Una guerra di molte vite

 

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Percorso didattico basato sui materiali dell'archivio del Museo della Battaglia. Di Alex Da Frè

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museonascosto protagonistivittoriesi Una guerra di molte vite Percorso didattico bastato sui materiali dell’archivio del Museo della Battaglia Di Alex Da Frè

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percorsoapprofondimento Alcuni protagonisti vittoriesi Nell’affrontare lo studio della Prima Guerra Mondiale si è scoperta, da qualche decina d’anni, l’importanza di affidarsi non solo alle testimonianze di chi la guerra l’ha voluta, sostenuta e diretta, ma anche alle parole e ai ricordi di protagonisti spesso sconosciuti. Diari, lettere e memorie, custoditi in gran quantità nel Museo della Battaglia, rievocano i giorni del conflitto attraverso punti di vista spesso alternativi e complementari a quelli più conosciuti e studiati; e non si limitano alla guerra al fronte, quindi combattuta dai soldati, ma ci narrano anche la guerra “vicina”, combattuta dalla popolazione civile durante l’anno dell’occupazione seguito alla disfatta di Caporetto. Nel tentativo di tenere viva la memoria de l’an de la fan, saranno qui proposte le vicende di alcuni personaggi indissolubilmente legati alla storia di Vittorio Veneto durante l’occupazione militare: gli irredentisti Baxa e Pagnini, le spie De Carlo e Tandura e il Vescovo Eugenio Beccegato. rano in diversi ambienti della città: accoglierà con entusiasmo un proclama di Gabriele D’Annunzio che il padre gli fece leggere il 7 agosto del 1915: Nel mattino del 25 luglio 1915 Coraggio fratelli! Coraggio e costanza! Combattiamo per liberarvi. Conquistiamo // terreno ogni giorno. Fra breve tutto il Carso sarà // espugnato. Abbiamo la certezza della vittoria. Coraggio e costanza! La fine del vostro martirio è prossima. E // prossimo è il giorno della grande allegrezza. Dall’alto di questo velivolo italiano, che // conduce il prode Miraglia, a voi getto questo messaggio e il mio cuore. Io Gabriele D’Annunzio Nel marzo del 1917 Pagnini viene chiamato alle armi: il giovane aveva cercato in tutti i modi di evitare l’invio al fronte al termine del corso per allievi ufficiali e dopo essergli stata riscontrata una neurosi cardiaca fu assegnato alla Schreiber Reserve, ovvero al contingente di interpreti e scritturali, venendo poi mandato in Italia alla fine di quell’anno. Si erano ormai combattute undici battaglie sull’Isonzo, la sesta delle quali aveva visto l’Italia conquistare la città di Gorizia (8 agosto 1916 2), dopo aver subito l’avanzata dell’Austria-Ungheria nella Dal “maggio radioso” all’ottobre nero Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, Cesare Pagnini (classe 1899) è un giovane studente alla Scuola Reale superiore di Trieste, appassionato di letteratura e di escursioni sul Carso 1. Si sente anche stimolato positivamente dai sentimenti irredentisti che si respi- 1

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protagonistivittoriesi battaglia degli Altipiani (15 maggio-27 giugno 1916 ). Tutte queste battaglie avevano portato a conquiste territoriali effimere, calcolabili in poche decine di chilometri al massimo, mentre gli obiettivi strategici rimanevano ancora lontani. Durante questi primi anni un altro soldato asburgico di sentimenti irredentisti, Carlo Baxa (classe 1875), ex Primotenente degli Ussari 3, era stato richiamato nell’esercito come capitano di cavalleria e dopo la disfatta italiana di Caporetto (24 ottobre-8 novembre 1917) era stato trasferito dalla piazzaforte di Cattaro al Comando di tappa austriaco di Sacile 4. Era conosciuta l’attività di promozione della cultura e della storia italiana che Baxa, originario di Pola, aveva compiuto in Istria all’inizio del ‘900; un particolare impulso ai sentimenti irredentisti del luogo fu dato dalla visita di Gabriele D’Annunzio nel 1902 5, testimoniata in una lettera indirizzata dal vate a Francesco Salata, direttore de «Il Piccolo di Trieste»: A Pisino –si ricorda?– su quel selvaggio scoscendimento, così folto di radici vigorose ed inespugnabili, noi vedemmo espandersi in tutto un popolo, la più alta e più efficace forma dell’eroismo intellettuale moderno: la Lotta di Cultura. Sentimmo, con un palpito fiero e concorde, il diritto della grande molteplice trasfigurante civiltà latina contro il sopruso barbarico. Nel frattempo, nell’esercito italiano, il tenente di cavalleria Giacomo Camillo De Carlo (classe 1892) aveva deciso di diventare un osservatore aereo, ruolo per il quale ricevette due medaglie al valore nel corso del 1917. La sua famiglia, originaria di Venezia, aveva diversi possedimenti nel trevigiano, tra cui il palazzo Minucci a Vittorio, città in cui era nata e cresciuta un’altra futura Medaglia d’oro: Alessandro Tandura (classe 1893). Nominato caporale il 31 gennaio 1915, Tandura viene ferito sul Podgora il 1° luglio e il 19 agosto è dichiarato riformato; nonostante ciò riesce, dopo mesi di peripezie, a rientrare nelle file dell’esercito, venendo nominato l’11 ottobre 1917 Sottotenente di complemento 6. Sempre a Vittorio si era da poco insediato nel ruolo di Vescovo il padovano Eugenio Beccegato (classe 1862): ricevuta la consacrazione il 17 giugno nel Duomo di Treviso, partì già il giorno 22 per Vittorio, assumendo la titolarità della diocesi di Cèneda il 29 agosto 1917. A questo punto, giunti quasi alla fine dell’annus horribilis 1917, vale la pena approfondire il susseguirsi di eventi che porteranno all’invasione, periodo in cui i personaggi incontrati finora diventeranno protagonisti di esperienze spesso intrecciate tra loro. Con la progressiva uscita della Russia dallo scenario bellico, iniziata con la rivoluzione di febbraio, consolidata da quella di ottobre e sancita infine dal trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), gli Imperi centrali poterono concentrare gli sforzi bellici sui due fronti più caldi, quello occidentale e quello italiano. 2

