Una Rivoluzione pastorale

 

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Libro «Una rivoluzione pastorale. Sei parole talismaniche nel dibattito sinodale sulla famiglia»

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Una rivoluzione pastorale

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GUIDO VIGNELLI Una rivoluzione pastorale SEI PAROLE TALISMANICHE NEL DIBATTITO SINODALE SULLA FAMIGLIA TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ

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© Tradizione Famiglia Proprietà Anno 22, n. 70, 2016 Dir. Resp.: Julio Loredo Direzione, redazione e amministrazione: Tradizione Famiglia Proprietà, Viale Liegi, 44 - 00198 Roma Tel. 06/8417603 – Email: info@atfp.it – Sito: www.atfp.it Aut. Trib. Roma n. 90 del 22-02-95 Sped. In abb. post. art. 2, comma 20/C, Legge 662/96 Stampa: Everprint – Via G. Rossa 3 20061 Carugate (MI)

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INDICE PREFAZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 INTRODUZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13 1. PASTORALE – Ossia la nuova strategia ecclesiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19 2. MISERICORDIA – Ossia l’anima della nuova pastorale . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 3. ASCOLTO – Ossia il presupposto della nuova pastorale . . . . . . . . . . . . 45 4. DISCERNIMENTO – Ossia il metodo diagnostico delle situazioni pastorali . . . 49 5. ACCOMPAGNAMENTO – Ossia il metodo terapeutico della nuova pastorale . . . . . . 57 6. INTEGRAZIONE – Ossia lo scopo finale della nuova pastorale . . . . . . . . . . . . 67 CONCLUSIONE – Il pericolo di un’anti-lingua che favorisce la confusione nella Chiesa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 APPENDICE – “Il trasbordo ideologico inavvertito” . . . . . . . . . . . . . . . . . 79

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PREFAZIONE ATHANASIUS SCHNEIDER VESCOVO AUSILIARE DELL’ARCIDIOCESI DI MARIA SANTISSIMA IN ASTANA Astana, 2 aprile 2016 Da più di cinquant’anni si constata il fenomeno che la parola “pastorale” è divenuta l’espressione più usata e allo stesso tempo più abusata nella vita della Chiesa. L’inizio di tale fenomeno si è dato con l’ultimo Concilio Ecumenico, il quale per volontà dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI è stato progettato, designato e realizzato con la qualifica “pastorale”. L’espressione “pastorale” voleva dire che il Concilio non aveva l’intenzione di proporre formalmente nuove definizioni dogmatiche o insegnamenti definitivi e infatti ciò non è accaduto. Il Concilio ha invece proposto insegnamenti di carattere prevalentemente pastorale, cioè spiegazioni della fede, norme disciplinari e metodi di azione ecclesiale adattati alle specifiche circostanze storiche e culturali nelle quali vivevano gli uomini negli anni Sessanta del XX secolo. Ciò significa che tali insegnamenti di carattere pastorale sono di per sé aperti ad ulteriori completamenti, chiarificazioni e modifiche, come lo erano anche i testi pastorali e disciplinari di tutti Concili Ecumenici precedenti. Nel tempo post-conciliare la parola “pastorale” è divenuta quasi onnipresente, spesso come una sorta di panacea ed un mezzo per giustificare persino aberrazioni dottrinali, morali e liturgiche, certamente contrarie all’originale intenzione dei Papi del Concilio e della maggioranza dei Padri conciliari. Chierici demolitori dell’integrità della fede cattolica e della sacralità liturgica usavano e usano la parola “pastorale” come scudo protettivo per poter impunemente corrompere la purezza della fede dei semplici. 9

