Il Levante - giugno 2016

 

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Periodico di cultura, ambiente e informazione

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione Alea iacta est! Dunque, il passo è fatto. Siamo tornati a di- videre le nostre sorti con Sassari. E sì, perchè, come ormai tutti hanno ap- preso, la provincia di Olbia Tempio è stata giu- bilata a favore della più antica “collega” sassarese. Se sia un bene o un male, solo il fu- turo ce lo dirà. Certo si è che i problemi non saran pochi e non solo per le istituzioni esistenti (comuni,enti locali e via discorrendo) ma anche per i privati cittadini.... Ma, tornando al passato, la storia della proliferazione delle province (e non solo nella nostra isola) aveva fatto non pochi guasti e sollevato altrettante perplessità e recriminazioni in quei piccoli centri di potere, rappresentati dalle preesistenti province, che si eran viste private di una imprecisata autonomia decisionale. Ci eravamo più volte interrogati sulla concreta utilità di raddoppiare il numero delle province, soprattutto in un territorio, come quello isolano, già per natura frammentato e di- sconnesso. A chi giovava veder aumentare le sedi provinciali se non a politici,pubblici am- ministratori, investiti di incarichi e responsabi- lità nuovi e inusuali? Con la conseguente e fatale lievitazione dei costi per la gestione di ap- parati e di strutture di cui non se ne sentiva cer- tamente il bisogno. Ma, tornando alla nostra “defunta” (o forse anche solo “in coma”) pro- vincia di Olbia Tempio,definita sbrigativamente nei siti ufficiali ex-provincia, vediamo di sotto- lineare alcuni punti. Insieme a Sassari, prima di scomparire,probabilmente. Il tutto, in attuazione della Legge regionale numero 2 dell’anno in corso che dovrà, comunque, fare i conti con il referendum nazionale. Una riunificazione che ,a sentire i responsabili, non costerà nulla alla Gallura in termini di servizi. Ma già nell’ultimo anno di governo Olbia s’era vista riorganizzare, in maniera profonda e non senza lacrime e san- gue, quattro settori tagliati con la riduzione di dirigenti e di quaranta dipendenti, ridotti com- plessivamente da circa 470 unità, in forza nel 2009, a poco più di 260 nell’anno in corso. In coda all’operazione un risultato, se non altro per le finanze pubbliche, c’è stato: quasi un milione e 700 mila euro “risparmiati” sul costo lavoro; un altro milione e mezzo per la gestione della politica; un ulteriore milione e settecentomila euro di accertamenti crediti e quasi un milione per la conseguente rinegozia- zione mutui. Se poi si aggiungono gli otto mi- lioni e rotti di sanzioni ridotti dallo stato per la violazione del patto di stabilità Olbia aveva dunque recuperato una considerevole credibi- lità. Concludendo: sentiamo quel che ha garan- tito Guido Sechi, già commissario ed ora am- ministratore straordinario della rinata fusione con Sassari.OlbiaTempio non verrà smantellata del tutto ma continuerà a mantenere una “certa” autonomia. Fino al bilancio unico del prossimo mese di luglio. Ma poi?..... Mario Stratta SOMMARIO: Il Gallurese; La spiaggia è di tutti noi..?; La straordinaria figura di un ...; Serate Culturali...; Un ricordo personale di Pinuccio Sciola; Come eravamo; “ L’ultima estate” ; Una struggente storia d’amore nella Sardegna ... ; Il viaggio sbagliato...; La Gallura, una “terra fortunata”; Non solo parole ma fatti!; La Biblioteca Gallura compie cinque anni...; Sport in Gallura. Salvatore Brandanu 2013, La cava, olio su tela, 50x70. BUON COMPLEANNO LEVANTE Così presentavamo il primo numero del nostro mensile a giugno di cinque anni orsono. Il Levante vuole essere un periodico attento ai problemi quotidiani della nostra gente, piccoli o grandi che siano; un foglio fatto da tutti noi; una sorta di appuntamento mensile, polemico ma garbato. Apartitico, ma non senza una particolare attenzione alla politica locale: quella che ci tocca tutti da vicino. Una sorta di fresco vento (il levante appunto) per tener vivo il nostro orgoglio cittadino, per dar voce a chi voce non ha. Ed è per questo che, sin da questo numero, chiediamo il contributo di tutti. Il problema del singolo può diventare un problema di tutti. Un crocevia di pensieri, suggerimenti, attenzioni alla quotidianità che non deve diventare abitudine ma vivacità, stimolo, fermento. Un punto di incontro e – perché no? – anche di scontro fra diverse opinioni private e pubbliche. Le vostre idee, le vostre doglianze, le vostre riflessioni troveranno spazio sulle colonne de “il Levante”. Mese dopo mese. San Teodoro - GIUGNO 2016 distribuzione gratuita Un orto botanico unico Alla fine di aprile, presso la biblioteca Gallura, si è tenuta una conferenza pubblica voluta dalla amministrazione comunale e organizzata dall’ICiMar. Al centro della discussione, una proposta della sezione provinciale di Sassari di Italia Nostra e di un nostro concittadino per la realizzazione di una vasta area protetta ad ovest della laguna, lungo una direttrice che collega l’abitato di Lu Naracheddu alla statale 125. La superficie interessata, concessa da un privato potrebbe essere compresa fra sei e dieci ettari, sarà interamente destinata alla tutela e alla fruizione naturalistica, previa esecuzione di una serie di interventi di qualificazione ambientale e di minima dotazione di strutture, necessarie all’accoglienza dei visitatori, alle attività didattiche e di ricerca, ed infine alla gestione delle produzioni. Un grande spazio in cui potranno realizzarsi collezioni botaniche anche importanti di specie mediterranee di grande effetto ornamentale e, aggiungiamo noi, il recupero delle vecchie specie e varietà non più coltivate e in concreto rischio di estinzione. I percorsi botanici guidati, la coltivazione e lavorazione delle piante officinali, il fitness open air, sono solo alcune delle attività che potrebbero essere sviluppate a beneficio di un turismo più accorto e sensibile, riuscendo nel contempo a dare senso economico e produttivo a un ambito paesaggistico che non ha bisogno di presentazioni. L’idea, così rappresentata in estrema sintesi, sembra avere le carte in regola per accedere ai finanziamenti Comunitari, così come previsto nel Documento Strategico Unitario della Regione Sardegna con riferimento all’obiettivo tematico numero 6 “Tutelare l’ambiente e promuovere l’uso efficiente delle risorse”. L’ipotesi di progetto prevede che l’ente proponente sia il Comune di San Teodoro e che il soggetto attuatore comprenda oltre al Comune una serie di partnership che andranno individuate, in primis nella Regione e nella Unione dei Comuni; segue poi un ampio ventaglio di potenziali collaborazioni che va dalla Società dello stagno di San Teodoro alle Università e centri di ricerca, passando per le più importanti associazioni ambientaliste (FAI, WWF, Italia Nostra). Una siffatta iniziativa richiede la presenza di personale altamente qualificato e professionalmente diversificato già dalle prime fasi della sua realizzazione. Il proseguo delle attività sia di campo che laboratorio saranno finalizzate sia alla produzione che ai progetti di ricerca, alla gestione di stages formativi, alle collabora- zioni con le scuole di vario grado e al recu- pero delle disabilità. Gian Piero Meloni (segue a pag. 8)

