Cronache di Cammini n° 9 - aprile 2016

 

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Lo zaino

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Cronache di Cammini n° 9 Cronache di Cammini percorsi, soste, storie nel camminare Pubblicazione semestrale del Dott. Luciano Mazzucco Direttore Responsabile Dott. Niccolò Mazzucco - Numero 9 – aprile 2016 - Lo zaino Lo zaino ed il bastone sono elementi necessari per un cammino e ne rappresentano il simbolo sin dai tempi più remoti. Il loro cambiamento nel corso dei secoli accompagna e testimonia il modo diverso di vivere un pellegrinaggio. In un viaggio il contenuto dello zaino ha un’ importanza fondamentale per consentire assieme all’essenzialità la realizzazione dell’esperienza che il viaggiatore si è proposto. 1

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Cronache di Cammini n° 9 CHAR DHAM YATRA di Diego Mantovani Questo è il resoconto di un viaggio fatto in India seguendo le orme di un pellegrinaggio induista che da secoli viene compiuto per raggiungere i templi costruiti in prossimità delle quattro sorgenti del Gange, poste ad oltre tremila metri di altitudine: Yamunotri, Gangotri, Kedarnath e Badrinath. Il 30 aprile 2014 parto da Milano con due compagni, atterriamo a Delhi e proseguiamo per Dheradun dove con un taxi raggiungiamo Rishikesh. E’ il primo impatto con l’India: santoni, mendicanti, scimmie, baraccopoli; in particolare mi è rimasta impressa una povera capanna coperta con teli di plastica dove viveva una mamma con la sua bambina. Il giorno successivo partiamo all'alba con un bus che ci porterà a Uttarkashi, da dove inizieremo il nostro cammino a piedi verso Yamunotri, il primo tempio, che raggiungeremo dopo 6 Questa prima parte del viaggio sarà piuttosto avventurosa perchè dovremo raggiungere due passi posti a 4.000 metri di altitudine e occorrerà fare una lunga deviazione in quanto causa neve sarà impossibile superare il primo passo. Fortunatamente ci siamo avvalsi dell'indispensabile aiuto di una guida locale. Dopo questa prima settimana ricca di emozioni e passata in compagnia decido di proseguire da solo. Allungo il passo per tornare ad Uttarkashi; da qui parte la strada che mi porterà al secondo tempio, Gangotri, che dista circa 100 Km. Durante il cammino incontro mandrie di bufali accudite da piccole tribù di nomadi; gli uomini fanno pascolare le mandrie, le donne si prendono cura dei bambini e preparano da mangiare sotto improvvisate capanne di legno e lamiera che il giorno dopo verranno smontate e rimontate altrove; vedo tanti sadhu, soli o in piccoli gruppi, con la testa avvolta in turbanti colorati, il corpo cinto da teli, una borsa per le poche cose essenziali che si portano appresso e una ciotola per riporre il cibo che ricevono in dono. Le vette innevate piano piano si avvicinano, ai lati della strada strapiombi, ogni tanto un chiosco dove poter bere un chai e mangiare un pacchetto di biscotti. Chai e biscotti si trovano sempre. Il latte a volte. La carne, i formaggi, la frutta e la verdura in questi posti di montagna mancano; mangiare è veramente un problema; mi renderò conto una volta rientrato a casa che durante il viaggio ho perso il 10% del mio peso. Dopo tre giorni di cammino arrivo a Gangotri. I templi finora visti non reggono il confronto con lo sfarzo delle cattedrali cattoliche, delle moschee musulmane e dei templi buddisti. Qui tutto è molto semplice e la sacralità dei luoghi deriva non dalla bellezza e dalla ricchezza delle co2 giorni. Il luogo è piuttosto anonimo; ci sono alcune bancarelle, tanti sadhu, un piccolo tempio e una vasca con acqua calda per purificarsi. Questa regione l’anno precedente era stata colpita da violenti nubifragi, con smottamenti, frane, alluvioni ed erano morte circa diecimila persone. Qui tutto è distrutto, le vecchie strade non esistono più, la vallata è un cantiere a cielo aperto e si stanno costruendo a fatica nuove vie.

