Azione nonviolenta, Maggio-giugno 2016 - Anno 53, n. 615

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Nonviolenza e Forze dell’Ordine Fondata da Aldo Capitini nel 1964 maggio-giugno 2016 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 53, n. 615 | contributo € 6,00

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3 Nonviolenza e polizia, polis e politica Mao Valpiana 4 La nascita del G.A.N. di Pietro Pinna 7 Biani alla 7a 8 Dimostrazioni pubbliche e polizia di Pietro Pinna 12 Nonviolenza e Forze dell’Ordine di Rocco Pompeo 16 Una formazione oltre il pregiudizio di Giampaolo Trevisi 19 Politica e polizia una radice comune di Luca Filippi 22 Scontri e incontri di Mao Valpiana 23 2 giugno: festa della Repubblica (che ripudia la guerra) 25 Nella “Festa della Repubblica che ripudia la guerra” 27 Tra formazione e difesa dei diritti Luciano Mennonna 30 Una riflessione aperta dopo il Convegno di Rocco Pompeo 32 Maestri di pace, oltre la divisa 34 Compresenza di Marco Pannella 36 La guerra “tira”, l’informazione è superficiale di Angela Dogliotti Marasso 38 Ricordare Nannio Salio di Giuliano Pontara 40 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 42 ATTIVISSIMAMENTE 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Direttore editoriale e responsabile Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Daniele Lugli. Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Mattia Scaccia, Angela Argentieri, Elena Grosu, Daniele Taurino, Ilaria Ambruoso, Roberto Cassina, Giulia Sparapani, Francesco Taurino Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. viale Colombo, 29 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, maggio-giugno, anno 53 n. 615, fascicolo 450 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 30 giugno 2016 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Confronto con la Polizia nel corso di una manifestazione dei lavoratori ILVA di Taranto Le vignette di Mauro Biani Foto alle pagine 5, 6, 8, 9, 10 dell’archivio del Movimento Nonviolento

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L’editoriale di Mao Valpiana Nonviolenza e polizia, polis e politica Anche questo numero è dedicato alla formazione alla nonviolenza Agire per nella. Stiamo anche pensando a dei nu- per le forze dell’ordine. Lo avevamo già fatto nel gennaio-febbraio la democrazia meri specifici, ma un primo ricordo lo vogliamo anticipare. 2015, con un monografico che ri- Pietro Pinna, cofondatore con prendeva le varie proposte di Legge sollecitate dai Capitni del Movimento, è stato anche colui che movimenti nonviolenti dopo la tragica esperienza ha “inventato” Azione nonviolenta, come orga- del G8 a Genova, per avere adeguati strumenti no di collegamento e di stimolo alle attività del normativi vòlti ad includere nei percorsi formativi Movimento stesso, e ne ha dato l’imprinting che di tutto il personale di polizia la conoscenza e l’uso ancor oggi ci accompagna. Pietro ha curato perso- della risorse della nonviolenza. E ne approfondiva- nalmente l’uscita della nostra rivista dal 1964 fino mo gli aspetti torici ed esperienziali. Ora, poco più al 1979, seguendone poi l’evoluzione da vicino, di un anno dopo, facciamo un altro importante con attenzione paterna, fino all’ultimo numero. passo in avanti, fornendo ai nostri lettori un re- Ci teneva moltissimo, non mancando mai di sol- soconto ampio e completo del Convegno “Non- lecitare gli amici all’abbonamento, e a farlo pun- violenza e forze dell’ordine” che il 29 aprile si è tualmente lui stesso. Per questo ci è parso bello svolto nella sala consiliare del Comune di Livor- ripubblicare in apertura di questo numero proprio no, su iniziativa del Centro studi nonviolenza del il primo articolo che Pinna ha scritto per Azione Movimento Nonviolento, del sindacato Silp Cgil nonviolenta. A cui abbiamo fatto seguire un suo della Toscana e della nostra rivista. Un convegno articolo del 1964 sul tema di questo monografico, importante, il primo in Italia di questi tipo, che è i rapporti tra la polizia e la nonviolenza. Come stato preceduto ed ha aperto la strada al confronto a dire che il filo della storia e dell’oggi viene da diretto tra polizia e nonviolenti sulla formazione. lontano. La nonviolenza va avanti, con i tempi lunghi e La capacità di analisi, di studio, di ampia visio- tortuosi della storia, ma non demorde dagli obiet- ne che aveva Nanni Salio, ci manca e ci man- tivi che si pone, e passo dopo passo raggiunge gli cherà molto. Era un raffinato intellettuale della obiettivi delle proprie campagne. Quei settori del nonviolenza, oltre che tenace uomo d’azione movimento che quindici anni fa volevano “conqui- con grande sensibilità d’animo. Una personalità stare le zone rosse” non hanno ottenuto altro che nonviolenta, come direbbe il filosofo Giuliano lo sfascio dell’allora nascente movimento no glo- Pontara. E proprio l’ultimo carteggio tra Pontara bal, e quella parte di polizia che ha deviato dalle e Salio è il ricordo che affidiamo ai lettori. regole democratiche, assumendo comportamenti Marco Pannella ha interpretato una nonviolenza delinquenziali, è stata condannata dalla giustizia dei in parte diversa dalla nostra tradizione, ma il suo tribunali. Gli uni e gli altri sono rimasti al palo (ma- contributo allo sviluppo dell’azione politica non- gari tentando di ripetere lo stesso copione in Val di violenta è imprescindibile, e il cerchio della sua Susa). Mentre chi ha percorso tenacemente e coe- esistenza terrena si è chiuso tornando ai fondamen- rentemente il cammino del dialogo, del confronto, ti iniziali. Lo ricordiamo con grande affetto con delle proposte costruttive, ora può vantare risultati un’intervista e una sua cronaca di una bella azione significativi, che vanno a vantaggio di tutti. nonviolenta. Grazie a Piero, Nanni, Marco. La seconda parte la dedichiamo a tre amici della nonviolenza che quest’anno hanno concluso la loro vita terrena: Nanni Salio, Pietro Pinna, Marco Pan- DIRETTORE Azione nonviolenta | 3

