Azione nonviolenta, Marzo-Aprile 2016 - Anno 53, n. 614

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Le donne nella Grande Guerra Fondata da Aldo Capitini nel 1964 marzo-aprile 2016 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 53, n. 614 | contributo € 6,00

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3 4 7 8 Dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come Piero Mao Valpiana Le donne nella Grande Guerra di Giorgio Giannini Biani alla 7a La guerra emancipa. Meglio la bicicletta di Daniele Lugli 29 La scena si faceva sempre più spaventosa di Corina Corradi 30 Le persone sono esseri umani di Catherine Marshall 31 Il senso dell’onore è causa di guerre di Helena M. Swanwick 32 Non più sarà chiamato eroe di Fanny Dal Ry 34 Togliere dai cuori degli uomini di Virginia Woolf 35 Maestre di pace: Maria Montessori a cura di Daniele Taurino 36 Sita Meyer Camperio, una crocerossina di Roberto Nik Albanese 40 Elogio della gratitudine di Anna Bravo 42 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 43 ATTIVISSIMAMENTE 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 10 Donne internazionaliste contro la guerra di Gemma Bigi 14 Alda Costa, “la serena insistente per la verità” di Daniele Lugli 18 Stupri di guerra tra il Friuli e il Veneto di Elena Buccoliero 20 L’invasore 21 A favore della guerra e degli stupri di Daniele Lugli 22 Non si può pensare la guerra senza le donne di Claudia Galimberti 28 Quando la storia insegna di Bertha von Suttner Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Direttore editoriale e responsabile Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Daniele Lugli. Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Mattia Scaccia, Angela Argentieri, Elena Grosu, Daniele Taurino, Ilaria Ambruoso, Roberto Cassina, Giulia Sparapani, Francesco Taurino Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, marzo-aprile, anno 53 n. 614, fascicolo 449 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 29 aprile 2016 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Congresso Mondiale delle donne per la Pace in Olanda, all’Aia, il 28 aprile 1915 Le vignette di Mauro Biani

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L’editoriale di Mao Valpiana Dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come Piero Mentre stavamo chiudendo la redazione di questo numero di Azione nonviolenta, interamente dedicato al tema del ruolo delle donne nella prima guerra mondiale, ci è giunta la triste notizia della morte di Piero Pinna, obiettore di coscienza nel 1948, co-fondatore del Movimento Nonviolento e direttore responsabile di Azione nonviolenta fino all’ultimo suo giorno, il 13 aprile. La chiusura del numero è passata in secondo piano (ed è questo il motivo del ritardo con cui arriva nelle case degli abbonati) e ci siamo dedicati ad accompagnare Piero nel suo ultimo viaggio: ora riposa nel cimitero Trespiano di Firenze. Pubblichiamo l’orazione funebre che a nome del Movimento Nonviolento abbiamo letto durante la cerimonia del commiato. Piero Pinna Oggi Piero con la sua morte ci ha convocati, ci mette insieme. Lo aveva fatto tante altre volte, nel 1962 chiamando alla costituzione del Movimento, nel 1963 e 1964 con il Gruppo di Azione Nonviolenta e la diffusione di Azione nonviolenta, dal 1968 al 1975 con le marce antimilitariste, nel 1978 annunciando la seconda marcia Perugia-Assisi, nel 1983 con la marcia Catania-Comiso e ancora nel 2000 con la Marcia specifica nonviolenta per aggregare tutti coloro che credono nella nonviolenza come scelta di alternativa politica. Tutti noi siamo stati attraversati dal suo incontro, che in qualche modo ci ha cambiati. Ci si aspetta che i maestri non muoiano mai, perché sentiamo di avere ancora bisogno della loro parola, del loro esempio, della loro semplice presenza rassicurante. Oggi ci sentiamo come bambini orfani. Sei stato tante cose per ognuno di noi: amico e punto di riferimento non solo politico, e poi soprattutto educatore di nonviolenza per tanti giovani che trovavano in te finalmente qualche parola di verità, e avvertivano la coerenza tra il tuo dire e il tuo fare. Hai sempre spronato i ragazzi che venivano a trovarti (prima nella sede di Perugia e poi nella tua casa di Firenze) ad approfondire il pensiero, a studiare la nonviolenza, per poi agire con Pietro Pinna 1927 - 2016 il suo metodo (sembra ancora di sentirti: il pensiero senza azione è monco, l’azione senza pensiero è cieca… costituite un piccolo gruppetto, e fate i banchetti … chissà quante spillette del fucile spezzato hai contato e diffuso nella tua vita). Hai molto seminato e tanto raccoglierai. Molte generazioni ti sono debitrici: con la tua obiezione pioniera al servizio militare hai aperto la strada al servizio civile universale di cui si parla oggi. Tra le innumerevoli testimonianze giunte in questi giorni, ne ho scelta una divertente, che sarebbe certamente piaciuta al tuo raffinato umorismo ironico: “mi piace pensarti a parlare di Resistenza Nonviolenta in Paradiso; per come ti conosco, potresti anche convincere Santa Barbara a non proteggere più gli arsenali e diventare protettrice del disarmo unilaterale”. Hai tenuto fermo e dritto il timone del Movimento, che non ha mai ceduto alle lusinghe di un pacifismo generico tenendo fede alle radici della storia nonviolenta da Gandhi a Capitini. Citavi spesso Gandhi che riteneva che la noncollaborazione al male (a partire da quello assoluto, la guerra) fosse un dovere anche più grande di quello vòlto all’effettuazione del bene. E poi Capitini che ripeteva “dobbiamo dire No alla guerra ed essere duri come pietre”. Oggi poteremmo dire, ed essere duri come Piero … Essenzialità, tenacia, semplicità, frugalità, coerenza, fermezza, tenuta, costanza, umiltà, gentilezza… sono i valori che hai saputo incarnare per tutta la tua vita. Eri refrattario ai formalismi, all’ipocrisia, all’esteriorità, alla visibilità, che tanto vanno di moda nella politica di oggi… Ma sarebbe ingiusto relegare Piero solo al suo ruolo pubblico. È stato un uomo con una vita intensa e sofferta, che ha affrontato con uno spirito mai piegato. Dalle umilissime radici della famiglia sarda cui è rimasto legatissimo, alla giovinezza formativa ferrarese, fino all’incontro decisivo con Aldo Capitini. Poi c’è stata la sua di famiglia: marito dell’amata Birgitta e padre di Anna e Peer. Ci fermiamo sulla segue a pag. 47 Azione nonviolenta | 3

