N° 2 - Filmese Novembre 2016

 

Embed or link this publication

Description

FILMESE N° 02 - Novembre 2016

Popular Pages


p. 1

2 NOVEMBRE 2016 1 IL PUNTO 2 VITA ASSOCIATIVA 3 IL CALENDARIO 4 I FILM DI NOVEMBRE 11 I FESTIVAL 16 LE NEWS FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani - Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Grafiche Aurora S.r.l. - Via della Scienza 21 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. si ringrazia Banca Popolare di Verona Agsm Verona Il punto QUANDO IL CINEMA È PASSIONE La mia passione per il cinema è radicata fin dalla giovane età con indimenticabili esperienze di improvvisato ed improbabile proiezionista nel parrocchiale mitico cinema “Elios” di Sant’Eufemia (quale nostalgia per le immagini che immancabilmente si liquefacevano sullo schermo per un blocco della pellicola, meritevoli, quelle sì, di un saggio di Enrico Ghezzi ancor più che le opere di Stan Brakhage!). Socio del Circolo del Cinema dai tempi dell’Auditorium Montemezzi: e anche là le rigide sedie in legno mettevano a dura prova il fondo schiena dei cinefili, ma duri veh, guai a lamentarsi! Un salto nel tempo ed eccoci a Madrid: quei viaggi, sapete, in cui i genitori inseguono per l’Europa i figli che sciamano qua e là portati dal Progetto Erasmus. A Madrid i cinema d’essai propongono la trilogia di film sulla parabola del giovane Yusuf, che il regista turco Kaplanoğlu ha girato tra il 2007 e il 2010. L’ultimo dei tre ha appena vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino, ma i distributori italiani se ne disinteressano. La curiosità, la vince anche sui sottotitoli in spagnolo allora poco masticato; ne veniamo però fortemente ripagati. Li vediamo tutti e tre (Uovo, Latte, Miele sono i titoli delle tre opere) e sulle ali dell’entusiasmo durante il viaggio aereo di ritorno, forse anche per sopravvivere ai martellanti annunci delle hostess - e chi vola spesso low-cost sa a cosa mi riferisco -, mi viene l’idea di scrivere qualche pensiero sparso su quanto avevamo visto. Non mi pareva poi così male e timidamente per vie traverse ho proposto lo scritto ad Ines Cabrini, allora consigliere segretario del Circolo del Cinema, la cui sede si era recentemente trasferita in via della Valverde dopo gli anni della Pigna e di via San Mamaso. Che tuffo al cuore vedersi “l’articolo” pubblicato su Filmese di aprile 2011: ma allora la passione può aprire le porte…! Ebbene sì, il salto temporale è ora più breve, eccomi qua inserito nel Consiglio Direttivo dell’Associazione, con le mani in pasta alla ricerca pressoché quotidiana di quanto proporre a tutti voi, scegliendo il meglio di quanto la distribuzione rende disponibile del cinema indipendente e d’autore. Buone visioni! A proposito, la Trilogia di Yusuf è reperibile (con sottotitoli in inglese) tra i DVD che il Circolo del Cinema mette a disposizione dei soci: non perdetevela! Roberto Pecci ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 0215 / RASSEGNE / INCONTRI E CONFERENZE / EDITORIA / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO / EMEROTECA / VIDEOTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR telefono 045 8006778 - info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it / pubblicazione non in vendita riservata ai soci e agli amici del circolo

[close]

p. 2

vita associativa CONFERENZE SUL CINEMA: mercoledì 16 e mercoledì 30 · ore 17.30 presso la Sala Montanari della Società Letteraria, Piazzetta Scalette Rubiani 1, Verona Nell’ambito delle iniziative per il 70° anno sociale, il Circolo del Cinema organizza, in collaborazione con la Società Letteraria, una serie di incontri che si terranno nella Sala Montanari della Società Letteraria con ingresso libero. Il primo appuntamento sarà mercoledì 16 novembre alle 17.30 col prof. Gianluca Solla, docente di filosofia teoretica all’Università di Verona: un incontro di parole e immagini, una riflessione sul cinema e sulle immagini che vivono sullo schermo, a partire dal libro di Solla Buster Keaton. L’invenzione del gesto, edito da Orthotes (Napoli-Salerno 2016). Si può davvero pensare per immagini? E se anche fosse, perché vale la pena provarci con Buster Keaton? Nei suoi film, il grande protagonista del cinema muto ci insegna a pensare i segreti concatenamenti che legano tra loro le cose più diverse: uomini, animali, macchine, oggetti… tutti tenuti insieme dalla magia di un tempo che corre a precipizio verso l’azione. Tra le precedenti pubblicazioni di Solla: L’ombra della libertà (2003); Nomi di nomi (2006); Marrani. Il debito segreto (2008); Memorie dei senzanome. Breve storia dell’infimo e dell’infame (2013). La seconda conferenza sarà mercoledì 30 novembre alle 17.30 col prof. Alberto Scandola, professore aggregato all’Università di Verona, titolare del corso di Storia e critica del cinema, il quale parlerà sul tema: “Star hollywoodiane tra cinema e pubblicità: i casi Scarlett Johansson e Matt Damon”. Scandola dal 2001 a oggi ha pubblicato decine di saggi e articoli su riviste nazionali ed internazionali, numerosi contributi in volumi collettivi e cinque monografie. È membro del comitato editoriale di Lo stato delle cose (Università di Padova) e dirige la collana Studi cinematografici per Negretto Editore. INCONTRI CON I REGISTI: venerdì 4 e venerdì 11 · ore 18 presso la Sede del Circolo del Cinema, via della Valverde 32, Verona Si prega di confermare la partecipazione alla segreteria: 0458006778 - info@circolodelcinema.it Nello spirito di collaborazione con il Festival di Cinema Africano, il Circolo del Cinema ospita nella propria sede due incontri con registi ospiti del Festival, la manifestazione veronese che si svolgerà dal 4 al 16 novembre con una vetrina di nuove produzioni cinematografiche indipendenti e d’autore del continente africano ed altre iniziative collaterali. Due venerdì, dunque, all’insegna di una riflessione e di un dialogo sulle poetiche dei registi presenti, ai quali i soci interessati ad intervenire potranno porre domande e soddisfare curiosità sulla cinematografia del loro paese. Venerdì 4 novembre sarà ospite il regista Farid Bentoumi, intervistato dal critico cinematografico Tahar Chickaoui, docente all’École des Arts et du Cinéma in Tunisia. Bentoumi inizia la sua attività come sceneggiatore, per il teatro e per il cinema, vincendo nel 2005 il Gran Premio della Giuria al Festival des Scénaristes di Valence. Lavora anche come attore per cortometraggi e serie tv, ottenendo il premio Talents Adami al Festival di Cannes 2003. Realizza tre cortometraggi prima di debuttare nel lungo con Good Luck Algeria (2015). 2 Il critico Tahar Chickaoui, nato in Tunisia nel 1954, ha insegnato analisi e storia del cinema all’Università di Manouba, la capitale dell’omonimo Governatorato. Attualmente vive a Marsiglia ed è molto attivo come critico cinematografico, conferenziere e promotore degli studi sul cinema in Tunisia. Nel 2013 è diventato direttore artistico degli Incontri internazionali dei cinema arabi di Marsiglia. Venerdì 11 novembre sarà ospite il regista Férid Boughedir, intervistato dal prof. Mario Guidorizzi. Férid Boughedir, regista e sceneggiatore tunisino, ha diretto cinque lungometraggi dal 1983, anno in cui il suo Caméra d'Afrique è stato selezionato per il concorso del Festival di Cannes. Nel 1996, Un été à La Goulette è stato presentato alla Berlinale. Il prof. Mario Guidorizzi, già docente di Storia del cinema e analisi del testo filmico all’Università di Verona, è giornalista pubblicista, scrittore, commediografo, sceneggiatore e regista di corti, medi e lungometraggi in video; l’ultimo suo lavoro si intitola Tanto di stelle. Socio storico del Circolo del Cinema, fa parte del Consiglio Direttivo, ricoprendo la carica di Vicepresidente.

[close]

p. 3

PROGRAMMA DI NOVEMBRE 2016 5 GIOVEDÌ 3 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 APPENA APRO GLI OCCHI opera prima di Leyla Bouzid Francia/Tunisia/Belgio/Emirati Arabi, 2015 - durata: 1h 42’ serata con l’ospite (vedere a pag. 4) 6 GIOVEDÌ 10 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 LOS NADIE opera prima di Juan Sebastián Mesa Colombia, 2016 - durata: 1h 24’ versione originale sottotitolata serata con l’ospite (vedere a pag. 6) 7 GIOVEDÌ 17 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 L’EFFETTO ACQUATICO di Sólveig Anspach Francia/Islanda, 2016 - durata: 1h 35’ 8 GIOVEDÌ 24 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 SPARROWS di Rúnar Rúnarsson Islanda/Danimarca/Croazia, 2015 - durata: 1h 39’ versione originale sottotitolata serata con l’ospite (vedere a pag. 9) puntualità e cellulari spenti sede delle proiezioni: CINEMA K2 - via Rosmini 1 - Verona 3

