Global care italia

 

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VARESE L’infermiere di famiglia, una risposta sul territorio Dal 2012 a Biandronno e dal 2014 a Varese, l’ambulatorio dell’infermiere specializzato è un servizio di emergenza ma anche di cura della cronicità o assistenza occasionale Hanno tre ambulatori a Varese, a Biandronno e ora anche a Luino. Sono a disposizione dal lunedì al sabato dalle 9.30 alle 12.30 e dal lunedì al venerdì anche nel pomeriggio dalle 15 alle 19.00. Offrono assistenza di base, medicazioni, esami di controllo, consigli e spiegazioni. Non sono medici ma svolgono quelle che la Riforma della Sanità pone al centro della sua filosofia: si prendono cura del paziente. Dal gennaio del 2012, un gruppo di infermieri professionali ha deciso di percorrere la strada dell’assistenza sanitaria di prossimità: « Siamo stati precursori di un concetto che oggi è largamente condiviso – racconta Maria Rosa Genio responsabile del servizio – L’infermiere di famiglia è quella figura che arriva in casa della gente e ne ascolta la richiesta. Entra in un rapporto confidenziale e ne diventa un punto di riferimento». Nei tre ambulatori, le persone entrano per avere una consulenza o capire come muoversi tra ospedali e ambulatori: « Noi ci prendiamo cura e prendiamo in carico. Facciamo una prima indagine che poi raccomandiamo di approfondire con esami specifici o visite da specialisti – spiega ancora la referente del servizio – Attiviamo la fisioterapia, prendiamo appuntamento con il cardiologo, ci rechiamo nell’abitazione a eseguire la terapia e a fare i controlli di routine. Ma facciamo anche consulenze rapide: una distorsione, un mal di pancia, uno stato di malessere, diamo le prime risposte e li aiutiamo a risolvere nel miglior modo ( pronto soccorso, piuttosto che medico di medicina generale o ambulatorio)». A loro si rivolgono pazienti di tutte le età: « Dai neonati fino agli anziani, ci prendiamo cura. Ci è capitato di intervenire tempestivamente in un caso di infarto che si è presentato nella nostra sede di Bitumo a Varese, ma prendiamo in carico anziani soli scompensati perché non riescono più a badare a loro stessi. Con il loro medico di base ne individuiamo il percorso terapeutico e ci accertiamo che venga rispettato. Inoltre inviamo al domicilio gli OSS che si occupano dell’alimentazione e della cura della persona, nel caso non ci siano alternative. Nei mesi scorsi, abbiamo promosso tre campagne di sensibilizzazione e prevenzione offrendo pacchetti di controlli ed esami nel campo del tumore al seno, delle allergie e delle malattie cardiovascolari».

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A loro si rivolgono pazienti di tutte le età: « Dai neonati fino agli anziani, ci prendiamo cura. Ci è capitato di intervenire tempestivamente in un caso di infarto che si è presentato nella nostra sede di Bitumo a Varese, ma prendiamo in carico anziani soli scompensati perché non riescono più a badare a loro stessi. Con il loro medico di base ne individuiamo il percorso terapeutico e ci accertiamo che venga rispettato. Inoltre inviamo al domicilio gli OSS che si occupano dell’alimentazione e della cura della persona, nel caso non ci siano alternative. Nei mesi scorsi, abbiamo promosso tre campagne di sensibilizzazione e prevenzione offrendo pacchetti di controlli ed esami nel campo del tumore al seno, delle allergie e delle malattie cardiovascolari».Per ora il servizio è privato e si pagano le uscite : effettuano anche prelievi ematici a domicilio a pagamento ( 20 euro) ma esistono anche pacchetti e la “nurse’s card” che dà diritto, per 31 euro, a una serie di esami e controlli specifici individuati con la presa in carico del paziente che ha determinate condizioni. Il numero di telefono a cui rivolgersi è 0332 1966748 per urgenze 329 6579426. Risponde sempre un infermiere che dà indicazioni precise. Maria Rosa Genio è ora al lavoro al tavolo tecnico regionale per individuare le linee guida del loro ingresso nel sistema sanitario. Un percorso ancora lungo ma che sfocerà nel coinvolgimento pieno dell’intermiere di territori, così a Varese così nel resto d’Italia. di Alessandra Toni alessandra.toni@varesenews.it Pubblicato il 09 maggio 2016

