Lettera vescovo

 

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12 “lo PortÒ in un alBerGo e si Prese cura di lui” (lc 10,34) una storia e una scelta di chiesa

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12 “lo portò in un albergo e si prese cura di lui” (Lc 10,34) una storia e una scelta di Chiesa l’accoglienza a favore di richiedenti asilo e rifugiati nella nostra diocesi sta trovando concrete risposte nei centri comunitari e nelle parrocchie. questa insistita emergenza è stata oggetto di significativo e ricco discernimento nei consigli presbiterale e pastorale diocesani. Quanto accade è una “rinnovata occasione” per prendere in considerazione, in modo intenso, la presenza di un fenomeno quale è l’immigrazione che da decenni sta interessando il nostro territorio. in questa lettera circolare il vescovo, insieme al consiglio pastorale diocesano, consegna alla diocesi uno strumento di lavoro pastorale affinchè le riflessioni e le indicazioni diventino motivo di ampio confronto e verifica, in particolare nei consigli pastorali parrocchiali e vicariali.

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Premessa 1. Papa Francesco, “di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita”, ci invita ad essere loro prossimi e “a dare loro una speranza concreta”. Questo accorato appello si colloca nel cammino del Giubileo della Misericordia e invita “le parrocchie, le comunità religiose, i monasteri e i santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e ad accogliere una famiglia di profughi”. 2. Per accompagnare le parrocchie, le realtà diocesane e territoriali in questo cammino con i richiedenti asilo e rifugiati, si è sviluppato un ampio confronto in Consiglio Presbiterale e Pastorale per aiutare le parrocchie ad individuare forme e modalità capaci di ampliare la rete ecclesiale dell’accoglienza a favore dei richiedenti asilo e rifugiati che giungono nel nostro Paese, in collaborazione con le Istituzioni e nel rispetto della legislazione presente. Si tratta di un gesto concreto e gratuito, un servizio, segno di accoglienza che si affianca ai molti altri a favore dei poveri (disoccupati, famiglie in difficoltà, anziani soli, minori non accompagnati, diversamente abili, vittime di tratta, senza dimora, carcerati, …) espressi dalle nostre parrocchie: un supplemento di umanità, come un ‘pulpito’, come una ‘cattedra’, per educare e per vincere la paura e i pregiudizi, come si legge negli Orientamenti pastorali del decennio delle Chiese in Italia “… l’opera educativa deve tener conto di questa situazione e deve aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, 3

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promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione” (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, 14). 3. Occorre far crescere e maturare il passaggio a dimensione comunitaria, ecclesiale, la consapevolezza che tutto il fenomeno dell’immigrazione, e quindi anche questa insistita emergenza che ha tutte le caratteristiche di un fenomeno che sarà, nel tempo, sempre più strutturale, ha bisogno di risposte plurime: istituzionali, sociali, ecclesiali, assistenziali, economiche, culturali, educative, mass mediali, imprenditoriali, abitative, lavorative, … 4. Il Giubileo, anno straordinario della Misericordia, ci offre un tempo di grazia, per guardare a “quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi”, e nel quale riscoprire l’attualità delle opere di misericordia corporali e spirituali, così da costruire nuove strade e aprire nuove ‘porte’ di giustizia e di solidarietà, vincendo “la barriera dell’indifferenza”, come ci ricorda il Santo Padre (Misericordiae vultus, 15). Nell’Anno Santo della Misericordia, alla luce di un fenomeno straordinario di migrazioni forzate che, via mare e via terra, sta attraversando il mondo e interessando i paesi europei, il Papa chiede il gesto concreto dell’accoglienza. Questo gesto testimonia come sia determinante, per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio, che “essa viva e testimoni in prima persona la misericordia” (Misericordiae vultus, 12). 4

