IDEA APRILE 2014

 

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Giornale della Parrocchia Immacolata di Adelfia (BA)

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D Parrocchia Immacolata ANNO 28 - n. 82 - Aprile 2014 Piazza Galtieri, 34 - 70010 Adelfia - Tel e Fax 0804594746 http:/www.adelfiaparrocchiaimmacolata.it E-mail: dtonio.lob@virgilio.it Comunione! Con tanto di punto esclamativo. Non mi riferisco alla prima comunione, con tutti i fronzoli che si trascina dietro (a volte, scherzando con i bambini, m'immagino l'ultima cena, che è stata la prima comunione dei discepoli, con Pietro che arruola il fotografo, Giovanni che chiama la parrucchiera, Giacomo che prenota la sala, Bartolomeo l'estetista, Filippo…). No, quando scrivo di comunione penso alla capacità di “camminare” insieme, di infilare i piedi nelle scarpe, a volte strette, degli altri, di non calpestarsi a vicenda… che ha distinto i primi cristiani: “Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At. 2,42) e che faceva esclamare ai pagani “Guardate come si amano!” (Tertulliano). Chissà perché gira voce - ma è solo una voce, non documentata - che chi sta facendo più fatica ad accogliere il modo d'essere di - don Tonio - Papa Francesco stia più dentro che fuori, più di qui che di là. Tra i credenti, insomma. Cosa può significare? Che nulla va dato mai per scontato, che il teorema “Prendi Gesù, aggiungici i cristiani, moltiplica per 2000 anni di cristianesimo e avrai, automaticamente, una Chiesa e una società perfetta” non sarà mai valido, se non a condizione che i cristiani, di ogni tempo e di ogni latitudine, diano anima, cuore, viscere, per amore di quel Gesù che ha amato per primo e sempre ci precede e chiede di rispondergli accogliendo il fratello, rispettandolo, perdonandolo, evidenziando il bene che, pur frammisto al male, è in lui. A volte, come parroco, mi viene chiesto di essere multitasking (nel linguaggio del computer significa eseguire più programmi contemporaneamente): si va dal fatto che, soprattutto di Domenica, più persone ti parlano contemporaneamente e ciascuno pretende ascolto, perché quanto ti sta dicendo è per lui più importante di quanto ti sta comunicando l'altro, e tu non sai a chi dare la precedenza, al fatto, ben più grave, di proporre iniziative (fossero solo quelle!) e modi di vedere la Comunità che quasi mai coincidono con le sensibilità altrui, anzi spesso le contraddicono e le annullano. Ma cosa importa, certuni pensano, l'importante è che si vinca. E meno male che, a differenza di altri ambienti, non ci sono soldi da guadagnare, se no sarebbe un bel guaio! Il parroco, come ultimamente più d'uno mi ha ascoltato ripetere, cosa deve fare? “Mettere le pezze” sugli eventuali strappi prodotti, ed essere multitasking, non però come si desidererebbe da parte di chi vuole primeggiare (della serie: a me la precedenza!), ma volendo bene a tutti, seriamente, il più possibile col cuore di Gesù. Promuovendo una diversità che davvero è ricchezza, una comunione che ingloba e non esclude nessuno (che nemmeno è cosa facile, perché ci sarà sempre chi giocherà a fare l'escluso a prescindere, ruolo che pare renda bene), allargando le braccia e mai chiudendole, anche quando nell'abbraccio uno non vuole starci. Sì, perché, stando troppo attaccati, taluni pensano di soffocare, e si avvertono di più i cattivi odori degli altri, e il virus della contaminazione gode di maggiore vitalità, e tu rischi di affezionarti all'altro e di ritenerlo quello che Dio vuole che sia per te: un fratello! Mi piace immaginare il continua a pagina 2 ALL’INTERNO: La cultura del “noi” 2 Il pesce puzza dalla testa? 3 L'altezza di quel gesto 4 Il servizio del Papa nel tempo di Dio 5 Spero di farcela, anzi devo 6 Defibrillatore 6 Quando la rete diventa una trappola per giovani 7 Avvisi 8 Ridi... che ti passa 8