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percorsoapprofondimento oltre il punto preSull’Isonzo, nell’auvisto dal nemico, tunno del 1917, comportando così andava preparanla perdita non solo dosi l’offensiva audelle zone faticosastro-tedesca (12ª 7 mente conquistate battaglia ): quando nel primi due anni la notte sul 24 ottoe mezzo di guerbre ebbe inizio un ra, ma anche di un massiccio bombarvasto territorio, damento d’artigliequello del Veneto ria, le truppe itaorientale, imporliane si trovavano tantissimo dal punancora schierate in to di vista agricolo. assetto offensivo, Ceneda. L’odierna Piazza Giovanni Paolo I durante l’occupazione Con l’esercito scapcon reparti della 2ª pava, impaurita e spaesata, anche la popoArmata inadeguati alla fase difensiva. Il ripielazione civile: saranno centinaia di migliaia i gamento dell’esercito italiano fu caratterizzaprofughi di guerra italiani che passeranno il to da terrore e disorganizzazione: nel bollettiPiave nei primi giorni di novembre. no del giorno 28, dopo aver dissimulato nelle precedenti comunicazioni la gravità della situazione, Cadorna affermerà che L’an de la fan La mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia. L’avanzata nemica, che si auspicava come obiettivo migliore il raggiungimento del Tagliamento, vide la cattura di circa 300.000 soldati, mentre il nuovo fronte si assestò sulla linea tra il Monte Grappa e il Piave, ovvero ben Ciò che stava per accadere dopo la disfatta di Caporetto era solo lontanamente immaginabile. Ore 11 i tedeschi entrano in Vittorio!!! Si calcolano 3.000 uomini: fanteria grigioverde con casco di acciaio; cavalleria, artiglieria, salmerie. Vengono da San Giacomo. Pioviggina! Io sono in stanza. Mentre scrivo: “salva nos Maria! Perimus!”, una forza mi dice: Sono qui! Mi precipito giù e trovo il Vesco- 3

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protagonistivittoriesi vo in piazza con Pancotto, unico medico rimasto! Queste le parole di don Emilio Di Ceva (classe 1869), triestino di nascita e docente di lettere al seminario di Cèneda, con le quali entriamo nella Vittorio occupata, il giorno 8 novembre 1917: inizia l’anno della fame. Troviamo subito il Vescovo, Monsignor Eugenio Beccegato, sceso in strada per attendere l’arrivo delle truppe nemiche; aveva consigliato a tutti i parroci della città di apporre bandiere e lenzuola bianche in cima alle case, offrire vino e cibo agli invasori, nel tentativo di comunicare l’accettazione pacifica della situazione e per evitare, per quanto possibile, violenze e razzie. Piove: l’atmosfera uggiosa autunnale rende ancora più triste l’evento. La città viene letteralmente invasa dalle truppe tedesche e austro-ungariche: grazie alla sua posizione strategica, ma anche ad uno sviluppo edilizio e industriale considerevole per l’epoca , è presto scelta come sede del comando militare avanzato, vedendo così occupati i principali palazzi e ville cittadine dai generali e dagli ufficiali, mentre nelle zone più periferiche i soldati trovarono alloggio nelle case della gente comune. Vittorio si trasforma nel luogo di passaggio di migliaia di soldati che si spostano tra il fronte del Grappa e il medio-basso Piave, movimento per il quale l’esercito nemico completa alcune nuove vie di transito 10 e di comunicazione 11. Il 7 novembre il Vescovo aveva diretto questo appello al suo popolo 12: AI CITTADINI DELLA CITTA’ DI VITTORIO: Nella presente ora di trepidazione, sento il dovere di raccomandare vivamente ai miei carissimi Figli quella calma serena, che proviene dalla fiducia in Dio, nella protezione della Vergine Santissima e del nostro Patrono S. Tiziano. Avete con voi il vostro Vescovo e i vostri sacerdoti che non mancheranno al loro dovere di esservi di conforto e di aiuto. Ho anche la consolazione di avvertivi che tengo a disposizione dei poveri delle due parrocchie di Ceneda e Serravalle parecchi quintali di granturco, di legna, da distribuirsi gratuitamente in equa misura e secondo il numero delle persone della famiglia, a coloro che veramente poveri si presenteranno domani 8 novembre, dalle ore 9 alle 11, a ritirare il loro quantitativo, con un biglietto del loro parroco o curato, il quale dovrà portare il timbro parrocchiale o curaziale ed il numero dei componenti ciascuna famiglia, in via Angeli, al Meschio, Stabilimento ex Zanon. Non abbiate alcun timore, o carissimi Figli, astenetevi da qualunque atto di violenza, soffrite la presente tribolazione con rassegnazione e fortezza cristiana, e la benedizione del Signore vi sia scudo e difesa da qualunque male. Vittorio, 7 novembre 1917 EUGENIO VESCOVO 4

