Venetia nigra, di Alessandro Vizzino

 
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ALESSANDRO VIZZINO VENETIA NIGRA ROMANZO

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VENETIĂ NIGRĂ di Alessandro Vizzino Proprietà letteraria riservata ©2016 Alessandro Vizzino info@alessandrovizzino.it www.alessandrovizzino.it ©2016 Edizioni DrawUp redazione@edizionidrawup.it www.edizionidrawup.it I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. ISBN 978-88-9369-000-3

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A Venezia. Banalmente. Affinché torni degli italiani e, prima ancora, dei veneziani. A Giulia. A Maurizio.

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OUVERTURE 04 giugno 1725, lunedì. Dalle rive della Giudecca, tra voli e richiami di gabbiani, Venezia si stagliava all’orizzonte come un sontuoso dipinto appeso al cielo. Una città unica e, allo stesso tempo, paradossale. Una bellissima prostituta sfuggente: non si negava a nessuno, ma nessuno ne avrebbe mai colto la reale essenza, nemmeno possedendola un milione di volte.

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CAPITOLO I 26 novembre 1717, venerdì. Il Sanguis Christi conduceva il grosso della flotta, da buona ammiraglia, anticipato soltanto da alcune fregate da ricognizione e da un paio di vecchie galee. Aveva già varcato la bocca di porto di Lido e mostrava la sua livrea amaranto e ocra al Forte di Sant’Andrea, in direzione del bacino di San Marco. Ventisei portelloni per lato nascondevano più di cinquanta cannoni stanchi di sparare, dopo averlo fatto per anni tra le acque dell’Egeo e dell’Adriatico, a caccia di teste e anime ottomane. Circa tre mesi prima, il sedici agosto, Belgrado era stata liberata dal possesso e dalle mire di Ahmed III e della sua armata, grazie all’aiuto dell’esercito di Carlo VI d’Asburgo, guidato alla vittoria, con grande capacità militare, dal principe Eugenio di Savoia. Il conflitto turco-veneziano aveva avuto inizio tre anni addietro, alla fine del 1714, e aveva visto nel 1716 l’ingresso in campo dell’impero asburgico al fianco della Serenissima. Venezia, come sempre, aveva fatto la sua parte, dal Peloponneso a Belgrado, pur perdendo la stessa Morea e le ultime roccaforti di Creta; i trattati di pace che sarebbero seguiti avrebbero ridefinito le linee dei possedimenti internazionali. 9

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VENETIĂ NIGRĂ _______________________________________________________ Era ormai tempo, però, di tornare a casa. Il gonfalone rosso con il leone alato svettava sul pennone del castello di poppa del Sanguis Christi e degli altri vascelli da guerra, spinto dalla leggera brezza che puliva quel tiepido pomeriggio novembrino. Il leone di San Marco ondeggiava al ritmo calmo del vento, onorando così il proprio rientro in patria e salutando i tanti concittadini in attesa. Persino l’acqua aveva un aspetto diverso: quella della laguna era dolce, genuina, familiare; non più semplice sorella ma madre amorevole e amata. Il sapore del focolare, di luoghi noti, di ambienti cari, di palazzi che benché sembrassero fluttuare sul mare portavano calore, protezione e una stabilità senza eguali. L’odore che soltanto la propria casa poteva offrire, a maggior ragione dopo un lungo periodo di lontananza e struggente nostalgia. Con questi pensieri nella testa, il comandante Alvise III Mocenigo, detto Sebastiano, Capitano generale da mar, osservava lo specchio d’acqua attorno a sé, dalla torre di poppa. Poco distante da lui, e con le medesime sensazioni nel cuore, il fante da mar Daniele Speri conversava con il collega Sebastiano, il cui nome riprendeva, per un caso qualsiasi, l’appellativo del comandante in capo. Il Sanguis Christi procedeva tranquillo, con i suoi tre alberi a vele ridotte, e si apprestava ormai all’imbocco dell’Arsenale. Nel tratto estremo del bacino di San Marco, oltre l’isola di San Giorgio Maggiore, una serie d’imbarcazioni minori, sandoli, mascarete e gondole, brulicava in10

