IDEA LUGLIO 2015

 

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Giornale della Parrocchia Immacolata di Adelfia (BA)

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D Parrocchia Immacolata ANNO 28 - n. 86 - Luglio 2015 Piazza Galtieri, 34 - 70010 Adelfia - Tel e Fax 0804594746 http:/www.adelfiaparrocchiaimmacolata.it E-mail: dtonio.lob@virgilio.it “Sappiamo che non c'è crescita senza lo Spirito: è Lui che fa la Chiesa, è Lui che fa crescere la Chiesa, è Lui che convoca la comunità della Chiesa. Ma anche è necessaria la testimonianza dei cristiani. E quando la testimonianza arriva alla fine, quando le circostanze storiche ci chiedono una testimonianza forte, lì ci sono i martiri, i più grandi testimoni. E quella Chiesa viene annaffiata dal sangue dei martiri. E questa è la bellezza del martirio. Incomincia con la testimonianza, giorno dopo giorno, e può finire come Gesù, il primo martire, il primo testimone, il testimone fedele: con il sangue. Guardiamo questa Chiesa che cresce, irrigata dal sangue dei martiri; pensiamo a tanti martiri di oggi, che danno la loro vita per la fede. E' vero che sono stati tanti i cristiani perseguitati nei primi secoli ma, oggi, non ce ne sono meno”. (Papa Francesco) Il nostro tempo non brilla certo per i grandi esempi. Meglio: per testimoni coerenti e credibili. Se si fa difficoltà ad affrontare la vita, a “morderla”, a viverla, insomma, è perché latitano uomini e donne che, animati da una speranza grande (per chi crede, per chi ha fede, dalla Speranza), non solo indicano, senza paura, a questo nostro mondo stanco, la meta, ma anche la strada per raggiungerla. Ci mancano i traguardi alti, le vette ardite (per chi crede, per chi ha fede, il Regno!) e ci stiamo abituando, sempre più, a obiettivi minimi, di poco conto, alla portata di tutti. Pochi slanci, scarso impegno, “così fan tutti”, “chi me lo fa fare”, “tiriamo a campare”: non sono forse queste le regole del nostro agire? O, a volte, del nostro non agire? Abbassiamo sempre più il tiro e così, come il famoso gatto che si morde la coda, ci avvitiamo su noi stessi, sulle nostre mediocrità, sulle cose che non vanno. Abbiamo bisogno più che mai! - di testimoni. E i testimoni non si improvvisano. Testimoni non lo si è a comando, o a seconda delle circostanze, o per un profitto che se ne può trarre. Lo si è perché si crede in quello che si fa, più che in quello che si dice; perché se hai visto, se hai incontrato, sei hai vissuto, non riesci a non comunicarlo. Ti viene quasi spontaneo, ti è connaturale; la tua testimonianza sei tu! Per fortuna, se pure latitano, di testimoni ce ne sono ancora. Tanti forse no, ma ce ne sono. In campo laico e in campo ecclesiale. Uomini, quasi eroi, che lottano per la giustizia, rischiando la vita, e cristiani che, in tante parti del mondo, Italia compresa, dicono il loro amore a Gesù con le scelte che compiono, con l'aria continua a pagina 3 ALL’INTERNO: Tanti vincitori sconfitti 2 Vangelo e migrazioni 3 Una lunga storia d'amore 4 Il magistero dell'umiltà 5 Un tempo! Tutto era più semplice 5 Oltre quelle già vissute... 6 Ridi... che ti passa 6