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percorsoapprofondimento I civili, soprattutto i più poveri, erano spaventati dalle voci che precedevano, come un oscuro presagio, l’arrivo dei nemici: violenze, incendi, barbarità delle peggiori commesse durante l’avanzata verso il Piave erano testimoniate da molte voci. Con la paura di poter perdere anche quel poco che si aveva, la popolazione tentò di accumulare e nascondere quante più cose possibili: a poco servivano le parole del Vescovo. Chi poteva scappava, o tentava di farlo: 300.000 circa furono i profughi di guerra accolti in altre regioni, mentre altre decine di migliaia furono i profughi interni impossibilitati alla fuga oltre il Piave 13. È ancora Beccegato, all’arrivo delle truppe nemiche, a percorrere la città rassicurando la popolazione e a riEugenio Beccegato volgersi al primo ufficiale incontrato con queste parole: «Mi faccio garante della bontà del mio popolo. Invoco quindi protezione. Noi siamo tutti inermi» 14. L’autorità religiosa si fa garante quindi del bene comune, in un momento in cui le rappresentanze civili si erano date alla fuga 15 : alla carica di Sindaco di Vittorio venne nominato l’ingegner Francesco Troyer (classe 1863), nativo di Serravalle e appartenente ad una nobile famiglia, con una grande passione per i beni artistici e architettonici della sua città. Egli si impegnò subito invitando la popolazione, allo stesso modo del Vescovo, ad evitare i saccheggi, reato per il quale il nemico sarebbe ricorso alla fucilazione. Ben presto saranno gli invasori a saccheggiare e requisire quanto possibile, anche ciò che la popolazione aveva faticosamente nascosto. La fame, allora abituale per i soldati, divenne uno spettro più che reale anche per i civili. Tra i reparti giunti in città c’era quello degli interpreti, in cui era inquadrato Cesare Pagnini. Il giovane triestino annoterà nelle sue memorie che «il disastro militare italiano e gli spettacoli che avevo visto mi irrigidirono sempre più nella decisione di fare il maggior danno possibile all’Austria e di considerarmi un volontario italiano nelle file nemiche» 17. Assegnato al Comando di tappa germanico n° 309, durante il passaggio di consegne tra tedeschi e austro-ungarici alla fine di novembre, ricevette 5

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protagonistivittoriesi in custodia da un tenente tedesco una trentina di prigionieri assegnati ai lavori stradali: dopo l’appello, e ricevuta la lista, prese la decisione di lasciarli liberi, avvertendoli di stare attenti ai controlli della gendarmeria e consigliando loro di nascondersi in montagna. Durante il giorno Pagnini si occupava degli affari civili, mentre di notte gestiva l’alloggiamento degli ufficiali che giungevano in città. Ogni mattina il sindaco Troyer passava nel suo ufficio per ricevere le novità del comando, ma tra i due inizialmente c’era diffidenza 18. Dopo qualche giorno, e dopo aver ascoltato gli sfoghi del sindaco, il quale non riusciva mai ad ottenere nulla di concreto dal comando se non promesse, Pagnini si espose chiaramente a lui: era a conoscenza di Cesare Pagnini molte informazioni riservate sull’esercito nemico, e voleva collaborare per informare l’esercito italiano. Purtroppo però, prima dell’invasione, non era stata stabilito nessun sistema d’informazioni: ma era solo questione di tempo. Mentre il Vescovo Beccegato tentava inutilmente di aggiornare il Papa sulla situazione delle terre invase , l’inverno andava aggravando la situazione nella città: le scorte accumulate erano andate in parte distrutte, in parte sprecate e per la popolazione trovare qualcosa di cui cibarsi diventava una questione primaria. A dicembre l’azione comune del Vescovo e del sindaco permise l’apertura di sei spacci popolari 20, uno dei quali fu affidato al neo-parroco di Santa Giustina di Serravalle, don Apollonio Piazza (classe 1885) nativo di Vigo di Cadore. Il 1° febbraio 1918 arrivava al Comando di tappa di Vittorio il tenente Carlo Baxa: a Sacile aveva compiuto diverse azioni in aiuto dei civili21 ed una volta giunto a Vittorio, vedendo che ovunque le sofferenze dei cittadini erano enormi, strinse amicizia con Troyer e Pagnini. Intanto la guerra sul fronte italiano trascorreva senza grandi novità, anche se si vociferava di una prossima offensiva austro-ungarica in primavera: alle ragioni politiche 22 si aggiungevano motivazioni più pratiche come conquistare nuovi territori e quindi nuove ricchezze di cui alimentare l’esercito. D’altra parte l’esercito italiano, al vertice del quale Cadorna era stato rimpiazzato da Diaz, era ancora troppo debole per passare all’attacco, nonostante la chiamata effettiva 6

