IDEA DICEMBRE 2014

 

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Giornale della Parrocchia Immacolata di Adelfia (BA)

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D Parrocchia Immacolata ANNO 28 - n. 84 - Dicembre 2014 Piazza Galtieri, 34 - 70010 Adelfia - Tel e Fax 0804594746 http:/www.adelfiaparrocchiaimmacolata.it E-mail: dtonio.lob@virgilio.it Se su google si digita semplicemente la parola “Natale”, il motore di ricerca suggerisce quattro risultati: escludendo a priori i vari natali sul nilo, in india, a miami e a rio (scrivo volutamente tutto in minuscolo, a sottolineare l'insignificanza di tali risultati per la mia ricerca), rimane la voce “Natale” nuda e cruda. Speranzoso, vi clicco sopra. Anche qui, a parte i vari riferimenti all'Ikea, agli outlet, alle filastrocche, alla casa di babbo natale (anche qui la minuscola è d'obbligo!) e ai mercatini, rimane il Natale di Wikipedia. Vi si legge: “Il Natale è una festività cristiana che celebra la nascita di Gesù. Cade il 25 dicembre per la maggior parte delle Chiese cristiane occidentali e greco-ortodosse; il 6 gennaio e il 7 gennaio per la cristianità orientale, nelle Chiese ortodosse slave e copte, le quali adottano il calendario - don Tonio - giuliano. È la festa più popolarmente sentita tra i cristiani; tuttavia, in tempi più recenti, ha assunto tra le popolazioni di cultura occidentale anche un significato laico, legato allo scambio di doni, alla famiglia e a figure del folclore come Babbo Natale. Sono strettamente legate alla festività la tradizione del presepe, di origine medievale, e l'addobbo dell'albero di Natale, diffusasi successivamente, a partire dal Nord Europa”. Sembra, da questa enciclopedia liberamente modificabile e scritta da chissà chi, che Gesù, sì, sia Lui che ha dato origine alla festa del nostro Natale, quello cristiano, che ha soppiantato il giorno festivo del calendario romano dedicato al 'dies natalis' del 'Sol invictus' (era, ed è, il solstizio d'inverno, il momento nel quale le giornate riprendono ad allungarsi e la luce - e, con il suo calore, la vita lentamente riprende vigore). Ma sembra pure che, lentamente e inesorabilmente, la festa stia assumendo un tono più orizzontale che verticale, legato esclusivamente alla terra e non più anche al cielo: a Natale tutti più buoni, per intenderci; almeno qualche giorno all'anno, dai! Altrimenti che uomini siamo. Quasi che si possa essere uomini a fasi alterne. Se poi ci si mette anche l'aspetto commerciale - e ci si mette eccome! - la frittata è fatta: il Natale cristiano, quello di Gesù, è soppiantato, a sua volta, da un natale (minuscolo) similpagano, 'made in earth', tutto umano, se non addirittura solo cosmico, naturale, che poco o nulla ha da spartire con Gesù Cristo. In altri termini: stiamo tornando, senza accorgercene, al 'sol invictus' precristiano, con l'aggravante di non rendercene nemmeno conto e di non correre ai ripari. Che fare? Probabilmente poco. continua a pagina 2 ALL’INTERNO: L'essenziale cammino 2 Con Nicodemo verso la luce 3 La verità e la misericordia 4 E' Natale 5 Coraggio! 6 Reyhaneh 7 Calendario parrocchiale 8 Ridi... che ti passa 8

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PAGINA 2 «Usciamo, usciamo». Incomincia così il n. 49 dell'Esortazione Apostolica di papa Francesco sul tema dell'evangelizzazione, che ha impegnato il recente Sinodo mondiale dei Vescovi. L'immagine non è occasionale, né casuale. Che si tratti di una chiave di lettura - e quindi di azione - del messaggio destinato alle Chiese cristiane, è confermato dalla dicitura che sta all'ingresso del primo capitolo: «Una Chiesa in uscita». Francesco si mette a capo del popolo di Dio e lo guida all'uscita dalla schiavitù. Uscita dall'inerzia di una posizione di rendita, che può apparire rassicurante e persino confortevole, ma che ormai confina con l'assuefazione alla «mondanità spirituale». Uscita dalla mancanza di iniziativa, dalla perdita di creatività, dall'amorevole coltivazione della propria nobile malinconia: la storia della modernità ha deviato dal corso previsto, che doveva passarci sotto casa. Invece. E allora, tanto peggio per la storia, e per gli uomini, le donne e i bambini che ci sono dentro. L'accidia, la rassegnazione, lo scoraggiamento - scrive Francesco - portano alla «psicologia della tomba». Può sembrare un rifugio, un sacrario persino. Ma è un luogo di morti. Non c'è però solo un cristianesimo ripiegato su se stesso perché vive una perenne «Quaresima senza Pasqua» (n. 6). In questi anni, i cristiani ci hanno messo del proprio per mortificare ciò che lo Spirito aveva pur messo in moto. Hanno creato contrapposizioni artificiose nel popolo di Dio, seminato arroganza di élites fra i cristiani diversamente impegnati, acceso vere e proprie «guerre» interne, nelle quali sono state dilapidate energie e sostanze che erano destinate alla missione comune (n. 94). Anche da queste stupide liti bisogna uscire. In fretta, e con un taglio netto. E bisogna pensare di più ai «poveri». Soprattutto al loro riconoscimento da parte di una religione che non se ne serve come strumento per disegni che non li riguardano. Una religione la cui ambizione è solo quella di restituirli alla dignità spirituale della loro mente, dei loro affetti, della loro persona. E di una relazione con Dio che non devono mendicare, perché è semplicemente destinata e donata. La comunità umana e cristiana è in debito di inclusione e di reciprocità nei loro confronti. L'enorme sofisticazione delle nostre occupazioni di autorealizzazione spirituale ed ecclesiale, che poi ammettono all'aristocrazia della fraternità solo i portatori professionali dei carismi, deve metterci in imbarazzo una volta per tutte. «Occorre affermare, senza giri di parole, che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli” (n. 48). La caduta in verticale del gusto comunitario della vita è oggi direttamente proporzionale all'ossessione del godimento dei suoi piaceri, che seleziona i privilegiati della competizione per l'evoluzione migliore. La loro avidità è peggio del buco nell'ozono. È l'economia dell'esclusione, che «uccide». È l'idolatria del denaro di Epulone, che non ha alcuna «ricaduta» favorevole (i cani hanno anche il salone di bellezza, a Lazzaro - come da copione - continuano a non arrivare neppure le briciole). È l'iniquità che genera fatalmente aggressività e violenza: nel contesto urbano, ormai, è un tratto di stile, per così dire. La Chiesa esce dalla tomba, e molti uomini e donne che non ci credevano più escono dal guscio. E ritrovano il piacere «spirituale» di essere «popolo», che sta diventando sconosciuto agli umani. mons. Pierangelo Sequeri, teologo D dalla prima pagina Non perché dobbiamo far finta di niente, piuttosto perché il di più lo fa il buon Dio. A noi tocca aprirgli il cuore, lasciarlo agire nella nostra vita, quantomeno permettergli di nascerci dentro, facendogli posto; sgombrandoci di tanti orpelli che sanno ormai di muffa pur avendo il sapore della novità. Recuperiamo l'Eterno, per essere nuovi, perché, nella nostra smania di novità, stiamo invece invecchiando. Al cuore non bastano interventi di lifting, di acido ialuronico, di botulino e di altre diavolerie. Al cuore serve un rinnovamento totale, quasi un trapianto: il cuore di Dio al posto del nostro. O, almeno, vicino al nostro. Non sentiremo più mancanza di stimoli, non ci sentiremo apatici, non avvertiremo l'altro come un avversario o, peggio, un nemico. Non diremo: chi me lo fa fare? Me/ce lo fa fare quell'amore preveniente che mi è nato dentro, che prima di me ha contagiato milioni e milioni di uomini come me, che come me, spesso, brancolavano nel buio, aspettando una luce. Una mano. E l'hanno trovata. Meglio: l'hanno avuta. E' Dio che si è fatto e che ancora si fa vicino. Sotto forme e situazioni e persone... inaspettate, forse. Lui è fatto così. Ama stupirci. Proprio come i bambini. Per quanto ci riguarda, un piccolo/grande impegno possiamo prendercelo: recuperiamo in umanità. A Dio lasciamo fare il mestiere di Dio; noi, col suo aiuto, esercitiamoci nel mestiere di essere uomini... uomini. Non per metà: interi! Non a fasi alterne: sempre! Ce lo chiede il mondo. Ancor più ce lo domanda il Vangelo. Che sia Natale nella nostra capacità di andare incontro all'altro, soprattutto al più lontano e al più bisognoso, per dirgli, con tutta la nostra umanità: “Dio ancora ci vuole bene, a tal punto che s'è fatto uno di noi. S'è fatto noi!”. don Tonio

