Tutto Cannes 2016

 

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SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL: 045 8006778 - FAX: 045 590624 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo IL CIR COLO DEL CINEMA A CANNES 69. FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona NUMERO SPECIALE FESTIVAL 2016 Ver so il 70° anno sociale del Circolo del Cinema ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. Le iscrizioni si apriranno il 12 settembre e la prima proiezione si terrà giovedì 6 ottobre 2016. ISCRIVITI E FAI ISCRIVERE AL CIRCOLO!

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IL CONCORSO UN FESTIVAL DOMINATO DALL’INTIMISMO Lorenzo Reggiani T F ra premi, temi, tendenze e tic del 69° Festival di Cannes, cerchiamo di individuare che cosa resterà di questa edizione che non pare si possa archiviare come memorabile. E’ mancato il film che mettesse d’accordo tutti, ma anche quello che fa parlare e diventa “il caso”. AMIGLIA. È stato davvero il tema del concorso con la quasi assoluta mancanza di temi sociali e politici. Con l’eccezione di Ken Loach, vincitore della Palma d’oro (la sua seconda) con I, Daniel Blake. L’alfiere del cinema di lotta e di impegno, habitué della Croisette, racconta l’inceppamento del welfare inglese a danno delle categorie più svantaggiate. Daniel (Dave Johns) è un falegname che non può più lavorare perché ha avuto un attacco di cuore e non riesce a ottenere la pensione di invalidità, stritolato in un kafkiano scaricabarile tra un call center e un quesito online. Il film è credibile nelle vicende e negli interpreti: c’è sempre l’ironia cockney, ma anche un po’ più di amarezza. Il verdetto ha scontentato molti per la sua nettezza “politica” e perché in favore di un cinema che va dritto al cuore dello spettatore che ama sentirsi chiamato in causa. Ma in fondo è anche questo un film “familiare” su un uomo di mezza età che adotta una ragazza e i suoi due bambini. Per il resto si è trattato della ipertrofia della Famiglia, raccontata sotto ogni possibile luce. Si ha un bel dire che ai festival pagano i grandi temi. Qui si sono visti soprattutto titoli intimisti e microcosmi. Le storie individuali, nei 21 film in competizione, hanno battuto la Storia che tutt’al più ha fatto da sfondo. L Xavier Dolan (sinistra), vincitore del Grand Prix e Ken Loach con la Palma d’oro UTTI. Lutti elaborati, anticipati, negati e tramutati in fantasmi. In Julieta di Almodovar (che ingiustamente è rimasto a bocca asciutta) una madre e una figlia sono accomunate dal lutto dopo decenni. Ne La fille inconnue dei fratelli Dardenne (stavolta deludenti con un film gelato e moralistico, giustamente trascurati) c’è una morta che bisogna prima identificare per espiarne la morte. Sieranevada di Cristi Puiu (pure ignorato dalla giuria) è un film che si svolge tutto durante una veglia funebre. E altri lutti privati, che non coinvolgono quasi mai la storia e la società. AESTRI. Alcuni affondati, alcuni trattati con stima e condiscendenza. I due che hanno convinto di più la critica- ma non la giuria- e che peraltro entrambi non hanno mai vinto la Palma sono stati Pedro Almodòvar e Jim Jarmusch. Quest’ultimo era sulla Croisette con due film, Paterson e Gimme Danger. Il primo, in gara, è la storia di un giovane conducente di autobus che nei momenti liberi scrive poesie, che si chiama Paterson e vive a Paterson, città del New Jersey. C’è chi lo ha ritenuto il vincitore morale di questo Festival. Il secondo film è un buon documentario sul gruppo musicale degli Stoo- M 2