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Comunicati stampa gruppi politici Forza Italia - 19 maggio 2016 Bilancio della sanità, Mugnai (FI) a Saccardi in Commissione: «I passivi delle casse sanitarie li pagano disabili e anziani» Il Vicepresidente della Commissione sanità Stefano Mugnai sferza la giunta: «Pasticcio causato da incapacità di governare la spesa farmaceutica ospedaliera» «Sarà pure un provvedimento provvisorio, fatto sta che evitate il commissariamento della sanità toscana togliendo ad anziani e disabili quegli stessi fondi per la non autosufficienza di cui fate poi vanto in campagna elettorale e che le aziende sanitarie non hanno mai erogato in maniera curiosamente uniforme»: ha dato gas a manetta, il Vicepresidente della Commissione sanità Stefano Mugnai (capogruppo Forza Italia) nel rispondere all’assessore regionale alla sanità Stefania Saccardi sentita in commissione sulla proposta di legge 91 che reca la prima variazione al bilancio di previsione 2016 e pluriennale 2016-2018. Con questo atto, che andrà in discussione nella seduta straordinaria di Consiglio regionale fissata per lunedì 23, la giunta recupera quasi 47 milioni di euro dei soldi che mancano all’appello delle casse della sanità in attesa di incamerare il pay back, ovvero la quota di ripiano che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe consentire alle Regioni maggiore flessibilità della spesa farmaceutica. Ma, a sentire Mugnai, la Toscana non fa esattamente di flessibilità virtù: «Il problema in Toscana non è, come afferma l’assessore, la spesa imprevista dovuta alla campagna di vaccinazione antimeningococco di tipo C, bensì una spesa farmaceutica ospedaliera esorbitante che la giunta si dimostra incapace di governare o contenere, tanto che al momento si attesta al doppio, circa, della media nazionale. Incapacità prevista, dunque, non emergenza imponderabile». Ma ecco cosa pensa di fare la giunta per far quadrare i conti: «La pdl 91 – spiega Mugnai – consta di 24 pagine di riepilogo di risorse non spese dalle vecchie Asl per progetti di assistenza di base. Ebbene: la Regione chiede alle aziende di svincolare queste risorse e darle alla Regione, che ne fa un tesoretto da 46 milioni e 900 mila euro con cui tamponare provvisoriamente il rosso di bilancio. Una specie, insomma, di fondo di garanzia.

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Ma a scorrere nel dettaglio ciò che le aziende non hanno speso tra i fondi impegnati, la sorpresa è amara: tutte, in maniera curiosamente uniforme, hanno evitato di erogare le spese per la non autosufficienza destinate a disabili e anziani, di investire le quote anche aggiuntive nelle residenze sanitarie assistite, di finanziare in concreto i progetti di vita indipendente. E se poi, come dice l’assessore, questi progetti vengono comunque finanziati attraverso il fondo indistinto delle singole Asl, allora perché fare questo tipo di progettazione? Solo per poter fare conferenze stampa auto celebrative?» «Comunque – prosegue il capogruppo di Forza Italia – fa specie che su criticità enormi e conclamate, quali ad esempio liste d’attesa e Vita Indipendente, nei bilanci vi siano milioni di euro finalizzati ad aggredirle e risolverle che restano non spesi e che perciò possono essere sfilati via dai bisogni delle persone con un colpo di penna della giunta regionale per far quadrare i bilanci onde evitare il commissariamento. Così va a finire che l’incapacità di governo della sanità regionale la pagano i cittadini più deboli. E questo è aberrante. Durante il dibattito consiliare – annuncia Mugnai – non mancheremo di produrre ordini del giorno e proposte operative per ricondurre a queste persone i soldi promessi a microfoni accesi, perché anziani e disabili non sono i dadi del risiko rante il dibattito consiliare – annuncia Mugnai – non mancheremo di produrre ordini del giorno e proposte operative per ricondurre a queste persone i soldi promessi a microfoni accesi, perché anziani e disabili non sono i dadi del risiko finanziario del sistema sanitario toscano». (mo.no) Responsabilità di contenuti e aggiornamenti a cura dei singoli gruppi consiliari e/o del Portavoce dell’opposizione

