N° 1 - Filmese Ottobre 2016

 

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FILMESE N° 01 - Ottobre 2016

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1 OTTOBRE 2016 SOMMARIO · Il Punto · Vita Associativa · Il calendario · I film di ottobre · Festival di Pesaro · Mostra di Venezia · Le News FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani - Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Grafiche Aurora S.r.l. - Via della Scienza 21 - Verona ENTE SOSTENITORE DELPROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. si ringrazia Banca Popolare di Verona Agsm Verona Il punto I 70 ANNI DEL CIRCOLO DEL CINEMA DI VERONA È questo il titolo di un opuscolo di 32 pagine a colori che viene distribuito in questi giorni ai soci, ma anche a quanti possono essere interessati alle vicende del nostro sodalizio. Perché? perché questa storia così straordinaria non era ancora stata raccontata, perché l’impresa della fondazione del Circolo e gli sforzi per farlo sopravvivere nonostante le avversità hanno qualcosa di eroico, di inimitabile a Verona ed anche in altre città d’Italia. Non sto esagerando. Leggete il libretto, è un condensato, ma la sostanza del lavoro fatto dal Circolo del Cinema c’è tutta e i documenti sono originali, non c’è nulla di “fiction”. Io stessa che, seguendo la volontà del compianto fondatore e presidente Pietro Barzisa di scrivere la storia dell’Associazione, mi sono accinta nei mesi scorsi a redigere queste pagine, mi sono più volte meravigliata di quanto lavoro sia stato fatto in questi anni, mi sono commossa nel leggere le veline delle lettere e i telegrammi da e per Barzisa in quel primo periodo in cui era in gioco la vita dei Circoli. E sì che da più di quarant’anni ho dato il mio tempo libero al Circolo, collaborando a fianco del professore e seguendo tutte le problematiche che si manifestavano, giorno per giorno. Eppure la ricerca delle fonti ha rappresentato anche per me degli aspetti inediti, che sono sicura non potranno lasciare indifferente il lettore. Ma questo libretto, oltre a rappresentare la prima occasione celebrativa dell’anniversario dell’Associazione (la seconda è stata l’intitolazione al Circolo del Cinema di Verona del prestigioso Premio del Pubblico della 31. Settimana Internazionale della Critica della Mostra veneziana, assegnato al giovane regista colombiano Juan Sebastián Mesa), ha anche un’altra motivazione. Serve a far conoscere a fondo per quali scopi e idealità sono nati i Circoli del Cinema in Italia e che cosa ha rappresentato per la cultura veronese e nazionale il nostro Circolo del Cinema; serve a dare la consapevolezza che il Circolo è una cosa diversa da altre realtà del territorio veronese, cioè è un vero sodalizio, è il presente ed il futuro di quello di ieri, che è riuscito ad andare avanti non solo per la tenacia del presidente Barzisa e dei suoi collaboratori, ma soprattutto per l’appoggio, la solidarietà, le quote associative di tutti quei soci che non si sono scoraggiati nei molteplici trasferimenti da una sala all’altra della città ed hanno mantenuto l’adesione nel corso del tempo. Diceva Barzisa in un’Assemblea di qualche anno fa: «Il punto che contribuisce a fare la differenza, la grande differenza, e cioè il motivo di fondo per il quale i nostri soci dovrebbero essere orgogliosi di far parte di questa Associazione, è quello di essere stata la prima a Verona (e tra le prime sul piano nazionale) a proporre un discorso di cultura cinematografica e di difesa del cinema come fatto d’arte e di serio spettacolo di qualità, senza interessi di parte o di bottega, e soprattutto di aver mantenuto questo nobile indirizzo fino ad oggi». Ed era (è) l’invito a sostenere e difendere il Circolo da ogni tentazione di snaturarlo, proseguendo nella ricerca del valore dell’opera cinematografica, nella sperimentazione, nell’apertura e contaminazione con altre forme d’arte e di spettacolo. In questa progettazione c’è il cinema di qualità del Circolo di domani. Ines Cabrini (Cines) ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 0215 / RASSEGNE / INCONTRI E CONFERENZE / EDITORIA / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO / EMEROTECA / VIDEOTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR telefono 045 8006778 - info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai soci e agli amici del Circolo

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vita associativa LA 70a ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEI SOCI Il 70° anno sociale del Circolo del Cinema è stato aperto ufficialmente dall’Assemblea Generale Ordinaria, tenutasi il 7 luglio 2016 presso la Sala Montanari della Società Letteraria. Un locale affollato, nonostante la serata calda che ispirava altri lidi, ha fatto ben sperare circa l’interesse e, per così dire, la fidelizzazione dei soci. La transizione del dopoBarzisa non è stata del tutto indolore ed il desiderio di conoscere da vicino le problematiche e le prospettive per il futuro del Circolo ha reso più viva la partecipazione degli associati. Il Presidente Roberto Bechis ha svolto la relazione sull’attività del 69° anno, sottolineando la “linea editoriale” che il Direttivo intende seguire con coerenza, costanza e qualità: contribuire alla crescita culturale della nostra città proiettando film d’autore e attivando il maggior numero di attività culturali legate al cinema, tra cui l’aumento della proposta di film in lingua originale, per assaporare meglio voci e suoni originali. Rispetto ai proponimenti fatti nell’Assemblea del 2015, il Presidente ha elencato gli obiettivi raggiunti: le trenta tradizionali giornate di proiezione, con la presentazione di 30 lungometraggi più tre corti, per un totale di 27 film in prima visione per Verona, cui si sono abbinati incontri-dibattito con gli autori ed altre personalità della cultura cinematografica. Sono stati redatti in formato cartaceo e digitale 8 numeri del notiziario Filmese - Schermi d’autore. Ora il Circolo ha un nuovo logo, un trailer di cinegalateo propedeutico alla visione, un sito aperto nell’informazione, arricchito con pagina Facebook. Si è proseguito nel riordino, nella catalogazione ed implementazione della Biblioteca, grazie al sostegno che Fondazione Cariverona ha destinato a questo specifico progetto. Non è mancata l’apertura ad altre iniziative cinematografiche e artistiche del territorio, per le quali i soci hanno fruito di agevolazioni. Due proponimenti non si sono realizzati: la conquista di uno sponsor importante e, di conseguenza, il mancato pareggio di bilancio. Anticipando la relazione dell’Amministratore sul bilancio di chiusura dell’anno, il Presidente ha ricordato che negli anni passati si era riusciti, grazie al lavoro volontario e ai contributi, saltuari ma provvidenziali, di Enti pubblici e privati, ad avere saldi con modeste passività o con qualche surplus, che determinavano nel corso degli anni un sostanziale pareggio fra entrate ed uscite. Recentemente le spese per collaborazioni retribuite, resesi necessarie per lo svolgimento dell’attività, e una raccolta dei contributi esterni non più sufficiente a coprire parte delle spese ordinarie, hanno aumentato la perdita di bilancio, che ha ormai esaurito la riserva creata dal prof. Barzisa per i momenti difficili. Il Presidente, quindi, chiama tutti a fare il massimo sforzo “per riportare la situazione in un mare più tranquillo”, in quanto possiamo contare solo sulle nostre risorse. E le soluzioni per risolvere le difficoltà sono le seguenti: incrementare il numero dei soci; aumentare la quota sociale annuale; raccogliere fondi con iniziative speciali (cena di Natale, etc.); cercare elargizioni da Enti e/o sponsor; favorire la scelta del 5x1000 (come associazione di promozione sociale) e del 2x1000 (come associazione culturale); promuovere presso soci e amici donazioni detraibili dall’Irpef nella dichiarazione dei redditi. È un impegno che viene richiesto a tutti, con l’auspicio di trovare quelle energie che consentano di portare avanti le iniziative, tenendo sempre elevata la qualità dei progetti culturali. Tra questi, il Presidente dava l’annuncio dell’intitolazione al Circolo del Cinema del Premio del Pubblico della 31. Settimana Internazionale della Critica del Festival di Venezia, «il miglior modo per iniziare i festeggiamenti dei 70 anni di attività dell’Associazione, festeggiamenti che proseguiranno con altri progetti in corso di definizione». Dopo alcuni interventi da parte dei convenuti, la relazione del Presidente è stata approvata. Ha poi preso la parola l’Amministratore, che ha illustrato in dettaglio il bilancio consuntivo del 69° anno. Dopo la discussione, nella quale sono intervenuti vari soci con idee e suggerimenti, il bilancio è stato approvato all’unanimità. Anche la proposta di riduzione del 50% sul costo della tessera associativa per incentivare le iscrizioni dei giovani di età compresa fra i 18 e i 26 anni, inserita nell’ordine del giorno dell’Assemblea, è stata condivisa dai presenti in modo unanime ed è diventata operativa. L’Assemblea ha poi proceduto alla votazione delle cariche statutarie: Consiglio Direttivo, Revisori dei Conti, Collegio dei Probiviri. Nella sua prima riunione del 7 settembre, il Consiglio Direttivo ha così designato le cariche: Presidente: Roberto Bechis; Vicepresidente: Mario Guidorizzi; Segretario: Rossella Pasqua di Bisceglie; Amministratore: Renzo Marzolo; Consiglieri: Ines Cabrini, Chiara Contri, Laura Maganzini, Roberto Pecci, Lorenzo Reggiani. PICCOLE AZIONI PER AIUTARE IL CIRCOLO DEL CINEMA 1) Scelta del 5x1000 nel riquadro delle Associazioni di Promozione Sociale della Dichiarazione dei Redditi; 2) Da questʼanno è ammessa (e abbinabile con il 5x1000) la scelta del 2x1000 nel riquadro delle Associazioni culturali, indicando in entrambe le caselle il codice fiscale dellʼAssociazione: 80022000238. 3) devolvere una somma detraibile dallʼIrpef (codice onere 23 della Dichiarazione dei redditi) tramite bonifico bancario sulle nuove coordinate del Circolo riservate alle donazioni: IT 27 E 02008 11725 000102362733. 4) fare nuovi soci, magari regalando unʼiscrizione a quota ridotta (55 Euro) a giovani fra i 18 e i 26 anni 2