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La nascita del G.A.N. raccontata dal suo principale protagonista di Pietro Pinna* Una decisione pratica presa al Seminario di Perugia dell’agosto scorso sulle tecniche della nonviolenza fu la costituzione di un gruppo di azione diretta nonviolenta. Tra i partecipanti allo stesso Seminario si formò all’uopo un nucleo iniziale composto di sei persone di diverse città, - Perugia, Ferrara, Rovigo, Milano, Bologna - responsabile della coordinazione Pietro Pinna della segreteria del Movimento Nonviolento della pace. Furono quindi tenute un paio di riunioni preparatorie, che servivano ad affiatare tra loro i membri del G.A.N. (sigla del gruppo di azione diretta nonviolenta) e a porre all’esame le diverse possibili prospettive di azione immediata. Si decise per scelta unanime di sostenere una campagna per l’obiezione di coscienza; motivi determinanti della scelta: la pressante attualità del problema – visto anche il ripetersi di condanne ed incarceramenti di giovani obiettori – e il fatto che membri del G.A.N. vi sono personalmente coinvolti quali obiettori di coscienza essi stessi; e la fertile occasione che l’applicazione a quel problema avrebbe offerto ai membri del gruppo per l’approfondimento e la piena maturazione dei temi sostanziali della nonviolenza, che nell’obiezione di coscienza trova appunto una delle sue attuazione più caratteristiche. A Milano L’azione è cominciata il 4 novembre a Milano. Il questore della città aveva proibito la progettata riunione del gruppo in piazza Duomo, ove esso avrebbe sostato con cartelli e distribuito volantini sull’obiezione di coscienza. Fu deciso di tener conto del divieto, ma di agire ugualmente * Questo è il primo articolo di Pinna pubblicato su Azione nonviolenta, anno I, 10 gennaio 1964, 1, p. 2. evitando di contravvenire al disposto del regolamento di P.S. riguardante le “riunioni” (che dovrebbe contemplare l’assembramento di almeno tre persone). Così due soli dimostranti entrarono in azione, verso le ore 10, sotto la galleria Vittorio Emanuele, l’uno indossante una casacca con la scritta, “Sia discussa la legge per l’obiezione di coscienza”, l’altro diffondendo un ciclostilato apposito: senza opposizione dei carabinieri e degli agenti di servizio, la coppia si muoveva tra la curiosità e l’interesse dei numerosi passanti che accettavano e sollecitavano la distribuzione del ciclostilato; qualcuno scattava fotografie, altri si avvicinavano per conversare. Dopo circa una ventina di minuti l’attività della coppia, fu tuttavia interrotta, invitati i dimostranti da un agente in borghese a salire su un’auto della polizia per “un piccolo colloquio in questura” – invito accolto di buon grado. Una seconda coppia entrò allora in azione con gli stessi modi della prima dopo soli pochi minuti, anch’essa ugualmente fermata e condotta in questura. Analoga sorte tocca infine, nel giro di un’ora ad altri tre dimostranti, pur mossisi isolatamente e in tempi successivi – due diffondendo anzi volantini soltanto. I sette fermati vengono sottoposti ad interrogatorio singolo, quindi rilasciati poco dopo le 13. Il comportamento dei fermati è tranquillo, stato d’animo sereno, spiritualmente vivace. Trattamento della polizia, correttissimo, quasi riguardoso: nel dialogo vivace che viene a svilupparsi tra i fermati e i poliziotti sul problema dell’obiezione di coscienza e gli aspetti particolari del fermo, si giunge ad un’atmosfera generale cordiale (i poliziotti accusano la difficoltà di aver fermato persone non in gruppo, e addirittura trovate soltanto a diffondere il ciclostilato – diffusione che si sa estranea alla giurisdizione della polizia, perché affatto libera e non richiedente alcuna preventiva autorizzazione –: ci occuperemo in un prossimo numero di Azione nonviolenta della questione dell’atteggiamento delle questure nei riguardi delle manifestazioni pubbliche promosse sin qui, fatto sta che nelle 4 | maggio-giugno 2016