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IO EQUIVALGO “Io equivalgo”. Presentata a Roma la campagna di informazione sui farmaci equivalenti promossa da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato Una campagna di sensibilizzazione, coinvolgimento e partecipazione sui farmaci equivalenti, che sgombri il terreno dai falsi miti, favorisca una informazione corretta per avere un rapporto più consapevole con i farmaci e che conti su una stretta collaborazione tra cittadini, istituzioni, operatori sanitari e imprese. Per scaricare contenuti copiare i link: http://www.ipasvivarese.it/wp-content/uploads/2016/05/comunicato-ioequivalgo_11_5_16.pdf http://www.ipasvivarese.it/wp-content/uploads/2016/05/Farmaci_A4_APP.pdf http://www.ipasvivarese.it/wp-content/uploads/2016/05/leafletFarmaci_105x148_AIFA.pdf

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INFERMIERI PROFESSIONALI ASSISTENTI SANITARI VIGILATRICI D'INFANZIA Circolare n. 7/2016 PEC Ai Presidenti dei Collegi Ipasvi LORO SEDI Prot. P-3467/I.12 Data 23 maggio 2016 Campagna “IoEquivalgo” Oggetto: Federazione Nazionale Collegi IPASVI 00184 Roma Via Agostino Depretis 70 Telefono 06/46200101 Telefax 06/46200131 Cod. Fisc. 80186470581 È stata presentata ufficialmente la campagna “IoEquivalgo”, promossa da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, con il sostegno di Assogenerici in collaborazione tra gli altri anche con l’Ipasvi e nata per informare i cittadini dell’opportunità di risparmio - a parità di qualità, efficacia e sicurezza - dei farmaci equivalenti, promuovendo la conoscenza della lista di trasparenza degli stessi. La campagna userà le affissioni e leaflet (distribuiti capillarmente dalle sedi del Tribunale per i diritti del malato, negli studi dei medici di famiglia, nelle farmacie, nelle sedi dei partner del progetto), un “villaggio” dedicato al tema e animato dai volontari di Cittadinanzattiva e professionisti della sanità, e, tra fine maggio 2016 e ottobre, toccherà anche 12 città (Chieti, Campobasso, Asti, Caltanissetta, Perugia, Salerno, Senigallia, Fiuggi, Udine, Vicenza, Taranto e Crotone). Inoltre, verranno utilizzati strumenti digitali (un sito dedicato, www.ioequivalgo.it), i social media ed una campagna advertising online basata su uno spot di 30 minuti ed un'apposita app- ioequiovalgo - in ambiente IOS e Android, realizzata da Farmadati, attraverso cui si potranno avere informazioni sempre aggiornate sul costo del farmaco “di marca” e del relativo equivalente, quando disponibile (ciò vale sia per i farmaci erogati gratuitamente dal Ssn che per quelli interamente a carico dei cittadini). Per la campagna è stato realizzato anche un video visibile su youtube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=F3VyWyoS_7o. Vi trasmettiamo i materiali relativi alla campagna con preghiera di diffonderli attraverso i vostri mezzi di comunicazione a quanti più colleghi possibile, perché possano essere utilizzati e si possa in questo modo ampliare il target dell’iniziativa. Per ulteriori informazioni è possibile contattare la Collega Marina Vanzetta (3396109104). Cordiali saluti. La presidente Barbara Mangiacavalli Allegati c.s.

