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Carisma e spiritualità della Famiglia dell'Ave Maria

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LA “FAMIGLIA DELL’AVE MARIA” Raccolta di scritti e riflessioni di DON IGNAZIO TERZI (quarto successore di San Luigi Orione) con una introduzione di Mons. Giovanni D’Ercole

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FAMIGLIA DELL’AVE MARIA FAMIGLIA DELL’AVE MARIA - Corso Nuvoloni 30 - 18038 Sanremo - 0184.531422

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Finito di stampare in marzo 2015 A cura della FAMIGLIA DELL’AVE MARIA Corso L. Nuvoloni 30, 18038 Sanremo (IM) tel. 0184-531422 - info@famigliadellavemaria.it

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INTRODUZIONE Ben volentieri ho accettato di affidare a questa breve introduzione alcune mie considerazioni sulla figura di don Ignazio Terzi, Direttore Generale dell’Opera don Orione, che ha avuto una frequentazione assidua con Maddalena Carini. Fu egli stesso a farmela conoscere e a voler che la incontrassi e per questo gli devo eterna riconoscenza. Uomo di grande finezza umana e spirituale, nobile di nascita e ancor più per il suo portamento, don Terzi coltivava una innata delicatezza d’animo che lo portava a grande rispetto per tutti, anche per i suoi più piccoli interlocutori. E’ stato il mio formatore ai tempi del liceo e professore stimato d’Italiano. Questo ha permesso a noi alunni di stupirci per la vastità delle sue conoscenze e per l’umiltà con cui sapeva trasmettere il sapere agli studenti. In seguito si è occupato di noi come responsabile generale della formazione e poi come superiore generale della nostra congregazione. Di lui resta un ricordo grato e ammirato. Non sono però le relazioni vissute all’interno della nostra famiglia religiosa che qui vorrei mettere in rilievo. Intendo piuttosto soffermarmi nel raccontare i suoi rapporti con Maddalena e il suo amore per la famiglia dell’Ave Maria. Ancor oggi mi chiedo perché egli abbia voluto, anzi insistito che io prendessi contatto con Maddalena e non desistette sino a quando insieme a lui venni a San Remo ed ebbi il primo indimenticabile colloquio con questa anima singolare, provata dalla sofferenza e innamorata di Cristo. Don Terzi me ne aveva parlato a più riprese e solo dopo mi fu possibile capire che tutto rientrava in un misterioso disegno divino, che unisce attraverso una serie di incontri casuali a volte inimmaginabili, le persone per i suoi disegni di misericordia e di provvidente amore. Ricordo la stima e la venerazione con cui parlava di Maddalena e sono certo che, data anche la sua naturale riservatezza, non abbia mai comunicato le esperienze più intime che han segnato la sua frequentazione a Villa Maria. Questa breve raccolta di suoi interventi, che narrano momenti significativi della vita della Famiglia dell’Ave Maria, danno un’idea della spiritualità di questo degno successore di don Orione, ma non sono certamente sufficienti per farci capire quanto egli avesse compreso il carisma e la missione di questa nuova istituzione scaturita dalla docile obbedienza di Maddalena alle richieste del Cielo. Il suo stile che trasuda la ricchezza della sua intelligenza e l’ampiezza delle sue conoscenze storiche, letterarie, teologiche e mistiche, riesce a farci appassionare a questa “voce fra le tante che risuonano oggi nella Chie- I