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Cronache di Cammini n° 9 struzioni, delle sculture o dei dipinti trasportano i pellegrini più facoltosi al bensì da quello che rappresentano in tempio di Kedarnath facendo loro evitare un percorso molto impegnativo. Arrivo a Sonprayang. Da qui parte il sentiero per Kedarnath. Per raggiungere il tempio occorrerà arrampicarsi per una decina di ore su terreni impervi. Il passaggio è presidiato dalla polizia. Serve il permesso. Occorre farsi identificare, sottoporsi a una visita medica, e poi registrarsi. Altrimenti non si passa. La prima incombenza al posto di polizia è agevole e veloce; vengo identificato e fotografato. Il problema sorge dopo. E’ domenica, sono in cammino da tre settimane; sono arriquanto qui nascono le sorgenti di fiumi vato in paese alle due di pomeriggio e i che vanno a formare il Gange; questo controlli medici iniziano alle quattro. fiume è per gli induisti un luogo dove Preferisco mettermi in coda; sono il terzo purificarsi immergendosi nelle sue ac- della fila, dopo mezz'ora divento il quinque che liberano gli uomini dai peccati e to, poi il decimo, praticamente tutti mi dal male togliendoli dal ciclo della morte passano davanti, in breve il corridoio doe portandoli dopo la morte a rinascere in ve mi trovo viene invaso da un ammasso un altro essere vivente; il comportamen- di persone; quando i medici iniziano, inito etico tenuto in vita dall’individuo lo zia la bagarre. Gente che spinge, che cerdestinerà ad una vita successiva miglio- ca di aggrapparsi agli stipiti delle porte re o peggiore secondo i propri meriti. per non essere respinta; chi ha terminato Proseguo il cammino, mancano 400 chi- esce dalla stessa direzione da cui era enlometri per raggiungere Kedarnath, il trata aprendosi a fatica un varco in cui si terzo tempio. Viaggiando solo ho prefe- infilano i più abili. Mi arrendo, esco e ririto allungare il percorso e camminare nuncio. Solo verso sera con l'aiuto di un su tragitti più sicuri; ora le strade sono asfaltate e ci sono poche frane. La parte più interessante di questo tratto in direzione di Kedarnath è stata l’attraversamento della diga di Theri. Spiego. Alcuni anni fa il governo indiano decise di creare un immenso invaso dove contenere l’acqua che durante il periodo dei monsoni si riversa su quelle montagne. Si rese allora necessario allagare una vallata con i paesi che in essa sorgevano e così la Old Theri, come viene chiamata ora, venne coperta dalle acque e al suo posto fu costruita, sulle montagne, la poliziotto riuscirò a sottopormi a questa New Theri. Le associazioni ambientali- visita che in pratica consiste nel semplice stiche si opposero ma persero la loro controllo della pressione con rilascio di un certificato medico da far registrare al causa. Attraverso Chamba, Pippaldali, Ghansa- posto di polizia per ottenere il permesso li, Tilwari, Guptashi; queste vallate sono per accedere al sentiero per Kedarnath. più ricche. Ci sono anche elicotteri che 3

