Real Life Magazine 2 -2016

 

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Real Life Magazine 2-2016

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reallifeNETWORK ANNO 10 - N. 2 / 2016 TRIMESTRALE DI NPS NETWORK PERSONE SIEROPOSITIVE ONLUS donneinrete.net SOCIETÀ Women Know Best CONVEGNI ICAR 2016 RICERCA SOCIALE Un’indagine su Hiv/Aids e stigma

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3 Rosaria Iardino 4 6  Sarah Sajetti 7 Sarah Sajetti 8 La parola ai presidenti Sarah Sajetti 10  Un'indagine su Hiv/Aids e stigma Alessandro Battistella 16  Una legge per la medicina di genere Margherita Errico 18  2015: un attacco alla longevità italiana? Rosanna Di Natale 20 La difficile realtà dei giovani medici Massimo Andreoni 22 Women Know Best Sarah Sajetti 24 Invecchiare con l’Hiv Mario Cascio 26 La vita non vissuta Eva Massari 28 La cultura della prevenzione nell’era digitale Matteo Schwarz 30 Il diritto di accesso alle cure sanitarie è garantito? Alessandro Battistella Indice In copertina: Margherita Errico, presidente di NPS Italia Onlus, durante le sessioni precongressuali di ICAR 2016, insieme ai tre copresidenti del congresso (Franco Maggiolo, Andrea Gori e Adriano Lazzarin) e alla segreteria scientifica del convegno.

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Editoriale inalmente siamo alle soglie dell'estate e ci possiamo rilas-  sare, andando in vacanza o prendendoci una pausa, portando sempre in valigia l’amico preservativo: NPS Italia Onlus non smetterà mai di aggiungere questa raccomandazione alle sue politiche di prevenzione e lotta all’Hiv/Aids. L’azione del ministero della Salute non sembra però essere guidata da questa preoccupazione, dato il totale disinteresse mostrato per la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili anche in occasione dell’estate. Le azioni di lotta all’Hiv del ministero sono infatti ormai limitate a brevissimi periodi dell’anno e, cosa ancora più grave, non lasciano nessuna traccia nella memoria dei cittadini, a dimostrazione che l’incisività del messaggio lanciato è del tutto irrisoria. Questo accade sebbene le associazioni di lotta all’Hiv/Aids come la nostra siano da anni sedute ai tavoli ministeriali (ex Caa ed ex Cna, attualmente denominati Gruppo M e L ): le richieste in ambito di comunicazione sull’Hiv/Aids, nonché sulla lotta allo stigma che persiste intorno alle persone che vivono con Hiv e all’infezione stessa, sono puntualmente disattese o liquidate in azioni che, non fatichiamo a dirlo, sembrano più che altro dei “contentini”. Come associazione che cerca di monitorare l’andamento dell’infezione sul nostro territorio dobbiamo segnalare un’ altra gravissima carenza del ministero della Salute, ovvero la mancata registrazione del numero di persone che ogni anno si sottopongono al test Hiv, a prescindere dall’esito. È infatti assolutamente necessario conoscere i numeri complessivi dell'accesso al test, per capire se esiste e a che livello si attesta la percezione del rischio. Serve inoltre avere dati statistici sui comportamenti che inducono le persone a effettuare il test, dato che è possibile evincere nel corso del colloquio preliminare, in modo da poter mettere a punto azioni di sensibilizzazione adeguate. In ambito di prevenzione esiste poi uno strumento di cui il nostro ministero non parla affatto, quello della PEP (profilassi post-esposizione) per chi temesse di essere venuto in contatto con il virus dell’Hiv, alla quale si può far ricorso entro le 48 ore, e non oltre, dal possibile contagio. Di questa possibilità parlano le Linee Guida Nazionali sulle terapie antiretrovirali consultabili sul sito del ministero, ma di fatto nessuno sa che può andare in pronto soccorso e fare una simile richiesta. Inoltre, sebbene i centri che offrono questo servizio, per lo più centri di malattie infettive, inviino il dato dell’affluenza e delle richiesta della PEP al ministero della Salute, a livello pubblico non viene fatta nessuna restituzione di questo dato, anch’esso utile ai fini della prevenzione e della politica sanitaria di contenimento delle infezioni sessualmente trasmesse. Il ministero della Salute deve tornare a parlare di preservativo, e deve cominciare a parlare di educazione alla sessualità e all’affettività, che vuol dire: fai sesso, ma fallo protetto. Lo Stato deve tornare ad assumersi la responsabilità della salute pubblica, che al momento è lasciata all’industria del farmaco. La quale, purtroppo, ha interesse ad avere nuovi malati. Rosaria Iardino

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Bilancio NPS Ita 31/12/2015 [NPS] NPS ITALIA ONLUS SITUAZIONE PATRIMONIALE dal 01/01/15 al 31/12/15 VIA P.A. PARAVIA 80 20148 MILANO A T T I V I T A' EUR|P A S S I V I T A' EUR ___________________________________________________________________________________________________________________________________ 104 IMMOBILIZZAZIONI MATERIALI_______BII 2.392,80|301 CAPITALE__________________________AI 10.617,96 104.00032 MACCH.ELETTRICHE-ELETTRON.D'UFFICIO 484,00 |301.00001 CAPITALE SOCIALE 10.617,96 104.00035 ARREDAMENTO 968,00 | 104.00037 BENI STRUMENTALI INFERIORI 516,46 396,30 |415 DEB.TRIB.-ISTIT.PREV.SOCIALE_D12_D13 7.095,64 104.01000 COMPUTER 544,50 |415.00020 ERARIO C/RITENUTE EFFETTUATE 622,93 |415.00031 INPS C/CONTRIBUTI 1.379,00 114 FONDO AMM.TO IMMOB. MATERIALI____BII -936,38|415.00032 INPS-CONTRIBUTI GEST.SEPARATA 560,77 114.00032 F.AMM. MACCHINE ELETTRICHE D'UFFICIO -411,40 |415.00041 INAIL C/CONTRIBUTI 269,72 114.00035 F.AMM. ARREDAMENTO -128,68 |415.01000 DEBITI X AVVISI BONARI / CARTELLE ES 4.263,22 114.00037 F.AMM. BENI INFER.516,46 -396,30 | |417 ALTRI DEBITI_____________________D14 21,23 201 DENARO-VALORI IN CASSA-ASSEGNI___CIV -0,38|417.00005 DIPENDENTI C/RETRIBUZIONI 21,23 201.00001 CASSA -0,38 | | 202 DEPOSITI BANCARI________________CIV1 27.913,62| 202.00001 BANCA 378,06 | 202.01001 BANCO DI DESIO 27.535,56 | | 212 CREDITI TRIB.-IMPOSTE ANTICIP.___CII 358,10| 212.00021 ERARIO C/RITENUTE SUBITE 2,92 | 212.00031 ALTRI CREDITI TRIBUTARI 355,18 | | 218 CREDITI VS ALTRI-CRED.VS DIPEND._CII 0,20| 218.01001 ACCONTI IARDINO 0,20 | | 308 UTILI(PERDITE)PORTATI A NUOVO__AVIII 1.381,35| 308.00001 UTILI PORTATI A NUOVO 1.381,35 | | 415 DEB.TRIB.-ISTIT.PREV.SOCIALE_D12_D13 599,62| 415.00021 ERARIO C/RITENUTE DIPENDENTI 390,91 | 415.01002 ADDIZ.REGIONALE 208,71 | | 601 DEBITI VERSO FORNITORI 10,00| | 010 BILANCIO DI APERTURA / CHIUSURA 6.130,32| 010.00002 BILANCIO DI APERTURA 6.130,32 | ___________________________________________________________________________________________________________________________________ Totale A T T I V I T A' 37.849,25|Totale P A S S I V I T A' 17.734,83 ___________________________________________________________________________________________________________________________________ |Utile d' esercizio 20.114,42 ___________________________________________________________________________________________________________________________________ |Totale a pareggio 37.849,25 4

