La Grande Guerra tra terra ed acqua

 

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Storie e memorie nelle terre basse tra Livenza, Piave e Sile fino al mare

Popular Pages


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LA GRANDE GUERRA TRA TERRA ED ACQUA STORIE E MEMORIE NELLE TERRE BASSE TRA LIVENZA, PIAVE E SILE FINO AL MARE

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Il presente volume è stato realizzato dal GRUPPO DI COORDINAMENTO COMUNI DEL BASSO PIAVE PER IL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA: Comune di Ceggia Comune di Noventa di Piave Città di Eraclea Comune di Quarto d'Altino Comune di Fossalta di Piave Città di San Donà di Piave Città di Jesolo Comune di San Stino di Livenza Comune di Meolo Comune di Musile di Piave Comune di Torre di Mosto Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Sara Campaner Direttore dei Musei Civici Sandonatesi, per il lavoro di coordinamento del Gruppo Iniziativa realizzata con il contributo della Regione del Veneto, ai sensi della Legge Regionale 1/2008, art. 102, nell'ambito del programma per le commemorazioni del Centenario della Grande Guerra. Copyright © E' vietata la riproduzione con qualsiasi mezzo di ogni parte del presente volume senza autorizzazione.

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LA GRANDE GUERRA TRA TERRA ED ACQUA STORIE E MEMORIE NELLE TERRE BASSE TRA LIVENZA, PIAVE E SILE FINO AL MARE a cura di Matteo Polo Testi di Giuseppe Artesi, Lia Artico, Lodovico Bincoletto, Paolo Fogagnolo, Maurizio Marchesin, Bruno Marcuzzo, Federico Mariani, Luigino Paro, Luigi Perissinotto, Marino Perissinotto, Oliviero Pillon, Sergio Sbalchiero, Lucia Tracanzan

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IL pRoGETTo Acqua e terra si mescolano di continuo nei territori tra i fiumi Livenza, Piave e Sile fino al mare, tra canali navigabili e di bonifica, nelle trincee a ridosso dei fiumi e nella quotidianità della vita dei soldati, ma anche nelle retrovie, in un territorio in cui l’acqua è al tempo stesso risorsa, ma anche minaccia, o, come nel caso della Grande Guerra, strategia. Questo volume collettaneo, ideato e voluto dal Gruppo di Coordinamento dei Comuni del Basso Piave per il Centenario della Grande Guerra, e realizzato grazie al sostegno della Regione Veneto, raccoglie e racconta in modo organico un’importante passato identificato da una specificità anfibia che ha inciso in maniera originale e unica nel caratterizzare le vicende della Grande Guerra in quest’area. Storia d’acqua, di uomini, di fatti, di esperienze, che tra allagamenti, distruzioni strategiche di impianti idrovori, argini, ponti, imbarcazioni e spostamenti lungo fiumi e canali, movimenti di truppe e civili nell’entroterra, ospedali delle retrovie, è ancora poco conosciuta, silente ed indefinita come la palude che in parte, durante quei drammatici avvenimenti, tornò a sommergere queste terre. Si tratta tuttavia di una specificità molto forte, che in tale area differenziò in modo fondamentale la Grande Guerra, rispetto ai vicini Grappa e Montello, seppur accomunati dal Piave; peculiarità che non modellò solo le vicende e i luoghi nel corso del conflitto, ma la storia stessa delle persone che, soldati o civili, di entrambe le parti, vissero l’esperienza di quel drammatico evento. Paesaggi in guerra, per sempre trasformati, ai quali fu conferita una sorta di simbolica sacralità legata ai luoghi del sacrificio; una storia invisibile, di cui troviamo pochi segni tangibili sul territorio, che vuole oggi essere resa visibile a tutti, attraverso il recupero delle specifiche storie nella storia. Storie che trovano voce nelle pagine di questo volume, attraverso un patrimonio immateriale di vicende, fatto di particolari inediti, di luoghi, di passaggi, di fotografie, di storie, di persone, ancora sconosciuto e di straordinaria intensità. Un sentito ringraziamento a tutti gli storici che hanno messo a disposizione la loro conoscenza, frutto di anni di appassionata ricerca, nonchè le loro collezioni fotografiche, e a tutti coloro che, a diverso titolo, hanno dato anima e concretezza a questo importante progetto, rendendo possibile un recupero, sia del dato storico ma anche delle vicende umane, che nascono dall’essere parte di un’unica intensa storia. GRUPPO DI COORDINAMENTO COMUNI DEL BASSO PIAVE PER IL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA