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Cronache di Cammini n° 9 La salita al tempio è molto impegnativa e spesso si cammina su fango o neve. Sul dorso della montagna ci sono gli accampamenti tendati della Croce Rossa di Delhi e dei lavoratori addetti alla manutenzione del sentiero; qui lo scorso anno è successo un disastro, il maltempo ha devastato il villaggio ed ancora ora si lavora per rendere agibile la strada che porta al tempio. Fa freddo, mi gira la testa, mi fermo per una sosta in una tenda per riscaldarmi, poi proseguo e esausto arrivo in prossimità di Kedarnath. Entro nel villaggio completamente disabitato. Le case sono quasi tutte distrutte, è franata la montagna e massi grossi come case sono rotolati sopra le abitazioni distruggendole, solo pochi edifici sono stati risparmiati. Fuori dal tempio, miracolosamente intatto, parecchi sadhu; all'interno tanti sacerdoti intenti a benedire i pellegrini. Entro, vengo benedetto ben tre volte e per ciascuna benedizione devo elargire una offerta. Per dormire è possibile utilizzare le tende della Croce rossa ed anche il pasto a base di riso viene offerto dai volontari che gestiscono il campo. Preferisco dormire nel tendino che mi porto appresso. Sono a 3500 metri di altitudine e la temperatura della notte scenderà sotto zero gradi. La mattina seguente ritorno a Sonprayang. Poche ore ed arrivo al villaggio. Devo percorrere a ritroso parte della strada già fatta e poi deviare in direzione di Badrinath. Dopo una cinquantina di chilometri arrivo a Guphtashi, villaggio da cui devo procedere in direzione dell’ultimo tempio. La vallata che devo attraversare è meno devastata delle precedenti, le frane non mancano ma sono limitate, i campi sono spesso coltivati e sembra che la popolazione qui viva in condizioni di relativo benessere. La strada è quasi sempre asfaltata, ci sono numerosi mezzi carichi di turisti. In tutto il cammino non ho incrociato nessun pellegrino a piedi, ad eccezione dei tanti sadhu. Supero Phata, Tala, Mandalka, 4 Gopeshwar, Chamoli, Majapur, Josimath. Quando raggiungo questo villaggio mancano meno di 40 chilometri per arrivare a Badrinath e sono costretto a percorrerli in una sola giornata perchè non trovo un posto dove dormire. Arrivo alla meta a tarda sera. Il giorno dopo mi dirigo verso il tempio. Prima di raggiungerlo attraverso numerose stradine costeggiate da file di bancarelle dove si vendono souvenir e oggetti sacri di scarsa qualità, vedo una fila di mendicanti spesso storpi che chiedono l’elemosina e molti sadhu accucciati per terra anch’essi in attesa delle offerte. Anche questo tempio ha delle sorgenti termali da cui sgorga acqua calda che confluisce in lunghe vasche dove i fedeli si purificano lavandosi. Il tempio è bello, nettamente migliore rispetto a quelli visitati finora; facciata dai mille colori, tetti arancioni, portoni di legno lavorati e attorno molti fedeli intenti a guardare e scattare fotografie. All’interno file di persone in attesa di ricevere la benedizione. A questo punto il mio Char Dham Yatra è terminato. E’ il 2 di giugno, ho camminato un mese, percorso ottocento e più chilometri, prevalentemente di montagna, a piedi, zaino in spalla. Sono molto stanco e debole perché ho sempre mangiato poco e male. Ho ancora a disposizione dodici giorni prima del rientro in Italia e li utilizzerò per raggiungere Delhi, in parte camminando e in parte viaggiando in autobus; e da qui inizierà un nuovo viaggio.

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Cronache di Cammini n° 9 Uno zaino nella sonda spaziale di Fabio Poli Al momento attuale della mia vita non ci sono esperienze di grandi cammini, ma spero che il futuro mi consenta di realizzarli. Nel frattempo però seguo e sono in qualche modo partecipe di un grande cammino, forse uno dei cammini più lungimiranti che l’uomo abbia pensato : il cammino del Voyager Golden Record. Il Voyager Golden Record è in cammino dal 1977, inserito nelle due sonde spaziali di enciclopedia didattica delle possibilità, quasi una forma universale del concerto . Ho incontrato nei miei modesti studi musicali di flauto questo brano, mi ha fatto lavorare con fatica e forse per questo è diventato il mio preferito. L’idea che sia in cammino verso nuovi mondi mi affascina e mi piace accompagnarlo con il pensiero qualche volta suonandolo o semplicemente ascoltandolo. La sonda Voyager impiegherà 40.000 anni per arrivare nelle vicinanze di un'altra stella. La sonda ha lasciato il sistema solare passando l’orbita di Plutone e adesso è in viaggio nello spazio interstellare; nel del Programma Voyager Questo disco contiene suoni e immagini scelte come testimoni della cultura del nostro mondo, un messaggio verso nuove vite, cammini diversi. Il primo movimento del Concerto Brandeburghese di Bach n° 2 è uno dei brani designati a questo scopo di testimonianza. E’ un concerto in stile barocco italiano con quattro strumenti solisti usato a coppie di due e combinati in modi diversi su un tema principale: violino e oboe, oboe e flauto, flauto e tromba, tromba e violino, fino ad arrivare all’impiego di tutti e quattro strumenti assieme. Le opere di Bach per strumenti solisti sono composizioni di alto virtuosismo in una scrittura sapiente ed elaborata con le quali si può ottenere una specie 5 maggio 2005 Voyager 2 era a circa 10,5 miliardi di km dal sole e viaggiava a 3.3 UA all'anno. Johann Sebastian Bach è stato un compositore e musicista tedesco del periodo barocco. Compose questo brano nel 1719. Un asteroide del sistema solare della fascia principale, scoperto nel 1931 dall’astronomo tedesco Karl Wilhelm Reinmuth, porta il nome di 1814 Bach, e sempre Bach è il nome dato ad un cratere sulla superficie di Mercurio.