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Sociale lia Onlus 31/12/2015 [NPS] NPS ITALIA ONLUS CONTO ECONOMICO dal 01/01/15 al 31/12/15 VIA P.A. PARAVIA 80 20148 MILANO COSTI EUR|R I C A V I EUR ___________________________________________________________________________________________________________________________________ 709 SERVIZI GENERALI-AMMINISTRATIVI___B7 15.161,81|810 ALTRI COMPONENTI POSITIVI________A5b 239.449,44 709.00006 SPESE POSTALI 1.853,90 |810.00005 ABBUONI/ARROTON.ATTIVI 12,44 709.00008 SERVIZI BANCARI 146,35 |810.00006 RIMBORSI SPESE 107,00 709.00015 TELEFONIA 8.120,43 |810.01000 DONAZIONI 91.000,00 709.00023 CONSULENZE FISCALI-LIBRI PAGA 4.945,27 |810.01003 CONTRIBUTI PER SVILUPPO PROGETTI 65.300,00 709.01000 ASSICURAZIONE R.C. DITTA 95,86 |810.01010 PROGETTO LA SALUTE NON CONOSCE CONFI 20.000,00 |810.01011 PROGETTO REAL LIFE 30.000,00 711 PRESTAZ.DI LAVORO NON DIPENDENTE__B7 27.521,57|810.01012 SPONSORIZZAZIONI 1.950,00 711.00011 PRESTAZ.LAV.AUTON.AFFER.ATTIV. 11.050,00 |810.01026 PROGETTO CAMERUN 5.080,00 711.00031 PRESTAZ.LAV.OCCASION.AFFER.ATTIV. 16.471,57 |810.01027 PROGETTO CORSO DI FORMAZIONE-ISTRUZI 26.000,00 | 713 COSTI GESTIONE AUTOVEICOLI 214,50|820 PROVENTI FINANZIARI__________C15-C16 5,45 713.00091 NOLEGGIO VEICOLI 214,50 |820.00064 INTER.ATTIVI DEPOSITI BANCARI 5,45 | 715 ALTRI COSTI PER SERVIZI___________B7 31.304,00| 715.00001 ADDESTRAMENTO-FORMAZIONE 305,00 | 715.00023 MANUTENZ.PERIODICHE-CONTRATTO 4.709,20 | 715.00034 VIAGGI-BIGL.AEREI-FERR-TAXI 6.745,88 | 715.00035 RIMBORSI PIE LISTA 6.587,73 | 715.00045 VITTO-ALLOGGIO(75%) 1.832,00 | 715.01002 SERVIZI VARI 54,89 | 715.01004 SERVIZI DI TIPOGRAFIA 10.424,41 | 715.01005 SPESE DI TRASPORTO (NO MERCE) 236,80 | 715.01008 VITTO (NO SOMMINISTRAZIONE) 408,09 | | 717 COSTI GODIMENTO BENI DI TERZI_____B8 2.824,03| 717.00002 NOLEGGIO IMPIANTI-MACCHINARI 1.853,89 | 717.00003 ALTRI NOLEGGI 579,74 | 717.00022 LICENZA D'USO SOFTWARE DI ESERCIZIO 390,40 | | 720 SPESE PER LAVORO DIPENDENTE_______B9 61.995,26| 720.00001 SALARI-STIPENDI 50.876,88 | 720.00021 ONERI SOCIALI INPS 11.118,38 | | 727 AMMORT. IMMOBILIZZ. MATERIALI__B10b 321,86| 727.00032 AMM.TO ORDINARIO MACCH.ELETT.UFFICIO 205,70 | 727.00035 AMM.TO ORDINARIO ARREDAMENTO 116,16 | | 735 ONERI DIVERSI - IMPOSTE TASSE____B14 99,96| 735.00001 IMPOSTA DI BOLLO 99,96 | | 737 ALTRI ONERI DI GESTIONE__________B14 79.149,01| 737.00021 OMAGGI CLIENTI ART.PROM.(fino 50€) 3.595,94 | 737.00022 OMAGGI CLIENTI RAPPRESEN.(oltre50€) 1.207,80 | 737.00023 ABBUONI-ARROTON.PASSIVI 2,86 | 737.00027 EROGAZIONI LIBERALI 50.950,00 | 737.00061 SANZIONI AMMENDE-INDEDUCIBILI 134,11 | 737.01001 EROGAZIONI X REALIZZO PROGETTI 4.658,54 | 737.01002 CONTRIBUTI ASSOCIATIVI 8.250,00 | 737.01003 SPESE VIVE DI SEGRETERIA 9.509,60 | 737.01004 MATERIALE DI CONSUMO VARIO 840,16 | | 740 INTERESSI-ALTRI ONERI FINANZ.____C17 748,47| 740.00006 INTER.PASS.DEBITI vs ALTRI FINANZ. 30,45 | 740.00037 INTER.PASS.DEPOSITI BANCARI 0,05 | 740.00039 ALTRI ONERI BANCARI 717,97 | ___________________________________________________________________________________________________________________________________ Totale COSTI 219.340,47|Totale RICAVI 239.454,89 ___________________________________________________________________________________________________________________________________ Utile d' esercizio 20.114,42 ___________________________________________________________________________________________________________________________________ Totale a pareggio 239.454,89 5