[close]

p. 4

5 film GIOVEDÌ 3 NOVEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 APPENA APRO GLI OCCHI regia di Leyla Bouzid - opera prima Francia/Tunisia/Belgio/Emirati Arabi, 2015 - durata: 1h 42ʼ ALLA PROIEZIONE DELLE 21.30 SARÀ PRESENTE IL CRITICO TAHAR CHICKAOUI LA NOTA Tre significativi eventi caratterizzano il cartellone di questo mese. Ecco il primo: la presentazione ai soci di un film in prima visione per Verona, che anticipa la proiezione programmata dal Festival Internazionale di Cinema Africano, in svolgimento nella nostra città dal 4 al 13 novembre 2016. È un segno di attenzione, che rafforza il rapporto di collaborazione fra il Circolo e gli organizzatori del Festival, ai quali va il più vivo ringraziamento e lʼaugurio di unʼottima riuscita della manifestazione. In tale prospettiva di dialogo con realtà cinematografiche di tutto prestigio del territorio che si connotano per uno sguardo profondo verso il mondo esterno, si collocano gli appuntamenti presso la sede del Circolo per due interviste a registi africani ospiti del Festival, come viene segnalato ai soci a pagina 2 (Vita associativa). PREMI Venezia 2015-Venice Days: Premio del Pubblico; Europa Cinemas Label Award: Miglior Film Europeo / Candidato al Premio LUX Film Days 2016 Donna, 18 anni, tunisina: i dati anagrafici anticipano una storia di sofferenza, che si amplifica se si aggiunge che la ragazza è ribelle e canta in un gruppo rock di matrice politica. A nulla servono le parole della mamma, che insiste per "metterla in riga" e iscriverla a medicina; Farah è sorda alle repressioni, desidera solo vivere da cittadina libera e attiva. Il suo sentimento non è isolato; siamo nell'estate 2010, alla vigilia della rivoluzione che avrebbe cacciato Ben Ali. Al suo fianco s'alzano la voglia di cambiamento e centinaia di voci giovani che avrebbero di lì a poco generato le Primavere Arabe. Dopo una prima euforia che sembra portarla al raggiungimento dei suoi obiettivi, i problemi si fanno sentire pesanti come macigni, costringendo Farah a una resistenza senza quartiere per difendere i propri ideali. Esordio della figlia d'arte tunisina Leyla Bouzid, Appena apro gli occhi (già alle Giornate degli Autori veneziane) s'inserisce nel filone sulle Primavere Arabe al femminile, come Mustang della collega turca Deniz Gamze Ergüven, che ha in comune una formazione parigina. Per quanto di qualità differente (Mustang è stato candidato all'Oscar come miglior film straniero), i film cavalcano l'onda dell'emergenza contemporanea con quel triplice sguardo (donna, araba, francese) che rende i risultati intimamente interessanti. È proprio l'apparente direzione contraddittoria (centrifuga e centripeta) a dare spessore al vissuto delle protagoniste, intendendo sia le registe che i personaggi in campo. Il sentimento di chi vive in prima persona le ingiustizie di un territorio in cui vorrebbe rimanere e da cui vorrebbe fuggire, è la materia fondativa d'un cinema perfettamente incarnato da alcuni autori dell'Iran già da decenni. Farah, novella rivoluzionaria, non fa eccezione; si dimena nottetempo cantando rock e rifiuta ogni genere d'imposizione; ma sentirsi occidentali non equivale ad esserlo, un'amara presa di coscienza che a lei come alle sue "compagne" di opere affini costa assai cara. (Anna Maria Pasetti, da Vivilcinema, marzo-aprile 2016 4 La 10a edizione del Premio LUX Il film è stato scelto, fra un gruppo di dieci, a formare una terna (di cui fanno parte le coproduzioni La mia vita da zucchina e Toni Erdman) che partecipa, tra ottobre e dicembre, ai Lux Film Days 2016, un insieme di iniziative che prevedono: la circolazione dei film nei 28 paesi europei, per dare al pubblico l’occasione di capire e discutere le questioni che trattano, e un convegno a Bruxelles fra professionisti del cinema europeo ed i membri del Parlamento. I 751 parlamentari saranno poi invitati a votare uno dei tre film in competizione, cui assegnare il Premio LUX 2016, che sarà annunciato il 23 novembre a Strasburgo. In coincidenza con il Festival dei Diritti Umani della Triennale di Milano, che in questa prima edizione ha come fil rouge la condizione della donna (...), esce uno dei pochissimi film tunisini distribuiti nelle sale italiane, Appena apro gli occhi - Canto per la libertà, firmato dalla figlia di Nouri Bouzid, Leyla. Il padre, che ha studiato cinema in Belgio e poi è tornato in Patria, ha pagato con cinque anni di carcere e con aggressioni e minacce la fedeltà alle sue idee; lei, che ha studiato a Parigi prima letteratura e poi regia (a La Fémis), vive tra la Tunisia e la Francia e ha voluto con questo film mostrare la situazione del suo Paese nel 2010, cioè prima della "Primavera Araba", per ricordare a chi lo sta dimenticando il clima di chiusura, controllo, terrore che si respirava con la dittatura, in primo luogo per le giovani donne che volevano essere libere ed esprimere sentimenti e pensieri attraverso l'arte, in questo caso il canto. Bouzid racconta infatti la storia di Farah, diciottenne diplomata a pieni voti che la madre indirizza a medicina mentre lei vorrebbe studiare musicologia, che canta in un gruppo che usa l'oud elettrico per mescolare un punk-rock tendente all'indie alle melodie tradizionali arabe, parlando del proprio Paese e dei suoi problemi allo scopo di provare a cambiare le cose ("Paese di polvere, le tue porte sono chiuse e portano sfortuna", in

[close]

p. 5

Mon pays; "Ho visto un mondo distrutto e situazioni mortali - e così tanti cuori che sono stati spenti", Oiseau de nuit; "Appena apro gli occhi vedo la gente privata del lavoro, del cibo e di una vita fuori dal suo quartiere (...); vedo la gente che si esilia (...), in pellegrinaggio verso la morte (...); vedo la gente spenta, immersa nel sudore; le sue lacrime sono salate, il suo sangue è rubato e i suoi sogni sono sbiaditi, À peine j'ouvre les yeux); e che per questo e per il suo comportamento libero e ribelle, che non ha paura di mostrare, viene arrestata e trattenuta dalla polizia. Racconta Farah anche nella sua inquietudine di adolescente che scopre il mondo, che si innamora e che insegue una vocazione, e che deve rapportarsi a sua madre che sembra non capirla e ad un padre che, per non aver preso la tessera del partito, è costretto a lavorare lontano dalla sua famiglia; e racconta in particolare la relazione madre-figlia anche dal punto di vista della donna (Hayet) che si rivede nella ragazza, con il suo impasto di ingenuità e autenticità, di istinto e cuore, di innocenza e coraggio e sete di libertà, e che proprio per questo cerca di proteggerla in qualche modo da se stessa (il film tra l'altro, che doveva intitolarsi Dieu protège ma fille, era in origine molto più incentrato sulla figura materna). Detto questo, non è facile rendere l'opera a parole, riferendosi ai contenuti e ai temi o tentando possibili richiami (I gatti persiani, Timbuctù, The Idol, la band libanese Mashrou' Leila per la musica, Mustang, Much Loved, Acrid per la condizione della donna nel mondo arabo), perché Appena apro gli occhi - Canto per la libertà è innanzitutto un film "fisico", un film che si "sente" con il cuore e i sensi aperti, fatto di melodie che cullano ma anche scivolano in un attimo nel punk più distorto (Khyam Allami ne è l'autore), di colori tra il rosso della passione e l'azzurro del cielo di Tunisi al crepuscolo, di volti ripresi da vicino nella loro verità, compresi quelli degli uomini delle riprese reali nei bar e nei mezzi pubblici della città di notte, pudica e lussuriosa di momenti magici come quelli della musica (il primo concerto ma anche quello sulla spiaggia, e le infinite prove ...), della corsa in auto con Hayet impazzita per la preoccupazione, della scena iniziale pelle contro pelle e anima contro anima, di quella finale del canto che la madre aiuta Farah a ritrovare, perché sa cosa significa e sa anche cosa significa rinunciarci, anche se sembra la cosa più saggia. Ma soprattutto ricordiamo le attrici: Ghalia Benali la madre, cantante, attrice e danzatrice nota in patria, e Baya Medhaffer la figlia, capelli ricci e amore per la vita, movimento e passione. Sempre. (Paolo Brunetta, da Cineforum, giugno 2016) Nell’opera prima di Leyla Bouzid, applauditissima alle Giornate degli Autori di Venezia 2015, (...) non è della rivoluzione tunisina che si parla. Il film dell’esordiente regista tunisina è il racconto dei mesi che l’hanno immediatamente preceduta, attraverso il percorso di una giovane cantante che con coraggio e un po’ d’incoscienza sfida la censura del regime, portando la sua voce e le sue parole di denuncia nei bar, nei locali notturni frequentati dalla gioventù tunisina, per strada. Sembra di entrarci davvero in quei locali, tanto le atmosfere, i gesti e i volti che li popolano sono reali. Nel film di Bouzid, la vita notturna di Tunisi è trascinante, si brinda, si canta, si balla, poi una corsa in metro e tutti a casa. Quando Farah (l’esordiente Baya Medhaffer) torna a casa sua, però, ad accoglierla sono i rimproveri di sua madre Hayet (...). I testi delle sue canzoni parlano dei problemi del paese, di torpore e di sogni rubati. Sua madre, che da giovane era ribelle quanto lei, sa bene quali pericoli corre. Ma Farah va dritta per la sua strada... Non si fa fatica a immaginare Farah, qualche mese più tardi, a manifestare in piazza contro il regime di Ben Ali. Ma il film a un certo punto prende un altro corso, e non sappiamo se la giovane ribelle dai capelli ricci riuscirà mai a ritirar fuori la sua voce. Appena apro gli occhi narra con potenza, espressiva e politica, la vita di tutti i giorni in un momento particolare per il paese. «Farah rappresenta la forza della gioventù tunisina e di tutti gli artisti arabi che devono combattere per esistere», afferma Leyla Bouzid. «Il film tenta di approfondire quanto è stato raccontato con superficialità dai media. Partendo da una storia personale, ho cercato di dare un’idea del clima in cui ha avuto origine la rivoluzione». Oggi Farah sarebbe libera di cantare? «C’è una maggiore coscienza dell’importanza della libertà di parola, oggi in Tunisia, ma ancora vengono arrestati blogger e rapper», spiega la regista. «Può cantare, ma potrebbe avere problemi», conferma l’attrice protagonista, «è un braccio di ferro continuo, si cerca di spostare i limiti sempre più in là. Ma andrà sempre meglio, sono ottimista». Intanto il film ha ricevuto il finanziamento del Ministero della Cultura tunisino, ed è un buon segno. (Vittoria Scarpa, da “Cineuropa, Film Focus”, 6 settembre 2015) NOTE DI REGIA Il film si svolge nell’estate 2010 e, al momento della rivoluzione tunisina nel 2011, tutti hanno voluto filmare in strada, realizzare documentari, parlare di questa rivoluzione e io mi sono subito detta: «Finalmente si può tornare all’epoca di Ben Ali e parlare dello Stato di polizia, dell’atmosfera opprimente che regnava tra i giovani e i meno giovani e l’atmosfera di paranoia». In Tunisia ci si sentiva addosso una cappa di piombo, ci si sentiva oppressi e nessuno osava parlare apertamente o liberarsi e pensavo, quindi, che quest’atmosfera fosse importante, tanto più che nell’estate 2010 qualcosa era in fermento, se ne aveva abbastanza di quello che era successo e si aveva la sensazione che sarebbe successo qualcosa, che comunque tutto stesse per finire. Ho ritenuto importante parlare di quest’atmosfera e soprattutto dello Stato di polizia, lo Stato di sorveglianza, perché si scopre pochissimo della Tunisia se si è di passaggio. Farah, è una giovane tunisina, libera, impulsiva, ha voglia di vivere liberamente... sta scoprendo la vita, l’amore, inizia a uscire e la sua band viene ingaggiata per alcuni concerti. Ha la tipica fame di vita dei diciottenni, ma si ritrova di fronte a una cosa che non si sarebbe mai aspettata. Ho trovato interessante che i personaggi dei giovani fossero ora moderni, ora bloccati dalla tradizione, combattuti tra la tradizione e la modernità. Borhène è un artista, moderno, di mente aperta, ma non riesce a non essere geloso, un po’ macho. Credo che tutti i personaggi del film non siano né neri né bianchi, sono tutti un po’ grigi, ambivalenti, i poliziotti sono innamorati e allo stesso tempo anche Borhène lo è, ma è un po’ chiuso e ritengo che questo sia un quadro molto più realistico della società tunisina, perché non c’è una modernità assoluta, una totale apertura mentale, e non c’è nemmeno un conservatorismo assoluto. Borhène è l’immagine di tutto questo, della tipica ambiguità di molti uomini tunisini. Il film tratta anche dell’evoluzione del personaggio della madre. Si comincia con una madre un po’ dura e, pian piano, impariamo a conoscerla e capiamo i motivi del suo comportamento; lei stessa, poco a poco durante il film, si renderà conto di ciò che era e di quello che è diventata, prenderà coscienza del suo passato. Ha quindi un’evoluzione in cui all’inizio pensiamo sia severa e poi piano piano capiamo che è tutt’altro e la ragione per cui rinuncia. Il film parla della gioventù tunisina, ma anche di una generazione che ha rinunciato e che, a contatto con la gioventù, ha potuto ritrovare un po’ di fede che aveva da giovane. La musica è arrivata molto presto nella sceneggiatura, tutte le canzoni avevano una funzione drammaturgica e dovevano trasmettere una sensazione particolare. C’erano canzoni soft e altre più malinconiche, ogni canzone aveva un colore. Ho lavorato con un compositore tunisino, Ghassen Amami, che ha scritto le canzoni appositamente per il film, per il momento in cui apparivano. Poi ho lavorato con il musicista iracheno Khyam Allami, che invece è partito dai testi e dalla band, perché l’attrice protagonista non è una cantante professionista. Ha dovuto quindi lavorare con lei, con la sua voce e con i testi, per comporre una musica rock alternativa, e con il sentimento che volevo fosse trasmesso da quel particolare momento del film. È stato un lavoro enorme e una grande sfida realizzare la musica di questo film e creare una band, a ogni ripresa il gruppo suonava live e questo era abbastanza elettrizzante. (da un’intervista alla regista al Festival di Venezia, in Cineuropa, 2015) t.o. À peine j'ouvre les yeux - regia: Leyla Bouzid - sceneggiatura: Leyla Bouzid, Marie-Sophie Chambon - fotografia (colore): Sébastien Goepfert - musica: Ghassen Amami, Khyam Allami - interpreti: Baya Medhaffer (Farah), Ghalia Benali (Hayet), Montassar Ayari (Borhène), Aymen Omrani (Ali), Lassaad Jamoussi (Mahmoud), Deena Abdelwahed (Inès), Youssef Soltana (Ska), Marwen Soltana (Sami) - produzione: Blue Monday Productions/Propaganda Production/Hélicotronc - origine: Francia/Tunisia/Belgio/Emirati Arabi, 2015 - 1h 42’. LEYLA BOUZID La figlia del noto regista Nouri Bouzid è nata a Tunisi nel 1984. Nel 2003 si trasferisce a Parigi per studiare letteratura francese alla Sorbona e, in seguito, regia alla Fémis. Nel 2011 firma il film di diploma, Mkhobbi fi kobba, a Tunisi, pochi mesi prima della rivoluzione. Nel sud della Francia e con attori non professionisti, gira Zakaria. I due cortometraggi ricevono vari premi nei festival francesi ed internazionali. À peine j'ouvre les yeux è il suo debutto. 5