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D PAGINA 3 Il 18 settembre scorso, nell'Aula Magna della Guardia di Finanza, S.E. mons. Francesco Cacucci, nostro Vescovo, ha tracciato le linee guida del cammino diocesano per quest'anno pastorale 2014-2015 dedicato alla Carità. La figura sulla quale ha posto l'accento è quella di Nicodemo, indiscutibile icona di Carità, che assicura continuità con il percorso già intrapreso con il cieco Bartimeo (icona di Fede) e con la donna samaritana (icona di Speranza). Nicodemo è uno di noi: nella sua umana imperfezione, si sforza di amare Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima. Dal momento in cui incontra Gesù, gli si apre un nuovo orizzonte, che gli permette di abbandonare il buio e l'incertezza, per dare avvio ad un cammino proteso verso la Luce. Grazie a Gesù riesce, non senza fatica, a comprendere che l'amore si accoglie in quanto dono e che il cristiano non può che sposare quell'unico comandamento dettatogli: “Amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e amerai il prossimo come te stesso”. Nicodemo prende in parola il Signore e decide di amarlo. Lo ama con tutte le sue forze e nell'ora della morte del Maestro è lì, presente e pronto a tutto, pur di donargli l'unica cosa possibile in quel frangente temporale: una sepoltura degna di un Re. Nicodemo ama Dio con tutto quello che ha a disposizione. Quindi anche e soprattutto con il suo denaro. E' meravigliosa la legge dell'amore, che noi cristiani chiamiamo Carità. Così disarmante, così naturale, tanto semplice quanto complessa. Una legge che non può prescindere dalla fede e dalla speranza. Senza queste due sorelle non può esserci amore/carità. Cos'è allora la carità? Possiamo dire che è una forza divina donataci per grazia? Possiamo sostenere con certezza che è in grado di renderci persone capaci di agire in modo nuovo? Sì, possiamo. Anzi dobbiamo. Dobbiamo, perché la carità è una forza viva, simile ad un seme desideroso di cure e attenzioni, e che, man mano che cresce e si sviluppa, ci rende più maturi anche nella fede e nella speranza. Belle parole, lo sappiamo. Ma in concreto? Cerchiamo di essere pratici e di considerare anche il vivere quotidiano. Tutti i fedeli vivono la carità nella misura in cui amano Dio e il prossimo. Nella liturgia della Chiesa, nella preghiera, nella Comunità dei credenti, noi tutti sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo a riconoscerla nella vita di ogni giorno. La carità, nella nostra Parrocchia, si manifesta in diverse modalità. Avete mai pensato al fatto che la proclamazione della Parola di Dio, nella S. Messa, ogni Domenica è affidata a lettori e l'animazione a cantori che, in maniera assolutamente volontaria, aiutano tutti a lodare Dio in un'armonia di carità fraterna? Vi siete mai soffermati a riflettere che frutti preziosi della carità sono i catechisti e gli educatori, che guidano i bambini e i ragazzi all'incontro con il Signore, con amorevole cura e impegno, prendendoli per mano e aiutandoli a vivere l'amore di Dio attraverso i sacramenti? Avete mai varcato la soglia della stanzetta, adiacente la nostra Parrocchia, che accoglie i viveri (che non bastano mai!) e che gli operatori Caritas distribuiscono con costante impegno alla tanta gente in difficoltà? E sia chiaro che, con l'appellativo “gente in difficoltà”, non ci riferiamo ai bambini del terzo mondo, ma al nostro parente o al nostro vicino di casa. E vogliamo parlare poi della carità del Comitato Feste Patronali che, devolvendo una percentuale di denaro, raccolta per le feste, ha permesso alla Comunità di pagare alcuni abbonamenti autobus, nonché il materiale scolastico necessario, ai ragazzi svantaggiati economicamente, ma desiderosi di studiare? E dei numerosi volontari impegnati nel recupero scolastico e sociale a favore dei minori? La Carità è servizio. Servizio a Dio e ai fratelli. La carità è Amore. Senza altri aggettivi. Getta semi in ogni dove; sta a noi, poi, farli attecchire, cominciando dalle persone e dalle situazioni a noi più vicine. Del resto, avrebbe poco senso interessarci di situazioni lontane e non prenderci a cuore quelle... della porta accanto. In questo anno pastorale tutti abbiamo il sacrosanto dovere di interrogarci sul nostro apporto caritatevole e di amore verso il prossimo. Lavarci la coscienza con i 10 centesimi al mendicante fuori dal supermercato non è abbastanza; serve qualcosa in più! Ci stai? Allora scollati dal divano e ama. Isa Salminci Daniela Viterbo