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PILLOLE DI STORIA La genetista e microbiologa statunitense Nettie Maria Stevens nel 1903 Nettie Maria Stevens (Cavendish, 7 luglio 1861 – Baltimora, 4 maggio 1912) Genetista e microbiologa statunitense, studiò dapprima presso la Westford Academy, dalla quale uscì con il massimo dei voti nel 1880, e intraprese per qualche anno la carriera di insegnante e bibliotecaria, ma nel 1895 decise di iscriversi alla Stanford University, dove si laureò nel 1899 e conseguì un master l’anno successivo. Nel 1903 ottenne il dottorato al Bryn Mawr College, tra le poche istituzioni aperto alle donne per tutti i livelli di studio e centro di eccellenza per le ricerche citologiche. Dal 1901 alla sua morte pubblicò più di 38 documenti, in citologia e fisiologia sperimentale, tra cui la ricerca del 1905 dal titolo: “Studi in spermatogenesi con speciale riferimento al Cromosoma Accessorio”, che mostra come i cromoso- mi noti come X e Y siano responsabili della determinazione del sesso degli individui. Questa importante scoperta scientifica, una delle più importanti del XX secolo, ha messo fine a un dibattito di lunga data sulla determinazione del sesso e ha aperto le porte a ricerche che continuano fino ai nostri giorni. Nel 1994 Nettie Maria Stevens è stata inserita nel National Women’s Hall of Fame, un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di celebrare le conquiste di illustri donne americane, perché siano di ispirazione alle giovani generazioni. A oggi sono 256 le donne inserite nella Hall of Fame, atlete, imprenditrici, scienziate, artiste, filantrope, intellettuali, che hanno contribuito allo sviluppo del Paese.  Karl Landsteiner, biologo e fisiologo austriaco, Premio Nobel per la Medicina nel 1930 Karl Landsteiner (Baden, 14 giugno 1868 – New York, 26 giugno 1943) Biologo e fisiologo austriaco naturalizzato statunitense e Premio Nobel per la Medicina nel 1930, studiò medicina presso l'Università di Vienna, laureandosi nel 1891, e trascorse i successivi cinque anni nei laboratori di illustri chimici in diverse città d'Europa. Tornato a Vienna, riprese i suoi studi in medicina, continuando a interessarsi ai meccanismi legati all'immunità e alla natura degli anticorpi, divenne professore di Anatomia Patologica e pubblicò molti articoli sulle sue scoperte in anatomia patologica, istologia e immunologia. Il suo nome è però indissolubilmente legato al lavoro eccezionale sui fenomeni di agglutinazione del sangue umano del 1901, in cui analizzava il principio di incompatibilità tra i diversi tipi di sangue. Questo studio in realtà ricevette poca attenzione fino al 1909, quando procedette alla classificazione del sangue umano nei gruppi A, B, AB e 0, dimostrando che le trasfusioni tra individui di gruppi uguali non determinano la distruzione di cellule del sangue, evento che si verifica se a una persona viene trasfuso sangue appartenente a un gruppo diverso, e che può portare alla morte. Poiché il lavoro di ricerca a Vienna diventava progressivamente sempre più difficile, anche a causa delle origini ebraiche di Landsteiner, nel 1919 accettò una nomina all'Aja, per trasferirsi nel 1922 al Rockefeller Institute for Medical Research di New York, dove si trasferì con la sua famiglia e dove proseguì il suo lavoro di ricerca, scoprendo tra l'altro il fattore sanguigno Rh. 6

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NEWS di Sarah Sajetti Nuovi Lea al vaglio Il ministro Lorenzin ha messo a punto una proposta di aggiornamento dei Lea, che non venivano riformati dal 2001, ed entro l’estate si dovrebbe concludere l’esame con le Regioni. Tra le novità annunciate l’introduzione di 4 nuovi vaccini (varicella, pneumococco, meningococco, vaccino anti Hpv), di nuove prestazioni di specialistica ambulatoriale, di nuove protesi e ausili anche di elevata tecnologia, di 6 nuove patologie esenti (BPCO medio/grave, rene policistico autosomico dominante, osteomielite cronica, malattie renali croniche, sindrome da talidomide, endometriosi medio/grave); interventi nell’area socio-sanitaria; assistenza specialistica per le donne in gravidanza e a tutela della maternità. Si stima che la manovra costerà 414 milioni di euro, cifra ottenuta sottraendo ai 2046 miliardi di euro che costituiscono il costo dei servizi inseriti, i 1632 milioni di euro di risparmi ottenibili attraverso l’implementazione di misure di appropriatezza e l’eliminazione di vecchie prestazioni, tenuto anche conto del fatto che molte nuove prestazioni dei Lea sono già erogate dalle Regioni. Contributi al Global Fund Il 27 giugno 2016 si è svolto a Roma, presso l’Istituto Superiore di Sanità, il convegno internazionale “The Contribution of the Global Fund to Global Health within the Framework of the Agenda 2030”, “La creazione del Global Fund è stato uno degli eventi più belli e più importanti che potesse accadere per contribuire a migliorare la vita delle persone”. Bill Gates nel corso del quale è stato annunciato l’aumento del contributo italiano per la lotta contro Aids, tubercolosi e malaria per il triennio 20172019: il nostro Paese erogherà una cifra pari a 130 milioni di euro, il 30% in più rispetto al triennio precedente. Il Fondo Globale, organismo multilaterale composto da governi, società civile e settore privato, raccoglie e investe oltre 3 miliardi di dollari all’anno per programmi gestiti da esperti locali in oltre 100 Paesi, contribuendo al 57% dei finanziamenti internazionali per la tubercolosi, al 44% di quelli per la malaria e al 22% dei fondi per la lotta all’Aids. Malgrado gli aumenti annunciati l’Italia è ancora lontana dai livelli di finanziamento di altri Paesi. Al via uno studio sugli ultracentenari San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, paese di circa 3500 abitanti, conta un numero ragguardevole di centenari, tanto da attirare la curiosità del CReI, Collegio dei Reumatologi Italiani, che proprio lì ha dato avvio al primo studio osservazionale nazionale sui fattori che incidono sulla qualità dell’invecchiamento della popolazione. L’indagine, che durerà circa quattro mesi, sarà condotta su circa 300 persone divise in due gruppi: il primo comprende gli ultranovantenni e i loro figli con più di 60 anni, il secondo gli ultrasessantenni che da tre generazioni non annoverano novantenni in famiglia. Oltre a un questionario con domande sulle abitudini alimentari e relazionali e sulle caratteristiche socioeconomiche e culturali, nei membri di entrambi i gruppi sarà misurato il livello ematico di vitamina D e analizzato il sottotipo di recettore nucleare per la stessa vitamina (VDR), allo scopo di confrontare i dati con quelli raccolti da analoghe ricerche americane, europee e iraniane. No alle app per la fertilità usate come contraccettivo Negli ultimi anni sono state messe a punto un gran numero di app con cui si data il periodo mestruale, la temperatura basale e altri fattori che influiscono sulla fertilità, pensate per aiutare il concepimento. Molte donne, invece, le utilizzano come contraccettivo, immaginando che avere rapporti nei periodi indicati come non fertili sia un metodo sicuro per evitare gravidanze indesiderate. Uno studio della Georgetown University, che ha analizzato un centinaio di queste app, ha stabilito però che solo 6 seguono linee guida basate su evidenze scientifiche, risultando perciò attendibili. Poiché il rischio di imbattersi in applicazioni poco rigorose dal punto di vista scientifico è alto, e conseguentemente il rischio di gravidanze non programmate alto, è dunque consigliabile utilizzare contraccettivi sicuri, primo fra tutti il preservativo, che protegge anche dalle malattie sessualmente trasmesse. 7