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PAGINA 2 D Si dice spesso che le elezioni italiane sono sempre speciali, perché all'indomani del voto si possono contare soltanto vincitori. Tutti, per un motivo o per l'altro, provano a dichiararsi tali. Anche stavolta lo spettacolo si ripete (e qualcuno, infatti, ha immediatamente commentato e titolato ironicamente su questo). Ma stavolta l'esercizio è davvero arduo e, in più di un caso, persino spericolato. La verità è che nella tornata amministrativa del 31 maggio 2015 sono tanti quelli che hanno perso, alcuni anche vincendo. Anzi i vincitori-sconfitti rappresentano, forse, il fenomeno politico più significativo di questo voto. Non rendersene conto può solo propiziare altre sconfitte (e a noi interessano soprattutto quelle che possono far male al Paese, chiunque le incassi), e produrre nuove difficoltà per un'Italia che ne ha già abbastanza. L'Italia ne ha abbastanza di problemi ancora irrisolti e che anno dopo anno sembrano diventare irrisolvibili (a livello nazionale e a livello locale: in Campania come in Liguria, in Umbria come in Puglia...). E ne ha abbastanza di candidati alla risoluzione dei problemi - leggi “politici” - che non riescono a coinvolgere i cittadini e a meritare la loro fiducia. Quasi un italiano su due tutto questo lo ha detto, anzi ribadito e gridato, non recandosi al seggio. E allora bisognerebbe proprio cominciare da qui nel commento, e non per qualche doglianza di maniera, ma perché se è vero che in democrazia conta chi partecipa, una democrazia sempre meno partecipata e inclusiva è una democrazia malata. È una democrazia indebolita, a causa di una politica che delude e demotiva e non accende più passione e speranza. È una democrazia funzionante (non ci ripetono sempre che i pochi votanti sono regola nei Paesi di antico costume democratico?) eppure offuscata, perché sempre più offuscata è la stima del popolo per le sue stesse istituzioni. Basti pensare - e constatare, dati alla mano - che la costante critica ai “privilegi” del Parlamento e dei parlamentari (critica ormai irragionevole visto che tanto è cambiato in questi anni, all'insegna della maggiore sobrietà) impallidisce di fronte a un dilagante sentimento di “rifiuto” verso le Regioni - screditate, come ognuno di noi ricorda bene, da scandali a ripetizione - che risulta accresciuto dalla potente onda di riflusso dall'euforia federalista. E poiché, tra serie tensioni, si sta lavorando per riformare il nostro sistema di rappresentanza parlamentare dei cittadini e dei territori sarebbe assai utile se questo aggrovigliarsi di questioni non venisse considerato con sufficienza da chi, oggi, sta al Governo e siede in Parlamento. Ma torniamo ai vincitori-sconfitti. Categoria che - pur considerando i logici fattori localistici che caratterizzano un voto di questo tipo - ci sono e sono ben riconoscibili. Come non mettere al primo posto il premier-segretario del Pd Matteo Renzi? Ha vinto, perché il suo partito, dopo il 5 a 2 del 31 maggio, è al governo in 17 Regioni su 20 e perché a livello nazionale si conferma in quel primo posto riconquistato oltre ogni previsione alle elezioni europee del 2014. Ma il partito di maggioranza relativa stavolta appare dissanguato: un po' da qualche lista fiancheggiatrice dei candidati presidenti, non poco dalle faide interne (il caso Liguria fotografa il punto di maggiore intensità dello scontro tra Renzi e parte della “sinistra” interna ed è la dimostrazione che i suoi avversari non possono scalzare il leader, ma possono ridimensionarlo) e moltissimo dall'astensionismo. Lo “sfondamento al centro” a partire da sinistra realizzato da Renzi un anno fa appare lontano. Hanno lasciato il segno intenzioni dichiarate o scelte vere e proprie: dalla gestione della pur interessante legge sulla “buona scuola” al segnale inviato con la riforma di forza delle Banche popolari sino alle “tentazioni” decisioniste o, al contrario, indecisioniste su temi divisivi e caldi (cito alla rinfusa: crisi libica, politica fiscale pro-famiglia, pressione fiscale sulla casa, unioni gay...). Motivi seri, che hanno portato a sottolineare la crisi della “luna di miele” tra il presidente del Consiglio e settori