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PREFAZIONE L’abuso della parola “pastorale” diventa ai nostri giorni non di rado un’azione piuttosto anti-pastorale. Questo si verifica quando rappresentanti del clero insegnano agli uomini dottrine aliene ed offuscate, che spingono a condurre uno stile di vita contrario alla volontà di Dio, mettendo in tal modo le anime in pericolo di perdere la vita eterna. Tale pretesa azione “pastorale” diventa un crimine spirituale, poiché i suoi propagatori, che talvolta si trovano tragicamente persino nelle file dei vescovi e cardinali, non conducono le pecore al pascolo delle verità e delle grazie divine. Al contrario, dopo aver conformato se stessi a questo mondo (cf. Rom. 12, 2), tali Pastori conformano anche le loro pecore allo spirito di questo mondo, tranquillizzando la loro coscienza per poter continuare a vivere contro la volontà divina espressa nel Sesto Comandamento e nel vincolo indissolubile del matrimonio. L’abuso della parola “pastorale” ha raggiunto ai nostri giorni in un certo senso il suo apice, in quanto i suoi propagatori tentano di legittimare il peccato contro il Sesto Comandamento di Dio e il divorzio, usando per questo scopo espressioni ambigue, seduttrici, capziose o “talismaniche”. Un tale gioco di parole sotto lo scudo protettivo della “pastorale” rappresenta, in ultima analisi, un attacco al carattere sacro e divino dei sacramenti del Matrimonio, della Penitenza e dell’Eucaristia. Quando viene minata abilmente l’indissolubilità del matrimonio, viene minato anche il santuario della famiglia, che è la “chiesa domestica”. Una tale pastorale familiare conduce le anime ad amare più il mondo e a scegliere “ciò che vuole l’uomo e non ciò che vuole Dio” (Mt. 16, 23). Una pseudo-pastorale della famiglia vuole piacere al mondo, alla opinione pubblica, ai potenti di questo mondo, anziché alla chiara ed esigente verità di Cristo. I propagatori clericali di tale pseudo-pastorale mostrano un amore al mondo che è sempre paura del mondo e complesso d’inferiorità nei confronti del mondo. Nel presente opuscolo “Una rivoluzione pastorale – Sei parole talismaniche nel dibattito sinodale sulla famiglia”, Guido Vignelli fa un’analisi accurata e convincente di alcune espressioni più usate e deturpate nel loro significato originario ed autentico da parte di una pseudo-pastorale familiare. Di fatto, nello 10

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PREFAZIONE svolgimento, nelle discussioni e, in parte, anche nei documenti degli ultimi due Sinodi sulla famiglia tenutisi a Roma negli anni 2014 e 2015, si possono scoprire tracce di una tale azione. Guido Vignelli ha il merito di aver smascherato il carattere pseudopastorale di alcune fra le espressioni più usate dalla così detta “nuova pastorale familiare”, invitando i propagatori di tale “pastorale” a mettere le loro carte sul tavolo. Una delle figure più eminenti nella storia della Chiesa è stato san Gregorio Magno, il Papa che ha lasciato ai Pastori di tutti i tempi luminose istruzioni per la vita e l’agire pastorale. Tra queste istruzioni, si distacca la sua opera monografica dal titolo “Regula pastoralis”. I princìpi e metodi pastorali, come anche l’autentico comportamento pastorale da parte dei ministri della Chiesa, proposti e spiegati da san Gregorio Magno, sono oggi attuali più che mai. I Pastori della Chiesa ai nostri giorni hanno il bisogno di possedere e conservare la forma mentis della vera pastorale, di una pastorale “secondo ciò che vuole Dio e non secondo ciò che vuole l’uomo” (Mt. 16, 23). San Gregorio Magno, parlando sulla pseudo-pastoralità, illustra allo stesso tempo la forma della vera mente pastorale: “La cura del Pastore non è rivolta alla custodia del gregge e i sudditi non possono cogliere la luce della verità, quando interessi terreni occupano i sensi del Pastore, la polvere spinta dal vento della tentazione acceca gli occhi della Chiesa. (…) Un tale Pastore cerca il favore, mettendo gli uomini nel molle letto dell’errore, e poi nessun duro rimprovero servirà a risollevare dalle colpe l’anima dei sudditi”. (Regula pastoralis, II, 7). “La santa Chiesa non elegge alla guida delle anime coloro che sono esperti nelle cose mondane, ma piuttosto coloro che sono esperti nella vita spirituale. Sono mondani coloro che si mostrano impegnati nei successi esteriori, mettendo al secondo posto l’aspirazione alle cose celesti. Un buon Pastore deve sforzarsi di trasmettere ai suoi fedeli le cose celesti e non quelle terrestri, non le cose passeggere ma quelle eterne. L’ufficio sacerdotale è tra i molteplici compiti della Chiesa un ufficio di salvezza. Quando però questo ufficio è affidato a persone cieche a causa dell’ignoranza o a persone colte ma senza fede, o a 11