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Cronache di Cammini n° 9 Il cammino della luna di Lucia Mazzucco Che fai tu, luna, in ciel ? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga Di riandare i sempiterni calli ? (Canto notturno XXIII ) Il lungo monologo che Giacomo Leopardi rivolge alla luna è stato ispirato dalla lettura di un racconto di viaggio del barone russo Meyendorff da Orembourg a Bakara fatto nel 1820. In questi versi emerge chiaramente il pretesto con il quale il poeta si interroga sul significato del cammino dell’uomo, di quello degli animali, della natura e della vita stessa. Al verso 61 della stessa poesia Pur tu , solinga, eterna peregrina chiama la luna non solo a testimoniare quello che vede dalla sua alta posizione, ma a dirci del suo stesso cammino. Per gli scienziati quello della luna non è un cammino ma un moto, termine che si tiene lontano dal concetto di meta ma i tentativi di interpretazione di questo movimento e non solo dall’ottica poetica, non cesseranno mai . Al nostro semplice sguardo sembra che diverse che spiegazioni astronomiche giustificano in modo sorprendente, ma per quanto siano perfette e motivate dalla scienza saranno sempre sopraffatte dalle poesie, dai canti e dai sogni. E infatti questa poesia di Leopardi ci parla dell’ usanza dei pastori nomadi Kirghisi dell’Asia centrale e del loro rivolgersi alla luna con i canti meditando e sperando, quasi chiedendo ad una divinità di avere delle risposte. Il poeta si identifica in loro in una lirica di alta espressione che al tempo stesso riporta al tema del pessimismo e del romanticismo. La natura viene associata alla luna, il pastore errante al poeta stesso mentre al gregge affida il concetto del nulla esistenziale e dell’assenza di uno scopo. Pensata e definita anche come vergine, intatta, candida e giovinetta immortale, questa natura mantiene il segreto del suo cammino come in uno scrigno, segreto che non si può scoprire. La presenza della luna nelle poesie di Leopardi si potrebbe dire che è una costante, la troviamo in altri parti definita anche come ‘amica del silenzio’ e la ‘sorella del sole’ mentre nel Canto XIV Alla luna gli viene affidato il ruolo di testimone dei ricordi sovra questo colle io venia pien d'angoscia a rimirarti, che possiamo unire a quelli delle Ricordanze dove vengono prese a prestito anche le stelle Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea tornar ancor per uso a contemplarvi. Persino quando il poeta pensa al suo congedo definitivo dalla vita, come nella poesia dedicata a Carlo Pepoli Sotto limpido ciel tacita luna Commoverammi il cor la luna è presente. Un altro vero e proprio cammino della luna Leopardi lo tratta nella quarta strofa del canto scritto nel 1821 La vita soli6 David Caspar Friedrich Due uomini contemplano la luna, 1830 Metropolitan Museum New York la luna abbia un cammino, come sempre è venuto istintivo pensarlo per il sole. Ce la troviamo in cielo in posizioni e forme

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Cronache di Cammini n° 9 taria XVI, qui riportata in forma di parafrasi. O cara luna, le lepri danzano al tuo tranquillo raggio e alla mattina vedi il cacciatore che si lamenta perché trova le orme false e sparpagliate che lo sviano dalle tane; salve, o benigna regina delle notti. Il tuo raggio scende nocivo fra gli alberi e fra le valli o dentro case abbandonate o sulla lama del pallido ladrone, il quale, con le orecchie tese, ascolta il rumore delle ruote, il calpestio dei cavalli o il fruscio dei passi sul silenzioso sentiero; poi all'improvviso con il suono delle armi, con la voce rauca e con il volto truce e minaccioso egli gela il cuore del passeggero, e in un battere d'occhio lo lascia semivivo e nudo. La tua bianca luce scende nelle vie cittadine ed è sfavorevole all'amante adultero, che, rasentando le mura delle case e seguendo le ombre degli edifici, s'arresta e ha paura delle lucenti lucerne e delle finestre aperte. (Il tuo raggio) Scende nemico a tutte le menti malvagie. Invece, per me, la tua vista sarà sempre benevola perché mi illumina non altro che lieti colli ed ampi campi. Benché io fossi innocente, io solevo accusare il tuo bel raggio, quando nei luoghi abitati mi esponeva allo sguardo degli altri, o quando scopriva gli altri al mio sguardo. Ora, invece, sempre lo loderò, quando, o luna, ti vedrò passare tra le nuvole, o quando tu, serena dominatrice del cielo stellato, contemplerai questa piangente terra umana. Tu vedrai me, spesso muto e solitario errare nei boschi o per le verdi rive, o mi vedrai sedere sopra le erbe, e mi vedrai assai contento, se mi rimarrà tanta forza nel cuore per sospirare, per sperare e per vivere. E alla fine consideriamo un altro ruolo particolare ruolo che il poeta fa assumere alla luna. Dalle Operette morali – Il dialogo della terra e della luna: Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere ………. Notte stellata - Vincent van Gogh 1889 Olio su tela 73 x 91 cm Museo dell’arte moderna - New York Con tutto ciò è doveroso ricordare anche che Leopardi si era occupato nei suoi primi studi anche di Astronomia e che nel 1813 ne aveva scritto un trattato di profilo storico scientifico. La storia dell’Astronomia di Leopardi venne pubblicata solo nel 1888 nonostante il suo apprezzamento fosse stato immediato. Incontri Lungo il Cammino del Volto Santo, nei boschi vicino alla Pieve di Loppia, vicino a Barga (Lu), in un giorno di pioggia, il pellegrino può fare un eccezionale incontro: una salamandra pezzata (Salamandra salamandra). Un anfibio a vita prevalentemente notturna, che vive in ambienti freschi ed umidi ed esce solo in occasione di forti piogge. 7