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Le donne nella Grande Guerra pacifiste, crocerossine, prostitute, staffette stria bellica quasi decuplicarono, passando da 23.000 a circa 200.000. Nei servizi pubblici le lavoratrici (le cosiddette “camicette bianche”) furono circa la metà del personale ed erano utilizzate in molte mansioni e non solo nei lavori più umili, come lo spazzino. Infatti, c’erano anche donne-postino, donne-tramviere, e così via. Molte erano anche le occupate nelle attività private, comprese le banche e le assicurazioni. C’erano anche donne - capoufficio, che erano “mal sopportate” dagli impiegati maschi. Le lavoratrici erano quindi diffuse in tutti i settori economici e produttivi. In questo modo, la Grande Guerra stravolse profondamente la realtà sociale, immutata da sempre, tanto che un quotidiano dell’epoca scrisse che si stava vivendo in un “mondo alla rovescia”. Nel 1916 e soprattutto nel 1917, le donne parteciparono attivamente anche a centinaia di manifestazioni contro la guerra, in particolare nelle stazioni ferroviarie e davanti ai distretti militari, per cercare di impedire la partenza dei loro uomini (mariti, padri e fratelli) per il fronte. Le donne inoltre scesero in piazza contro il carovita, chiedendo l’aumento dei salari e del sussidio giornaliero per le famiglie più bisognose. Infatti, durante il conflitto, i prezzi aumentarono di continuo: la farina passò da 32 a 45 centesimi al kg; il prezzo della carne quadruplicò e quello dei fagioli secchi (che erano la “carne dei poveri”) quintuplicò. La lana aumentò da 10 a 40 lire il kg. Gli angeli delle trincee: le crocerossine Nel 1908 fu istituito, per iniziativa delle Regina Margherita di Savoia, moglie del Re Vittorio Emanuele III, il Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa, che proseguiva le attività svolte dall’inizio dell’Ottocento dalle Dame della Croce Rossa. Durante la Grande Guerra furono arruolate migliaia di crocerossine. Nel 1915 erano 4.000, nel 1916 erano 6.000 e 10.000 alla fine del Conflitto. Secondo i dati ufficiali, 44 morirono (10 di Giorgio Giannini* Durante la Grande Guerra, in tutti i Paesi belligeranti, milioni di donne occuparono i posti di lavoro, lasciati dagli uomini chiamati alle armi, in tutti i settori: agricoltura, industria, servizi pubblici e impieghi privati. La Grande Guerra fu quindi un’occasione di emancipazione femminile. Infatti, la donna, da “angelo del focolare domestico”, acquisì un ruolo importante nell’economia nazionale. In Italia, alla fine del conflitto, nel novembre 1918, il 75% della produzione industriale era opera delle donne, molte delle quali erano impegnate anche nei tradizionali lavori domestici e per accudire i figli ed i genitori anziani. Però, le lavoratrici italiane, diversamente da quelle francesi, inglesi e tedesche, non solo erano pagate meno degli uomini che svolgevano le stesse mansioni, ma erano anche “guardate con sospetto”, e con pregiudizio morale, sia dai loro colleghi di lavoro, sia dall’opinione pubblica perché lavoravano in settori riservati fino ad allora agli uomini. Nell’agricoltura furono occupate circa 6 milioni di donne, che riuscirono negli anni del conflitto, grazie al loro impegno lavorativo, a non far scendere la produzione agricola sotto il 90% di quella prebellica. Nell’industria, le lavoratrici impiegate nell’industria tessile aumentarono del 60% in circa un anno, nel pieno dello sforzo bellico (da 651.000 dell’aprile 1916 a 1.240.000 nel maggio 1917). In particolare, nello stesso periodo, le lavoratrici nell’indu- * Docente, ha condotto numerose ricerche su temi storici e sociali, collaborando anche con il Museo Storico della Liberazione di Roma; autore di molti saggi con particolare attenzione ai temi dell’obiezione di coscienza e della Resistenza nonviolenta. È presidente del Centro Studi Difesa Civile. 4 | marzo - aprile 2016

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colpite a morte al fronte e le altre per malattia) e 3 furono prese prigioniere. La Crocerossina più famosa è Margherita Orlando, in servizio presso la III Armata, morta a Trieste di spagnola il 1 dicembre 1918 e sepolta nel Sacrario di Redipuglia, unica donna tra 100.000 soldati, 60.000 dei quali ignoti. Le crocerossine appartenevano in genere a classi sociali borghesi. Se erano coniugate dovevano chiedere l’autorizzazione del marito e le celibi quella del padre. Non potevano curare gli ufficiali, che erano accuditi dalle Infermiere Professionali della Croce Rossa o da Infermiere Religiose. Dovevano quindi occuparsi dei soldati semplici e per farsi “rispettare” avevano il grado di Ufficiale. I soldati non solo le rispettavano, perché vedevano in esse la moglie, la madre, la sorella, ma si affezionavano ad esse, come si legge nelle lettere di ringraziamento scritte dopo la guarigione ed il ritorno al fronte. Erano considerate dai soldati “angeli delle trincee”. Nelle cartoline illustrate dell’epoca, le crocerossine erano raffigurate “ben vestite e curate”, mentre si prendevano cura, assistendoli amorevolmente, dei feriti appoggiati ad alberi o sdraiati nel letto (pulito) di un ospedale. Da queste immagini quindi non si percepiva l’orrore della guerra; anzi trasmettevano una serenità quasi materna ed infondevano tranquillità. In verità, le crocerossine erano impegnate nell’assistenza dei feriti non solo negli ospedali delle città lontane dal fronte e nei treni ospedali, ma anche negli “ospedali da campo”, installati nelle immediate