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PROGRAMMA DI OTTOBRE 2016 1 APERTURA DELLA 70a STAGIONE 2016-2017 GIOVEDÌ 6 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 TRA LA TERRA E IL CIELO opera prima di Neeraj Ghaywan India/Francia, 2015 - durata: 1h 43’ 2 GIOVEDÌ 13 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 ANTONIA. opera prima di Ferdinando Cito Filomarino Italia/Grecia, 2015 - durata: 1h 36’ il regista sarà in sala alle 21.30 nei tre turni, la proiezione sarà preceduta da una breve presentazione della poetessa Antonia Pozzi 3 GIOVEDÌ 20 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 TANGERINES - MANDARINI di Zaza Urushadze Estonia/Georgia, 2013 - durata: 1h 27’ versione originale sottotitolata 4 GIOVEDÌ 27 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 NAHID opera prima di Ida Panahandeh Iran, 2015 - durata: 1h 44’ versione originale sottotitolata puntualità e cellulari spenti sede delle proiezioni: CINEMA K2 - via Rosmini 1 - Verona 3

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1 film APERTURA 70a STAGIONE GIOVEDÌ 6 OTTOBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 TRA LA TERRA E IL CIELO regia di Neeraj Ghaywan India/Francia, 2015 - durata: 1h 43ʼ - opera prima PREMI Cannes 2015 - Un Certain Regard: Premio della Critica Internazionale Fipresci; Avenir Prize (ex aequo con Nahid) / National Film Awards, India 2016: Miglior esordio / Zee Cine Awards 2016: Premio del pubblico; Premio per il montaggio / SAARC Film Festival, Sri Lanka 2016: Miglior film; Miglior regia. La studentessa Devi viene colta in flagrante con il primo amante della sua vita, nella stanza di un alberghetto: grazie ad una spiata, la polizia fa irruzione e usa violenza sui due. Il ragazzo Deepak s'innamora di una ragazza di una casta superiore, mentre egli appartiene alla sottocasta di chi per tradizione si occupa delle cremazioni in riva al Gange. Il padre di Devi, pover'uomo e minuscolo commerciante, travolto dal disonore malgrado gli sforzi che fa per capire e amare comunque sua figlia, si vede costretto a mettersi nelle mani di un poliziotto corrotto, pur di tentare di proteggere la ragazza. Infine il giovanissimo Jhonta sulle sponde del fiume sacro sbarca il lunario con le pericolose gare d'immersione e velocità nel recuperare le monete lanciate dagli adulti scommettitori. Il film di Neeraj Ghaywan (che dichiara di ammirare il cinema di Michael Haneke e dei fratelli Dardenne, di cui però, malgrado i temi appena enunciati, non condivide la cupezza) è un curioso amalgama di pesantezza e leggerezza. Di pessimismo e sorriso, di disperazione e vitalità. Di toni contrastanti. Forse anche perché cerca di comprendere nella stessa panoramica l'illustrazione di un sistema morale, sociale e religioso intangibile nelle sue arcaiche iniquità, con l'effettivo slancio dei più giovani, in particolare i personaggi di Devi e Deepak, verso la modernità e il superamento di barriere e condizionamenti. Visibile e tangibile, in loro, anche negli aspetti più spiccioli e quotidiani. Il modo di vestire e di relazionarsi in modo informale, la rivendicazione di un futuro sul quale non debba incombere la condanna di pregiudizi e vincoli punitivi imposti dalla tradizione e dalla nascita, la familiarità con nuovi mezzi di comunicazione. Specchio di una società che, malgrado i freni, è prepotentemente proiettata in avanti, nell'avanzata tecnologica e nella volontà di democratizzazione. Sullo sfondo di questo film molti elementi importanti propri della cultura indiana e dell'induismo. La città di Benares (Varanasi) con il suo fiume sacro, il Gange. I luoghi delle cremazioni rituali – dunque il complesso rapporto con la morte – che non possono essere praticate dalle caste superiori ma soltanto, come una condanna cui le giovani generazioni vorrebbero ribellarsi (il ragazzo che desidera sottrarsi per poter proseguire gli studi mentre il padre, sotto il ricatto di non potercela fare da solo, lo trattiene), dalle sottocaste impure. La presenza di un apparato statale elefantiaco e permeabile alla corruzione. E poi la contraddizione tra processi di modernizzazione e arretratezza nel considerare le relazioni tra i sessi e la condizione femminile, nel condannare senza appello l'amore fuori dal matrimonio combinato. Un sistema in cui la rigidità sociale e di classe si sposa con il retaggio religioso formando un tutt'uno che frena, inibisce, ostacola la conquista di una vita completa e dignitosa, in una parola la possibilità di trovare la felicità. Tuttavia, dice anche il film procedendo nel suo racconto per episodi (intrecciati tra loro) di quotidiana convivenza tra piani diversi, una società poderosamente in movimento e carica di promesse. (Paolo D'Agostini, da “La Repubblica”, 2 giugno 2016) Due giovani si incontrano clandestinamente e vengono arrestati dalla polizia; un ragazzo si innamora via Facebook di una coetanea appartenente a una casta superiore; il padre della giovane arrestata teme per l’onore perduto, mentre il piccolo orfano che bazzica attorno al suo negozio cerca in lui una figura paterna. Tutto questo succede a Varanasi, sulla riva ovest del Gange, città santa per gli induisti, dove la sacralità invade e rende solenne ogni aspetto della vita quotidiana e al tempo stesso alimenta una moralità e una cultura del sospetto spietate. Una cultura non retrograda, perché capace di servirsi della tecnologia per punire ed educare, ma corrotta e opprimente. Controllato nella forma e nello svolgimento del racconto a mosaico, Tra la terra e il cielo, al di là del classico aspetto da “film da festival” (è stato presentato al Certain Regard di Cannes 2015), coglie in modo sottile, senza bisogno di calcare la mano sui sentimenti di rabbia e rivendicazione dei personaggi, il dialogo fuori sincrono fra modernità e tradizione nella società indiana. Giovani e anziani, senso del sacro e libertà digitale si scontrano sulla scena, generando un sostanziale drammatico immobilismo. A pagare il prezzo più caro sono ovviamente i ragazzi e le ragazze del futuro, ancora stretti dall’indolenza di un popolo di padri (le madri, nel film, sono del tutto assenti) a cui tutto è dovuto. (Roberto Manassero, da “Film TV”, 5 giugno 2016) Il Gange è un mare di storie. In un suo celebre racconto, Harun e il mare delle storie, Salman Rushdie scrive che nessuna storia viene dal nulla. Nel film del regista indiano Neeraj Ghaywan si parla molto di morte ma, come rivela la citazione a inizio film, è della vita che s’intende parlare. Della vita con la sua complessità e dell’imprevedibilità che governa le storie delle persone. La morte è caos, recita la frase citata dal regista, la vita è ordine. Ma anche il titolo originale, Masaan, che in hindi significa crematorio, ci dona degli indizi per capire il film, perché il fatto che sulle rive del Gange si svolgano le cremazioni, e che uno dei protagonisti sia parte di una famiglia che ci occupa proprio di queste, ci rammenta come il fiume sia il fulcro di un continuo flusso di storie. Alla sua opera prima nella forma del lungometraggio, Ghaywan rivela già uno stile personale e una poetica riconoscibile, che si ritrova nei suoi primi cortometraggi, Shor (Noise), episodio di un progetto condiviso con vari registi indiani realizzato nel 2011, ed Epiphany del 2013. I suoi film raccontano l’India contemporanea, con le sue contraddizioni, le sue debolezze, la povertà e l’intelligenza della sua gente, le tradizioni e l’attrazione irresistibile della società occidentale, con i suoi miti e i suoi fantasmi. Ghaywan trasporta tutto ciò anche nella forma dei suoi film, e con un montaggio e uno stile di ripresa apparentemente classici, ma in realtà sottilmente molto caratterizzati, rappresenta le continue oscillazioni fra il vecchio e il nuovo della cultura indiana contemporanea. Sequenze più veloci, ritmate al loro interno da frequenti cambi d’inquadratura, caratterizzate da un montaggio quasi da video musicale e da piani molto ravvicinati, raccontano la deriva più occidentalizzata, la centralità del denaro, 4