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Cronache di Cammini n° 9 Svjatogor di Alcina Masetti Nella parte orientale del sistema montuoso centrale dell’Europa si trovano i Monti Carpazi. I loro boschi sono ricchi di molti segreti custoditi gelosamente e raccolti nei poemi epici popolari : i byliny. I cicli delle byliny rievocano le vicende più antiche che risalgono al X secolo con protagonisti sia di fantasia che con personaggi presi dalla realtà. Fra gli antichi eroi c’è Svjatogor, un cavaliere errante di grande forza e potenza, il cui orgoglio è comunque segnato da elementi di tristezza e mosso da curiosità. La sua figura forse vuole rappresentare o interpretare lo stato di passaggio che quelle terre hanno vissuto quando la religione pagana perdeva la sua forza con l’arrivo del cristianesimo . Le leggende che riguardano questo personaggio sono contenute in due diversi cicli, quello di KIev e quello degli "antichi eroi" e vengono storicamente collocate ai tempi del ‘gran principe Vladimir’. Svjatogor fu un eroe solitario, la sua potenza di orgoglio, di maestà e di forza fu raccontata dai poeti e descritta come quella di colui che sembrava possedere un argento vivo nelle membra e nei tendini. Camminava sulle cime dei monti per evitare che la terra sprofondasse sotto il suo peso e diceva che l’avrebbe sollevata se avesse avuto un gancio per afferrarla. Della sua vita si hanno tracce diverse e questa è una delle storie che lo riguardano. Un giorno mentre Svjatogor andava a cavallo per l'aperta ampia steppa, vide abbandonata al suolo una piccola bisaccia perduta da un pellegrino. Incuriosito provò ad alzarla con la punta della lancia ma la borsa rimase ferma senza spostarsi di un millimetro. Provò allora a chinarsi e a sporgendosi dal cavallo cercò di afferrarla con le mani ma la bisaccia non si staccò da terra. “Molti anni ho viaggiato per il mondo ma non ho mai trovato un simile porten8 Ivan Vasilevic Simakov 1917 to”, disse Svjatogor, ”Una piccola bisaccia che non si muove dal posto dove si trova!” Allora scese maestosamente da cavallo, si chinò e afferrò deciso la bisaccia con entrambe le mani e poi tirò e tirò finendo per metterci tutte le sue forze. Alla fine la bisaccia si sollevò trovandosi all’altezza delle sue ginocchia.…. ma fino alle ginocchia era sprofondato Svjatogor nella nera terra! Sul pallido viso del gigante apparirono gocce di sangue. Svjatogor, l'orgoglioso titano di quel tempo, così rimase incastrato e così rimase finché giunse la sua fine. Altre fonti raccontano invece una morte diversa lasciando a questo episodio solo la lotta con il suo orgoglio. Come avviene per le leggende che arrivano da molto lontano anche questa ha una seconda versione. Un giorno Svjatogor cercò di raggiungere un giovane che camminava a piedi, ma per quanto spronasse il cavallo non riusciva a raggiungerlo. Allora gridò:= Ei, tu , aspettami ! = Il viaggiatore si volse e attese appoggiando a terra il sacco che aveva in spalla. = Cosa hai in quel sacco = domandò appena lo ebbe raggiunto. = Raccoglilo e guarda tu stesso= Svjatogor scese da cavallo e cercò di sollevare il sacco con una mano e subito gli sembrò che il braccio si staccasse dalla spalla, mentre il sacco pa-