sensibili (compresi quelli etichettati come “cattolici”) dell'opinione pubblica. Cittadini-elettori che hanno deciso di non “investire” su altri, ma si sono messi, dubbiosi e amareggiati, alla finestra. Un altro vincitore-sconfitto è Beppe Grillo. Conferma un secondo posto percentuale che varrebbe il ballottaggio per il governo nel gioco politico disegnato dalla nuova legge elettorale, l'Italicum, ma perde voti reali a rotta di collo, tanto quanto Pd e Forza Italia (attorno ai due milioni a testa, secondo la minuziosa analisi dell'Istituto Cattaneo). La crescente crisi di fiducia nella politica riguarda oggi il M5S proprio come gli altri, anche se il partito-movimento, poco a poco, comincia a far emergere accanto e oltre il padre fondatore un ceto dirigente e a consolidare una fisionomia che è sempre meno facile liquidare come anti-politica. Il terzo vincitore-sconfitto è il personaggio del giorno: Matteo Salvini. La “sua” Lega raddoppia i consensi rispetto alle politiche nelle Regioni in cui si è votato e diventa il partito più forte del centrodestra sull'onda di una campagna calibrata su parole d'ordine “ruspanti” e spigolose, ma in termini di voti assoluti (+402mila) non riesce a recuperare più di un quarto dei consensi perduti da Forza Italia. Grande eccezione il Veneto, dove però il successo se lo intesta il governatore uscente e riconfermato Luca Zaia che, con la sua lista personale, stacca tutti, Lega salviniana compresa. Infine, due parole sugli sconfitti-sconfitti che sono i cosiddetti “moderati” (non tutti lo sono davvero, certo non lo sono stati gli uni con gli altri) del centrodestra. Hanno confezionato e cucinato uno spezzatino indigeribile per buona parte dell'elettorato già berlusconiano. Risultato inevitabile quando non si sa chiudere una stagione e aprirne una davvero nuova, per stile, volti ed efficacia della proposta. Una considerazione tanto ovvia da sembrare inutile, e che invece vale urgentemente per tutti, in tutti i campi politici dell'Italia del 2015. Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”

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D PAGINA 3 Gli Orientamenti pastorali dei vescovi italiani per il decennio indicano nell'immigrazione una delle “più grandi sfide educative” per la Chiesa e per il Paese, che mostrano talora distanze e paure rispetto alle persone migranti. “L'opera educativa - continuano gli Orientamenti - deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione”. In questa prospettiva, tento di leggere le migrazioni “con gli occhi della fede”, ripercorrendo alcuni momenti biblici e storici, che, alla luce del Magistero, aprono prospettive nuove di lavoro pastorale. Se - come ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus caritas est -, Dio è amore, tutta la storia della salvezza, l'Antico e il Nuovo Testamento, può essere letta nella logica della Carità, dell'amore di Dio per l'uomo. La storia della salvezza è la storia di quest'amore divino, che dalla creazione passa, anche attraverso le contraddizioni dell'uomo e i drammi della storia, dentro una continuità che ha al centro la fedeltà di Dio, il suo progetto. Tutta la storia della salvezza per dirla con Rosmini - è una 'storia d'amore'. Nella storia anticotestamentaria noi riconosciamo immediatamente come l'amore di Dio incrocia le persone e il popolo in cammino, con una particolare attenzione che coniuga insieme l'ospitalità di Dio e Dio come ospite. Pensiamo a Dio che ospita nella storia l'uomo: è la creazione. Ad Abramo che ospita Dio e come questa ospitalità lo carichi di un amore tale che Dio gli regala un figlio (Gn 18,1-8). La sua ospitalità apre anche al dono della