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Visita all’asilo contro l’occhio pigro. Obiettivo prevenzione per i bimbi L’iniziativa - Dal 6 giugno il Progetto Elisa per contrastare una malattia che porta a cecità Nel 2007, in occasione della giornata mondiale della vista, una giovanissima scrittrice, Elisa Raimondi, ha dato alle stampe un volumetto intitolato “Anche le principesse portano gli occhiali” in cui descrive in chiave fatata il rapporto di amore e odio con i suoi “cristalli magici”. Ci sono gesti che gli adulti fanno senza neanche pensarci, ma che ai bambini risultano mille volte più faticosi. Uno di questi è infilarsi un paio di occhiali. Elisa questa difficoltà l’ha conosciuta fin da piccola, ma ha saputo accettarla e superarla, grazie alla pazienza della mamma ed alla propria capacità di non abbattersi. Da quella fonte ha anzi tratto lo spunto per scrivere un racconto ambientato in un regno immaginario: una principessa recupera il sorriso perduto grazie all’aiuto delle fate Iridine e di due cristalli incantati, che un bambino può interpretare come due occhiali e un adulto come due occhi magici, che aiutano a osservare il mondo senza pregiudizi per scoprirne tutti i colori. Il dottor Roberto Magni, che per anni ha assistito Elisa, ha pensato che da quel libro potesse nascere un bel progetto di prevenzione visiva indirizzato ai bambini molto piccoli: è nato così il Progetto Elisa per la prevenzione dell’ ambliopia, più comunemente conosciuta come occhio pigro (che ogni anno colpisce mediamente il 3% dei nuovi nati, portando a cecità monoculare) così come altri importanti difetti di vista, intervenendo in tempo per curarli.

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Il danno visivo è sostenuto da un’alterata trasmissione del segnale nervoso tra l’occhio e il cervello che, non “tollerando” due immagini diverse esclude quella meno nitida. Il risultato finale è che il cervello privilegia un occhio a causa della ridotta acuità visiva dell’altro che viene progressivamente “disattivato” sino alla cecità.Viene quindi meno la visione binoculare, cioè la capacità di vedere in modo tridimensionale: non si riescono più ad apprezzare la profondità e le distanze degli oggetti. Allo stato delle conoscenze attuali può essere trattata con possibilità di successo più o meno completo sino agli 8 – 10 anni di età. I segnali e i sintomi dell’occhio pigro sono molto raramente riferiti dal paziente perché è spesso troppo piccolo per denunciare una vista inferiore in un occhio rispetto all’altro. È per questo motivo che si raccomanda di effettuare una prima visita oculistica al bambino, anche in assenza di sintomi, entro i 3-4 anni di età. Attualmente vi è la tendenza ad anticipare ulteriormente la prima visita così che venga effettuata entro il primo anno di vita. Anche se l’occhio pigro colpisce solitamente solo un occhio, esiste la possibilità che interessi entrambi gli occhi. Per un genitore è molto difficile accorgersi se uno dei due occhi vede di meno: il modo migliore per affrontare l’ambliopia è prevenirla, cioè intervenire sulle cause che possono provocarla (prevenzione primaria). L’apparecchio utilizzato per la diagnosi dell’ambliopia è un Autorefrattometro Pediatrico Binoculare che permette all’operatore, in pochi secondi, senza alcun intervento invasivo sul piccolo paziente, di procedere all’esame della vista rilevando le eventuali anomalie. È per questo motivo che i Lions della zona di Varese, che come tutti i Lions nascono come “Cavalieri della Cecità”, hanno sviluppato un progetto gratuito di prevenzione che verrà svolto dal 6 al 10 giugno presso gli Asili Nido Comunali e Privati e presso il Centro “Infermiere di Famiglia”, in via Cairoli 10 a Varese per prevenire una patologia che può tanto condizionare la vita di un bambino e della famiglia che lo accompagna. Gianni De Angelis

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Al Manzoni impiantato il pacemaker più piccolo al mondo LECCO – E’ stato impiantato per la prima volta all’Ospedale Manzoni di Lecco il pacemaker più piccolo del mondo: l’intervento, compiuto lo scorso 13 maggio su un paziente di 83 anni con bradiaritmia spiccata, è stato illustrato giovedì pomeriggio dall’equipe di Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione del nosocomio lecchese. “Siamo davvero felici di affermare che il primo impianto con questo peculiare sistema di stimolazione cardiaca eseguita con il rivoluzionario sistema di cardiocapsula si sia concluso con successo e che il paziente si trovi in ottime condizioni”. Parole di Antonio Pani, cardiologo del Manzoni che ha condotto la particolare operazione due settimane fa.