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ICAR 2016    Si è tenuto a Milano, dal 6 all’8 giugno, ICAR 2016, ottavo congresso nazionale su Hiv e ricerca scientifica. A fine lavori abbiamo fatto qualche domanda ai copresidenti, il professor Adriano Lazzarin, primario della Divisione di Malattie Infettive IRCCS San Raffaele, e al dottor Franco Maggiolo, responsabile dell’Unita Semplice di Terapia Antivirale degli Ospedali Riuniti di Bergamo, ora Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII. Nello scorso numero di Reallife è invece apparsa una lunga intervista al terzo copresidente del convegno, professor Andrea Gori. Nel corso di diversi dibattiti è emersa la contraddizione tra la preoccupazione rispetto al silenzio mediatico sceso sull’Hiv e il calo del clima di emergenza da un lato e la cronicizzazione della malattia dall’altro, per cui l’Hiv oggi può sostanzialmente essere visto come un’infezione cronica tra le tante. Secondo lei ci deve essere ancora allarme o non ce ne deve più essere? Allarme è una parola grossa! Secondo me non ci deve più essere allarme, ma ci vuole ancora molta attenzione, l’Hiv è un’infezione che non è affatto sconfitta, il numero di casi non solo in Italia ma anche nel mondo lo dimostra. Io sono tra quelli che qualche anno fa diceva “dobbiamo puntare alla normalizzazione”, ma oggi questo ha creato una sorta di nuovo stigma, nel senso che la normalizzazione deve essere accompagnata da un processo di eliminazione dello stigma, cosa che non è stata fatta, e quindi abbiamo tante più persone normali che però sono ancora stigmatizzate, cosicché la massa degli stigmatizzati aumenta a dispetto della normalizzazione. Bisogna lavorare molto su questo, capire che una persona che ha quest’infezione può essere considerata normale, pur con la necessità di curarsi e di avere rapporti sessuali responsabili. La normalizzazione poi è antagonista alla prevenzione, perché più una persona è “normale” più è difficile fare campagne di prevenzione. Vorrei sottolineare che Icar ha portato i destinatari dei messaggi di prevenzione a creare da sé gli spot, realizzati con un linguaggio semplice, molto lineare, simpatico, in cui si dicono le cose come devono essere dette per evitare di trasmettere l’infezione. Fino a un paio di decenni fa la sfida era la sopravvivenza dei pazienti, qual’è la sfida oggi? L’obiettivo della cura funzionale del paziente sieropositivo è un risultato che oramai si può considerare raggiungibile non sono nei Paesi occidentali ma anche in quelli in via di sviluppo, il problema è quello di capire come dev’essere gestita un’infezione cronica, che ha bisogno di un trattamento per semIl professor Adriano Lazzarin, primario della Divisione pre. È una storia che va completa- 8 di Malattie Infettive IRCCS San Raffaele mente riscritta dai ricercatori: il

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rapporto con un terzo incomodo dominato dalla terapia, l’omeostasi tra il virus e l’ospite, capire quanto sia eradicabile, quanto la terapia sia necessaria per sempre, quanto sia sostenibile dal punto di vista dei costi anche sulla base di un processo di semplificazione del trattamento dopo la fase iniziale. Di tutto questo abbiamo pochissimo: dal punto di vista della ricerca è ancora molto attraente ed eccitante. Quindi lo stato della ricerca italiana è ancora buono? Per quello che riguarda i ricercatori credo che sia ottimo. Abbiamo gente preparata che ha idee, ha voglia di fare. Ci mancano i finanziamenti, soprattutto per quella che è la ricerca indipendente, si fa fatica, si fa veramente fatica, abbiamo briglie burocratiche che ci rendono meno concorrenziali degli altri Paesi europei, talvolta ottime idee languono per tempi lunghi e vengono prese da altri, avremmo bisogno di un sistema che ci aiutasse un poco di più, che aiutasse i giovani a crescere, che mantenesse i buoni cervelli qua, piuttosto che lasciarli scappare all’estero dopo che lo stesso sistema ha pagato per la loro istruzione. Quanto ritiene che sia proficuo, se lo è, il rapporto con la community? Il dottor Franco Maggiolo, responsabile dell’Unità Semplice di Terapia Antivirale degli Ospedali Riuniti di Bergamo Un bilancio finale di questo convegno: ci si chiede sempre se abbiano ancora senso convegni di questo tipo in cui spesso alcuni discorsi sono ripetuti, di novità talvolta ce ne sono poche. Secondo lei è così oppure questo è un convegno portatore di valore, e se sì quale? Uno degli scopi fondamentali dei convegni è quello di fungere da volano all’insegnamento perché le persone, soprattutto nel nostro campo, devono essere sempre aggiornate, quindi il portare lo stato dell’arte, anche se già risentito, è sempre utile. E questi sono i simposi, sono le parti più ufficiali, se vogliamo, del congresso. ICAR si configura però come un congresso di ricerca e dà molto spazio alle comunicazioni orali. Le ho frequentate molto in questi giorni e ho sentito cose interessanti, ho ascoltato giovani che hanno voglia di fare ricerca, che portavano idee originali sviluppate bene, studi magari piccoli che buttano il seme del dubbio, che aprono a nuove strade terapeutiche o a ipotesi di lavoro futuro. Per questo i congressi sono fondamentali, lo scambiarsi idee è alla base del nostro lavoro. Sono molto contento di com’è andata. ICAR è sempre stato uno spazio in cui si sono voluti tenere assieme gli aspetti diversi e i diversi attori del trattamento, dell’Hiv e oggi anche dell’epatite C e B. Le malattie infettive hanno un carattere un po’ speciale, un carattere sociale che crea un rapporto tra medico e paziente del tutto particolare. La community è fondamentale, i lavori portati dalla community sono stati molto belli, ci sono state sessioni in cui community mondo scientifico si sono intrecciati e io le ho trovate ricche, sia per una parte che per l’altra. Sarah Sajetti 9