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sa, che si caratterizza per il suo tono delicato, quasi silenzioso, che deriva dalla sua origine legata all’umiltà della grotta di Lourdes e alla semplicità incantevole della sacra Famiglia di Nazareth”. Sa riconoscere che in fondo la vita della Famiglia dell’Ave Maria “può a ragione dirsi un commento vivente al Vangelo, una traduzione in termini semplici e profondi delle virtù predicatesi dal Cristo, evidenziando in modo speciale quegli aspetti misteriosi e affascinanti che caratterizzarono la vita nascosta del Redentore e di quelli che gli furono più vicini, Maria e Giuseppe”. Abbiamo qui una descrizione che è al tempo stesso un invito a realizzare il progetto divino su questa singolare istituzione sorta con umiltà e silenzio nel seno della Chiesa. Questi scritti non possono non essere il frutto dei lunghi colloqui che don Ignazio Terzi intratteneva con la miracolata di Lourdes, alla quale la Madonna aveva chiesto “il dono” della sua salute e, immobilizzata in un letto di continue sofferenze, riusciva a comunicare serenità e pace a tante anime traviate, che il Signore le inviava per le vie più diverse, più strane e impreviste. Di tutto questo don Terzi era ben consapevole, e nei suoi scritti s’intravvede il suo impegno di sostenere Maddalena in questa non facile missione. Incoraggia la Famiglia dell’Ave Maria a nutrire uno spirito analogo a quello che tiene unita una famiglia naturale: “ci si ama, ci si aiuta, comprende e scusa vicendevolmente. Si lavora uniti, pur attendendo ciascuno alla sua propria mansione, che non è autonoma ma integrativa e armonizzata con quelle degli altri”. A prima vista queste note non sembrano offrire speciali spunti di meditazione. Chi però conosce l’apostolato che svolgono i membri della Famiglia dell’Ave Maria, non fa fatica a cogliere il messaggio importante che qui si vuole far emergere. L’apostolato dell’accoglienza esige uno spirito di famiglia condiviso con tutte quelle sfumature che fanno sentire l’ospite accolto come a casa sua, sin dal primo momento. Il resto lo compie il Signore servendosi dei suoi strumenti di grazia. E Maddalena è un misterioso strumento di misericordia nelle mani della Vergine Immacolata. “Ave Maria, un sorriso e avanti!”. È questo - nota don Terzi - il motto che Maddalena ha lasciato alle sue figlie e ai suoi figli spirituali “quale sintesi di fede, di delicatezza e coraggio costante, appoggiato sulla sicurezza della presenza assidua e materna di Maria Santissima, per la causa di Dio e delle anime”. Di questa spiritualità, che sa così ben delineare, don Terzi è stato testimone per lunghi anni godendo dell’amicizia anche di don Vittorio Cupola, per cui giustamente il suo ricordo resta legato a quello di Maddalena e dell’intera Famiglia dell’Ave Maria. + Giovanni D’Ercole II

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LA FAMIGLIA DELL’AVE MARIA È una voce fra le tante che risuonano oggi nella Chiesa, che si caratterizza per il suo tono delicato, quasi silenzioso, che deriva dalla sua origine legata all’umiltà della grotta di Lourdes e alla semplicità incantevole della sacra Famiglia di Nazareth. Nata infatti in seguito a un miracolo della bontà materna dell’Immacolata, essa è stata mossa soprattutto da un’ansia tormentosa di salvezza di tutte le anime, specie di quelle dei “lontani” che illusi dal chiasso del mondo dimenticano le grandi realtà divine. Trovare tutte le vie, escogitare tutti i mezzi per toccare i cuori dei peccatori, far loro sentire il richiamo di Dio e della Madre Sua e nostra costituisce il programma di chi si consacra al Signore in questa umile Famiglia. La sua via maestra è l’imitazione delle virtù della Vergine: nulla di straordinario sul piano umano, nulla di visivo e reclamistico, ma la totale elevazione di ogni atto della vita quotidiana, anche dei minimi gesti, al grado di offerta a Dio, di preghiera, adorazione e olocausto. La scoperta geniale di questa Fondazione, che si rifà al modello nazaretano, è il valore e il significato della famiglia. Essa è il nucleo della società e della Chiesa: ricostituire, purificare, santificare il mondo familiare significa salvare il mondo intero. E la famiglia diviene così non solo l’oggetto, ma pure il mezzo di un rinnovamento cristiano e di efficace apostolato. Ciò rappresenta pure l’attualità di questa Istituzione che ha anticipato, nella sua visione della famiglia, quello che oggi è uno degli aspetti portanti del programma apostolico della Chiesa che, abbandonate forme di categorie separate, preferisce dirigersi alla famiglia come tale nella sua realtà globale e indivisibile. È lo stesso spirito di famiglia che si ritrova nei membri stessi dell’Istituto che se accoglie anime verginali gelose della loro consacrazione integra alle mistiche nozze con l’Agnello divino, accetta pure coniugati di qualsiasi rango sociale, come specialmente gli stessi sacerdoti. Nella famiglia pur con diverse mansioni tutti rimangono fratelli e la differenza dei compiti contribuisce solo a una più perfetta riuscita di questa sinfonia di voci e di testimonianze. Ma soprattutto quello che pare il significato più profondo della Famiglia dell’Ave Maria nella Chiesa è il richiamo alle più autentiche virtù evangeliche: 1