terra, dopo un cammino. Giobbe s'inserisce nella stessa tradizione ospitale, quando ricorda: “All'aperto non passava la notte lo straniero e al viandante aprivo le porte” (Gb 31,32). Sodoma, invece, viene punita con fuoco e fiamme perché ha abusato dei viandanti e degli stranieri (Gn 19,24 e ss). Ruth è la donna simbolo di una straniera che è accolta e dalla cui stirpe nascerà il Messia. La storia di Gesù è una storia di parole, ma anche di relazioni: Benedetto XVI ricorda che Gesù è il Logos che inaugura un Dia-logos. L'evangelista Matteo costruisce il suo Vangelo su cinque grandi discorsi (sull'amore, il discorso escatologico, il discorso in parabole, il discorso apostolico, il discorso sulla Chiesa). Cinque discorsi che dicono la necessità dell'ascolto di Gesù, anzitutto; ma cinque discorsi che dicono anche l'importanza dell'ascolto: come strada dell'amore, come luogo di giudizio, come stile apostolico, come vissuto della Chiesa. Luca legge la storia di Gesù dentro un viaggio, un cammino. Marco e Giovanni sottolineano molto il valore di questi incontri e relazioni, soprattutto con gli ultimi: i bambini e le donne, gli stranieri, i malati, i samaritani. La parabola del buon Samaritano può essere considerata l'icona dell'amore allo straniero: un uomo in viaggio si preoccupa di un altro viandante. La parabola è anche l'icona di una quotidianità assente rispetto alla novità, allo straniero, a chi non si conosce. Come invece il racconto di Emmaus (Lc 24,13-35), ancora una volta, segnala come Dio si nasconde nel forestiero. Non ascoltare la Parola e le parole degli uomini, non creare relazioni significa non maturare nella fede; non incontrare le persone, soprattutto i più poveri, significa non camminare sulle strade della carità, non vivere di speranza, perchè si scade nell'abitudinarietà. L'ascolto e la relazione in Gesù e, di conseguenza, nella Chiesa, è la prima strada dell'affetto, che non è un semplice sentimento, ma un atteggiamento responsabile per maturare la consapevolezza dell''ad–factus', cioè dell'essere 'fatto per', per la salvezza. Anche in questo senso, nell'immagine del giudizio universale di Matteo, Cristo punisce con l'inferno, con la disperazione e la morte, chi non lo ha riconosciuto anche nello straniero (cfr. Mt 25,43). Infatti, Dio rimane 'esterno', 'estraneo' per l'uomo, Altro rispetto all'uomo: l'uomo, nella sua libertà, deve riconoscerlo: “Io sto alla porta e busso” (Ap 12). Anche la storia della Chiesa, iniziata con due gesti d'amore, la Croce e la Pentecoste - Dio che ama l'uomo con il dono della sua vita e Dio che ama l'uomo continuando la sua presenza spirituale tra noi, per costruire relazioni -, è storia d'amore, con una preferenza per i poveri, i piccoli, gli stranieri (cfr. L.G. 8). In questa storia riconosciamo immediatamente la condizione di 'viandante' degli apostoli (Paolo) e dei diaconi (Filippo), ma anche l'attenzione a superare la distinzione tra le persone, stranieri o meno, dentro un tema nuovo: la fraternità universale. In questo senso, possono essere lette le parole degli Atti (10-11), che superano la distinzione tra puro e impuro, ma soprattutto le parole di Paolo ai Romani (cc 2,3,5,8) e ai Galati: “Quanti siete stati immersi in Cristo vi siete vestiti di Cristo: non c'è giudeo né greco, non c'è schiavo né libero, non c'è maschio né femmina; tutti voi, infatti, siete uno in Cristo Gesù” (3,2628). Paolo non nega le differenze, ma afferma piuttosto la “differenza cristiana” - per usare il titolo di un volume di Enzo Bianchi - nel considerare le persone. Un tema, questo, che viene ripreso anche nel biglietto a Filemone, in cui si parla di uno schiavo, Onesimo, da