione, consiglio, poi con il tempo intorno alla chiesa finì per formarsi una piccola comunità che diventò operativa e sempre più grande. La fama delle figure carismatiche dei due santi rimase viva e presente per la popolazione del luogo e dei dintorni anche dopo la loro morte avvenuta alla fine del secolo. Tale venerazione venne ratificata da Rastaldo, il vescovo di Pistoia che nel 1018 consacrò una vera e proprio chiesa dedicata a San Baronto, con una cripta dove furono riportate e ricomposte le salme dei due fondatori del monastero. Dall’antica cella nasce così il monastero che sarà poi custodito da cenobiti benedettini, come conferma una pergamena del Giugno 1095, nella quale è ricordata una terra S. 7

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Barunti nella zona di Piuvica (RCP, Canonica, 253). Monaci ed abati di S. Baronto sono ricordati anche in altre pergamene del secolo XII (RCP, Vescovado, 21l2 e 49 e ASF, Capitolo, 1190 Luglio 13). Il monastero fu testimone della presenza di devozione del territorio circostante, ma si rese anche il promotore dello sviluppo sociale ed economico della comunità. Intorno infatti si creò un ambiente attivo che raggiunse un buon livello di prosperità che durò fino al XIV secolo, come si rileva dalle "Rationes decimarum Italiae. Tusca I" che attribuiscono alla Badia di San Baronto l’importante decima di quaranta lire. Secondo la regola benedettina, già ratificata nel concilio di Aquisgrana dell’anno 816, intorno alle canoniche regolari ed alle pievi dovevano essere presenti ospitali che si impegnassero nell’attività di accoglienza gratuita e quindi anche a San Baronto si creò un ospitale per pellegrini. Si può supporre che l’edificio, amministrato dal comune di Pistoia, fosse ubicato nella attuale frazione del paese che porta tuttora il nome di ‘Alberghi’. Si potrebbe azzardare come ipotesi che il nome di questo luogo ‘Alberghi’ ricordi Albergue, il tipico edifico che ospita i pellegrini in Spagna nel Cammino di Santiago. L’ospitale nel 1393 venne trasferito in una località poco distante, a Papiano, con lo scopo di poter essere utile anche alla manutenzione della strada "de S. Barunto"; infatti tale posizione presenta per il transito una maggiore agibilità di quella precedente. A questo ospitale venne dato il nome di San Paolo a Papiano o San Paolo alle Croci, in quanto beneficiario del testamento di un signore del luogo di nome Paolo. Fu retto da un ospitalario nominato dagli Uomini del Comune di Lamporecchio e sostenuto da quel lascito. Esso poteva sostenere l’accoglienza contando sulla rendita Cronache di Cammini n° 10 dei prodotti del luogo come il grano e l’ottimo vino e olio, e si componeva di due locali dei quali uno era utilizzato dal custode e l'altro offriva l’accoglienza ai pellegrini fino ad un periodo di tre giorni. La nuova posizione dell’ospitale offriva inoltre un maggiore raggio di assistenza in quanto si trovava nelle vicinanze di un crocevia per l’attraversamento del Montalbano anche nella direzione di Firenze. Poco lontano, sulla sommità del monte due secoli prima San Alluccio aveva fondato un altro ospitale a sua volta orientato verso Quarrata dove un altro ospitale Sanctus Ambrosius de Quarrata è segnalato già dal 1090. Nell’altra direzione la strada, proseguendo per Lamporecchio poteva arrivare o provenire da Fucecchio, importante punto di riferimento della Via Francigena. Nuove ricerche sono state fatte sull’ospitale di Papiano da una associazione culturale di recente formazione ‘L’ Accademia di Masetto’ nata per promuovere studi storici e culturali su Lamporecchio e zone circostanti che ne confermano l’importanza. Dal 1400 gli ordini religiosi diminuiscono il proprio ruolo sullo spessore sociale dei paesi; questo avviene soprattutto quando la gestione dei beni non può più essere condotta dal monastero per mancanza di monaci e passa a superiori estranei alla vita del luogo. Così anche l’abbazia di San Baronto ebbe la sorte di essere affidata prima come commenda e poi aggregata alla Badia Fiorentina, rimanendo in vita con questo rapporto