Il canto del poeta

 

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IL CANTO DEL POETA è accanto alla finestra, tra il buio dell’interno e la luce di fuori. Ma quel cantuccio non è soltanto un luogo in cui accomodarsi, magari su un cuscino di spine.

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IL CANTO DEL POETA è accanto alla finestra, tra il buio dell‟interno e la luce di fuori. Ma quel cantuccio non è soltanto un luogo in cui accomodarsi, magari su un cuscino di spine.

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IL CANTO DEL POETA a cura di CIRO DE NOVELLIS con un saggio introduttivo di EUGENIO LUCREZI

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La poesia è un‟eco, che chiede all‟ombra di ballare. CARL SANDBURG Muoiono i poeti ma non muore la poesia perché la poesia è infinita come la vita. ALDO PALAZZESCHI Il primo poeta deve aver sofferto intensamente quando gli abitatori delle caverne si mettevano a ridere delle sue folli parole KHALIL GIBRAN So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa. JEAN COCTEAU Il poeta comincia dove finisce l‟uomo. JOSÈ ORTEGA Y GASSET La poesia deve avere in sé qualcosa che è barbaro, immenso e selvaggio. DENIS DIDEROT

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Prima edizione digitale 2016

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Il canto è un luogo di EUGENIO LUCREZI Il canto del poeta è accanto alla finestra, tra il buio dell‟interno e la luce di fuori. Ma quel cantuccio non è soltanto un luogo in cui accomodarsi, magari su un cuscino di spine. La voce della poesia pare non chieda altro che di spiegarsi nei metri e nelle rime, così come il carro che trova la via tra le strettoie dei paracarri, che le indicano il percorso e ne salvaguardano i compimenti, i raggiungimenti. In tale senso il canto del poeta è però un reperto fossile, un organo residuo che sopravvive da epoche remote in cui non esisteva altra strada, per il raccontatore di storie, che quella iscritta e sorretta, appunto, nelle guide sicure del metro e della rima. Da poeta a poeta, la narrazione riusciva a superare gli spazi geografici e le generazioni che nel tempo si avvicendavano solo aggrappandosi a quelle catene, a quegli anelli capaci di legare frase e frase, battuta e battuta, dialogo e descrizione, azione e riposo. Non a caso la poesia e la musica nascono insieme, Apollo imbraccia la lira che ha tolto al mercuriale fanciullo. Le cose non cambiano di molto con l‟arrivo della scrittura, che fissa insieme i canoni e le varianti. I repertori stanno nei templi e nelle biblioteche, al sicuro. E i diffusori del racconto non possono che tramandarselo a voce, fissandolo nei metri e nelle rime. Le storie sono memorabili perché si fissano nel ritmo e nel melos. Il canto permette di mandarle a memoria e di recitarle in giro, nei mercati e nei fori. Poi arriva la stampa e il perimetro dei tenutari del libro si amplia, ma di poco, di pochissimo, e in pratica non cambia nulla. Poi, quasi all‟improvviso, cambia tutto. Tutti alfabetizzati prima. Tutti connessi poi, cioè oggi, e il canto di botto si trova non solo morto, non soltanto sepolto, ma, in quanto strumento funzionale del racconto finzionale, fossile. Ogni narrazione, in versi e in prosa, è un organismo-mondo, un corpo dotato di organi, di membra, un tutto che si svolge nell‟emissione coerente del fiato, un evento fonico teso al raggiungimento di ascoltatori capaci di catturarlo e di stupirsi, di ridere e di piangere per meraviglia e per commozione. L‟organismo poetico non può non funzionare ubbidendo ad una fisiologia entro cui è del tutto iscritto. Il racconto è corpo, è meccano. Funziona perché deve servire al proprio scopo, e oggi il vincolo metrico non serve più, nell‟epoca delle memorie esterne al corpo del raccontatore e del recettore del racconto è un ferrovecchio arrugginito. Ecco perché il racconto letterario oggi è, al pari di ogni altra manifestazione artistica, dismetrico o illusoriamente nostalgico (la nostalgia – bada bene, o lettore di questa noticina! – è un

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sentimento che pertiene alla vita, non all‟artifizio del racconto, che è il risultato efficace dell‟espediente mnemotecnico!). Ecco perché non può che essere, il racconto, disarmonico o consapevolmente citazionista del bel tempo che fu. Difforme o composito in grado secondo, vale a dire a forza di meditazione sulla Storia e del riuso (smagato; a volte beffardo) di tradizioni morte e dunque fertili (gli organismi e i tessuti morti vengono da sempre usati per fertilizzare l‟humus, e parimenti per inseminare e vivificare l‟immaginazione del fruitore dei manufatti artistici). E dunque, o lettore, il canto del poeta non è che quel cantuccio di cui si diceva: posticino tra buio rannicchiato dell‟interiorità e luce d‟esterni sconfinati. Un luogo fisico entro cui accomodarsi, magari su una corona di spine, su uno scanno, una seggiola, una sdraio, una poltroncina; davanti a uno schermo lattiginoso che attende il digitare di dita. O magari con un quaderno in mano, di prima mattina, stringendo uno stilo che ci aiuti a scacciare la nostalgia per entrare nella scrittura.