considerare fratello, familiare, considerato nella storia del diritto “la prima dichiarazione dei diritti umani”. Da Abramo a Gesù, alla vita della Chiesa, la storia della salvezza è storia di cammini, di Esodo, che chiede di essere continuamente rinnovata nella vita delle nostre comunità. Senza paure. mons. Gian Carlo Perego Direttore generale Migrantes dalla prima pagina che disinquinano, con il sangue che versano. Allontaniamo da noi gli attori, quelli che recitano la parte; fuggiamo via da loro, subito. Mettiamoci dietro quanti, con passione e con impegno, si sforzano di dare un senso alla loro vita e alla loro fede, amando fino al martirio, se necessario. Seguiamoli, senza posa; stando loro accanto, saremo contagiati noi pure da questo virus, da questa sana inquietudine. E non ci fermeremo più, perché, chi ama, ama fino allo spasimo. Fino alla fine. La bella testimonianza di san Vittoriano, nostro patrono e compagno nell'avventura della fede, ci sproni ad un amore folle, fantasioso, coraggioso, fecondo, sincero, risoluto, appassionato, audace, forte forte a Gesù. Tanto grande che, se ci fosse chiesta la vita, non ci tiriamo indietro, non perché fanatici (ce ne sono già tanti in giro!) ma perché cristiani. Buona e cristiana festa a tutti. don Tonio

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PAGINA 4 D Sin dai primordi il rapporto che lega il genere umano alla terra è indissolubile. L'uomo, senza la terra, non potrebbe vivere: grazie ad essa riceve tutte le fonti di sostentamento, anche se talvolta, purtroppo, non sempre le dedica tutto il rispetto che meriterebbe. Esiste una categoria in particolare che ha un rapporto, oserei dire, morboso con la terra: gli agricoltori. Ne è testimone mio padre, cresciuto a pane e terra, che alla sua veneranda età non rinuncerebbe, per nulla al mondo, alla visita giornaliera alla “sua” terra. Senza di essa, infatti, non potrebbe stare, gli verrebbe a mancare l'ossigeno. Ne è testimone il padre di mio padre, che, dopo una vita dedicata alla campagna, a seguito di una parziale paresi, non ha potuto più frequentarla con assiduità: sembrava quasi avesse perso le sue forze (un po' come Sansone senza la sua folta chioma), tanto che, dopo un paio d'anni, è passato a miglior vita. Da loro ho ereditato questa “passione” per la terra: come loro, ho fatto della “mia” terra la mia seconda casa. Spesso, anche quando non ci sarebbe da fare nulla, saluto mia moglie e mia figlia con un tipico “vado a farmi una camminata in campagna”. Un legame, quello con la terra, a doppio filo, che ti lascia pochi spazi, che a volte ti priva della autonomia di movimento: un impegno, quasi un vincolo con essa. Subisco la sua influenza ma, allo stesso tempo, con essa condivido i miei progetti, la mia sorte. E, come tutte le storie che si rispettino, la mia storia con la terra è una storia di amore-odio: ricordo con amarezza quando, da giovane, i miei amici programmavano la partenza domenicale al mare ed io non potevo aggregarmi a loro perché c'erano da fare dei lavori in campagna, lavori che non potevano essere prorogati nemmeno di 24 ore; oppure quando il 14 agosto di ogni anno essi organizzavano la “trasferta” notturna a Valenzano, in occasione di S. Rocco, ed io dovevo andare a raccogliere l'uva; o, ancora, quando si tornava alle tre del mattino dalle serate musicali e, mentre i miei amici potevano andare a riposarsi, io cambiavo la casacca e dovevo essere pronto per il lavoro da lì a poco. Non posso non ricordare con tristezza quando, al primo anno di scuola superiore, i miei amici (?!?) di classe mi chiamavano “u c'zzel”, per le mie origini contadine. Eppure, come in un matrimonio