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attività del G.A.N. emerge come uno degli elementi di maggiore interesse, per le fondamentali implicazioni che presenta rispetto al cruciale problema del rapporto tra cittadino e polizia). Nonostante il clima di cordialità, ne è seguita una denuncia per infrazione all’articolo 650 del C.P. per manifestazione non autorizzata (che prevede multa e arresto fino a tre mesi). Tale prima azione del G.A.N. risultò pienamente positiva per questi elementi: il gruppo provò concretamente la sua esistenza e la sua capacità di manovra, dimostrando impegno, buona intesa e prontezza; fu acquisita una prima utilissima esperienza di approccio con la polizia, il cui contatto fornì tra l’altro, ai membri del G.A.N. fra l’altro nuovi a siffatte esperienze, l’opportunità di temprare il proprio animo e di mostrare il proprio autocontrollo; larga eco dell’azione, essendone stata riportata la notizia su scala nazionale da diversi giornali con servizi anche ampi e titoli in rilievo. suddivisa in coppie indossanti casacche del tipo usato a Milano, diffondeva volantini nei punti più frequentati del centro cittadino e di fronte la stazione ferroviaria. La manifestazione si è svolta in una atmosfera pacifica ed ordinata; la popolazione ha reagito con enorme interesse alla presenza dei dimostranti, accalcandosi in folti campanelli attorno al gruppo stazionante con cartelli e avviando vivaci, accalorate ma corrette discussioni protrattesi fino al termine della manifestazione (un manipolo di neo-fascisti, venuto con l’intenzione di irridere e di infastidire, si trovò alla fine a subire i rimbrotti d’un suo capo avvicinatosi all’ultimo momento a rinfacciar loro di essersi lasciati tenere in iscacco dal dialogante atteggiamento dei dimostranti); in questo uno degli elementi più pregevoli della riuscitissima dimostrazione, lo spunto cioè offerto per un modo esemplarmente democratico di dialogo civile e diretto tra cittadini di diverse opinioni. A Bologna La successiva manifestazione si è svolta a Bologna la domenica 17 novembre, senza proibizione stavolta da parte della questura ad eccezione dell’effettuazione di un corteo finale (limitazione pure accettata secondo il deliberato proposito del G.A.N. per queste prime dimostrazioni ed iniziali approcci con le questure, di non contrastarne i divieti pur capziosi ed arbitrari). Dalle 9.30 fin verso le 14, con la partecipazione d’una trentina di dimostranti, una parte del gruppo ha sostato con grandi cartelli nella piazza principale della città, piazza Maggiore; l’altra parte del gruppo, A Firenze A Firenze, la domenica 1° dicembre, il ritmato intervento del G.A.N. ottiene un preliminare successo nella partecipazione alla manifestazione di numerose associazioni cittadine, di diverso orientamento politico e religioso. La questura, con un passo indietro rispetto a quella di Bologna, vieta in toto la dimostrazione; i motivi sono “di ordine pubblico, viabilità e traffico”. Ancora una volta non si fa contrasto all’imposizione della polizia, e si impianta la dimostrazione sulla diffusione di volantini contenenti un appello per il sollecito riconoscimento giuridico dell’obiezione Zurigo, agosto 1964. Pietro Pinna viene fermato nel corso di un’azione diretta nonviolenta contro la militarizzazione Azione nonviolenta | 5

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di coscienza effettuata dalle 10 alle 13 nei punti più vari della città da oltre una ventina di coppie munite di un bracciale con la scritta “Una legge per l’obiezione di coscienza”, sostenute da una automobile con altoparlante che percorre le vie cittadine ripetendo punti salienti del testo del volantino (diffuso in oltre 12.000 copie). Era stato inoltre affisso dal giorno precedente un manifesto appropriato contenente anche una forte protesta per la proibizione ingiustificata della questura alla manifestazione quale originariamente programmata. Anche la dimostrazione fiorentina, smentendo le allarmate previsioni della questura si è svolta in un clima pacifico e in tutta compostezza (un solo episodio è avvenuto di scoperta intolleranza: una persona, colpendo alle spalle uno dei dimostranti, gli faceva cader di mani il pacchetto dei volantini che stava distribuendo; chinandosi questi imperturbabile a raccoglierli, l’altro glielo impediva ponendo un piede sopra il pacchetto: a questo punto il facinoroso veniva allontanato dalla polizia – che manifestò poi apprezzamento per il comportamento sereno e controllato del dimostrante nei confronti del disturbatore). Ai collaterali ed ormai consueti elementi di successo: sempre maggiore coesione del gruppo, buona accoglienza da parte dei cittadini, notizia della manifestazione riportata dalla stampa a livello nazionale. L’iniziativa fiorentina presentò il dato di particolare valore già accennato, e cioè lo stimolo all’azione portato in gruppi esterni al G.A.N. A Roma Un’ultima riuscita manifestazione (dovremmo anche citare altri interventi a Padova e Rovigo con diffusione di volantini) s’è svolta a Roma la mattina del 19 dicembre. Un ottimo successo, trattandosi di giorno feriale, la partecipazione di oltre una ventina di dimostranti che portavano l’adesione di quattordici associazioni. Ancora una volta vietata dalla questura, e ancora una volta adeguandosi al divieto, i dimostranti forniti di cartelli-sandwich hanno provveduto a distribuire volantini alla popolazione partendo da due punti di via XXIV Maggio e piazza del Popolo, essi hanno confluito in piazza Montecitorio, per recarsi da qui in delegazione alla Presidenza della Camera dei Deputati, ricevuti dall’on. Marisa Cinciari Rodano, con una richiesta di sollecitazione alla discussione del progetto di legge per l’obiezione di coscienza. Nel pomeriggio analoga istanza è stata recata alla Presidenza del Senato, consegnata nelle mani del sen. Spataro. La dimostrazione romana ha segnato un ulteriore successo nell’eco presso la stampa, avendo raggiunto stavolta anche i giornali della destra come Il Tempo e il Secolo d’Italia naturalmente espressi ad un livello di commento mendace, fatuo e anche volgare. L’attività del G.A.N. in questo iniziale periodo di vita è da considerarsi largamente positiva. Rispetto al valore interno, il risultato più cospicuo - diremo fondamentale - e, data la novità del gruppo, la coesione e l’efficienza sapute realizzare in un tempo eccezionalmente breve, nella dimostrata vitalità, continuità, prontezza e senso di responsabilità. Tale slancio e capacità hanno contribuito a determinare un ulteriore pregevole risultato nello stimolo e occasione di intervento offerti a gruppi diversi per un impegno diretto sulla linea di azione perseguita dal G.A.N. Riguardo alla campagna in sé per l’o.d.c., conclusa una prima fase di dimostrazioni preparatorie, occorre ora prendere contatti con i deputati che hanno annunciato di voler presentare propri progetti di legge per l’o.d.c. – l’on. Basso, socialista, l’on. Pistelli, democristiano - onde esser pronti al momento della loro presentazione ad esercitare la debita pressione perché venga adottata una procedura d’urgenza nella discussione e approvazione del progetto stesso. Milano, dicembre 1964. Un membro G.A.N. (Enzo Bellettato) viene fermato durante una manifestazione a favore dell’obbiezione di coscienza 6 | maggio-giugno 2016