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il levante Il GALLURESE Lingua storica minoritaria della Sardegna In Italia, i problemi legati alla salvaguardia e alla valorizzazione delle lingue storiche minoritarie, usate in alcune regioni, se si escludono la Valle D’Aosta e il Tirolo, spesso sono stati affrontati male, generalmente usando le lenti della politica di parte e trascurando quelle della cultura e della scienza. La Sardegna non fa certo eccezione, anzi. Certamente si tratta di un “campo minato” in ogni realtà regionale. Nell’Isola non si è voluto fare una vera analisi della situazione esistente, consolidata da secoli.Alcuni studiosi, veri o presunti, per mancanza di documenti storici o per partigianeria, hanno condotto studi parziali, imbarcandosi in tesi e proposte prive di fondamento scientifico e di buon senso. Le loro tesi sono state sposate da gruppi regionali, “trasversali” alle varie forze politiche, che sognavano “La Sardegna, un’Isola, un Popolo, una Lingua, una Repubblica federata con l’Italia” (naturalmente a spese degli altri Italiani). In codesto progetto non c’era spazio, ovviamente, per tutte le lingue storiche minoritarie della Sardegna. Perché si faccia finalmente chiarezza sullo spinoso problema, la Consulta Intercomunale Gallura e l’Icimar hanno chiesto un incontro, tenutosi di recente a Cagliari, con l’Assessore Regionale della Pubblica Istruzione, Cultura, Sport e Spettacolo, Dott.ssa Firino. In tale occasione, oltre ad uno scambio di idee, all’Assessore è stato consegnato un documento che di seguito riportiamo e che sintetizza la posizione dei due Istituti sull’argomento. All’incontro, cordiale e positivo, erano presenti Quintino Mossa, GianPiero Meloni, Giacomo Mannoni e il consigliere regionale eletto nell’area gallurese, Giuseppe Meloni. L’Assessore Firino, apprezzando la posizione dei due Istituti, ha garantito che in futuro non ci saranno più discriminazioni nel finanziamento dei progetti presentati dagli istituti scolastici, dalle istituzioni culturali, dagli Enti locali di area gallurese, volti alla promozione e valorizzazione della lingua storico minoritaria della Gallura. L’assessore Firino ha, inoltre, auspicato che le istituzioni interessate, non appena verrà pubblicato il relativo bando, presentino progetti validi e ben documentati e l’Assessorato ne garantirà il finanziamento. i Sardi; le altre sarebbero abbandonate al loro destino.Tesi totalmente priva di fondamento scientifico e di giustificazioni storiche e culturali.Aparte il fatto che l’Unione Europea, l’Italia e il buon senso chiedono la valorizzazione di tutto il patrimonio linguistico esistente, a questo punto ci si deve porre la domanda: “Quale lingua storica minoritaria costoro vorrebbero che venga usata da tutti i Sardi?”. In successione, nel passato recente, dagli stessi sono state avanzate tre proposte, avallate allora anche dall’Ufficio regionale competente. La prima fu Sa Limba comuna (un Esperanto sardo da costruire a tavolino); successivamente Sa limba de mesania, in ultimo Sa Limba Normale (praticamente il LogudoreseNuorese). “Con quali motivazioni?”. Sono tante quelle addotte a sostegno delle loro tesi, ma nessuna poggia su serie valutazioni scientifiche, storiche e culturali. L’ultima giustificazione avanzata fu che l’adozione di una lingua unica avrebbe garantito l’elezione di un sardo al Parlamento europeo. Proposte che recano in sé una contraddizione, non avvertita. Proprio i sostenitori de “sa limba sarda”, che lamentano la violenza di uno stato padrone e neocoloniale (l’Italia), che nei decenni passati avrebbe “tagliato”, reprimendone l’uso con tutti i mezzi, la nobile lingua sarda, non esitano un istante a voler la cancellazione di tutti gli idiomi che non siano riconducibili a sa limba de mesania, sa limba normale. Un taglio violento alla storia e alla cultura, pluralista e unitaria della Sardegna. Cosicchè si propone che patiscano gli altri quel che lamentano di aver patito loro. La posizione della Consulta Intercomunale Gallura e dell’Icimar, condivisa sicuramente da tutti i Galluresi, senza distinzione di colore politico, si può così riassumere: Le lingue usate in Sardegna sono lingue romanze, in pratica si tratta dei volgari parlati dai vari popoli dell’Isola (gli autori latini, al momento dell’occupazione romana, ne elencano una decina) nelle sub-regioni che, dopo il crollo dell’Impero romano, lentamente sostituirono il latino ufficiale da cui derivano. Dette lingue hanno tutte la stessa dignità. Il Gallurese, il Sassarese, il Campidanese non sono varianti del Logudorese perché derivano dal latino. Nella loro evoluzione, durata tanti secoli, si sono concretizzate influenze e Documento: Lingue Storiche commistioni fra le varie parlate sub-reMinoritarie Parlate in Sardegna gionali; così come è facile verificare che, durante tre secoli di dominazione Condividiamo il contenuto di un articolo pubblicato dal quotidiano la Repubblica nel 2003 nel quale l’autore, elencando le lingue storico minoritarie usate in Italia e in pericolo di estinzione, citava, fra le altre, il Campidanese, il Logudorese, il Gallurese, il Sassarese, il catalano diAlghero. Riteniamo che l’autore abbia ben fotografato la complessità linguistica esistente in Sardegna. Realtà che ben conoscono ma, non ammettono, alcuni gruppi politici e culturali dell’Isola. Per costoro ha diritto di esistere una sola lingua storica minoritaria, che deve essere usata ufficialmente da tutti spagnola, l’uso ufficiale del catalano prima e del castigliano successivamente, abbiano influito profondamente nell’evoluzione dei costumi, delle tradizioni e dei dialetti sardi. Ogni lingua ha, però, conservato la sua struttura, caratterizzandosi come dialetto o lingua autonoma. Le lingue romanze, che ne sono derivate, sono rappresentate da quattro ceppi principali: il Campidanese, il LogudoreseNuorese, il Gallurese, il Sassarese. Il Gallurese assomiglia molto al Corso ed entrambe possono essere definite lingue (o dialetti) italo-romanze, per tante ragioni che elenchiamo sin- teticamente, con il supporto della moderna ricerca archeologica. Corsi e Galluresi erano in origine lo stesso popolo che, nel neolitico, migrando dall’area iberica e sostando nelle attuali Francia e Liguria meridionali, approdò in Corsica e nel Nord-Est Sardegna; sempre nel neolitico, altre popolazioni provenienti dal NordAfrica o dall’area egeo-minoica giunsero in Sardegna, dando origine alle tante culture locali. Poco sappiamo delle lingue parlate nel periodo pre-romano. Per quanto riguarda i Corsi gli antichi autori parlano di influenze greche, liguri e cantabrighe. La moderna indagine linguistica ha riconosciuto nel paleocorso un fondo preindoeuropeo nel quale s’individuano componenti iberiche e liguri. I Corsi si opposero strenuamente all’occupazione di Roma; sconfitti militarmente, ne appresero la lingua; caduto l’Impero Romano, come in tutte le altre provincie, i volgari locali sostituirono lentamente il latino ufficiale, dando vita, anche qui, a due lingue romanze, come ovvio, molto simili. Nel corso dei secoli le migrazioni di popolazioni dalla Corsica verso il Nord-Sardegna e viceversa furono assai frequenti, così come gli scambi commerciali, e questo spiega la vicinanza fra le due lingue. Citiamo le migrazioni più recenti: dopo le lotte intestine che interessarono Sartene, le famiglie perdenti a decine raggiunsero la Gallura; negli anni cinquanta del novecento migliaia di Galluresi emigrarono in Corsica per ragioni di lavoro. E’ quindi assurdo parlare del Gallurese come “lingua alloglotta”. O tutte le lingue storiche minoritarie della Sardegna sono alloglotte o non lo è nessuna. Le lingue usate in Sardegna sono lingue vere, che esprimono i sentimenti e gli affetti dei parlanti e tutte, nessuna esclusa, devono essere valorizzate. Esse sono come dei nervi scoperti, guai a sottovalutarle perché si scatenerebbero il risentimento e la rabbia. Come si può pensare di poter imporre il Logudorese-Nuorese ai Campidanesi che, da soli, rappresentano la metà dei Sardi? Chi può ragionevolmente credere che i Galluresi possano accettare di rinunciare alla loro Lingua? Quale autorità politica o amministrativa regionale potrebbe arrogarsi questo diritto? Normativa vigente: Legge regionale 26/97 è orientata alla valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale esistente in Sardegna, anche se la normativa non è abbastanza chiara La Legge nazionale 482/99, all’art.2 impegna la Repubblica Italiana “alla tutela della lingua e della cultura delle popolazioni albanesi, catalane, GIUGNO 2016 - pag. 2 germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il francoprovenzale, il friulano,il ladino, l’occitano e il sardo”. Per la parte che ci riguarda, relativamente al sardo, questa formulazione è generica ed ambigua e ha generato non pochi problemi. Sarebbe stato sufficiente dire le lingue storiche minoritarie della Sardegna.Appare indispensabile che questa interpretazione, facendo finalmente chiarezza, la dia la Regione Sarda. La deliberazione n.44del19.09.2006, adottata con voto unanime dal Consiglio Provinciale di Olbia-Tempio che ha individuato l’ambito dei comuni a parlata gallurese e di quello a parlata logudorese. La deliberazione n. 28 del 23. 