che funziona, si superano tutte le amarezze e ci si lascia sopraffare dalle cose positive. Come non essere compiaciuti dal “miracolo” che puntualmente si compie in campagna? Affidi al terreno un seme e poco dopo ne raccogli i frutti; metti a dimora una pianta selvatica, la innesti, la allevi e poi, per anni, ti premierà col suo raccolto. Una sensazione che, in certo senso, solo le madri possono provare: riuscire a dare la vita ad una creatura, per quanto non umana, è una soddisfazione più unica che rara; come una madre, infatti, nonostante la fatica e il dolore di un travaglio, ti senti appagato quando guardi la tua creatura che nasce, cresce e si sviluppa, fino a raggiungere la maturità. Certo, specie negli ultimi anni, si devono fare i conti con un clima che non sempre ha reso le cose semplici, ma la tenacia, l'amore per la terra fa superare anche questo: proprio come avviene in una grande storia d'amore, appunto. Sarà magari la dipendenza esasperata dal clima e dai suoi capricci, sarà l'incertezza del riconoscimento del proprio lavoro (per intenderci, nessuno assicura che alla fine dell'annata ci sarà un utile soddisfacente), sarà perché l'agricoltore non conosce orari, perché non può programmarsi le ferie, perché spesso non riesce nemmeno a santificare le feste, fatto sta che ad Adelfia la nostra categoria è ormai ridotta al lumicino. I terreni abbandonati ne sono testimoni: assimilabili ad un rapporto che termina con un divorzio, con una separazione, con un allontanamento, con una pausa di riflessione. Se fossero queste le ragioni, non potrei dar torto ai nostri giovani, che preferiscono altre soluzioni, anche le più precarie, al lavoro della terra: al giorno d'oggi, infatti, solo un amore immenso, un legame saldo con la terra ti spingerebbero a fare questa scelta. Senza questi elementi, a nulla servirebbero i finanziamenti europei che intendono spingere i nostri giovani ad intraprendere in agricoltura: nell'ultimo PSR addirittura 70.000 euro a fondo perduto, affinché un giovane, al di sotto dei 40 anni, possa “insediarsi” in agricoltura, con l'obbligo di mantenere in piedi l'attività per almeno 5 anni. Ma senza quell'amore a cui facevo riferimento, non ci saranno soldi che tengano per convincere i nostri giovani a divenire “Agricoltori”, con la A maiuscola! Sono pienamente convinto che la maggior parte delle imprese, dopo i fatidici 5 anni, sarebbe destinata alla chiusura. Spero vivamente, invece, che la rinuncia a questa scelta possa dipendere da motivi culturali: per molti, troppi anni, purtroppo, la figura dell'agricoltore (“u c'zzel”, appunto, come dicono i baresi) è stata dipinta come una figura secondaria del panorama lavorativo, quasi una professione di cui vergognarsi. Certo, spesso gli agricoltori hanno le mani rovinate e gli abiti sporchi, ma nonostante ciò mi auguro che i nostri giovani non si scoraggino, che prendano coscienza che l'agricoltura è cambiata; che, pur con i suoi incontrovertibili difetti, questa professione non ha nulla da invidiare ad altre e che sempre più giovani possano sentirsi orgogliosi, come mi sento io, di fare l'agricoltore, e pronti ad affrontare questa... lunga storia d'amore. Biagio Cistulli