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i social network, i telefonini, la vita delle giovani generazioni. Spazi più ampi, campi lunghi, respiro più lento, sono dedicati alle tradizioni e alla vita quotidiana. In mezzo a queste due opposte posizioni si trovano le traiettorie tracciate dal fiume, dai treni, dalle strade. Linee più o meno rette, che attraversano le inquadrature segnandone alcune coordinate ma anche rivelandone il fuori campo: i numerosi treni che passano in questo film, come nei cortometraggi di Ghaywan, non si sa dove vanno, né da dove vengono, ma più semplicemente alludono a un altrove, a un’umanità in continuo spostamento, e preludono, a mio parere, ad un orizzonte del possibile che per il giovane regista è già una cifra poetica. Ma partire non è la soluzione. E ce lo fa dire chiaramente dai protagonisti del film: Devi e Deepak trovano nello studio e nel lavoro qualificato la chiave di accesso a una vita migliore, a un riscatto sociale che appare come l’unica strada possibile, non solo per loro, ma per l’India intera. I giovani di questo film sono davvero le promesse di un Paese che deve evolvere, che deve riuscire a coniugare le sue tradizioni più profonde con la modernità, ma soprattutto deve riuscire a decidere cosa è da tenere e cosa deve essere buttato via. Perché alcune tradizioni sono forti, e hanno radici solide e potenti, ma altre sono solo retaggi di un passato che non permette una crescita, che schiaccia le persone in forme predeterminate e non consente riscatti sociali. Devi, Deepak, ma anche i loro amici e i più sfortunati come il giovane con cui Devi s’incontra nella stanza di albergo all’inizio del film, o come la ragazza di cui s’innamora Deepak, sono tutti pronti a scardinare queste tradizioni più ottuse, anche a costo di battersi e di rischiare la loro stessa vita. Come dire che fra la terra e il cielo, in India, c’è tutta una generazione di giovani talenti che sono il futuro e la speranza del popolo indiano. Questa società però non è preparata al cambiamento: il poliziotto applica le leggi in modo ottuso e approfitta di Deva e di suo padre per arricchirsi; e Deepak non può sposare la ragazza che ama a causa delle origini umili e del lavoro della sua famiglia. Tuttavia ogni cosa viene e ritorna al Gange, ed è proprio il fiume a far sì che il mestiere scabroso della famiglia di Deepak, costantemente a contatto con il caos della morte, riveli tutti i lati dell’imprevedibilità. Quelli negativi, l’onta, l’ingiustizia, o la morte accidentale; e quelli positivi, come la capacità di risollevarsi dopo le delusioni, o quella di adoperarsi per far andare meglio le proprie esistenze. Il fiume sacro riporta ogni cosa al suo posto, dunque, anche attraverso traiettorie impreviste, o incontri apparentemente casuali. (Micaela Veronesi, da “Segnocinema”, luglio-agosto 2016) L’antica città sacra di Benares è più di uno sfondo in Masaan, opera del talento indiano Neeraj Ghaywan. Con i suoi gradoni (i ghat) che a seconda di dove ci si trova possono scendere o ascendere, dalla terra al Gange, dal Gange alla terra. Con i suoi mercati di cianfrusaglie e quelli dove bruciano i morti perché dalle ceneri rinascano meno impuri. Con i suoi amori clandestini, le faide familiari, i vicoletti sordidi e le acque della purificazione, Benares non è un luogo, è il luogo di tutte le violente e affascinanti contraddizioni dell’India. Tra la terra e il cielo recita il titolo italiano, là dove Ghaywan sembra proprio sistemare il suo obbiettivo, sorprendentemente a pelo tra gli antipodi culturali e i vivaci contrasti di una terra ricca di tradizioni e di possibilità di avvenire. Incapace però di conciliarli. Il figlio di un dalit resta impuro, anche se è il miglior ingegnere sulla piazza. Lo scandalo di una relazione illecita è meno sopportabile di un ricatto ordito dal pubblico ufficiale. E quelle acque così care, e sacre, dove ci si deterge col corpo e l’anima, non sono forse perigliose corsie dove si sfidano, per le scommesse degli adulti, bambini in età puberale? In tutto questo guazzabuglio di umanità, non c’è vicenda che parli per tutte. Perciò Masaan (Premio Fipresci a Cannes 2015) si affida al racconto corale come all’unico possibile specchio di una terra con molte voci, forse troppe. Storie di relazioni proibite, che violano le regole della casta e quelle dell’onore. Storie di rivalsa, di ricatti, di corruzione, di fughe dal proprio destino. Soprattutto storie d’amore. Uno sguardo sull’India indignato, ammaliato, dalla sensibilità europea – la condanna del maschilismo e del sistema delle caste – e il gusto della caratterizzazione spudorata, tipico di Bollywood, riferimento anche della messa in scena, così rozza e sgargiante, Non mancano sbavature e ingenuità, ma nel complesso Masaan è un’operazione riuscita, abile nel camuffare l’esotismo nella denuncia. E viceversa. (Gianluca Arnone, da “Rivista del Cinematografo”, giugno 2016) Al suo primo lungometraggio dopo un passato nel mondo del marketing, Neeraj Ghaywan prova ad andare controcorrente. Si fa alfiere di un cinema indipendente, lontano dallo strapotere dell’industria bollywoodiana. E perciò concentra gran parte della sua attenzione sulla dimensione sociale, la critica di un sistema che, nonostante tutte le trasformazioni economiche in atto, è ancora legato ad antiche concezioni discriminanti. La divisione in caste, che influenza ancora nel profondo i rapporti sociali, il peso della religione sulla valutazione morale dei comportamenti. E poi il maschilismo di sostanza, nonostante l’emancipazione femminile sembri andare di pari passo con lo sviluppo economico. E poi, su tutto, lo spettro della corruzione e l’incanto demoniaco del denaro, a cui non sa resistere neanche il saggio Vidyadhar, il padre di Devi. Ma se, dal punto di vista degli argomenti, Ghaywan sembra volersi smarcare dalla scintillante produzione mainstream, il suo stile appare pienamente conforme, ben al riparo dal rischio di soluzioni personali, di traiettorie visive dirompenti. Il tono romantico, il linguaggio veloce e accattivante, una confezione di lucida pulizia, l’utilizzo diegetico della musica e delle canzoni, con i testi scritti dallo stesso sceneggiatore Varun Grover. Tutto rientra alla perfezione nei canoni estetici delle maggiori produzioni indiane. Eppure, per uno strano paradosso, è proprio questa convenzionalità di fondo a garantire la tenuta del film. Perché, sebbene il racconto a doppia traiettoria mostri a tratti un eccesso meccanico, Tra la terra e il cielo sa delineare con delicatezza e amore dei personaggi forti, memorabili, grazie anche agli interpreti, a cominciare dalla bellissima Richa Chadda e l’ottimo Sanjay Mishra, nei panni di Vidyadhar. Riscoprendo la magia del racconto, Ghaywan segue i suoi protagonisti sul filo di emozioni e sentimenti sinceri, toccanti. E, alla fine, ci lasciamo andare con tenerezza a questo gioco del destino e dell’amore, che si ferma al principio di tutto. Di un’altra storia, tutta da vivere. (Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”, 1 giugno 2016) t.o. “Masaan” - regia: Neeraj Ghaywan - sceneggiatura: Varun Grover - fotografia (colore): Avinash Arun Dhaware - musica: Bruno Coulais - interpreti: Richa Chadda (Devi Pathak), Vicky Kaushal (Deepak Chaudhary), Sanjay Mishra (Vidyadhar Pathak), Shweta Tripathi (Shaalu Gupta), Nikhil Sahni (Jhonta) - produzione: Drishyam Films/Macassar Productions/Phantom Films/Sikhya Entertainment/Pathé/Arte - origine: India/Francia, 2015 - durata: 1h 43’ NEERAJ GHAYWAN Nato e cresciuto a Hyderabad, India, comincia la sua carriera professionale come assistente alla regia per il film Gangs of Wassepur di Anurag Kashyap e collabora poi nella regia del film Ugly. Ha girato diversi cortometraggi, ma solo con il suo primo lungo, Masaan, ha ricevuto molti premi e nominations. 5

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2 film GIOVEDÌ 13 OTTOBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 ANTONIA. regia di Ferdinando Cito Filomarino Italia/Grecia, 2015 - durata: 1h 36ʼ - opera prima ALLA PROIEZIONE DELLE 21.30 SARÀ PRESENTE IL REGISTA Per presentare ai soci la poetessa Antonia Pozzi, il film sarà preceduto da un breve ritratto a voce di questa protagonista del Novecento letterario, con breve incursione nei suoi testi poetici. Alla proiezione delle 16.30 l'introduzione sarà tenuta dalla poetessa IDA TRAVI, alle 19.00 da MORENA PICCOLI del Circolo della Rosa, alle 21.30 dalla filosofa CHIARA ZAMBONI. Il Circolo del Cinema ringrazia sentitamente le relatrici per la disponibilità e raccomanda la puntualità. Passato un po’ sotto silenzio nel corso di questa 33esima edizione del Torino Film Festival, Antonia. di Ferdinando Cito Filomarino è invece un esordio italiano meritevole d’attenzione: rigoroso dramma storico, tutt’altro che imbalsamato e pieno di ottime intuizioni registiche. (…) Non si dice nulla di nuovo nel segnalare che vi sono sempre più difficoltà per chi vuole esordire nel cinema italiano, anche perché le possibili biforcazioni produttive capaci di condurre all’agognato obiettivo di molti giovani (e non) sembrano ridursi sempre di più. E allora o ci si lascia guidare in maniera pulsionale dall’autarchia (si veda qui al festival di Torino il caso di I racconti dell’orso, progetto low budget di Samuele Sestieri e Olmo Amato) o si procede in maniera istituzionale (il Piero Messina, uscito dal Centro Sperimentale di Cinematografia, di L’attesa, prodotto da Nicola Giuliano della Indigo Film). Le vie di mezzo appaiono sempre più rare. Appartiene per fortuna all’ambito dell’eccezione il primo lungometraggio di Ferdinando Cito Filomarino, Antonia., che ha spinto Luca Guadagnino a produrre e a investire anche in tecnici di levatura internazionale, come ad esempio Sayombhu Mukdeeprom, il magnifico direttore della fotografia di Apichatpong Weerasethakul (Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, Palma d'oro di Cannes 2010, visto al Circolo del Cinema nel 64° anno sociale, ndr), che qui regala al film una iconica e materiale “secchezza” visiva, un’asciuttezza di colori duri e cupi, con i volti spesso ripresi in controluce. Antonia. si situa così in una sorta di terra di nessuno: produzione media senza essere ricca, anti-televisiva per concezione e per ritmo narrativo, popolata da volti poco noti, rigorosamente ellittica nel racconto. Sarà forse per questo suo volersi porre in disparte che il film s’è finora visto poco e che, anche al Festival di Torino, è passato quasi sotto silenzio, tra l’altro fuori concorso, mentre avrebbe meritato senz’altro la competizione internazionale. Raccontando la vicenda di Antonia Pozzi, poetessa vissuta negli anni del fascismo e morta suicida a soli ventisei anni, Filomarino aderisce a un’esistenza inquieta e febbrile, mettendola a confronto con l’atmosfera ovattata degli anni del regime. Tutto è rigido e sbiadito, con il padre di lei che marcisce nello studio e con i potenziali innamorati che sono guidati più da una forma esasperata di auto-controllo che dalla passione; mentre al contrario Antonia vorrebbe fortissimamente vivere, vorrebbe scardinare l’esistere, ma istintivamente e quasi senza intenzione, non sapendo che ogni smottamento d’equilibrio nella società del Ventennio è impossibile. Infatti, anche se non vi sono riferimenti diretti al regime fascista, Filomarino sembra alludervi con costanza, arrivando a disegnare una sorta di cappa invisibile che irrigidisce l’esistere e che rende, ad esempio, inaccettabile il trasporto con cui Antonia bacia appassionatamente una sua amica. Niente scandali comunque in Antonia.: la giovane viene sempre tenuta a freno e controllata, tanto che quando esagera sono proprio le persone che dovrebbero esserle più vicine a giudicarla negativamente (si pensi ancora all’episodio dell’amica che, una volta ricevuto il bacio da Antonia, scappa a gambe levate). Solo in montagna o nella solitudine della sua stanza la giovane ha l’impressione a tratti di trovare la piena espressione del vivere o, almeno, di potersi concedere di essere sincera con se stessa e con l’abisso esistenziale. I monti dalla vegetazione rada e dall’aria austera regalano un senso di vuoto, in cui la protagonista si muove come nei meandri della sua mente, mentre la stanza non è mai abbastanza accogliente e calda – grazie sempre alla fotografia di Sayombhu Mukdeeprom – e, anzi, è disperatamente ingannevole, come dimostra la mirabile sequenza in cui Antonia, piangendo, si dimena nuda sul letto mentre si sente come commento extradiegetico la meravigliosa canzone di Piero Ciampi Va. In questo frammento c’è la sintesi perfetta del film e la dimostrazione dell’ottimo lavoro fatto da Filomarino: si può e si deve osare, anche e soprattutto nel nostro ovattato sistema cinematografico. (Alessandro Aniballi, da “Quinlan.it”, 28 novembre 2015) Antonia e punto. Così questo biopic dedicato ad Antonia Pozzi («uno dei maggiori poeti italiani del Novecento») esclude sin dal titolo il puntiglio di nomi & cognomi e la morbosa ricerca del dietro-le-quinte, la necrofilia delle rivelazioni post mortem. Antonia e punto, per omaggiare la vita di una giovane e scansare la leggenda letteraria. Per non ascoltare il vociare del gossip intellò che strema la sua storia. Una Lombardia (Milano, Pasturo) tra le due guerre ricostruita con mirabile senso del dettaglio (fotografia di Sayombhu Mukdeeprom, scenografia di Bruno Duarte, costumi Fendi di Ursula Patzak) e uno sguardo piano che con pudore inscrive Antonia nell’ambiente borghese, nobiliare, ragiona per quadri ed ellissi, non cerca la scena madre e il facile dramma, non ricorre alla lasciva, automatica empatia dei primi piani. Non c’è compiacimento, nel rigore (solo il finale eccede in fascino figurativo). Osserva e interroga Antonia a figura intera nel suo mondo, tra i versi (una poesia semplicemente da leggere, non letta con enfasi: le pagine si sfogliano di fronte ai nostri occhi, segnale ulteriore di affrancamento dal pathos), abiura dalla psicologia e quando ardisce ad andare oltre la superficie, lo fa sempre con ritegno: crea immagini che sparigliano la cronologia, flash indecisi tra il vero e il falso, tra il ricordo eluso e il desiderio inespresso (baci fugaci, intense scene di sesso). Dicono sia il miglior esordio italiano del 2015. Con piena ragione. (Giulio Sangiorgio, da “Film TV”, 21 febbraio 2016) Un gran bell’esordio italiano. Biopic austero e assai poco convenzionale della poetessa Antonia Pozzi, vissuta a Milano entre deux guerres e morta suicida all’Abbazia di Chiaravalle. Al suo primo lungometraggio, Ferdinando Cito Filomarino fa clamorosamente centro, girando un film austero e pudico, di eleganza somma ma senza smancerie. Un film che ci racconta Antonia Pozzi senza pretendere di svelarcene il mistero. Da non perdere. 6