retrovie della prima linea, rischiando così la morte. Ciononostante, hanno sempre dimostrato un notevole coraggio ed una forte abnegazione al sacrifici. Le prostitute I bordelli militari furono istituiti fin dai mesi del conflitto ed erano molto diffusi sia nelle immediate retrovie del fronte, sia nelle cittadine in cui i militari erano inviati a passare un breve periodo di licenza dalla prima linea. La presenza dei casini militari era osteggiata dalla Chiesa Cattolica, ma i vertici militari li ritenevano indispensabili per sollevare il morale dei soldati e per distrarli dalle atrocità della guerra, dato che rischiavano ogni giorno la morte. L’attività dei casini militari era regolamentata dall’Esercito, che stabilì rigide norme igieniche sia per i locali, nei quali si esercitava la prostituzione, sia per gli “utenti”, che dovevano tenere certi comportamenti, pubblicizzati attraverso manifesti e volantini, sia prima che dopo il rapporto sessuale (ad esempio si consigliava di non orinare prima del rapporto, ma subito dopo, e di non baciare le prostitute). Ciononostante, le malattie veneree (dette “malattie celtiche”) erano molto diffuse, anche perchè molti soldati erano analfabeti e quindi non sapevano leggere. La sifilide, il “mal francese” (detto volgarmente “mal francioso”), provocava spesso la morte. Infatti, i soldati morti di sifilide furono 1.802 nel 1915, 1.810 nel 1916, 1802 nel 1917. Non si conosce invece il numero delle prostitute morte per le malattie veneree. Le prostitute avevano una carta di identità specifica, con il nome, lo pseudonimo e la foto. La maggior parte erano contadine o “serve domestiche”. Spesso non erano belle. Ciononostante, avevano sempre molti clienti perché i soldati non avevano scelta. Le prostitute erano sottoposte a visite mediche periodiche, anche quelle che esercitavano il meretricio “randagio”, cioè per strada. In questo caso, si trattava spesso di mogli, figlie e sorelle di soldati al fronte, che non sapevano Azione nonviolenta | 5

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come sopravvivere, dato che non avevano più il sostegno economico del loro congiunto, che era l’unico che lavorava. Queste donne, spesso riunite in gruppi familiari, aspettavano i clienti per strada, nelle retrovie del fronte. Questa situazione era talmente diffusa, che molti militari dubitavano della fedeltà della propria moglie, tanto da chiederle, nelle lettere, quale lavoro faceva per mantenere i figli e la “famiglia allargata” (composta dai genitori). In verità, i familiari dei militari al fronte, riconosciuti “bisognosi” da apposite Commissioni comunali, ricevevano un sussidio giornaliero, che era di lire 0,60 per la moglie e di lire 0,30 per ogni figlio minore di 12 anni, ma spesso il sussidio non era sufficiente per vivere. I figli con più di 12 anni potevano lavorare, per contribuire alla necessità economiche della famiglia, anche senza avere conseguito il prescritto livello minimo di istruzione, in deroga alle Leggi sulla protezione del lavoro minorile. Le prostitute ricevevano in media 80 clienti al giorno, con punte anche di 120 prestazioni. Davanti ai bordelli militari c’erano sempre lunghe file di soldati, in breve licenza dal fronte, in attesa del loro turno. La durata massima della prestazione sessuale era di 10 minuti. Il rapporto era quindi frettoloso ed i soldati dovevano togliere solo le giberne, per non danneggiare la pelle delle ragazze. La prestazione sessuale costava 1 lira e 50 centesimi. Pertanto, l’incasso medio della prostituta, o meglio della tenutaria del bordello militare, era di 120 lire al giorno (per 80 prestazioni). La prostituzione era quindi un grande business per chi lo gestiva, considerato che in Italia, nel 1915, il reddito medio annuo pro capite era di 718 lire. Il povero soldato, invece, per rischiare la vita al fronte, riceveva nel 1915 solo 50 centesimi al giorno: il soldo di 10 centesimi, più l’indennità di guerra di 40 centesimi. Quindi, per 10 minuti di piacere spendeva l’equivalente di tre giorni in prima linea! Le portatrici della Carnia Nella Zona di guerra della Carnia (Friuli) c’erano migliaia di soldati, che dovevano ricevere ogni giorno tutto quello di cui avevano bisogno: alimenti, munizioni e medicine. L’unico mezzo per raggiungere le postazioni militari in alta quota erano i tortuosi sentieri di montagna, che non si potevano percorrere neppure con i muli, ma solo a piedi. Pertanto, il trasporto delle merci doveva essere fatto “a spalla”. Furono quindi arruolate migliaia di donne della zona, da 15 a 60 anni, che conoscevano bene i sentieri di montagna, le quali portavano sulle spalle grandi gerle, contenenti 30-40 kilogrammi di merce di ogni tipo. Queste donne erano le portatrici, che facevano parte di un Corpo di ausiliarie, che non era militarizzato e quindi loro non erano soggette alla disciplina militare. Le portatrici avevano un libretto personale di lavoro nel quale erano segnati, dai militari addetti ai magazzini ed ai depositi militari ubicati delle retrovie, nel fondovalle, da dove si prelevavano le merci, sia le presenze giornaliere, sia i viaggi compiuti sia le merci trasportate. Le portatrici avevano un bracciale rosso, con stampato il numero del Reparto militare dal quale dipendevano. Ogni giorno, all’alba, si presentavano, in gruppi di 15-20 donne, al deposito o al magazzino militare da cui dipendevano, per caricare nelle gerle la merce loro assegnata e per portarla al Reparto stanziato in montagna, dopo una marcia di varie ore. Il percorso in salita, talvolta, superava il dislivello di mille metri. Il trasporto era molto difficile con la pioggia o peggio ancora con la neve. Ogni viaggio era pagato appena un lira e mezza, l’equivalente di una prestazione sessuale di 10 minuti di una prostituta! Sono state arruolate circa 1.300 portatrici, la maggior parte di cultura friuliana, ma alcune erano di lingua tedesca o slava. La portatrice più famosa è Maria Plozner Mentil, di Timau, ferita mortalmente da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916 e deceduta il giorno seguente. È l’unica portatrice caduta “in servizio”. Altre tre portatrici sono state ferite dagli Austriaci. Nel 1997, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ha conferito a Maria Plozner Mentil la Medaglia d’Oro al Valore Militare, alla Memoria. Lo stesso giorno, il Presidente ha consegnato alle portatrici ancora viventi, tutte novantenni, la Medaglia, in oro, dell’Ordine di Vittorio Veneto, istituito con Legge 18 marzo 1968, n. 263 (promulgata per il Cinquantennale della Grande Guerra). 6 | marzo - aprile 2016