07. 2012, anch’essa approvata con voto unanime dal Consiglio Provinciale di Olbia-Tempio, propone al Consiglio Regionale Sardo la revisione dalla Legge Regionale 26/97, specificando chiaramente l’impegno alla valorizzazione di tutte le lingue storiche minoritarie della Sardegna, senza ordini gerarchici fra loro. Proposte I nostri Istituti propongono all’Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione, cultura, un programma in sei punti. - La revisione della L.R. 26/97, come proposto dal Consiglio Provinciale di Olbia Tempio con la delibera n. 28/2012, riconoscendo chiaramente la pluralità e la pari dignità di tutte le lingue storiche minoritarie parlate in Sardegna. - L’abbandono della disdicevole politica seguita fino a qualche anno fa dall’Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione, nell’erogazione dei finanziamenti per la cultura sarda, che di fatto ha discriminato il Gallurese e le altre lingue storiche minoritariesardechenonfossero riconducibili al Logudorese-Nuorese. - L’adozione di una nuova politica regionale, ripartendo equamente i finanziamenti fra le varie aree linguistiche sulla base della validità dei progetti, superando le graduatorie di merito o di valore tra le parlate sarde, che non hanno ragione di esistere. - L’istituzione eventuale di uffici linguistici “mirati” ed appropriati per tutte le aree linguistiche, tenendo presenti le richieste dei comuni interessati. - L’attenta valutazione del modello legislativo elvetico, dove è precisato che per la lingua elvetica deve intendersi, con pari dignità e importanza, il tedesco, il francese, l’italiano, il ladino. - Il superamento del recente uso sperimentale della “lingua sarda unica” nei documenti regionali in “uscita”. Giacomo Mannoni IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno V - N°32, GIUGNO 2016. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (O T) Tel./Fax. 0784/866180 E-ma il.s e gre teria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, Gian Piero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante La spiaggia è di tutti noi oppure no? Come al solito ci si aspetta, quando più persone condividono uno spazio comune, il comportamento da tenere in spiaggia dovrebbe anzitutto rispondere ai principi della buona educazione, che però a molti sono sconosciuti. Di qui l’esigenza di stabilire regole certe, non delegate solo al buon senso o alla discrezionalità dei singoli: le leggi e i regolamenti servono anche per questo. Le norme da rispettare in spiaggia sono contenute nell’Ordinanza balneare 2016, emanata dalla Regione Sardegna per disciplinare “le attività esercitabili sul demanio marittimo”. La lettura integrale del documento (reperibile nel sito della Regione) è consigliabile anche perché aiuta ad avere consapevolezza di quali siano i nostri e gli altrui diritti e doveri. Ci limitiamo qui a evidenziare un punto che riteniamo di particolare interesse, poiché riguarda situazioni che a volte danno origine a fastidiose polemiche. Tra le varie disposizioni contenute nell’ordinanza regionale, vi è il divieto di lasciare, oltre il tramonto del sole, sulle spiagge libere, “ombrelloni, sedie a sdraio, tende o altre attrezzature”e di occupare con tale materiale o con natanti la fascia di metri 5 dalla battigia, che è destinata esclusivamente al libero transito. Lasciare l’ombrellone e la sdraio in spiaggia la sera per poi riutilizzarli l’indomani non è quindi consentito; e nemmeno allestire il proprio accampamento a meno di 5 metri dal bagnasciuga. Alcuni lo fanno e non dovrebbero, per cui tale condotta può essere legittimamente contestata. Nessuno può servirsi del litorale, per sua natura pubblico, come fosse un terreno di sua proprietà. Tuttavia, se questa regola vale per i privati, a maggior ragione dovrebbe applicarsi nei confronti dei titolari di attività di noleggio di lettini e ombrelloni. In materia sussiste anche un’altra norma fondamentale, l’art. 1161 del Codice della navigazione, che punisce “chiunque arbitrariamente occupa uno spazio del demanio marittimo” e “ne impedisce l’uso pubblico”. Eppure si verifica che alcuni operatori, in modo del tutto arbitrario se non arrogante, invadano vaste porzioni di "spiaggia libera" a fianco o nei tratti prospicienti il proprio chiosco, sistemando appunto un’enorme distesa di lettini vuoti e ombrelloni ben allineati, senza che alcun cliente ne abbia fatto ancora richiesta. L’abuso appare più evidente nelle prime ore del mattino, quando in spiaggia vi sono pochissimi bagnanti e, tuttavia, gli spazi liberi sono già stati in buona parte occupati da tali allestimenti abusivi. Lo scopo è più che palese: il noleggiatore - anziché andare a cercare il posto dove sistemare ombrellone e lettino quando gli vengono richiesti trova più comodo e funzionale impadronirsi da subito di un buon tratto di spiaggia (manco a dirlo, il più vicino possibile alla battigia) per impedire che gli spazi liberi nei pressi del chiosco siano utilizzati da altri fruitori, che pur avendone tutto il diritto sono impossibilitati a farlo, dissuasi dall’imponente, geometrica installazione. E magari indotti erroneamente a credere che il noleggiatore si avvalga di una legittima facoltà. E’ però evidente che in tal modo la spiaggia libera - e non si tratta solo di poche spanne ma in taluni casi di centina di metri quadri - viene sottratta illecitamente all’utilizzo pubblico, ossia ai cittadini-bagnanti. I quali non sempre sono consapevoli che potrebbero reclamare l’intervento delle autorità per far cessare l’occupazione del litorale, trasformato di fatto, a loro danno, in uno pseudo-stabilimento balneare, privo però di concessione. Giova peraltro tener presente che la spiaggia è un bene demaniale marittimo destinato al godimento della generalità dei cittadini, e che l’occupazione abusiva di quel bene è un reato sanzionato dal Codice della navigazione. Ovviamente non vogliamo generalizzare e siamo consapevoli che, a fronte di pochi esercenti scorretti, la maggior parte opera in modo irreprensibile. Quel che lascia perplessi è il fatto che, malgrado frequenti lamentele e segnalazioni, gli abusi di cui abbiamo parlato si ripetano immancabilmente di stagione in stagione. Salvatore Olia GIUGNO 2016 - pag. 3 La straordinaria figura di un gesuita gallurese Nei locali della Biblioteca Gallura dell’Istituto delle Civiltà del Mare di San Teodoro si è recentemente tenuta la presentazione del libro “Juan Jose' Guglielmo, racconto storico del gesuita tempiese del XVII secolo” a cura di Quintino Mossa. La relazione introduttiva è stata tenuta da Giacomo Mannoni, vice presidente dell’Icimar. Lavorando nella Patagonia andina, Mossa è ve- nuto a contatto con realtà geografiche e culturali che portano il nome di un frate gesuita italiano, per giunta tempiese, destando in lui vivo in- teresse. Ha così inizio la sua attività di studio e ricerca, con la raccolta di dati e documenti, la maggior parte in lingua spagnola, sulla vita e l’attività di Juan José Guglielmo (1672- 1716) che fanno maturare nel- l’autore l’idea di scrivere un romanzo storico sulla figura del religioso tempiese. Si tratta di un lavoro imponente, fra storia e saggistica, che viene pubblicato per i tipi dell’editrice Taphros, proprio a trecento anni dalla morte di Juan José, avvenuta per martirio nel 1716 in Pata- gonia. Si tratta di un’opera importante per comprendere la straordi- naria figura di questo gesuita, la sua scelta di vita, la sua statura morale e intellettuale, il suo slancio evangelizzatore presso le popolazioni andine. Altrettanto importante è la descrizione della vita economica, sociale, culturale e politica nella Tempio e nella Gallura di fine sei- cento, dominate da poche potenti famiglie di feudatari, nelle grazie del re di Spagna. Il confronto che l’autore propone fra il tenore di vita di questi signorotti e quella dei pastori delle campagne galluresi, ca- ratterizzata dai soprusi, dalla miseria e dalle vessazioni che vengono loro imposti, fa riflettere ancora oggi sui retaggi di trecento anni di disastrosa dominazione spagnola in Sardegna. Di una di quelle fami- glie di signorotti locali, i Guglielmo, era figlio Juan José che, venuto a contatto, ancora adolescente, con i misfatti e le cattiverie del mondo reale, scelse la vita religiosa e ascetica nell’ordine dei gesuiti. Dotato di grande intelligenza, diviene rapidamente un religioso di grande sta- tura morale e intellettuale. I vari momenti della sua vita, dalla nascita alla morte per martirio nella lontana e gelida Patagonia, vengono mi- nuziosamente descritti nell’agiografia curata dal gesuita sardo padre Antonio Maccioni, suo amico e discepolo. Di particolare interesse è anche la descrizione minuziosa delle po- polazioni andine con cui Juan José è venuto a contatto nella sua opera missionaria. In particolare vengono illustrati la vita economica e l’or- ganizzazione sociale di alcuni popoli, la loro cultura e le loro tradi- zioni, i disagi e le enormi difficoltà affrontati per raggiungerli, le distruzioni, i massacri e i genocidi praticati dai conquistatori spagnoli, nella spietata ricerca di sempre maggiori ricchezze da rapinare per loro stessi e per la corona di Spagna. G. M. Serate Culturali alla Biblioteca Gallura “A sa Petra, a sa Linna e a su Mare” Una veste editoriale modesta, quasi sommessa, ma che tuttavia racchiude un patrimonio culturale, archeologico, storico, antropologico e di costume di altissimo livello. 