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PAGINA 4 D Al Sinodo sulla famiglia ha fatto presa la felice figura del faro e della fiaccola, riferita al ministero di luce della Chiesa, cui diversi commentatori hanno dato risonanza, interpretandola nel proprio orizzonte di significato. Il faro, ben fondato ed elevato, effonde una luce forte ed estesa che infonde fiducia e dà sicurezza nella navigazione della vita. La Chiesa è luce-faro di verità e di grazia per tutti nella storia e nel mondo. La fiaccola cammina con chi la porta: emana una luce particolare e circoscritta, che illumina i passi delle persone, viandanti e pellegrini nel cammino della vita. La Chiesa è luce-fiaccola di verità e di grazia per ciascuno, nel qui e ora di una situazione o di una stagione della vita. Applicando l'allegoria al ministero di misericordia - cui con insistenza Papa Francesco sollecita la Chiesa, chiamando ciascuno a farsi prossimo e compagno di viaggio soprattutto dei più bisognosi - taluni interpreti hanno veicolato un'accezione appositiva, se non proprio oppositiva, delle due figure e della relazione tra loro. Finora sarebbe prevalsa l'immagine della Chiesa- faro, ferma e salda sulla Tradizione e nel suo immutabile insegnamento, cui guardare e andare per attingere. Con Papa Francesco sarebbe in atto la transizione a una Chiesa-fiaccola: «Chiesa in uscita» - come ci dice nella Evangelii Gaudium - per cercare e avvicinare, accompagnare, guardare negli occhi e ascoltare, curare e rimettere in cammino. «Chiesa che ha le porte spalancate - come ha detto ai Padri Sinodali nel discorso conclusivo del Sinodo - per ricevere i bisognosi, i pentiti, e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti». Tanto basta a far dire di una Chiesa più attenta alle persone che alla dottrina, centrata sulla carità più che sulla verità. È evidente a tutti che papa Francesco rilancia il simbolismo evocativo della Chiesa-fiaccola, chiamando a una evangelizzazione itinerante, di avvicinamento e vicinanza, di accompagnamento e cura, richiamando il significato e la forza sanante dei sacramenti, mettendo in guardia da un astrattismo dottrinale lontano dalle persone e da un precettismo etico incurante di esse. L'esortazione apostolica Evangelii gaudium ne è il quadro di motivazione e di metodo. Che papa Francesco non intenda con questo sminuire il ministero di verità della Chiesa, in ciò che essa ha di immutato e immutabile, sbilanciandone il ruolo-faro sul ruolo-fiaccola, è però altrettanto chiaro. Il Papa non si sente al di sopra della verità, ma sotto la sua autorità, in attitudine - dice ai Padri sinodali - non di «padrone» ma di «servo e custode»: «Il Papa non è il signore supremo, ma piuttosto il supremo servitore; il garante dell'ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo - per volontà di Cristo stesso - il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (can 749) e pur godendo della “potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf cann.331-334)». Questo significa che fare della carità, nella forma prima della misericordia, la via maestra del Vangelo e dell'evangelizzazione non implica alienazione o ribasso di verità. Perché non c'è amore senza verità, ridotto - come nell'immaginario prevalente oggi - a un trascinamento opinionale ed emotivo. La Chiesa non può cedere a questa deriva: verrebbe meno al suo compito di Maestra. E poi perché forma privilegiata e qualificata di carità è portare all'altro la verità: la carità del vero. È illusorio e ingannevole un amore vuoto, un amore non vero. Ciò comporta la fedeltà missionaria della Chiesa al Vangelo e al suo dispiegamento nel depositum fidei della Chiesa. Senza con questo cedere a un fissismo del vero, che aliena la Chiesa dalla storia e dal mondo, in cui essa è posta, in discernimento attento dei «sêmeia tôn kairôn», i segni dei tempi (Mt 16,3), per dire il Vangelo nell'oggi dell'uomo, con le sue risorse e le sue miserie, le sue speranze e le sue inquietudini, e aprire la Tradizione alle res novae. Lo aveva ribadito in precedenza il Papa, parlando di «crescita nella comprensione della verità». Legge questa cui non è sottratto «il depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo». Entro queste due sponde di fedeltà al deposito di verità della fede e di attenzione all'oggi delle persone, Francesco sta conducendo il Sinodo sulla famiglia, in uno svolgimento a più tappe e col coinvolgimento di tutto il popolo di Dio. Lo si evince dalla Relatio sinodi che fa sintesi dei contributi offerti nell'Assemblea generale