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La guerra emancipa. Meglio la bicicletta Storie di cicliste, sportive e non, alla conquista della libertà sivamente anatomico e fisiologico”: il diritto è esteso a tutti gli uomini capaci di leggere e scrivere, con almeno 21 anni di età, anche analfabeti. Dopo la guerra il voto alle donne è nel programma non solo dei socialisti, ma dei popolari e dei fascisti. Sembra cosa fatta: il 9 marzo 1919 è approvato un ordine del giorno per l’ammissione delle donne al voto amministrativo e politico. La legge è approvata nel settembre alla Camera, ma non giunge al Senato e quindi decade, per la caduta anticipata della legislatura, dovuta all’occupazione di Fiume da parte dei legionari di D’Annunzio. Fiume era governata, mentre se ne reclamava l’annessione all’Italia, dalla Carta del Carnaro, che prevedeva il diritto di voto alle donne. Come promesso il Presidente del Consiglio Mussolini riconosce il suffragio femminile a partire dal voto amministrativo, ma la riforma degli Enti locali del 1925, non più elettivi, la rende inoperante. L’estensione del diritto del voto politico neppure si pone, venendo abolito anche per i maschi a partire dal 1928. Meglio la bicicletta Un contributo all’emancipazione della donna, senza gli esiti atroci di morti e sofferenze delle guerre, lo dà la bicicletta. Ce lo dice una che se ne intende: Susan B. Anthony (1820-1906) antischiavista in Usa, impegnata per i diritti delle donne e nel suo Paese e in Europa, con innumerevoli iniziative. Negli anni ‘60 dirigeva a New York il settimanale The Revolution, che aveva per motto “La vera Repubblica - gli uomini, i loro diritti e niente di più; le donne, i loro diritti e niente di meno”. Ascoltiamola, siamo nel 1896: “Lasciate che vi dica cosa penso dell’andare in bicicletta. Penso che la bici abbia fatto per l’emancipazione delle donne di più di ogni altra cosa al mondo. Dà alle donne la sensazione di libertà e di completa autonomia. Gioisco ogni volta che vedo in giro una di Daniele Lugli* È ripetuta affermazione, suffragata da qualche elemento, che una conseguenza, collaterale e benefica, della guerra sia il contributo all’emancipazione della donna oltre che sul piano sociale, per l’esperienza compiuta in ruoli di tradizione maschile, anche sul piano politico. Effettivamente, al termine del conflitto, l’ottenimento del suffragio femminile si registra nel 1918 in Austria, Germania, Irlanda, Polonia, Regno Unito, Russia, Ungheria, nel 1919 in Belgio Lussemburgo, Paesi Bassi e nel 1920 in Cecoslovacchia e Usa, dove pure era già presente in diversi Stati. Si allarga così il numero dei paesi nei quali sotto questo aspetto si afferma l’eguaglianza fra uomo e donna. Si nota l’assenza di Francia e Italia. In Francia il diritto di voto alle donne è riconosciuto nel 1792, per essere poi subito revocato. E, come in Italia, sarà esercitato solo dopo la seconda guerra mondiale. In Italia, nel Granducato di Toscana, le donne votavano fin dal 1848, sia pure con le limitazioni di censo comuni anche agli uomini. Pure in Lombardia e Veneto partecipavano alle elezioni amministrative. L’estensione al paese unificato della legge elettorale piemontese fa sparire queste esperienze. Voteranno, solo maschi, di almeno 25 anni, alfabeti e contribuenti per un minimo fissato di imposte: il corpo elettorale rappresenta circa il 2% della popolazione. Il suffragio maschile man mano si allarga e nel 1912 Turati, pressato dalla straordinaria Anna Kuliscioff, chiede che nella legge elettorale siano compresi “tutti gli italiani, indipendentemente da differenze di carattere esclu- * Presidente Emerito del Movimento Nonviolento. È, con Elena Buccoliero, curatore di questo numero monografico. 8 | marzo - aprile 2016

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donna pedalare… immagine senza ostacoli della libera femminilità”. Da poco si era conclusa l’impresa di Anne Londonderry Kopchovsky, che nel 1894, a 23 anni, compì in bicicletta il giro del mondo partendo da Boston raccogliendo una sfida con un ingente premio in palio. Il suo viaggio la rese un simbolo della lotta e della forza delle donne. Anche oggi le donne cicliste sono osteggiate e malviste adducendo ragioni di decenza, tradizionali, addirittura religiose. Non mancano iniziative, nel nostro Paese e in altri in cui questo comporta qualche rischio, che ne riaffermano gli aspetti di libertà e, in talune situazioni, il significato addirittura liberante. C’è un bel film, La bicicletta verde, di una regista di origine saudita, in cui questi aspetti sono trattati in modo convincente e delicato. In tema di donne, bicicletta e guerra, mi piace ricordare la molto intraprendente Alfonsina ‘Fonsina’ Strada (foto). Ciclista appassionata, riesce a iscriversi al Giro di Lombardia del 1917. Sono i giorni della sconfitta di Caporetto, trasformatosi in una rotta disastrosa, con la resa di molti reparti, il ritiro e lo sbando di altri, in qualche misura fermati da massicce fucilazioni senza processo, e la fuga della popolazione residente di fronte all’occupazione delle truppe nemiche. Mentre il fronte viene faticosamente a stabilirsi sul Piave, lo sport serve a tener su il morale. Così il 4 novembre Alfonsina Strada prende il via da Milano dove la gara si conclude dopo 204 chilometri. Sono in