132 pagine per i tipi delle Edizioni Grafica del Parteolla di Dolianova, 18 euro scritto da Giovanni (Jubanneddu) Podda e curato dall'appassionata iniziativa di Maria Giovanna Ortu.Un accurato e partecipato racconto delle bellezze archeologiche, dei ritrovamenti risalenti all'epoca nuragica ed ancor prima, della storia di un remotissimo passato isolano che Giovanni Podda ha fatto riemergere per dar conto ad appassionati, studiosi e semplici curiosi del filo conduttore che lega l'Isola ad altre civiltà lontane nel tempo e nello spazio. La rievocazione del nostro Autore è arricchita da un corredo di immagini fotografiche di una sapiente ed oculata collocazione accanto a didascalie che ne sottolineano la rarità. Un'appassionata vicenda che in cinquant'anni ha spinto il Podda ad indagare su quei misteriosi segni, ancor oggi non completamente svelati, di una civiltà sarda che è "forse tra le più antiche del mediterraneo". Un racconto di un'intera vita dedicata alla scoperta ed alla valorizzazione di migliaia di reperti archeologici di difficile interpretazione e, in alcuni casi, di impossibile lettura. Un insieme unico e di incalcolabile valore che meriterebbe una ben più degna e visibile valorizzazione. Un legame profondo con altre civiltà, a cominciare da quella egizia, per la comunanza di simboli e di scritture che risalgono ad epoche che si perdono nella notte dei tempi. "Io mi sono sempre chiesto - conclude l'Autore - alla luce di tutto ciò che è stato già scoperto e si trova sotto gli occhi di tutti in Sardegna perché non è mai considerato sufficiente, determinante per poter parlare di una civiltà sarda fra le più antiche?...." Mario Stratta Il libro di Giovanni Podda verrà presentato all'Icimar da Lorenzo Palermo e Giacobbe Manca. Venerdì, 1 luglio alle ore 18,30 presso la sala delle conferenze nella Biblioteca Gallura a San Teodoro.

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il levante L’Uomo che faceva cantare le pietre Un ricordo personale di Pinuccio Sciola Già nel 2011 avevo scritto qualcosa su Il Levante di questo grande artista che improvvisamente quanto prematuramente ci ha lasciati. Aveva ancora tanto da dire e da fare che siamo rimasti costernati come se avesse lasciato un'opera incompiuta. Con me stava portando avanti due progetti. Ci teneva a fare qualcosa di importante a San Teodoro e non essendo riuscito a concretizzare un opera in uno spazio pubblico mi ero adoperato per fargli ottenere un incarico in uno spazio privato in un contesto straordinario. Chi volesse vedere le sue pietre a San Teodoro può comunque farlo, perché lui a San Teodoro veniva volentieri. Si deve andare al villaggio di Porto Codacavallo e visitare il giardino de "I Corbezzoli" dove vive Aldo Cucca. Ad Aldo, un po' artista e grande amico di Pinuccio, regalò delle pietre scolpite che ha fatto sistemare nell'area comune dove si trova la sua abitazione e dove anche lui ha fatto la sua personale opera d'arte trasformando quello spazio in un piccolo paradiso di colori. Che dire di Pinuccio che non sia stato già detto! Possiamo ricordare che amava i giovani che a suo dire andavano aiutati a liberare la fantasia. Aveva insegnato all'Accademia di Belle Arti e di quel periodo raccontava un simpatico aneddoto. Quando ottenne la cattedra tutti lo chiamavano professore e suo padre, contadino, andava finalmente orgoglioso di quel figlio scapestrato che aveva girato il mondo diventando infine professore. Poi giunse le fama e la gente si rivolse a lui chiamandolo Maestro. Ma al padre i conti non tornarono più considerando una retrocessione il passaggio da professore a maestro. Sciola era un artista dalla creatività inesauribile come solo i bambini sanno essere e con i bambini parlava molto, raccontava storie irreali ma plausibili, come fiabe. I bimbi lo ripagavano con la loro attenzione, spesso donandogli disegni che conservava talvolta appendendoli, i più nell'enorme mucchio di carte che coprivano il suo tavolo. Ne ricordo due in particolare di queste storie. La prima durante la mostra per il giorno della memoria a San Teodoro nel 2013. L'allestimento creato da Massimo Oggiano con il gruppo di PH2 era particolarmente efficace: fili sottili che scendevano dall'alto reggevano biglietti che riportavano scritte frasi tratte da Primo Levi e dal "Memoriale" di Giuseppe Fideli, cittadino di San Teodoro che aveva conosciuto l'orrore del lager. Alle pareti le mie foto in bianco e nero scattate in un grigio dicembre ad Aushwitz che ne mostravano gli alberi con i loro rami scarni e nudi come braccia rivolte verso l'alto, per terra un letto di foglie secche. In un angolo della sala, punto di confluenza della mostra, la scultura in legno dell'impiccato, opera giovanile di Sciola. Quando venne rimase colpito dalla forte suggestione dell'allestimento. Si avvicinò a dei bambini che guardavano una foto e disse: sapete perché in questi alberi non ci sono più foglie? I bambini lo guardarono perplessi. Lui allora rispose a se stesso: perché le hanno fatte cadere ed ora sono tutte qui per terra. Il suo messaggio era chiaro, Giugno 2016 - pag. 4 come gli alberi sono stati spo- gliati delle loro foglie così, in quel tragico periodo della nostra storia gli uomini sono stati spo- gliati della loro dignità che è stata impietosamente calpestata. Una seconda volta a San Sperate. Soleva organizzare visite se- rali nel "giardino dell'arte" dove, quando sopraggiungeva l'oscu- rità, accendeva un fuoco enorme con le sterpaglie ricavate dalla pulizia del grande giardino ed ac- cumulate all'interno di un recinto realizzato con le sue pietre scol- pite. Quella sera era tutto molto suggestivo anche perché c'erano diversi bambini che schiamazza- vano festosi tra le grandi pietre. Quando Pinuccio accese il fuoco si radunarono tutti intorno al recinto per vedere la magia di quelle pietre che, illuminate dalle fiamme si- nuose, sembravano muoversi come in una danza magica. Dalle fiamme si liberavano migliaia di scintille che si proiettavano verso l'alto andando a confondersi con le stelle. I bambini saltellando pa- reva volessero seguirle con gridolini festosi. Pinuccio a quel punto si ri- volse loro e disse che quelle che sembravano scintille non lo erano affatto, erano stelle, "perché le stelle nascono a San Sperate". Era vero. Infatti anche lui ora brilla lassù e certamente ci guarda si- curo che molti bambini andranno ancora a vedere le stelle nascere nel giardino di San Sperate. Se in una di quelle notti ne vedrete una che brilla più delle altre state certi, è la sua stella che sorride sorniona per averci aperto la porta della fantasia. Pierangelo Sanna come eravamo E’consuetudine de Il Levante pubblicare in ogni mensile delle vecchie foto che testimoniano la vita nel nostro paese. Chi volesse condividere con noi vecchi ricordi impressi in una foto o in una cartolina del passato può portarcele presso la nostra redazione all’Icimar. Qui a lato, un ricordo degli Anni ‘50 in un tratto di strada in Via Lu Licciu, l’attuale Cala d’Ambra a San Teodoro.