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PAGINA 2 Come Vescovi, insieme ai nostri sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, vorremmo far risuonare alta e mite la voce dei secoli e ripetere al mondo moderno che Dio c'entra con la vita, non è lontano e indifferente, non è nemico oscuro della gioia, ma ne è la perenne sorgente, non è concorrente geloso della libertà, ma ne è la più sicura garanzia. Vorremmo ripetere, con i grandi testimoni del Vangelo, che Dio è dalla parte dell'uomo, e che nulla è più stupefacente di un'esistenza comune e di un cuore semplice che vive con Lui. Non è forse questo messaggio che risuona oggi come una novità cercata spesso a tentoni, desiderata e attesa sapendo che essa esiste in qualche parte di questo mondo affaticato e amato? Messaggio antico che risuona come nuovo e sorprendente in una cultura che sembra una bolla di fantasmi, di miti vuoti, di apparenze luccicanti, di bugie promettenti. E non è forse vero che questo messaggio, che cammina attraverso i secoli e i millenni, prima o poi ha il potere di penetrare - o almeno di interrogare e scalfire - le incrostazioni del cuore, le sordità accumulate, le frenesie del tempo? Esso ha il fascino di un mistero che attrae e ridesta l'anima ad un modo diverso di vivere con se stessi, con gli altri, con il creato: una forma di vita di cui tutti abbiamo nostalgia e che intuiamo essere la nostra casa! Se Dio c'entra con la vita di ciascuno, infatti, allora ognuno c'entra con la vita degli altri. E questo capovolge i rapporti, il modo di guardarci, di stare insieme; supera ogni forma di intolleranza, e permette di accogliere fratelli e sorelle che per disperazione approdano sui nostri lidi, col desiderio di trovare una integrazione rispettosa e serena. Ma, su scala più ampia, capovolge anche i rapporti tra gli Stati, le Nazioni, i Popoli, perché la giustizia regni e cresca la pace: realtà invocata - la pace e ancor tanto ferita nella carne dei poveri di Paesi anche vicinissimi a noi, dove, anziché le vie del dialogo onesto, si continua a perseguire la strada disumana della violenza e delle persecuzioni. Il “noi” capovolge anche il modo di fare economia e finanza, politica e lavoro. Capovolge perché non è più l'iperindividualismo a dettare legge, l'io con la sua vanità e i suoi egoismi a dominare la scena; non sono più le logiche spietate di un mercato selvaggio a strangolare i senza volto, né il ghigno della solitudine che spaventa, ma il “noi” che non fa scarti umani e che non lascia ai bordi della strada nessun debole aggredito e spogliato dai briganti di turno. Abbiamo a che fare con un io ipertrofico e un noi impoverito, come se il noi attentasse all'io di ciascuno. Ma è proprio il “noi” che ispira la cultura dell'incontro e del dialogo, per cui ci si ascolta al fine di comprendersi senza finzioni. In questa ottica, forse sono da ripensare seriamente anche delle forme organiche di servizio civile, che siano delle tappe di vita e dei tirocini del “noi”, “cattedre pratiche” di fraternità, di giustizia e di pace, dove si respira il gusto di vivere e di operare insieme per il bene di tutti. Il “noi” sta alla base di quella visione antropologica veramente umanistica per cui - anche per chi non crede - la persona non solo vive di relazioni ma è relazione; i diritti e i doveri restano tali e i desideri restano desideri; alle cose si riconosce la loro specifica natura, e le differenze vengono dichiarate per quello che sono con rispetto e senza smanie di omologazioni forzate o violente. Card. Angelo Bagnasco, Presidente dei Vescovi Italiani D dalla prima pagina Signore che, abbandonando il sepolcro, ci viene incontro e ci dona, come regalo di Pasqua, una voglia sfrenata di Comunione. Con la “C” maiuscola, come si conviene alle persone e alle cose grandi, quelle che ti cambiano la vita; quelle che ti fanno respirare a pieni polmoni; quelle che ti fanno dire: “Ne vale la pena”. Vale la pena continuare a credere, in Dio e nel prossimo; a sperare, ad amare. Nonostante le cadute. Perché quando si è in tanti a sognare ci si può appoggiare sui sogni dell'altro, e un sogno condiviso è già quasi realtà. Impariamo a camminare sempre di più insieme: gli altri, a cui non devo imporre niente, se troveranno in me un testimone credibile, faranno a gara per mettere i loro passi sulle mie orme. Se invece non vedranno l'ora di cancellarle... un motivo ci sarà. Un tale, abbastanza famoso, nei giorni scorsi ha scritto: “E' questo uno sforzo che dobbiamo affrontare tutti insieme, mettendo da parte interessi personali, ambizioni individuali e la difesa di rendite di posizione assolutamente incompatibili con questo percorso”. Se se n'è accorto anche lui, vuol dire che quel Cristo, che è morto in croce, ci aveva proprio azzeccato. Basta definire bene qual è il nostro percorso. Un po' più di umiltà. Di semplicità. Di amore. E nei cuori, che prima come sepolcri contenevano il cadavere, entrerà tanta aria pulita, e saranno giardini in fiore, il cui profumo arriverà lontano, molto lontano. Che la Pasqua ci regali tutto questo! Con affetto grande. don Tonio