[close]

p. 6

6 film GIOVEDÌ 10 NOVEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 GIORNATA DEDICATA ALLA SIC LOS NADIE regia di Juan Sebastián Mesa - opera prima Colombia, 2016 - durata: 1h 24ʼ - versione originale sottotitolata ALLA PROIEZIONE DELLE 21.30 SARÀ PRESENTE IN SALA UN RAPPRESENTANTE DELLA SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA Al film del 27enne Juan Sebastián Mesa il Premio del Pubblico - Circolo del Cinema di Verona A diciassette anni dalla vittoria di Mondo Grua, il film che rivelò il talento dell'argentino Pablo Trapero, l'America Latina torna a trionfare alla Settimana Internazionale della Critica grazie al colombiano Los nadie, vincitore del Premio del Pubblico - Circolo del Cinema di Verona di questa 31. edizione. Diretto dal giovane Juan Sebastián Mesa (27 anni), Los nadie racconta la storia di cinque amici che, nel pieno di una tarda adolescenza fatta di irrequietezza intensa, stupore, tenerezza inespressa e rabbia manifesta, sopravvivono ai margini di Medellín: una città che al tempo stesso li attrae e li esclude, li attira con le sue promesse ma li respinge con ostilità. Musica, street art e amicizia sono le loro armi di resistenza, nella speranza di un rito di passaggio che li sappia trasformare in qualcosa di diverso. Bianco e nero, furibondo spirito punk e un controllo visivo già straordinariamente maturo: il ventisettenne Juan Sebastián Mesa firma un commosso canto lirico ai ribelli senza causa di oggi. Spiega Mesa: «Questo film è un incontro con uno dei più enigmatici e radicali movimenti del nostro tempo: l'anarco-punk. Tale definizione non si riferisce unicamente a uno stile musicale, anzi definisce in primo luogo un movimento giovanile che rivendica istanze politiche e artistiche. Questo film, in un certo senso, è un ritorno a un universo che conosco a fondo, è composto di personaggi e situazioni di cui ho fatto esperienza diretta con i miei amici, quando ero adolescente; ma soprattutto si tratta di una storia che nasce dalle inspiegabili sensazioni che si provano nel lasciare le montagne di Medellín, la città in cui sono nato; il viaggio diviene qui un pretesto per parlare di una generazione di sognatori disincantati così come essa si riflette nelle vite di cinque giovani che sentono la necessità di abbracciare l'ignoto ed esplorare il mondo da soli, per scappare dai problemi e dalla violenza in cui vivono quotidianamente immersi». (Comunicato stampa della SIC) Una sinfonia urbana di volti, corpi, tatuaggi e sudore, un po’ selvatica e molto punk. Con Los nadie Juan Sebastián Mesa porta alla Settimana Internazionale della Critica, vincendo il premio del pubblico, tenerezze e ruvidezze della gioventù colombiana contemporanea, per un inno ai sogni giovanili e alla libertà. Amicizia, tatuaggi, graffiti, giocoleria, musica a tutto volume, totale entropia perpetua e vigorosa. Con Los nadie Juan Sebastián Mesa fa deflagrare sullo schermo umori, brama di futuro e libertà della gioventù colombiana odierna. Los nadie (The Nobodies è il titolo internazionale) è girato in un ruvido bianco e nero e accompagnato, quasi fosse un teenmusical punk, dalle musiche coriacee e dalle liriche spavaldamente anticapitaliste della band degli O.D.I.O. L’esordio del regista colombiano è un percorso urbano a ridosso dei suoi giovani personaggi, penetra all’interno delle loro camere da letto disordinate, li segue nel peregrinare diurno e notturno. Protagonisti sono un gruppo di ragazzi accomunati dalla destrezza nella giocoleria – che praticano ai semafori della caotica città di Medellín – ma, soprattutto, dal desiderio di fuga verso un altrove che, come spesso avviene sul grande schermo, è identificato in un “Sud” dal sentore quasi mitologico, edenico, che sia riconoscibile nell’esotismo archeologico di Machu Picchu o nei 6 vasti spazi dell’Argentina poco importa. Con freschezza di sguardo e sincera affezione per i suoi personaggi (davvero ottimo il lavoro svolto con gli attori, tutti di grande naturalezza), Juan Sebastián Mesa tratteggia, in questo suo promettente esordio, la sua galleria di ritratti. C’è un giovane tatuatore e chitarrista, la sua fidanzata tenera e ribelle, poi l’amica universitaria, due compagni di giocoleria da strada, c’è chi suona e chi fa graffiti. Tutti sono alla ricerca di un’identità e della maniera migliore per esprimerla al mondo. E tutti progettano un viaggio, geografico, certo, ma anche spirituale, un sentiero percorribile verso l’età adulta. La macchina da presa sempre mobile e attenta del regista si sofferma sui dettagli, il montaggio rapido cuce insieme i frammenti di questo universo urbano con eleganza, qualche ralenti celebra la gloria (im)peritura di un’età incerta ed esaltante. Ogni singolo elemento, accuratamente selezionato, contribuisce a comporre una sinfonia umana e urbana che serba il sentore del romanticismo decadente di Leos Carax, dell’attaccamento quasi epidermico ai personaggi di John Cassavetes. Tra clavette, diabolo e trapezi sospesi a mezz’aria, la metafora dell’equilibrio precario che regge le vite dei nostri protagonisti si fa strada in maniera evidente, ma mai invasiva né didascalica. Le loro vite sono certo in bilico tra infanzia ed età adulta, ma la loro precarietà è anche acuita da un’amministra-