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silenzio, umiltà, lavoro assiduo e specialmente preghiera che attraverso la fedeltà ai tempi forti e prolungati, tende a diventare continua come quella di Gesù. Non grandi programmazioni che sanno di calcolo umano, né specializzazioni dottrinali o tecniche educatrici e infermieristiche, che pure non mancano, ma essenzialmente vita mariana nella devozione profonda alla Vergine e nella prassi che tende a far rivivere le sue virtù. Non sembra troppo il dire, rifacendoci al Montfort, che Maria stessa pare voler ridiscendere dal Cielo per ripetere i suoi esempi e la sua linea ascetica in queste anime da Lei scelte per il suo piccolo nuovo Istituto. Qui tutto spira Maria, fa sentire a volte in modo inequivoco la reale presenza dell’Immacolata, che traspare nelle tante immagini nelle cappelle e nei diversi ambienti, ma soprattutto nella vita e nel servizio compiuto da queste fedelissime di Lei. Ma oltre alla preghiera e all'umile servizio dei fratelli, è specialmente il senso della Croce che, ancora una volta, dà l’autentico sigillo evangelico alla Famiglia dell’Ave Maria, nata da una prova dolorosissima e sviluppatasi attraverso il culto della sofferenza e la penetrazione nel mistero della Passione del Redentore e dei dolori del cuore della Vergine Addolorata. Ed infine la Famiglia ci presenta la risposta di Dio: le numerose conversioni di lontani, la ricostituzione insperabile di famiglie già distrutte, la riabilitazione di non pochi sacerdoti e religiosi testimoniano che la Grazia opera attraverso questi umili strumenti pieni di Fede. E ancora una volta la presenza continua e misteriosa della Croce, il segno della contraddizione che i santi chiamano il chiaro segno di Dio, la comprensione sempre più viva che le anime si riscattano solo a prezzo di sangue, mentre da un lato riconfermano il carattere evangelico dell’Istituto, lasciano adito a tanto fiduciosa speranza che esso, restando fedele a tali principi, possa in seno alla Chiesa costituire, come si è detto, una voce profetica di significato tutto speciale. Siamo di fronte a un carisma che presenta una speciale originalità che in qualche aspetto potrebbe anche apparire alquanto coraggiosa, se non fosse più che sufficientemente suffragata da continui segni esteriori e interiori che comprovano l’assistenza divina, attraverso la mediazione della Vergine Immacolata cui la fondazione si ispira. Un fondatore insegna con i suoi scritti e la sua parola, ma più ancora con il 2

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suo esempio di vita e di apostolato. Pare convincente quanto dice Christian Curty che un carisma di fondazione è “l’esperienza personale di Dio vissuta da un mistico, sotto l’impulso dello Spirito Santo e presentata ai suoi figli spirituali perché, secondo la loro grazia, la ripetano”. Qui la Fondatrice, Maddalena Carini, ha sentito fin dall’infanzia l’ansia di convertire i peccatori e li ha avvicinati con coraggio e disinvoltura e con ancora maggior frutto. Il suo apostolato assume uno stile assai caratteristico: ricercare i lontani, pur con la dovuta prudenza, nei loro ambienti e creare opere adatte per avvicinarli (attività alberghiera, incontri in luoghi di villeggiatura, scuole professionali a indirizzo alberghiero etc.) operando specie per ricostruire o sanare le famiglie. Il sacerdote, in questo movimento, è necessario come dispensatore dei sacramenti e guida spirituale, ma costituisce quasi un punto di arrivo, mentre l’attività di penetrazione (direi la forza d’urto) è più dei laici. Non vedrei casuale ma significativo il fatto che il Signore abbia scelto un’anima femminile per questa moderna ed evangelica iniziativa di bene. Maddalena non ha voluto fondare un istituto religioso e neppure forse si può parlare di un istituto secolare nella forma ordinaria di oggi: ella chiama la sua fondazione una “famiglia”, parola semplice quanto significativa. La famiglia accoglie e unisce tutti, il sacerdote, i vergini consacrate, i coniugati; tutti hanno cittadinanza in questa famiglia singolare che trae il nome e più ancora la spinta benedicente dalla Vergine di Lourdes che ha guarito miracolosamente la Fondatrice. 3