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ges e sul loro leader Iggy Pop. A TTORI/ATTRICI. La kermesse ha registrato un alto tasso di celebrità da George Clooney e Julia Roberts, a Marion Cotillard, Russell Crowe, Ryan Gosling; da Robert De Niro a Sean Penn e Charlize Teron. Quest’anno di attrici con parti di gran rilievo ce ne sono state molte, a cominciare da Isabelle Huppert, data per favorita con Elle di Verhoeven, ma che, a ripensarci, a Cannes ha già vinto due volte. E poi c’erano Sonia Braga, Sandra Huller, Kristen Stewart, Adele Hanel, la giovanissima Sascha Lane, le due interpreti di Almodòvar. Ha vinto a sorpresa una non diva, la filippina Jaclyn Jose, per l’interpretazione in Ma’ Rosa di Brillante Mendoza. Molti meno i maschi “palmabili” tra cui l’ha spuntata l’iraniano Shahab Hosseini, premiato per The Salesman di Asghar Farhadi, che si prende anche il premio per la sceneggiatura, storia di un uomo ossessionato dalla vendetta nei confronti di chi ha aggredito e ferito la moglie. ESSO. La tendenza al sesso esplicito, quasi sempre triste o grottesco, ha caratterizzato film francesi, coreani, tedeschi e americani, culminando col sesso mercenario e maturo di Sonia Braga. Curiosamente, tra i più compassati, c’è stato l’ex gran trasgressore Almodòvar. Forse perché quando lo mostrava lui, nella Spagna post-franchista, il sesso aveva ancora un valore di provocazione estetica e politica. chio con l’intenso Fai bei sogni dal romanzo di Massimo Gramellini. Nessuno era in concorso. Considerata la sconfitta dell’anno scorso del trio Garrone-Moretti-Sorrentino, forse è stato meglio così. Ma non dimentichiamo che l’Italia era rappresentata dalla giurata Valeria Golino, intervistatissima dai media nazionali prima e dopo il verdetto. calcola che in due settimane si siano riversate a Cannes 200mila persone, il triplo degli abitanti. Di fronte a tutta questa gente, la domanda era: interessavano davvero i film? O l’importante era esserci? Certamente per la folla che si accalcava ogni giorno nelle ore “canoniche” davanti e intorno al red carpet della Montée des marches bastava vedere le star, avere un autografo e una stretta di mano (i più fortunati). Una sorta di fanatismo- ben più che a Venezia- è il segno distintivo di Cannes. PREMI Palma d’oro: I, Daniel Blake di Ken Loach ----------------------------------Grand prix: Juste la fin du monde di Xavier Dolan ----------------------------------Miglior regia: Cristian Mungiu per Bacalaureat e Olivier Assayas per Personal shopper ----------------------------------Miglior sceneggiatura: Asghar Farhadi per Le client ----------------------------------Premio della giuria: American honey di Andrea Arnold ----------------------------------Miglior attrice: Jaclyn Jose per Ma’Rosa di Brillante Mendoza ----------------------------------Miglior attore: Shahab Hosseini per Le client di Asghar Farhadi ----------------------------------Camera d’or: Divines di Houda Benyamina ----------------------------------Palma d’oro del cortometraggio: Timecode di Juanjo Giménez 3 Adam Driver in una scena del film Paterson S Valeria Golino, membro della giuria P I TALIANI. Sulla Croisette nelle sezioni collaterali c’erano Davide Del Degan, con L’ultima spiaggia (coautore Anastopoulos); Stefano Mordini con il cupo Pericle il nero interpretato e prodotto da Riccardo Scamarcio, che non ci ha fatto fare bella figura; Paolo Virzì con La pazza gioia che invece ha avuto un meritato successo; Claudio Giovannesi con Fiore, apprezzato. E poi Alessandro Comodin con l’allegorico I tempi felici verranno presto e Marco Belloc- UBBLICO/CODE. Tutti gli spettatori, sia le migliaia di addetti ai lavori muniti di badge dai diversi colori e priorità, sia le migliaia di persone munite di “invitation”, si sono trovati accomunati in lunghissime estenuanti code per entrare nelle sale, col rischio poi- per i badge di un certo tipo- di restare fuori. C’era perfino chi, per non “sprecare” il tempo in coda ed ingannare l’attesa, si leggeva un libro. L’impressione è che le code quest’anno fossero ancora più lunghe del solito, e non per colpa dei controlli di sicurezza, intensificati ed accurati ma veloci. D’altra parte si