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INTRoDUzIoNE sToRICA. L'ANNo DEL pIAvE di Matteo Polo sAN sTINo DI LIvENzA NELLA pRImA GUERRA moNDIALE di Luigi Perissinotto ToRRE DI mosTo. TERRA DI pAssAGGIo NELLA GRANDE GUERRA di Lucia Tracanzan CEGGIA NELLA GRANDE GUERRA di Lia Artico, Maurizio Marchesin e Federico Mariani LA GUERA GRANDA A NovENTA di Paolo Fogagnolo LA ChIEsA CoN DUE CAmpANILI: FossALTA DI pIAvE di Bruno Marcuzzo ERACLEA. LA “GUERRA IN CAsA” A GRIsoLERA di Luigino Paro sANGUE, FANGo, obLIo. LA GRANDE GUERRA A sAN DoNà DI pIAvE di Marino Perissinotto IL GRANDE pERICoLo. IL mARTIRIo DEL TERRIToRIo DI mUsILE di Lodovico Bincoletto JEsoLo. CAvAzUCChERINA di Giuseppe Artesi GLI UomINI, I LUoGhI E LE mEmoRIE DELLA bATTAGLIA DEL soLsTIzIo TRA CApo D’ARGINE, LossoN E mEoLo di Oliviero Pillon UN pICCoLo ComUNE NELLE RETRovIE DEL FRoNTE DEL pIAvE. QUARTo D''ALTINo E LA GRANDE GUERRA di Sergio Sbalchiero INDICE pag. 6 pag. 11 pag. 41 pag. 71 pag. 101 pag. 131 pag. 161 pag. 191 pag. 221 pag. 251 pag. 281 pag. 311

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| Introduzione storica | Per la sequenza dei capitoli dedicati alla Grande Guerra nei Comuni che hanno partecipato al progetto, si è voluto seguire un criterio cronologicogeografico immaginando di seguire idealmente l'avanzata austroungarica e la conseguente resistenza italiana, tra Livenza e Sile e culminata sulle acque sacre del Piave. L'ANNo DEL pIAvE di Matteo Polo LINEA EsTREmA La decisione di attestare ciò che rimaneva dell’esercito italiano sulla linea del Grappa e del Piave è da attribuirsi già a Cadorna1, seppur avendola presa con un notevole ritardo2 di almeno 36 ore che contribuì anch’esso ad aggravare le proporzioni della ritirata3, ma che probabilmente era necessario al “generalissimo” per riprendere la fiducia nei soldati e poter così il 7 novembre promulgare un ordine del giorno alle truppe, in cui dichiarava di essere deciso a tenere la linea del Piave: “morire, non ripiegare”. Come conferma più volte Angelo Gatti – capo dell’Ufficio Storico del Comando Supremo di Cadorna - nel suo diario “soltanto dietro al Piave – per quanto la situazione anche là sia difficilissima – egli [Cadorna] sarà un po’ tranquillo.”4 in accordo con Orlando5 (dal 25 ottobre Presidente del Consiglio dei Ministri, ndr) che addirittura “faceva calcoli e suggeriva cose militari. Parlava della fortezza della linea del Piave;”6 e andando contro parte del suo Stato Maggiore, fra cui lo stesso Gatti: “Parrebbe quindi più opportuno, di rifiutare la battaglia sul Piave – Altipiani, per ritirarci, mentre siamo a tempo ancora, sul Mincio […]. Si oppongono a questo due cose: 1) che la ritirata non si può più fare per la terza volta e nella terza ritirata l’esercito si sfascerebbe. Non credo […] 2) che il Paese non reggerebbe alla perdita di Venezia.”7 In realtà non era il solo Cadorna ad essere convinto dell’importanza strategica di tale linea: prima il Re Vittorio Emanuele III al convegno di Peschiera (7-8 novembre) analizzando le cause del rovescio militare di Caporetto, scagiona il soldato italiano da ogni responsabilità morale e si dichiara convinto della capacità dell’esercito, già in fase di riorganizzazione, di resistere sulla linea del Piave8; poi anche il maresciallo Foch, in un consesso di Alleati perlomeno dubbiosi e riottosi, si rivelerà, almeno a parole (visto che poi preferirà tenere le 11 divisioni francesi ed inglesi, giunte nel frattempo in Italia, vicino all’Adige come riserve nell’eventualità di un nuovo crollo della linea9), anche lui sostenitore dell’importanza di tenere la linea del fiume10. Questa concordanza di intenti non eviterà al Cadorna l’esonero e la conseguente sostituzione11 con quella sorta di triumvirato Diaz-Giardino-Badoglio, il cui principale pregio, come confidava Amendola a Prezzolini12, era quello di non essere insostituibile e quindi più manovrabile dall’ente politico, a differenza del “dittatore” Cadorna. La mattina del 9 novembre la II e la III Armata compiono il passaggio del Piave, la III Armata in particolare sarà quella destinata alla difesa della linea del fiume: Mentre i grossi della III Armata andavano prendendo posizione sul Piave e organizzandone le difese, il duca d’Aosta confermava ai comandi dipendenti che tale linea doveva essere tenuta con difesa ad oltranza, diffondendo nelle truppe la convinzione che non era più consentito cedere altro terreno: lo imponevano l’onore dell’Esercito e la salvezza della Patria. Lo schieramento rimaneva quello già stabilito e si dettavano norme dettagliate per la costruzione delle difese