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percorsoapprofondimento alle armi della classe 1899 e la costituzione di reparti d’assalto (gli Arditi), oltre alla dislocazione di alcune divisioni alleate sul Piave. Si doveva quindi attendere l’attacco austro-ungarico, ma il servizio informazioni della III Armata stava organizzando l’invio di una spia in territorio occupato. Alla fine dell’inverno, il tenente Camillo De Carlo ricevette l’incarico di studiare un piano per recarsi nelle vicinanze di Vittorio, al fine raccogliere informazioni sul nemico in vista della seconda battaglia del Piave 23. Nei mesi di preparazione dell’attività interrogò numerosi prigionieri per venire a conoscenza della situazione di vita nelle terre occupate 24 ; infine decise di recarsi tra le linee nemiche con Camillo De Carlo un aeroplano, atterrando nelle vicinanze del campo di aviazione di Aviano assieme al suo attendente Giovanni Bottecchia (classe 1893). La sua avventura iniziò nella notte del 30 maggio 1918, riuscendo nell’atterraggio ad evitare l’individuazione da parte della contraerea nemica; si diresse subito verso il paese di Fregona, alle pendici del Bosco del Cansiglio. La località era stata scelta in quanto Bottecchia, originario di Colle Umberto, vi aveva alcuni zii e quindi un valido punto di appoggio: la popolazione diffidava degli sbandati italiani soprattutto perché, se scoperta dalla gendarmeria ad ospitare o soccorrere dei fuggiaschi, sarebbe incorsa in gravi ritorsioni. Il primo mezzo con il quale De Carlo decise di comunicare fu quello delle lenzuola: grazie ad alcune ragazze del luogo, riuscì a far stendere nel campo attiguo alla casa alcune lenzuola, nella posizione che indicava un “attacco imminente”: di questo circolavano ormai molte voci e la popolazione ne era certa visto il massiccio passaggio di truppe e mezzi diretti al Piave nei giorni precedenti. Quando all’alba del 15 giugno iniziò lo scontro, De Carlo aveva già creato un piccolo gruppo di aiutanti, tra cui figuravano la signora Maria Tomasin (in De Luca), di Fregona, e Desiderio Follador, profugo di San Pietro di Barbozza, località vicina a Valdobbiadene, luogo d’origine di Labàno Brunoro, consigliere del sindaco Troyer. Le notizie 7

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protagonistivittoriesi che Baxa e Pagnini passavano segretamente al sindaco, erano da questi girate a Brunoro, il quale le faceva recapitare a De Carlo: queste informazioni consentirono all’esercito italiano di organizzarsi e respingere il nemico sul Montello e sul Grappa. L’esercito austro-ungarico esauriva così la sua potenza offensiva, mentre quello italiano trovava nuova energia militare e morale, la quale convincerà Diaz e i suoi uomini, durante l’estate, a studiare l’offensiva finale, nonostante il comando interalleato sostenesse che la guerra sarebbe terminata in primavera. Esauritasi l’attività di De Carlo, che riuscì a tornare in territorio italiano soltanto in agosto, si profilava la necessità per l’esercito italiano di una nuova missione di spionaggio, questa volta da compiersi in previsioAlessandro Tandura ne della terza battaglia del Piave, ovvero dell’offensiva italiana dell’ottobre 1918 con la quale si voleva dare il colpo di grazia all’impero e riconquistare le terre perse dopo Caporetto. L’VIII armata del generale Giardino si mise in contatto con Alessandro Tandura: il colonnello Dupont, capo dell’Ufficio Informazioni gli disse schietto: «Tenen- te, fra giorni può rivedere la sua famiglia. Lo vuole?» 25. Il giovane vittoriese non ci penserà due volte ad accettare la missione: troppo forte era la voglia di rivedere la propria famiglia, residente in Via Caprera a Serravalle, e la fidanzata Maddalena. Paracadutato nella notte dell’8 agosto tra le linee nemiche, stabilì la sua postazione sul Col del Pel, alle pendici del Col Visentin, a nord di Vittorio. Il mezzo scelto per la comunicazione furono i colombi viaggiatori; le prime persone di cui si servì per raccogliere informazioni furono la fidanzata e la sorella, mentre successivamente prese contatti con don Piazza, il quale riceveva le informazioni da Brunoro, e attraverso questi organizzò un incontro con Pagnini, di cui conosceva la fama, il quale poté consegnargli la carta di legittimazione, ovvero il documento d’identità obbligatorio per la libera circolazione in città. Lo scopo di Tandura era quello di venire a conoscenza dell’esatta dislocazione delle truppe nemiche, oltre che della condizione dei soldati e la consistenza dei rifornimenti. Nella città di Vittorio, alla fine dell’estate del 1918, regnava ormai la fame: la popolazione attendeva con ansia la liberazione, il Vescovo Beccegato e il sindaco Troyer cercavano con ogni mezzo di 8