tutto 54 ciclisti: i campioni dell’epoca il belga Thys, che vince, il francese Pélissier e i nostri Belloni e Girardengo. La gara è dura: solo 29 la completano e 29ª è proprio la Strada, regolata in volata da Sigbaldi e Auge, giunti con lei a un’ora e mezzo dal primo. La guerra è appena finita e di nuovo il 10 novembre del 1918 la Strada è al giro di Lombardia, questa volta di 256 chilometri. Di 49 iscritti se ne presentano 36 e concludono la corsa in 22. Vince Belloni, la nostra ciclista è in un gruppetto a 23 minuti dal vincitore, lo conduce Aimo che si colloca al 16° posto. Nello sprint finale la Strada batte Colombo, che chiude così la classifica. Nel 1924 Alfonsina parteciperà anche al giro d’Italia. Una dimostrazione per negazione del carattere emancipatorio dell’uso della bicicletta lo fornisce il ferocissimo Esercito di Resistenza del Signore. Sotto la direzione di uno stregone Kony, ricercato per ogni tipo di atrocità - stermini, riduzione in schiavitù, bambini soldato - da vent’anni imperversa a partire dall’Uganda, ma pure nella Repubblica Centrafricana, in Sud Sudan e in Congo. L’ideologo, che vuole una rigorosa applicazione dei dieci comandamenti, interpretati secondo i peggiori portati delle tradizioni animiste e delle letture monoteiste, ne ha aggiunto un undicesimo che vieta appunto l’uso della bicicletta. La contravvenzione è severamente punita con l’amputazione di gambe o natiche. Naturalmente il peccato delle donne è più grave. Confermo: per l’emancipazione, meglio la bicicletta della guerra. Azione nonviolenta | 9

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Donne internazionaliste contro la guerra L’impegno della stilista milanese Rosa Genoni va a dover gestire il sentimento interventista di una minoranza, contrapposto alla sua stessa tradizione, scegliendo il neutralismo. Ovviamente alcune realtà rimangono coerenti, come il movimento anarchico – fatta eccezione per un piccolo gruppo che si staccò – e per un gruppo di donne. La spaccatura fra internazionalisti e nazionalisti la ritroviamo anche nell’associazionismo femminile. Molti gruppi si impegnano infatti pienamente nel sostenere lo sforzo bellico, convinti di ottenere in cambio diritti sociali e politici. Dalla parte opposta donne che, soprattutto a sinistra, hanno recepito il discorso internazionalista, scegliendo di riconoscersi in quanto tali al di là della classe sociale e della nazionalità. L’International Women Suffrage Alliance e la Conferenza dell’Aja - 1905 Un’esperienza in particolare rimane coerente agli ideali antimilitaristi nei quali si è formata, nonostante il movimento socialista di riferimento sbandi di fronte alla Prima guerra mondiale, quella dell’IWSA (International Women Suffrage Alliance), riunitasi la prima volta nel 1902 negli Stati Uniti d’America per chiedere pari opportunità sociali, politiche ed economiche per le donne. Gli incontri dell’IWSA si tengono ogni due anni circa. Fra un appuntamento e l’altro i contatti avvengono tramite lettere, articoli, riflessioni condivise da un capo all’altro del mondo occidentale. Lo scoppio della guerra ovviamente pone al centro della riflessione la questione della mobilitazione generale, cui sono contrarie, e l’impossibilità di incidere sui rispettivi governi per la mancanza del diritto di voto. Le aderenti all’IWSA sono consapevoli che i piccoli passi verso l’emancipazione, compiuti nei decenni precedenti, rischiano di retrocedere a causa delle politiche emergenziali dettate dal conflitto. Stanche di essere considerate unicamente produttrici di figli e di assistenza, ancor più con la mobilitazione, di fronte alla cultura di Gemma Bigi* C’erano una volta – è proprio il caso di scrivere così - uomini, partiti, movimenti che credevano all’uguaglianza degli esseri umani senza distinzioni di razza, provenienza e, talvolta, anche di sesso. Il termine Internazionalismo è diventato d’uso comune in politica nell’Ottocento grazie a movimenti come il socialista e l’anarchico, che volevano unire gli esseri umani in quanto tali, in quanto sfruttati al di là dei confini degli stati e dei potenti, insomma: al di là delle differenze nazionali. Inevitabilmente l’internazionalismo – per sua natura antimilitarista – è agli antipodi rispetto al nazionalismo, che si sviluppa parallelamente, nato sia come anelito di liberazione di un territorio da un controllo straniero – Patriottismo – sia come ideologia di supremazia di uno stato su di un altro. L’Italia, dopo il patriottismo risorgimentale culminato con l’Unità nel 1861, volendo giocare al tavolo delle grandi potenze, ha dato inizio a campagne coloniali in Abissinia nel 1895 e in Libia nel 1911. Con tali guerre di conquista lo scontro tra nazionalisti e internazionalisti diviene centrale nel dibattito pubblico, esasperandosi fino a episodi tragici come i fatti di Reggio Emilia del febbraio 1915. Fintanto che si trattò di guerre coloniali, cioè di conquista di territori in un altro continente, contro popoli deboli, fu più facile per i partiti e movimenti internazionalisti rimanere fermi sulle proprie posizioni antimilitariste; diverso quando con la Prima guerra mondiale si andò a toccare la pancia del sentimento di appartenenza: l’irredentismo, il proprio dovere da fare ecc. Il fronte pacifista e antimilitarista si spacca. Lo stesso partito socialista, anche in Italia, si tro- * Ricercatrice e collaboratrice della Scuola di Pace di Reggio Emilia 10 | marzo - aprile 2016