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Certo, un giovin signore di trent’anni e qualcosa discendente per un ramo da aristocratica famiglia napoletana e dall’altro dai milanesi Visconti di Modrone, e dunque apparentato al più famoso dei Visconti novecenteschi, Luchino, se si mette a fare cinema un bel po’ di curiosità e di attesa la crea. Suscitando magari i pregiudizi, per non dir peggio, dei tanti populisti del pubblico e della critica, di quanti hanno in odio la cosiddetta casta. Come se nascere bene e crescere meglio (Ferdinando Cito Filomarino ha fatto ottimi studi e pratiche registiche internazionali e con un suo corto ha vinto un premio a Locarno) fosse una colpa, se mai una fortuna, e anche un merito, se la fortuna la sai usare adeguatamente. Vedendo Antonia., biopic – a modo suo assai lontano per aristocratico approccio e distacco da tante produzioni analoghe di cinema e televisione – della poetessa milanese Antonia Pozzi, si vede subito che il giovin signore un qualcosa da Luchino ha preso. Era dai tempi de Il conformista di Bernardo Bertolucci che non si vedeva in un film una ricostruzione così credibile, perfetta e insieme non azzimata ma pulsante, viva degli anni Trenta, in questo caso dei Trenta nella Milano colta, borghese e nobile, una ricostruzione dove non si sbaglia niente, non solo le tappezzerie-mobili-decori vari e gli ambienti, ma la stessa fisionomia e carnalità (o non carnalità) dei personaggi, le posture, gli sguardi, il tono di voce. Evitando, sempre, l’orrendo effetto sepolcrale-museale di tanti period movie nei quali tutto è finto, ogni costume come appena arrivato dalla sartoria, senza che si vedano mai i segni della vita, della realtà, della storia. Antonia. è prima di tutto una lezione di stile ed eleganza vera. Quelle case, quei giardini (i meravigliosi giardini nascosti di Milano) respirano quanto i personaggi che vi si muovono, e già questo è, nel nostro cinema così plebeo, un miracolo. Antonia Pozzi nasce nel 1912, muore suicida, ingerendo un’overdose di sonniferi che le erano stati prescritti, nel prato dell’abbazia di Chiaravalle nel 1938. 26 anni di tormenti, incertezze, abissi interiori, senza mai però tragedie esteriori e chissà quali collassi psichici, piuttosto un’esistenza da perenne non conciliata con il mondo, e per motivi assai difficili da individuare. Solo dopo la sua morte il padre pubblicherà le sue poesie, che ne faranno una delle poetesse di rango del nostro Novecento, grazie anche a quanto di lei scriverà Eugenio Montale. In vita sembra una ragazza qualunque, talentuosa certo, ottima studentessa e poi ottima insegnante, ma con una irriducibile differenza dentro. Una figura elusiva, e il bello del film di Cito Filomarino è che ne rispetta il mistero, non sforzandosi mai di dare una spiegazione psicologistica o sociologistica al malessere di Antonia, mostrandocelo pudicamente, e basta. Con tocchi lievi e allusioni, con molti silenzi e scarne parole, si pensi solo a come il regista risolve la disperazione di Antonia che, dietro una vetrata liberty, sente il colloquio con cui il padre liquida ogni possibilità di una relazione tra lei e un suo insegnante. Succederà ancora, perché il destino di Antonia sembra quello di non essere mai riamata. Intorno a lei nomi che saranno famosi, Remo Cantoni, il maître à penser Antonio Banfi, il futuro poeta Vittorio Sereni, il filosofo Dino Formaggio. Eppure Antonia non riesce a farsi prendere sul serio e a pubblicare le sue poesie, restando un’incompresa, un’inconclusa, un’incompiuta. Non c’è mai dramma, né tantomeno patetismo in questo film, che sceglie l’osservazione partecipe ma da lontano del suo personaggio. Il tono dominante è quello del rigore, e del pudore. Si tende alla sottrazione, a rischio di sfiorare l’anoressia espressiva. La vita di Antonia Pozzi ci scorre davanti come implosa, più mostrata che rappresentata, in un understatement molto milanese, molto lombardo, poco italiano. Qui non si urla, non si esagera, non si piange, neanche quando si decide di ammazzarsi. Una milanesità che Cito Filomarino riesce a trasmettere perché evidentemente la conosce bene. Tutto è credibile. Quella casa a Pasturo, in Valsassina. Quell’amore così aristo-milanese per le montagne, per l’arrampicata (lo sport più bello e nobile del mondo). Quelle passeggiate nelle campagne di Lombardia dove ti sembra di sentire scorrere l’acqua delle rogge (e mi vengono in mente certe scene analoghe di La monaca di Monza, film di un altro regista di casa, Eriprando Visconti). Si allude pudicamente anche a una possibile attrazione omosessuale di Antonia per l’amica Teresita, ma non aspettatevi scene calde, non ce ne sono. La protagonista resta fino alla fine un mistero, un inafferrabile ectoplasma. Film anomalo, fin troppo trattenuto per la media del nostro cinema. Prodotto (anche) da Luca Guadagnino. Sicuramente un notevolissimo esordio, che però potrebbe convincere più all’estero che in casa nostra. Ma spero di sbagliarmi. (Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”, 25 febbraio 2016) INTERVISTA A FERDINANDO CITO FILOMARINO Come è avvenuto il suo incontro con la poetessa Antonia Pozzi? Durante una conversazione con Luca (Guadagnino, ndr) è emerso che la figura di Antonia, per le coordinate intime e per il contesto geografico sociale, poteva essere il soggetto del mio primo lungometraggio. Leggendo le sue poesie e lettere ho sentito immediatamente una forte empatia, ho condiviso la sua ricerca e frustrazione rispetto al contesto in cui viveva. Un contesto che conosco molto bene: Milano dove sono nato e le montagne che arrampicava. Sapendo di giocare in casa, si trattava di fare il ritratto di Antonia dal punto di vista intimo e profondo, piuttosto che raccontare la sua arte. L’idea perciò non era quella di realizzare un biopic? Esatto, ma di guardare alcuni momenti della sua esistenza e cercare di capire perché lei aveva bisogno di scrivere e di scattare fotografie. Come mai succedeva e le ragioni delle sue scelte, compresa l’ultima. Insomma trasformare in cinema questo suo mondo poetico, parallelo. Sì, narrare l’epoca e le persone che con lei interagiscono, ma partendo dalla prospettiva intima di Antonia e tracciando il momento creativo. (...) Che idea si è fatto di questa donna? Una persona con una profondissima necessità di esprimersi, ma che in quel momento parla un’altra lingua, vive in un momento sbagliato anche se è figlia della sua epoca. La difficoltà più grande di questo suo esordio? Tutta la vita creativa ed emotiva di alcuni poeti, e di sicuro di Antonia, si svolge all’interno della persona. Se si guardano con attenzione le foto di lei in mezzo agli amici e alla famiglia, si ha la percezione di una persona intensa, comunque mimetizzata che non si manifesta in modo eclatante. La difficoltà era mostrare nel film questo travaglio interiore. (...) Un’intera sequenza del film viene commentata da una canzone di Piero Ciampi, cantautore degli anni ’60 e ’70. Una scelta provocatoria? Ascoltando le sue canzoni e sapendo della sua vita, emerge tra Ciampi e Antonia Pozzi una sorta di affinità, nonostante le epoche diverse. La necessità di esprimersi, l’impossibilità d’interagire con il mondo secondo degli schemi normativi erano condivise da entrambi. L’unico modo in cui riuscivano a sopravvivere al disagio interiore era per tutti e due la poesia. Non dimentichiamoci che Ciampi ha iniziato con la poesia, poi è arrivato alla musica. (Parte di un’intervista di Stefano Stefanutto Rosa, da “Cinecittà News”, 22 novembre 2015) Regia: Ferdinando Cito Filomarino - sceneggiatura: Ferdinando Cito Filomarino, Carlo Salsa - fotografia (colore): Sayombhu Mukdeeprom - montaggio: Walter Fasano - scenografia: Bruno Duarte - costumi: Ursula Patzak - interpreti: Linda Caridi, Filippo Dini, Alessio Praticò, Perla Ambrosini, Maurizio Fanìn, Federica Fracassi, Luca Lo Monaco, Francesco Meli, Alberto Burgio e l’alpinista Hervé Barmasse - produzione: Luca Guadagnino e Marco Morabito, per Frenesy Film Company/Rai Cinema - origine: Italia/Grecia, 2015 - durata: 1h 36’. FERDINANDO CITO FILOMARINO Nasce a Milano nel 1986. Dopo la laurea in Semiotica del Cinema a Bologna, lavora come assistente alla regia, sceneggiatore e tecnico del montaggio. Nel 2010 realizza il cortometraggio Diarchia, premiato ai Festival di Locarno, Sundance, ed altri. Nel 2013 firma il documentario L’Inganno, presentato al Festival di Roma. Antonia. è il suo primo lungometraggio a soggetto. 7