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percorsoapprofondimento garantire più risorse possibili ai civili, mentre le truppe nemiche cercavano invano di fermare la fuga di notizie che, attraverso i colombi, venivano compilate anche dai civili. In questo clima di sospetto, anche il Vescovo venne additato come spia: la posizione sopraelevata del Castello di San Martino, residenza vescovile, era vista come favorevole per l’attività di spionaggio alla quale si addossavano le colpe della sconfitta di giugno. Baxa, per non aggravare la situazione e i sospetti su Pagnini, chiese e ottenne di esser trasferito a Gemona: come ebbe a scrivere, il comando nemico aveva deciso di internare il Vescovo, accusato di spionaggio: Carlo Baxa “Il sottoscritto, il quale fungeva dall’1 febbraio al 16 luglio 1918 da comandante di tappa a Vittorio, sotto il dominio austriaco ungherese, dichiara che il Comando dell’I.R. 6ª Armata A.U. (colla sede a Vittorio) aveva deciso di internare il vescovo di Ceneda, monsignor Eugenio Beccegato, e precisa- mente per il motivo che la polizia A.U. riferiva di veder di sovente che dal castello di San martino (residenza vescovile) venivano fatte delle segnalazioni mediante luci. Nel castello venne posta una guardia stabile e sul monte che sovrasta il castello vennero poste delle sentinelle. Al Comando della 6ª avevano convincimento che Mons. Vescovo era tramite di comunicazioni colle linee italiane al di là del Piave” Lettera firmata da Carlo Baxa, Trieste, via del Lazzaretto n. 35 – 20 marzo 1919. Tali sospetti verso Beccegato sono confermati anche da don Camillo Fassetta (classe 1862), al tempo parroco di Salsa, ma anche dall’Arciduca Giuseppe, il quale era stato avvertito dai tedeschi di tenere sott’occhio il Vescovo, nonostante nelle sue memorie finisse per valutare la presunta attività spionistica del prelato come giusto dovere di cittadino italiano26. 9

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protagonistivittoriesi La vittoria di Vittorio e la commemorazione L’esito positivo della battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre-4 novembre 1918) si deve, anche se in piccola parte, all’azione dei protagonisti visti fin qui: l’esercito italiano fu sicuramente avvantaggiato da due spie come De Carlo e Tandura, così come l’esercito nemico venne indebolito dall’azione svolta al suo interno dagli irredentisti come Baxa e Pagnini; sebbene la figura del Vescovo può non aver avuto alcuna influenza negli aspetti militari, fu determinante nel mediare i bisogni della popolazione con le richieste dell’esercito occupante 27, il quale si trovava in sempre maggiori difficoltà, anche a causa delle condizioni interne all’Impero. Quando le truppe italiane entrarono a Vittorio il 30 ottobre, appena dopo le ore 9, l’entusiasmo della popolazione fu incontenibile. Vi ritroviamo i nostri protagonisti: il Vescovo, presente in Duomo mentre attende i primi comandi italiani si rivolgerà, il 2 novembre, al suo popolo con queste parole di gioia 28: Ed ora non è forse vero, dilettissimi figli, che in questi giorni di commovente entusiasmo ci sembra quasi di sognare? Dunque è proprio vero che i lunghi incredibili dolori e affanni di dodici mesi sono improvvisamente finiti? È proprio vero che le dure catene della schiavitù si sono infrante, e noi siamo ancora liberi figli d’Italia, al- lietati dal sorriso e dalla pietosa assistenza dei nostri fratelli? Tandura aveva organizzato alcuni gruppi di sbandati nel tentativo di ostacolare la ritirata nemica (gli unici spari in città avvengono a Serravalle, e la porta di Via Roma ne porta ancora la testimonianza), mentre Pagnini, che era stato nascosto dal sindaco Troyer, uscendo per la città ricorderà di aver incontrato De Carlo. Non è presente Baxa, già lontano da Vittorio e impegnato a Trieste nella formazione di corpi di sorveglianza, i quali mantennero sotto controllo la città per permettere, il 3 novembre, l’arrivo delle truppe di bersaglieri salpate da Venezia. La lontananza di Baxa dalla Vittorio nella quale si celebrava la vittoria ci da la possibilità di riflettere sugli avvenimenti immediatamente successivi all’entrata in vigore dell’armistizio: egli, ormai tornato nelle terre d’origine, riprese la sua attività di direttore del luogo di cura di Portorose, oltre agli studi araldici e alla promozione di attività culturali nella zona. Un ritorno alla normalità che non fu possibile, nell’immediato, per Pagnini, il quale non poté rientrare nella sua Trieste a supportare l’attività di Baxa ed anzi fu costretto, dopo un primo colloquio a Resana col colonnello Dupont, a tornare in quella località per regolarizzare la sua posizione. Venne quindi inviato a Luserna San Giovanni, località torinese quasi al confine francese, in un campo di concentramento 10