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guerresca e machista vogliono contrapporre una cultura di pace e di solidarietà fra i popoli. Così l’IWSA decide di riunirsi nonostante la guerra in corso, anzi, a maggior ragione, in un paese neutrale: l’Olanda. Le donne che si danno appuntamento all’Aja nell’aprile del 1915 portano una riflessione peculiare sulle relazioni fra stati a partire dal conflitto mondiale, e gettano le basi per la prima organizzazione internazionale pacifista femminile: la Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), attiva ancora oggi. Uno degli aspetti sicuramente più interessanti è che è l’unica grande associazione femminile del tempo a non essere nata dalla federazione di gruppi nazionali, bensì dall’autoconvocazione delle donne in quanto tali, impegnate nelle organizzazioni emancipazioniste. Si partecipa al congresso per delega e ogni realtà può indicare due rappresentanti. Arrivarono donne da ogni dove con l’obiettivo di confrontarsi e dare il proprio contributo per la diffusione di una cultura di pace, sciogliendo i nodi che innescano e avevano innescato scenari di guerra. Così leggiamo nel bollettino dell’IWSA: “Noi, le donne del mondo, vediamo con apprensione ed angoscia la situazione presente in Europa che rischia di coinvolgere l’intero continente, se non l’intero mondo, nei disastri e negli orrori della guerra. In questa terribile ora, quando il destino dell’Europa dipende da decisioni che noi donne non abbiamo il potere di formare, noi, assumendo le responsabilità che ci vengono dall’essere madri delle generazioni future, non possiamo rimanere passive. Benché siamo sul piano politico prive di potere, richiamiamo con forza i governi e coloro che questo potere detengono nei nostri differenti paesi ad allontanare il pericolo di una catastrofe che non avrà paragone. In nessuno dei paesi immediatamente coinvolti nella minaccia della guerra le donne hanno il potere diretto di controllare i destini del loro paese. Esse si trovano sul margine di una posizione pressoché insostenibile, vedere le case, le famiglie, i figli soggetti non soltanto al rischio ma alla certezza di un immane disastro che esse non possono in nessun modo allontanare o impedire. Qualunque ne sarà il risultato, il conflitto lascerà l’umanità più povera, segnerà un passo indietro nel progresso della civiltà e costituirà un grande scacco nel graduale miglioramento delle condizioni delle grandi masse e delle persone da cui dipende il reale benessere delle nazioni. Noi donne di ventisei paesi, che ci siamo unite nell’ International Women’s Suffrage Alliance con l’obiettivo di ottenere strumenti politici per condividere con gli uomini il potere che determina il destino delle nazioni, ci appelliamo a voi perché non lasciate intentato nessun metodo di conciliazione o di arbitraggio per risolvere le controversie internazionali, nessun metodo che possa aiutarci a prevenire l’annegamento nel sangue di metà del mondo civilizzato”. (Jus Suffragii. Monthly organ of the International Woman Suffrage Alliance, vol.8, n.13, September, 1914) Le partecipanti e le loro risoluzioni All’Aja si ritroveranno in 1.136 delegate (arriveranno a 2.000 nei momenti pubblici), attraversando oceani, frontiere, un continente in guerra, con il rischio di essere accusate di tradimento dai rispettivi governi. E dobbiamo immaginarcele viaggiare con i loro “gonnoni”, bustini, bauli, libri, giornali, seguite da sguardi di riprovazione e derisione. La partecipazione fu la seguente: Paesi Bassi: 1.000 delegate; Austria: 6; Belgio: 5; Canada: 2; Danimarca: 6; Germania: 28; Inghilterra: 3; altre 180 rimasero bloccate a Dover per la chiusura delle frontiere; Italia: 1; Norvegia: 12; Stati Uniti: 47; Svezia: 16; Ungheria: 10; Francia: 0 (nelle testimonianze non si approfondisce il motivo di tale assenza, probabilmente, poiché la Francia era invasa, le delegate non vollero o non riuscirono a partecipare). Era presente anche un’armena, M.me Toumadine, mentre era in corso il genocidio del suo popolo. Fra le delegate troviamo diversi futuri premi nobel per la pace: Jane Addams, Emily Greene Balch, Aletta Jacobs. Il congresso ha inizio il 28 aprile e dura fino al 1 maggio 1915. Le lingue utilizzate per gli incontri sono l’inglese, il tedesco e il francese. Il primo gesto, simbolico, delle donne riunitesi è di abbracciarsi volendo dimostrare – anche ai giornalisti presenti – l’assoluta estraneità al conflitto in corso, alle divisioni nazionali. Seguono giorni di dibattiti e confronti. Sono escluse attività mondane e di intrattenimento; si vuole utilizzare appieno ogni momento per confrontarsi. Durante il giorno si riuniscono tavoli ristretti di lavoro e la sera avviene la restituzione e il dibattito. Tutte le decisioni sono prese all’unanimità esercitando “il punto di vista dell’altro”, la sintesi. Per dare l’idea non solo dell’impegno quanto Azione nonviolenta | 11

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della capacità di sognare “alto”, ecco alcune delle 14 risoluzioni approvate: la dura condanna della guerra; condanna dei trasferimenti territoriali discrezionali; i governi devono assumere il controllo della manifattura delle armi per un progressivo disarmo generale; i paesi neutrali devono immediatamente attivarsi per avviare trattative di pace; i paesi neutrali devono porre l’embargo sulle armi e le munizioni destinate alle nazioni in guerra; si deve creare un organo internazionale per risolvere dispute senza più ricorrere allo scontro armato, organo che eviti di fare gli interessi particolari di alcuni gruppi favoriti dalla guerra a scapito delle masse. Quest’ultima risoluzione coglie il suggerimento giunto al congresso da Paolina Schiff in una lettera di saluto e contributo. Schiff, che probabilmente non prese parte al congresso per l’età (74 anni), è una di quelle figure ormai dimenticate, all’epoca grande punto di riferimento per le femministe. Italiana d’adozione, docente di lingua e letteratura tedesca all’università di Pavia, socialista, Schiff scrive alle compagne della necessità di creare una federazione europea di stati, senza dogane, che facciano gli interessi di pochi a danno di molti. Altre risoluzioni significative furono la necessità di riconoscere il voto alle donne, segno di progresso e civiltà e l’invito ad educare le giovani generazioni alla pace, adottando così l’antimilitarismo come valore necessario di una società evoluta. Al termine dei lavori, il primo