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D PAGINA 5 straordinaria da poco conclusa. Sulla prima sponda ci sono le riaffermate - ha detto il Papa - «verità fondamentali del sacramento del matrimonio: l'indissolubilità, l'unità, la fedeltà, l'apertura alla vita». Sulla seconda ci sono le famiglie segnate da irregolarità (convivenze, matrimoni civili) o da ferite (coniugi abbandonati, separati, divorziati risposati o no, famiglie monoparentali). Nessuno va escluso dall'amore misericordioso, in una pedagogia - variamente scandita nella Relatio - di «accoglienza», «prossimità», «accompagnamento», «discernimento delle situazioni», «riconoscimento degli elementi positivi presenti». Indici tutti di attenzione primaria alle persone, che chiama tutti - ha detto ancora il Papa - a «rimboccarsi le maniche per versare l'olio e il vino sulle ferite degli uomini». Il riferimento è alla forza sanante della carità e della grazia: la grazia sacramentale in primis. Con la «possibilità - anche - che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia» (Relatio 52)? La Relatio dà conto della discussione dell'Assemblea in merito e conclude: «La questione va ancora approfondita» (Ivi 52). A questo approfondimento, come a quello di tutta la problematica, è chiamata la Chiesa tutta intera (pastori, teologi e fedeli laici), nel cammino di riflessione e contributi che porterà, tra un anno, alla fase conclusiva e decisiva del Sinodo. Cammino animato e diretto dallo Spirito Santo, ricorda e rassicura Francesco: «Quando la Chiesa, nella varietà dei suoi carismi, si esprime in comunione, non può sbagliare: è la bellezza e la forza del sensus fidei, di quel senso soprannaturale della fede, che viene donato dallo Spirito Santo, il vero promotore e garante dell'unità e dell'armonia nella Chiesa». Per questo convenire sinodale, animato e diretto dallo Spirito di Dio, coniugare insieme verità e misericordia anche nel difficile campo delle irregolarità familiari, dei divorziati risposati in particolare, è possibile. Senza che la Chiesa contraddica il suo insegna mento, ma lo approfondisca, lo sviluppi e lo attualizzi nell'oggi delle persone e delle loro attese. E senza - per tornare al simbolismo iniziale - che l'essere faro impedisca alla Chiesa di essere fiaccola e, per essere fiaccola, la Chiesa cessi d'essere faro. Ma l'uno e l'altro compito di luce si assolvono insieme, in relazione sinergica e reciproca (cf Rel 28). Perché la Chiesa è Maestra di verità e Madre di misericordia insieme. Lo è e deve esserlo anche negli ambiti più problematici del matrimonio e della famiglia. Come? In che modo, in presenza di nodi critici che fanno temere uno scioglimento unilaterale e sbilanciato? Ce lo sta dicendo e ce lo dirà il Sinodo, sotto l'azione dello «Spirito di verità» (cf Gv 16,13), principio e anima del sensus fidei dei fedeli e del munus docendi dei pastori, che scandiscono il cammino sinodale della Chiesa nella ricerca della verità. sac. Mauro Cozzoli È Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano. È Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l'altro. È Natale ogni volta che non accetti quei principi che relegano gli oppressi ai margini della società. È Natale ogni volta che speri con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale. È Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. E' Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri. Madre Teresa di Calcutta