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D PAGINA 5 Il 30 giugno scorso, giorno in cui 97 anni fa era nato, il nostro carissimo don Luigi Stangarone ci ha lasciati. Lo ricordiamo con grande affetto e pubblichiamo alcuni stralci (non rivisti dall'autore) dell'omelia dell'Arcivescovo al suo funerale. “Io vado a prepararvi un posto” (Gv. 14). Questa preghiera Gesù la rivolge oggi per il nostro caro don Luigi. Quando il Signore concede ad una persona di vivere più a lungo, permette a noi di affezionarci di più, per cui il momento della morte è un momento che tocca la nostra sofferenza in maniera più decisa; tutto questo noi lo sperimentiamo ogni giorno. Un pezzo della storia della nostra Chiesa locale, del nostro presbiterio, della vostra vita, è legato a questa figura eccelsa di sacerdote. Non so se possa essere capitato - a me non è mai capitato! - che qualcuno abbia detto una parola di mancanza di stima nei confronti di don Luigi (è capitato anche a Gesù, figuriamoci se non sarà capitato anche a lui, però io non ho avuto questa occasione). Vorrei richiamare quello che alcuni di voi hanno anche sperimentato nella vita: la capacità di vivere e morire non per se stessi, ma attraversando questa terra in punta di piedi. Ero forse ai primi anni di sacerdozio, o di seminarista, non ricordo bene: il nostro caro don Luigi era un pozzo di scienza, anche se non lo manifestava (era laureato in Teologia, in Lettere ed in Diritto 'utroque iure', civile e canonico, ma credo non abbia mai ostentato questa sua cultura). Ricordo che in Cattedrale, di fronte a tutto il Capitolo, Mons. Nicodemo, Arcivescovo di Bari, gli affidava il compito di Canonico teologo: ho sentito da lui l'elogio di un sacerdote come non era accaduto per nessun altro. Don Luigi evidenziava il magistero dell'umiltà! Alcune persone ci aiutano ad incarnare la Parola di Dio in modo più diretto e a cogliere il magistero autentico attraverso la propria vita. Infatti, le responsabilità non lievi che lui ha avuto, le ha vissute nel nascondimento e negli archivi dell'arcivescovado ricorrono spesso richieste, da parte sua, di essere esonerato da vari compiti. E perché il magistero dell'umiltà? Perché per i Padri della Chiesa - lo sottolineavano costantemente -, ma anche per gli scrittori sacri, l'umiltà è espressione della mitezza complessiva che parte dal cuore, parte dallo spirito, parte dalle qualità che una persona possiede; l'umiltà faceva parte anche del suo stile, della sua signorilità, legata certamente ad un'estrazione, ad una radice familiare, ma anche e soprattutto alla capacità di amare con il cuore di Dio. E' lo stesso amore manifestato da Gesù per i suoi discepoli e per tutti noi. Egli ci precede nella gloria, prepara un posto e, quindi, se per un verso una celebrazione esequiale non può in noi non creare tristezza, apre però il cuore ad una speranza di resurrezione che non sempre, immediatamente, noi possiamo avvertire. Questa, forse, è la grandezza del sacerdozio, al di là delle persone: essere capaci di guardare gli altri con gli occhi di Dio, con il cuore di Dio. Di fronte anche alle osservazioni più critiche, a cui anche noi credo siamo abituati, non meno di voi, ricordiamo tutti l'espressione di don Luigi “... e che dobbiamo fare...”: ne approfitto per riprendere questa espressione che è scolpita nella memoria di tutti e non solo qui ad Adelfia. Amore cui corrisponde anche il cogliere gli aspetti positivi, attraverso l'incoraggiamento: lui sempre incoraggiava, soprattutto quando diceva “bravo, bravo”. Sono forse delle espressioni di stile, che ci aiutano ad avere fiducia, ad aver fiducia nel Signore, aver fiducia nel sacerdote, avere fiducia reciprocamente. Una capacità in più di stimarci tra noi sacerdoti: sapete che voi, popolo, siete più benevoli nei nostri confronti, di quanto noi lo siamo reciprocamente. L'Arcivescovo con don Luigi, il giorno del suo 70° di Sacerdozio Esistono le luci e le ombre, e don Luigi era un esperto di luci: così ci piace conservarlo nella nostra memoria. Penso che, nonostante la sua statura, don Luigi sia un grande patriarca. Io ricordo tutto del mio paese e della