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il levante “L’ultima estate” Riprendiamo il filo interrotto sul numero di maggio con il racconto di Enrico Lecca per proporre ai nostri lettori il secondo incontro con la "sua" ultima estate.Una storia che ci fa tornare indietro nel tempo a quel "verismo verghiano" abbandonato oggi dalla quasi totalità degli scrittori esordienti. Lecca sa scrivere ed il suo talento lo fa giocare con le parole, le situazioni,gli stati d'animo coltivati da un adolescente che s'affaccia alla vita e che scopre, volta per volta, gli aspetti lieti, tristi, curiosi ed inspiegabili del vivere quotidiano. Il sottile filo che lega l'intero racconto si sviluppa sui ricordi indelebili che fanno parte del suo passato: una storia profondamente condivisa da chi ha vissuto un'esistenza libera ed apparentemente senza costrizioni ma costantemente regolata dalla presenza dei genitori. Un invito suadente e nostalgico alla riflessione sulle cose più semplici ma anche più vere della nostra vita. Mario Stratta Sui muretti a secco che delimitavano le spiagge, si incontravano ogni tanto dei sassi sistemati in modo particolare. Erano segni convenzionali per indicare qualche anfratto nel muro dove era custodita la gelatina esplodente. Mai il detonatore: le due cose non potevano stare insieme, era un codice di sicurezza non scritto che garantiva l’incolumità di chiunque ne fosse venuto in possesso. Quando qualche incendio lambiva i muri lungo il litorale, quelli che sapevano si allontanavano in tutta fretta e, di tanto in tanto, una piccola lingua di fuoco viola si alzava da dentro il muro, ed allora, i commenti relativi a quanto era successo si sprecavano, insieme alle risate ed agli sfottò. Le battute di pesca con il signor Armando iniziavano al mattino con l’esposizione delle attrezzature che lui stesso si costruiva. Un respiratore ad ossigeno con una bombola inserita all’interno di una membrana di gomma, le pinne, il fucile armato con delle molle cigolanti e piene di grasso che riempiva le mani, formando strisce di bonaccia che seguivano il subacqueo lungo tutto il percorso di pesca. E poi la maschera, oggetto rivoluzionario che si riempiva immancabilmente d’acqua ma che permetteva di vedere cose fino ad allora mai viste. E poi pesci, tanti che a volte capitava di infilzarne anche due con un colpo solo. La barca era sempre quella di mio nonno, armata a remi e quell’anno, per la prima volta, potenziata con un residuato bellico recuperato a Porta Portese, un vecchio Seagull da un cavallo e mezzo che era l’invidia dei pochi altri che possedevano un natante ed erano costretti a faticose remate per raggiungere i luoghi di pesca. Il signor Armando aveva trasformato una delle prime telecamere portatili rendendole impermeabili. Ancora oggi c’è, a casa di mia madre, un filmino otto mm., con riprese subacquee, dove la fantasia è assolutamente necessaria per capire con esattezza cosa l’operatore avesse voluto riprendere, essendo visibile soltanto un’informe macchia blu , al cui interno si muovono delle ombre che, con molta fantasia, potrebbero essere scambiate per pesci. Mi capita, ancora oggi, di incontrarlo mentre riempie il suo cestino di more mature e che immancabilmente mi saluta dicendomi “Aoh! Eri piccoletto così!”, ribadendo, tutte le volte, la differenza tra il Paese di oggi e quello dei suoi e nostri tempi : “San Teodoro prima e dopo i saraghi !”. Intanto, le lezioni di nuoto erano terminate con successo e i risultati conseguiti convinsero finalmente mio padre, che intanto era tornato dalla Svizzera, dove era emigrato per fare il falegname, a portarmi con sè durante le sue battute di pesca, che fino a quel momento, nonostante la mia insistenza ed i miei pianti, mi erano state negate. Il primo giorno capii subito il perché del suo cambiamento di opinione. Ero intento a pescare ghiozzi, “pesci maccioni”, nelle tane tra gli scogli sulla riva, quando sentii un’esplosione che mi spaventò a tal punto che cercai di scappare lontano. Mio padre mi richiamò ridendo, cosa inusuale per lui che non lo faceva spesso, e mi spinse ad entrare in acqua per recuperare la grande quantità di pesci venuti a galla o solamente storditi sul fondo. Infilammo il pescato in un sacco di juta intriso di acqua di mare e ci avviammo verso il Paese, passando davanti alla caserma dei carabinieri. La mia paura era palpabile e mi chiedevo come mai non avessimo scelto un’altra strada, visto che se ci avessero trovati con i pesci pescati in quel modo, la camera di sicurezza, nel carcere mandamentale, sarebbe stata assicurata. Dopo qualche altra esperienza simile mio padre mi spiegò, con grande naturalezza, che anche i militari mangiavano spesso i pesci “presi a bomba” e che, visto il magro rancio passato dallo Stato, chiudevano anche due occhi sull’illegalità del metodo. Nonostante l’invidia per i militari, detentori di uno stipendio fisso, e la diffidenza verso di loro, dovuta alla nostra atavica ribellione verso lo Stato e a quelli che lo rappresentano, i rapporti con gli stessi erano sempre cordialissimi, ed eventuali dispute o piccoli reati, venivano risolti con il dialogo e raramente con i ferri di campagna. D’altronde, il reato più grave era costituito, nella maggior parte dei casi, da un eccesso di alcool consumato nel mitico bar della piazzetta centrale, anche se chiamarlo bar era solamente un tentativo di emulare locali più moderni che esistevano soltanto nei paesi più popolati. Si trattava, infatti, di una stanzetta buia con quattro tavolini di legno consumati, macchiati di fondi di vino e bruciati dalle sigarette appoggiate dai giocatori di carte. L’ospitalità dei Galluresi si esprimeva con piccoli regali, consistenti esclusivamente in prodotti della campagna o dell’allevamento, che i carabinieri raccoglievano nelle bisacce assicurate ai lati della sella dei loro curatissimi cavalli utilizzati nella perlustrazione degli stazzi. Rimane indimenticabile il ricordo di uno di essi che, transitando nella piazza del Paese, scivolò insieme al cavaliere, spargendo sul terreno il contenuto della sacca, costituito da olive appena raccolte dal contadino e regalate al carabiniere, che era famoso per il suo metodo di richiesta. Infatti, in seguito all’offerta del proprietario, si scherniva sempre con la stessa frase “a me no mi piaci, ma me muddheri n’anda macca!”. Intanto, l’arrivo dei primi turisti, ci aveva fatto scoprire la spiaggia grande vicino al paese, costringendoci ad abbandonare lu bagnu di l’omini per un litorale certamente più sicuro e accessibile, anche perché, la spiaggia frequentata fino ad allora era formata da piccoli ciottoli e da sabbia grossa che graffiavano la pelle già satura di sole e di sale. Nonostante queste difficoltà era obbligatorio frequentarla, in quanto, la sabbia bianca e fine era riservata alle donne, in una spiaggia vicina chiamata “lu bagnu di li femini”, nella quale la presenza maschile era rigorosamente vietata, anche se, per fortuna, lo stesso divieto non era imposto nei cespugli che la circondavano. Per me, che avevo appena terminato con successo il corso di studi alle elementari e sapendo che la mia poca voglia di studiare mi rendeva sicuro che sarebbe stato l’ultimo ed unico episodio positivo per i miei successivi anni di tentativi, più che di prove vere, iniziava l’avventura delle medie, con la previsione delle difficoltà che avrei incontrato. Avrei lasciato una maestra disponibile e poco incline alla bocciatura, per una serie di professori che non erano certo così aperti e disposti a spedire, presso gli istituti superiori, un’infornata di asini. Per iniziativa di due insegnanti del posto, tra i pochi che, soprattutto per possibilità economiche erano riusciti a recarsi in altri luoghi per concludere gli studi, si trovarono dei locali semi-abbandonati dai proprietari, nei quali furono sistemati cattedra, banchi e sedie, recuperati da qualche istituto rimodernato di un paese vicino. Giugno 2016 - pag. 5 I banchi erano marchiati con il coltellino che non poteva mancare, soprattutto nelle tasche dei ragazzi che vivevano nei borghi