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RICERCA SOCIALE      Questa indagine, voluta da Nps Italia Onlus, aveva l’obiettivo di verificare quanto le persone ritengano di sapere e davvero sappiano di Aids e Hiv, come siano percepite e ricordate le notizie su questo tema veicolate dai media e come siano viste oggi le persone Hiv+. Si è deciso di indagare questi aspetti partendo dalla convinzione che spesso le barriere che gli individui pongono tra sé e chi ha contratto il virus dell’Hiv affondano le loro radici nella non conoscenza: i luoghi comuni e le false credenze in merito alla natura dell’Hiv concorrono fortemente a rinforzare la paura dell’altro, con il risultato di creare isolamento, esclusione sociale ed emarginazione. Nps ha affidato l’indagine a SWG, una società specializzata da molti anni in indagini sulle opinioni, le preoccupazioni e l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto a temi sensibili. L’indagine è stata condotta online con metodo CAWI (Computer 10 Assisted Web Interview) all’interno di un campione composto da 1000 soggetti maggiorenni, residenti in Italia e rappresentativo dell’universo di riferimento, stratificato per quote in base a sesso, età, area di residenza e ampiezza del comune di residenza. Quanto preoccupa l’Hiv/Aids In una prima domanda sono stati proposti agli intervistati alcuni problemi sociali, tra cui l’Hiv/Aids, chiedendo loro di scegliere quali ritenessero più preoccupanti. Si tratta di una domanda riproposta uguale a se stessa da molti anni in indagini di questo tipo, il che consente una lettura diacronica dei risultati. Se nel 1991 l’Aids era un problema che allarmava quasi un quarto della italiani, il 22%, oggi nessuna persona intervistata ha inserito l’Hiv/Aids tra le proprie preoccupazioni. Questo dato si presta a diverse e, per qualche verso, opposte letture. Possiamo ritenere del tutto positivo che l’Hiv non sia più una delle grandi paure degli italiani, sia perché è una dimostrazione dei passi avanti fatti nella cura della malattia sia perché nella paura si annidano sentimenti molto negativi, come il pregiudizio e la discriminazione. Per contro è preoccupante il rischio che dietro questa maggiore tranquillità si nasconda indifferenza verso il problema: le cure esistono e quindi non avrebbe senso la paura per l’Hiv/Aids che ci caratterizzava nel 1991, ma le persone che ogni anno s’infettano sono ancora troppe e si tratta comunque di una malattia complessa che ancora oggi in alcuni casi uccide. Diminuendo la preoccupazione per il problema Aids cala anche l’attenzione per i fatti di cronaca a esso correlati. L’indagine ha voluto quindi indagare se, e come, le persone intervistate ricordassero alcuni casi di cronaca che hanno avuto un’ampia eco negli scorsi mesi, riferititi a Valentino T., Claudio T. e all’attore Charlie Sheen. I casi di cronaca In realtà le persone ricordano molto poco queste notizie: nel caso di Charlie Sheen, un attore molto noto, solo il 19% degli intervistati ricordava la notizia, nel

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caso di Valentino T., accusato di aver infettato consapevolmente 43 persone, un fatto che se dimostrato sarebbe oggettivamente molto grave, solo il 10% ricordava l’episodio, per scendere al 5% rispetto a Claudio T. Una volta descritti dall’intervistatore i casi, invece, la percentuale di intervistati che ha dichiarato di ricordarli è salita nettamente, ma solo nel caso di Valentino T. ha superato di poco il 50%, mentre nel caso di Charlie Sheen ha raggiunto il 36% e in quello di Claudio T. il 29%. Non sono valori elevati, soprattutto considerando che le notizie sono state riportate da tutti i giornali, dalla Tv, dalla radio e sono state molto commentate su internet. Una prima considerazione è che, quindi, oggi l’Hiv/Aids non preoccupa e non fa notizia, neppure in casi particolarmente eclatanti. Tra chi ricordava le notizie su questi tre casi, la TV è stata la principale fonte d’informazione, seguita dai siti internet e dai giornali. Radio, social network e riviste, invece, non contribuiscono molto alla diffusione di questo genere di notizie. L’indagine ha voluto approfondire in che modo la notizia fosse stata recepita dagli intervistati: poco meno di quarto, il 22%, non è stato in grado di fornire un proprio giudizio, mentre più della metà ha sottolineato come le notizie fossero state date in modo superficiale, allarmistico, scandalistico, dispregiativo o esagerato. Considerando solo le risposte di chi fin da subito ha dichiarato di ricordare le notizie, senza necessità dell’aiuto da parte dell’intervistatore, solo il 34% delle persone intervistate ha trovato che le notizie siano state date in modo obiettivo, mentre per il 14% sono state date in modo scandalistico, per il 9% dispregiativo della personalità dei protagonisti, per il 16% superficiale alla stregua di un banale caso di cronaca e per il 21% in modo allarmistico per ingenerare paura. Il 5% ha ritenuto sia stato dato troppo spazio a queste notizie e il 6% non ha saputo rispondere. Considerando invece tutti gli intervistati, è interessante notare come molte persone che non ricordavano nulla delle notizie in sé, e che anche dopo la loro descrizione hanno continuato a non ricordarle per nulla, abbiano poi saputo offrire una loro precisa opinione su come fossero state trattate: solo il 48% circa di chi non è riuscito comunque a ricordare le notizie ha dichiarato di non saper rispondere, come logico, mentre per il 12,3% le notizie sono state date in modo equilibrato e per il 39,2% le notizie sono state date in modo per diversi aspetti negativo. Tra chi dopo la ricostruzione delle notizie ha invece risposto di ricordare i nomi dei protagonisti, ma null’altro, il 19,9% ha comunque saputo indicare che le notizie sono state date in modo superficiale, il 17,5% allarmistico per la salute collettiva e il 14,5 ha stigmatizzato il riferimento ai risvolti sessuali impliciti nella notizia. L’unica spiegazione a una così evoluta capacità di giudicare un fatto che non si consce, o non si ricorda, è che la risposta non sia stata data sulle notizie in sé, ma sull’opinione generale di come un tema come l’Hiv/Aids sia normalmente trattato. Per assurdo è proprio questo tipo di risposta a fornirci un quadro abbastanza chiaro di quanto la materia dell’Hiv/Aids sia anco- ra oggi oggetto di pregiudizi e luoghi comuni. Le etichette e i luoghi comuni Volendo approfondire cosa le persone ricordino delle notizie riferite all’Hiv, si è voluto indagare quali fossero le parole e i concetti che gli intervistati più frequentemente ritenessero di aver visto associati a questa malattia. Le parole più frequentemente associate all’Hiv sono state nell’ordine: Aids, sieropositivo, infezione, contagio, categoria a rischio, seguite a distanza da tossicodipendente, drogato e, in misura assai minore, peste del 2000, peste dei gay, cancro dei gay e untore. A colpire in queste risposte è soprattutto la percentuale di persone che ritengono di aver visto associata la parola Hiv alle ultime risposte: nei canali di informazione un minimo controllati, internet escluso, il riferimento alla peste o al cancro dei gay, un tempo utilizzato per fare notizia con riferimento all’Aids e non all’Hiv, da tempo non è per nulla frequente, in ogni caso non in misura tale da raccogliere percentuali tra il 17% e il 25%. Le possibili interpretazioni sono due: la prima è che molte delle persone intervistate navighi in rete, e quindi possa incappare su visioni e definizioni dell’Hiv del tutto incontrollate, la seconda è che anche un singolo episodio di collegamento tra la malattia e queste parole possa aver fortemente colpito le persone, tanto da mantenere nel tempo l’associazione d’idee. L’analisi dei dati riferiti all’età dei rispondenti sembra confermare questa ipotesi: solo il 9% dei ragazzi con meno di 24 anni asso- 11