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3 film GIOVEDÌ 20 OTTOBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 TANGERINES - MANDARINI regia di Zaza Urushadze Estonia/Georgia, 2013 - 1h 27ʼ - versione originale sottotitolata PREMI / RICONOSCIMENTI Tallinn Black Nights Film Festival 2013: Premio per il miglior film estone; International Film Clubs Award - Warsaw Int. Film Festival 2013: Premio del pubblico; Premio miglior regia - Mannheim-Heidelberg International Filmfestival 2013: Premio del pubblico - Bifest 2014: Miglior film - Jerusalem Film Festival 2014: Premio per la pace al miglior lungometraggio - Satellite Awards 2014: Miglior film del concorso internazionale - Gaudí Awards 2016: Miglior film europeo - Candidato all’Oscar e ai Golden Globes nel 2015. Realizzare un film antimilitarista è operazione più delicata di quanto sembri: sempre a rischio di moralismo, magari in buona fede, il genere cede spesso alle tentazioni dello schematismo e della “purezza” facile. Non è il caso di Tangerines - Mandarini, produzione estone-georgiana già compresa nella cinquina dei Golden Globe e poi degli Oscar 2015 per il miglior film in lingua straniera. L’azione si svolge in Abkhazia, regione a nord-ovest della Georgia, nel 1991, anno dilaniato da sanguinosi conflitti inter-etnici di cui il resto del mondo capiva ben poco. In un villaggio che la guerra ha condannato alla diaspora sono rimasti solo due uomini, entrambi estoni: il vecchio Ivo, che non intende lasciare la terra dei suoi ricordi, e Margus, coltivatore di mandarini deciso a non andarsene prima di avere raccolto i frutti. Ivo costruisce casse per i mandarini, ma gli eventi dispongono altrimenti. Nei pressi delle loro fattorie si svolge un fulmineo conflitto armato tra mercenari ceceni e soldati georgiani. Solo due uomini sopravvivono: uno per parte. Sono gravemente feriti e il vecchio salva la vita a entrambi; ma come evitare che, ristabiliti, si ammazzino l’un l’altro? È evidente che l'impianto del film ha un forte sapore di parabola umanista, imperniata sulla bestialità degli uomini, dei rancori atavici e della guerra; tanto più detestabili sullo sfondo di paesaggi naturali che sembrano ispirare serenità. E qui sta il pericolo, appunto, della fiaba moraleggiante. Per sua (e nostra) fortuna, il regista e sceneggiatore Zaza Urushadze sa come evitarlo. Intanto costruisce tutto il dispositivo sul personaggio di Ivo, uomo venerabile, saggio e melanconico cui affida una doppia consapevolezza: che la violenza è assurda e tuttavia, in circostanze date, inevitabile. Poco a poco, con gesti sobri e senza predicare, il vecchio insinua nei due nemici per la pelle il dubbio che l’altro possa essere accettato e rispettato, come qualcuno di - inaspettatamente - simile a sé. Però Urushadze fa di più, imponendo alla trama un paio di virate narrative di grande efficacia. In una prima sequenza il georgiano Niko è costretto a spacciarsi per ceceno, se vuole salvarsi la vita. In una successiva è il ceceno Ahmed a essere scambiato per georgiano da un ufficiale imbecille che milita nel suo stesso fronte; e i due nemici giurati devono allearsi contro la cecità di costui. L’episodio è liberatorio; e tuttavia, insieme, ribadisce l’eterno ritorno della violenza. È in questo episodio paradossale, soprattutto, che fa capolino una vena d’ironia amara; anche se meno evidente rispetto ad altri due film che questo fa venire in mente: No Man’s Land e il recente Perfect Day. (...) (Roberto Nepoti, da “La Repubblica”, 26 maggio 2016) Perché esiste la guerra? Ovvero, perché facciamo la guerra? Stimato cineasta georgiano, Zaza Urushadze ha in merito idee facilmente condivisibili, che peraltro lo avvicinano all'Ermanno Olmi di Torneranno i prati o al croato Dalibor Matanić del piccolo caso, ancora in sala, Sole alto: «Inquietante pensare a quanto irresponsabilmente i politici scatenino guerre che finiscono per mandare la gente comune a morire. Persone normali, che amano la vita e se la sono costruita con fatica e passione. La morte di un essere umano è irreversibile, ma per i politici è solo una questione di statistiche». Come dargli torto? Lo diceva già Olmi, in riferimento ai massacri del '15-'18 approcciati con l'ultimo, bellissimo film: «Si dovrebbe eroicamente far prevalere la propria coscienza sulle esigenze militari dei comandi superiori. Di certo, sui monumenti che ritraggono gli alti ufficiali, bisognerebbe scriverci sotto “criminale di guerra”». Passano i decenni, cambiano le latitudini, non «le ragioni - aggiunge Urushadze alla base di un conflitto, che sono del tutto arbitrarie e artificiali», siano esse religiose, etniche o culturali. Sceneggiatore e regista, classe 1965, figlio del calciatore Ramaz, Zaza ci riporta alla cruenta dissoluzione dell'impero sovietico, in uno dei tanti teatri di scontro, focolai di rivolta seguiti alla fine del “sogno” unitario di Lenin e Stalin. Siamo nel 1991, infuria il conflitto tra la Georgia e la piccola repubblica separatista di Abcasia sostenuta dai russi, e ci sono le solite, immancabili vittime collaterali: gli estoni, un'esigua enclave che risale ancora alla metà del XIX secolo. Allarmata dai venti di guerra, la stragrande maggioranza ha fatto ritorno in patria, rimangono solo pochi irriducibili, ultimi custodi di villaggi divenuti all'improvviso fantasmi. Vecchi come Ivo (Lembit Ulfsak, mostro sacro del cinema estone) e il suo amico Margus (Elmo Nüganen), ancorati ai frutti di quella terra: i mandarini, gioia e colore di un paesaggio meraviglioso, quasi fatato. (…) Tangerines - Mandarini non è un'opera esibizionista, tutt'altro, nondimeno ha saputo farsi vedere e apprezzare in giro per il mondo. Nominato sia agli Oscar che ai Golden Globes nella categoria miglior film straniero (2015), ha rastrellato premi a ogni latitudine, forte di questa poetica sommessa e, a suo modo, rivoluzionaria: un war movie atipico, più interessato alle conseguenze esistenziali che non alle azioni belliche. Introspettivo e, qualità mutuata dal protagonista Ivo, assertivo, non brilla per una trama particolarmente inedita o avvincente, eppure si snoda con la calma, inconfutabile necessità dell'apologo pacifico e pacifista, (di)mostrando come basti crearne le basi - la forzata convivenza di Ahmed e Niko - perché il dialogo attecchisca e dia frutti. Tra location suggestive e voltaggio paradigmatico, Tangerines non concede nulla all'happy ending, ma molto alla speranza: non perdetelo. (Federico Pontiggia, “Il Fatto Quotidiano”, 26 maggio 2016) t.o.: “Mandariinid” - regia: Zaza Urushadze - sceneggiatura: Zaza Urushadze - fotografia (colore): Rein Kotov - montaggio: Alexander Kuranov - suono: Harmo Kallaste, Ivo Felt - musica: Niaz Diasamidze - scenografia: Thea Telia - interpreti: Lembit Ulfsak (Ivo), Mikheil Meskhi (Niko), Giorgi Nakhashidze (Ahmed), Elmo Nüganen (Margus), Raivo Trass (Juhan) - produzione: Allfilm/Cinema24 - origine: Estonia/Georgia, 2013 - durata: 1h 27’. ZAZA URUSHADZE I lavori di questo premiato regista georgiano esplorano questioni complesse da un punto di vista profondamente umanista, in grado di valicare i confini nazionali. La sua non è mai una posizione populista, quello che gli interessa, piuttosto, è mettere i valori umani al di sopra delle dinamiche della politica. Ha debuttato come sceneggiatore e regista nel 1989 con il mediometraggio Mattvis vints maman miatova. Tangerines è il suo sesto film. 8