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In eterno vivrai di Vittoria Caso Un canto d‟amore, sentito e tenero, in cui essere umano e natura, finito e infinito, si fondono in metafore simbiotiche, espresse con delicatezza in versi liberi, dominati dall‟anafora “vivrai”. Attraverso un crescendo di immagini il dolore si sublima e l‟amore si suggella per l‟eternità. Filologa classica, docente humanae litterae, Vittoria Caso è pubblicista, formatrice di docenti in corsi dell‟ex Provveditorato-studi-Napoli-Caserta, ISEF, Enti privati, Università Tor Vergata e Federico II; autrice di saggi, recensioni, poesie; promotrice di cultura. La tua anima sottile dispersa nell‟etere giungerà fino a me. E in eterno vivrai… Vivrai in una goccia di pioggia che si mescolerà alle mie lacrime; in un raggio di sole che scalderà il mio inverno; in uno spicchio di luna, che illuminerà la mia strada. Vivrai nel soffio del vento che accarezzerà il mio viso;

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nel volo leggero di una delicata farfalla; nella leggiadra corolla di un fiore di campo. Vivrai nei miei occhi nei miei pensieri nei miei sogni più belli. In ogni aura percepirò la tua presenza e vivrai nel mio cuore, ora più di prima, fin quando esalerò l‟ultimo respiro.

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Desiderio di Floriana Coppola … nelle quartine iniziali si descrive l‟eros e il pathos che vivono in sinergia nell‟incontro d‟amore. Nelle terzine finali viene esaltato l‟aspetto morale, il limen tra lecito e illecito. Il desiderio si definisce come una malattia, che incendia i sensi e sostiene esaltando il sentimento, mettendo in crisi ogni equilibrio, ogni armonia pacificatrice. Floriana Coppola poeta e scrittrice napoletana, specializzata in Analisi Transazionale, Didattica e Cultura di genere, Scrittura autobiografica. Docente di lettere nelle scuole medie secondarie. È autrice di romanzi, racconti e sillogi poetiche. Dov‟è adesso, dove l‟ho persa questa malia magnifica maestosa? Sul ventre s‟inarca la schiena, dei baci tersa si avvita e si squieta come cosa Sono la sentinella accesa del tuo sguardo versato inerme nella muta marea dei miei fianchi, ogni promessa è fango tu, allucinato sogno di una sera Sono virile nel desiderarti mi apro e fuggo ruggendo in cento voci sillabario cifrato, l‟amore che s‟incendia e parte

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E‟ fuoco che sfiorda in rive atroci il desiderio che mi rende madre di questo sogno che inganna e si fa ladro.

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Forse di Paola d‟Agnese La solitudine, pur nella tristezza, si riscopre come condizione feconda, in questo rialzarsi e riconoscersi nuovamente, in una più consapevole fase della vita. Questa ricerca conduce all‟idea che la natura sia il luogo ideale per ritrovare se stessi. Il testo esprime il senso di sospensione e il desiderio di pacificazione, dopo la fine di una storia d‟amore. Paola d‟Agnese è nata a Napoli il 13 gennaio del 1962. Nel 1995 è fra le fondatrici dell‟Ass. Cult. “Donne e Poesia”, all‟interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma. Nel 2010 ha pubblicato poesie”, accompagnate da alcune note del Maestro Ennio Morricone. Dal 1990 vive a Roma. Forse possiamo distenderci sulla estate di pavimenti freddi e sentire sotto di noi solo nulla mutare il tempo in cicatrice. Restare fra le braccia di betulla immensa, i cui rami son radice divenuti albero e poi culla d‟amore che fu tempo infelice

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Passate le rapide del buio e sciolta la sete in un sorso d‟aria lasciato ogni riparo, prosegue questa mia ricerca solitaria per mutar le tue parole in tregue in vita la morte involontaria.

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Il nuovo amore di Luisa De Franchis Nei versi semanticamente si intrecciano,in posizione contrastiva,lo stato dell‟essere nella fase di” condizionamento” e quello nella fase della” libertà”. Il testo parla di una “renovatio”,di un cambiamento che scioglie, con un taglio netto, il nodo gordiano che aveva imbrigliato, fino a quel momento, il “ sentire” della persona e ne aveva delimitato la sua espansione. Luisa De Franchis è nata a Napoli. Scrittrice. Ha ottenuto il coordinamento in ambito culturale letterario e poetico di concorsi indetti dal comune di Pozzuoli. È ideatrice del progetto di scrittura creativa “Con-tatto con la poesia” svolto nelle scuole e patrocinato dal comune di Pozzuoli. Sensazioni sfiorano la mia pelle rinnovano pensieri nella mente ormai ribelle silenziosamente nella penombra di questa stanza il mio cuore di nuovo vive le mie emozioni diventano una danza di movimenti di cui prima erano prive e mi lascio andare

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in un amore senza vincoli e condizioni nella certezza di una nuova maturità che mi avvolge di nuova serenità senza più contraddizioni e divento libera di viaggiare.

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