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| Introduzione storica | passive e per il combattimento su terreno fittamente coperto com’era quello adiacente al Piave. La limitata disponibilità di forze rendeva necessario rivolgere ogni energia alla difesa della riva destra del fiume: perciò si dovevano abbandonare le teste di ponte su quella sinistra. Altre disposizioni riguardavano: l’abbattimento dei campanili oltre Piave, che avrebbero costituito ottimi osservatori per gli avversari; il ritiro dei ponti di equipaggio e la distruzione di quelli fissi, in primo luogo quello ferroviario a San Donà, che poteva verificarsi l’indomani stesso, cioè non appena ultimato il passaggio del materiale rotabile.13 Effettuato il passaggio dalla guerra offensiva a quella difensiva, il nuovo fronte si rivela più strategico del precedente: innanzitutto perché si restringe di due terzi rispetto a quello isontino (una differenza quantificabile in 200 chilometri) e quindi ben si adatta a quello che rimane dell’esercito italiano14, inoltre il Grappa e il Piave offrivano anche il vantaggio, pur aggirabili dall’altopiano di Asiago, di proteggere Venezia e quindi porre un formidabile ostacolo naturale all’attesa forza d’urto austriaca. In particolare Diaz poteva disporre così l’esercito: sul Grappa le 7 divisioni della IV armata del generale Di Robilant, sul Piave le 8 divisioni della III armata del duca d’Aosta, nella pianura veneta si stava riorganizzando la II armata mentre ancora più indietro ad accogliere e re-inquadrare gli sbandati vi era la V armata. In realtà anche l’esercito austro-tedesco era in difficoltà, almeno per quanto riguarda la parte montana (in cui schierava 11 divisioni contro altrettante italiane), mentre sul Piave potevano contare su una netta prevalenza di 30 divisioni contro 11; inoltre l’artiglieria pesante austriaca era rimasta indietro per via delle asperità del terreno con quella tedesca subito dirottata nelle Fiandre. Ma soprattutto mancava l’effetto sorpresa e la netta superiorità di armi e di uomini di Caporetto, inoltre riemergevano i contrasti tra le strategie di guerra dei Comandi austriaci e tedeschi, ben presto impegnati in uno sterile scambiarsi di accuse per i mancati successi15. Ad ogni modo nel periodo tra il 10 e il 13 novembre gli austro-tedeschi attaccarono violentemente tutta la linea difensiva italiana (Altipiani e Grappa-Piave) con scarso successo: in particolare, il Piave si rivela fin da subito come un formidabile ostacolo naturale per la sua conformazione geografica, che obbliga le addette divisioni del generale Stein a prendersi qualche giorno per i preparativi e che fa in modo consequenzialmente che tutto lo sforzo venga, improficuamente, concentrato sul Grappa. Fino a Natale ci saranno vari tentativi di forzare la linea del Piave16, ma era ormai evidente che si imponeva una rinuncia in favore della lotta in montagna, cioè erano due operazioni alternative, non più perseguibili contemporaneamente anche a causa dell’allungarsi, per l’esercito austriaco, delle vie di comunicazione. Qui finisce la prima battaglia del Piave, che il generale Caviglia si spinge a definire “militarmente più ardua e storicamente più importante della seconda e della terza” per il suo avere impedito ulteriori contraccolpi alla causa italiana, e prende il via la riorganizzazione dell’esercito con il nuovo e finalmente effettivo comando di Diaz. Limitandoci ai caratteri puramente “tecnici” di tale ristrutturazione, in pochi mesi l’industria italiana, officine Ansaldo in testa, con le direttive del ministro per le Armi e le munizioni, il generale Dall’Olio, riesce a rimpiazzare in pochi mesi tutto l’armamentario andato perso e addirittura ampliandolo; non sarà possibile fare lo stesso a livello di materiale umano poiché la classe del 1899 era stata già immessa nei reparti verso la fine del ’17 e rimanevano di riserva solo i 260.000 ragazzi della classe 1900 (arruolati nel 1918 ma fatti combattere alla fine della guerra). Constatando inoltre i problemi che portava la pratica di scissione delle divisioni del Carso e dell’Isonzo per ovviare alla scarsità di artiglieria, si stabilisce l’indissolubilità della divisione; si cerca di migliorare l’addestramento della fanteria e di potenziarla a livello d’armamento, così come l’aviazione, anche se gli sforzi maggiori vengono concentrati sull’artiglieria. Ma soprattutto vi è una diversa attenzione nei confronti del soldato, con un miglioramento delle condizioni di vita in trincea17 (posto come obiettivo obbligato per i comandi di tutti i livelli) e anche nelle retrovie18. Ci sono inoltre le iniziative legate al servizio Propaganda e alla cessazione della pratica delle fucilazioni sommarie e delle decimazioni (pur non modificandone le direttive emanate da Cadorna, al pari di quelle concernenti la giustizia e la disciplina) che Cadorna invece riteneva indispensabili. Rileva infatti la storica Giovanna Procacci “non cambiò tuttavia nella sostanza l’indirizzo generale del potere militare: pur venendo eliminati alcuni degli aspetti di maggior arbitrio e ferocia del regime precedente, come le decimazioni, fu infatti mantenuto, e sotto certi aspetti anche inasprito, il sistema rigidamente e inflessibilmente autoritario”19 7