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D PAGINA 3 Caro lettore, mi rivolgo direttamente a te, che stai dedicando un po' del tuo prezioso tempo a leggere questo articolo. Vorrei innanzitutto dirti che quando don Tonio (il mio e il tuo parroco!) mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul concetto di legalità, sono rimasta un po' perplessa. Come affrontare un tema così grande in poche righe? Mi pare opportuno cominciare dal concetto in senso lato. Come viene intesa la legalità? La definizione che dà il dizionario è assolutamente inequivocabile: legalità = l'essere conforme alla legge e a quanto è da questa prescritto. Se ne deduce che legalità e rispetto sono due termini complementari, che si sposano e che diventano l'uno parte dell'altro. Se esiste l'una, deve necessariamente esistere l'altro. Ma, in tutta onestà, io e te possiamo dire che sia effettivamente così? Possiamo dire che nel nostro vivere quotidiano ci adoperiamo al meglio affinché questo connubio concettuale abbia davvero un riscontro pratico? In effetti, se così fosse, ¾ dei problemi del pianeta, dai più piccoli ai più grandi, verrebbero meno. Verrebbe meno di sicuro quella irrefrenabile voglia, latente ma presente, è inutile nasconderlo! - in ognuno di noi, di scalciare, di sgomitare e di fare male al prossimo, per tentare di perseguire il proprio interesse e accaparrarsi una fetta di felicità (perché è a quella che tendiamo, vero?). E' brutto scriverlo - e lo è ancor più pensarlo – ma, in fondo, non dico nulla di nuovo. Già Hobbes, nel lontano XVII secolo, quando descriveva lo “stato di natura” dell'essere umano, ricorreva alla massima latina secondo cui “bellum omnium contra omnes”: la guerra di tutti contro tutti! Tuttavia, lo stesso Hobbes risolveva questo problema primordiale facendo ricorso alla legge, il cui compito doveva essere quello di porre dei limiti ai comportamenti egoistici dei singoli soggetti. La legge, quindi, dovrebbe essere intesa come quel sistema che frena il caos naturale, al quale noi tutti siamo naturalmente predisposti. Se il povero Hobbes avesse saputo che ben 400 anni dopo la situazione non solo non sarebbe cambiata ma, a tratti, sarebbe addirittura peggiorata rispetto a quella da lui analizzata, credo avrebbe rivisto tutto l'assetto del suo pensiero filosofico e avrebbe fatto a pezzi il suo Leviatano. Oggigiorno, chi se ne intende sul punto in questione, sostiene che l'anello debole è la mancanza di educazione alla legalità. In effetti, se ci pensi, se ci adoperassimo costantemente nella realizzazione di una sorta di pedagogia della legalità, probabilmente i mali, di cui ogni giorno ci lamentiamo, sarebbero meno persistenti. Se ci autoeducassimo al bene comune, probabilmente vivremmo in una società meno complicata e sicuramente più giusta. E, ti prego, caro lettore, non mi dire che non è colpa nostra, che è colpa del Sistema, che se vuoi tenerti a galla devi essere più furbo degli altri! Non mi dire che noi due non possiamo fare niente, che siamo due gocce nell'oceano! Non mi dire che il pesce puzza dalla testa, e che la testa è quella cattiva politica che ci ha reso orfani prima di tutto della dignità e di conseguenza anche della legalità! Non me lo dire perché io non ci credo. No, non voglio crederci. E non voglio crederci per un motivo preciso: perché il pesce non è fatto solo dalla testa, ma si compone anche di altre parti. Noi, io e te, siamo le altre parti, e abbiamo il sacrosanto dovere di evitare di far andare a male tutto il resto. Non siamo chiamati a portare il peso del mondo sulle nostre spalle, come Atlante, ma dobbiamo, io e te, fare del nostro meglio durante le nostre giornate, dobbiamo cercare di dare un senso alla nostra esistenza, e dobbiamo farlo perché l'illegalità parte dall'ordinarietà del nostro vivere