mia infanzia: sono cresciuto tra giochi e favole, tra sogni e speranze; un pezzo di legno si trasformava in un giocattolo, ero ricco perché avevo un tesoro, la mia fantasia. Si giocava con le figurine e si vinceva o si perdeva, si giocava con la pista disegnata sui marciapiedi, con le lattine e i tappi, le biglie di vetro e i monopattini costruiti con due assi di legno e i cuscinetti a sfera. Si amavano i fumetti, i giornaletti popolati di eroi costavano 30 lire, ce li giocavamo, li scambiavamo: quanti ne leggevo nei caldi pomeriggi d'estate! Topolino,Tex, Diabolik, Zagor. Era proibito uscire per strada durante la controra e non ho mai capito a chi si doveva questa regola: invidiavo i ragazzi che si rincorrevano per le strade sotto il sole cocente. Poi scendeva la sera, si poteva uscire, le mosche e il loro ronzio scomparivano, le cicale e il loro incessante frinire. E si ritornava a giocare, a pedalare sempre più lontano, ad incontrare gli amici; un tratto di strada, due pietre erano il nostro campo di calcio, una conta veloce, il più ciuccio era il portiere... e si giocava sotto il sole, sotto la pioggia, si cadeva, ci si rialzava con le ginocchia sbucciate, felici di correre, aspettando di diventare grandi. Il tempo era scandito dal rintocco delle ore e si ritornava a casa sempre con un gioco da inventare e la voglia di sognare. Il profumo del pane fatto in casa, l'abbaiare del cane festoso, il nonno stanco del duro lavoro nei campi che si preparava una sigaretta col solito tabacco, il sorriso con gli unici due denti rimasti e noi nipoti festosi... e ci raccontavano dei loro giorni e ogni sera ci insegnavano a pregare con semplicità e fede. Io credevo all'angelo custode come un fratello maggiore che seguiva ogni mio passo e mi faceva addormentare sul grembo di mia nonna, mentre mi sussurrava misteriose litanie. Le anziane di un tempo avevano un rimedio per tutti i mali, tra decotti e sortilegi e il loro raccontare una vita tranquilla passata a crescere figli, nipoti, ad allevare animali sempre con lo stesso vestito e mai un lamento e sopportando il dolore con la speranza che andasse via, così come era arrivato. E noi si giocava nel cortile e nei giardini fioriti con gli alberi carichi di frutti, si dormiva sotto alberi maestosi di melograni e le signore si riunivano per pettegolare sulle ragazze che non si sposavano, su chi doveva partorire, del figlio emigrante e la lettera che non arrivava mai; la sera scendeva, mentre il sole tramontava e lasciava lo spazio alla luna e ad una stella, la prima a nascere, l'ultima a morire; e non si pensava mai a quello che era stato, ma a quello che il buon Dio ci avrebbe donato il giorno dopo. Mimmo Favale

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PAGINA 6 D E' stato pubblicato, a cura di un giovane della nostra Parrocchia, un nuovo libro su san Vittoriano. Chi desidera acquistarlo, può prenotarlo presso la sede del Comitato Feste. Dal 16 al 24 luglio Lunedì 3 agosto Mercoledì 5 agosto In agosto Giovedì 15 agosto Pregando e degustando in attesa di san Vittoriano... Momento di preghiera al parco (ore 21.00) Passeggiata serale in bicicletta per le vie del paese (appuntamento alle 21,00 in piazza Galtieri per i Vespri, a seguire la passeggiata) Parrocchia al mare (serale) Serata insieme in piazza Galtieri + i campi scuola Ti accorgi che stai invecchiando quando i colpi della strega sono più numerosi di quelli di fulmine. A volte mi chiedo: ma quando non c'era Whatsapp avevamo tutte 'ste cose da dirci? Un uomo va in camiceria e chiede: “Vorrei una camicia”. “La taglia?”. “No, intera!”. AD USO INTERNO

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