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8 | Introduzione storica | LA bATTAGLIA DEL soLsTIzIo (15 – 24 GIUGNo 1918) La battaglia del Solstizio20 è, veramente, l’esplosione di speranze ed entusiasmi fin lì trattenuti e che, di fronte alla prospettiva di una guerra che poteva addirittura concludersi vittoriosa, si sentono ormai liberi di esprimersi a pieno fiato grazie anche alla raggiunta consapevolezza di avere in qualche modo raggiunto una sorta di “rigenerazione morale”, di una vittoria cioè, di cui si sentiva l’esigenza fin da Caporetto21. Paradossalmente era iniziata come la definitiva offensiva austriaca22, che in caso di successo avrebbe permesso l’arrivo a Milano e Venezia: offensiva in preparazione da tempo ormai23 (e più su pressione tedesca che per convincimento personale degli austriaci, esattamente come stava capitando all’esercito italiano continuante pungolato dagli alleati per una qualche iniziativa che alleggerisse il fronte occidentale)e che, oltre al ritardo, somma una dispersione delle linee d’attacco e il vanificamento di qualsiasi elemento sorpresa: il tutto permise a Diaz un’accurata preparazione della battaglia, con un saggio uso delle riserve, dell’artiglieria e dell’aviazione che permise il rintuzzare i piccoli successi austriaci là ove ci fossero. Pur nei limiti di una certa inefficienza generale, la battaglia registra un pieno successo italiano, permettendo così la nascita del mito del Piave, “fiume sacro alla Patria”. NoTE 1. “[Cadorna] mi dice che le cose sono disperate. Lui dovrà ordinare la ritirata verso il Piave. Non crede che si possa resistere sul Tagliamento. Ha in mano un troncone che è 1/3 della spada. Per ritirarsi dietro il Piave, però, ha bisogno di 30 giorni….” In Angelo Gatti, Caporetto, Bologna, 1964, Il Mulino, pg. 283 2. E nonostante avesse già ai tempi della Strafexpedition ordinato dei lavori per l’approntamento di una linea difensiva sulla direttrice Treviso-Silemare, si veda Minniti, Il Piave, Bologna, Il Mulino, 2002 , pg. 25 3. Piero Pieri, L’Italia nella prima guerra mondiale, Torino, 1965, Einaudi, pg. 155 4. Gatti, Caporetto, cit. , pg. 295 5. Cui fa recapitare attraverso Gatti la lettera che quest’ultimo definisce leit-motiv della battaglia sul Piave: “Cioè che se mi riuscirà di condurre la III e la IV Armata in buon ordine sul Piave, ho intenzione di giocare ivi l’ultima carta, attentendovi una battaglia decisiva”, citata in Gianni Pieropan, 1914-1918 Storia della Grande Guerra sul fronte italiano, Milano, 1988, Mursia, pg. 502 6. Gatti, Caporetto, cit. , pg. 306 7. Ibidem, pg. 370 8. Pieri, L’Italia, cit., pg. 159 9. Venuto meno il timore di un nuovo sfondamento, a dicembre 2 divisioni francesi vengono mandate in linea tra il Grappa e il Piave e tre inglesi sul Montello, quindi ben dopo il periodo strategico di novembre. 10. Minniti, Il Piave, cit. , pp. 27-28 11. Operata da Vittorio Emanuele, con il ministro della Guerra gen. Alfieri che si limita ad appoggiarla e il presidente Orlando a ratificarla: secondo Rochat tale decisione del re, che non ne ha mai spiegato le motivazioni, fu dovuta alla volontà di avere un generale meno anziano di Cadorna, con una conoscenza diretta della guerra di trincea e la capacità di instaurare rapporti positivi con le altre autorità dello Stato: Rochat, Il comando supremo di Diaz, pg. 262 in Berti, Negro (a cura di), Al di qua e al di là del Piave, Milano, Franco Angeli, 2001 12. Minniti, Il Piave, cit. , pg. 28 13. Pieropan, Storia della Grande Guerra, cit. , pg. 513 14. “…40.000 uomini tra morti e feriti, circa 280.000 prigionieri, 350.000 