quotidiano, da quel semaforo rosso che non rispettiamo, da quella carta che buttiamo per strada, da quell'abbraccio che non diamo a quella orribile assuefazione nella quale ci crogioliamo: “Non faccio quella cosa perché tanto non serve”. Or dunque, caro lettore, noi due capiamo bene, quindi, che la legalità dovrebbe essere intesa (il condizionale è d'obbligo!) come un'esigenza fondamentale della vita sociale, tesa al sostegno dello sviluppo di ogni soggetto umano e alla realizzazione del bene comune. Se questo vale per le persone in generale, figurarsi poi per noi due che ci definiamo cristiani! In effetti, per il cristiano, il problema non dovrebbe neppure porsi. Come perché? Perché un Tizio in sandali, 2000 e passa anni fa, andava in giro predicando la teoria dell'Amore. Che teoria è? Caro lettore, non mi cadrai proprio sull'essenziale! “Ama il prossimo tuo come te stesso” non ti dice nulla? Guarda che non è un proverbio popolare ma un comandamento imprescindibile. Ebbene, se mettessimo in pratica questo “piccolo consiglio” - in realtà è un insegnamento gigantesco - saremmo di sicuro più felici, di una felicità vera però, una felicità che non si ottiene a spintoni, a discapito degli altri, una felicità luminosa data da quell'Amore che è il più bel dono che quel Tizio in sandali con la sua venuta poteva farci (ma che purtroppo non abbiamo ancora del tutto recepito). Caro lettore… caro amico… tu ami? Daniela Viterbo

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PAGINA 4 D Quell'attimo da brivido, che sembrò asciugare il tempo, durò davvero un attimo. Il popolo di Dio - dobbiamo dirlo fu il primo a riaversi. Intanto che i dottori discutevano, nel tempio e fuori del tempio, il senso della fede incominciò a far circolare un'aura di rispetto, di ammirazione, di comprensione e di riconoscenza, così spontanea e avvolgente, che anche i dottori smisero di agitarsi e incominciarono a riflettere. Per un attimo, la sobria compostezza dell'annuncio non ci era apparsa come il chiaro segno della sua meditata ispirazione: prima patita, poi accolta e infine risolta nella pacificazione dello Spirito. Per un attimo, l'umiltà del gesto ci ha sgomentati - e persino mortificati come fosse un'umiliazione del ministero petrino, invece che l'esaltazione della sua integra restituzione alla Chiesa che il Signore guida. Per un attimo, la serena determinazione di quell'atto estremo atto di magistero e di ministero del Papa pur esso, non dimentichiamolo - ci è apparso come un gesto di umana e comprensibile liberazione dai pesi. Invece, era l'imprevedibile audacia della libertà cristiana, la quale riprende interamente su di sé, per non gravarla sul ministero ecclesiale, la fragilità del vaso di creta in cui tutti portiamo il mistero. Nella realtà, uno scenario di altissima tensione, polarizzato intorno alla casa di Pietro, veniva improvvisamente contrastato - e persino stravolto - da un ultimo appello di Pietro alla Chiesa intera. La sua potenza drammatica era tutta nello scarto fra i toni e il gesto. Le parole erano miti e minime, sull'orlo del silenzio che ne sarebbe seguito. Il gesto sollevava la montagna e le intimava di gettarsi nel mare. L'audacia impensata del gesto profetico di papa Benedetto XVI consegnava apertamente alla Chiesa la testimonianza della durezza e dell'urgenza di un'ora che non poteva più essere rimandata. La Chiesa non può più limitarsi a custodire se stessa, al riparo dal vento e dal fuoco di Dio. Intanto, l'affettuoso minimalismo del congedo, che si disponeva a onorare la continuità della sua intercessione nella forma di una presenza trasfigurata e discreta, incominciava a rischiarare le ombre con la serenità dei suoi modi. E inaugurava, proprio così, l'inedita continuazione "monastica" del ministero di un Papa "emerito": pura presenza testimoniale e invisibile intercessione orante. Ministero della conferma della fede che si prolunga spiritualmente, e senza interferenza alcuna, con altri mezzi. Mediazione nascosta, certo, ma anche - e da subito - fedeltà di una presenza che toglie ogni pretesto per gli ingenerosi moralismi dei grilli parlanti. Il servitore dei servi della Chiesa non fugge. Si ritrae, quando il Signore chiama, per spianare la strada - in perfetta obbedienza - a