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Il pacemaker più piccolo del mondo è grande poco più di una pillola: con i suoi 2 cm per 2 grammi di peso risulta essere dieci volte più piccolo di un pacemaker tradizionale, aggiungendo all’innovazione una serie di vantaggi clinici e sanitari: “E’ un sistema meno invasivo, che non prevede la presenza di fili ed elettrocateteri all’interno dell’organismo come nel caso del tradizionale pacemaker e inoltre ha una batteria che dura fino a 10 anni, contro i 7 del pacemaker – hanno spiegato gli esperti – senza contare la notevole riduzione del rischio di infezioni a cui il pacemaker tradizionale è notoriamente collegato”. Per introdurlo, come spiegato, basta una puntura fatta all’altezza della vena femorale attraverso la quale il dispositivo è fatto risalire fino al cuore, dove viene rilasciato nel ventricolo. La procedura, che in totale ha richiesto circa 30 minuti, non lascia cicatrici ma solo una sottile incisione all’inguine. Quello effettuato a Lecco è il terzo o quarto intervento del genere in tutta Italia: “Se dieci anni fa mi avessero detto che saremmo riusciti ad impiantare questo tipo di dispositivo non ci avrei creduto – ha commentato il dottor Amando Gamba, primario di Cardiochirurgia del Manzoni di Lecco – siamo di fronte ad un passo in avanti davvero notevole”. Il dispositivo è in circolazione da 6 anni, mentre da tre è testato sugli uomini. Quello effettuato a Lecco è a ragione uno dei primissimi interventi di impianto della nuova tecnologia. “L’evoluzione di questo sistema è perfettamente paragonabile a quella dal telefono a fili al cellulare” ha aggiunto Franco Ruffa, responsabile dell’Elettrofisiologia “è esattamente come avere un microchip nel cuore”. All’entusiasmo dell’equipe per l’intervento di successo si assomma quello di tutto il Dipartimento di Cardiochirurgia che proprio oggi, casualmente, ha raggiunto il bel traguardo dei 3 mila interventi effettuati: “Tremila interventi da quando abbiamo aperto al Manzoni, il 16 dicembre 2009, è un ottimo risultato, su cui avrei messo la firma quando sono arrivato da Bergamo” ha commentato il dottor Gamba. Su 3.000 interventi la mortalità è stata dell’1,7%. La maggior parte sono stati interventi per impianto di bypass aorto coronatici (1.662 in totale), seguiti dalla sostituzione della valvola aortica (947). “Un’aggiunta doverosa – ha concluso il dottor Gamba – vorrei ricordare il collega Francesco Cantù (ex primario del dipartimento scomparso lo scorso 2012 a seguito di un incidente in montagna, ndr), il merito di questo lavoro è anche suo, fu grandissimo promotore della mini cardiocapsula e contribuì al suo studio, sarebbe fiero di questo intervento riuscito e del traguardo dei 3.000 interventi. Lo ricordiamo sempre con grandissimo affetto e stima”. Un traguardo, quello di oggi, che insieme al primo impianto del mini pacemaker condotto con successo aggiunge lustro a una struttura la cui eccellenza è sempre più riconosciuta e richiesta.