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Biani alla 7a

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Dimostrazioni pubbliche e polizia Le prime riflessioni del Movimento di Pietro Pinna* La promozione delle recenti dimostrazioni pubbliche in diverse città da parte del G.A.N. a sostegno della campagna per il riconoscimento giuridico dell’obbiezione di coscienza (v. articolo precedente di Azione nonviolenta) ha presentato la grossa questione dell’atteggiamento ostile della polizia nei riguardi della loro effettuazione, espressosi normalmente con la totale proibizione di esse ( han fatto eccezione le questure di Bologna e Rovigo, che tuttavia, pur non arrivando al completo divieto, ne hanno limitato le modalità di svolgimento). Criterio iniziale di rapporto con le questure Il G.A.N aveva fissato il criterio, prima dell’inizio di quella serie di manifestazioni, di non reagire in modo rigido all’atteggiamento condizionante che la polizia avrebbe potuto assumere di fronte ad esse: salvo la rinuncia a questioni di fondo (fatto salvo ad es. il principio di un minimo di libertà d’azione), noi non ne avremmo per i primi tempi contrastato in pieno le decisioni e il comportamento, anche se scopertamente arbitrari e sconvenienti (così, adeguandoci ai divieti, limitammo lo sviluppo delle dimostrazioni a forme incontestabili, quali fondamentalmente la diffusione di volantini). Secondo una regola basilare della nonviolenza, di dar tempo alla parte in causa di adeguarsi alla novità dei fatti, volevamo, prima di affrontare un altrimenti probabile aspro scontro, soddisfare queste due preliminari esigenze: quella di presentarci, di mostrare alle autorità di P.S. - e all’opinione pubblica - le caratteristiche del gruppo, la nostra qualità di persone dialoganti, preparate a tener conto delle ragioni (di fatto e di costume) che potevano determinare nella polizia un atteggiamento pur non rispondente, non legittimo e corretto; e di consentire, di dar tempo alle questure di prendere atto di una così diversa realtà quale l’azione del nostro gruppo calava nelle loro tradizionali abitudini (di troppa disponibilità alla soggezione dei cittadini), così novitante per assenza di animosità nei loro confronti personali ma ben provveduta di decisione e fermezza (la novità ad esempio, di fronte ai loro divieti, di non lasciarcene paralizzare ma di vederci attuare modi diversi di intervento, poteva esser causa nella polizia di perdita di equilibrio, sì da provocare un comportamento poco controllato e decisioni esorbitanti dalle sue pur categoriche consuetudini, con pessime figure disdicevoli al suo debito prestigio). Il rilievo pratico di queste considerazioni è esemplarmente emerso negli episodi occorsi nelle dimostrazioni passate. Ci indugiamo sui particolari di due soltanto di esse, quella di Milano del 4 novembre scorso e di Roma del 20 dicembre (di cui abbiamo dato breve notizia nell’articolo precedente). * Tratto da Azione nonviolenta, anno I, febbraio 1964, 2, pp. 1-2. Pietro Pinna, 1927-2016 8 | maggio-giugno 2016

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Roma, settembre 1967. Una manifestazione in difesa dell’obbiezione di coscienza davanti al Ministero della Difesa La questura di Milano La notifica della manifestazione di Milano prevedeva lo stazionamento in piazza del Duomo di un piccolo gruppo con cartelli, e diffusione di volantini nella zona circostante. La questura, comunicandocene il divieto, già ne dà una giustificazione ambigua: non può stare una manifestazione per l’obiezione di coscienza nel giorno stesso dedicato alla festa delle Forze armate. Nei colloqui avuti poi in questura durante il fermo cui furono sottoposti sette di noi il giorno della dimostrazione, e in cui facemmo rilevare che quella data era pur dedicata alla memoria dei caduti di tutte le guerre e che quindi un discorso sull’obiezione di coscienza e sul rifiuto di uccidere aveva molto da significare al riguardo, lo stesso capo di gabinetto della questura finì col dichiarare che “sempre” una manifestazione del genere ci sarebbe stata proibita (non c’entrava dunque la storia del 4 novembre presentataci prima a motivo del divieto). Noi, senza naturalmente rinunciare ad agire, ci adeguammo ai termini della proibizione. Ad evitare il carattere di “riunione” - che solo autorizza un eventuale intervento della polizia in tema di manifestazioni pubbliche – facemmo muovere due sole persone, e discoste da piazza del Duomo proibita al raduno. La coppia – l’uno indossava una casacca con la scritta “Una legge per l’obbie- zione di coscienza” “Chiediamo il diritto di non uccidere”, l’altro diffondeva ciclostilati – percorreva su e giù la galleria Vittorio Emanuele: i carabinieri e gli agenti di servizio guardavano al più incuriositi, i passanti accettavano e sollecitavano la distribuzione del ciclostilati, qualcuno si fermava a conversare e a scattar fotografie: assente il minimo turbamento dell’ordine pubblico. Dopo circa un quarto d’ora, a turbare la pacifica azione intervengono gli agenti dell’Ufficio politico, che fermano la coppia e la conducono in questura. L’atto più grave è quando altri del gruppo, intervenuti successivamente e isolatamente a soltanto diffondere il ciclostilato, vengono ugualmente fermati e tradotti in questura. Avremmo potuto, forti del diritto incontestabile che gode il cittadino di diffondere in assoluta libertà stampati – senza cioè una preventiva autorizzazione della polizia - , fare una lecitissima resistenza agli agenti e opporci sul posto all’abusivo impedimento. Ma l’accettazione nostra del fermo coi colloqui a livello di funzionari che ne segui, ci dette modo di raggiungere un uditorio molto più propizio alla diffusione delle nostre idee, di dare un sigillo al nostro stile di comportamento, e di farci acquisire prestigio per la dimostrata nostra capacità di autocontrollo e la disposizione dialogante di fronte al torto dovuto ammettere dai funzionari di polizia nei confronti dei diffusori degli stam- Azione nonviolenta | 9