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cia l’Hiv alla peste del 2000, mo- do di dire frequente nei primi an- ni della epidemia quando loro non erano ancora nati, mentre questa percentuale sale a oltre il 30% nelle persone con più di 45 anni. Dati analoghi si riscontrano per gli altri modi di dire, meno utilizzati ma tutti piuttosto datati. Tutto ciò deve far riflettere sul fat- to che una malattia come l’Hiv/Aids, che di suo comporta una carica emozionale molto ele- vata, deve essere trattata in mo- do molto tecnico, equilibrato e competente, poiché ogni scivolo- ne comunicativo è in grado di scatenare le paure delle persone e quindi di fissare idee e pregiu- dizi immotivati. Un’ulteriore analisi delle risposte a questa domanda ha consenti- to di evidenziare come rispetto al- le associazioni di vocaboli più “normali”, Hiv-Adis, Hiv-sieropo- sitivo, Hiv-infezione, non si riscon- trino particolari differenze a se- conda del titolo di studio di chi ha risposto, mentre con le associa- zioni più “pesanti”, come Hiv-pe- ste del 2000 o peste dei gay, can- cro dei gay o untore, le percen- tuali tendano ad essere più ele- vate tra le persone che hanno il diploma di terza media o delle su- periori o, fatto molto grave, che stanno ancora studiando alle su- periori, e quindi hanno meno di vent’anni. Per quanto riguarda “categoria a rischio” o “tossicodipendente/drogato” va notato che anche in questo ca- so chi, per motivi anagrafici, ricor- da la prima fase della malattia as- socia in maggior misura l’Hiv con questi termini: in questo caso, tuttavia, va considerata l’evoluzio- ne della malattia, che un tempo era effettivamente legata principalmente allo scambio di siringhe ed ora ha modificato completamente i canali principali di trasmissione. Quanto è emerso dalle risposte a questa domanda è interessante, perché considerando che i mass media tradizionali non utilizzano più da tempo alcune delle associazioni più “pesanti” e denigratorie scelte dagli intervistati, salvo qualche volta “untore” che sembra non avere un sinonimo nella lingua italiana¸ il fatto che anche persone molto giovani siano convinte di aver incontrato queste associazioni rinforza l’ipotesi che questi termini vengano utilizzati in rete, soprattutto nei social network. Un dato confortante, però, è che una successiva domanda ha evidenziato come i social network siano considerati a tutte le età il canale di comunicazione meno affidabile e questo vale, anche se con qualche differenza in più rispetto all’età, anche per i siti web. Un dato importante da considerare quando si ipotizzano campagne di informazione, e addirittu- ra di formazione, attraverso la rete. Parlando di affidabilità dell’informazione sull’Hiv/Aids tutti, giovani e vecchi, vedono nel medico, specialista o MMG, la figura da cui ricevere informazioni corrette sulla malattia. In una successiva domanda è stato chiesto agli intervistati di associare alcune parole a chi ha contratto il virus dell’Hiv. In questo caso l’età fa la differenza. Il termine tossicodipendente viene associato all’Hiv dal 23% dei ragazzi più giovani e dal 44% delle persone ultra 64enni, mentre il termine contagioso è stato scelto dal 59% dei ragazzi con meno di 24 anni e dal 39% delle persone tra i 45 e 54 anni. Il termine pericoloso mostra un andamento simile: 21% tra i più giovani, solo il 9% tra i meno giovani. L’associazione Hiv-gay è stata scelta dall’8% dei ragazzi tra 25 e 34 anni e dal 20% degli ultra 64enni. Per il resto le percentuali sono abbastanza simili tra le diverse età. È positivo il fatto che a tutte le età i termini pericoloso, vizioso e immorale siano stati scelti da una percentuale residua- 12