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Cronache di Cammini n° 9 reva inchiodato nel terreno. Provando e riprovando con tutta la sua forza Svjatogor si trovò affondato nel suolo fino alle ginocchia. “Che cosa c’è mai qui dentro” chiese sbigottito mentre sul viso c’era più sangue che sudore. “In questo sacco c’è il peso del mondo” rispose il pellegrino. Due zaini Scritte nel IV secolo a.C. da Esopo, un corpus di 400 favolette, portano un contenuto di semplici vicende i cui protagonisti sono principalmente degli animali. La narrazione presenta dei piccoli episodi nei quali si evidenzia la conoscenza delle debolezze e delle passioni umane e porta alla formulazione di un enunciato morale. La favola 229 ha come titolo “ Le due bisacce “ Prometeo, dopo aver plasmato gli uomini, appese al loro collo due bisacce, colme l'una dei vizi altrui, l'altra dei propri, e fece in modo che la prima ricadesse davanti, la seconda invece dietro. Di conseguenza gli uomini vedono da lontano i difetti degli altri, mentre non sanno distinguere i propri. Il genere creato da Esopo troverà continuità nel poeta latino Fedro vissuto nel I sec d. C. Nei suoi 5 libri scritti in versi senari “Le Fabulae” sono 102. Il quarto libro è dedicato ai vizi umani e questa è la favola n. 10 nel testo originale: Peras imposuit Iuppiter nobis duas Propriis repletan vitiis tergum dedit, alienis ante pectus suspendit gravem. Hac re videre nostra mala non possumus; alii simul delinquunt, censores sumus. Giove ci diede due zaini. Mise quello dei propri vizi dietro la schiena. Quella carica dei vizi altrui davanti al petto. Così non possiamo vedere i nostri difetti, ma siamo censori non appena gli altri sbagliano Esopo ha descritto scene di viandanti in questi altri due episodi: i viandanti e il platano Un giorno d'estate, quando il sole era alto, due viandanti accaldati e stanchi videro un platano e si sdraiarono alla sua ombra per riposare. Poi, levato lo sguardo verso il platano, presero a dire che quell'albero così sterile era inutile agli uomini. Ma l'albero rispose: “ Ingrati ! Mi accusate di essere sterile e inutile, mentre ancora state godendo dei miei benefici. “ due amici e l’orso Due amici viaggiavano insieme, quand'ecco apparire davanti a loro un grosso orso. Uno di loro salì veloce su un albero e si nascose, mentre l'altro, che stava per essere preso, si gettò al suolo fingendo di essere morto. L'orso gli avvicinò il muso, annusandolo, ed egli tratteneva il respiro, perché, a quanto pare, l'orso non tocca i cadaveri. Quando l'orso si fu allontanato, quello sull'albero discese e chiese: “Cosa ti ha detto nell'orecchio quando ti annusava ?”. Non ti fidare degli amici che ti abbandonano nel momento del bisogno. 9