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DA LOACH A DOLAN I FILM CHE VEDREMO Da L’Arena, del 24/05/2016 Scena del film Neon Demon di N. W. Refn D opo il verdetto per molti appassionati che non erano sulla Croisette comincia l'attesa. Quando e se si vedranno i film di cui per dodici giorni si è sentito parlare sui giornali, sulla rete, alla radio e in tv? Nella cacofonia del marketing molti di questi titoli erano destinati rapidamente all'oblio salvo riemergere anche mesi dopo, mentre altri come l'impeccabile Nice Guys con Russell Crowe e Ryan Cosling sono già nelle sale a caccia di un meritato trionfo. Lo si ami o no, il vincitore della Palma d'oro Ken Loach con il suo vibrante Io, Daniel Blake si vedrà grazie allo storico sodalizio del regista inglese con Valerio De Paolis che, grazie a Bim, non ha mai mancato all'appuntamento con Loach e una volta ancora ha giocato d'anticipo portandosi a casa l'ennesima Palma d'oro. Stessa sorte avrà il bambino-prodigio Xavier Dolan, il cui melodramma da camera Juste la fin du monde, sarà distribuito da Lucky Red. La distribuzione di Andrea Occhipinti è stata regina della serata di premiazione giacché da tempo aveva anche acquisito i diritti di The Salesman di Ashgar Farhadi che si è portato a casa a sorpresa ben due premi: quello per la fin troppo costruita sceneggiatura che ambisce e ripetere il miracolo de La separazione, con una doppia ambientazione tra la Teheran di oggi e la scena teatrale della Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, e quello per il miglior attore, il bello e tormentato Shahab Hosseini. È facile predire un'uscita italiana (ma probabilmente a gioco lungo) per il Baccalaureat di Cristian Mungiu che ha diviso il suo premio con il francese Olivier Assayas il cui Personal shopper rimarrà probabilmente piacere segreto di quanti frequentano il cinema francese oltre la distribuzione italiana. E stessa, difficile sorte rischia Mà rosa di Brillante Mendoza che pure vanta un premio per la migliore attrice Jaclyn Jose, incoronata a sorpresa proprio da un mago della recitazione come Donald Sutherland che per lei ha speso parole al miele. E i film più amati, avversati, controversi di quest'edizione? Più o meno tutti ancora in cerca di un approdo sicuro. Ce l'ha, invece, il coloratissimo e grottesco Neon demon di Nicolas Winding Refn che uscirà in giugno grazie alla IIF di Fulvio Lucisano. ALTRI FESTIVAL A TORINO UNA MOLE DI FILM Annalisa Tantini I l 33. TFF è iniziato con il bel film inglese Suffraggette di Sarah Gavron (sulla nascita del movimento femminista a Londra, con un ottimo cast tra cui la sempre splendida Meryl Streep) e con la polemica tra il direttore del Museo del Cinema e la direttrice del Festival Emanuela Martini. Cosa dice il prof. Barbera, direttore anche della Mostra di Venezia? Che a Torino il film sono troppi. «Venezia ne presenta solo 50 e parlerei di diverse prospettive frutto delle diverse vocazioni delle rispettive rassegne». Risponde la Martini: «Venezia è un gigante del business e si rivolge soprattutto agli addetti ai lavori, Torino ha nel pub4 blico la sua ragione d’essere. È il festival di chi va al cinema e deve offrire al suo grande pubblico infiniti stimoli». Le retrospettive e i documentari a Torino sono importanti, più dei film di fiction del concorso. Forse però 200 film sono troppi, ma per i cinefili che vanno a Torino i 50 di Vene- zia sarebbero una miseria. La polemica comunque non è continuata ed è stata confermata piena fiducia alla direttrice Martini, il successo di pubblico è stato molto alto. Comune e Regione hanno dato il loro pieno appoggio. Il programma era dunque variegato e ricco: 158 film, 15 mediometraggi, 32 corti, 50 anteprime mondiali, distribuiti fra il concorso ufficiale, la sezione Festa Mobile (che contiene i titoli più interessanti e attesi, come Suffraggette), le retrospettive (come l’omaggio ad Orson Welles; la “Notte dell’Horror”, maratona di 7 ore fra sangue, vampiri e satanisti; “Cose che verranno”, dedicata agli scenari futuri come sono stati im-