[close]

p. 7

zione urbana lasciata al potere locale delle gang, la cui presenza è segnalata attraverso gli echi degli spari che i nostri protagonisti odono più volte in lontananza, preludio all’imminente incarnazione di una minaccia che è quasi un bordone costante e un contrappunto severo ai sogni di libertà e autoaffermazione. Crescere d’altronde non è facile, né qui né altrove, ma l’importante è intraprendere il viaggio. (Daria Pomponio, da Quinlan, giugno 2016) LA DISOBBEDIENZA DEL SANGUE GIOVANE À bout de souffle. Porgendo una copia dei "Cahiers du Cinéma", una ragazza chiede a Belmondo: "Monsieur, ha qualcosa contro la gioventù?". Noi no, non abbiamo nulla contro la gioventù. Tantomeno contro l'energia, irruenta e vitale, che da sempre scorre a fiotti nelle vene di ogni adolescente, a qualsiasi latitudine dell'orbe terracqueo. A Parigi come a Medellín, in Colombia, nei quartieri più problematici della città, dove tribù di ragazzi errabondi trascorrono le giornate insieme, alla ricerca di se stessi e di un sogno. A Parigi come a Medellín, metropoli in rapida trasformazione, in ostaggio fino al decennio scorso della violenza urbana e dove oggi, nonostante le tensioni, bande di amici possono riconoscersi in un linguaggio comune fatto di musica, poster e tatuaggi, trovando nella condivisione dell'atto ribelle una forma di resistenza e un antidoto all'oppressione sociale e familiare. Los nadie, letteralmente "I nessuno", è esprit de jeunesse allo stato puro, vivo e scalciante. Ma non solo. Perché fare cinema conta. Lo stile, il controllo. E a Juan Sebastián Mesa, che debutta a 27 anni nel lungometraggio sviluppando i personaggi e le storie raccontati in un suo precedente corto, bastano una canzone, una lacrima e un gesto per evocare la dolcezza che convive con la rabbia e il disorientamento di un'intera generazione; ragazzi e ragazze che per lasciare un "segno", non possono far altro che imbrattare i muri con uno sfregio, atto anarchico e poetico in un solo movimento. Il suo approccio è affettuosamente realista. Neorealista. In perfetto equilibrio fra tradizione e modernità. Con tocco essenziale, Mesa si sofferma sui personaggi, sui paesaggi, sulle città, sugli aspetti del quotidiano calati nella loro densità concreta e reale. Ammira l'ardore dei corpi, le accelerazioni e gli attimi di esitazione, i battiti del cuore, l'insofferenza, la fretta. Nella capacità di valorizzare la figura umana e nella spinta verso l'ottimismo, assieme all'abilità nel condurre la macchina da presa nell'intimità delle cose, si riconoscono inequivocabili accenti lirici desichiani. Anche Medellín, come la Roma del dopoguerra di De Sica e Rossellini, è una città in bianco e nero, con scarse prospettive da offrire. Al tempo stesso, per Ana, Manu, Camilo detto "el Rata", Mechas, Pipa, rappresenta una sorta di rifugio en plein air. Il luogo da cui è possibile immaginare una via di fuga e un futuro "altro", sulla strada, tra i semafori e le piazze, improvvisandosi artisti o giocolieri. Quella vagheggiata dai protagonisti di Los nadie è una vita punk, irrequieta, furibonda e disobbediente, una vita "contro". Contro il sistema capitalista e clericale, in ostinata opposizione a tutto ciò che il Jack Black di School of Rock definiva ironicamente "Il Potente". Eppure, il sogno di evasione di questi ragazzi non ne intacca mai l'innocenza. Il loro rifiuto abbraccia una forma di tenerezza non retorica e, allo stesso modo, anche altri contrasti si armonizzano: la furia anarchica che coesiste con una classicità d'altri tempi, proprio come la melodia di Leo Dan (Tu llegaste cuando menos te esperaba, in una delle sequenze più toccanti del film) convive con le urla squarcianti delle band. Girato in soli sette giorni ma immaginato per otto mesi, realizzato con duemila dollari di budget potendo contare su un gruppo di attori naturali e poco più, Los nadie cristallizza l'iconoclastia dell'essere giovani in un'immagine-tempo che attraversa le giornate trascorse a chiacchierare, passando con disinvoltura da una conversazione all'altra, magari pianificando un viaggio senza meta o la serata a un concerto, rito dionisiaco in versione hardcore. Così termina il film, com'era cominciato, senza un vero inizio, con un non finale: un gruppo di ragazzi sul ciglio di una strada, in viaggio verso un domani ancora tutto da immaginare. Con il loro bisogno di vivere e di urlare, di ridere e scalciare, di correre e bruciare. A perdifiato. Fino all'ultimo respiro. (Beatrice Fiorentino, dal Catalogo della 31. Sic) IN DIFESA DELLA CINE-DIVERSITÀ I cento maggiori incassi italiani della stagione 2015-2016 comprendono 61 film made in USA, 26 produzioni nazionali, 7 titoli del Regno Unito e un film ciascuno per Russia, Germania, Francia, Spagna, Australia e Belgio. In altre parole, nonostante la globalizzazione e la facilità di scambi anche culturali, il pubblico italiano appare sempre più concentrato esclusivamente sul cinema americano e italiano. Di conseguenza il rischio è che l'offerta delle nostre sale, già molto ripetitiva e standardizzata, s'impoverisca sempre più, con l'esclusione di cinematografie di grande tradizione, la cancellazione di intere aree geografiche e di autori sconosciuti, in particolare se provenienti da paesi lontani. Ma il Sindacato dei critici non vuole arrendersi a un mercato concentrato solo su Hollywood e Cinecittà, consapevole che, soprattutto in anni recenti, le proposte più interessanti e innovative, sia in termini di contenuto che di linguaggio, sono spesso arrivate proprio dai paesi che non sono quasi mai rappresentati nell'elenco dei film di maggior successo. La battaglia che il SNCCI ha sempre sostenuto in difesa del cinema di qualità, per la promozione di autori meritevoli, per la creazione di nuovo pubblico, cercando di stimolare la curiosità di spettatori progressivamente più distratti, da oltre trent'anni si è concretizzata nell'organizzazione e nella realizzazione della Settimana Internazionale della Critica (SIC). Compito dell'organizzazione, rigorosamente dedicata agli esordi è, infatti, scoprire e segnalare all'attenzione del pubblico e dei media nuovi registi nei quali si possa intravvedere una promessa di autorialità, indagando con particolare attenzione proprio fra i rappresentanti delle cinematografie più emarginate e deboli. (Franco Montini, Presidente del SNCCI, dal Catalogo della 31. Settimana Internazionale della Critica) Regia e sceneggiatura: Juan Sebastián Mesa - fotografia (b/n): David Correa Franco - montaggio: Isabel Otálvaro - musiche: O.D.I.O. suono: Daniel Vasquez, Alejandro Escobar - scenografia: Mary Luz Cardona - costumi: Maria Camila Castrillón - interpreti: Esteban Alcaráz (Mechas), Maria Camila Castrillón (Manu), Maria Angélica Puerta (Ana - La Mona), Alejandro Pérez Ceferino (Camilo), Luis Felipe Álzate (Pipa) - produzione: Monociclo Cine - origine: Colombia, 2016 durata: 1h 24’. JUAN SEBASTIÁN MESA Nato a Medellín in Colombia nel 1989, il fotografo e co-fondatore di Monociclo Cine si è laureato in comunicazione audiovisuale, con studi di sceneggiatura e narrativa contemporanea. Ha diretto numerosi video musicali e sperimentali. Il suo cortometraggio Kalashnikov (2013) è stato nominato come Miglior Cortometraggio ai Colombian Academy Awards e ha partecipato a numerosi festival cinematografici. Los Nadie è il suo primo lungometraggio e ha celebrato l’anteprima mondiale in Colombia come pellicola di apertura del Festival Internacional de Cine de Cartagena de Indias nel marzo 2016. 7

[close]