maggio, vengono create due delegazioni, espressione dell’assemblea, affinché vadano dai governi dei paesi – belligeranti e non – per presentare le risoluzioni del congresso e chiederne l’applicazione. Per due mesi, dal maggio al luglio 1915, le delegazioni incontrano i Capi di Stato, insistendo per l’inizio immediato di trattative di pace. Ovviamente senza successo. Tuttavia non demordono. L’impegno al termine della guerra Al termine della guerra, mentre le potenze europee sono riunite a Parigi, organizzano un congresso parallelo a Zurigo, per confrontarsi sull’impostazione degli accordi di pace e per sottoporre il loro punto di vista ai potenti, facendo pressione sulle decisioni da prendere. Di fatto dimostrarono molta più lungimiranza e senso della realtà degli uomini. I trattati ufficiali rispecchiarono la mentalità ottocentesca dei capi di stato riunitisi, la volontà punitiva. Le donne si concentrano invece su aspetti pratici, chiedendo un pronto intervento per scongiurare carestie ed epidemie nei paesi colpiti dalla guerra; condannando le misure punitive nei confronti della Germania; auspicando il rispetto dei 14 punti di Wilson e l’inserimento nei trattati di pace di una “Carta delle donne”, per sancire la parità dei sessi sia sul piano politico, economico che sociale. Questa “Carta” viene promulgata a Zurigo dove, fra l’altro, viene formalizzata la nascita della WILPF. Fra i vari temi affrontati nelle risoluzioni anche quello delle violenze sessuali compiute dai soldati. Dello stupro di guerra si occupano pure i governi, poiché è la sola sofferenza femminile ad avere riconoscimento pubblico, anche se strumentale, mentre il dolore per la perdita di persone care era considerato dovuto alla patria. Ven- 12 | marzo - aprile 2016

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nero create commissioni di inchiesta che però si fermarono alla documentazione del fenomeno. Rosa Genoni, delegata italiana all’Aja Il contributo del pacifismo italiano viene portato all’Aja da un’unica delegata: Rosa Genoni (foto), all’epoca un’affermata stilista ricordata, oggi, solo da chi studia storia del costume e come la creatrice del made in Italy: ma fu anche un’appassionata militante politica, dimenticata come tante sue compagne di lotta. Nata nel 1867 in provincia di Sondrio, Rosa è prima di 18 figli di un’umile famiglia, che in pochi anni emigrerà per la maggior parte in Australia. La dura e discriminata condizione femminile nel mondo del lavoro sarà un tema costante del suo attivismo, che procede parallelamente alla sua ascesa professionale. Nel 1886 si trasferisce a Nizza per due anni dove impara tecniche di sartoria all’epoca in voga. Tornata a Milano, convinta sostenitrice di una moda legata alla cultura italiana, riprende a frequentare i circoli socialisti stringendo una forte amicizia con Anna Kuliscioff. L’impegno per l’emancipazione femminile la porta a dedicarsi all’insegnamento alla Scuola professionale femminile dell’Umanitaria. Come delegata della scuola Rosa sarà al Primo congresso delle donne italiane a Roma nel 1908. In questi anni arriva all’apice della carriera con l’esposizione internazionale di Milano del 1906 e l’esposizione industriale di Torino nel 1911, che la vedono fra le più applaudite protagoniste e innovatrici. Allo scoppio della prima guerra mondiale scrive su L’Avanti, su La difesa delle lavoratrici, scagliandosi sia contro gli interventisti che i neutralisti. Disegna manifesti antimilitaristi, si attiva in prima persona per i profughi italiani in arrivo alla stazione di Milano dal Belgio invaso. Genoni fa anche parte di una delle delegazioni incaricate all’Aja di incontrare i Capi di Stato, impegno che non concluderà per l’entrata in guerra dell’Italia che la costringe a rientrare. Rosa aveva a casa una figlia piccola, Fanny, e un compagno, Alfredo Podreider, conosciuto tramite l’amico comune Pietro Gori, il poeta anarchico, compagno che sposerà una volta morta la madre di lui, fortemente contraria a questa ragazza emancipata, disposta ad avere una figlia fuori dal matrimonio. Rosa è anche a Zurigo, dove chiede di inserire nelle risoluzioni la riforma dei testi scolastici di storia, per porre l’accento sugli aspetti economici e sociali piuttosto che politico-diplomatici. Dopo il congresso dell’Aja sarà presidente della WILPF italiana con sede, date le condizioni generali, nella sua casa di Milano. A causa del suo impegno Rosa sarà spesso diffidata e controllata dalle autorità. Con l’avvento del fascismo, rifiutando di prendere la tessera del partito per insegnare, si ritirerà a vita privata. La sezione italiana della WILPF continuerà la sua attività fino ad oggi, andando però incontro ad una sempre minore incisività e visibilità. Una storia in gran parte dimenticata Il pacifismo e l’antimilitarismo femminile furono una scelta politica vera e propria, portata avanti con tutte le sue conseguenze. Le donne partecipavano alle manifestazioni, ai comizi, anzi, tenevano esse stesse comizi. Tuttavia questo impegno è quasi sempre stato semplificato in modo rassicurante per lo status quo, riducendolo a connaturato alla natura materna, trascurando tutta una tradizione di attivismo. I vent’anni di fascismo poi hanno fatto dimenticare nomi, biografie, le lotte cosiddette di genere, tant’è che le ragazze della Resistenza non conoscevano coloro che le avevano precedute e non ebbero modelli cui ispirarsi al di fuori dalle mura domestiche o dalla letteratura. Anche nel racconto pubblico la storia dell’emancipazione femminile in Italia sembra avere come anno zero il 1943 e la Resistenza. Ecco dunque che non abbiamo praticamente mai sentito parlare del congresso pacifista del 1915, della tradizione di impegno che accomunava a livello internazionale militanti di diverse generazioni e provenienza. Così, visto con gli occhi di oggi quel congresso può sembrare solo un sogno. Tuttavia se lo guardiamo con gli occhi di quelle attiviste, probabilmente potremmo riuscire a vedere l’Aja come un punto di arrivo degno a tutti gli effetti di entrare nei manuali scolastici. L’obiettivo: recuperare pezzi di un’evoluzione sociale per progredire, poiché vale sempre la pena dire ciò che si pensa e agire di conseguenza. Per questo motivo, concludo citando una grande pensatrice e attivista anarchica, Emma Goldman - contemporanea di quelle qui raccontate ma che non vedeva nel diritto di voto la chiave di volta – la quale ha così sintetizzato, provocatoriamente, la necessità di un impegno di genere: “Non c’è proprio bisogno che le donne tengano sempre le gambe aperte e la bocca chiusa”. Azione nonviolenta | 13