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Alessandro Vizzino _______________________________________________________ torno al vascello ammiraglio e all’intera flotta; i barcaioli festeggiavano la fine delle ostilità con gli ottomani e il ritorno delle navi repubblicane, muovendo mani e fazzoletti in direzione dei bastimenti armati, di marinai e soldati felici che ricambiavano a loro volta l’omaggio. «Quant’è bella Venezia, vero?» «È meravigliosa, mio caro Seba. Specialmente dopo tanto sale e... sangue.» «Per fortuna non si è trattato di sangue nostro... Che farai appena sbarcheremo?» Daniele sorrise alla domanda dell’amico. «Non darò a Maria nemmeno il tempo di spogliarsi.» «Spero per te che le darai almeno quello di rientrare a casa.» «Beh, sì, non voglio buscarmi una denunzia per oscenità. Non gliene darò però altro, te lo garantisco.» I due commilitoni risero insieme, continuando a muovere il palmo della mano verso i concittadini acclamanti. Il Sanguis Christi s’infilò nel Rio e arrivò all’ingresso dell’Arsenale, dinanzi alla monumentale porta di terra e alle due torri di guardia duecentesche che delimitavano a destra e a sinistra il canale. Il ponte levatoio era già alzato. Nel campo antistante all’accesso terrestre, mescolato alla folla, anche il giovane Nicolò Testier attendeva il ritorno di suo padre. Aveva lasciato indietro il fratello minore e la madre, alla ricerca di una posizione migliore, più vicina alla via d’acqua e ai vari vascel11

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VENETIĂ NIGRĂ _______________________________________________________ li in sfilata. Transitò il Sanguis Christi, con l’ammiraglio e tanti marinai lieti di essere di nuovo lì. Poi un altro bastimento. Quindi altre navi. Nicolò non riuscì tuttavia a scorgere il viso del padre. Aspettò la fine del corteo, con le ultime fregate e galee che rincasavano nella darsena militare, senza che questo lo aiutasse a ravvisare la figura del genitore. Si voltò in direzione di sua madre e del fratello, ma non fu più in grado d’individuarli. La gente era davvero molta, occupava ogni spazio e anfratto di Campo de l’Arsenal. Chiese di entrare all’interno delle darsene a una guardia d’ingresso e, dato il suo rango, non ebbe difficoltà a ricevere una risposta affermativa. Del resto, non era il solo che veniva lasciato passare. Si aggirò alcuni minuti tra gli squeri dell’Arsenale Vecchio, per poi prendere il ponte che separava la darsena antica da quella delle galeazze e spingersi verso l’Isolotto e gli ultimi due bacini, l’Arsenale Nuovo e il Nuovissimo. Domandò di Guido Testier a diverse persone, senza però ottenere alcun risultato. Alla fine, mentre si accingeva a tornare sui propri passi per riunirsi al resto della famiglia, incrociò un’allegra coppia: lui indossava l’uniforme rossa e blu dei fanti da mar e certamente era appena sceso da una nave della flotta repubblicana per riabbracciare la sua giovane sposa. Li fermò. «Scusatemi.» Il soldato squadrò il ragazzo dalla testa ai piedi e realizzò all’istante, dal suo abbigliamento, di trovarsi 12

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Alessandro Vizzino _______________________________________________________ di fronte a un rampollo della classe aristocratica veneziana. «Di nulla. Ditemi.» «Voi eravate sulle navi, in guerra, vero? Siete un soldato?» «Sì. Il mio nome è Daniele Speri, per servirvi.» «Siete molto gentile. Vorrei soltanto un’informazione, se posso.» «Dite pure, spero di potervi essere utile.» «Sto cercando mio padre. L’Almirante Guido Giulio Testier Gritti. Lo conoscete?» Sul viso di Daniele si stampò improvvisa un’ombra di mestizia. «Voi lo conoscete?» ripeté Nicolò. «Lo conoscevo, sì» confidò il fante. «È morto?» «Posso darvi del tu, missiere? Siete giovanissimo.» «È morto, buon Dio?» Daniele Speri fece una piccola pausa, quindi continuò. La moglie Maria lo scrutò turbata. «Devi esser fiero di tuo padre, ragazzo. Io lo conoscevo bene, sì, ho avuto quest’onore. Ho diviso con lui azioni e battaglie, risate e morte, momenti belli e altri che lo sono stati assai meno. Era un grand’uomo tuo padre, ragazzo. Serbane per sempre un ricordo straordinario e segui il suo esempio. Tuo padre era un leone della Serenissima. È morto da impavido, gridando al cielo Viva San Marco!» Gli occhi di Nicolò si tinsero d’acqua, della stessa acqua che lo aveva visto nascere e crescere per tutti 13

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