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le degli intervistati, anche se, purtroppo, più dai giovani che dalle persone più mature. La conoscenza dell’Hiv/Aids Una serie di domande ha indagato quanto gli intervistati conoscano l’Hiv e l’Aids, e si è partiti chiedendo loro quanto si ritenessero informati in materia. Il 16% ha risposto di ritenersi molto informato su cosa significhi essere sieropositivo e avere l’Aids, il 55% di essere abbastanza informato e solo circa il 27% di saperne poco. Solo l’1% degli intervistati da risposto di non sapere cosa significhi essere sieropositivo e il 2% di non sapere cosa significhi avere l’Aids. In una domanda successiva, tuttavia, solo il 50% delle persone intervistate ha saputo rispondere alla domanda su cosa sia l’Hiv. Dato che si trattava di una domanda molto semplice e che di Hiv si parla ormai da 35 anni, il dato va considerato complessivamente negativo. Più positivo è che i più giovani (18-34 anni) siano più informati, mentre è preoccupante che nella fascia di età tra i 45 e i 54 anni, potenzialmente ancora sessualmente attiva, solo il 37% sappia cos’è l’Hiv, una percentuale decisamente bassa. Colpiti dal 70% di persone convinte di saperne molto o abbastanza di Hiv/Aids, dato come abbiamo visto non allineato con il tenore delle risposte alle domande successive, abbiamo cercato di approfondire che differenza esista nella conoscenza della malattia tra chi ritiene di saperne molto, abbastanza e poco. Nell’approfondire l’analisi non abbiamo considerato le risposte “non so”, utilizzando solo le rispo- ste riferite alle opzioni proposte. Qualche dato può risultare interessante. Che l’infezione da Hiv ancora oggi non possa essere curata e che quindi sia destinata sempre ad evolvere in Aids, come succedeva prima delle terapie antiretrovirali, è cosa certa per l’8,8% di chi di Hiv ne sa poco, per il 7,2% di chi ne sa abbastanza e per il 10,7% di chi ne sa molto. Sempre chi sa molto di Hiv nel 10% dei casi sa con certezza che Hiv e Aids non sono in alcun modo correlati tra loro, informazione condivisa in percentuale leggermente minore dalle persone meno preparate in materia. Qualche differenza in più si è riscontrata rispetto ad altre possibili risposte, comunque sbagliate, mentre hanno dato la risposta corretta il 58,7% delle persone molto informate, il 56,7% di quelle informate abbastanza e il 54% di quelle che ritengono di saperne poco. Ancora più grave la situazione riferita a una domanda molto importante: “Secondo lei, oggi, una persona con l’Hiv è contagiosa?”. In questo caso il 35,7% di chi ritiene di non sapere nulla di Hiv pensa che sì, sia sempre contagiosa, percentuale che scende al 30,6% tra chi pensa di saperne poco. Tra chi pensa di sapere abbastanza di Hiv, il 32,6% ritiene che sia sempre contagiosa, e la percentuale arriva al 39,7% tra i più esperti e informati. Per contro, a dare la risposta corretta sono state soprattutto le persone che hanno dichiarato di saperne poco, mentre la percentuale più bassa, 54,5%, è proprio riferita a chi ritiene di saperne molto. Al di là del paradosso, chiaro indicatore di una scarsa informazione e consapevolezza sulle proprie conoscenze in materia, pericolo- sa in quanto indice di un sottovalutazione del problema, è comunque significativo e grave che per troppe persone chi è Hiv+ sia sempre contagioso e possa rappresentare un pericolo nella vita quotidiana. L’immagine della malattia e delle persone Hiv+ Una serie di domande ha indagato come gli intervistati considerino l’Hiv/Aids e le persone che l’hanno contratto. La persone in Aids vengono considerate gravemente malate dal 47% degli intervistati, mentre solo il 31% pensa che lo siano anche le persone Hiv+. L’infezione da virus dell’Hiv viene considerata soprattutto grave e pericolosa, assai meno dolorosa; soprattutto i giovani e gli anziani tendono a vedere più l’aspetto della gravità e della contagiosità, mentre la fascia di età 35-54 anni sembra maggiormente consapevole del risvolto di dolore che l’Hiv può comportare. Una domanda ha indagato quale fosse l’opinione degli intervistati sulle persone Hiv+ che dichiarano apertamente il proprio stato di sieropositività. Una domanda interessante nel nostro Paese, che rispetto ad altre nazioni dà talvolta la sensazione di scontare un gap culturale profondo nell’accettazione dell’Hiv. In realtà le risposte sono state, nel 79% dei casi, molto positive: il 14% non ha saputo rispondere, una percentuale più bassa che in altre domande, e tra chi ha risposto il 43% ha detto che è una persona coraggiosa, il 22% che è una persona che sta bene con se stessa, il 26,7 che è un esempio per gli altri. Del tutto residuali i 13

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commenti negativi, un 8% di “è una persona incosciente” e un 1,2% di “si dovrebbe vergognare”. Possiamo dire con sicurezza che da questo punto di vista è stata fatta molta strada rispetto a quando le persone Hiv+ erano fortemente stigmatizzate e si riteneva dovessero tenere nascosto il proprio stato di positività all’Hiv. Sempre indagando il pensiero delle persone intervistate rispetto all’Hiv è stato chiesto loro quali fossero le possibili paure di una persona Hiv+, proponendo come possibili risposte la paura di essere rifiutata in una relazione sentimentale, di essere denigrata per la propria condizione e che venissero diffuse notizie sulla sua situazione virologica. Le paure attribuite a chi ha contratto il virus sono state soprattutto quelle legate alla sfera affettiva. Essere rifiutati in una relazione sentimentale o sessuale per la metà degli intervistati è l’aspetto più doloroso per chi ha l’Hiv, maggiore di quello che può derivare dal fatto di essere insultati o denigrati per la propria malattia. Rispetto a questa domanda, a ritenere che le persone Hiv+ possano essere molto preoccupate per uno dei motivi suggeriti sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni; al crescere dell’età l’idea che le persone sieropositive possano essere preoccupate per queste cose scende decisamente, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di notizie sulle condizioni di salute. Rispetto alla curabilità dell’Aids e dell’Hiv, oggetto di una domanda specifica, il 50% degli intervistati ritiene che l’Aids si curi solo se 14 preso in tempo, il 21% ritiene che sia sempre curabile e il 12% che non lo sia affatto. L’Hiv mostra risposte non molto diverse: il 23% ritiene che si curi sempre, il 43% solo se preso in tempo e sempre il 12% che non si possa affatto curare. Per il resto solo “non so”. Si tratta di dati sconfortanti: si possono in qualche misura giustificare le risposte date rispetto all’Aids, qualche volta trattato con troppa approssimazione dai mass media, ma che nel 2016 una parte significativa degli italiani ancora non sappia che l’Hiv si cura è un dato preoccupante. In questo caso appare decisamente critico il dato che emerge analizzando le risposte per fascia di età. I giovani, più informati sulla natura della malattia, sono nettamente meno informati sulla sua curabilità, che è poi il dato che serve se si vuole fare un minimo di prevenzione: solo il 30,3% dei ragazzi più giovani e il 36,4% di quelli tra i 25 e i 34 anni considera l’Hiv curabile, a fronte di un 67,7% delle persone con più di 64 anni. Un dato di questo tipo rende essenziale riflettere sulla prevenzione primaria dell’Hiv, poiché quel 39,4% di ragazzi molto giovani che pensa che l’Hiv sia incurabile, o la percentuale superiore al 35% riferita alla fascia di età tra i 26 e i 45 anni, centrale rispetto alle relazioni sessuali, sono in grado di offrire una spiegazione al fatto che in Italia si arrivi molto tardi alla diagnosi. Se credono che una malattia sia incurabile, di fronte a un sospetto di contagio è prevedibile che queste persone abbiano una scarsa propensione a fare il test e a comunicare i propri timori. Approfondendo le conoscenze e le opinioni degli intervistati in merito alle cure per l’Hiv, è stato chiesto cosa significhi per un paziente Hiv+ raggiungere un buono stato di salute. Il 38% non ha saputo rispondere, dato in linea con le risposte precedenti, il 36% ha risposto che la persona resta positiva al virus dell’Hiv, il 12% che la malattia si arresta, il 4% che c’è la completa guarigione, il 3% che diventa sieronegativa e il 7% che raggiunge carica virale zero. La maggioranza degli intervistati non ha idea di quali possano essere gli effetti dell’assunzione dei farmaci antiretrovirali e rispetto agli effetti positivi della terapia il 31% ritiene che provochi un innalzamento delle difese immunitarie, dato piuttosto omogeneo nelle diverse fasce di età, il 16% che produca l’azzeramento della carica virale, il 10% che diminuisca la possibilità di contagiare gli atri e il 9% che produca un aumento dell’energia fisica nel paziente. Un 15% ritiene che la terapia dia come effetto principale mal di testa o mal di stomaco, come dire che serve a poco per contrastare il virus. Va considerato che le risposte erano predefinite, il che ha probabilmente comportato un aumento di risposte corrette rispetto a quanto sarebbe successo lasciando la risposta aperta. Data l’ampiezza del dibattito in corso sul fatto che le persone in terapia abbiano una carica virale sostanzialmente azzerata e non in grado di trasmettere l’infezione, si è chiesto agli intervistati cosa pensassero che significhi per una persona Hiv+ avere la carica virale azzerata. Il 34% non ha saputo rispondere e il 6% che significa essere ma-