sbandati e disertori all’interno. Si erano perduti 3150 cannoni, 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici, 22 campi d’aviazione, enormi quantità di materiale d’ogni genere. Delle precedenti 65 divisioni ne restavano in piena efficienza 33, cui eran da aggiungersi i resti della II armata e della zona Carnia, con quattro o cinque divisioni ancora abbastanza in buon ordine. Delle truppe dell’Isonzo e della Carnia il Cadorna era riuscito a riportarne in efficienza dietro il Piave a mala pena un quarto!” in Pieri, L’Italia, cit., pg. 162, dati ufficiali confermati da Rochat in Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Firenze, La Nuova Italia, 2000, pg. 381, che però lamenta l’insufficienza di tali dati “perchè lasciano nel vago la sorte di alcune centinaia di migliaia di uomini. Quasi certamente i morti e soprattutto gli sbandati furono assai più di quelli ufficialmente riconosciuti; […] i dati sui prigionieri e sul materiale abbandonato sono invece attendibili.” 15. Ibidem, rispettivamente pg. 163 e pg. 440 16. “Il mantenimento di tali posizioni [sul Grappa, ndr] influì positivamente sulle operazioni in pianura, lungo il fiume, nuovo dominio della III Armata del Duca d’Aosta, ritiratasi in piena efficienza, che ebbe buon gioco a contenere e respingere gli attacchi che portarono gli austriaci al passaggio del Piave il 12 a Zenson, dove furono respinti sulla linea dell’argine; il giorno seguente a Grisolera e alle grave di Papadopoli; il 16 a Fagarè, da cui furono ricacciati già il 17, ultimo giorno della battaglia sul fiume.” In Minniti, Il Piave, cit., pg. 32 17. “turni brevi e più regolari in prima linea, contenimento delle perdite nei periodi tranquilli, un rancio più accurato (…), apprestamento di ricoveri adeguati.” Rochat, Il comando supremo di Diaz, pg. 266 in Berti, Negro (a cura di), Al di qua e al di là del Piave, cit. 18. “Alle unità che scendevano dal fronte furono assicurati un riposo effettivo, alloggiamenti confortevoli, possibilità di svago con lo sviluppo delle case del soldato, spacci cooperativi e l’organizzazione di spettacoli e manifestazioni sportive. Vennero riorganizzati i reparti di marcia che accoglievano e inquadravano gli uomini provenienti dal paese e destinati al fronte. Un altro provvedimento è indicativo della nuova attenzione per i fattori morali: Diaz dispose in termini tassativi che i feriti e malati ricuperati dagli ospedali dovevano rientrare ai reparti di origine, invece di essere destinati dove capitava. E’ davvero incredibile che Cadorna non avesse colto l’importanza di questo provvedimento di costo zero per la coesione dei reparti”, ibidem 19. Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri nella grande guerra italiana, Milano, Bollati Boringhieri, 2000, pg. 8 20. Si veda il riassunto che ne fa Luigi Albertini in Venti anni di vita politica. Parte seconda: L’Italia nella guerra mondiale. Vol. II: Dalla dichiarazione di guerra alla vigilia di Caporetto (maggio 1915 - ottobre 1917) , Bologna, Zanichelli, 1952, pp. 303 e seguenti 21. “Insomma si era vendicato Caporetto da quell’esercito che otto mesi prima sembrava per sempre travolto…”, ibidem, pg. 323 22. Per un’analisi più dettagliata dell’aspetto militare si vedano Minniti, Il Piave, cit. , pp. 55-65; Isnenghi, Rochat, La Grande Guerra, cit., pp. 455-458; e soprattutto il capitolo dedicatovi da Pieropan, Storia della Grande Guerra, cit. e Pieri, L’Italia, cit. 23. E di cui gli italiani erano ampiamente avvertiti come si può rilevare in Ugo Ojetti, Lettere alla moglie 1915-1919, Milano, Sansoni, 1964 pp. 527, 530 e seguenti