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Scena del film vincitore Keeper di Senez maginati dal cinema di fantascienza), ecc. ecc., il tutto di elevato livello e capace di accontentare ogni palato, dal cinefilo più esigente e raffinato al semplice amante del buon cinema, che trova difficoltà a districarsi tra le molteplici offerte. Una nota particolare merita Bella e Perduta, la pellicola scelta per la pre-apertura del TFF, in anteprima nazionale, e che il Circolo ha messo in calendario questo mese. Unico titolo italiano in concorso al Festival di Locarno, Bella e Perduta ha segnato il ritorno al Torino Film Festival di Pietro Marcello, che nel 2009 aveva vinto il premio del Miglior film con il documentario drammatico La bocca del lupo (visto al Circolo nel 2010), ad oggi l’unico film italiano ad aver vinto il TFF. Quest’anno sono stata a Torino meno giorni del solito e di conseguenza ho seguito meno film delle precedenti edizioni. È stato abbastanza faticoso, per la ressa e le code di un pubblico sempre più numeroso, comunque ho visto 15 film, soprattutto del concorso, alcuni molto belli altri meno, ma comunque quasi tutti imperdibili. Purtroppo non ho visto il vincitore, Keeper, del belga Guillaume Senez, protagonisti due ragazzi quindicenni che si ritrovano inaspettatamente genitori. Ho potuto invece vedere diversi film italiani: Colpa di comunismo di Elisabetta Sgarbi, storia di tre donne rumene venute in Italia in cerca di lavoro, delle loro speranze e delusioni. Il film si svolge nella campagna rodigiana in una atmosfera triste e fredda descritta come un documentario, forse la parte migliore. Mi è piaciuto Mia madre fa l'attrice di Mario Balsamo, interpretato dal regista stesso e da sua madre 85enne ex attrice, Silvana Stefanini, molto ironico e spiritoso. Antonia (opera prima di Ferdinando Cito Filomarino) è un documentario biografico romanzato della poetessa e fotografa milanese Antonia Pozzi morta suicida, mentre La felicità è un sistema complesso, di Gianni Zanasi, già arrivato nelle nostre sale, racconta situazioni ed emozioni interpretate dal bravissimo Mario Mastrandrea. Non dice nulla di nuovo Lo scambio, storia mafiosa di Salvo Cuccia; più interessante Prima che la vita cambi noi, dove Felice Pesoli fa un ritratto della gioventù degli anni 60-70, per non dimenticare i beatnik e i figli dei fiori nostrani, che volevano cambiare il mondo con la musica e la poesia. Tra le produzioni internazionali, segnalo: Coma (Sara Fattahi), magnifico film su tre donne siriane di tre generazioni (nonna, madre e figlia), chiuse in casa mentre fuori infuria la guerra, che s'aggirano per le stanze come fantasmi ancora in vita, ed il film americano di apertura del concorso, God bless the child (Robert Machoian e Rodrigo OjedaBeck), elogiato dalla critica. Molti speravano venisse premiato The Idealist (Christina Rosendahl), film danese incentrato su di un giornalista d'inchiesta, che arriva dopo tanti anni a svelare un segreto ri- guardante un incidente nucleare avvenuto nel 1968. Ritmo intelligente e interpretazione stupenda del protagonista, Peter Plaugborg. Paulina, film argentino di Santiago Mitre, è la storia della figlia di un giudice progressista, lei stessa avvocato, che lascia la carriera per dedicarsi agli ultimi di una remota regione del paese. Il suo entusiasmo e la convinzione intellettuale non bastano a salvarla da uno stupro di un gruppo di ragazzi, proprio quelli a cui lei si era dedicata. Infine A Simple Googbye di Degena Yun, emozioni autobiografiche della regista cinese, figlia del cineasta Saifu Yun, sui rapporti tra padre e figlia che a poco a poco risolvono i contrasti, e The Lady in the Van, commedia eccentrica di Nicholas Hytner, tratta dal libro cult di Alan Bennet e interpretata da una impareggiabile Maggie Smith. Dolores Fonzi in La patota PREMI Miglior film: Keeper di Guillaume Senez ---------------------------------------------------Premio Speciale della giuria: La patota di Santiago Mitre ---------------------------------------------------Miglior attrice: Dolores Fonzi per La patota di Santiago Mitre ---------------------------------------------------Miglior attore: Karim Leklou per Coup de chaud di Raphaël Jacoulot ---------------------------------------------------Miglior sceneggiatura ex-aequo: A simple goodbye di Degena Yun e Sopladora de hojas di Alejandro Iglesias Mendizábal ---------------------------------------------------Menzione Speciale: God bless the child di Robert Machoian, Rodrigo Ojeda - Beck ---------------------------------------------------Premio del pubblico: Coup de chaud di Rapha Jacoulot 3