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percorsoapprofondimento per soldati triestini e trentini; da lì passò al campo di San Damiano d’Asti, e per tre mesi rimase prigioniero nonostante fosse ampiamente conosciuta, anche se probabilmente poco riconosciuta, l’attività compiuta in favore dell’Italia. La vita di De Carlo stava per prendere, all’indomani della vittoria, una piega internazionale: come dipendente del Sottosegretariato alla Propaganda, dal 10 settembre 1918 al 30 maggio 1919, fu inviato negli Stati Uniti, dove pubblicò il volume La spia volante, che riscosse discreto successo nella comunità italo-americana. Dal 30 maggio al 15 settembre 1919 fu invece segretario della Delegazione Italiana alla Conferenza di pace di Versailles; posto in congedo nel 1920, dopo aver ricoperto il ruolo di podestà a Vittorio Veneto dal 30 ottobre 1931 al 2 ottobre 1935, collaborò a più riprese con il Servizio Informazioni Estero viaggiando e raccogliendo informazioni sul nuovo mondo, quel «evo in moto che schianta le memorie nel passare», come lo ebbe a definire. L’altra Medaglia d’oro, Tandura, riuscì nella sua personale impresa di sposare l’amata Maddalena e metter su famiglia, ma non riuscì invece a trovare a reintegrarsi nella società. Decise di arruolarsi nuovamente, ottenendo anche il necessario diploma scolastico, e nell’ottobre del 1921 venne nominato tenente del 7° Reggimento Alpini di Belluno. Dal 20 gennaio del 1925 ha inizio la sua avventura coloniale dapprima in Libia poi, dopo un breve rientro in Italia, in Somalia: la sua ricchissima esperienza si concluderà proprio in territorio coloniale nel 1937. Monsignor Beccegato fu Vescovo, prima di Cèneda e poi di Vittorio Veneto, fino alla morte nel 1943; nel febbraio del 1920 riceverà la Commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro, antichissimo ordine cavalleresco di casa Savoia. Si dedicò alla promozione delle vocazioni seminariali, non dimenticando però le questioni sociali della sua diocesi: a Vittorio aprì per gli orfani il Collegio Dante Alighieri nel 1920 e il collegio-istituto Balbi-Valier a Pieve nel 1923, mentre nel 1936 eresse giuridicamente la Congregazione delle Religiose del Santo Volto, guidate da Suor Maria Pia Mastena. La commemorazione di questi personaggi, protagonisti di vicende più uniche che rare, fu immediatamente condizionata dall’avvento al potere del fascismo. La dittatura mussoliniana vedeva nella guerra appena conclusasi una risorsa ideologica e propagandistica enorme, attraverso la quale consolidare le proprie ambizioni di potere, sia politico che militare: uno dei punti cardini della propria ideologia era dato dal mito della Grande Guerra, ovvero dalla versione strumentalizzata del racconto della guerra che venne promossa e resa inattaccabile durante il ventennio 29. De Carlo sarà da principio aperto sostenitore del fascismo, mentre negli anni in cui fu podestà a Vittorio Veneto non manifestò mai pubblicamente il proprio appoggio a Mussolini. Tandura tornò nelle fila dell’esercito perché era l’unico luogo a cui sentiva di appartenere: combatté in 11