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LA GRANDE GUERRA TRA TERRA ED ACQUA STORIE E MEMORIE NELLE TERRE BASSE TRA LIVENZA, PIAVE E SILE FINO AL MARE

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SAN STINO DI LIVENZA nella prima guerra mondiale di Luigi Perissinotto 11 DALL’ISONZO AL TAGLIAMENTO, DALLA LIVENZA AL PIAVE L’illusione che il conflitto iniziato per l’Italia il 24 maggio 1915 avrebbe avuto breve durata svanì assai presto. Se ne erano già resi conto l’anno prima i Francesi, inizialmente convinti che non si sarebbe giunti a Natale, come pure i Tedeschi, ancor più ottimisti, i quali avevano dichiarato che si sarebbe giunti alla conclusione ancor prima della caduta delle foglie. Anche nel Veneziano, all’euforia iniziale alimentata dagli interventisti subentrarono la delusione e lo sgomento. Con apprensione si seguiva quanto stava avvenendo al fronte. Convogli carichi di soldati e materiali transitavano ininterrottamente sulla ferrovia che portava all’Isonzo. Per le famiglie di coloro che stavano combattendo il postino divenne la persona più attesa e temuta. Le lettere che annunciavano la morte in guerra partivano a migliaia ogni giorno. A San Stino, nel libro dei morti, il parroco registrava i nomi dei caduti: una ventina nel 1915. Il primo si chiamava Alessandro, deceduto nella prima battaglia dell’Isonzo il 24 giugno, ad un mese esatto dall’inizio del conflitto; aveva 21 anni1. Nell’elenco, oltre alle generalità dei giovani che non avrebbero mai più fatto ritorno al loro paese, si leggono nomi come Carso, Tolmino, Oslavia ed altri rimasti tristemente famosi. Per chi era rimasto a casa, le feste di fine anno 1915 dovettero trascorrere in un clima ben diverso dal solito; c’era poca allegria persino nei bambini, specie in quelli con il padre al fronte, che andavano, secondo tradizione, ad augurare “buona fine e buon principio”. Dato il momento, attorno ai falò che illuminavano la campagna la vigilia dell’Epifania l’accorato grido propiziatorio “pan e vin” suonava del tutto inopportuno: dalla direzione del fumo e delle faville era inutile trarre auspici per il futuro; infatti, era già chiaro che il 1916 non sarebbe stato un anno migliore del precedente. Mancando braccia valide al lavoro, le attività agricole procedevano alla meglio per cui in molte famiglie la miseria di sempre divenne ancora più nera. Da Asiago, dal Pasubio, da Gorizia, dal Vallone di Vipacco e da altri luoghi in cui si combatteva giungevano in paese notizie di morte. Oltre che Foto a sinistra: Riviera lungo la Livenza, castello medioevale, campanile della parrocchiale e villa Mazzotto, sede del comando del XXIII corpo d'armata austro-tedesco.

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12 | La Grande Guerra tra terra ed acqua | nel Triveneto si moriva anche in mare: il primo nome dei caduti sanstinesi registrati nel corso dell’anno è quello del sottotenente Arturo Artico, di 25 anni, maestro, morto nella catastrofe della nave «Principe Umberto» nel basso Adriatico. Come se non bastassero le armi, anche le malattie mietevano vittime. A fine anno, il parroco di San Stino, ultimato il lungo elenco dei caduti in guerra, ha lasciato scritto: “In ritardo è giunta la notizia della morte del soldato di artiglieria Migotto Martino di Giuseppe di anni 21 avvenuta per tifo nell’ospedaletto da campo n. 98 il 16 agosto 1916”. Dei seicento chilometri in cui si estendeva il fronte, il tratto dell’Isonzo era il più insanguinato. I fanti mandati all’assalto venivano considerati “carne da cannone”. Il 4 novembre si esaurì la nona delle battaglie che prendono il nome dal fiume. Si continuerà a morire ancora per due anni esatti (Fig. 1). L’inverno trascorse in attesa delle battaglie di primavera. La bora gelida penetrava nelle ossa Fig.1 Il fronte italiano dell’Isonzo: linee raggiunte dalla prima all’undicesima battaglia.