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4 film GIOVEDÌ 27 OTTOBRE 2016 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 NAHID regia di Ida Panahandeh - opera prima Iran, 2015 - durata: 1h 44ʼ - versione originale sottotitolata PREMI Cannes 2015 - Un Certain Regard: Premio della Critica Internazionale Fipresci - Avenir Prize (ex aequo con Tra la terra e il cielo) / National Film Awards, India 2016: Miglior esordio / Zee Cine Awards 2016: Premio del pubblico; Premio per il montaggio / SAARC Film Festival, Sri Lanka 2016: Miglior film; Miglior regia. Ora che il cinema iraniano ha perso Kiarostami, cerchiamolo negli eredi, nella deb Ida Panahandeh che ci racconta la sopravvivenza di una donna divorziata in una cittadina del Nord sul mar Caspio, in lotta con un marito drogato per la custodia del figlio. Grido di vendetta, di dolore, di ingiustizia sociale e di speranza; ritratto di una ragazza che ha un amore di riserva, ma è perduta in una civiltà declinata al maschile nel senso peggiore. E il bambino è già sulla cattiva strada. Colorato quel poco che basta, il film è di un realismo che fatica ad essere magico e si scontra con ingiustizie quotidiane culminanti nel “matrimonio temporaneo” e nei ricordi dell'esperienza di famiglia dell'autrice, che si rivela coraggiosa con passione non melodrammatica. (Maurizio Porro, da “Corriere della Sera”, 7 luglio 2016) Chi è peggio fra Nahid (Sareh Bayat) e Ahmad (Navid Mohammad Zadeh)? I due sono divorziati e hanno un figlio d'una decina d'anni, Amir Reza (Milad Hassan Pour). Secondo la legge iraniana, il ragazzino dovrebbe vivere con il padre, che però ha rinunciato all'affidamento, a patto che lei non si risposi. Senza lavoro, Ahmad vive di espedienti. Gli sarebbe difficile tenere Amir Reza, e neppure lo desidera. Lo va a prendere il fine settimana a casa di Nahid, per affermare il proprio diritto maschile, ma poi non sa far altro che portarlo sui moli del porto canale della loro piccola città in riva al Mar Caspio o a fare scommesse illegali. Non è un granché né come padre né come uomo. Eppure, Nahid teme che un giudice lo preferirebbe a lei. È l'opera prima di una regista iraniana trentaseienne, Nahid. Nata a Teheran nel 1979, Ida Panahandeh racconta una storia minima e dai toni sommessi, come se volesse aggirare i molti ostacoli che ancora ha l'espressione artistica e cinematografica in Iran. Ma già il nome della protagonista non ha nulla di minimo o di sommesso. Nella religione persiana precedente a Zoroastro, Anahita o Anahid era una potente divinità femminile, che pare raccogliesse in sé le qualità di Atena e di Artemide, e anche quelle di Afrodite e della Grande Madre Cibele. Pur costretta a nascondersi sotto abiti grigi e con il capo sempre coperto da un velo, a noi così pare Nahid, insieme amante e madre in un paese in cui una donna può esser considerata peggiore di un uomo già solo per il fatto di esser donna. (…) Vive in un mondo tutto maschile, la “dea” Nahid raccontata dalla Panahandeh e dal cosceneggiatore Arsalan Amiri. Il suo presente e il suo futuro dipendono da tre uomini, anzi da quattro: oltre che dal figlio e dall'ex marito, anche dal fratello Nasser (Pouria Rahimi) - un nuovo matrimonio sarebbe disonorevole per lui e per la famiglia -, e dall'ottimo Massoud, che la ama, ma che da lei pretende la rinuncia a un proprio lavoro. (...) Che cosa potrà fare, Nahid? Fingere di accettare il ricatto di Ahmad, e intanto sposare “temporaneamente” Massoud, come permette le legge iraniana? Affidarsi all'autorità e ai soldi di lui, che è pronto a far muovere il proprio avvocato contro Ahmad e la sua famiglia? Rimandare la decisione e stare fra i due uomini, giocandoli entrambi ed eludendo lo strapotere di un mondo che la vorrebbe schiacciare? Alla fine, è sua la decisione, anche se presa accanto a Massoud. (...) (Roberto Escobar, da “Il Sole 24 Ore”, 10 luglio 2016) (…) Sebbene si tratti di un'opera condotta con stile pulito e assolutamente rispettabile, non è propriamente nel suo valore estetico che risiedono le sue principali qualità, la sua rilevanza. Si tratta soprattutto di un termometro – interessante anche fuori dai confini cui ci si riferisce, grazie al preciso disegno delle situazioni e dei personaggi, grazie alla sensibilità degli interpreti, tra i quali spicca l'attrice Sareh Bayat che fu protagonista del bellissimo Una separazione di Asghar Farhadi – immerso nell'evoluzione di una società, quella iraniana, evidentemente alle prese con un aspro corpo a corpo fra tradizione e novità, conservazione e innovazione, ieri e domani. Con particolare riferimento allo stato dei costumi nelle relazioni tra i sessi, e alla condizione femminile nella modernità di un grande paese sul quale continuano a pesare condizionamenti pesantissimi. Nella società e nella famiglia. Codificati non solo dal sentire comune ma dalla stessa legge. Presentando infiniti spunti di osservazione e riflessione. Lo stato delle norme e dei pregiudizi, con il relativo soffocante controllo sociale che ne discende, impone a Nahid un secco bivio. Proteggere la propria identità e dignità di madre, oppure vivere la propria vita e aprirsi a un nuovo amore. Sembra impossibile conciliare i due termini che ogni donna avrebbe pieno diritto di poter conciliare. Tutto questo, va detto, non viene sciorinato in modo semplicistico e schematico. Ogni personaggio, come accade, ha in sé luci e ombre, e si nutre di contraddizioni. L'ex marito, tra mille colpe e negligenze, ama il figlio e forse ha amato e continua ad amare l'ex moglie. Il nuovo compagno è un uomo perbene e affidabile – anche economicamente: elemento che Nahid, nella sua dolorosa dipendenza, non è così libera di trascurare – ma forse anche un po' paternalista. La stessa fierezza di Nahid è sottoposta a durissima prova. Sembra uno di quei film (non va dimenticato che la regista non è un'espatriata) destinati a esercitare una funzione "epocale" per la comunità di appartenenza. Come, nelle più diverse sfumature, fu per gli americani e per il tema della segregazione razziale Indovina chi viene a cena? o per noi Divorzio all'italiana di Germi. (Paolo D'Agostini, da “La Repubblica”, 30 giugno 2016) t.o.: “Nahid” - regia: Ida Panahandeh - sceneggiatura: Ida Panahandeh, Arsalan Amiri - fotografia (colore): Morteza Gheidi - montaggio: Arsalan Amiri - musica: Majid Pousti - interpreti: Sareh Bayat, Pejman Bazeghi, Navid Mohammad Zadeh, Milad Hassan Pour, Pouria Rahimi, Nasrin Babaei - produzione: Documentary and Experimental Film Center - origine: Iran, 2015 - durata: 1h 44’. IDA PANAHANDEH Nata a Teheran nel 1979, ha frequentato un MFA in regia e un BFA in fotografia di scena, realizzando cortometraggi presso la Teheran Art University. Ha poi diretto numerosi film per la TV di Stato iraniana ed è stata premiata in vari festival televisivi. Ha partecipato alla Berlinale del 2009 nella sezione Talent Campus con il cm Cockscomb Flower. I diritti delle donne sono l’oggetto di documentari e di Nahid, primo e premiato lungometraggio di finzione. 9

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festival di pesaro DAL ROMANZO POPOLARE AL CRITO-FILM L a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha raggiunto la 52esima edizione. Al secondo anno della direzione di Pedro Armocida, dopo la lunga stagione della direzione di Giovanni Spagnoletti, la Mostra non rinuncia all’attenzione al cinema di qualità, anche se meno frequentato e marginale. Cinema che quando ricorre alla forma racconto lo fa con il piglio dell’approfondimento e dello studio, come è dimostrato dall’importante saggio che quest’anno è stato dedicato al Romanzo popolare: narrazione, pubblico e storie del cinema italiano degli anni 2000. Una sezione è stata appunto dedicata a questa, come la definisce Armocida, “prospettiva di film” per cercare di dare una risposta alla domanda se il cinema può essere considerato ancora un’arte popolare. Sono state proposte a confronto le proiezioni de I compagni di Monicelli con il mondo dei nuovi lavori di Tutta la vita davanti di Virzì. Nei toni della commedia ecco confrontarsi la Terza Liceo di Luciano Emmer con Come te nessuno mai di Muccino. Sul terreno del film d’azione sono stati proposti Milano calibro 9 del ‘72 di Fernando Di Leo con Il passato è una terra straniera di Vicari e Suburra di Sollima. Sulle deformità del potere sono stati posti a confronto Todo modo di Elio Petri e Viva la libertà di Roberto Andò. Quest’ultimo è stato invitato alla Mostra come Presidente della giuria, composta poi da studenti e giovani di corsi universitari di cinematografia e comunque di scuole italiane che al film sono indirizzate. Un’ampia sezione è stata dedicata al così detto “Critofilm”: film sul cinema, cinema che pensa il cinema. Adriano Aprà ha selezionato numerosi corti e medio metraggi su questa pratica che fa critica cinematografica servendosi dello strumento omologo a quello di cui parla. Nella personale del regista algerino Tariq Teguia si è Les Ogres, vincitore del Premio Lino Micciché e del Premio del Pubblico Roberto Pecci confermata la sua prospettiva di cinema militante in cui sono importanti i riferimenti a Godard. La sua ultima opera, Rivoluzione Zanj, è una riflessione sulle Primavere Arabe. Per quanto riguarda le opere in concorso, è da ricordare che il Premio della Mostra è stato assegnato quest’anno a Les Ogres di Léa Fehner: la messa in scena dei rapporti tra i componenti di una compagnia teatrale che viaggia di città in città per rappresentare Čechov. Il cinese Kaili Blues di Bi Gan, film già molto noto a livello in- Making of del film For a Son di Suranga, socio del Circolo del Cinema ternazionale, ci ha mostrato una Cina subtropicale dove viene situata la storia, con importanti straniamenti temporali, di un ambiguo viaggio alla ricerca di un ragazzo abbandonato da tempo dal padre. Molto apprezzato anche (vedi il giornale Il Manifesto del 9 luglio) The Ocean di Helena Lee. Ma la vera sorpresa è stata trovare in concorso come proposta italiana il primo lungometraggio del socio del Circolo del Cinema Suranga Deshapriya Katugampala di origine singalese. I conflitti tra la madre emigrata in Italia, che con fierezza si attacca alle sue radici, ed il figlio adolescente cresciuto nel nostro paese, che da quella cultura sembra allontanarsi. Un’opera prima convincente che ha usufruito come protagonista di un’attrice molto famosa in Sri Lanka, arrivata a lavorare a Verona per qualche settimana non senza peripezie. Suranga si è servito per scelta di maestranze srilankesi proprio a dimostrare come anche in Sri Lanka esista un’alta professionalità nella produzione cinematografica. Suranga, formatosi in Italia, vuole confermare quindi con forza la propria appartenenza alla cultura singalese; ce lo ha confermato in un colloquio personale dove sono emersi uno straordinario entusiasmo ed una travolgente passione per il mezzo cinema. Stiamo lavorando per farvelo conoscere. 10