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La crisi economica fa impennare la mortalità per tumore Un’analisi longitudinale condotta da università americane ed inglesi rivela che la grande crisi economica del 2008 ha avuto un impatto pesante sulla mortalità per tumori, gravando in particolare sulle neoplasie trattabili. Colpa dell’aumento dei tassi di disoccupazione, ma anche dei tagli alla sanità pubblica, l’unico baluardo della salute dei cittadini in tempi di crisi La disoccupazione uccide. Anche di cancro. Lo rivela uno studio pubblicato oggi su Lancet che, esaminando le statistiche di mortalità relative agli anni successivi al 2008, annus horribilis della crisi economica mondiale, ha stimato in 260.000 i morti per tumore in eccesso nei Paesi OCSE, 160.000 dei quali nell’Unione Europea. E’ il primo studio al mondo ad analizzare gli effetti della crisi economica sulla mortalità per tumore e l’amara conclusione degli autori è che sia la disoccupazione, che i tagli alla sanità pubblica giocano un ruolo evidente in queste morti di troppo. Ancora più amara la constatazione che le morti in eccesso sono quelle evitabili, cioè quelle relative a tumori considerati ‘trattabili’ (cioè con un tasso di sopravvivenza superiore al 50%), come quelli di mammella, colon-retto e prostata. “il cancro è un’importante causa di mortalità in tutto il mondo – afferma il dottor Mahiben Maruthappu dell’Imperial College di Londra - quindi comprendere come i cambiamenti economici possano influenzarne la sopravvivenza è di importanza cruciale. Nel nostro studio abbiamo riscontrato che un aumento dei tassi di disoccupazione si associa ad un’aumentata mortalità per cancro e che la copertura sanitaria universale protegge da questi effetti, soprattutto nel caso dei tumori trattabili. La spesa sanitaria è strettamente correlata alla mortalità per tumore e questo suggerisce che i tagli alla sanità potrebbero costare delle vite”. Gli autori della ricerca, ricercatori delle università di Harvard, di Oxford, dell’Imperial College e del King’s College di Londra, hanno utilizzato dati della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, alla ricerca di un collegamento tra disoccupazione, spesa sanitaria e mortalità per cancro in 75 nazioni, per oltre 2 miliardi di persone. Sono stati analizzati i trend del ventennio 1990-2010. Diversi i tumori considerati in quest’analisi, tra i quali prostata, mammella, colon-retto, polmone; i tumori sono stati inoltre classificati come ‘trattabili’ (tassi di sopravvivenza superiori al 50%) e ‘non trattabili’ (tassi di sopravvivenza inferiori al 10%).

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L’analisi ha rivelato che un aumento del tasso di disoccupazione si associa ad un’aumentata mortalità per tutti i tipi di cancro, particolarmente evidente nel caso dei tumori cosiddetti ‘trattabili’. Un dato questo – sottolineano gli autori – che rinforza l’importanza di avere un facile accesso alle cure. Gli studiosi hanno calcolato che ad ogni aumento dell’1% del tasso di disoccupazione corrisponde un aumento di mortalità stimato in 0,37 morti per tumore in più per 100.000 persone. Per quanto riguarda l’effetto dei tagli alla sanità la stima è di 0,0053 morti in più per 100.000 persone per ogni riduzione dell’1% della spesa sanitaria, come percentuale del PIL. In una seconda parte dello studio i ricercatori hanno estrapolato questi risultati per le nazioni OCSE (alcune delle quali non incluse nella banca dati originale), ottenendo così la ragguardevole cifra di 263.221 morti per cancro in eccesso, 169.129 dei quali nei Paesi dell’Unione Europea. “Nelle nazioni senza copertura sanitaria universale, l’accesso all’assistenza sanitaria viene spesso offerto come parte del pacchetto lavorativo - spiega il Professor Rifat Atun della Harvard University – Da disoccupati dunque i pazienti possono ricevere una diagnosi tardiva ed essere trattati in ritardo o in modo non ottimale”. Nel 2012 sono stati 8,2 milioni i decessi per tumore, ma le stime per il 2030 li danno a 14 milioni. La crisi economica iniziata nel 2008 ha prodotto un’impennata dei tassi di disoccupazione e causato tagli alla sanità pubblica in diversi Paesi. Altri studi si sono già occupati dell’impatto di questi cambiamenti a livello della salute mentale e fisica (ne sono esempio l’aumento del tasso di suicidi e delle malattie cardiovascolari). I risultati di questo nuovo studio indicano naturalmente solo la presenza di un’associazione tra mortalità, disoccupazione e spesa pubblica. Non è facile provare da questo l’esistenza di una relazione causa-effetto. Tuttavia, molto significativa è la correlazione cronologica, tra l’aumento dei tassi di disoccupazione e la mortalità per tumore, che supporta l’ipotesi di un link di causalità. “Questi dati – commentano in un editoriale Graham A. Colditz della Washington University School of Medicine, St Louis (USA) e Karen M Emmons, Kaiser Foundation Research Institute, Oakland (USA) - confermano che la copertura sanitaria universale è in grado di ridurre il pesante tributo imposto dai tumori, rendendo possibile implementare i trattamenti basati sulle evidenze e le strategie di prevenzione già disponibili. La copertura sanitaria universale è anche uno degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile del Development Programme delle Nazioni Unite e viene descritto come il singolo concetto più potente che la sanità pubblica ha da offrire”. Maria Rita Montebelli