colui che il Signore ha destinato alla successione di Pietro. Nella luce dell'integrità che il gesto ha conservato, e dell'esuberanza di eventi che n'è seguita, la sua ispirazione ci persuade, ogni giorno che passa, della portata storica e teologica del suo carisma e della sua promessa. Abbiamo imparato qualcosa, sul ministero petrino nella Chiesa, che forse avevamo dimenticato. In quanto eredità personalmente consegnata dal Signore, per l'edificazione della Chiesa, il ministero di Pietro non è proprietà identitaria, ma bene comune. Non lo si occupa come padroni, ma come servitori. In quel gesto, che ha riaperto la storia alla Chiesa, abbiamo imparato qualcosa anche sul papa Benedetto XVI, che ancora non avevamo capito. (E chi ha orecchie per intendere, ha occhi per vedere, adesso). Da quell'attimo, in cui furono divise le acque, è già passato un intero anno. La potenza di quel gesto, che ha sfidato, per amore della Chiesa, l'incomprensione mondana dei sapienti e degli intelligenti, ha miracolosamente rischiarato la strada per il popolo di Dio che stava fra le ombre. Ma non ha mancato di colpire - almeno per un attimo - lo sguardo smaliziato e incredulo dei potenti della terra, che si sono sentiti tanto meno agili nello slancio e nel rinnovamento. Un mite e colto sacerdote bavarese, dopo aver istruito e confermato anche da Papa la fede della Chiesa fra le acque, ha suonato infine, con il suo congedo dal ministero supremo, la campana del risveglio per la Chiesa del terzo millennio. Il suo rintocco è risuonato come un colpo di maglio per ogni requisizione proprietaria del ministero ecclesiale, madre di tutte le sue corruzioni: dell'autorità nel privilegio, del mistero nell'intrigo, del carisma nella carriera. In un lampo di silenzio attonito, durato circa mezz'ora, il fondamentalismo religioso e la condiscendenza mondana, che insidiano gli aspiranti leader della comunità, nella Chiesa, si sono scoperti nudi e vuoti di legittimazione. Ora tocca davvero al popolo di Dio, e ai suoi capi, muoversi all'altezza di quel gesto. Pierangelo Sequeri

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D PAGINA 5 Ne abbiamo ormai piene le tasche di “bilanci” pontificali. E anche di gare mediatiche per chiavi di lettura. Tanto più che l'interessato, papa Francesco, ha detto che i bilanci li fa solo al confessore. I protagonismi, gli incensi alla sua persona, del resto, da sempre li schiva come la peste. Il servizio non vuole monumenti. Persino un battagliero Bernardo di Chiaravalle sarebbe rimasto a bocca asciutta. Lui, che non aveva peli sulla lingua quando si trattava di chiosare a colpi di penna papi e vescovi, riguardo ai mali mondani, e che non lesinava neppure di apostrofare così Eugenio III, suo discepolo e frate del suo Ordine, divenuto pontefice: «Non temo per te né il ferro né il veleno, ma l'orgoglio del dominio». È l'unico pericolo che di sicuro non corre Francesco. Lui, ma noi? Noi, da un anno a questa parte, di fronte all'imprevista opera di spoliazione siamo rimasti come rimasero tutti davanti al restauro ultimato del “Giudizio universale” di Michelangelo nella Sistina: sorpresi, spiazzati, increduli. Sbalorditi davanti al brillare di quei colori intensi, ritrovati sotto secoli di fuliggine, di polveri incrostate e di braghe posticce che ne avevano deviato e offuscato l'originario splendore. Qualcuno, sgomento, disse che era troppo quel colore, troppo nuovo per essere antico. Era la minoranza di quei critici che sulle fuliggini avevano costruito il “loro” Michelangelo e mal digerivano che le loro fissate sperequazioni iconografiche venissero squadernate da un colpo di spugna. Ma tant'è, con o senza il loro beneplacito, il “Giudizio” resta quello autentico, così come autentico è il Vangelo sine glossa, mostrato da Francesco attraverso la spontanea corporeità dei suoi gesti e delle sue parole. Siamo risaliti alle sorgenti, provocati a tutti i livelli, messi a nudo di fronte a noi stessi. Paventate “papalatrìe” o no, a oggi il dato oggettivo non cambia, e la sostanza resta questa: Francesco ha nutrito e sparso il conforto della fede, ha fatto rifiorire la speranza in una moltitudine di uomini e donne. Perciò adesso gli interrogativi sono al nostro specchio. Se vuoi capire, guarda. Se