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Primo capitolo: un cammino di Chiesa 5. Occorre fare memoria di un cammino, di una storia. Da decenni le nostre parrocchie e i nostri territori hanno individuato, costruito e promosso un modo buono per accogliere, integrare, interagire con una pluralità di presenze nei contesti di vita. La Chiesa di Bergamo ha una storia ricca di attenzioni. È una storia segnata da opere di carità, da istituzioni religiose sorte con il carisma della carità verso i poveri. Il 37° Sinodo della Chiesa di Bergamo parla di accoglienza dello straniero come “nuova sfida”. Un fenomeno nuovo che sta cambiando il territorio, realtà sociale tra le più rilevanti del nostro tempo. È un fenomeno strutturale e irreversibile che si colloca all’interno della globalizzazione e pone la società e la Chiesa di fronte a nuove sfide e interrogativi. Le parrocchie e le altre realtà ecclesiali vi sono coinvolte in modo del tutto particolare, chiamate ad accogliere ogni essere umano in nome del Vangelo. Al tempo stesso, le parrocchie che hanno conosciuto l’esodo dell’emigrazione all’estero dei propri figli, possono apprendere da questa memoria un migliore approccio alla mobilità umana. La storia recente ci parla di avvio di esperienze di accoglienza diffusa che seppur con fatica ma con grande passione stanno studiando le forme più ricche e coinvolgenti. 6. Occorre attuare una scelta di Chiesa. Occorre evitare di considerare questa nuova emergenza come un evento che debba e possa interessare solo alcune parrocchie, alcune realtà, alcuni operatori e volontari. 5

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Un evento che interessi e impegni per un breve periodo. È invece una scelta di Chiesa, una scelta evangelica che è e sarà sempre più strutturale. Scelta che consiste e impegna nel crescere e nel far crescere tutta la comunità diocesana, le parrocchie, i territori, le espressioni più vive e attive sia ecclesiali, sociali, culturali, … attraverso tutti gli strumenti, pastorali e non, che la Chiesa diocesana e l’intero territorio hanno a disposizione. I cammini indicati dal Giubileo della Misericordia, dalla Lettera pastorale del Vescovo ‘Donne e uomini capaci di carità’, dalla quinta Visita Vicariale, ben si prestano per un’azione unitaria che veda l’intera Chiesa diocesana coinvolta in questa azione di attenzione, accoglienza e accompagnamento. Per questo è necessario che ogni parrocchia (cfr. 37° Sinodo, 107) si impegni a conoscere il fenomeno migratorio, anche nei suoi aspetti culturali e religiosi; promuova iniziative capaci di valorizzare gli immigrati sotto l’aspetto culturale, sociale e religioso, creando occasioni di incontro e di reciprocità, coinvolgendoli nella vita della parrocchia, nel rispetto della situazione religiosa e civile dell’immigrato stesso; collabori con le istituzioni civili svolgendo, quando necessario, un ruolo di stimolo affinché le varie culture vengano considerate e valorizzate, anche attraverso l’emanazione di provvedimenti amministrativi giusti ed equi; abbia cura di educare i fedeli al dialogo che comporta in primo luogo la conoscenza della propria identità religiosa e culturale e quindi l’attenzione e il rispetto di quella altrui. 6

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7. Occorre cogliere questo ‘segno dei tempi’, questo ‘kairòs’. Un segno dei tempi, un ‘principio attivo’ capace di promuovere ‘processi’ nella Chiesa e nel territorio. Capace di interrogare l’intero cammino della Chiesa diocesana attraverso un confronto e un percorso di cambiamento sociale, culturale e pastorale sempre più ampio. Nella lettera pastorale ‘Donne e uomini capaci di carità’, il Vescovo Francesco sottolinea che “… la Carità interpella personalmente ciascuno, non può essere delegata, non può essere a tempo, non può manifestarsi solo in un particolare spazio. Non possiamo fare a pezzi il cuore. Non c’è persona, per quanto povera, debole, fragile che non possa esercitare la Carità … ci è chiesto di passare da una visione del povero e del fragile come destinatario della nostra opera, ad una considerazione di costoro come protagonisti non solo del loro riscatto, ma della promozione di una civiltà più umana: vedere il mondo con gli occhi dei poveri, cambiare il mondo a partire dal protagonismo dei poveri, fare della liberazione del povero la misura della nostra crescita umana. Si tratta di un cambiamento radicale, ma profondamente cristiano: nel cuore della fede del cristiano ci sta il Crocifisso, il debole, il fragile, l’impotente, il fallito, il piagato. Lui è il Risorto, il principio della Risurrezione e della vita nuova. Si tratta dunque non solo di riconoscere il Crocifisso nei crocifissi della vita e di avvicinarsi a loro con amore, ma di riconoscere in loro l’insegnamento e la potenza che scaturiscono dal Crocifisso, una potenza che cambia la storia” (Donne e uomini capaci di Carità, pag. 30). 7