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BERLINALE Malin Petzer A rrivata all'aeroporto di Berlin Schönefeld mi guardo attorno in cerca di poster, volantini o bandierine. Niente. Vedo confermata l'impressione che mi era rimasta dopo anni di vita studentesca a Berlino: la Berlinale, Film Festival di importanza immensa, nazionale ed internazionale, sembra essere una realtà parallela alla vita della città. Arriva ogni anno come una sorpresa per gli abitanti di questa metropoli e non si fa notare nell'immagine della città, che con un treno attraverso da un lato all'altro. Più tardi un'amica e dipendente del Festival mi conferma la stessa sensazione osservata dall'altro lato. Mi racconta che tutti i giorni, dopo essere rimasta otto ore presso una delle sale del “Berlinale Palast”, uno dei 32 luoghi di proiezione del Festival, uscendo era sempre di nuovo sorpresa dal fatto che esistesse una realtà al di fuori del Festival, con persone che non hanno studiato tutti i dettagli del programma e non conoscono i favoriti delle 9 sezioni, che forse non godranno nemmeno della splendida opportunità offerta da questa manifestazione culturale. Così anch'io mi immergo per i seguenti quattro giorni in questo mondo costruito dagli schermi degli innumerevoli cinema sparsi per Berlino, un mondo le cui porte si aprono fin dal 2002 con la stessa melodia iniziale e la pioggia d'oro del Trailer ufficiale della Berlinale. La prima tappa di viaggio è il film Goat, del regista americano Andrew Neel che racconta la storia del 19enne studente Brad, il quale, in seguito ad una rapina traumatica durante la quale non trova il coraggio di difendersi, entra in una confraternita studentesca per cercare di dimostrare a se stesso, ai suoi amici e a suo fratello di non avere più paura. La violenza fisica e psicologica sopportata lo mette a dura prova. Il film illustra in modo sconvolgente quanto i ragazzi siano pronti a sopportare pur di essere riconosciuti come uomini. L'opera 5 prima della categoria Panorama Special, alla ricerca delle radici della violenza degli uomini bianchi statunitensi, fa riflettere sul valore della lealtà e sull'immagine di mascolinità che viene promossa nei Campus delle Università. Il mio viaggio continua con un film della sezione Wettbewerb, United States of Love, il portrait del regista Tomasz Wasilewski sui desideri e sulle speranze di quattro donne di una cittadina provinciale della Polonia: l'attrazione segreta per un prete, la relazione nascosta con un medico sposato, i sogni di una carriera da modella e l'amore di un’anziana per la vicina più giovane. Il lungometraggio a colori desaturati propone una riflessione sui tentativi di sfuggire alle pressioni emotive e alle aspettative, in una società che negli anni novanta apparentemente si stava aprendo, senza però liberare i desideri più intimi, lasciando le persone sole e disperate. Il film si conclude con un finale di grande violenza e lascia lo spettatore con la sensazione di una disperazione universale, mentre i titoli di coda scorrono in silenzio, senza una musica che potrebbe dare sollievo al retrogusto amaro. La prossima tappa mi porta nel mondo di due tredicenni che combattono contro l'influenza del mondo adulto sulla loro sincera amicizia. Il regista del film Little Men, Ira Sachs, già presente in passato quattro volte alla Berlinale, conferma anche quest'anno, nella sezione Generation Kplus, la sua sensibilità per i conflitti familiari, morali