vuoi andare avanti, ascolta. Se non t'interessa, taci. Se vuoi viverlo, segui ciò a cui il vescovo di Roma continua a spianare la strada: «Se non predico e testimonio il Vangelo, la mia vita vale niente». Non c'è altro. Punto e a capo. Un altro anno è davanti. E il cantiere della vita della Chiesa è sempre aperto. Papa Bergoglio intanto compirà ancora quel paradigmatico ritorno alle fonti, verso la madre di tutte le Chiese; andrà a Gerusalemme, insieme ai fratelli ortodossi, perché «Cristo non può essere diviso». Continuerà ad attuare la dinamica missionaria attraverso i tre vitali passi confacenti alla natura della Chiesa, rimasti lascito inevaso del Concilio: la sinodalità, l'unità dei cristiani, la povertà. Libero dall'ansia di prendere possesso degli spazi, piantare bandierine di reconquista, privilegerà le azioni che generano dinamiche nuove, che richiedono accompagnamento, pazienza e attesa perché «il tempo è superiore allo spazio», «Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia» e «noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi». Senza assi preferenziali o ostilità preconcette verso le nazioni, i popoli, le religioni. Per intuire qualcosa intorno alla cartografia delle sorgenti, da cui fluisce il torrente di cose nuove e cose antiche con cui Francesco continuerà a spiazzare e a incamminare la Chiesa e il mondo, serve più agilità nel dribblare gli stereotipi prodotti su di lui a getto continuo in un senso o nell'altro e - come ripete sovente lui stesso - un po' di «discernimento». Il tempo è di Dio e il meglio dovrà, forse, ancora venire. Stefania Falasca

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PAGINA 6 D Ciao, mi chiamo M., vivo ad Adelfia e sono il marito di una donna dolcissima ed esemplare e padre di due splendidi figli, donatimi dal Signore, che purtroppo stanno vivendo un periodo veramente difficile, a causa di una serie di problematiche e di tante difficoltà economiche. Il motivo è uno solo: non ho un lavoro ormai da tempo. Spero che queste mie povere e umili parole possano servire a farvi comprendere la mia attuale situazione, così comune a tanta gente, credo. Fino a qualche tempo fa vivevo una vita felice, ricca di emozioni, soddisfazioni, spensieratezza e tanti bei sentimenti, che, purtroppo, si stanno spegnendo ogni giorno di più. La mia è diventata una vita difficile, dura, perché non riesco più ad affrontarla nella sua normale quotidianità. Vi faccio un esempio banale ma molto significativo: ho paura di avere richieste da parte di mio figlio bisognoso di un libro, di un vocabolario, di un giubbotto, magari il più semplice e nemmeno firmato; paura di entrare in un semplice supermercato, e perciò scegliere un discount, per poter comprare qualcosa in più da mangiare, per poter risparmiare, per far quadrare a fine mese i pochi soldi che, momentaneamente, mi sono stati prestati dalla mia famiglia, genitori e suoceri. Essi, conoscendo la mia situazione economica, con tanta serenità e amore non mi fanno pesare nulla, perciò ringrazio con affetto e umiltà, servendoli e rispettandoli. Ma non è tanto questo il motivo della mia rabbia, quanto il fatto che trasmetto agli altri, e soprattutto alla mia famiglia, tristezza, nervosismo, negatività, e ciò non è giusto. Inoltre non riesco a fingere e, quando lo faccio, essi se ne accorgono, perché mi conoscono troppo bene. Mi sono sfogato, vi ho aperto il mio cuore e, per concludere, voglio dirvi un’altra cosa: io sono un tipo determinato, caparbio e con tanta voglia di andare avanti. Con l’aiuto del Signore e con il sostegno della mia famiglia, che per me ha un valore inestimabile, spero di farcela, anzi devo farcela, per me e soprattutto per loro, che amo con tutto il cuore. Con affetto. Uno dei tanti che hanno perso il lavoro E' stato fatto dono alla nostra parrocchia di un defibrillatore. Pochissime chiese in Italia ne dispongono. Ben 40 persone, parroco compreso, hanno frequentato un corso di BLSD (primo soccorso e uso del defibrillatore). Pur nella speranza di non utilizzarlo mai… in caso di necessità, dentro e fuori la chiesa, col sostegno di coloro che si sono formati (da soli non è possibile usarlo), lo si potrà adoperare per salvare una vita. E' un regalo fatto all'intera cittadinanza.