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Cronache di Cammini n° 9 Il miracolo del bastone di Costanza Vanni Accadde nell’antica Abissinia. Un vecchio pellegrino una sera dopo la preghiera rimase a lungo in meditazione appoggiato al suo bastone. Quando si riprese si accorse che il bastone si era piantato al suolo e si era ricoperto di foglie e frutti rossi. Masticando quelle bacche il pellegrino ritrovò l’energia per rimettersi in cammino. Era nata la pianta del caffè. Nella chiesa di San Giorgio nel villaggio Zaghiè presso il Lago Tana in Etiopia c’è una tela ricamata che racconta questa leggenda. miracoli; si racconta anche il fatto che con un bastone piantato a terra fece ritirare le acque di un torrente in piena. E poi su quel bastone vecchio e secco spuntarono nuove foglie. Tra le leggende raccolte dallo scrittore prussiano E.T.A Hoffmann compare un altro bastone che torna a nuova vita mettendo le foglie. Si trova nella storia di Tannhäuser dalla quale il grande musicista tedesco Wagner prese il soggetto per una delle sue grandi opere liriche nelle quali ha voluto affrontare il grande contrasto fra l’amore sacro e quello profano. Si svolge nel periodo medievale in Turingia, nel mondo dei poeti cantori. C’è una gara nel castello Wartburg e il tema è il risveglio dell’amore. Elisabeth la nipote del langravio è l’ ambito premio della gara. Elisabeth è innamorata del giovane Tannhäuser e spera che sia lui a risultare il vincitore. Il rivale Wolfram nella sua prova esprime l'amore come un fiume puro che non andrebbe mai turbato mentre Tannhäuser si contrappone subito elogiando con fervore l'amore sessuale e finisce con il dedicare un'ode a Venere e a raccontare l’esperienza che ha vissuto con lei. L’opera presenta con la musica sin dall’inizio questo contrasto. Nell’ouverture un tema lento e dolce introdotto dal corno, dal fagotto e dal clarinetto evoca l’amore sacro e annuncia un cammino di pellegrini verso il desiderio di purificazione. Poi con il primo atto si presenta l’amore profano con un motivo vivace allegro, pieno di energia iniziato dalle viole e arriva a descrivere frenetici motivi di danza per finire in un baccanale fra Ninfe, Baccanti, Fauni e Satiri e naturalmente Venere. Tannhauser ha vissuto quel mondo e ne ha conosciuto tutta la sua attrazione. Fu un lontano suono di campane ed un passaggio di pellegrini che lo indussero a lasciarlo e a ritrovarsi in una gara dove ora il ricordo lo fa sentire nuovamente perdersi . E così ha provocato uno scandalo, l’assemblea lo vuole cacciare, solo l’intervento di Elisabeth gli consentirà di potersi riscattare unendosi ad un gruppo di pellegrini che stanno partendo per Roma. Un altro bastone miracoloso fu quello di San Gregorio di Neocesarea del Ponto. Al santo, al quale è stato attribuito il soprannome di taumaturgo, sono attribuiti molti 10

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Cronache di Cammini n° 9 Quando i pellegrini tornano da Roma sono annunciati da un coro che canta su quella musica che aveva aperto l’opera. Rivedo alfin la mia patria adorata I prati e i fior della valle beata Il mio bordone io poserò Il sacro voto di scior porrò Contrito il cor placò il rigor Del Re del ciel del mio Signor Il mio dolor ei consolò Le lodi sue cantare io vò La grazia scese sul peccatore L'eterna pace del mio signor Or più di morte timor non ho L'eterno Iddio lodare io vo' Alleluia Alleluia Per l'eternità Elisabeth ha atteso in preghiera questo ritorno ma fra i pellegrini Tannhauser non c’è. Allora la giovane offe la sua vita in cambia della redenzione dell’uomo che ama e si allontana dalla scena seguita da un suono d’arpa. E a quel suono compare un pellegrino da solo. E’ Tannhauser lacero distrutto e stanco perché il suo pellegrinaggio non lo ha redento. Racconta il suo cammino a piedi nudi, dove ha affrontato le pietre dure ed evitato i terreni più dolci, si è privato del conforto dell’acqua anche sotto la forza del sole ed ha accettato il freddo delle notti in ospizi al gelo. Ha camminato persino ad occhi chiusi per non avere il piacere della vista delle bellezze dell’Italia, ma quando è arrivato alla soglia del santuario e ha chiesto di essere perdonato, il vicario di Cristo lo ha accolto con queste parole: Come questo pastorale nella mia mano, non più si ornerà di fresco verde, dall’in- cendio ardente dell’inferno, non potrà mai per te fiorire redenzione!”. Tutti avevano ricevuto la grazia e lui invece non era stato perdonato. Per lui è solo la strada per la montagna di Venere che lo aspetta. La dea nel lasciarlo andare gli aveva detto: Non avrai pace mai; mai non troverai la pace! A me ritorna, se cercherai un giorno la tua salvezza! La dimora di Venere gli appare e sta per finire nel suo abbraccio quando lo richiama il suono di un corteo funebre che canta: Beato il peccatore, per cui ella ha pianto, a cui ella ha impetrato la salute celeste! . A quella vista Tannhauser invoca per Elisabeth la santità e cade morto sulla sua bara. Sorge l’aurora e con il nuovo giorno appare un nuovo coro di giovani pellegrini con il miracolo: portano da Roma il pastorale del pontefice che ha messo le foglie. Cronache di Cammini Pubblicazione culturale di percorsi, soste, storie nel camminare. Diffusione semestrale a stampa. Anno 6° - Numero 9 - aprile 2016 --------------------Direttore Responsabile: Niccolò Mazzucco Direttore: Luciano Mazzucco. Redazione: Lucia Mazzucco, Giovanna Palagi, Vera Biagioni. Direzione, Redazione: Via V. da Filicaia 22 - 50135 Firenze Tel. e fax 055-679925 E-mail: icammini@gmail.com Sito web. http://www.cronachedicammini.com Registrazione Tribunale di Firenze n° 4157 del 3.8.2011 Stampa: Officine Grafiche Elettra. Via B. Dei, 70 — 50127 Firenze Tel 055-473.809 Proprietario/Editore: Dott. Luciano Mazzucco. Codice Fiscale: MZZLCN53D10D612O Partita Iva: 03843620489 — e-mail: lucimak@tin.it Sito web: http://www.ortopediamazzucco.com Conto corrente postale n° 001021055460 IBAN: IT13 E076 0102 8000 0102 1055 460 intestato a: Dott. Luciano Mazzucco. Specialista in Ortopedia e Traumatologia Via V. da Filicaia, 22- 50135 Firenze. Tel/fax 055-679925 Studi: Via della Rondinella, 66/1 — 50135 Firenze Tel 055-6540048/049. Via G. Campani 18 — 50127 Firenze. Tel 328-0980984 Via Chiantigiana 26 — 50126 Firenze. Tel 055-69369 11