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Roma, settembre 1967. Una manifestazione a favore dell’obbiezione di coscienza davanti al Ministero della Difesa pati. La contestazione della polizia dovette limitarsi a girare attorno all’uso fatto da tre soltanto di noi (su sette fermati) delle casacche con la scritta: ma soltanto forse la necessità di salvare comunque un punto di autorità e la impossibilità di soddisfare altrimenti ad un minimo di ragione del fermo e del trambusto derivatone, deve aver determinato nel questore la decisione a procedere ad una denuncia assai poco legalmente giustificata (essa non ha avuto finora alcun esito). L’Avanti! del giorno dopo, scrivendo che “una pacifica, tranquilla manifestazione era stata interrotta dalla polizia”, a commento del modo di procedere dei dimostranti e con implicita censura all’operato della questura si chiedeva: “E cosa più civile e democratico di questo modo di agire?”. La questura di Roma A Roma, vietata la manifestazione, erano stati ben concordati con il funzionario di turno dell’Ufficio di gabinetto della questura centrale alcuni modi limitati di effettuazione (cartellisandwich e diffusione di volantini, a gruppetti di tre-quattro persone). Sorgono tuttavia incidenti. Sui gruppetti che agiscono in punti diversi della città intervengono i commissari di P.S. Di zona: costringono i dimostranti a trasferirsi alle locali sedi di commissariato, a declinare le proprie generalità e a dimettere i cartelli-sandwich. Un commissario giunge ad investire un dimostrante singolo, a sospingerlo bruscamente sotto un an- drone e a fargli togliere di dosso il cartello. Alle calme rimostranze di questi che gli richiama gli accordi intercorsi con l’Ufficio del gabinetto, il commissario replica con fare iroso tacciandolo di bugiardo. Aderisce paziente il dimostrante a non portare con sé il cartello, e ritiene di poter continuare almeno la distribuzione dei volantini: il commissario, inauditamente, glieli sottrae di mano. A un punto tale d’arbitrio e di comportamento incivile, un’immediata reazione del dimostrante poteva essere del tutto legittima (ma non avrebbe aiutato il poliziotto a rendersi conto del torto). Imponendosi un enorme controllo, il dimostrante si dirige alla sede centrale della questura: vi si riconosce l’abuso, e di lì a due minuti il commissario in colpa, ora mansueto, deve procedere alla restituzione immediata dei volantini nelle mani della vittima del suo intervento. In serata, ottenemmo una spiegazione generale col capo di gabinetto di questura: diede atto che solo il nostro comportamento controllato e responsabile aveva evitato più serie conseguenze, giunse a farci aperte scuse per l’accaduto. Nuovo criterio di rapporto con le questure Con la dimostrazione romana del dicembre scorso (che chiudeva la prima serie di dimostrazioni per l’obbiezione di coscienza) abbiamo ritenuta conclusa la fase di approccio con la polizia, e superato quindi il criterio che dicemmo adottato in corrispondenza di essa, d’un atteggiamento cioè 10 | maggio-giugno 2016

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di non rigida opposizione ai disposti delle questure pur se patentemente arbitrari (condizione di un dialogo che doveva aiutare a fare attenti ai reciproci modi d’essere e di operare e a far assumere nella esatta consapevolezza delle rispettive ragioni e diritti le dovute responsabilità). Fissato pertanto che per le future manifestazioni il criterio da seguire sarebbe stato di non transigere sul principio minimo dell’assoluta libertà di effettuazione di esse secondo i modi leciti – pacifici e corretti – fin qui dimostrati, il G.A.N. ha voluto affrontare tale questione delle prerogative della polizia in modo esplicito e diretto, promovendo una specifica manifestazione pubblica di rivendicazione del pieno rispetto della libertà di opinione e di riunione sancita dalla Costituzione. La manifestazione s’è svolta a Milano domenica 26 gennaio. In piazza del Duomo, dalle 10 alle 13, una ventina di dimostranti ha sostato con numerosi grandi cartelli, e diffuso nelle adiacenze migliaia di volantini. Assai vivo l’interesse della cittadinanza. Le moltissime persone sfilate dinanzi ai cartelli si sono presto raccolte in fitti capannelli ove, sino al termine della dimostrazione, larghe animate discussioni si sono intrecciate, sulla pace, la vita democratica, l’obbiezione di coscienza, la nonviolenza. Le decine di agenti e funzionari di polizia che ne hanno seguito lo svolgimento (la questura non aveva fatto stavolta la minima eccezione), hanno tenuto un comportamento estremamente controllato, attento a non provocare frizioni: ci siamo lasciati con una stretta di mano. Non più armi alla polizia durante gli scioperi L’esigenza che il G.A.N. veniva affermando “dal basso” con la sua azione nella piazza milanese, trovava una sintomatica concordanza ad alto livello di autorità statale, nelle parole che nella stessa ora e a pochi passi dal luogo della dimostrazione proferiva sullo stesso soggetto il vice-presidente del Consiglio on. Nenni nel corso del suo discorso al Teatro Lirico. Citando gli impegni più urgenti del nuovo governo egli dichiarava infatti che “una legge di immediata attuazione riguarda la riforma della legge di pubblica sicurezza, che è ancora un intruglio di fascismo e qualche volta di reminiscenze borboniche”. Vedremo il seguito dei fatti a tali importanti verbali. C’è un aspetto particolarmente drammatico nella questione della revisione dell’attuale ordinamento della polizia, ed è l’uso delle armi che da parte delle forze dell’ordine viene fatto nel corso di manifestazioni attinenti a conflitti di lavoro. In una dichiarazione vecchia oramai di più di un secolo, il responsabile dell’ordine pubblico dello Stato italiano, ministro dell’interno Giolitti, affermava: “ [...] Per riuscire a possedere questa forza fatta soprattutto di autorità, è necessario che il governo lasci pieno agio a tutte le classi, ed in ispecial modo a quelle più numerose, di fare conoscere e fare valere le proprie legittime aspirazioni e di difendere, nell’ambito delle leggi, i propri legittimi interessi”. Conseguente a tali parole, il ministro Giolitti adottò l’atteggiamento di non usar più l’esercito per stroncare col fuoco delle armi le dimostrazioni degli scioperanti. L’attuale sviluppo della vita democratica del nostro Paese esige che analogo atteggiamento sia ora adottato nei riguardi della polizia, con la proibizione dell’uso delle armi da parte di essa durante gli scioperi. Al livello attuale della coscienza politica e civile del mondo del lavoro italiano, non deve questi sottostare oltre all’avvilimento e soffrire lo scotto di sangue che la presenza delle armi produce: e la ricerca di altri mezzi meno violenti che non l’uso delle armi incrementerà nella polizia quel pieno spirito democratico in forza del quale si vedrà assicurato presso il cittadino italiano il lecito prestigio e un’effettiva autorità. Il Movimento Nonviolento è costituito da pacifisti integrali, amici e amiche della nonviolenza, che rifiutano in ogni caso la guerra, la distruzione degli avversari, l’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica. Il MN sostiene il disarmo unilaterale (come primo passo verso quello generale), ed affida la difesa unicamente al metodo nonviolento. Chi intende aderire si rivolga a Movimento Nonviolento – via Spagna, 8 – 37123 Verona, tel./ fax. 0458009803, azionenonviolenta@sis.it Azione nonviolenta | 11