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| San Stino di Livenza | dei soldati condannati a vivere in trincee che la pioggia trasformava in acquitrini pantanosi. Da quelle parti c’era anche Luigi, nonno di chi scrive. Aveva lasciato a San Stino la giovane moglie Letizia con cinque figli ed il vecchio padre malato. Il 1917 permise a Cadorna di collezionare sull’Isonzo ancora tre battaglie e a mandare al massacro decine di migliaia di combattenti. La dodicesima, che prese il nome da Caporetto, un villaggio ai piedi del monte Nero, com’è noto, fu una disfatta. Lo sfondamento del fronte, verificatosi da parte della quattordicesima armata austro-tedesca del generale Otto von Below il 24-25 ottobre nella zona compresa tra Plezzo e Tolmino, consentì alle truppe nemiche di penetrare nella pianura friulana. La ritirata avvenne in una confusione spaventosa. Le strade erano intasate da sbandati, dannati delle trincee finalmente senza fucile che pensavano alla pelle salvata, frammischiati a carriaggi e ad una fiumana di civili in fuga che rendevano difficoltoso il ripiegamento verso il Tagliamento dei reparti militari ancora sufficientemente organizzati. Il fiume era in piena. La speranza che potesse costituire un baluardo naturale all’avanzata del nemico e consentisse una resistenza ad oltranza, risultò vana. Con gli austro-tedeschi giunti ormai a portata di tiro, ancor prima che fosse completato l’attraversamento da parte dei reparti in ritirata, vennero fatti saltare i ponti. Quello di Latisana fu fatto brillare alle 12 dell’1 novembre. Tre giorni dopo Cadorna ordinò il ripiegamento sul Piave. Tra saccheggi e violenze ebbe così inizio per i paesi del Veneto orientale in sinistra del fiume il doloroso capitolo di occupazione nemica che durerà un anno esatto. LA GUERRA COMBATTUTA NEL BASSO LIVENZA A SAN STINO Nei primi giorni di novembre, freddi e piovosi, prima dell’arrivo delle truppe di Baroevic, molte famiglie sanstinesi, in preda alla paura, lasciarono il paese. Un’anziana donna, all’epoca bambina, così alcuni anni or sono ricordava quei drammatici momenti. “Sen ‘ndati via cól caro e le vache, co’ tuta la roba: quel che s’à possù portar via … . Quando che se jèra a S. Dona’, sul pont de S. Dona’, - caro mio – jèra zént cussì, tutti véa da passar voltra, presto, che i véa da far saltar el pont … . Se jèra ‘pena passadi e el pont i lo à fat saltar. Quando che sén stadi a Padoa, me pupà l’à vendù le vache … i n’à mess sul treno su un carro merci … . Noantri i n’à fermà a Soma Vesuviana, i Ostani a Salerno, i Zulianèi a Santa Nestasìa, un paesét, … insoma un fià qua, un fià là, …”2. Anche i notabili del paese se ne andarono. Il sindaco Olindo Mazzotto ed il segretario comunale Attilio Signori si rifugiarono a Bologna 13 Fig.2 Prima della deviazione della Livenza effettuata nella seconda metà degli anni ’20 del secolo scorso, San Stino si snodava lungo la Riviera che dalla zona Buso, costeggiando l’ampia ansa del fiume, passava davanti alla Chiesetta del Rosario ed al Castello medioevale.

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14 Fig.3 Traduzione: “Spedito da 10a Div. Fant. – Belfiore; 6.11.1917, ore 12.45. Strada PortogruaroSummaga-PradipozzoBelfiore-Corbolone percorribile con ogni tipo di carro. La riva destra del fiume è piuttosto saldamente occupata dal nemico. Nemico trovasi dietro l’argine ma non in trincee. Mitragliatrici in posizione sull’argine. Ponti, secondo informazioni degli abitanti, tutti distrutti." (Kriegsarchiv, Vienna) | La Grande Guerra tra terra ed acqua | Fig.4 Traduzione: "Spedito dal 23° KK il 6.11.1917, ore 1.25 pom. Alla 10a Div. Fant. La Livenza per la presenza del nemico, dimostra sulla carta le stesse difficoltà di attraversamento del Tagliamento: alti e ripidi argini che impediscono l’avvicinamento dei mezzi necessari per attraversare il fiume sotto il fuoco del nemico. La migliore possibilità dovrebbe essere presso Tezze, dove forse c’è scarsa o nessuna presenza nemica. La 41a H.I.D. deve rendersi conto di questo con accertamenti. Come primo risultato dell’esplorazione si aspettano presto informazioni che dovrebbero servire al comando della divisione se tutti i mezzi tecnici possono essere riuniti in un solo posto oppure no. Ricevuto dalla 10a I.D. e 41a H.I.D" (Kriegsarchiv, Vienna)