p. 8

7 film GIOVEDÌ 17 NOVEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LʼEFFETTO ACQUATICO UN COLPO DI FULMINE A PRIMA SVISTA regia di Sólveig Anspach Francia/Islanda, 2016 - durata: 1h 35ʼ PREMI Cannes 2016 - Quinzaine des Réalisateurs: Premio SACD destinato ai lungometraggi francofoni Per chi ha familiarità con il cinema lieve come spuma di Sólveig Anspach, il suo film postumo ha il sapore agrodolce di un'ultima rimpatriata fra amici. Capitolo finale di una trilogia cominciata nel 2008 con Back Soon e proseguita nel 2012 con Queen of Montreuil, rimescola le carte facendo incontrare tutti i protagonisti: i francesi Samir e Agathe e la vulcanica islandese Anna. Fra i primi due l'attrazione nasce nell'acqua clorata dove Agathe fa l'istruttrice e Samir, pur di stare con lei, finge di non saper stare a galla; la bugia è presto smascherata, ma l'uomo non si arrende e segue Agathe fino a Reykjavík - dove la spensierata spacciatrice di marijuana Anna è, nel frattempo, divenuta consigliere comunale -, a un convegno di insegnanti di nuoto in cui il gioco degli equivoci e un'amnesia provvidenziale aiutano gli amanti a riavvicinarsi. Una favola bislacca e aggraziata, portata a termine dal co-sceneggiatore Jean-Luc Gaget dopo la morte di Anspach (scomparsa nel 2015, a soli 54 anni per un tumore al seno); meno centrale, rispetto ai capitoli precedenti, il nucleo ironico costituito dal candido anticonformismo di Anna e della sua famiglia allargata, mentre resta la grazia peculiare della regista nel combinare la commedia sentimentale con la comicità slapstick, la capacità di inquadrare da vicino i corpi rendendoli goffi ma comunque sensuali. E, soprattutto, resta l'affetto per i personaggi, scritti con mano leggera di deus ex machina sorridente. (Ilaria Feole, da Film TV, 4 settembre 2016) Film postumo, L'effetto acquatico è reduce dalla Quinzaine des Réalisateurs dell'ultimo festival di Cannes, dove ha vinto un premio collaterale. Riprende personaggi, attori e atmosfere di precedenti film dell'autrice, in particolare Queen of Montreuil, presentato alle Giornate degli Autori veneziane nel 2012, da cui provengono i protagonisti, il gruista Samir (Samir Guesmi) e l'istruttrice di nuoto Agathe (Florence Loiret-Caille), ma anche l'islandese Anna (Didda Jónsdóttir). Un gioco di rimandi che compone una filmografia a volte autobiografica, costruita con leggerezza e una vena malinconica alla ricerca di un posto nel mondo, romantica e vagamente strampalata. Non è solo una trovata cineturistica l'ambientazione islandese di buona parte di questo film; la Anspagh, scomparsa nell'agosto 2015 per il ritorno d'un male incurabile (lo stesso al centro del suo film d'esordio, Haut les coeurs!), era infatti di madre islandese e nel citato Queen of Montreuil si ritrovavano nella cittadina del titolo, appena fuori Parigi, la nordica Anna e il figlio, spiazzati dallo scoppio della crisi economica in patria. Qui di rimandi al sociale non c'è traccia, salvo un ag- 8 gancio alla crisi mediorientale, puramente strumentale (...). Opera lieve filmata con grazia, L'effetto acquatico mette la sordina al senso di malinconia e alla ricerca di sé delle regie precedenti, ponendo l'accento sull'attrazione tra i personaggi principali, ben serviti dai protagonisti, spiazzati e poetici. In ottanta minuti scorrono con delicatezza personaggi naïf e stravaganti, l'estraneità dal quotidiano dell'ambiente protetto della piscina, i paesaggi aspri e mozzafiato dell'Islanda, in un gioco amoroso molto francese per indagine psicologica e approccio narrativo, orchestrato intorno all'elemento dell'acqua, che tutto confonde e tutto unisce. (Mario Mazzetti, da Vivilcinema, luglio-agosto 2016) Per il suo ultimo film, Sólveig Anspach, venuta a mancare durante il montaggio del film, ha voluto un impianto da commedia romantica tutt'altro, però, che convenzionale. Scandito dai ritmi acquatici e dal fluire scenografico di docce, trampolini e vasche di ogni tipo, tra piscine comunali e geyser islandesi, L'effetto acquatico punta su di un umorismo lieve, a tratti surreale, galleggiando sulla superficie dei sentimenti senza mai andare a fondo quando si tratta di scandagliare recessi esistenziali o contesti sociali che vengono a collidere. Fa sorridere e intenerire senza innescare stravolgimenti, ma forse, per una commedia contemporanea, va bene anche così. (Gianfrancesco Iacono, da Rivista del Cinematografo, settembre 2016) t.o.: L'effet aquatique - regia: Sólveig Anspach - sceneggiatura: Sólveig Anspach, Jean-Luc Gaget - fotografia (colore): Isabelle Razavet montaggio: Anne Riegel - musica: Martin Wheeler - scenografia: Marie Le Garrec - interpreti: Samir Guesmi, Florence Loiret-Caille, Didda Jónsdóttir, Ingvar Eggert Sigurðsson - produzione: Patrick Sobelman per Ex Nihilo, Skúli Fr Malmquist per Zik Zak Filmworks - origine: Francia/Islanda, 2016 - durata: 1h 35’. SÓLVEIG ANSPACH Nasce nel 1960 a Vestmannaeyjar (Islanda), da padre americano e madre islandese. Dopo il diploma presso la scuola di cinema statale francese, La Fémis, nel 1989, dirige vari documentari che affrontano temi molto diversi tra loro, tra cui Sandrine à Paris (1992), Sarajevo, paroles de casques bleus (1995), Barbara, you’re not guilty (1997), Que personne ne bouge (1998), Reykjavík, des elfes dans la ville (2001), La revue: Deschamps / Makaïeff (2002), Faux tableaux dans vrais paysages islandais (2004), Le secret (2005). Nel 1998, Sólveig Anspach dirige il suo primo film di fiction, Haut les coeurs!, che viene selezionato nei festival e raccoglie diversi premi, tra cui il César per la migliore attrice, Karin Viard. Le sue radici statunitensi e islandesi sono presenti in tutti i suoi lavori, in particolare nella trilogia che si conclude con L'effetto acquatico, nella quale si incontrano nuovamente i personaggi di Back Soon e Queen of Montreuil. Sólveig Anspach ha girato la parte francese del film L'effetto acquatico nell'ottobre 2014 e la parte islandese tra maggio e giugno 2015. Quando muore, il 7 agosto, ha già montato due terzi del film. Il montaggio viene portato a termine dai suoi collaboratori: l'assistente al montaggio Anne Riégel, lo sceneggiatore Jean-Luc Gaget, il compositore Martin Wheeler, il tecnico del suono Jean Mallet e il produttore Patrick Sobelman. Il film viene completato nel dicembre 2015.

[close]

p. 9

8 film GIOVEDÌ 24 NOVEMBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 SPARROWS regia di Rúnar Rúnarsson Islanda/Danimarca/Croazia, 2015 - 1h 39ʼ - originale sottotitolato ALLA PROIEZIONE DELLE 21.30 SARÀ PRESENTE IL DIRETTORE DEL FESTIVAL DELLA LESSINIA ALESSANDRO ANDERLONI Questa proiezione è il terzo evento del mese. Il film di Rúnarsson, come sanno i soci che questʼestate hanno avuto lʼoccasione di frequentare le proiezioni del Festival della Lessinia, è stato il vincitore della rassegna. Sparrows entrerà nel circuito distributivo italiano solo lʼanno prossimo. Il Circolo del Cinema ha ottenuto di poterlo presentare in anteprima. Nella sezione “Articoli” del sito web del Circolo, la socia Marina Luciano ha curato un contributo sul Festival. PREMI Oltre alla Concha de oro al Festival di San Sebastián 2015, ha riportato riconoscimenti ai Festival di Chicago (Miglior regia), Göteborg (Premio Fipresci), Les Arcs European Film Festival (Miglior film, Press Prize), Pula (Miglior regia di una coproduzione croata), São Paulo (Miglior film, Miglior sceneggiatura), Thessaloniki (Premio per la realizzazione artistica alla fotografia di Sophia Olsson), Transylvania (Premio speciale della giuria) e Varsavia (Miglior film). È stato selezionato dalla Icelandic Film and TV Academy per essere il candidato nazionale alla nomination agli Oscar come Miglior film straniero. Nel 2016 ha conquistato il Premio Lessinia d’oro al Festival della Lessinia. La seconda opera di Rúnarsson, che lui stesso ha scritto e prodotto, è la storia di formazione del sedicenne Ari. Malgrado la statura di un uomo, è ancora un bambino: canta come un uccellino in un coro quasi celestiale e sua madre lo coccola come un bebé. Ha trascorso gli ultimi anni a Reykjavík, una zona di comfort sostenuta dalla madre protettiva e da un ambiente circostante di colori immacolati, dove non sembra esserci spazio per il perverso e il malvagio. Ma quando la madre va in Africa con il suo nuovo compagno, Ari viene mandato nella regione dei fiordi occidentali, dove ha trascorso la sua infanzia, affinché suo padre, Gunnar, si occupi di lui. Fin dall'inizio vediamo che Gunnar non è un uomo affabile: alcolista, brusco e poco comunicativo, con maniere da vichingo. Ari, a sua volta, ritrova i suoi amici d'infanzia, ora diventati, come lui, adolescenti smarriti, disorientati e avvezzi agli eccessi. A ciò si aggiunge il risveglio della sessualità, con la curiosità e il desiderio latente di scoprirla, magari con l'amica di una vita. Ma in questa parte del Paese si cela il lato oscuro della vita... e Ari, improvvisamente, scoprirà i problemi di diventare uomo mentre è alle prese con il burbero padre. In Sparrows viaggiamo con il suo giovane protagonista dalla capitale dell'Islanda ad uno dei suoi angoli più remoti e affascinanti. Si passa dal grigio di Reykjavík al verde, punteggiato di neve, delle sue montagne im- UNA PRODUZIONE INDIPENDENTE DI QUALITÀ Il blog di Echi del Cinema Islandese ci informa che dal 2008 l’industria cinematografica islandese è cresciuta del 248%, anche grazie agli aumenti dei finanziamenti statali. A seguito della turbolenza economica che ha interessato nel 2013 il Paese, il Parlamento ha deciso di dimezzarli per l’anno 2014, con la conseguente perdita di 200 posti di lavoro e di 3,1 milioni di investimenti stranieri. Questo mentre il Festival di Göteborg – importante vetrina svedese attenta alle produzioni indipendenti – organizzava un Focus Islandese nell’ambito della 37a edizione 2014, motivando in un comunicato stampa questa scelta: «Che la crisi economica dell’Islanda abbia spronato la creatività dei Filmmaker locali può essere passata inosservata. Ma è un fatto che quest’anno il Paese ha prodotto un numero di opere ben fatte, originali e artistiche di qualità elevata. Ciascuno di questi film presenta proprie, distinte caratteristiche, ricche di idee fresche e personali». (la redazione di Filmese) Senza dubbio il 2015 è stato l’anno del cinema islandese. Rams – Storia di due fratelli e otto pecore (11 Edda Awards, gli Oscar islandesi, ndr) ha vinto il premio come miglior film nella sezione Un Certain Regards di Cannes, facendo il bis al Festivald di Valladolid. Nella stessa competizione è stato scelto come miglior attore Gunnar Jonsson, protagonista di Virgin Mountain, premio della giuria al Tribeca Film Festival. Poco dopo Sparrows ha vinto il premio principale al festival di San Sebastián. Per un paese di poco più di 300 mila abitanti che ha una modesta produzione cinematografica, si tratta di risultati che difficilmente potranno essere eguagliati in futuro. Il film di Rúnarsson, il quale aveva già vinto l’Oscar per il miglior cortometraggio, propone in questo film un racconto iniziatico (…). Rúnarsson nel raccontare i diversi passi di Ari dalla pubertà alla maturità opta per i primi piani sui suoi personaggi, che contrastano con paesaggi grandiosi che richiamano i film western, e che ci mostrano una zona di nevi perpetue con vento e nebbia, nonostante l’azione si svolga nel periodo estivo. La serie di esperienze accumulate porteranno Ari a capire che, così come gli uccelli che danno il nome al titolo, la vita dipende da tutti gli esseri umani che ruotano attorno. (…) (Pedro de Frutos, in El Onfalos, 7 settembre 2016) 9