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Melanoma. Solo il 44% dei pazienti usa creme solari protettive Anche dopo una patologia maligna alla pelle, molte persone non si proteggono a sufficienza quando si espongono al Sole. È quanto emerge da un recente studio statunitense. I ricercatori hanno analizzato i dati di una ricerca su circa 760 adulti con una storia di tumore della pelle alle spalle e più di 34.000 persone senza precedenti malignità. (Reuters Health) - Anche dopo una patologia maligna alla pelle, molte persone non si proteggono a sufficienza quando si espongono al Sole. È quanto emerge da un recente studio statunitense. Lo studio ha riscontrato che con una storia di tumore della pelle, i soggetti avevano più del doppio delle probabilità di mettere creme solari e di indossare cappelli e maniche lunghe rispetto agli individui che non erano stati colpiti da tumori di questo genere. Tuttavia, la storia di tumore della pelle non risultava legata a minori probabilità di scottature, anche dopo aver considerato che alcune persone sono più suscettibili di altre ad esse, ha detto l’autore principale dello studio Alexander Fischer della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora. “Siamo stati sorpresi da questi dati”, ha continuato Fisher. “Questa popolazione è già ad alto rischio di sviluppare un conseguente tumore della pelle”. Secondo l’American Academy of Dermatology, un americano su cinque sarà affetto da un cancro di questo tipo nella sua vita e ogni ora uno statunitense muore per un melanoma. Lo studio Per valutare come una storia di tumore della pelle influenza l’atteggiamento relativo al sole, Fisher e colleghi si sono focalizzati su tumori della pelle altri dal melanoma, il tipo più comune. Molte di queste malignità sono carcinomi basocellulari, che possono danneggiare tessuti più profondi come muscoli e ossa, ma generalmente non si diffondono in altre parti del corpo.

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Con una storia di questi tumori, il 44% delle persone ha riferito di aver frequentemente cercato l’ombra all’aperto, rispetto al 27% di individui non interessati da questo problema. Circa il 26% delle persone affette da cancro della pelle indossava cappelli a tesa larga e circa il 21% maniche lunghe, rispetto all’11% e all’8% degli individui non colpiti da questi tumori. Tuttavia solo il 54% delle persone reduci da tumore della pelle usava la crema solare. “È un campanello d’allarme”, Elizabeth Tanzi, direttrice di Capital Laser and Skin Care e ricercatrice alla George Washington University School of Medicine di Washington, D.C.. I commenti “La maggior parte delle scottature in pazienti con un tumore della pelle non sono il risultato di una esposizione al sole intenzionale – come avviene in spiaggia– ma di momenti di disattenzione o esposizione involontaria come quando si fa sport o si cammina all’aperto”, ha detto Leffell, non coinvolto nello studio. “Quando le persone hanno cattive abitudini, può diventare davvero difficile interromperle anche di fronte a una diagnosi di cancro”, ha dichiarato Elizabeth Martin di Pure Dermatology and Aesthetics e della University of Alabama presso la Birmingham School of Medicine.“È fondamentale per i medici assistere i pazienti affetti da tumore della pelle sull’importanza di una corretta protezione solare. Ai pazienti va ricordato che si tratta di un fattore di rischio che può essere assolutamente controllato”. Fonte: Journal of the American Academy of Dermatology 2016 Lisa Rapaport (Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

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