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Nonviolenza e Forze dell’Ordine Un progetto per la convivenza democratica di Rocco Pompeo* Voglio ricordare in apertura che Aldo Capitini proprio in uno dei suoi ultimi scritti afferma che le ultime istituzioni che la società democratica tenderà a superare sono i tribunali e le forze dell’ordine; le quali sono Istituzioni cui va riconosciuto, nella fase transitoria, il ruolo fondamentale di assicurare la convivenza democratica. Ecco perché noi sottolineiamo che “politica” e “polizia” hanno la stessa radice, vivono per la cittadinanza e per la convivenza pacifica. Alcuni sostengono che questo non avviene, ma il fatto che non avvenga da una parte o dall’altra non significa che noi dobbiamo codificare la rappresentazione attuale; il fatto che non avvenga ci deve spingere ancora di più ad impegnarci per superare questa difficoltà, con alcuni accorgimenti, a volte anche tecnicamente minori, ma che definirei significativi. Ci chiediamo: perché la società civile non può essere a garanzia dell’ordine pubblico? Perché nel momento in cui si creano delle situazioni di tensione, quelle che sono le rappresentanze sociali significative non devono essere coinvolte? Non so ora come, non so con quale metodologia, ma ci piacerebbe misurarci su questo tema per trovare una soluzione. Un’altra questione che vorrei porre all’attenzione: perché un vigile urbano quando viene a fare un controllo igienico sanitario, deve venire armato? Si risponde che potrebbe trovare un delinquente che lo respinge in malo modo e, dunque, per un’eccezione possibile, si crea una situazione di subordinazione. Perché le funzioni e gli strumenti non sono coerenti con le finalità? Un tema su cui vogliamo riflettere insieme è proprio la congruità tra le finalità e gli strumenti * Direttore del Centro Studi Nonviolenza a disposizione. Il tema della formazione parte da un dato che noi riconosciamo come positivo: quando chiediamo agli italiani qual è l’istituzione alla quale credono di più, il 70,1% della popolazione italiana risponde trattarsi delle forze dell’ordine. Ovviamente, se poi si va a indagare, le persone cominciano a mettere dei paletti: “non quelle che sparano, non quelle che…”, ma comunque vanno in una direzione molto precisa: quella della riaffermazione del rapporto tra forze dell’ordine, convivenza democratica e quadro costituzionale: ecco perché diventa centrale il ruolo dell’informazione, della documentazione e della formazione. La specificità di questo Convegno dunque è quella di un confronto diretto a più voci a volte anche, se non contrapposte, notevolmente diversificate, per la presenza del sindacato, la presenza di una rivista, la presenza delle istituzioni, la presenza del Movimento Nonviolento, che è quello che ha spinto e spinge di più in questa direzione che ci è sembrata essere il modo migliore per avviare un percorso che oggi vede solo una prima tappa di confronto perché poi bisogna passare da questa a momenti più operativi, più concreti di confronto e di lavoro. Ad esempio, se a Livorno l’esperienza formativa del mini-laboratorio svolto in preparazione del Convegno è stata positiva, allora perché non replicarla e duplicarla in altre realtà della Toscana o altrove dove il sindacato può darci una mano insieme al questore, insieme ai responsabili? Se le cose come si sono svolte fino ad ora non sono di piena soddisfazione per nessuno, e non lo dico io, lo dice ad esempio il titolare della direzione della Scuola di Peschiera quando parla del “fallimento della nostra formazione” o, se leggiamo sulla rivista Azione nonviolenta Chiarelli, istruttore di polizia alla questura di Ferrara, che afferma che il problema fondamentale è la formazione, allora vuol dire che il problema c’è e noi proponiamo che, accanto agli elementi che sono già consolidati, siano introdotte tecniche e conoscenze 12 | maggio-giugno 2016