[close]

p. 10

ponenti, durante quelle estati nordiche, in cui il sole non si nasconde mai: questa luce fioca e dolce, quasi artificiale, conferisce un'atmosfera leggermente onirica al film, in cui si respira un'aria allo stesso tempo pura e inquietante. Rúnar Rúnarsson contribuisce a quest'atmosfera con la macchina da presa che non sottolinea o evidenzia mai le azioni, ma tutte si svolgono con il ritmo dolce imposto dal vivere in un ambiente rurale e di pescatori, segnato da questa noia, lontananza e routine che, paradossalmente, magnificano il tutto. Questo posto di accattivante bellezza (che il regista conosceva e aveva in mente mentre scriveva la sceneggiatura) ci incanta; con una regia basata su silenzi e sguardi, il film ci riporta a quel momento di isolamento personale e sconcerto in cui nuove emozioni, difficili da canalizzare, cominciano a tiranneggiare l'esistenza di ogni adolescente. A ciò contribuiscono gli insistenti primi piani del giovane attore Atli Óskar Fjalarsson, coadiuvato da Ingvar E. Sigurðsson, magnifico come padre irascibile, e da Kristbjörg Kjeld nei panni della nonna complice. Rúnarsson assicura che con questo film di realismo poetico ha ritratto la dura realtà del suo Paese, poiché ciò che racconta in Sparrows è basato su diversi eventi che lo hanno riguardato direttamente o indirettamente, attraverso la testimonianza di amici: qualcosa di spaventoso che viene rivelato nel terzo atto di questo crudo addio all'innocenza. (da Cineuropa, Film Focus, 2015) (…) Alcuni avvenimenti nel corso del film daranno una sorprendente visione della vita islandese, sottolineandone lo stile duro e per certi aspetti estremamente “macho”. Il direttore della fotografia Sophia Olsson sa creare con la sua macchina da presa momenti di grande atmosfera, isolando Ari sullo sfondo di profondi strapiombi e acque agitate, particolarmente nella sequenza in cui Ari esce a pescare con il padre. Accompagnato dall’ipnotica musica dell’ex tastierista dei Sigur Rós, Sparrows beneficia di questi forti contributi tecnici per trasformare quello che sembra un comune teen movie in un’opera molto più sorprendente. (Jordan Mintzer, da Hollywood Reporter, in occasione della presentazione al Festival di Toronto, novembre 2015) INTERVISTA A RÚNAR RÚNARSSON Dopo Volcano, scoperta della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes nel 2011, Rúnar Rúnarsson conferma il suo potenziale con Sparrows, vincitore quest’anno a San Sebastián e presentato in competizione al 7° Festival del Cinema Europeo di Les Arcs, una manifestazione in cui il cineasta islandese è un habitué. Quali tematiche vuole affrontare in Sparrows? Ci sono troppi film costruiti per raccontare una cosa sola e a volte pretendono anche di custodire la verità, come se fossero storie della Bibbia. Questo non mi piace e voglio che i miei film siano più ampi. Sparrows parla del passaggio all’età adulta di un ragazzo che attraversa un periodo di transizione, ma il film parla anche della relazione padre-figlio, d’integrazione, del ritorno alle origini, di mascolinità, amore, perdita e perdono. Amo lavorare con molti elementi, perché la vita è più complessa di una sola morale in 90 minuti. La vita non è bianca o nera, è grigia, con diverse sfumature. È la realtà e voglio che sia percepita dal pubblico. Si tratta di un film, quindi deve essere visivo e narrativo. Dato che ho capito che lo spettatore ama identificare a quale genere preciso appartiene il film, io e il mio staff definiamo il nostro lavoro come realismo poetico. Perché è importante avere bellezza ed estetica. Senza essere molto cupo, l’universo di Sparrows è molto duro. È la sua visione della vita? Bisogna rendersi conto che ci sono degli ostacoli da superare nel corso della vita, che è inevitabile dover affrontare piccoli e grandi drammi. Ma bisogna evidenziare le cose belle. E se nel mio film ci sono uno o due eventi che possono essere scioccanti, la mia intenzione non è quella di impressionare gratuitamente, ma di far provare la bellezza che ne segue. È un errore lasciar pensare allo spettatore che tutto è bello e luminoso come succede nelle produzioni hollywoodiane o che la vita è un inferno senza speranze come in alcuni film d’essai. Nessuna delle due opzioni è corretta, perché nella vita, quando si cade, ci si rialza e il sole splende di nuovo. C’è sempre speranza, non bisogna mai perderla. Usa un metodo particolare per le riprese? Ho incontrato la maggior parte dei miei collaboratori, in particolare il mio tecnico del montaggio e il direttore della fotografia, alla scuola di cinema in Danimarca. Abbiamo lavorato su molti progetti e insieme abbiamo creato il nostro stile, soprattutto nel ritmo delle scene che corrisponde al realismo della nostra visione. Non tagliamo e spesso usiamo quello che viene filmato dopo la ripresa. Anche se non ho potuto usare una 35 mm, Sparrows è girato in Super 16, perché non c’è niente di meglio della pellicola in termini di delicatezza. Viviamo in un mondo di schermi ad alta definizione che ci bombardano di contrasti orrendi e quando guardiamo un film girato su pellicola in buone condizioni, troviamo il vero cinema. Senza contare che è meno dispendioso girare in Super 16 rispetto al digitale! Sparrows è costato un milione e mezzo di euro. Come vede il proseguimento della sua carriera? Si sente legato indissolubilmente all’Islanda? L'Islanda è un piccolo paese e ho sempre coprodotto i miei film con la Danimarca, dove ho vissuto otto anni, e sono stato sostenuto dai fondi dei due paesi. Forse il mio prossimo film sarà ambientato in Danimarca, sarebbe una tappa logica. Mi trovo bene anche con la lingua inglese, ma non lavorerò mai in un posto dove non conosco nulla. Devo vivere e respirare l’atmosfera, testare l’ambiente per poterlo ritrarre: fa parte del mio processo di scrittura. Per me è importante lavorare con persone di cui mi fido, avere tutta la libertà artistica possibile e il controllo sul processo di realizzazione dei miei film. Perché le decisioni che sembrano questioni pratiche, sono in realtà scelte artistiche. (Fabien Lemercier, da Cineuropa, Festival di Les Arcs, 16 dic. 2015) t.o.: Þrestir - regia e sceneggiatura: Rúnar Rúnarsson - fotografia (colore): Sophia Olsson - montaggio: Jacob Secher Schulsinger - musica: Kjartan Sveinsson - costumi: Helga Ros Hannam - interpreti: Rade Šerbedžija, Ingvar Eggert Sigurðsson, Atli Óskar Fjalarsson, Nanna Kristin Magnúsdóttir, Kristbjörg Kjeld, Rakel Björk Björnsdóttir - produzione: Nimbus Film/Nimbus Iceland/MP Film Productions/Pegasus Pictures/Halibut Iceland - origine: Islanda/Danimarca/Croazia, 2015 - 1h 39’. Il regista, a destra, con il cast del film a San Sebástian 10 RÚNAR RÚNARSSON È nato nel 1977 a Reykjavík. ll suo film d’esordio, Volcano, anteprima alla Directors’ Fortnight di Cannes 2011, è diventato un habitué dei festival, intascando 17 premi, oltre a cinque Edda (l’Oscar islandese), tra cui quelli per il miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura originale. La trilogia di corti Crossroads ha ottenuto un centinaio di premi e una nomination agli Oscar. Sparrows è la sua opera seconda: miglior film a San Sebastián nel 2015, ha collezionato una ventina di premi in tutto il mondo, compreso quello del Festival della Lessinia, e una candidatura nazionale per la corsa ai prossimi Oscar.