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D PAGINA 7 Il suicidio non è mai una soluzione, semmai è proprio la decisione che preclude ogni possibile soluzione, che impedisce ogni altra mossa. Eppure alla quattordicenne di Padova, che un paio di mesi fa si è lanciata nel vuoto mettendo fine alla sua giovane vita, quel gesto deve essere apparso come una soluzione. Non è solo una storia di solitudine, questa, è più che una storia di solitudine. La ragazza era infatti in pessima compagnia. Già altre volte aveva manifestato le sue intenzioni sulle pagine virtuali del social network Ask.fm e proprio lì aveva incontrato coetanei che l'avevano incitata ad andare avanti, a non desistere dai suoi propositi di annientamento. Era peggio che sola, aveva compagni virtuali che le scrivevano «fai schifo come persona» e «ucciditi». Compagni anonimi, beninteso, perché Ask funziona così: tutti possono dire di tutto senza mostrare la faccia, nascondendosi dietro a uno pseudonimo. In questa morte, da parte di alcuni utenti c'è la complicità di un certo modo di vivere la rete, utilizzata per il peggio, andando a infierire su una ragazza già fragile e disorientata. Proprio di uno scorretto uso di Internet da parte dei giovani si occupa il recentissimo studio che il Moige, il Movimento italiano dei genitori, insieme all'Università Lumsa, ha promosso su un campione di circa mille studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Sei ragazzi su dieci hanno ammesso di fare sexting (neologismo dato dalla combinazione di sex e texting), ossia di scambiare foto e video on line a sfondo sessuale. Nove minori su dieci navigano in rete quotidianamente e il 18% afferma di trascorrere on line più di tre ore al giorno (con l'8% dei bambini che hanno meno di dieci anni connessi a internet per più di cinque ore). E, a proposito di "compagnie", apprendiamo che il 26% dei ragazzi intervistati ha dichiarato di utilizzare la rete per fare nuove amicizie e che l'8% possiede più amicizie nel web che nella vita reale. Tale quadro sostanzialmente conferma i dati che sono emersi dall'indagine su «Le abitudini e gli stili di vita degli adolescenti» della Società Italiana di Pediatria che dal 1997 fornisce un interessante spaccato di vita dei nostri ragazzi. Se da una parte non possiamo vivere di anacronismi pensando che i ragazzi non debbano stare in rete e sottovalutando le potenzialità della tecnologia - dall'altra è bene, come adulti, riflettere su ciò che sta succedendo, perché, se si verificano certi comportamenti, un motivo c'è e vale la pena provare a scoprirlo. I social network possono offrire ad alcuni l'illusione di non essere mai soli e permettono di non passare per quel buon compromesso, quelle obbligazioni e quelle mediazioni che una relazione reale inevitabilmente chiede. In Facebook è tutto immediato e in certa misura più facile: posso prendere e mollare un altro con un click, senza dover dare spiegazioni né ragioni, in modo istantaneo. In quel non-luogo, che è la rete, ci si può anche circondare di soggetti che la pensano esattamente come noi, evitando ogni confronto - spesso costruttivo - con chi la vede diversamente. Si elimina così il contraddittorio, il dibattito, resta solo il consenso. La ricerca di tale consenso assume poi la forma tirannica del pollice su, del "mi piace". Pur di collezionare il maggior numero possibile di "mi piace", alcuni diventano disposti a tutto, perché in rete si diventa più disinibiti, in quanto la mancanza di prossimità fisica risparmia l'impatto diretto con l'altro e il suo giudizio. Assistiamo pertanto a un grande paradosso: siamo sempre più connessi per sentirci meno soli e contemporaneamente