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mostra di venezia TRA SORPRESE E DELUSIONI Come è stata la 73. Mostra Internazionale d’Arte Ci- nematografica di Venezia? Partiamo dalla sua denominazione ufficiale, che si usa raramente ma che forse può aiutarci nel fare un bilancio a distanza e non a caldo, prendendo appunto quei termini: “arte cinematografica”. Abbiamo visto del cinema di qualità, artistico, abbiamo avuto delle sorprese, ma anche tante delusioni. PREMI. Cominciando dal Leone d’oro, più che una sorpresa è stata proprio una delusione. Nelle ultime edizioni infatti la Mostra (cioè la sua giuria) ha incoronato film da supercinefili, “da festival”, magari amati dalla critica ma molto meno dal pubblico e quest’anno la conferma: premia un film di 226 minuti e inquadrature fisse, in bianco e nero. The Woman Who Left (“La donna che partì”) è del filippino Lav Diaz, autore culto di film fiume adorati dai cinefili di tutto il mondo (e mai distribuiti in Italia). Nel racconto di Horacia, rimessa in libertà dopo trent’anni di carcere scontati ingiustamente, Diaz dimezza la durata rispetto al suo standard, eppure che fatica per gli spettatori! Meno, evidentemente, per i critici che non hanno risparmiato elogi. Lorenzo Reggiani FUORI CONCORSO. Come spesso avviene al Lido, si vedono film di qualità inspiegabilmente confinati fuori dalla gara. È il caso di The Journey di Nick Hamm (Regno Unito), la storia vera di due acerrimi avversari politici negli anni più difficili dell’Irlanda del Nord. I “Chuckle Brothers” Ian Paisley e Martin McGuinness, furono divisi dalla politica e uniti dall’amicizia. Nel film il viaggio che i due furono costretti a fare e che cambiò il corso della storia vede una magistrale interpretazione di Timothy Spall e Colm Meaney ed una grande regia. Anche Hacksaw Ridge di Mel Gibson, al netto di alcune scene troppo cruente, avrebbe ben figurato in concorso: è un’altra storia vera, quella del soldato Desmond Doss, primo obiettore di coscienza che a Okinawa, in una delle più sanguinose battaglie della seconda guerra mondiale, salvò 75 uomini senza sparare un solo colpo. Si spara, e molto, ne I magnifici sette, remake del capolavoro-successo datato 1960 di John Sturges, diretto da Antoine Fuqua con Denzel Washington, Chris Pratt e Ethan Hawke. È stato il film di chiusura della Mostra e, com’era prevedibile, si è beccato gli spari della critica. Ma, senza fare troppi paragoni, è un grande divertente spettacolo, ben realizzato, con un suo appeal che si tradurrà in un successo al botteghino. Scena del film The Women Who Left di Lav Diaz, Leone d’Oro Il Leone d’argento è diviso a metà (con un ex aequo non previsto dal regolamento) tra due film diversissimi: l’elegante e poetico Paradise sull’Olocausto del maestro russo Andrei Konchalovsky e lo spiazzante fanta-eroticohorror La región salvaje del messicano Amat Escalante (bocciato dalla critica). Poche stellette della critica anche per The Bad Batch della regista americana Ana Lily Amirpour, curiosa storia di cannibalismo tra gente “difettosa” ambientata in Texas, che si prende invece il premio speciale della giuria. Un premio “pesante”, se non addirittura il Leon d’oro, avrebbe meritato Jackie di Pablo Larraín, la morte di Kennedy nel ritratto della first lady interpretata da Natalie Portman, degna della Coppa Volpi. Il film si è dovuto accontentare del premio per la sceneggiatura (comunque meritatissimo). I Chuckle Brothers nel film The Journey del regista Nick Hamm ITALIANI DA BOCCIARE E NON. In concorso erano in tre, e sono rimasti a mani vuote. Giustamente. Il cinema italiano sbarcato al Lido è apparso troppo esile, troppo fragile, troppo narciso. Piuma di Roan Johnson è un prodotto banale, da prima serata tv, che non si distingue da decine di altri prodotti cinematografici e televisivi che si fanno in Italia. Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Marti- 11

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mostra di venezia na Parenti è un film austero, senza ombra di narrazione tradizionale, che mette a dura prova lo spettatore più benintenzionato. Questi giorni di Giuseppe Piccioni ha i toni ovattati e delicati caratteristici dell’autore, ma questo sguardo non riesce a rendere interessanti i personaggi femminili sempre tristi, poco simpatici e senza evoluzioni. Le note migliori per il nostro cinema sono venute da altre sezioni. Nelle Giornate degli autori ci ha colpito La ragazza del mondo, opera prima di Marco Danieli che impietosamente e lucidamente affronta il mondo dei Testimoni di Geova, mentre Indivisibili di Edoardo De Angelis ha preso una valanga di premi tra cui il Pasinetti. L’unica Italia che vince davvero al Festival veneziano è quella del documentario, con Liberami di Federica Di Giacomo, miglior film ad Orizzonti, una pellicola sul ritorno dell’esorcismo nel mondo contemporaneo, il cui protagonista è un mite frate francescano di nome Cataldo, che opera a Palermo. I PREMI UFFICIALI DEL CONCORSO LEONE D’ORO per il miglior film: Ang babaeng humayo (The Woman Who Left) di Lav Diaz (Filippine) GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Nocturnal Animals di Tom Ford (USA) LEONE D’ARGENTO per la migliore regia (ex aequo): Paradise (Federazione Russa, Germ.) di Andrei Konchalovsky La región salvaje (the untamed) di Amat Escalante (Messico, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Svizzera) Jude Law protagonista della serie TV The Young Pope di Sorrentino SORRENTINO. L’autentica sorpresa della Mostra è lui, Paolo Sorrentino. Il suo Papa giovane (The Young Pope) dopo tanta segretezza ha rivelato il suo volto nelle fattezze di Jude Law sugli schermi del Lido, dove sono state proiettate (fuori concorso) le prime due puntate della miniserie televisiva che andrà in onda in ottobre in Europa e in America (in Italia su Sky). Sorrentino gioca col clero, svestendolo della sua sacralità, con l’ironia con cui aveva già punteggiato La grande bellezza. Mostra i lati comici di certa ritualità, mentre il gran burattinaio del Vaticano, il cardinal Voiello (straordinario Silvio Orlando), è un battutista funambolico. Abilissima la mano registica, eccellente la fotografia, filologici i costumi. Ce n’è abbastanza per un assaggio che ci fa attendere con fede il resto. LIDO. Sempre il solito, con la bella novità del gigantesco cubo rosso lacca circondato di verde, dove si è visto un programma ben accolto dal pubblico che lo ha affollato ad ogni ora. Code sempre e dovunque ma non penalizzate dalle misure di sicurezza, rivelatesi meno invasive del previsto e dell’annunciato. Niente controlli particolari, solo alcune barriere collocate nelle strade con spostamento delle fermate dei bus. Red carpet “tranquillo” senza eccessi di divismo, forse perché i divi non erano molti. Nessuna novità sul fronte ristoro, con la tavola calda “obbligata” e con l’aspetto di una mensa. Ma la Mostra di Venezia- alla quale non si può mancare- è anche tutto questo. Altrimenti sarebbe Cannes. 12 COPPA VOLPI migliore attrice: Emma Stone in La La Land di Damien Chazelle (USA) COPPA VOLPI migliore attore: Oscar Martínez in El ciudadano ilustre di Mariano Cohn e Gastón Duprat (Argentina, Spagna) PREMIO MASTROIANNI a un giovane attore emergente: Paula Beer in Frantz di François Ozon (Francia, Germania) Premio per la MIGLIORE SCENEGGIATURA: Noah Oppenheim per Jackie di Pablo Larraín (Regno Unito) PREMIO SPECIALE della Giuria: The Bad Batch di Ana Lily Amirpour (USA)

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mostra di venezia ORIZZONTI, LE NUOVE CORRENTI DEL CINEMA MONDIALE Corinna Albolino Orizzonti, importante sezione della Mostra Internazio- Eppure all’interno di questi tunnel di vita i giovani re- nale d’Arte Cinematografica di Venezia ed espressione gisti sanno far brillare scintille di umanità, foriere di una delle nuove tendenze estetiche del cinema contempora- salvezza possibile. Così in Tarde para la ira si vede il giu- neo, cui attinge spesso anche il nostro Circolo, quest’anno stiziere risparmiare una delle sue vittime per amore di una ha offerto una panoramica particolarmente articolata. donna, anche se moglie di uno di loro, la premiata Ruth Nella varietà delle tematiche affrontate è però possibile Diaz come miglior interprete femminile. Ne Il più grande individuare un filo conduttore, quello del disagio radicale sogno la salvezza è celebrata invece attraverso la messa che connota la crisi globale del nostro tempo e che ge- in scena di una storia vera che raggiunge un eroico happy nera un ampio spettro di comportamenti devianti, dalla end contro ogni aspettativa. Ugualmente intensa la con- più spietata violenza alla completa passività. L’esito è però clusione positiva della vicenda del guerrigliero maoista di sempre lo stesso: la fuga o il tentativo di fuga da una re- White Sun che, colpito dalla capacità dei bambini del suo altà che appare insopportabile. villaggio natale di portare a termine un antico rito fune- È il caso di São Jorge del regista portoghese Marco bre che gli adulti avevano invece interrotto a causa dei Martins, il cui interprete è un pugile fallito, che per ne- loro litigi ideologici, riesce a coniugare l’umanità della sua cessità si mette al servizio di spregiudicate e violente sensibilità rivoluzionaria con il portato di una tradizione agenzie di riscossione dei crediti bancari che imperversa- che non meritava di essere cancellata. vano ai tempi della politica rigorista della Troika. Minacce, Sempre seguendo lo stesso filone interpretativo, ma aggressioni e delitti contro un popolo di disperati costi- entrando ora nell’universo degli adolescenti, s’incontra tuiscono il contesto sociale del film. Le vittime per so- Home dell’olandese Fien Troch, premiato per la miglior pravvivere diventano carnefici loro malgrado, come regia. Protagonista è Kevin, un giovanissimo delinquente accade a Jorge che invoca appunto San Giorgio per ab- appena uscito dal carcere minorile ed affidato ad una battere la mostruosità delle azioni che lo vorrebbero com- nuova famiglia, perché la propria era francamente inac- plice. Una interpretazione molto efficace che ha valso cettabile. Da questa aveva infatti imparato solo a sferrare all’attore Nuno Lopes il premio di miglior interprete ma- pugni contro chi semplicemente non gli andava a genio. schile. Analoga reazione quella del protagonista di Tarde Ma come gli altri coetanei apparentemente normali, Kevin para la ira dello spagnolo Raúl Arévalo, un pacifico citta- vive una totale separazione dal mondo degli adulti che dino che, a seguito di una rapina in banca in cui gli viene non è, come in passato, soltanto salto generazionale, ma uccisa la fidanzata e ridotto il padre in stato vegetativo, vera e propria estraneità di linguaggio e di comunica- reagisce con efferata determinazione fino al punto di ter- zione, simboleggiata dall’uso ossessivo del telefonino rorizzare gli stessi assassini, rendendoli incapaci di ogni istintiva risposta di di- Federica Di Giacomo, vincitrice di Orizzonti (gettyimages) fesa. E ancora in Maudite Poutine del francese Karl Lemieux la ribellione si scatena contro dei trafficanti di droga fino all’estremo sacrificio di sé. Ne Il più grande sogno dell’italiano Michele Van- nucci, Mirko non solo appare come un uomo senza futuro, ma egli stesso, pas- sivo alla violenza che lo circonda, si dice disinteressato al proprio futuro, perché ne ha addirittura smarrito il significato. In White Sun del nepalese Deepak Rauniyar si racconta la fine di un mondo segnato dal ferreo ordine sociale delle caste a scapito di una massa di dispe- rati. La presa di coscienza di questa di- scriminazione non può quindi che generare nel protagonista rivoluzionario repulsione e rifiuto radicale verso ogni tradizione del suo Paese, ma al con- tempo straniamento identitario. 13