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PREFAZIONE persone dedite alle cose mondane, come possono costoro guidare le anime?” (In 1 lib. Reg., 6, 81-85). La pastorale secondo Dio, e specificamente una pastorale familiare secondo Dio, deve sempre suscitare nelle anime un profondo amore per la volontà di Dio e per i Suoi Comandamenti, un forte desiderio della vita eterna. Tale amore e desiderio, però, non sono possibili senza l’accettazione del sacrificio e della croce. Poiché la croce, e specificamente la croce nel matrimonio e nella vita famigliare, accettata con l’aiuto della grazia in spirito di fede, conduce le anime sicuramente alla patria celeste. Ascoltiamo san Gregorio Magno: “Non dobbiamo abituarci troppo a questo nostro esilio terreno, le comodità di questa vita non ci devono portare all’oblio della nostra vera patria affinché il nostro spirito non diventi infine sonnolento tra queste comodità. Per tale ragione, Dio unisce ai Suoi doni le Sue “visite”, ossia punizioni, perché tutto ciò che ci delizia in questo mondo diventi per noi amaro e perché si accenda nell’anima quel fuoco che ci spinge sempre di nuovo all’ansia delle cose celesti e ci fa avanzare. Questo fuoco ci duole piacevolmente, ci crocifigge dolcemente e ci rattrista gioiosamente” (In Hez., 2, 4, 3). Possa Dio suscitare ai nostri giorni molti Pastori di una vera pastorale familiare, la quale arricchirà la Chiesa e il mondo di oggi con molti santi coniugi, santi padri e sante madri di famiglia, molti santi bambini, molti santi giovani. Per tale scopo non ci aiuterà certamente una effimera e provvisoria pastorale “talismanica”, ma anzi una pastorale durevole, esigente e cristallina, una pastorale amante della Croce, la quale non rinchiude le anime nel temporale, ma le conduce per mezzo della verità all’eternità. + Athanasius Schneider 12

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INTRODUZIONE Questo volumetto mira a fornire uno strumento di chiarimento sui problemi della famiglia nel mondo moderno. In tal modo intendiamo intervenire nel confuso dibattito suscitato dal primo Sinodo e che è andato crescendo durante e dopo il secondo Sinodo sulla famiglia. Questo saggio esamina alcune parole-chiave lanciate o rilanciate dal dibattito post-sinodale e capillarmente diffuse dai mass-media. Ci domandiamo se questo fenomeno corrisponda alla conversione pastorale del linguaggio ecclesiale auspicata dal Sinodo. Si tratta infatti di parole o massime ambivalenti che possono essere fraintese e rischiano non solo di disorientare ulteriormente l’opinione pubblica cristiana, ma anche di traviarla in senso permissivo, finendo col deviare verso il relativismo l’intera vita ecclesiale e, di riflesso, anche quella civile. Ci sembra quindi necessario che le citate parole-chiave non siano date per scontate, ma anzi siano esaminate nel loro significato e valore originario e corretto, confrontandolo con quello nuovo e deviato dal dibattito post-sinodale. Quelle parole, che chiamiamo talismaniche, rischiano di diventare strumenti di un meccanismo di propaganda psicologica, chiamato trasbordo ideologico inavvertito, che tenta appunto di trasbordare il fedele da una posizione vera a una falsa. Per l’approfondimento di questo meccanismo, consigliamo di leggere l’appendice di questo volumetto che riassume il saggio Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo, scritto nel 1965 dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira (trad. it. Il Giglio, Napoli 2012). Il nostro studio è stato scritto poco prima che venisse pubblicata la Esortazione apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco. Tuttavia riteniamo di non mutare nulla del nostro testo, perché ci sembra che rimanga valido nella sua analisi. 13