dell’interno, che vi avevano impresso il loro nome, la data di nascita e, a volte, il sopranome, che scatenava sempre risate e commenti salaci.L’unico fatto positivo era un filare di susini che fiancheggiava l’edificio, con rami carichi di frutti che arrivavano fino alle finestre dell’aula e che erano la nostra merenda quando maturavano all’inizio dell’estate. Strappai a mia madre la promessa di regalarmi un fucile subacqueo solo se fossi stato promosso e il mio cuore batteva “che pulceddu i lu saccu”, mentre, con l’indice tremante, scorrevo le righe che, sui quadri esposti nel cortile, indicavano la sentenza per la fine dell’anno di studi. Francese e matematica a settembre! Pensai che in fondo mi era andata anche bene, visto l’impegno profuso, e contemporaneamente realizzai anche che la mia estate non sarebbe neanche iniziata. Mi aspettavano noiose ripetizioni con un maestro che non era certo famoso per sua comprensione e, soprattutto, mi vedevo destinato ad assistere mio padre in falegnameria che, ironia della sorte era sulla strada che portava al mare e che mi obbligava a guardare i miei amici che vi si recavano, osservandomi con risolini, colpi di gomito e sguardi ammiccanti. La voglia di andare a pescare, coltivata per tutto l’inverno, era più forte dell’eventuale punizione, e a mia madre comunicai , con la faccia allegra e che non faceva trasparire nessuna emozione diversa dalla contentezza dovuta alla notizia, che la promessa era stata mantenuta. Mi infilai il costume da bagno che non era più di lana grezza ma di nylon blu con due strisce verticali rosse che guardavo di sottecchi con malcelato orgoglio e, qualche minuto dopo avere acquistato il mio agognato mini saetta a molla, ero già, insieme ad uno dei miei amici, pronto per la battuta. Ancora oggi porto sul ginocchio il segno della ferita provocatami dall’urto contro uno scoglio. Quello fu il mio alibi e la mia giustificazione con mia madre, alla quale confessai tutto con le lacrime agli occhi, non tanto per il dolore, quanto per la vergogna. Fui perdonato, ed una delle mie estati indimenticabili poteva cominciare, tra battute di pesca, spiagge ed amici. Anche le scuole medie, senza molto impegno nello studio, e con l’unico obiettivo di raggiungere la tanto desiderata estate, finirono senza particolari problemi o avvenimenti ecclatanti o da ricordare, se si esclude il viaggio di istruzione, organizzato dalla scuola all’Isola della Maddalena. Enrico Lecca (il racconto termina sul prossimo numero)

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il levante Una struggente storia d’amore nella Sardegna romana Giugno 2016 - pag. 6 Il viaggio sbagliato di Cristoforo Colombo Il molto parlare, in questi tempi, del sentimento d’amore che porterebbe a superare schemi e visioni definiti spesso antichi e obsoleti (l’amore è eterno finché dura), mi ha richiamato alla memoria una commovente vicenda coniugale incisa sulla pietra che nella nostra isola è serbata quasi come in uno scrigno. L’importante monumento si trova a Cagliari, che, quando fu realizzato, era la Karales dell’impero romano avviato al suo apogeo; esso è arrivato miracolosamente fino a noi grazie ad un illustre piemontese dell’ottocento che amava la Sardegna e la percorse e descrisse in lungo e in largo: Alberto Ferrero de La Marmora (Itinerario nell’isola di Sardegna e Viaggio in Sardegna). Nel 1822, infatti, iniziati i lavori della grande arteria che prese il nome dal re Carlo Felice e doveva collegare Cagliari con Porto Torres (ora è la S.S. 131), i responsabili del cantiere intendevano allargare la carreggiata all’uscita della città lungo la via S. Avendrace; ne sarebbero derivati danni irreparabili agli importanti resti archeologici nel costone di roccia calcarea che scende sul lato destro della sede stradale, tra i quali quello di cui andiamo a parlare, e che fa da limite alla nota area delle necropoli punica e romana. Venuto a saperlo il La Marmora convinse il viceré Yenne, al quale è intestata la piazza da cui l’arteria partiva, ad intervenire per evitare lo scempio. Fu la salvezza del monumento, che peraltro oggi si presenta davvero immiserito per l’inerzia degli uomini e l’azione devastatrice del tempo, restando ben poco dell’elegante tempietto funebre che era. Si apre infatti come un antro oscuro sormontato da un frontone (unica struttura architettonica preservatasi quasi integralmente) con un’epigrafe dedicata dal marito (Cassio Filippo) alla memoria di sua moglie Atilia Pomptilla; a corredo, un elegante elemento decorativo raffigura due grossi biscioni fronteggiantisi, interpretati come simbolo della fedeltà coniugale; una impropria espressione popolare consacrata dalla tradizione ha dato il nome al monumento: Grotta della vipera (il serpentello venefico è oltretutto estraneo all’habitat sardo). Iscrizioni in versi elegiaci latini e greci sulle pareti a destra e a sinistra dell’ingresso raccontano la vicenda di questa Pomptilla; ormai per la difficoltà di accesso e il progressivo deterioramento dobbiamo accontentarci della trascrizione nella celebre raccolta epigrafica del Mommsen (Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. X, nr. 7563 e seguenti) e della rivisitazione dello storico e archeologo Raimondo Zucca in un contributo ad un convegno tenutosi a Roma nel 1989. Il racconto è inizialmente messo in bocca alla stessa Pomptilla, la quale narra come, lei romana abbia seguito l’infelice marito Cassio Filippo esiliato in Sardegna forse sotto Nerone e sia vissuta con lui per quarantadue anni in cui “una fides nobis multa gaudia dedit” (una reciproca fedeltà ci diede molte gioie); ma la scena muta quando Filippo si ammalò mortalmente fino a che “mentre Pomptilla piangeva il marito languente, fece voto di morire al posto suo” e, arrivato lui al distacco dell’anima dal corpo, ella, sul punto di essere vedova, accostate per l’ultima volta le sue labbra a quelle dello sposo, spirò veramente, mentre la vita del marito rifioriva. Le parti dunque s’invertono: il voto agli dei si è compiuto, lei è morta ed ora è il marito vedovo ad essere avvolto dal dolore. La scena finale è introdotta da uno struggente inno alla donna: “possano germogliare le tue ossa o Pomptilla in viole e gigli e possa tu fiorire in petali di rosa, di dolce croco e di immortale amaranto… e il tempo custodisca il tuo fiore per sempre”. La conclusione è in un’altra epigrafe posta dopo la morte di Filippo, qualche tempo appresso: “qui giace Pomptilla che abbraccia le ceneri del coniuge Filippo – cineres amplexa Philippi coniugis –”. Un amplesso eterno unisce ormai i due sposi. Come ancora un’epigrafe suggerisce, passando davanti a quei resti bisogna davvero sostare: “quello che pensi essere un tempio ricopre le ceneri e le piccole ossa di Pomptilla”. Ella, come ricorda infine il testo latino “avendo seguito il marito, morta per lui, ora giace sotto la Sarda Tellus”. Bel lascito dell’antichità classica, che, in un periodo in cui si diffondeva il cristianesimo, doveva naturalmente convergere in una nuova comune sensibilità. Ignazio Didu Veramente, sbagliato, nella pratica, non lo fu. Lo fu nelle intenzioni. Perché, quando nel 1492, Cristoforo Colombo partì con le tre Caravelle, intendeva raggiungere l’India dalla parte di Occidente. “Se il Mondo è tondo, diceva, e se andando verso Oriente, si raggiunge l’India Orientale, andando verso Occidente, si dovrebbe raggiungere l’India Occidentale.” E via per mare, finchè non arrivò in un posto che, si accorse subito, India non era. La chiamò Isola di San Salvador per ringraziare Chi lo aveva salvato nella lunga e pericolosa traversata. E chiamò Indiani i suoi abitanti. Questo nome, da allora, la gente di quel posto se lo è tirato dietro, tanto che ancora oggi i nativi d’America si chiamano a quel modo. Colombo era andato a trovare le Spezie, che a quei tempi davano gloria e ricchezza, e non le trovò. Ma trovò altre cose che, in fondo in fondo, furono di valore superiore alle Spezie stesse. Aprì soprattutto la strada ai navigatori successivi che, insieme all’oro e all’argento, portarono in Europa, frutti e piante