e per i legami emotivi. Anche in Le Fils de Joseph incontro un giovane protagonista, il quindicenne Vincent, il quale è alla ricerca di suo padre. Nella sezione Forum, Eugène Green, regista di cui quest'anno i Soci del Circolo hanno visto La Sapienza, presenta questo collage di motivi biblici, elementi di film gialli, musica del barocco italiano, dipinti del XVII secolo e una lingua artificiale in un ambiente contemporaneo. Il film sorprende, a volte con una comicità caricaturale, a volte con una serietà sacrale, ma mantenendo sempre un piglio innovativo. Concludo il mio giro della Berlinale con una raccolta di cinque cortometraggi, dal titolo “Berlinale Shorts Go West”. I soggetti sono molto variegati: dall’esperimento in una piscina, durante il quale la gente viene filmata prima di saltare dal trampolino di 10 metri, cogliendo la paura dei protagonisti, la vittoria contro di essa e la sensazione di libertà che ne segue, alla situazione dei Rom in Portogallo, poi il diario cinematografico autentico di un gruppo di giovani in Tschad (Africa centrale), che mostra come musica e film abbiano la funzione di emancipazione ed equiparazione, la messa in scena particolare di un testo in greco antico da parte di otto studenti di una scuola umanistica ad Amburgo, alla ricerca dell'altro e della relazione in una città asiatica Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro

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che sembra avere l’effetto di isolare le persone. La miscela colorata, composta da corti molto diversi gli uni dagli altri, ma tutti radicali, indipendenti e spesso al limite della comprensibilità, lascia lo spettatore con più domande che risposte e con numerosi stimoli da approfondire. Riemergendo, tornando alla superfi-cie dalla profondità emotiva di tutti i film visti a questo 66° Film Festival di Berlino, è evidente che la Berlinale, la quale nel confronto con Cannes e Venezia è sempre stata definita il Festival più politico, quest'anno ha confermato la sua fama in particolar modo. Il Festival può risultare un mondo a sé, al contempo appare chiaramente influenzato dalla realtà politica attuale. Il conferimento dell'Orso d'oro a Fuocoammare, del regista italiano Gianfranco Rosi, è un messaggio ben chiaro, già per la scelta insolita di preferire un documentario a un film di fiction. Il racconto della realtà dei migrati arrivati a Lampedusa e quella dei pescatori che co-esistono fianco a fianco, senza mai incontrarsi veramente, è già uscito in Italia. Sono stati premiati anche tanti giovani, come la francese Mia Hansen-Løve, nata nel 1981, che ha vinto l'Orso d'argento per la regia di L’avenier, o il giovane cinema tunisino con il premio per l’opera prima per Hedi di Mohamed Ben Attia. La 66esima Berlinale si distingue quest'anno per un'ampia scelta di film di qualità e un chiaro segno politico, che è stato compreso anche al di fuori dei cinema e di Berlino. PREMI Orso d’Oro al miglior film: Fuocoammare di Gianfranco Rosi ---------------------------------------------------Orso d’Argento Gran Premio della Giuria: Death in sarajevo di Danis Tanovi ---------------------------------------------------Orso d’Argento Alfred Bauer: A lullaby to the sorrowful mystery di Lav Diaz ---------------------------------------------------Orso d’Argento per la miglior regia: Mia Hansen-Løve con L’Avenir ---------------------------------------------------Orso d’Argento (migliore attrice): Trine Dyrholm (Kollektivet) ---------------------------------------------------Orso d’Argento (miglior attore): Majd Mastoura (Inhebbek Hedi) ---------------------------------------------------Orso d’Argento (miglior sceneggiatura): United States of Love di Tomasz Wasilewski ---------------------------------------------------Orso d’Argento (l’apporto artistico): Crosscurrent di Mark Lee Ping-Bing ---------------------------------------------------Miglior Opera Prima: Inhebbek hedi di Mohamed Ben Attia ---------------------------------------------------Orso d’Oro (Migliore Cortometraggio): Balada de um batraquio di Leonor Teles ---------------------------------------------------Orso d’Argento Jury Prize (Cortometraggio): A man returned di Mahdi Fleifel ---------------------------------------------------Audi Short Film Award: Jin zhi xia mao (Anchorage Prohibited) di Chiang Wei Liang. BERGAMO FILM MEETING Laura Bombieri D al 5 al 13 marzo 2016 si è svolta la 34° edizione del Bergamo Film Festival, evento consolidato anche se in continua espansione, che conserva da sempre più anime: l’occhio al passato per risvegliare la memoria, la documentazione del presente e la ricerca del futuro. La manifestazione è un appuntamento sempre più di spicco in ambito na- zionale ma anche molto radicato nel locale, i bergamaschi infatti affollano le sale a ogni proiezione. Notevole la presenza di volti giovani. Un festival assolutamente in sintonia, per carattere, con la città che lo ospita: serio, efficiente, pieno di idee ma soprattutto umile, come sostiene Davide Ferrario fondatore e Presidente della manifestazione. Nove giorni di proiezioni con 143 film tra corti, lungometraggi e documentari, anteprime, eventi speciali, incontri con gli autori, laboratori, retrospettive, percorsi tra cinema e arte contemporanea (con video installazioni nella sala presso la restaurata Porta di Sant’Agostino), mostre, workshop, musica e fumetti…Diverse le sedi: l’Auditorium, 3

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PREMI 1°: Enklava di Goran Radovanović ----------------------------------------------------2°: Domácí péče di Slávek Horák ----------------------------------------------------3°: 2 yötä aamuun di Mikko Kuparinen il Cinema San Marco, il Cinema Capitol, la sala Mostre Manzù e la sala presso la Porta di S. Agostino, il tutto ben coordinato da uno staff giovane. Piacevole la sosta al Meeting Point e l’amena passeggiata alla deliziosa e accogliente Bergamo Alta, vestita a festa per l’occasione, mentre nella Bergamo bassa sfilano colorati carri carnevaleschi. Il concorso Sette lungometraggi inediti in Italia si contendono i tre premi decretati dal pubblico, sono emozionata, anch’io voto e confermo il giudizio finale. Il primo premio viene assegnato a Enclave (2015) di Goran Radovanovic, bellissimo film ambientato in Kosovo nel 2004, racconta dell’incontro/scontro tra un ragazzino serbo che vive in una piccola enclave cristiana protetta dalle truppe di pace delle Nazioni Unite, e un coetaneo albanese cresciuto detestando i serbi. Film di grande respiro, lontano da ogni pregiudizio ideologico. Suggestive le musiche originali di Eleni Karaindrou. Il fragoroso applauso con cui è stata accolta la proiezione, anticipa il responso finale. Il secondo premio, altrettanto meritato, va al film ceco Assistenza a domicilio (2015) di Slavek Horak, opera prima sincera e commovente ma con contrappunti di beffardo umorismo. Il film racconta la storia di Vlasta, un’infermiera a domicilio in una cittadina della Moravia, che ha sempre anteposto le esigenze degli altri (quelle del marito, della figlia e dei suoi pazienti) alle sue. Un viaggio alla scoperta di sé stessi con una protagonista di straordinaria bravura, Alena Mihulonova. Il terzo premio viene assegnato a Due notti fino al mattino (2015) di Mikko Kuparinen, una co-produzione tra Finlandia e Lituania. Durante un viaggio di lavoro a Vilnius, Caroline, architetto francese, conosce Jaakko, dj finlandese. Quello che sembra un incontro occasionale diventa qualcosa di più pro6 fondo, quando una nube di cenere, dovuta a un’eruzione vulcanica, blocca tutti i voli in partenza facendo reincontrare i protagonisti. Straordinaria la capacità del regista di farti star dentro al racconto, quasi illudendoti di poter essere tu a decidere il finale. Protagonista Marie Josée Croze, Palma d’oro come miglior attrice nel 2003 per Le invasioni barbariche di Denys Arcand. Quest’anno per la prima volta il pubblico giudica oltre