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GUIDO VIGNELLI Deponiamo questo lavoro nelle mani della Beatissima Vergine, pregandola che si degni di usarlo come uno strumento al fine d’impedire che nella Chiesa prevalga un pensiero e una prassi non cattolici, come già temeva il Papa Paolo VI, e di preparare così l’avvento del Regno del suo Cuore Immacolato, come promesso a Fatima esattamente cento anni fa. Parole che volano nell’aria che tira Le conclusioni dei due ultimi Sinodi episcopali su matrimonio e famiglia, tenutisi tra il 2014 e il 2015, hanno prodotto un risultato compromissorio che ha suscitato molte perplessità. Tuttavia, quell’assemblea resta importante perché ha proposto un nuovo orientamento della Chiesa su come diagnosticare e curare gli attuali mali della vita familiare; inoltre, tale orientamento tenderà a coinvolgere l’intera problematica cristiana, per cui esso avrà sempre maggiore influenza nella vita ecclesiale e, di riflesso, anche in quella civile. Del resto, «il mistero dell’amore di Dio per gli uomini riceve la sua forma linguistica dal vocabolario del matrimonio e della famiglia» (Benedetto XVI, discorso del 6-6-2005). Pertanto il modo di pensare e vivere i ruoli matrimoniali e familiari influisce molto sul modo di pensare e vivere Dio, Gesù Cristo, la Chiesa e i Sacramenti; un’ambiguità o un errore nel primo campo può avere gravi conseguenze negli altri. Bisogna notare che quest’orientamento sinodale è stato espresso non tanto mediante ragionamenti, quanto mediante alcune parole-chiave ampiamente diffuse dai mezzi di comunicazione. Esse oggi vengono applicate ai problemi esaminati e alle soluzioni proposte usando correlative massime, formule e slogan che suggeriscono una riforma della prassi ecclesiale. Non ci si deve meravigliare se nella Chiesa di oggi si parla, scrive e insegna usando parole-chiave e slogan: viviamo nella società della comunicazione e, dopo il Concilio Vaticano II, si è insistito nel dire che la Chiesa deve evangelizzare usando le moderne regole della comunicazione. 14

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UNA RIVOLUZIONE PASTORALE Rimane però il dovere di usare le parole con prudenza perché, com’è noto, esse diffondono le idee che poi animano le azioni, per cui il linguaggio di oggi può diventare il pensiero di domani e questo, a sua volta, può diventare il costume di dopodomani. Inoltre le parole, quanto più sono belle, tanto più possono diventare pericolose, perché rischiano di essere fraintese da un uso improprio che le pone al servizio dell’inganno, per cui esse «seminano vento e raccolgono tempesta» (Os. 8, 7). Del resto, «molti sono quelli rimasti trafitti dalla spada, ma ben più numerosi sono quelli morti perché trafitti dalla lingua» (Sir. 28, 18). Verso la fine del suo pontificato, Paolo VI confidò all’amico Jean Guitton la seguente preoccupazione: «all’interno del Cattolicesimo, sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all’interno del Cattolicesimo diventi domani il più forte» (J. Guitton, Paolo VI segreto, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, p. 153). Orbene, oggi c’è il pericolo che quel pensiero non-cattolico diventi appunto “il più forte” e riesca a prevalere all’interno di una Chiesa confusa e indebolita. Questo risultato lo si ottiene diffondendo non tanto errori, quanto parole ambigue e scivolose che, pur avendo una origine cristiana, sono state sequestrate e strumentalizzate da una cultura anticristiana per diffonderle negli ambienti cattolici al fine d’inquinarli e disporli al cedimento e alla resa al nemico. Se ciò è vero, l’attuale linguaggio ecclesiale pone un problema che non è più di sola forma ma anche di sostanza. Ci sembra quindi necessario esaminare le parole-chiave sinodali nel loro significato, portata e influenza. Innanzitutto bisogna considerarle non tanto nel loro senso proprio, che troviamo nel vocabolario ed è usato dal linguaggio corrente, quanto nel senso derivato in cui vengono usate, nel contesto di quel linguaggio che è stato argutamente denominato “ecclesialese” o “clerichese”. Infatti, come si vedrà, quelle parole, pur essendo legittime e di antica origine, tuttavia in concreto, una volta inserite nel lin- 15

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