sconosciuti dalle nostre parti e tanto strani che, per capirli e usarli doverosamente, dovettero passare addirittura dei secoli. Erano le piante di pomodoro, di patata, di fagiolo che per tanto tempo furono usati, per i loro fiori, solo a scopo ornamentale. E poi la cioccolata, il peperoncino, la canna da zucchero, il mais che risultò tanto strano a vederlo che fu chiamato granturco come erano chiamate “turche” tutte le cose strane; fu portato anche un pollo, che, invece di fare coccodè o chicchirichì faceva glùglù e fu chiamato tacchino. Insomma tante cose che, al momento giusto, una volta che gli europei ebbero scoperto il loro valore nutrizionale e il loro modo di usarle, aiutarono gli uomini a vincere le terribili carestie, che, ogni tanto imperversavano nelle varie nazioni. Terribili furono quelle di Polonia e di Irlanda e solo grazie alle patate si poterono evitare vere e proprie ecatombe. Il pomodoro merita poi un discorso a parte, non fosse altro che per il nome, che parla di un colore che questo frutto non ha. Quando questa pianta arrivò in Europa, si portava dietro la fama di pianta dai frutti velenosi, però, al contempo, ricchi di sostanze afrodisiache, da cui gli alchimisti del ‘500 e del ‘600 ricavavano pozioni e filtri magici. Soltanto alla fine del ‘700 la coltivazione a scopo alimentare del pomodoro conobbe un forte impulso e si può dire, con Luciano de Crescenzo, che “la scoperta del pomodoro ha rappresentato, nella storia dell’alimentazione, quello che, per lo sviluppo della coscienza sociale, è stata la Rivoluzione Francese”. Anche il mais e le patate risultarono facili da coltivare, tanto che bastava un fazzoletto di terra dietro casa, una vanga e un po’ di semi per tirar su un raccolto capace di sfamare l’intera famiglia. Bastava solo rispettare i cicli stagionali delle varie coltivazioni e nutrirsi dei loro frutti, freschi al momento della raccolta e conservati nei mesi successivi. L’avvicendarsi dei tempi della semina e del raccolto, il ripetersi delle varie attività lavorative, l’apparire sulle tavole dei vari prodotti della terra rappresentava una specie di calendario. Dalle nostre parti gli aranci si mangiavano solo d’inverno e il loro profumo ci parlava di Gesù Bambino e di Natale. Le giuggiole ricordavano ai ragazzi che era l’ora di preparare la cartella per tornare a Scuola. Il cocomero aveva il dolce sapore di vacanze e di mare. I pomodori ci dicevano che era arrivata l’estate. Le ciliegie ci ricordavano di preparare i drappi colorati da appendere alle finestre per la Processione del Corpus Domini. Insomma tutte le cose avevano una stagione ed ogni stagione ci regalava i suoi frutti. Che erano caratteristici anche per il luogo di provenienza. Era inutile cercare una pianta di mandarino in Val d’Aosta o i mirtilli nella campagna d’Agrigento. Oggi, invece, si cerca in ogni modo di avere sottomano, contemporaneamente, tutti i prodotti di tutte le parti del mondo. Una volta si diceva che le cose che potevamo acquistare nelle nostre botteghe erano “ a chilometro zero” e “ nostrali”. Ora invece si assiste a tutta una mescolanza di prodotti provenienti da tutti i luoghi del mondo, anche i più lontani, nello stesso tempo. Ma quello che è più grave, è che per far posto nel cosidetto paniere giornaliero alle cose straniere, manipolate non si sa come e non si sa quando e provenienti non si sa da dove, si sacrificano la bontà, la freschezza e la sicurezza delle cose nostre. Alessandro Testaferrata

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il levante La Gallura, una “terra fortunata” Ero arrivato la prima volta in Sardegna quarant’ anni fa e l’avevo visitata quasi tutta con puntiglio e senza fretta come faccio sempre quando giro il mondo con lo spirito di Ulisse: vedere, conoscere, sapere. Una delle emozioni più vive provate in Costa Smeralda fu la spiaggetta deserta di Santa Marinella: rimasi incantato come un bambino davanti ad un colorato giocattolo - sorpresa. La Costa Smeralda era una vergine. La Gallura, tutta, un gioiello grezzo. Ero tornato, sempre all’epoca, d’inverno, in Barbagia per una caccia al cinghiale e in quella occasione, sulle orme di “Canne al vento” avevo visitato la Baronia dalle coste alle alture fino a Nuoro. Avevo visto anche l’Iglesiente e Cagliari: una Sardegna povera, ovunque arretrata, ingiustamente malfamata per via dei sequestri di persona. Sono tornato in questi giorni qui in Gallura curioso di vedere che cosa è cambiato mentre il mondo si è globalizzato e l’Italia è diventata un paese quasi invivibile per la devastazione che ha subito in termini di abusi edilizi, sporcizia diffusa, insicurezza nell’ordine pubblico, degrado di servizi al cittadino, malfunzionamento della burocrazia e della giustizia. La Sardegna di 40 anni fa aveva personaggi politici di rilievo come Berlinguer e Cossiga che comandavano a Roma e avevano successo a livello nazionale. Ad una Regione gia’ negletta dai Savoia e da Mussolini promettevano un pronto e progressivo riscatto. Tutta l’isola era un rifiorire di speranze. Ma proprio dal 1975, sul continente, la politica fu invasa dall’affarismo. I partiti, poco a poco tutti, cominciarono a vendersi ai poteri finanziari forti riservando appalti, contributi e licenze ai soliti affiliati, corrotti e corruttori, in cambio di tangenti. E a proposito di questo mi viene sottomano un articolo di quel grande personaggio che fu Salvatore Brandanu, fondatore del Museo Icimar di San Teodoro, artista e generoso promotore della terra sarda, in particolare gallurese, articolo scritto nel settembre 2011 e stampato su “il Levante”:“La Regione è diventata per il popolo gallurese una matrigna astiosa, ha ignorato questo territorio, lo ha emarginato e perfino ostacolato nel suo sviluppo… La Gallura non puo’ essere ulteriormente mortificata da una Regione partigiana, fannullona, incapace che ha dilapidato gigantesche risorse senza riuscire a costruire uno straccio di futuro per un milione e mezzo di sardi.” Sicuramente l’interesse del Professor Brandanu era focalizzato sull’argomento cultura, sul fatto che la Gallura ancora oggi manca di scuole superiori di livello, di scuole che portino i giovani verso un mondo del lavoro altamente qualificato, che li portino a contatto con una realta’ scientifica e tecnologica adatta a nuove iniziative e precise sperimentazioni. Potrei fermare la mia testimonianza qui, dicendo che aveva perfettamente ragione e centrato un problema essenziale. Ma la mia attenzione, per quello che ho visto in questi giorni ripercorrendo Gallura e Baronia e alla luce dei fatti che assillano oggi l’Europa tutta, nonché dei tempi rischiosi che ci propone l’economia, va ad un loro presunto isolamento o abbandono praticato dalla politica di Cagliari verso queste terre. Direi oggi a Brandanu “meglio soli che male accompagnati” perché alla politica centralista veramente non si può più dare credito. Infatti se si trattasse di investimenti rilevanti in infrastrutture, industrie, terziario avanzato è facilmente ipotizzabile che alla gente della Gallura non arriverebbe alcun vantaggio. Appalti e posti di lavoro importanti sarebbero assegnati e poi gestiti da maestranze provenienti da lontano. L’incremento della ricettività turistica equivarrebbe ad una svalutazione. La Gallura rimane e deve rimanere una meta privilegiata. Il cliente di èlite chiede servizi e prodotti di qualità e proprio qui noto un incrinamento della prima immagine di Costa Smeralda. Mentre vedo strade e infrastrutture sufficienti e che possono essere ben mantenute da ditte e persone residenti, vedo per contro già troppi villaggi turistici in mano a multinazionali che offronto nei self-service prodotti scadenti quasi tutti provenienti dall’estero o dai supermercati con i quali sono convenzionati. Per l’attuale tenore di vita della gente gallurese direi “chi si contenta gode”. Il futuro dei giovani? Sta tutto nella formazione e questa sta in una scuola. Ma non nella tradizionale scuola Giugno 2016 - pag. 7 nozionistica e astratta. La scuola moderna deve ritornare al fare, al saper fare. I giovani, anche laureati, devono