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di nonviolenza come un metodo contributivo, propositivo, alternativo al tipo attuale di formazione. Misuriamoci: può darsi che le cose vadano meglio! Le esperienze che sono state fatte hanno dato risultati positivi. Noi abbiamo un ventaglio di proposte che oggi proponiamo alle forze dell’ordine e in particolare agli agenti di polizia, ma a Palermo abbiamo svolto esperienze con i carabinieri, a Viterbo e a Milano con i vigili urbani. Noi lo proponiamo e lo proporremo in modo formale ai responsabili per i condomini che sono uno dei luoghi di maggiore esplosione di violenza nella città, ed è un terreno sul quale dobbiamo misurarci; lo proporremo ai responsabili dei sindacati e dei movimenti sociali che organizzano manifestazioni, perché anche loro devono crescere in questa direzione. Voglio ricordare Genova nel 2001: c’erano molti amici della nonviolenza, ma il Movimento Nonviolento non c’era, e non c’era con una presa di posizione precisa e netta contro quella parte dell’organizzazione della manifestazione che era necessariamente finalizzata allo scontro e alla violenza. Prima della manifestazione di Genova il Movimento Nonviolento espresse queste sue perplessità, indicò le strade alternative che non furono adottate, e giudicò allora che non si poteva essere della partita, pur essendo no-global prima dei no-global. Diversa cosa successe a Firenze, un anno e mezzo dopo, quando ci fu il Social Forum; il questore Serra organizzò le cose in maniera diversa, tant’è che le cose si svolsero come si deve, senza avere nessun incidente di percorso. Noi, da allora, per parte nostra, abbiamo scelto un’altra strada, il cui ultimo grande esempio è stata l’Arena di Pace e Disarmo del 25 aprile 2015 a Verona: 15˙000 persone hanno partecipato e abbiamo dimostrato che ci può essere un nuovo metodo di lavoro anche in materia di sicurezza e ordine pubblico: oggi i termini sono cambiati e se sono cambiati noi proponiamo il cambiamento alle forze dell’ordine e, a maggior ragione, lo proponiamo alle forze sociali che guidano questi movimenti. però uno spazio significativo per linee guida che ora sono, diciamo, un po’ all’italiana, leggibili in molti modi; per protocolli, perché anche questi, quando ci sono, non sono lineari; per l’assenza del principio della responsabilità personale perché la responsabilità è vissuta all’interno della divisa. Occorre riaffermare ancora la congruità tra strumenti, tutti preventivamente promossi dall’Amministrazione, non scriteriati, ma all’interno di un ventaglio di strumenti accreditati ed affidabili, ed avere la possibilità di una misura per una coerenza tra mezzi e fini. Ed è questo il principio al quale gli amici e le amiche della nonviolenza sono attaccati, la coerenza tra mezzi e fini: se essa manca prima o poi scoppiano difficoltà quasi insormontabili. Nell’ambito della formazione io – ma credo di non essere il solo nel nostro ambiente – introduco sempre uno o due moduli su “come si costruisce e si gestisce una campagna o una manifestazione nonviolenta per la convivenza aperta” perché come ci hanno insegnato i nostri più grandi maestri (Gandhi, Capitini, King...) la disciplina è fondamentale. Quando organizziamo una Campagna sappiamo quanto è importante il concetto di disciplina rispetto ad una finalità, proprio come per le forze dell’ordine. Questo Lo vogliamo ripetere: non abbiamo la pretesa di avere in tasca una formazione risolutiva; abbiamo la convinzione che il problema non sono i conflitti ma sono le risposte ai conflitti che scelgono la strada della violenza o della nonviolenza, la strada positiva, costruttiva, o la strada negativa, di opposizione netta. Abbiamo verificato Azione nonviolenta | 13

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può costituire uno degli elementi di confronto per cominciare in una fase transitoria un esperimento di formazione alla nonviolenza nelle forze dell’ordine. Noi auspichiamo che le leggi che sono proposte in Parlamento siano unificate ed adottate, ma conosciamo i tempi del Parlamento: ecco, in questa fase di transizione, accanto all’impegno per le forze dell’ordine, perché non costruire momenti di convergenza per alcune altre esperienze concrete? Noi faremo specificatamente un convegno analogo a questo per i Sindacati, i cosidetti corpi intermedi, i responsabili delle associazioni e dei movimenti per la casa, per il diritto al lavoro, per il diritto all’istruzione: tutti quei movimenti che sono portatori di esigenze sociali hanno poi la responsabilità di come costruire il percorso per evitare che il questo sia sempre contro qualcosa e per farlo diventare come noi sosteniamo un percorso per un risultato. È fondamentale per la nostra cultura assumere sempre anche il punto di vista dell’altro, il che non significa condividerlo, non significa giustificarlo, significa comprenderlo per poter cogliere fino in fondo quali sono i motivi reali del conflitto - e poterli poi superare in maniera nonviolenta. Occorre superare la contrapposizione pregiudiziale e di schema, e dobbiamo discutere e confrontarci per tempo e nella reciproca formazione. Non devo essere portato all’angolo per costringermi a dire sì o no: questa non è una scelta, non è una consapevolezza, è una tifoseria schematica alla quale ci si chiama, ma alla quale invece occorre rispondere con la problematicità delle questioni. Verifichiamo che le armi sono diffusamente accreditate ancora di tanto favore; e tuttavia si può sperimentare anche una Difesa Civile non armata e nonviolenta: può darsi che vada bene, può darsi che sia integrativa, può darsi che sia in parte sostitutiva. Anche qui un solo esempio. In Libano abbiamo circa millecinquecento soldati che fanno un’opera meritoria di interposizione: non sarebbe forse utile integrare, non voglio dire sostituire, integrare questa presenza con Guardie Forestali che guidino la ricostruzione dei boschi di cedri del Libano che sono stati distrutti dalla guerra? Non sarebbe un’opera meritoria? Non sarebbe un’opera meritoria mandarci anche degli insegnanti a fare scuola in quei villaggi? Una grande spinta ci viene dai lavori odierni, anche da parte delle adesioni ricevute e dagli interventi che abbiamo ascoltato, e che ci carica di un impegno gravoso ma gratificante: non lasciare isolata questa iniziativa. Mi basti per ora richiamarne solo due tra le più importanti e significative: dare sviluppo con tutti gli interlocutori alle azioni già messe in campo; procedere, d’intesa con i Sindacati e con Polizia e Democrazia, alla pubblicazione congiunta del Codice Etico Europeo per la Polizia insieme ad un Manuale per Campagne ed Azioni Nonviolente. Una pubblicazione da diffondere e valorizzare perché cittadini, agenti, manifestanti, autorità ne siano informati e documentati, utilizzando l’insieme dei canali propri di distribuzione, da Polizia e Democrazia agli Organi dei Sindacati, ad Azione nonviolenta ed altre Riviste di area nonviolenta. Andremo dunque avanti con determinazione lungo la strada della nonviolenza per una nuova socialità di convivenza aperta, nella ferma convinzione che proseguire il cammino anche con passi piccoli ma concreti possa concretamente avviare un percorso soddisfacente per tutti. 14 | maggio-giugno 2016