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mostra di venezia ormai assurto a propria protesi vitale. In questa dimensione monadica matura una solidarietà di branco che aiuta un compagno a liberarsi di una madre ossessiva ed incestuosa. Un dramma che i limitati orizzonti piccolo-borghesi degli adulti non avevano saputo neppure sospettare. Anche il film Réparer les vivants della francese Katell Quillévéré si apre con la temerarietà di giovani, che si conclude tragicamente con un incidente d’auto. La tecnica medica consente però di trattenere Simon dalla morte in uno stato di coma irreversibile, che pone ai genitori il problema di accettare una richiesta di donazione d’organi. Dopo un primo sofferto rifiuto segue il doloroso consenso. Al dramma dei genitori fa da contrappunto quello di una giovane madre cardiopatica che riceverà il cuore del ragazzo. Il clou del film è però espresso dalla tensione della corsa organizzativa per preparare da una parte la chirurgia del donatore e dall’altra quella del donato. In scena è la vita stessa che trapassa da un corpo all’altro scorrendo come sangue in sofisticate apparecchiature. Tutto è reso con un turbine di immagini simboliche potenti, che vanno oltre il realismo per esaltare il continuum della vita in nuove sembianze, in altre storie. Il film forse più bello sotto il profilo strettamente cinematografico per l’impagabile scenografia e fotografia è Koca Dünya del turco Reha Erdem, la storia di due adolescenti che si pensano fratelli non per legami di sangue, ma per aver condiviso la dura esperienza dell’orfanotrofio. Alì strappa l’abusata Zuhal dalla famiglia adottiva accoltellandone ogni componente. Si rifugiano nella foresta. L’habitat fortemente suggestivo, animato dalle più svariate forme di vita, diventa il vero protagonista del film. Tra i due ragazzi e la natura si instaura un rapporto di assoluta intimità, quasi di fusione. Immagine stupenda è quella in cui dormono abbracciati ad un tronco d’albero che si protende sull’acqua del fiume. A questa magia fa da contrappunto il mondo degli uomini simboleggiato dal circo, dove invece predominano l’inganno, l’opportunismo e il mercimonio. Il premio più importante di Orizzonti, quello del miglior film, va invece all’italiano Liberami di Federica Di Giacomo, un film-documentario sull’esorcismo. Qui il dramma della ricerca della salvezza, che muove masse di disperati ignorati o traditi dalla vita, approda al sacro, come dimensione ancestrale che un prete esorcista, assediato da una folla esagitata, appare in grado di raggiungere. Scene di vera e propria isteria collettiva si susseguono in tutto il film. L’elemento tragico e quello grottesco si contendono il primato, suscitando negli spettatori sentimenti parimenti contrastanti. Il tutto si svolge emblematicamente in enclavi dell’entroterra siciliano. La figura del prete è pregna di ambiguità, come per altro la posizione della Chiesa intorno all’esorcismo che con estremo garbo viene soltanto accennata. Rimane comunque il fatto che la società dei Lumi non è in grado di anteporre alcunché ad una risposta certamente rozza e ingannevole, ma pur sempre testimonianza di un prendersi cura dei dannati della Terra. 14 Micaela Scapini S ette i film in concorso di questa rassegna autonoma, organizzata da 31 edizioni dal Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici Italiani, che partecipavano al “Premio del Pubblico” intitolato al Circolo del Cinema di Verona. La Commissione di selezione, come ha ricordato il Delegato Generale della SIC Giona A. Nazzaro, li ha scelti «tra più di 500 film iscritti, all’insegna del “piacere filmico”, un “piacere” che si attiva a partire da un rimettersi in gioco rispetto alle convenzioni della visione, un “piacere” del quale il rischio e lo stupore sono gli elementi fondanti». Le ultime cose, di Irene Dionisio, racconta, attraverso le storie di persone e oggetti che passano da un banco di pegni a Torino, le esistenze dei perdenti che ripongono le loro ultime speranze in un luogo che diventa speranza e ultima spiaggia, rappresentazione di una società in crisi. Jours de France, di Jérome Reybaud, affronta il tema dell’abbandono attraverso uno strumento attualissimo, una app per incontri gay, Grindr. Un viaggio fisico e sentimentale, che porta i due protagonisti a rincorrersi passando attraverso luoghi e incontri, alla ricerca dell’amore. Tabl (Drum), di Keywan Karimi, realizzato clandestinamente dal giovane regista iraniano condannato ad un anno di prigione e 223 frustate per aver offeso la sacralità islamica nel precedente lavoro, Writing on the City, è un giallo enigmatico che descrive una Teheran spettrale, personaggi e luoghi in un’atmosfera sospesa. Ha vinto il Premio Leone del Futuro, attribuito ad un’opera prima scelta fra tutte quelle in concorso nelle varie sezioni della Mostra, Akher Wahed Fina (The Last of Us), del tunisino Ala Eddine Slim, racconto del viaggio di un giovane uomo in fuga dall’Africa verso l’Europa. Viaggio che però si trasforma, col naufragio su un’isola abitata da uno strano personaggio, nella scoperta di una possibile esistenza prima non contemplata. Il film ha fatto il bis con il Premio per il miglior contributo tecnico, che l’Hotel Saturnia & International della famiglia veneziana dei Serandrei ha istituito per ricordare il 50° anniversario della scomparsa di Mario Serandrei (1907 - 1966), tecnico del montaggio che maggiormente contribuì a creare il grande cinema italiano a partire dal neorealismo. Prank, di Vincent Biron, una storia ambientata nel Quebec, è il ritratto di un gruppo di giovani sbandati che trascorrono il loro tempo mettendo in atto scherzi spietati e riprendendoli col telefonino. Tema di grande attualità, racconta con crudele allegria di amicizia e tradimenti. Singing in the Graveyards, di Bradley Liew, interpretato da Pepe Smith, icona del rock filippino, che qui è il sosia di una leggenda del rock. Giocato sul doppio ruolo di una star e il suo sosia, descrive un sogno che si avvia verso il fallimento. Il Premio del Pubblico - Circolo del Cinema di Verona è stato assegnato a Los Nadie di Juan Sebastián Meza.

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mostra di venezia Al film del 27enne Juan Sebastián Mesa il PREMIO DEL PUBBLICO CIRCOLO DEL CINEMA DI VERONA A diciassette anni dalla vittoria di Mondo Grúa, il film che rivelò il talento dell'argentino Pablo Trapero, l'America Latina torna a trionfare alla Settimana Internazionale della Critica grazie al colombiano Los Nadie, vincitore del Premio del Pubblico - Circolo del Cinema di Verona di questa 31. edizione. Diretto dal giovane Juan Sebastián Mesa (27 anni), Los Nadie racconta la storia di cinque amici che, nel pieno di Nella foto in alto, Roberto Bechis mostra agli intervenuti alla cerimonia la pubblicazione sui 70 anni del Circolo; di spalle, il socio fondatore Popi Fedeli. In basso, il regista vincitore esibisce la targa del Premio, circondato dal cast del film (a destra). una tarda adolescenza fatta di irrequietezza intensa, stupore, tenerezza inespressa e rabbia manifesta, sopravvivono ai margini di Medellín: una città che al tempo stesso li attrae e li esclude, li attira con le sue promesse ma li respinge con ostilità. Musica, street art e amicizia sono le loro armi di resistenza, nella speranza di un rito di passaggio che li sappia trasformare in qualcosa di diverso. «Un film - spiega Mesa - che parla di una generazione di sognatori disincantati che sentono la necessità di abbracciare l’ignoto ed esplorare il mondo da soli, per scappare dai problemi e dalla violenza in cui sono immersi quotidianamente». Ma che offre anche il ritratto di «un movimento, quello anarco-punk, tra i più enigmatici e radicali del nostro tempo». Girato in soli sette giorni (ma immaginato per otto mesi), e realizzato con appena duemila dollari, Los Nadie (letteralmente “i nessuno”) è come spiega nel catalogo della SIC Beatrice Fiorentino, membro del Comitato di selezione - «esprit de jeunesse allo stato puro, vivo e scalciante: a Mesa, che debutta nel lungometraggio sviluppando storie e personaggi di un suo precedente corto, bastano una canzone, una lacrima e un gesto per evocare la dolcezza che convive con la rabbia e il disorientamento di un’intera generazione». Grida di gioia ed un prolungato applauso hanno accolto l’annuncio con cui il Delegato Generale della SIC ha letto il titolo del film vincitore, con la consegna della targa al regista da parte del Presidente del Circolo, Roberto Bechis. Un’aria di festa, per una cerimonia semplice, svoltasi al Lido nell’Italian Pavilion, lato Giardino, presso l’Hotel Excelsior venerdì 9 settembre 2016. Fra i presenti, una decina di soci, alcuni intervenuti alle proiezioni della SIC come accreditati alla Mostra. Intanto si è saputa la bella notizia pubblicata da Variety: Tanna di Bentley Dean e Martin Butler, film vincitore del Premio del Pubblico Pietro Barzisa della Settimana Internazionale della Critica 2015, è stato indicato dall'Australia per partecipare al Premio Oscar 2017 per la sezione Miglior Film in Lingua Straniera. 15

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