ai film in concorso, anche i documentari della sezione Visti da vicino, opere nelle quali lo sguardo curioso e attento del regista racconta un tema, un luogo, un personaggio “da vicino” con intensità e partecipazione. Il premio è stato assegnato a Non possiamo sognare un cielo limpido (2014) di Carmen Tartarotti: la vita di due suore in Alto Adige, le uniche superstiti nel convento che un tempo ne ospitava quasi venti. Sempre per la sezione Visti da vicino segnalo il documentario Quando la terra sembra leggera (2015) di Tumana Karumidze, ambientato in Georgia, vede protagonisti un gruppo di ragazzi che a bordo dei loro skateboard trovano spazio tra edifici abbandonati. I loro tatuaggi sono un diario che racconta quello che sentono: un’ingenua illusione di libertà e una romantica noncuranza del futuro. Interessante l’incontro con la regista al termine della proiezione. Dalla Norvegia arrivano anche una serie di film contemporanei nella sezione Films from the North, Tutti i pensieri sono parenti (2015) di Aleksander Johan Andreassen propone uno spaccato di ciò che vuol dire essere ai margini della società attraverso la schiettezza di un giovane che afferma di essere posseduto dai demoni. Ribelle (2014) di Elle –Maija Tailfeathers un ritratto intimo e profondamente personale che la regista dedica alla sua famiglia utilizzando inserti con animazioni, ricostruzioni e foto d’archivio. Continua il viaggio del Festival attraverso il cinema europeo “Europe now!”, per mettere in luce le opere di alcuni tra i registi più rappresentativi, che si sono affermati con grande vivacità in questi ultimi anni sulla scena delle produzioni cinematografiche indipendenti. La regista bosniaca Jasmila Zbanic autrice de Il segreto di Esma (2006), vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e de Il sentiero (2010) delicatissima opera, film già proposti dal Circolo del Cinema. Il ceco Petr Zelenka autore della rilettura sperimentale de I fratelli Karamazov (2008) sempre proposto dal Circolo del Cinema e del brillante, intelligente, originale, divertente, quasi surreale film Storie di ordinaria follia (2006). Infine è la volta del britannico Shane Meadows cantore mai serioso o didascalico di cui ho visto con piacere This is England ’90 (2015) che narra con estremo realismo e con un cast di ottimi attori, la vita ai margini di personaggi che cercano di barcamenarsi tra vecchi problemi e nuove responsabilità, tra dramma e humour nero. La retrospettiva del Bergamo Film Meeting è legata al nome di Miklos Jancsò, personalità centrale del cinema ungherese, specializzato in drammi storici sempre più astratti e linguisticamente ricercati, dotato di uno stile personalissimo, caratterizzato da lunghi piani sequenza, grandi masse in movimento, circolarità. Il registra mette in scena la Storia, lo scontro tra gruppi politici e sociali, la sopraffazione dei più deboli e poi il desiderio di libertà, la volontà di ribellione, l’utopia socialista, l’anarchia dei corpo. Sono ben 26 i titoli proposti di cui io riesco a vedere Sono venuto così (1964) film di apertura della rassegna e Agnus Dei (1970). Spicca un prezioso omaggio a Anna Karina, simbolo della nouvelle vague. Lei, Hanna Karin Blarke Bayer, era arrivata a Parigi da Copenhagen per posare al fianco di Cardin e di Coco Chanel. Godard la vede in una pubblicità per saponette e la vuole con sé nel film Le petit soldat. I due si sposeranno. Al Bergamo Film Meeting mi gusto la visione de La donna è una donna di Jean-Luc Godard, film frizzante, divertente e divertito nonostante l’età (1961). Infine lo spazio dedicato all’animazione celebra il talento del lettone Vladimir Leschiov, maestro del disegno animato e fiero oppositore dell’animazione digitale, con dei veri cammei: grande padronanza tecnica, narrazione e poesia, uno su tutti Insonnia (2004). Le luci si spengono e si chiude il sipario, è ora di rientrare a casa: alla prossima edizione.

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