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Cronache di Cammini n° 9 Il cammino dei migranti di Luciano Mazzucco Ci sono vari modi di intraprendere un cammino, lo si può fare per devozione religiosa, per ricerca spirituale, per escursionismo. Lo si può fare anche per necessità. Quando gli eventi obbligano ad abbandonare la propria terra, tutto ciò che è di più caro, raccogliere poche cose in uno zainetto, prendere per mano o in braccio i figli piccoli nella speranza di un futuro migliore, lontano da una terra in cui non si può più vivere, le cose non sono facili. Non si trovano segnali o frecce che indicano la direzione, né pannelli esplicativi del tragitto, al massimo si seguono strade ferrate, si aggirano posti di controllo infilandosi in campi o boscaglie. Non ci aspettano rifugi o ostelli, ma campi profughi improvvisati e disorganizzati, senza servizi. Reticolati, sbarramenti, controlli di documenti, rischi di essere derubati o truffati. Non c’è il problema della coda per le docce perché non ci sono ed è ininfluente il fastidio di chi russa accanto. Le migrazioni fanno parte della storia. Eventi inevitabili. Tutti i popoli le hanno provate in tutte le epoche. L’attualità ci presenta, quasi quotidianamente, i problemi della fuga dalla guerra in Siria, dalla miseria nel Centro e Nord Africa. Le zattere ed i barconi nell’Adriatico per chi fuggiva dai paesi balcanici nel periodo post-comunista. Steinbeck racconta in “Furore” (The grapes of wrath), negli anni della Grande Depressione, gli americani in cammino diseredati dalle banche (John Ford ne fece un famoso film nel 1940). E le migrazioni di inizio secolo degli italiani del Sud in Nord Europa o nelle Americhe. Eventi diversi, non facilmente paragonabili fra loro, complessi nella loro motivazione. Elementi a comune e purtroppo costanti, sono da una parte la xenofobia ed il razzismo nutriti dalle comunità incon- Da:www.comune.bologna.it/sportellosociale trate dai migranti, la paura di problematiche di sicurezza e di ordine pubblico, di rischio delle opportunità di lavoro per i propri giovani, anche solo il fastidio di questa invasione di “diversi”; prevale un sentimento di rifiuto, “che stiano a casa loro”. Dall’altra parte si vive la tragedia dell’abbandono, lo strappo dalla propria terra e la rinuncia ai ricordi di una vita. Tutti i giorni vediamo comportamenti assai diversi da parte di chi accoglie queste persone in fuga; siamo testimoni di esempi di grande abnegazione ed umanità di volontari ed associazioni, come la toccante disponibilità – per fare un esempio – dei cittadini di Lampedusa, in una impegnativa prima linea nel ricevere i barconi dei profughi che provengono dal Nord Africa. Dall’altra parte c’è la politica, le regole a livello comunitario di accoglienza dei richiedenti asilo, la voglia delle istituzioni di salvare le apparenze, far credere che qualcosa si fa e che tocca sempre a qualcun altro fare di più. Vorremmo che mai fossero costruiti muri, di qualunque tipo, nonostante le oggettive difficoltà per dare oggi una soluzione a questa pressante realtà che nel tempo potrebbe sempre ripetersi. 12

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