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8. Occorre costruire un futuro condiviso. Ciò esige il passaggio da azioni centrate principalmente sull’integrare nel ‘nostro mondo’ chi arriva da ‘mondi diversi’, ad azioni di interazione tra molteplici volti e storie di vita per costruire e promuovere insieme un futuro condiviso. Ciò provoca grandi e faticosi cambiamenti nell’attuale abbondante modo di operare della Chiesa e della società per lasciare posto e spazio a percorsi di reciprocità, per passare da una pastorale di ‘servizi’ a un pastorale di ‘relazioni’, da un forzare tentativi di accoglienza ad un appartenere in modo vivo e condiviso allo stesso territorio, alla stessa storia e allo stesso ordinario cammino di vita, ad ‘abitare’ lo stesso territorio nella reciprocità, a costruire un futuro condiviso. 8

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Secondo capitolo: una Chiesa in ‘uscita’ 9. Chiesa in uscita. Accogliendo l’invito di Papa Francesco, che chiede di essere ‘Chiesa in uscita’, comunità evangelizzatrice che sperimenta come il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore, e per questo sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura (Evangelii Gaudium, 24), il Consiglio Pastorale Diocesano ha riflettuto su come il fenomeno dell’immigrazione sia occasione per considerare in modo nuovo e ricco di futuro il cammino della Chiesa e della società in questo tempo. Si è consapevoli della complessità del fenomeno, dei numerosi aspetti del vivere quotidiano che ne risultano coinvolti. Per questo motivo il Consiglio Pastorale Diocesano si è posto la questione di come l’accoglienza dell’immigrato, del rifugiato e del richiedente asilo interroghi e provochi il cambiamento chiesto dall’essere ‘Chiesa in uscita’. Negli ultimi anni sembra sia in atto una sorta di ‘ripensamento’ nelle parrocchie. Si riflette sulla parrocchia, sui suoi fondamenti teologici, sulle prassi pastorali, come sulle sue dinamiche interne, oltre che sulle sue diversità in contesti diversi. Una Chiesa che riscopre costantemente il compito di annunciare il Vangelo e di educare alla comunione trova l’antidoto al caos e al conflitto nella collocazione di ogni carisma al servizio della parrocchia. La prima e più comune esperienza di incontro con il volto di questa Chiesa è la parrocchia. In un contesto culturale, sociale, ecclesiale in costante cambiamento, in una parrocchia da immaginare e da costruire, anche attraverso alcune scelte, sperimentazioni di cura dell’acco- 9

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glienza e delle relazioni, il fenomeno immigratorio impegna l’intera Chiesa diocesana e la società a porsi in termini di ampio cambiamento, da attuarsi su più fronti e dentro più ambiti di vita. 10. Accoglienza dello straniero e costruzione del bene comune. Una ‘Chiesa in uscita’ è innanzitutto una Chiesa preoccupata della costruzione del bene comune. Il bene comune è tale quando riguarda l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini. Ciò non può essere consegnato all’improvvisazione ma esige conoscenze, consapevolezze, il non fermarsi a comode semplificazioni. Costruisce e promuove processi di pensiero e di azioni personali e comunitarie, impegnando in nuovi stili e scelte di vita. Esige il coinvolgimento il più ampio possibile. Non si sottrae alla responsabilità di sollecitare l’azione politica a partire dai valori del Vangelo, anche quando sono contro corrente. Si appassiona e si impegna nella costruzione del bene comune come ‘bene’ personale e di tutti. 11. Accoglienza dello straniero e lavoro a rete nel territorio. Lavorare in rete con le realtà presenti sul territorio è un modo concreto per costruire il bene comune e dare centralità al territorio ‘luogo di vita’ per tutti. Per questo motivo laddove la rete è promossa da istituzioni o organismi territoriali, la parrocchia è chiamata a prendervi parte attivamente. Dove invece il lavorare in rete è assente, alla parrocchia è chiesto di attivarsi per promuovere e favorire la crescita di un lavorare in rete. Lavorare in rete chiede la pazienza di interloquire con altre voci, talvolta discordanti, e allo stesso tempo esige una presenza della parrocchia, nella forma del lievito. In questo senso risulta particolarmente opportuna 10