fino al 1566. Del monastero si perdono le tracce, ma l’attività locale rimane presente e dal 1732 la Chiesa di San Baronto acquista la funzione di parrocchia del paese che ha preso il suo nome. Anche dell’antica chiesa si è persa l’autentica e importante testimonianza della sua struttura; colpita dai bombardamenti della seconda guerra mondiale è rimasta distrutta. Ricostruita con il maggior rispetto possibile della originale struttura romanica utilizzando il materiale rimasto salvo, è stata riaperta al culto nel maggio del 1951. L’attuale facciata è composta di regolari elementi arenari e la porta d'ingresso riporta una lunetta nella quale spicca lo stemma della Badia Fiorentina, lo stesso fregio che si trova sopra l’altare maggiore della attuale chiesa Badia Fiorentina a Firenze. Il campanile massiccio ed impo- 8

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nente è a pianta quadrata senza aperture in basso e con quattro finestroni ad arco a tutto sesto nella parte alta. L’interno ad un’unica navata è a croce latina, con copertura a capriate e un abside semicircolare affiancata da due cappelle aperte sul transetto. Si presenta spoglia con solo “Crocifisso” ligneo del secondo quarto del XIV secolo sull’altare maggiore, e due dipinti seicenteschi nei transetti ; quello di sinistra raffigura la “Madonna con bambino fra i santi Paolo e Baronto” del 1603 a firma “Tarquinius Gratis”. Nella navata si trovano due scale laterali di epoca settecentesca che portano all’antica cripta. Questa è stata ricomposta con le dieci colonne e i capitelli recuperati che sorreggono la volta a crociera della copertura. Cronache di Cammini n° 10 necessaria per il paese. Nei pressi della fonte si trova una lapide che vuole ricordare il miracolo del santo. Il nome del Santo nei testi di archivio è sempre associato a quello di Desiderio , e così è anche in quelle poche rappresentazioni che vengono a loro attribuite; ma una I capitelli per il loro stile si ritengono originari di un periodo antecedente al 1000. Al centro in un sepolcro di marmo bianco e verde scuro sono sepolti, secondo la tradizione, i santi fondatori pellegrini ed eremiti Baronto e Desiderio. L’antico monastero corrisponde in parte agli ambienti della canonica. Sulla porta di accesso è stato riportato in luce un archivolto decorato a racemi fortemente stilizzati, databile al IX secolo, forse parte di un ciborio. La figura del Santo ha perso nel passare dei secoli quella devozione che aveva avuto al suo tempo e dato vita ad un monastero importante. A parte il nome della chiesa e del paese nella cultura popolare San Baronto è ricordato come l’eremita che aveva trovato miracolosamente una fonte d’acqua, quella fonte che è stata per secoli indispensabile e leggenda popolare parla invece di tre monaci sempre eremiti provenienti dalla Francia, Baronto, Giusto e Bianco. Del secondo esiste una chiesa che corrisponde essere originaria dello stesso periodo che porta il suo nome, San Giusto detto al Pinone , che si trova a pochi chilometri di distanza ma molto vicini in linea d’aria. Si racconta che i due santi nella costruzione della loro chiesa avessero la facoltà di passarsi gli attrezzi da muratore per murare pietra su pietra. La chiesa di San Giusto oggi ha bisogno di un serio recupero che le restituisca completamente la sua bellezza e merito. Oggi a San Baronto la comunità del luogo e da tanti anni mantiene la tradizione di una festa il primo maggio , la Fierucola. La Fierucola è fatta di tante bancarelle di espositori del Montalbano per la quale un tempo si diceva questa filastrocca: chi non ha scarpe vada scalzo e chi le ha le tenga di conto per andare alla festa a San Baronto 9