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| San Stino di Livenza | 15 portando al sicuro i registri dell’anagrafe. Non si mossero coloro che erano privi di mezzi necessari per affrontare un viaggio pieno di incognite. E così pure la maggior parte dei contadini legati alla terra ed agli animali. A condividere le sofferenze della gente inerme rimasero i parroci: don Michele Martina al capoluogo, don Giobatta Del Frari a Corbolone e don Giovanni Morgantini a La Salute. Il Piave ha giustamente guadagnato il titolo di “Fiume Sacro alla Patria” per non aver fatto “passare lo straniero”. Un piccolo merito a tale riguardo, sia pure a distanza di quasi cento anni, si ritiene debba venire riconosciuto alla Livenza sulle cui sponde si è combattuto nei tragici giorni dell’invasione del novembre ’17, permettendo ai nostri di guadagnare tempo prezioso per attestarsi sul Piave e resistere (Fig.2). É un merito avvalorato da documenti redatti dal nemico stesso e recentemente recuperati presso il Kriegsarchiv e l’Heeresgeschictriches Museum di Vienna. Il primo di questi documenti permette di stabilire il momento in cui il nemico giunse alle porte di San Stino: redatto dal 1° I. R. Squadrone di Cavalleria, informava il proprio Comando che, dopo aver subito un’imboscata durante l’avanzata verso Corbolone e San Stino, nella notte del 5 novembre aveva catturato e fatto prigionieri 31 italiani. La mattina seguente, da Belfiore, un telegramma della 10a divisione fanteria del generale polacco Gologòrsky attestava che la strada da Portogruaro a Corbolone era percorribile con ogni mezzo e che la riva destra della Livenza era saldamente occupata dagli italiani con mitragliatrici dietro l’argine (Fig.3). Successivamente, un altro telegramma del 23° Corpo d’Armata diretto alla stessa 10a divisione e alla 41a avvertiva che il fiume, per la presenza del nemico, presentava le medesime difficoltà di attraversamento del Tagliamento (Fig.4). Il 6 novembre fu per San Stino il giorno più lungo. Le pattuglie d’assalto e l’avanguardia del maggiore generale Federico von Weisz, seguendo la direttrice di marcia Summaga-Belfiore-Loncon-Corbolone giunse in paese con 4 battaglioni della 21a Brigata di fanteria e l’artiglieria. Nel frattempo, a nord, la colonna II/55 marciava seguendo il percorso Teglio, Pradipozzo, Belfiore, Spadacenta, Giai, Corbolone. La 20a Brigata ed il grosso della trup- pa del colonnello von Lunzer proteggevano il fianco ovest mentre il 98° Reggimento fanteria, cui era stata comandata la copertura laterale, mediante lo spostamento di mezza Compagnia, completava la difesa della Baratta a ovest della Stradatta verso Corbolone (Fig.5). A sud, oltre la ferrovia, l’82a Brigata di fanteria avanzava per occupare la località Ponte Tezze da dove, in seguito, sarebbe stata oltrepassata la Livenza (Fig.6). Gli scontri a fuoco ebbero inizio verso le 9,30 nei pressi della stazione. Le pattuglie d’assalto e l’avanguardia austro-tedesca vennero a contatto con due squadroni di cavalleria italiani, con alcuni reparti di ciclisti e con un’auto armata di mitragliatrice che proteggevano il ripiegamento oltre il fiume. Fu allora che, per ostacolare l’avanzata del nemico, venne fatto saltare il ponte ferroviario e, subito dopo, allorché l’ultimo soldato di cavalleria italiano lo aveva attraversato, venne fatto brillare anche il ponte Tezze sulla provinciale per Ceggia. Durante tutta la giornata dall’una e dall’altra sponda si continuò a sparare. All’artiglieria tedesca schierata da sopra Corbolone sino oltre la ferrovia (Fig.7) rispondeva quella italiana che da Gainiga faceva fuoco su San Stino. Un proiettile colpì l’abitazione dei Buoso-Taffon a poca distanza dalla chiesetta del Rosario facendo due vittime: la giovane Anna e il vecchio Francesco che stavano seduti intorno al focolare. Così, alcuni anni or sono, una loro parente descriveva quei tragici momenti: “I se batéa su l’arzene: jéra tutta ‘na granata … zum … zum … zum. […]’Na granata sparada dai taliani la é cascada sul camìn: la Néta la é restada morta, spacada la testa […] e l’òn vecio l’é restà sofegà dal fumo. Alora me nóna Madaéna la à lassà là so fia ‘Neta e el vecio morti, la à ciapà che ‘altra so fia Maria col tifo, la à infagotada su ‘na coverta, la à caricada su ‘na caréta e, jutada da so sorèa Vitoria (una tegnéa le stanghe e che ‘altra sburtéa), la è scampada verso el Fosson. […] Le é rivade da Boat e là jera un militar, (Filippo el se ciaméa) … subito dopo l’é cascà ‘na granata che la ga portà via ‘na gamba, a ‘sto militar. I lo ha portà in staéa […]. Sul curiòt jèra el sangue che coréa e lu urléa […], pòc dopo ‘l è mort disanguà. Fora jèra el demonio, tuta ‘na granata!”3. Verso sera, tornata a casa, Maddalena caricò sopra una carriola la figlia Anna ed il vecchio Fig.5 Traduzione: “N. 160 della 20a Brig. di Fant. – 6.11, ore 4.45 pom. - 10a Div. Fant. 1. L’avanzata del Mag. Gen. Weis procede all’occupazione della riva sinistra della Livenza presso San Stino e della curva del fiume a ovest di Corbolone avanzando con reparti presso la ferrovia, con maggior peso su Corbolone e con il II/55 su Spadacenta Stradatta. L’82a H. Brigata di Fanteria avanzando a sud della ferrovia cerca di conquistare la località di Ponte Tezze. 2. Il grosso della truppa del Col. Lunzer deve proteggere il fianco ovest e, come già comandato esplorare verso Motta. La copertura laterale già comandata del 98° Reg. Fant. dovrà, con lo spostamento di ½ compagnia, completare la difesa del Batt. Baratta a ovest della Stradatta. 3. Le truppe continuano, l’avanzata verso il luogo di pernottamento stabilito, restano pronte al combattimento senza correre rischi." (Kriegsarchiv, Vienna)

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