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PAGINA 6 D Se mi fosse concesso di lasciare nella travagliati da drammi interiori, incompresi nei mezzanotte il trasognato rapimento della loro problemi affettivi. liturgia, e aggirarmi per le strade della città, e Sulle folle di terzomondiali che abitano qui da bussare a tutte le porte, e suonare a tutti i noi e ai quali ancora, con i fatti, non abbiamo campanelli, e parlare a tutti i citofoni, e dare una saputo dimostrare di esser convinti che Gesù voce sotto ogni finestra illuminata, vorrei dire Cristo è venuto anche per loro. Mi chiedo per semplicemente così: Buon Natale, gente! Il quanti minuti rideranno dinanzi agli auguri di Signore è sceso in questo mondo disperato. Natale, formulati così, coloro che si sono E all'anagrafe umana si è fatto dichiarare con costruiti idoli di sicurezza: il denaro, il potere, lo un nome incredibile: Emmanuele! Che vuol s p e r p e r o , i l t o r n a c o n t o , l a v i o l e n z a dire: Dio-con-noi. Coraggio! Ai tempi di Adamo, premeditata, l'intolleranza come sistema, il «egli scendeva ogni meriggio nel giardino a godimento come scopo assoluto della vita. E passeggiare con lui» (Gn 3,8). Ma ora ha allora? Dovrei abbassare il tiro? Dovrei deciso di starsene per sempre quaggiù, perché correggere la traiettoria e formulare auguri terra non si è ancora stancato di nessuno e continua terra, a livello di tana e non di vetta, a misura di a scommettere su di noi. Mi chiedo, però, se cortile e non di cielo? No. Non me la sento di questi auguri, formulati così, magari all'interno appiattire il linguaggio. di un piano-bar, o di una sala-giochi, o di una Sono così denutrite le speranze del mondo, discoteca, o di un altro tempio laico dove la che sarebbe un vero sacrilegio se, per paura di gente, tra panettoni e champagne e luci dover sperimentare la tristezza del divario tra la psichedeliche, sta trascorrendo la notte santa, formulazione degli auguri e il loro reale siano capaci di reggere il adempimento, mi dovessi fastidio degli atei, lo adattare al dosaggio scetticismo degli scaltri, il espressivo dei piccoli scatti o sorriso dei furbi, la praticità dovessi sbilanciarmi sul di chi squalifica i sogni, il versante degli auspici con gli pragmatismo di chi rifiuta la indici di prudenza oggi in poesia come mezzo di circolazione. Anzi, se c'è una comunicazione. grazia che desidero chiedere a Mi domando se gli auguri Gesù che nasce, per me e per di Natale, formulati così, tutti, è proprio quella di essere faranno rabbia o capace di annunciare, con la tenerezza, susciteranno fermezza di chi sa che non disprezzo o solidarietà, resteranno deluse, speranze provocheranno discredito o La stella che, a Betlemme, indica il punto dove è nato Gesù sempre eccedenti su tutte le impegno. Mi interrogo come saranno accolti attese del mondo. questi auguri dalla folla dei nuovi poveri che il Se vi dico che uno stelo di speranza è già nostro sistema di vita ignora e perfino coltiva. fiorito, è perché voglio esortarvi a recuperare Dagli anziani reclusi in certi ospizi o un genere diverso di vita e un nuovo gusto di abbandonati alla solitudine delle loro case vivere. È perché voglio invitarvi a stare nella vuote. Dai tossicodipendenti prigionieri di una crisi attuale senza rassegnazioni supine, ma insana voluttà di autodistruzione. Dagli operai con lucidità e coraggio. È perché voglio in cassa integrazione senza prospettive. Dai stimolarvi ad andare controcorrente e a porre disoccupati senza speranze. Da tutta la gente, sui valori morali le premesse di un'autentica insomma, priva dell'essenziale: la salute, la cultura di vita, che possa battere ogni logica di casa, il lavoro, l'accesso alla cultura, la distruzione, di avvilimento e di morte. Gesù che partecipazione. Mi domando che effetto nasce, è il segno di una speranza che, faranno gli auguri di Natale, formulati così, su nonostante tutto, si è già impiantata sul cuore tanta gente appiattita dal consumismo, resa della terra. Buon Natale. satura dallo spreco, devastata dalle passioni. Sulla moltitudine di giovani incerti del domani, don Tonino Bello