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PERCHÉ «FAMIGLIA DELL’AVE MARIA»? La Famiglia dell’Ave Maria esprime con la sola sua denominazione quelli che sono la sua spiritualità e il suo programma. FAMIGLIA → lo spirito che unisce i vari membri è veramente quello stesso che tiene unita una famiglia naturale: ci si ama, ci si aiuta, comprende e scusa vicendevolmente. Si lavora uniti, pur attendendo ciascuno alla sua propria mansione, che non è autonoma ma integrativa e armonizzata con quelle degli altri. Per questo la Famiglia dell’Ave Maria comprende sacerdoti, vergini e celibi consacrati e pure coniugati. Alcuni membri vivono regolarmente e comunitariamente nelle case e opere dell’istituzione, altri testimoniano nel mondo il suo messaggio carismatico. AVE MARIA → il saluto che Dio, per mezzo dell’Angelo, rivolse a Maria, dando inizio alla nostra redenzione, rappresenta il respiro spirituale della Famiglia dell’Ave Maria. Nata ai piedi della Vergine nella luce di Lourdes, essa vive e opera abbandonata alla guida e all’aiuto della Celeste Madre, rivivendo le Sue virtù e imitando i Suoi esempi e i Suoi atteggiamenti, propri di Chi vive nascosta con Cristo in Dio (Col. 3, 3). Preghiera continua, umile servizio, olocausto di sé stessi nel mistero della Croce possono dirsi i cardini di questa spiritualità che si intona alla classica ascetica Cristiana di sempre e pure alle recenti direttive del Concilio Vaticano II. Il pensiero di Maria accompagna da mattina a sera la vita dei membri, costituendo luce e conforto e sicurezza contro ogni difficoltà e prova. PER LA FAMIGLIA → Il nome di “Famiglia” sta pure a indicare un tipico impegno apostolico. Oggi la crisi investe soprattutto le famiglie, cellule della società e della Chiesa stessa. Risanare questo istituto tanto insidiato e disgregato, complice la stessa legislazione civile, costituisce la via migliore per rinsaldare la Chiesa e santificare il popolo di Dio. 4

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I LONTANI → Ma se qualcuno ha un diritto o un privilegio nell’azione della Famiglia dell’Ave Maria, questi sono proprio i fratelli più lontani da Dio, che Maria vuol “richiamare al Suo materno abbraccio” e ricondurre a salvezza. Anime bisognose, anche di sacerdoti e religiosi, sono oggetto di specialissima e premurosa cura da parte della Famiglia dell’Ave Maria. MEZZI APOSTOLICI → Anche se l’amore non conosce limiti, ma si serve di tutto pur di guadagnare anime a Cristo, la Famiglia dell’Ave Maria esprime di preferenza il suo zelo apostolico mediante case per ritiri e preghiera, ospitalità alberghiera, scuole di diverso tipo, incontri, pellegrinaggi, iniziative spirituali che possano attirare e illuminare fratelli in crisi. 5