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l’azione che promuove e moltiplica le opere-segno. Nel suo essere presenza stimolo, alla parrocchia spetta il compito di sollecitare e collaborare con le istituzioni affinché assumano un ruolo più deciso nell’accoglienza degli stranieri e in una corretta informazione e conoscenza. Questo modo di lavorare impegna la parrocchia nella cura di una rete di comunione tra le diverse realtà ecclesiali, che trovano così un’ulteriore occasione di fraterna collaborazione. 12. Accoglienza dello straniero e comunicazione. Nelle parrocchie è fondamentale un modo di comunicare che contrasti la diffusione di notizie distorte e distorcenti, che sappia fare chiarezza e non confusione. Una comunicazione che favorisca il passaggio da ‘pancia, cuore, testa’, all’incontro e alla relazione personale con lo straniero. La comunicazione deve utilizzare un alfabeto semplice, contenuti essenziali, capaci di favorire l’incontro e la relazione con le persone che sono chiamate a vivere un enorme ‘salto culturale’. La comunicazione non può ridursi alla semplice ‘informazione’, troppo spesso ‘emozionale’. È chiamata ad offrire racconto della realtà, spiegazioni, significati, interpretazioni consapevoli e proposte positive e percorribili. La Chiesa diocesana può valorizzare più di uno strumento massmediatico, favorendo un’informazione e una comunicazione che non teme di affrontare la facile reazione, soprattutto presentando le buone prassi in atto e favorendo il graduale passaggio da una risposta di emergenza ad una progettualità capace di favorire interazione. 13. Accoglienza dello straniero e dialogo interreligioso. Il fenomeno della globalizzazione favorisce la presenza e l’espandersi progres- 11

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sivo di religioni diverse nei nostri territori. La Chiesa è chiamata a leggere e a interpretare questo movimento e spostamento di intere popolazioni da un territorio all’altro del mondo. La relazione tra le religioni porta con sé rischi ma anche ricchezza vicendevole da conoscere e riconoscere. Si è chiamati a rafforzare i fondamenti del credere perché siano portanti per la vita quotidiana, per essere popolo chiamato ad annunciare, a dare ragione della propria fede con fermezza, dolcezza e misericordia. La carità “non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L’amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi ... L’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore” (Deus Caritas est, 31/c). L’accoglienza sia occasione per rafforzare questa consapevolezza, per essere autentici e credibili testimoni. Il dialogo interreligioso trova un passaggio cruciale nella scuola, come luogo reale di interazione, di confronto e di dialogo in cui riconoscere le differenze e condividere la reciproca paura, provocata dalla non conoscenza. 14. Accoglienza dello straniero e azioni di accoglienza diffusa. Per attivare e far crescere una accoglienza diffusa non basta la compassionevole emozione, ma servono desiderio di accogliere, conoscenza degli aspetti problematici, accompagnamento formativo, azioni di coordinamento per attivare una pluralità di attenzioni e competenze e per favorire una progettualità di società e di Chiesa. Ogni parrocchia, nel proprio territorio, o più parrocchie 12