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Un incontro formativo in preparazione del Convegno di Livorno Nella prima parte dell’incontro formativo, dedicata ai pregiudizi ed alle rappresentazioni, abbiamo cercato di rispondere a domande che soltanto a prima vista sembrano semplici e scontate; cos’è la polizia? chi sono i poliziotti? quali sono i suoi compiti? Al tempo stesso è importante chiedersi: chi sono gli “avversari”? Chi è un criminale? chi è un manifestante? chi sono i cittadini? Non ci sono risposte semplici e probabilmente nemmeno definitive, ma l’importante è “cambiare punto di vista”; chiedersi come il cittadino vede il poliziotto e viceversa. E ricordare che anche il poliziotto è prima di tutto un cittadino. Già in questa fase sono emerse delle problematicità che meriterebbero approfondimento: ad esempio quanto la “divisa” estenda la responsabilità da individuale a collettiva, istituzionale, si pensi al caso del collega arrestato. In questi episodi la rilevanza e il discredito tocca in maniera verticale tutta l’istituzione, il gesto del singolo ha una ricaduta sociale e di immagine pubblica. Il poliziotto se perde la sua individualità e la sua identità diventa tutt’uno con la sua “maschera”; è sempre presente una tensione: da una parte l’agente si sente parte del sistema sicurezza e della sua amministrazione, tutore della legge e della legalità con il potere-responsabilità, nei casi più estremi, di limitare la libertà delle persone; dall’altra è una persona con proprie emozioni e vissuti personali, che inevitabilmente vanno ad incidere nei sui interventi. Il percorso si è poi articolato in una seconda fase centrata sulla gestione emotiva nelle dinamiche conflittuali e su come una accresciuta competenza emotiva favorisca una comunicazione (verbale e non verbale) più efficace e meno conflittuale.Abbiamo riscontrato in questa fase quanto lacunosa sia la formazione attuale in questo ambito.Ad esempio, in caso di incidenti mortali non vengono forniti protocolli che aiutino a comunicare questi eventi traumatici alle famiglie. Mancano inoltre momenti strutturati di elaborazione e scambio tra colleghi, il tutto è demandato alla buona volontà di singoli o piccoli gruppi. Non c’è un regolare scambio di esperienze, un dialogo emotivo aperto, anzi riferivano alcuni partecipanti, che spesso la sfera emotiva è volutamente ignorata e parlarne in alcuni contesti è quasi “tabù”. In alcuni casi si è parlato di un congelamento necessario per rimanere lucidi in situazioni ad alto impatto emotivo ed è evidente il fatto che vissuti emozionali specifici come la paura, l’ansia, la rabbia condizionino le azioni e gli interventi. Gli agenti, inoltre, trovandosi ad affrontare situazioni eterogenee, devono sviluppare una competenza emotiva nei confronti delle vittime, degli autori, nei rapporti con la folla, e di fronte a comportamenti violenti. La difficoltà più grande è elaborare e sperimentare tecniche, pratiche,linee guida,protocolli di lavoro che siano utili ed efficaci, e che aiutino l’operatore a garantire una “lucidità emotiva” anche quando sarà necessaria una decisione veloce e in condizione di pericolo, per agire tendenzialmente e stabilmente in maniera nonviolenta. Nel corso di un incontro molto partecipato sono emersi più chiaramente i bisogni degli operatori e anche delle possibilità di sviluppo formativo: la necessità di una vicinanza comunicativa con la cittadinanza per incontrare “l’altro” conoscere e farsi conoscere, ad esempio attraverso interventi nelle scuole ma non come avviene il più delle volte limitati a temi specifici come il cyberbullismo o il codice della strada. È necessario andare nelle Scuole ed in altri ambienti - perchè in futuro non andarci insieme? - per parlare di cosa sia la Polizia, chi siano i poliziotti, raccontare episodi reali, momenti di paura, di difficoltà. È emersa poi la richiesta di strutturare dei momenti di confronto e di rapporti collettivi al fine anche di favorire scambi relazionali emotivi tra colleghi; di elaborare, anche con aggiornamenti degli esistenti,dei protocolli di intervento chiari efficaci e collaborativi. In sintesi, sviluppare una formazione continua ed integrata con la formazione già esistente ricordando sempre che le tecniche nonviolente non sono sostitutive ma complementari agli strumenti già in uso alla polizia. Azione nonviolenta | 15

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