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Cronache di Cammini n° 10 Il ritorno delle stagioni di Alcina Masetti All'inizio dei tempi, sulla terra splendeva sempre il sole e faceva sempre caldo. I prati erano perennemente coperti di fiori e nei campi crescevano frutti, verdure e frumento tutto l'anno. La Dea Cerere che seminava, innaffiava le piante e faceva sì che gli alberi fiorissero e dessero frutti. Quando avvenne che Plutone, dio degli inferi decise un giorno di affiorare alla luce e vedere un po' di questo mondo....Dopo un lungo e faticoso cammino emerse infine su una pianura bellissima, posta a mezza costa del monte Enna (Claudiano Strabone) Con il consenso di Giove Plutone rapisce Proserpina , la bella fanciulla figlia della dea Cerere. Ciò avvenne in una terra di Sicilia vicina ad Enna. Gian Lorenzo Bernini. Il ratto di Proserpina . 1622 Roma - Galleria Borghese C’è un lago vicino alle mura di Enna, profondo, che si chiama Pergo, e neppure il Caistro ascolta sulle sue onde più canti di cigni. Un grande bosco corona le acque da tutti i lati, e con le sue fronde fa velo al fuoco del sole. I rami danno fresco, la terra umida produce fiori: è un’eter- na primavera. In questo bosco Proserpina mentre gioca a raccogliere viole e candidi gigli, Ovidio Metamorfosi 341 …. Si difese la fanciulla figlia della dea Cerere, e quando Plutone la mise sul suo carro un grido disperato arrivò fino all’Olimpo. La madre udì questa voce e scese sulla terra per soccorrerla. Per nove giorni la cercò in tutti i luoghi, senza sosta, senza nutrirsi, chiedendo a tutti ma senza risultato. Alla fine il Sole ne ebbe pietà e cercò di consolarla dicendole che la figlia con il suo sorriso rendeva felice il mondo degli Inferi. Cerere allora si rifugiò in un suo tempio e presa dalla disperazione non si occupò più della natura che da lei dipendeva. Tutto cominciò a morire, le messi non maturarono più , i fiori e i frutti marcirono e tutta la terra mostrava la stessa desolazione della Dea. Dall’Olimpo gli dei cercarono di consolarla e di farla tornare fra loro, le offrirono doni ma Cerere chiedeva solo il ritorno della figlia. Plutone per ordine di Giove accettò di far tornare la sua sposa sulla terra ma si avvalse di uno strattagemma e prima di farla salire sul carro le offrì dei chicchi di melograno sapendo che la natura di quei frutti avrebbe mantenuto il legame al mondo degli inferi. La fanciulla arrivò finalmente al tempio dove si trovava la madre e appena le due donne si abbracciarono nel mondo tornò la luce. Ma il legame creato dal frutto faceva sentire il suo effetto e Cerere comprese che oramai la figlia era legata al suo nuovo mondo. Chiese allora a Giove che le fosse concesso di farla tornare sulla terra almeno periodicamente e ciò fu reso possibile perché la figlia non aveva mangiato tutto il frutto intero. Così cominciarono le stagioni e le loro alternanze si stabilirono con l’attesa di Proserpina sulla terra per la primavera , la sua venuta per l’estate, il declino che prepara alla partenza in autunno e l’inverno dove nel mondo degli inferi con il suo sposo Plutone, protettore delle risorse profonde della terra, si carica delle prossime e future energie da offrire alla madre. 10

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Cronache di Cammini n° 10 L’ospitale di San Pellegrino in Alpe di Luciano Mazzucco Ancor oggi, partendo da Castelnuovo Garfagnana diretti a Modena, poco prima di arrivare al Passo delle Radici che divide l’Emilia dalla Toscana, alla considerevole quota di 1525 mt s.l.m., troviamo ben conservata la struttura di un antico ospizio per i viandanti ed i pellegrini che seguivano questa via di comunicazione molto antica, che portava dalla Toscana a Canossa, Reggio Emilia e Modena. Probabilmente sulla traccia di una strada romana, forse una diramazione della Via Clodia, utilizzata nel Medioevo più che altro come via di transumanza delle greggi, dall’anno Mille, in occasione della rinascita spirituale del secondo millennio e lo sviluppo delle vie romee, L’Ospitale ed il Santuario dei Santi Pellegrino e Bianco a San Pellegrino in Alpe questa via ebbe una maggior frequentazione per cui, per assistere i viandanti fu edificato poco lontano dal Passo un ricovero. Anche in altre parti della Valle del Serchio, del resto, a Monteperpoli, a Buita e a Saltello, e anche sul Passo di Tea che divideva la Valle del Serchio dalla valle dell’Aulella in Lunigiana, fu costruito un analogo ricovero, l’ ospedale di San Nicolao. Era uso in quei tempi di comunicazioni difficili, dar riparo a chi viaggiava soprattutto nei punti a rischio dei passi di montagna. Si può citare l’Ospedale di Santa Cristina posto sul cammino di Santiago subito dopo il passo di Somport sui Pirenei e più vicino— l’ospitale di san Pietro subito dopo il passo di Linguadà nell’appennino piacentino e parmense, sulla Via degli Abati. Documenti dell XI e XII secolo attestano la funzione, i riconoscimenti e le offerte devolute a questo ente caritativo di San Pellegrino da papi ed imperatori. Alla struttura di ricovero era annesso un santuario che condivise nel tempo le sorti dell’ospedale. Il santuario era dedicato a San Pellegrino, un monaco -come racconta la leggenda- di origine nobile scozzese che lasciate tutte le ricchezze ed i privilegi di cui disponeva si incamminò diretto a Gerusalemme, in compagnia di una banda di ladri che ‘l’avevano aggredito e Cronache di Cammini Pubblicazione culturale di percorsi, soste, storie nel camminare. Diffusione semestrale a stampa. Anno 6° - Numero 10 - ottobre 2016 --------------------Direttore Responsabile: Niccolò Mazzucco Direttore: Luciano Mazzucco. Redazione: Lucia Mazzucco, Giovanna Palagi. Direzione, Redazione: Via V. da Filicaia 22 - 50135 Firenze Tel. e fax 055-679925 E-mail: icammini@gmail.com Sito web. http://www.cronachedicammini.com Registrazione Tribunale di Firenze n° 4157 del 3.8.2011 Stampa: Officine Grafiche Elettra. Via B. Dei, 70 — 50127 Firenze Tel 055-473.809 Proprietario/Editore: Dott. Luciano Mazzucco. Codice Fiscale: MZZLCN53D10D612O Partita Iva: 03843620489 — e-mail: lucimak@tin.it Sito web: http://www.ortopediamazzucco.com Conto corrente postale n° 001021055460 IBAN: IT13 E076 0102 8000 0102 1055 460 intestato a: Dott. Luciano Mazzucco. Specialista in Ortopedia e Traumatologia Via V. da Filicaia, 22- 50135 Firenze. Tel/fax 055-679925 Studi: Via della Rondinella, 66/1 — 50135 Firenze Tel 055-6540048/049. Via G. Campani 18 — 50127 Firenze. Tel 328-0980984 Via Chiantigiana 26 — 50126 Firenze. Tel 055-69369 Piazza del Popolo, 44— 50026 San Casciano VP. Tel 055821318 11

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che lui riuscì a convertire. Alla fine della sua vita, a 97 anni, morì nel suo riparo dentro un tronco d’albero protetto dagli animali della foresta che erano diventati suoi amici, nell’anno 643 d.C. Sempre secondo la leggenda, il suo corpo, dopo il ritrovamento, fu oggetto di una contesa fra i fedeli emiliani e quelli toscani che pretendevano il corpo del santo per poterlo venerare. La contesa fu risolta con l’espediente di mettere la salma su un carro e affidarne il destino alla volontà di due buoi. Il carro si fermò proprio nel punto di confine fra le due regioni, dove in seguito sorse il Santuario precisamente a metà fra il territorio emiliano e quello toscano e lì, la salma fu sepolta insieme al suo discepolo San Bianco, con la testa in Emilia ed i piedi in Toscana. Anche per il richiamo devozionale del Santuario, che nei secoli successivi e soprattutto nel 1400 ebbe una grande rinomanza, fu necessario nel tempo ristrutturare ed ampliare il ricovero per i pellegrini che accorrevano numerosi per venerare le spoglie sante e per continuare poi verso Lucca e Roma. La Via dal modenese fu in seguito (nel 1700) ampliata e prolungata per necessità politiche degli estensi che a- Cronache di Cammini n° 10 vevano in Garfagnana possedimenti e notevoli interessi economici: fu la ducale Via Vandelli che da Modena arrivava fino all’attuale città di Massa, impegnandosi poi nel difficile passaggio delle Alpi Apuane. Attualmente il Santuario risponde ancora alla propria funzione spirituale; le salme di Pellegrino e Bianco sono conservate in un tempietto marmoreo opera di Matteo Cividali, lo scultore lucchese del ‘400 che costruì fra l’altro il tempietto per il Volto Santo di Lucca. I locali dell’antico ospedale oggi accolgono il museo etnografico provinciale. Le salme di Pellegrino e Bianco Ricordo di un cammino 12

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