diventiamo sempre più soli, accontentandoci anche di un altro qualunque, che, persino nel pieno anonimato, assume una potenza incredibile. Pensiamo al social network Ask, che proprio dell'anonimato ha fatto la sua ragion di esistere. Come può essere importante il parere su di me da parte di chi non so nemmeno chi sia? Come posso continuare a cercare conferme? Eppure gli iscritti mondiali sono tra i 60 e i 70 milioni e secondo cifre non ufficiali Ask pare frequentato da più di un milione di nostri adolescenti e questo numero è ancora in crescita. “Dimmi se ti piaccio”, molti chiedono angosciati a un altro ignoto. Anzi,“dimmi che ti piaccio”. E se la sua risposta è positiva si esaltano, se negativa si deprimono, fino a forme estreme di scoraggiamento. Da parte degli adulti, l'aiuto ai più giovani, quando ne hanno bisogno, deve partire proprio da qui, dal recupero del reale, certi della sua potenza e della sua prevalenza sul virtuale, dall'incoraggiare i loro passi in questo senso, dal sostenerli, dal favorire la loro iniziativa e intraprendenza; tocca a noi proporre e offrire prospettive e mete interessanti, luoghi reali dove poter fare esperienza del vantaggio della presenza di un altro con cui trafficare, magari anche litigare, dentro un rapporto che coinvolga tutto il corpo, fatto di sensazioni, movimenti e pensieri. Una volta presente un reale interessante e coinvolgente, il virtuale si metterà senza obiezioni al suo servizio, si sottometterà, cosicché non dovremo temere più nulla. Le potenzialità verranno volte alla costruzione, non alla distruzione, e i rapporti, concreti e sensibili, ne potranno beneficiare per il meglio. Luigi Ballerini

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PAGINA 8 D Domenica delle Palme Ore 10.30: Benedizione delle Palme in piazza V. Cimmarrusti Lunedì e Martedì santo Ore 19.00: Celebrazione del sacramento della Riconciliazione Giovedì santo Ore 19.30: S. Messa in “Coena Domini” Ore 22.30: Adorazione comunitaria Venerdì santo Ore 8.30: Lodi Ore 10.00: Adorazione dei bambini e dei ragazzi Ore 17.30: Celebrazione della Passione di N.S.G.C.; segue Processione dei Misteri Sabato santo Ore 17.00 - 19.30: Confessioni Ore 22.30: Solenne Veglia Pasquale Domenica di Pasqua SS. Messe: ore 8.00 - 9.30 - 11.00 - 19.00 Lunedì dell'Angelo: S. Maria della Stella SS. Messe: ore 8.00 - 10.00 - 19.00 Ore 11.00: Processione della Sacra Immagine Martedì dopo Pasqua Ore 18.30: S. Messa segue Processione della Sacra Immagine Un vigile ferma un'automobile: “Devo multarla: ha il cane dietro Senza rete di protezione”. “Ma è solo un peluche!”. “Guardi, la razza non mi interessa...”. Il papà di Pierino lo vede triste: “Cosa ti è successo?”. “Mi hanno messo in castigo per qualcosa che non ho fatto...”. “Cosa?”. “I compiti”. Una bambina entra nella casa di un'indovina. La bambina bussa e l'indovina chiede: "Chi è?" e la bambina dice "Cominciamo bene...”. Un signore va dal dottore e gli chiede: “Quando mi tocco qui mi fa male, ma mi fa male anche qui, qui, qui, qui, e qui. Cosa mi succede?”. il dottore gli risponde: “Ma cretino, non vedi che ti sei rotto il dito?”. Tra amici. “Sono preoccupato! Mia moglie passa le sue serate da un bar all'altro”. ”Ha il vizio di bere?”. “No, ha il vizio di cercarmi”. Un comico sta raccontando in pubblico una barzelletta sui carabinieri. Ad un certo punto sente una voce che grida: “Guardi che sono dell'Arma!”. e il comico: “Non si preoccupi, a lei la spiego dopo!”. L'amore vero è: vedere il tuo ragazzo con un'altra e autoconvincerti che sia sua sorella, sapendo benissimo che è figlio unico. AD USO INTERNO

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