[close]

p. 11

festival di locarno KEN LOACH E KABIR BEDI così lontani, così vicini I l Festival del Cinema di Locarno è un appuntamento fisso per gli amanti del Cinema di Qualità ed anche quest’anno non ha deluso. Un Festival che riesce ad accomunare, in allegria ed intensità, protagonisti del Cinema profondamente diversi, ma sempre portatori di forti sensazioni. Le emozioni non mancano mai tra una proiezione in Piazza Grande in mezzo a migliaia di persone incollate al grande schermo di 50 metri ed un incontro/dibattito quasi familiare con un regista. Tra i tanti esempi eccellenti ho scelto, per quest’anno, due esperienze particolarmente significative e piacevoli. La bella conferenza stampa/dibattito con il regista Ken Loach, sempre coerente ed appassionato nel raccontare le sue storie di lotta di classe, è stata la splendida occasione per apprezzare le intime convinzioni che portano questo straordinario autore a combattere la sua battaglia sociale quotidiana, portando sul grande schermo le storie ed i drammi delle persone comuni e vere. Nell’incontro, svoltosi all’aperto e senza restrizioni di alcun genere, ha risposto alle domande del pubblico come se fosse nel salotto di casa, in un ambiente amico ed attento. L’ultima opera del regista britannico, I, Daniel Blake, ancora fresca dei successi raccolti al Festival di Cannes, ha vinto il Premio del Pubblico di Piazza Grande. Ken Loach è stato oggetto anche di due standing ovation, una prima ed una dopo la proiezione del suo film: la prima per la sua bravura in tutta la sua storia cinematografica, la seconda per la semplice ed intensa bellezza del suo ultimo film. Altre sensazioni, ma sempre intense, nella serata finale in Piazza Grande, dove, dopo le premiazioni, è stato proiettato Mohenjo Daro del regista Ashutosh Gowariker, bellissimo film indiano sul mito delle origini del Gange. In perfetto stile bollywoodiano, con balletti bellissimi e coloratissimi e, soprattutto, con la presenza straordinaria, questa volta nel ruolo del cattivo, di Kabir Bedi, indimenticabile Sandokan nostrano. Il famoso attore indiano, visibilmente emozionato, ha presentato il film con giusto orgoglio e soddisfazione. Bellissime le reazioni delle migliaia di persone che hanno assistito alla proiezione con partecipazione divertita e coinvolgente, creando un gioco collettivo di coinvolgimento emotivo. Infine, per la cronaca, il Pardo d’oro è andato per la Roberto Bechis prima volta ad un film bulgaro, Godless, opera prima della regista Ralitza Petrova, film duro e spietato sulla povertà umana, sia fisica che morale. Film vincitore anche del premio per la migliore interpretazione femminile con Irena Ivanova, intensissima nel suo ruolo di protagonista. Mentre il Premio Speciale della Giuria è andato al poetico ed intenso Inimi Cicatrizate del regista Radu Jude ispirato al libro autobiografico dello scrittore Max Blecher: un’opera straordinaria sulla sofferenza fisica nell’Europa martoriata del 1937. Epopea che compara in modo splendido la sofferenza fisica con la sofferenza dei popoli. Concludendo, il Festival del Pardo rimane sempre un punto fermo per non aver mai tradito le aspettative: in un periodo di incertezze come questo, non è poco. PREMI DEL CONCORSO INTERNAZIONALE PARDO D’ORO Godless di Ralitza Petrova, Bulgaria/Danimarca/Francia PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA Inimi cicatrizate (Scarred Hearts) di Radu Jude, Romania/Germania PARDO PER LA MIGLIOR REGIA João Pedro Rodrigues per O ornitólogo, Portog./Francia/Brasile PARDO PER LA MIGLIOR ATTRICE Irena Ivanova per Godless di Ralitza Petrova PARDO PER IL MIGLIOR ATTORE Andrzej Seweryn per Ostatnia Rodzina (The Last Family) di Jan P. Matuszyński, Polonia SPECIAL MENTION Mister Universo di Tizza Covi, Rainer Frimmel, Austria/Italia 11

[close]

p. 12

festivaletteratura di mantova ALLA RASSEGNA “PAGINE NASCOSTE” IL DOCUMENTARIO THE ACT OF BECOMING N.G. Il romanzo del 1965 di John Williams: appena uscito vendette meno di duemila copie, finendo rapidamente fuori catalogo; cinquant'anni dopo Stoner vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo, Italia compresa. Il film The Act of Becoming indaga le ragioni di un successo venuto dopo decenni di oblio, e come la storia del protagonista, che è poi quella dello stesso Williams, abbia toccato così tanti lettori. S ergio Fante, curatore della rassegna cinematografica del Festival di Mantova “Pagine Nascoste”, ha introdotto il bel documentario già passato in vari festival, tra cui Vancouver, The Act of Becoming, dei coniugi Jennifer Anderson e Vernon Lott, prodotto da Morris Hill, alla presenza di un folto pubblico, per la maggior parte composto da lettori del romanzo, come per esempio la scrivente, che è debitrice verso il nostro socio Marcus Perryman per averlo proposto al gruppo di Inglese del Circolo dei Lettori di Verona, di cui è animatore, qualche tempo fa. Il titolo del film cita uno dei temi del romanzo di John Edward Williams Stoner che, dopo essere rimasto nell'oblìo per cinquant'anni, è stato riscoperto mediante il passaparola e le recensioni di accademici e circoli letterari diffuse in rete negli anni Duemila, oltre al determinante contributo dello scrittore ed editore John McGahern che, con la sua ristampa del libro come primo della serie “Vintage Classics”, ne ha favorito l'enorme diffusione e successo, al punto di essere oggi definito come uno dei migliori romanzi americani contemporanei. Accompagnato dalla colonna sonora di Peter Broderick, il documentario si apre con scorci dell'Università del Missouri, dove si era laureato Williams e dove è ambientato il romanzo. In un montaggio di paragrafi, segue poi la lettura e il commento della prima pagina di Stoner da parte di tredici voci che si alternano in varie lingue, tra cui, oltre all'In- 12 glese in diverse inflessioni, il Francese, l'Italiano e l'Olandese. Le stesse voci di scrittori, traduttori, critici ed editori, tra i quali Morris Dickstein, Edwin Frank, Oscar van Gelderen, Anna Galavada e Colum McCann, si alternano sullo schermo, intervallati da immagini delle prime stesure del romanzo, nel rileggerne brani e nel ripercorrere la propria intima esperienza di lettura in un'intervista dalle domande inudibili durante la quale, con lo sguardo alla macchina da presa, ciascuno di essi cerca di esprimere le ragioni della propria scelta. La traduttrice francese, ad esempio, a proposito della prima pagina del libro che ne sembra la conclusione, dice invece che ne costituisce il vero inizio, e poi finisce l'intervista sulle difficoltà del traduttore che deve, in realtà, riscrivere completamente l'opera, cercando di rimanere il più possibile fedele all'originale. Altri ne citano la magistrale descrizione del momento della rivelazione a Stoner della propria vocazione per la letteratura durante la lettura del sonetto 73 di Shakespeare, una scena definita fantasmagorica per la luce che la pervade, definendone l'epifania. Altri ne sottolineano la dolorosa e fallimentare relazione coniugale e la privazione dell'affetto filiale. Altri ancora l'esaltazione della relazione amorosa e il toccante ritratto sul letto di morte. Per tutti è il romanzo perfetto, quello che sintetizza l'intera esperienza dell'esistenza umana, della vita e della morte, nell'avvicendarsi di ordinarietà e tragedie di una vita qualsiasi, descritte in prosa semplice e vocabolario puntuale, mentre emerge alla fine di quella stessa esistenza, anche la realizzazione e la compiutezza che vi lascia la letteratura. Con la stessa semplicità e precisione il documentario vuole celebrare la letteratura con un esempio tra i più efficaci e gradevoli. La locandina di Pagine nascoste, la rassegna di film del Festival della Letteratura di Mantova, su libri, scrittori e scritture

[close]

p. 13

mostra di venezia IL GRANDE RITORNO DEL BIANCO E NERO la novità della 73. mostra d’arte cinematografica I nnanzitutto ho il piacere di confermare che il Premio del Pubblico della Settimana Internazionale della Critica, quest’anno dedicato al Circolo del Cinema, verrà proiettato per i nostri soci il prossimo 10 novembre. Nella giornata dedicata agli amici di questa bella e ricca rassegna, potremo ammirare il film colombiano vincitore, Los nadie di Juan Sebastián Mesa. Per la prima volta nella rassegna della Settimana della Critica è stato dato spazio anche a cortometraggi di giovani autori italiani, uno prima di ogni proiezione di film in concorso. L’attenzione ai corti è crescente, specialmente tra i giovani e noi del Circolo cercheremo in futuro di dar spazio a questo emergente genere. Anche quest’anno, nei servizi da noi dedicati alla Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo avuto modo di approfondire diverse sezioni, da quella del concorso principale alle rassegne collaterali. In queste righe cercherò di sintetizzare le mie impressioni generali sulla rassegna veneziana 2016. Al di là delle periodiche polemiche e critiche, il Festival di Venezia continua ad essere la principale manifestazione cinematografica italiana. Il Festival di Roma, ormai ridotto a semplice ed economica Festa del Cinema, nonché la scelta, coerente, del Festival di Torino di concentrarsi particolarmente sulle opere prime, giovanili e fuori circuito, hanno lasciato alla Biennale di Venezia gli oneri (soprattutto) e gli onori della principale manifestazione cinematografica nazionale. Compito che al Lido, nell’edizione di quest’anno, è stato eseguito meglio del solito, con una scelta dei film in concorso che ha accontentato, in alcuni casi esaltato, il pubblico in modo sicuramente più deciso che nelle ultime edizioni. Una delle poche note stonate, ma importante, è la forte sensazione che ormai si voglia riservare il Leone d’oro nell’area protetta dei film non distribuibili e comprensibili da pochi eletti, film considerati, forse proprio per questo, a tutti i costi più “d’Arte” di altri. Se l’anno scorso la scelta del Leone d’oro era stata oggetto di forti critiche e discussioni, con una scarsissima distribuzione successiva, la scelta della Giuria del Concorso principale di quest’anno è stata per lo meno imbarazzante. E le reazioni del pubblico, peraltro appassionato e preparato frequentatore della Biennale, decisamente significative. L’apoteosi si è raggiunta nella proiezione della serata finale nell’affollatissima Sala Darsena, riservata al vincitore del Leone d’oro, ancora sconosciuto in attesa della premiazione ufficiale nell’attigua Sala Grande, fitta di VIP e telecamere. Roberto Bechis All’annuncio del film vincitore, The Woman Who Left, un’unica voce si è levata a favore, mentre nel silenzio glaciale gran parte dei presenti si catapultava nella nuova Sala Giardino, dove era anunciato che sarebbe stato proiettato il vincitore del Leone d’Argento, il bellissimo e profondo Paradise. Ma quest’anno ritengo che la principale novità sia stata un grande e netto ritorno dell’uso del bianco e nero, dopo sporadiche riapparizioni come nel caso di The Artist (vincitore dell’Oscar nel 2012). Strumento che si sta evolvendo in un non-colore, in straordinarie tonalità di grigi ed anche in splendide sottolineature degli aspetti psicologici dei dialoghi. Oltre al film vincitore del Leone d’oro, splendidi esempi di questo grande ritorno sono stati il Leone d’argento Paradise di Andrei Konchalovsky e Frantz di François Ozon. Il grande, pluripremiato, regista teatrale e cinematografico Konchalovsky ha presentato a Venezia uno splendido ed intenso film sui retroscena nazisti nell’occupazione francese. Una splendida opera teatrale e cinematografica dove il bianco e nero è indispensabile per la drammaticità dei testi e delle emozioni. Mentre il 48enne e molto apprezzato regista parigino François Ozon ha utilizzato magistralmente il bianco e nero per valorizzare gli ambienti e il periodo storico nell’ambientazione del film, riservando l’utilizzo del colore a poche sequenze, per sottolinearne la serenità e l’intensità, come in mondi separati ma attigui. Impressioni sulla Mostra di Venezia riprese da Roberto Bechis 13