ritrovare l’orgoglio delle generazioni che hanno ricostruito l’Italia dalle rovine della guerra: devono trovare l’orgoglio di produrre, mettersi alla prova, inventare. Non esistono guadagni facili. Troppi giovani oggi rinunciano alla fatica, al sacrifico, perfino all’onestà. Con la scienza e le tecnologie di oggi non servono, né alle scuole né all’individuo, tanti soldi, servono idee. Ai giovani della Gallura serve: formazione per una agricoltura diversificata e specializzata, una cultura generalizzata sull’alimentazione, una preparazione professionale nella gastronomia che incontri le esigenze più raffinate, una preparazione culturale di livello che spazi dalla musica al teatro, alla letteratura, al cinema all’arte; una coscienza civile del rispetto delle leggi e dei diritti-doveri interpersonali reciproci. Alla Gallura “sassosa” oggi non manca il pane e la sua terra “isolata” è senz’altro da ritenere e da difendere come una “terra fortunata”. Lino Bortolini Violenza sulle donne... l’iniziativa del Soroptimist Club International Non solo parole ma fatti! Tra gli argomenti di cui si parla maggiormente in questo periodo c'è quello della violenza sulle donne, che quasi quotidianamente apre i titoli di giornali e telegiornali. In quasi tutte le società tradizionali le donne rispetto agli uomini hanno sempre vissuto situazioni di subordinazione e discriminazione. Non c'è giorno che non assistiamo ad episodi di violenza. Viviamo, ormai, in un clima generale che si manifesta in mille modi. Ognuno di noi è teso, egoista, anche se in maniera diversa, e tende perciò a reagire con ostilità nei confronti di chiunque, in qualunque occasione. Un piccolo incidente in macchina, una discussione un po' più accesa, una lieve scorrettezza si trasformano in liti, zuffe, aggressioni, risse. Tutto questo perché abbiamo dimenticato i nostri valori più importanti come la solidarietà, la tolleranza, l'amore per gli altri e li abbiamo sostituiti con un solo, unico valore: l'egocentrismo. L'egoismo domina la vita di oggi al punto che c'è una corsa continua ai beni materiali: nessuno è più disposto a comprendere, tutti si sentono minacciati. E’ da qui che nasce la violenza, quella che poi sfocia o arriva all’estremo nei casi che poi sentiamo in tv. Due le forme di violenza fra le più diffuse: Quella fisica consiste in qualsiasi forma di aggressività e di maltrattamento contro le donne, contro il loro corpo e le cose che a loro appartengono. Spesso è esercitata con forza, per determinare nella donna una condizione di sottomissione. Quella psicologica consiste in attacchi diretti a colpire la dignità personale, forme di mancanza di rispetto, atteggiamenti colti a ribadire continuamente uno stato di subordinazione e una condizione di inferiorità. Essa consiste ad esempio in: minacce, insulti, umiliazioni, aggressioni all'identità e all’autostima per isolare, impedire o controllare le sue relazioni con gli altri. E’ molto importante rendere noto questo tipo di notizie; proprio per far sensibilizzare la gente, per far conoscere, far sapere, per far capire che non si vive nell' “isola felice”, in cui non succede niente di male, in cui le notizie di cronaca nera non toccano assolutamente quel luogo così perfetto. Quest’ultima, è quella più subdola che bisogna estirpare da subito affinche non degeneri in quella fisica, è la possibilità di farlo dopo la presa di coscienza è indubbiamente denunciando l’autore della stessa anche perchè dal punto di vista legale ci sono le condizioni giuridiche per ottenere un’adeguata tutela legale. Ricordo anche uno strumento di facile consultazione per tutti che va sotto il titolo “app S.H.A.W.” realizzata dal Club Soroptimist International a cui si può ricorrere per ottenere un pronto intervento delle forze di polizia. E’ inoltre possibile trovare tutte le informazioni legali e di assistenza ricorrendo al numero telefonico gratuito 1522. Angela Bacciu

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il levante Un orto botanico unico (segue dalla prima) Giugno 2016 - pag. 8 Sport in Gallura... Si comprende come le stesse attività sportive e salutistiche, o anche di semplice guida naturalistica, pretendono nel particolare contesto un notevole grado di preparazione, conseguibile sia attraverso la formazione locale che con collaborazioni solide e di alto profilo. Un progetto quindi molto ambizioso, impegnativo e denso di opportunità, di forte impatto comunicativo per il territorio e occasione singolarissima per creare un punto di riferimento, in ambito mediterraneo, per la progettazione del verde e del paesaggio. Il professor Sergio Ginesu, nel corso della conferenza, ci ha spiegato quale potente storia contenga il nostro paesaggio e che attende solo di essere raccontata. La proposta sembra dunque meritevole della massima considerazione sia da parte della amministrazione che in tal senso dovrà pronunciarsi, che da parte dell’intera cittadinanza. L’impegno dell’ICiMar è fuori discussione. Gian Piero Meloni La Biblioteca Gallura compie cinque anni... La Biblioteca Gallura, nata un lustro fa per iniziativa dell’indi- menticabile Professor Brandanu, si è in questi anni arricchita di centinaia di nuovi volumi, donati da pubbliche istituzioni, banche e privati cittadini che abitualmente frequentano i suoi locali. La dotazione attuale assomma ad oltre quattromila volumi. Le sezioni in cui si articolano le sue disponibilità vanno dalla Storia della Sardegna a quella dell’Italia, dall’Archeologia alla Scienza, dalla Narrativa (per adulti e bambini) alla più recente ro- manzistica. La sua sede - come è noto- è ubicata nei locali del- l’Icimar in via Niuloni,1 a San Teodoro. L’iscrizione è del tutto gratuita ed i volumi, presi in prestito per la lettura, possono essere trattenuti sino ad un massimo di trenta giorni. Ecco infine gli orari: dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00. Angela Bacciu Il resto... si vedrà! così scrivevamo a maggio sul LEVANTE, parlando della prima partita dei play-off con il Camaiore. Ebbene sì, lo abbiamo visto in tanti, quando do- menica 12 giugno all'aero- porto di Olbia, di rientro dalla vittoriosa trasferta di Vigasio in quel di Verona, la festosa accoglienza dei 1969. La prima squadra del San Teodoro tanti tifosi, alla squadra del allenata dal mitico Primo Oggiano. San Teodoro con in tasca il lasciapassare per la "SERIE D". Dopo 46 anni di onorata militanza la squadra del presidente Domenico Fideli e di mister Tomaso Tatti è entrata di diritto nella storia calcistica di questo paese. Il gol del bomber e capitano Christian Ibba ha permesso ai viola di uscire imbattuti dal terreno veronese ma soprattutto vincenti in virtù della vittoria ottenuta una settimana prima in casa, sempre con gol di Ibba e del talentuoso Cocco, vera spina nel fianco per la squa- dra del Vigasio. Per questo campionato era stato allestita una rosa di giocatori di qualità ed alla fine i vari Corsi, Farina, Lepore, Sias, Catalano, Var- rucciu, assieme al resto del gruppo hanno dettato i ritmi per un cam- pionato da primi posti. Una citazione particolare a Nicola Raimo, teodorino doc, un mancino naturale che ha fatto gioire il vulcanico Gigi. Questa vittoria, oltre che a tutti i tifosi della squadra ci piace- rebbe dedicarla anche a chi non c'è più ma che ha condiviso il per- corso calcistico del San Teodoro nelle varie annate calcistiche. Tra i tanti ricorderei zio Egidio Pasella, il primo presidente, Re- nato Inzaina, che portò la squadra in Promozione Regionale e Ga- spare Bazzu, un dirigente speciale. Ultima annotazione, nel campionato 2004/05 abbiamo parteci- pato al primo torneo di Eccellenza con la guida del presidente Gianni Marongiu e di mister Marcello Fideli e, dopo dodici anni il grande salto in "SERIE D". In bocca al lupo ragazzi, con gli auguri di tutta la redazione de Il Levante! Sandro Brandano Un primo piano della neo promossa squadra del San Teodoro in Serie D con tutto lo staff. Sullo sfondo l’esultanza dei tifosi dei nostri Viola nella partita di andata del 5 giugno 2016.

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