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lato. Il 23% ha risposto di ritenere che significhi essere in un discreto stato di salute, mentre il 17% che significhi essere meno infettivo per gli altri e il 20% di non essere infettivo per nulla. Con queste risposte possiamo quindi ritenere che il dibattito sul significato della carica virale azzerata sia compreso dal 40% delle persone intervistate, e che ci sia ancora molto da fare per spiegare cosa sia l’Hiv e come funzionano le terapie antiretrovrali. Il tema della convivenza Due domande hanno riguardato il tema della convivenza con persone Hiv+. La prima, più generale, ha chiesto agli intervistati quanto ritenessero pericoloso avere contatti con una persona Hiv+ nella vita quotidiana. Il risultato conferma, purtroppo, quanto già emerso in precedenti ricerche: l’8,4% lo considera molto pericoloso e il 29% abbastanza, il che significa che più di un italiano su tre considera pericoloso avere contatti con le persone Hiv+ nella vita quotidiana. Solo il 14,4% non lo considera per nulla pericoloso, mentre per il 43,6% il pericolo è basso. Interessante notare come rispetto a questa domanda i “non saprei” sono percentualmente pochi, il 4,7%. La risposta assume una gravità ulteriore se analizziamo le risposte per fascia di età. Soprattutto i ragazzi più giovani, dai 18 ai 24 anni, ma anche i giovani tra i 25 e i 34 anni, sono decisamente più spaventati degli adulti. Da notare che la risposta “per niente” raccoglie le stesse percentuali in tutte le età, solo circa il 13%, tranne un 18% nella fascia 55-64 anni, persone giovani negli anni dell’emergenza Aids e che quindi sono probabilmente più informate. A fronte del fatto che quasi 4 persone su 10 considerano pericoloso avere contatti nel quotidiano con persone Hiv+, non stupisce la cautela con cui gli intervistati sarebbero disposti ad accettare di rapportarsi con chi ha contratto l’Hiv. La seconda domanda ha indagato questo aspetto distinguendo tra le diverse persone con cui ci si potrebbe trovare ad avere contatti nel quotidiano. Circa la metà degli intervistati accetterebbe tranquillamente un vicino di casa Hiv+ (49%), un collega di lavoro (47%) o un negoziante (45%). Un po’ meno, il 36%, accetterebbe senza grandi problemi un insegnate del figlio e il 33% un compagno di scuola del figlio. Rispetto alle figure professionali con cui si ha un maggiore contatto fisico, il medico, il parrucchiere, il fisioterapista, le percentuali scendono ancora un poco, per poi crollare al 15% nel caso del dentista. Se si considerano anche le risposte “accetterei di rapportarmi con qualche cautela” le percentuali salgono notevolmente, limitando a circa il 20% le risposte di chiusura alla relazione nel caso dei rapporti con persone che ci si limita ad incontrare (vicini, professori, negozianti) e al 30/40% nel caso di professionisti con cui il contatto è più diretto. Il 50% non accetterebbe un dentista Hiv+. In generale appaiono meno diffidenti e più disposti ad accettare di avere rapporti con coloro che hanno contratto il virus gli uomini, le persone con un più elevato profilo scolare e nella classe di età tra i 55 e i 64 anni. La paura del contatto, del resto, diminuisce al crescere dell’età in una progres- sione quasi lineare: si passa dal 55% a vent’anni al 36% oltre i 64. Conclusione La ricerca ha mostrato con evidenza che in Italia si sa poco di Hiv e Aids e non si è preoccupati di saperne poco. Questa mancanza di conoscenza e consapevolezza fa sì che esista una grande distanza tra il dibattito degli addetti ai lavori per ridefinire il profilo della persona Hiv+ e quanto le persone sanno e pensano dell’Hiv. La normalizzazione della vita delle persone sieropositive è più nei fatti che nell’opinione degli italiani, anche se alcuni indicatori fanno ben sperare che lo stigma stia gradualmente stemperandosi. Una volta di più, poi, è emersa la distanza tra il dichiarato e il pensiero profondo: l’Hiv non è contagioso nella vita quotidiana, ma... Per il resto le risposte hanno messo in evidenza un'emergenza giovani: sono loro i più spaventati e privi di strumenti per prevenire l’infezione, nel migliore dei casi è stata data loro un'informazione tecnica sull’Hiv, ma poche indicazioni su come proteggersi e sulla reale natura della malattia. In sintesi c’è molto da fare in materia di prevenzione primaria, sia sul fronte della lotta alle nuove infezioni sia su quello, altrettanto importante, della lotta allo stigma. Alessandro Battistella Direttore Centro Studi NPS 15

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