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in sinergia, sono chiamate a programmare percorsi per favorire un corretto sguardo e conoscenza dei rifugiati e dei migranti, per interrogarsi comunitariamente sul cosa fare. Le parrocchie che si apriranno all’ospitalità, insieme alle fatiche, sperimenteranno i benefici dell’essere stimolate ad approfondire e a rinnovare, nel cambiamento, i propri cammini di vita pastorale, a considerare nuovi stili pastorali, a mettere in discussione temi ‘intoccabili’, come il modo di pensare il rapporto tra fede e vita, tra fede e beni, tra fede e denaro, tra fede e strutture. “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci, oltre a partecipare del ‘sensus fidei’, con le proprie sofferenze conoscono Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro” (Evangelii Gaudium, 198). 15. Accoglienza dello straniero: collaborazioni e progettualità tra parrocchie e istituzioni pubbliche. Parrocchia e istituzioni pubbliche sono chiamate a riconoscere l’azione di accoglienza come valore irrinunciabile e fondante il vivere civile ed ecclesiale. La condivisione di una progettualità di accoglienza è necessaria laddove parrocchia e istituzione pubblica progettano in sintonia. È invece opportuna là dove l’intesa tra le due istituzioni non è favorita da prese di posizione divergenti e non promuoventi un cammino 13

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unitario. In situazioni di questo tipo è importante attivare l’azione di sussidiarietà, da interpretare non come sostituzione delle responsabilità, delle competenze e dei ruoli dei soggetti coinvolti, ma come valorizzazione della rete del territorio, delle istituzioni, delle associazioni, dei gruppi, delle famiglie e dei singoli cittadini. Laddove esistano fatiche e distanze significative tra parrocchia e istituzione pubblica si privilegi la promozione di percorsi, di gesti, di piccole opere-segno capaci, nel tempo, di educare e di far crescere convinzione e convergenza comune. Risulterà di particolare utilità la promozione di una formazione alla politica, alla crescita di una coscienza del bene comune, al senso civico e all’essere testimoni del Vangelo come cittadini credenti, proposte a livello territoriale, aperte in particolare alle giovani generazioni. La contrarietà di una istituzione pubblica non deve portare a rinunciare al richiamo alle reciproche responsabilità, alle possibili collaborazioni, al graduale approccio ad un fenomeno che sta dentro il futuro. 16. Accoglienza dello straniero e legislazione riguardante i rifugiati e i richiedenti asilo. E’ necessario garantire alle parrocchie e ai territori un’informazione e formazione sulla normativa riguardante l’immigrazione in generale e i richiedenti asilo in particolare. Una conoscenza normativa che deve essere sistematica, aperta agli scenari nazionali e internazionali e che deve includere l’attualizzazione chiara delle disposizioni legislative nelle prassi quotidiane. Una conoscenza che deve estendersi alle culture dei paesi di appartenenza dei richiedenti asilo e, nel contempo, aperta a spazi che consentano di raccontare la cultura e le reciproche tradizioni. 14

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Senza conoscenza non può esserci processo di integrazione/interazione, né rispetto delle regole da parte di tutti. Una conoscenza che deve tradursi in interazione competente con chi deve compiere scelte politiche e con chi amministra i nostri territori, in una realtà spesso dominata da slogan e informazioni non veritiere, che non aiutano a trovare risposte adeguate al ‘fenomeno’ migratorio. Una situazione particolarmente delicata riguarda la situazione dei rifugiati a cui è respinta la domanda e che finiscono in condizione di irregolarità. Che fare? Accogliere a prescindere o accompagnare alla porta? È lo Stato che regolamenta l’ospitalità. Accogliere va oltre l’ospitare. La parrocchia rimane comunque aperta all’accoglienza e alla prossimità a tutte le persone che si trovano in condizioni di bisogno, di precarietà, di fragilità, impegnata a condividere con le istituzioni la ricerca e la costruzione di proposte di corretto e giusto equilibrio tra processi di accoglienza e rispetto della legalità. 17. Accoglienza dello straniero e pastorale della parrocchia. Il cittadino immigrato, richiedente protezione internazionale, viene percepito dal ‘noi’ della comunità civile ed ecclesiale come un ‘loro’ che va ad aggiungersi al ‘loro’ degli immigrati inseriti nei decenni precedenti. Le esperienze di accoglienza e inserimento maturate nel cammino della Chiesa diocesana sono molteplici. Sono esperienze che hanno visto prevalentemente soggetti singoli o singole parrocchie coinvolgersi direttamente con una pluralità di interventi. Nel tempo che viviamo e alla luce del magistero di Papa Francesco si è sollecitati a trasformare e ad ampliare queste esperienze facendole essere scelta ed esperienza dell’intera Chie- 15

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