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D PAGINA 7 Tutta una vita in un messaggio vocale. Il testamento di Reyhaneh Jabbari, 26 anni, impiccata dal regime iraniano il 25 ottobre u.s. per avere ucciso l'uomo che, nel 2007, voleva stuprarla. Il 1° aprile 2014, una volta saputo della sua condanna a morte, aveva registrato per la madre un audio messaggio con le sue ultime volontà. Qui sotto il testo integrale della lettera: Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr). Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all'ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà? Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all'obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L'assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così. Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carcere-tomba di Shahre Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita. Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l'uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l'uomo che mi stava frustando, ma quest'ultimo ha colpito l'altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori. Ci hai insegnato, andando a scuola, ad essere delle signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto hai influenzato il modo in cui ci comportiamo? La tua esperienza però è sbagliata. Quando l'incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo un'assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno. Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge. Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali è stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si è nemmeno preoccupato di considerare il fatto che, al tempo dell'incidente, avevo le unghie lunghe e laccate. Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese, che tu mi hai insegnato ad amare, non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell'uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l'ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento. Cara Shole, non piangere per quello che senti. Il primo giorno che nell'ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha colpita per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non è fatta per questi tempi. La bellezza dell'aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligrafia, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole. Mia cara madre, il mio modo di pensare è cambiato e tu non sei responsabile. Le mie parole sono senza fine e le darò a qualcuno in modo che quando sarò impiccata senza la tua presenza e senza che io lo sappia, ti verranno consegnate. Ti lascio queste parole come eredità. Comunque, prima della mia morte, voglio qualcosa da te e ti chiedo di realizzare questa richiesta con tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi. Infatti, è la sola cosa che voglio dal mondo, da questo paese e da te. So che hai bisogno di tempo per questo. Per questo ti dirò questa parte del mio testamento per prima. Per favore non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e presenti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dall'interno della prigione con l'approvazione delle autorità, perciò ancora una volta dovrai soffrire per causa mia. È la sola cosa per cui, anche se tu dovessi supplicarli, non mi arrabbierei - anche se ti ho detto molte volte di non supplicarli per salvarmi dalla forca. Mia buona madre, cara Shole, più cara a me della mia stessa vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio cuore giovane diventino polvere. Supplicali perché subito dopo la mia impiccagione, il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa e qualunque altra cosa possa essere trapiantata venga sottratta al mio corpo e donata a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che sappiano il mio nome, che mi comprino un bouquet di fiori e nemmeno che preghino per me. Ti dico dal profondo del cuore che non voglio che ci sia una tomba dove tu andrai a piangere e soffrire. Non voglio che tu indossi abiti scuri per me. Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via. Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l'ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che, per ignoranza o menzogna, mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti. Cara Shole dal cuore d'oro, nell'altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene. Reyhaneh

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PAGINA 8 D Pierino alla maestra: “Non credo che il mio tema meritasse proprio uno zero!”. “Neanche io”, risponde lei, “ma non esistono voti più bassi!”. Due serpenti si incontrano e uno sibila all'altro: “Quella vipera della mia fidanzata mi ha lasciato. Ma tornerà da me strisciando!”. Come si chiamano i parenti dell'uomo invisibile? I tras…parenti! Babbo Natale sta male. Ha avuto una colica rennale. AD USO INTERNO

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