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protagonistivittoriesi Africa non perché convinto sostenitore del fascismo ma in quanto, come eroe e medaglia d’oro, sentiva il dovere di onorare la patria e le sue ambizioni 30. Più riservata fu certamente la vita del Vescovo Beccegato in quanto a espressioni pubbliche sul fascismo 31. Un elemento va sempre tenuto come certo, ovvero che la Chiesa è stata spesso e volentieri favorevole ai poteri politici forti e quindi esprimeva col silenzio il proprio consenso; in una lettera alla moglie Ugo Ojetti lamenta questo servilismo, riferendosi al suo arrivo nella Vittorio liberata e all’incontro, tra gli altri, col Vescovo di Cèneda 32. Per gli irredentisti, invece, ci fu ben poca gloria nella patria per la quale avevano operato alacremente. Per quanto riguarda Baxa, pare avesse aderito molto presto al Fascismo, come molti ex-irredentisti, sebbene non ne trasse mai vantaggi materiali: continuò infatti la sua attività di gestore e promotore dei luoghi di cura in Istria per poi, nel 1943, trasferirsi a Trieste nel periodo più critico della Seconda Guerra Mondiale 33. I riconoscimenti pubblici che non verranno corrisposti a Baxa verranno invece fatti a Pagnini, nonostante il periodo che trascorse nei campi di prigionia: sarà la popolazione di Vittorio a tributargli una medaglia d’oro il 10 agosto del 1919, mentre riceverà solo nel 1934 la Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro. Aderì, più per convenienza che per fede, al partito fascista nel 1926 34 e svolse la professione di avvocato fino al 1941 quando si arruolò volontario per combattere sul fronte albanese; far parte dell’esercito italiano era forse un modo per metter in chiaro quella che era stata la sua attività nel primo conflitto, render noto il suo schierarsi in favore dell’Italia così come farà a Trieste nel 1945, costituendo una Guardia Civica con la quale difese la città, consegnandola poi al CLN il 2 maggio 35. Keywords: Vittorio Veneto, Occupazione, Prima Guerra Mondiale, Spionaggio, Chiesa Note Ebbe grande influenza la figura della signora Caprin, moglie di Giuseppe, noto scrittore e sostenitore dell’italianità di Trieste, morto nel 1904. Si veda Antonio Trampus (a cura di), Cesare Pagnini. Memorie I. Dall’avventura di Vittorio Veneto alla campagna di Grecia, Drogheria 28, Trieste 2014, pp. 13-17. 2. Conosciuta come Strafexpedition, ovvero “spedizione punitiva” che avrebbe vendicato il tradimento italiano. 3. Le informazioni qui riportate sulla figura di Baxa si trovano in Giampaolo Zagonel, Carlo Baxa. Una vita al servizio dell’Italia, De Bastiani, Vittorio Veneto 2011. 4. Prima di quella data aveva ricoperto solo 1. 12

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percorsoapprofondimento incarichi marginali, in quanto considerato dai propri comandi come “politicamente sospetto” (si veda Innocente Azzalini-Giorgio Visentin, Vittorio Occupata. Novembre 1917 – Ottobre 1918, De Bastiani, Vittorio Veneto 2012, nota n° 39 in pp. 125-126). 5. L’invito era stato avanzato, tra gli altri, da Giuseppe Caprin. 6. Per la trafila militare di Tandura prima dell’entrata nel corpo degli Arditi, si veda Alessandro Valenti, Alessandro Tandura. “2 centimetri più alto del Re” dal Piave a Birgot, Kellerman, Vittorio Veneto 2006, pp. 36-41. 7. Per un riassunto sintetico della disfatta italiana si veda la scheda in http://www.itinerarigrandeguerra.it/La-Disfatta-Di-Caporetto-24-Ottobre-1917. 8. Azzalini-Visentin, op. cit., p. 33. 9. L’intraprendenza di alcuni imprenditori, oltre ai vantaggi climatici e geografici della zona, trasformarono in breve tempo Vittorio in una città ricca e, nelle dovute proporzioni, industriale: centrale era il settore della bachicoltura. La città di Vittorio, allo scoppio della guerra nel 1914, contava circa 20.000 abitanti e 3.000 operai. 10. Verrà ultimato il Passo San Boldo, vecchio progetto italiano per unire la vallata vittoriese a quella di Belluno; è ricordato anche come “strada dei 100 giorni” in quanto i lavori, svolti per lo più da donne del luogo e prigionieri russi, furono compiuti tra il febbraio e l’aprile del 1918. Venne creato anche un tratto ferroviario che collegava Sacile a Vittorio, questo per evitare di transitare attraverso la stazione di Conegliano che era battuta dall’artiglieria italiana. 11. L’aspetto della città viene modificato dalle installazioni di pali e centrali per le linee telefo- niche, telegrafiche e, nelle zone di collegamenti, anche di teleferiche. 12. Riportato in Azzalini-Visentin, op. cit., p. 121 nota n° 5. 13. Sul tema si veda Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Laterza, Roma 2006. 14. Dalle memorie di Don Fassetta in Azzalini-Visentin, op. cit., p. 139, raccolte inizialmente in Carlo Trabucco, Gente d’oltre Piave e d’oltre Grappa. Pagine eroiche del Veneto invaso, AVE, Roma 1941. 15. Il commissario prefettizio di Vittorio, commendatore Francesco Gervasi, si rifugiò a Bologna (Azzalini-Visentin, op. cit., nota n° 16 in pp. 122.123). 16. Per l’esperienza da sindaco di Troyer si veda il percorso di approfondimento curato da Giuliano Casagrande. 17. Trampus, op. cit., p. 22. 18. L’amicizia e la stima che nacque tra Pagnini e il sindaco, è testimoniata in alcune lettere successive alla guerra (riportate in Giampaolo Zagonel, Cesare Pagnini. Una vita tra l’impegno civile e l’attività di storico e scrittore, De Bastiani, Vittorio Veneto 2012, pp. 45-57). 19. Inviò due lettere, la prima datata 1° dicembre 1917, la seconda datata 30 dicembre 1917; il 18 gennaio 1918 ricevette una comunicazione che lo avvisava del mancato invio della prima lettera “per ragioni di indole militare” (si veda Luigi Scanu, Eugenio Beccegato. Vescovo di Vittorio Veneto 1917-1943, Grafiche Pietrobon, Fontane di Villorba 1988, pp. 25-27). 20. Carlo Trabucco, Preti d’oltre Piave. Pagine eroiche del Veneto invaso, SEI, Torino 1958, pp. 78-79. 13