[close]

p. 14

mostra di venezia festival di san sebastián IL CASO WENDERS LA CAPITALE DELLE CULTURE Paolo Ricci L es beaux jours d'Aranjuez è un film presentato fuori concorso alla Mostra internazionale del cinema di Venezia che riconosce come coautori Wim Wenders, in qualità di regista, e Peter Handke, scrittore di questa pièce teatrale portata sul grande schermo. Due giganti, rispettivamente del cinema e della letteratura, che già insieme avevano più volte collaborato, a partire dal famoso Il cielo sopra Berlino. Eppure il film si è collocato agli ultimi posti di gradimento sia del pubblico che della stampa, tacciato di intellettualismo estetizzante avulso dalla realtà. Controcorrente, ne tento una sintetica valorizzazione. È vero, il film è ricco di riferimenti letterari, a partire dal titolo che richiama il Don Carlos di Schiller, ma di tanti altri rimandi alla poesia, alla musica, alla letteratura del passato e del presente. Certamente colti, ma mai eruditi o fine a stessi, proprio perché in sintonia con il discorso esistenziale affrontato. Ed anche questi sono realtà, forse più consistente delle “cose”, dal momento che sono riusciti a superare il vaglio del tempo. I ricordi sono sollecitati attraverso una dinamica psicologica d’impronta proustiana. Non sono i sapori questa volta a fungere da stimolo, ma gli odori e i suoni della natura che si spalanca palpitante su L'Île-de-France davanti al giardino in cui siedono per l’intera durata del film i due unici protagonisti: una donna e un uomo senza nomi, archetipo della differenza di genere. La tridimensionalità cattura lo spettatore dentro la scena e dentro il dialogo (non casualmente recitato in francese) che si sviluppa secondo un registro di derivazione psicoanalitica. Il tutto è reso più accattivante dalla giocosa complicità della coppia che sfugge dallo stereotipo degli amanti, procedendo però con una danza verbale di intensa sensualità. Dietro ai personaggi, all’interno della casa, lo scrittore, battendo i tasti della sua macchina da scrivere, dà voce ai personaggi della sua immaginazione. Ragionano d’amore, superando il dualismo di anima e corpo che connota la nostra storia occidentale, e proprio parafrasando il titolo di una Biennale d’arte di Venezia, pensano con il corpo e sentono con la mente. L’amore, raccontato attraverso rapsodici ed evocanti episodi, si propone come tensione irrefrenabile verso una sublime fusione, mitico tentativo di superare la differenza nell’unità. Un anelito destinato, però, rapidamente alla sconfitta e quindi all’infelicità, perché l’individuo è irriducibile nella sua identità e quindi subito gli appare l’altro, quello sguardo di memoria sartriana che ci ghermisce e ci minaccia, attentando alla nostra libertà. In un’epoca in cui le relazioni umane appaiono impoverite nel linguaggio e nei contenuti, scadendo in una regressione senza limiti, può risultare salutare assistere a questo film. Uno spettacolo che ci richiama a frequentare territori abbandonati. 14 Alessandra Pighi LA CINA VINCE CON I AM NOT MADAME BOVARY DEL REGISTA FENG XIAOGANG, INTERPRETATO DA FAN BING-BING Dal 16 al 24 settembre si è tenuto in Donostia-San Sebastián la 64a edizione del Festival Internazionale del Cinema. Un anno particolare per la città basca del mar Cantabrico; designata a Capitale europea della Cultura, di fatto si è trasformata nella “capitale delle culture”. Un'edizione che si è presentata al mondo con lo scopo di difendere la diversità culturale, di evitare che «le differenze di lingua, società e paesi si convertano in strumento che ravviva l'odio, l'ostilità e l'intolleranza» e con l'intenzione che il cinema «continui ad essere uno strumento di solidarietà, dibattito e conoscenza reciproca». Il Festival ha riunito cineasti da vari continenti e paesi, che si esprimono attraverso la ricchezza e la varietà delle rispettive culture. Nella sezione ufficiale sono stati proposti 25 titoli, 17 dei quali in concorso, tra questi sei opere prime. Il film francese La Fille De Brest, della regista E. Bercot ha inaugurato il Festival; ispirato ad un fatto reale, il film racconta la scoperta, da parte di una dottoressa, di una stretta correlazione tra l'assunzione di un farmaco e casi di morti sospette. The Odyssey, in anteprima mondiale, diretto da J. Salle, sulla vita di J. Costeau, ha chiuso la manifestazione. IL CINEMA CINESE, IL GRANDE VINCITORE “I Am Not Madame Bovary”, di Feng Xiaogang, uno dei più popolari registi cinesi, ha vinto la Concha d'Oro, la protagonista, Fan Bingbing, ha vinto la Concha d'Argento come miglior attrice. Il film racconta la storia di Li Xueliang che si accorda col marito per un falso divorzio, allo scopo di ottenere un secondo appartamento; il coniuge inaspettatamente si risposa. Dopo essersi rivolta al tribunale senza esito, la donna intraprende una peripezia giudiziaria che dura dieci anni. Una storia drammatica che mette in luce la macchinosità dell'apparato burocratico del Partito Comunista,

[close]

p. 15

festival di san sebastián formato da persone spesso inutili e senza alcuna capacità di iniziativa. Il premio alla miglior regia è stato vinto da un altro asiatico, il coreano Hong Sang-soo, per il film Yourself and Yours. Concha d'Argento al miglior attore allo spagnolo Eduard Fernández per Smoke and Mirrors di Alberto Rodríguez. Premio speciale della giuria ai film The Giant di Johannes Nyholm (Svezia-Danimarca) e El invierno di Emiliano Torres (Argentina), quest'ultimo anche vincitore per la miglior fotografia. Non si può tralasciare di ricordare titoli come May God Save Us (Spagna) di R. Sorogoyen, miglior sceneggiatura; Rara di Pepa San Martín (Cile-Argentina), premio Orizzonti Latini; Park di Sofia Exarchou (Grecia-Polonia), premio Nuovi Registi. SNOWDEN: SIAMO TUTTI CONTROLLATI Il regista Oliver Stone ha presentato in anteprima eu- ropea il suo ultimo film, Snowden, interpretato da James Gordon-Levitt (l'acrobata di The Walk) e Shailene Wodley, famosa per la serie Divergent. Quando Edward J. Snowden ha reso pubblici, nel 2013, i documenti riguardanti il programma di sicurezza mondiale della NSA, ha aperto gli occhi al mondo, ma ha anche pregiudicato futuro, carriera, amore e patria. Durante la conferenza stampa, il regista dichiara di non voler prendere posizione sul fatto se Snowden sia o meno un eroe, però, indipendentemente si sia d'accordo o meno con quello che l'analista della NSA ha fatto, ti può sorgere il dubbio che, se lo schermo del tuo PC è aperto, potresti esser controllato: non è una buona ragione per lottare per lo meno per la tua privacy? Sempre in anteprima europea, è stato presentato American Pastoral, diretto ed interpretato da Ewan McGregor. L'attore scozzese, alla sua prima regia, riprende il romanzo omonimo di Philiph Roth. PREMI A SIGOURNEY WEAVER, ETHAN HAWKE E GAEL GARCÍA BERNAL Durante la manifestazione l’attore americano Ethan Hawke e l’attrice Sigourney Weaver hanno ricevuto entrambi il Premio Donostia alla carriera. Nella filmografia diHawke ci sono titoli come Gattaca, Training Day ed il remake The Magnificent Seven, che ha chiuso quest’anno la Mostra di Venezia. Tutti conoscono Sigourney Weaver come la famosa Ellen Ripley di Alien o Dian Fossey in Gorillas in Mist; ha lavorato con cineasti di prestigio come Riddley Scott, Peter Weir, James Cameron o Ang Lee, tra tutti gli altri. Il Festival ha consegnato il premio “Cinema Latinoamericano” all’attore messicano Gael García Barnal, protagonista di film come Amores perros, I diari della motocicletta e Neruda, presente quest'anno a Cannes. Oltre agli artisti già citati, sono passati per il Festival numerosi attori e registi conosciuti: Monica Bellucci, protagonista del film On the Milk Road, già presentato a Venezia; Hugh Grant, Richard Gere, Jennifer Connell, Isabelle Huppert e Gianfranco Rosi con Fuocoammare, premiato con l’Orso d’oro al Festival di Berlino. I PREMI UFFICIALI DEL CONCORSO CONCHA DE ORO al miglior film Wo bu shi pan jinlian (I Am Not Madame Bovary) di Feng Xiaogang (Cina) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA El invierno (The Winter) di Emiliano Torres (Argentina-Francia); Jätten (The Giant) di Johannes Nyholm (Svezia/Danimarca) PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA Hong Sang-soo per Dangsinjasingwa dangsinui geot (Yourself and Yours) (Corea del Sud) CONCHA D’ARGENTO per la miglior attrice Fan Bingbing per Wo bu shi pan jinlian (I Am Not Madame Bovary) CONCHA D’ARGENTO per il miglior attore Eduard Fernández per El hombre de las mil caras (Smoke and Mirrors) (Spagna) PREMIO DELLA GIURIA per la miglior sceneggiatura Isabel Peña e Rodrigo Sorogoyen, Que dios nos perdone (May God Save Us) (Spagna) PREMIO DELLA GIURIA per la miglior fotografia Ramiro Civita per El invierno (The Winter) di Emiliano Torres 15

[close]

Comments

no comments yet