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ORIGINI, SPIRITUALITÀ, SCOPI Una Fondazione nella Chiesa presenta una linea di vita, sia pur semplice e ordinaria, ma sempre “nuova”. Questa può chiamarsi spiritualità. Anche solo l’esempio di vita di un fondatore, i suoi scritti occasionali, le sue direttive pratiche, costituiscono elementi dai quali si può cogliere e definire una via ascetica (A. Matanic: Diz. Di Istituti di perfezione, VIII, 1201). Spiritualità non vuol dire subito “Scuola ascetico-mistica”, anche se può esserne il preludio. Certo la grande Teresa d’Avila quando, per ubbidienza ai confessori, buttava giù le sue esperienze interiori personali e narrava gli eventi esterni che le accompagnavano (specie nell’Autobiografia e nelle Fondazioni) non pensava di gettare le basi della più grande “Scuola di Santità” della Chiesa. Ma ogni “Fondazione carismatica” porta con sé, oltre il soffio dello Spirito Santo, la coscienza di una originalità che spiega la santa ostinazione dei fondatori nel salvaguardare fin i dettagli del loro carisma (che giustamente considerano non loro) e giustifica la loro preoccupazione nel tutelare una tipica fisionomia, evitando fusioni con altri Istituti similari o modifiche riduttive e devianti. La Famiglia dell’Ave Maria nasce come un fiore spontaneo, isolato, nella luce purissima di Lourdes, quindi dell’Immacolata, ma preceduto, nella Fondatrice, da una singolare sete di anime da salvare, che l’accompagna fin dai suoi primissimi anni. Intimità precoce con il suo Gesù che le fa intendere questa ardentissima sete del Suo Cuore e la spinge con infantile audacia a dichiarare a chi la vorrebbe tenere lontana da contatti pericolosi: “Ma se nessuno avvicina i bambini cattivi, come si convertiranno?”. E ne deriva in tutta la vita un apostolato audace, geniale, instancabile che ci richiama “l’opportune et importune” di S. Paolo. Apostolato che non conosce limiti o riserve, ignora riposo o sosta, non teme di nessun ostacolo per grande che sia, come il piccolo Davide di fronte al grande Golia. Base di tutto una profonda e continua unione con Dio. Questo diviene particolarmente necessario per chi, pur nella più totale consacrazione a Dio, rinuncia all’isolamento claustrale o anche alle difese di un Istituto religioso in senso stretto, per rimanere fratello fra i fratelli, condividendo tutto, eccetto il 6

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peccato, come Cristo. La stessa vita, lo stesso lavoro, il medesimo ambiente con le sue situazioni scabrose e le sue difficoltà anche spirituali, pur di non abbandonare il fratello che è divenuto figliol prodigo. Siamo di fronte a una concezione apostolica ardita che supera, pur apprezzandoli e salvandoli il più possibile, i limiti giuridici di una professione religiosa riservata. Non Istituto, ma “Famiglia” che perciò si apre a diversi generi di persone e consta di sacerdoti, di vergini, di laici anche coniugati, e perfino di religiosi, senza staccarli dal loro Istituto d’origine. Atmosfera di famiglia, ma che non vuol dire facile cameratismo, quanto piuttosto reciproco rispetto, stima, premurosa delicatezza, comprensione attenta e sincera. Ogni anima ha la sua storia e la sua Grazia. Si è tutti uguali in una famiglia. Non è più grande chi siede in cattedra o ha più talenti umani. Tutti ci si aiuta e ci si sa sostituire. Si passa da un ufficio all’altro con la disinvoltura propria del clima intimo della famiglia. Ciò che occorre lo si fa, e subito. Il che determina anche un reciproco arricchimento di esperienza e comprensione. Famiglia vuol dire semplicità, che diviene poi umiltà. La società civile conosce i gradi sociali ed accademici, la famiglia no. Un fratello non è più caro perché laureato, intelligente ecc. È solo fratello e caro in quanto tale. Luce dell’Immacolata: tutto si ispira al Modello Mariano che inizia con l’immacolatezza verginale di Maria, per poi procedere nella Sua imitazione in seno alla Famiglia di Nazareth. Qui Maria rimane modello di vita nascosta, ordinaria, casalinga, in unione con Dio e con gli altri e in costante e generoso servizio. Semplicità, purezza d’intenzione, delicatezza, caratterizzano questa mirabile vita. Maria nella casa nazaretana sta, per così dire, sempre alla porta per ricevere tutti, accoglierli, introdurli, fino a giungere al “materno abbraccio”. Giuseppe, il più grande dei Patriarchi, fa solo il falegname, Gesù stesso ci redime tacendo, ubbidendo, nascosto agli uomini, confuso con la comune dei suoi coetanei poveri e popolani. Quanta preghiera a Nazareth! Profonda, continua, adorante, altamente contemplativa. Potremmo dirla “Trinitaria”, ma non ammantata dai paramenti mistici del monaco o nel romanticismo coreografico di un deserto, ma inserita nel grigiore del “terribile quotidiano”, con la monotonia e le preoccupazioni di chi si guadagna il pane con il sudore della fronte. Nell’Ave Maria tutto si eleva come a Nazareth a livello di preghiera: il riassettare, il cucinare, il preparare le camere, i letti. Tutto canta lode a Dio. Fu- 7