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protagonistivittoriesi La lettera di ringraziamento della popolazione è riportata in Zagonel, Carlo Baxa, pp. 43-44. Nel suo periodo a Sacile riuscì anche a sottrarre agli austriaci 10 carri di granturco (Azzalini-Visentin, op. cit., nota n° 39 in pp. 125-126). 22. Nell’aprile del 1918 il presidente francese Clemenceau rese pubbliche le trattative con le quali l’Imperatore Carlo I tentò di ottenere una pace separata con l’Intesa, facendo intervenire il fratello della propria moglie, Sisto di Borbone-Parma. Da qui il nome di “affare Sisto”, che provocò l’aspra reazione del Kaiser, il quale obbligò l’alleato ad imbastire un attacco sul fronte italiano in contemporanea con la prevista offensiva tedesca sul fronte francese. 23. La prima battaglia del Piave, o battaglia d’Arresto, era quella con la quale l’esercito italiano aveva fermato l’avanzata nemica successiva allo sfondamento del fronte a Caporetto. Questa battaglia è conosciuta anche col nome di “battaglia del Solstizio”, coniato da Gabriele D’Annunzio il 23 giugno 1919 («Or è un anno la battaglia del Solstizio sfolgorava in un mattino lavato e rinfrescato dall’acquazzone notturno», da “Il comando passa al popolo. XXIII giugno MCMXIX” in Il sudore di sangue, Fionda, Roma 1930). Contemporaneamente al suo svolgimento, tale battaglia venne chiamata dai soldati nemici, come riporta il Gazzettino di Venezia, “l’offensiva della fame”, a testimoniare le difficoltà in cui versava l’esercito occupante (si veda Stefano Gambarotto-Roberto dal Bo, Fino all’ultimo sangue. Sulle rive del Piave alla Battaglia del Solstizio con il tenente Vincenzo Acquaviva, ISTRIT, Treviso 2008, p. 11 e p. 195). 24. Camillo De Carlo, La spia volante. Ricordi delle gesta d’oltre Piave, Comune di Vittorio Ve21. neto, Vittorio Veneto 2008, pp. 11-30. 25. Alessandro Tandura, Tre mesi di spionaggio oltre il Piave. Agosto-Ottobre 1918, Kellerman, Vittorio Veneto 2005, p. 4. Nelle pagine successive Tandura racconta del lungo colloquio per stabilire i dettagli della missione. 26. Azzalini-Visentin, op. cit., pp. 164-168. Le memorie dell’Arciduca furono pubblicate nel 1934 dal direttorio del PNF. 27. Si pensi anche agli sforzi per garantire alla popolazione l’arrivo della corrispondenza. In molti dei paesi occupati erano proprio i sacerdoti a far pervenire, tra mille difficoltà, le lettere inviate dal territorio non occupato. 28. In “Al suo Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo”, Archivio del Seminario, Beccegato – Atti 1918, p. 3. 29. L’ultimo bollettino di guerra, passato alla storia come “proclama della vittoria”, era in qualche modo il libro di testo sul quale la guerra veniva studiata nelle scuole italiane e rappresenta, esso stesso, il racconto mitizzato. 30. Tandura, d’accordo con la moglie, non chiamerà la figlia avuta nel dicembre del 1922 Benita, come voleva imporre la levatrice, ma bensì Dellavittoria (Valenti, op. cit., pp. 150-151), la quale sarà protagonista della Resistenza assieme al fratello Luigi (morto nel 1943). 31. Scanu si riferisce a cinque “macchie solari”, ovvero episodi dubbi in cui Beccegato sembra esprimersi favorevolmente nei riguardi del Fascismo (in Scanu, op. cit., pp. 162-167): tali macchie sembrano confermare il rigoroso rispetto dell’autorità civile da parte dell’autorità religiosa, rispetto verso la Patria più che il Partito. Se si accettassero come veritiere le voci della memoria della popolazione locale, Beccegato fu invece 14

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