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mo d’incenso e fumo di pentole, lode del labbro in Chiesa, lode del braccio nel lavoro, lode del cuore continua. Carità preveniente che intuisce con intelligenza le necessità altrui, il loro stato psicologico e spirituale. Soprattutto carità paziente, e questa all’ordine del giorno, appoggiata a tanta fiducia in Dio. La Grazia ha le sue ore, occorre insistere, saper attendere, non scoraggiarsi mai. Nei piani divini spesso uno semina e altri miete. Sofferenza con Cristo: la Redenzione esige un prezzo di sangue e non si tratta solo e sempre di quello visibile. Vi sono martirii interiori che possono ben stare alla pari con quelli del fisico. Spesso essi rimangono un segreto fra l’anima e Dio, il Quale prova i suoi eletti in ogni nodo e non di rado in “modo implacabile”. La Famiglia dell’Ave Maria è, per vocazione, pronta ad accettare ciò che Dio chiede, a rispondere con prontezza e con il sorriso, ad aiutare con perseveranza Gesù carico della Croce, quando la presenta in modo sia visibile sia invisibile. Si può dire che l’Ave Maria ha fatto quel “patto con la Croce” che troviamo in alcuni mistici? I frutti, gli effetti, il susseguirsi di prove paiono confermarlo. Si sperimenta ciò che asserisce I. Larrañaga: “Quelli che ama, Dio non li lascia mai in pace, ma sempre nel fondo lascia la Pace!”. Perché questo ? È bello rispondere con Raissa Maritain: “Perché li ama troppo!” (Diario sp., p. 370). Può esser lecito a questo punto tentare di inquadrare la spiritualità dell’Ave Maria in quella generale e tanto ricca in Italia negli ultimi due secoli? In altre parole, appare un collegamento a qualcuno di quei “filoni” che scorrono nella Chiesa risalendo a grandi figure di santi e di maestri? O piuttosto l’Ave Maria, per rubare un’espressione a Silvio Tramontin, costituisce un magnifico “a solo” che si stacca e distingue nella sinfonia della spiritualità italiana? La spontaneità con cui è sbocciata l’Ave Maria, la sua inconfondibile originalità apostolica, la semplicità della Fondatrice, intelligentissima, ma libera da specializzazioni o addottrinamenti ascetici, ci fa propendere per questa conclusione. Ma ogni spiritualità, per quanto nuova e originale, non può non assorbire, anche inconsciamente, come un’ape industriosa che succhia il nettare da più fiori, tante ricchezze che hanno saturato l’atmosfera soprannaturale in cui si 8

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è determinata. Pensiamo ai tre “filoni” italiani scoperti e analizzati da Divo Barsotti: quello piemontese con il Cottolengo, il Cafasso, Don Bosco; quello romano con il Del Bufalo, l’Odescalchi, il De Rossi; e ultimo il lombardo-veneto che ci ha dato la Canossa, il Bertoni, la Di Rosa, la Verzeri, la Capitanio etc. Dovremmo subito dire che non è facile ricollegare l’Ave Maria a uno dei tre. Forse prende qualcosa da tutti, ma se per il coraggio apostolico, il generoso servizio, la totale donazione ricalca la linea piemontese, la singolare interiorità sublimata in modo impressionante dal Mistero della Croce, pare piuttosto assimilarla alla profonda e provata spiritualità delle fondatrici lombarde, nelle quali la palese iniziativa di Cristo sposo dell’anima viene quasi ad assorbile e trasfigurare la pur potente personalità dei soggetti. E nel caso nostro maggiormente illumina la figura sublime della Vergine, la principale Fondatrice. 9

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