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Alda Costa, “la serena insistente per la verità” Una maestra straordinaria, socialista, nonviolenta giro per l’Europa in guerra, in Germania, dove il nostro Karl Liebknecht vuole la sollecita pace senza conquiste e senza umiliazioni, e vede la sua coerenza esaltata dall’olandese Enrica Rolland Holst, ben nota per i suoi scritti marxisti, in Inghilterra, dove il giornale del Partito indipendente del Lavoro accoglie un articolo di Franz Mehring contro la guerra e si oppone alla politica ufficiale del Labour Party, in Francia dove Nicod e sindacalisti vari chiamano all’unità di classe e alla collaborazione con i compagni tedeschi”. 21 febbraio 1915 “Contro tutti gli imperialismi”: condivide un’analisi di G.B. Shaw che denuncia le responsabilità inglesi, non minori di quelle tedesche nello scatenarsi della guerra e conclude: “Ai lavoratori noi non ci stancheremo mai di gridare: Guerra al militarismo e all’imperialismo di tutti i paesi!”. 7 marzo 1915: la relazione politica della Federazione provinciale socialista: è presentata da Alda Costa al Congresso del febbraio e approvata all’unanimità. Si conclude con un paragrafo, “La guerra”, nel quale ricorda “la coerente azione di opposizione condotta fino alla manifestazione del 21 corrente che riuscì davvero meravigliosa e dimostrò l’irreducibile avversione dei socialisti e dei lavoratori all’intervento dell’Italia nel conflitto”. 1 agosto 1915 “Dolore”: La storia di un vecchio stremato e sua nuora, costretta a trascurare i figli piccoli, che sostituiscono nel lavoro dei campi il figlio e marito, che è al fronte. Da questi si attende una lettera che non arriva, e questo spinge la donna alla pazzia. Non conosciamo il finale, per intervento della CENSURA, ma intuiamo che non sia felice. Più corposo sarà l’intervento della censura sul numero del 27 febbraio 1916 che riporta la relazione di Alda per il Congresso provinciale. Il paragrafo sulla “Lotta elettorale” è interrotto da ben tre CENSURE, un’altra è apposta al capo di Daniele Lugli Alda Costa, nata a Ferrara il 26 gennaio 1876 e morta nel carcere di Copparo il 30 aprile 1944, è una maestra, socialista, pacifista, o meglio, nonviolenta. “Persuasa della tramutazione nonviolenta” e “serena insistente per la verità” la qualifica Silvano Balboni, che conosce il significato di quelle affermazioni. Balboni è infatti nel dopoguerra e fino alla morte precoce nel 1948 (a soli 26 anni) certamente il più vicino a Capitini, nella promozione in Italia dell’esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, nella diffusione dell’obiezione di coscienza, nella promozione di un movimento schiettamente nonviolento, internazionalmente collegato, e di un profondo rinnovamento religioso. Contro la guerra La guerra distrugge l’Internazionale socialista e lacera il Partito. Contro la guerra, contro la sua preparazione, l’impegno di Alda è costante. Riporto qualche esempio tratto dal periodico della Federazione socialista e Camera del Lavoro, ferraresi. Su La Bandiera Socialista si susseguono gli articoli contro l’entrata in guerra dell’Italia: 27 dicembre 1914 “Natale: è il natale socialista che può inverare la leggenda di Cristo...il sogno di giustizia…il simbolo di ribellione…di rivendicazione dei diritti…dalle chiese diminuito, assoggettato alle proprie interpretazioni, falsato…Il verbo del socialismo può far tacere cupo e lugubre il rombo del cannone narrante la sua canzone di morte e il sibilo sinistro delle palle fratricide”. 24 gennaio 1915 “Sventura e colpa: sventura è il terremoto del 13 gennaio che ha raso al suolo Avezzano e ha fatto oltre 30 mila morti; colpa è volervi aggiungere il male della guerra tremendo, più lungo, più irreparabile, produttore di mali maggiori, supremamente dannoso alla causa nostra”. 7 febbraio 1915 “Sintomi confortatori: ne coglie in 14 | marzo - aprile 2016

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“Per l’azione civile”, l’ultima infine è al paragrafo “Ancora per salvare il partito”. Dal contesto si desume chiaramente che sono tutte relative ad affermazioni sulla guerra. Sempre su La Bandiera Socialista, il 6 agosto 1916, è riportato il suo ricordo di Jean Jaurès in occasione dell’intitolazione del circolo giovanile di Bondeno al socialista francese. Parla dell’oppositore alla guerra che, ancora, all’ultimo incontro dell’Internazionale socialista a Bruxelles, aveva invocato lo sciopero generale dei lavoratori francesi e tedeschi due giorni prima di essere ucciso, il 31 luglio 1914, da un giovane nazionalista. Vendicarlo è rendere impossibile la guerra, almeno in futuro con “quell’azione simultanea che egli ha con tanto ardore e tanta fede predicata” affinché “l’esercito dei lavoratori di tutto il mondo si ponga come una barriera insuperabile in faccia alla barbarie borghese”. Ancora su La Bandiera Socialista del 10 settembre 1916 riferisce sull’intervento della Costa al primo congresso dei giovani socialisti ferraresi. Due sono le questioni cui è dato particolare risalto: l’emancipazione economica, sociale e intellettuale delle donne, che il Partito trascura “lasciando ad esse ignorare che cosa sia il socialismo” e l’educazione infantile, quasi monopolio clericale, con “sistemi educativi che offendono la libera coscienza del fanciullo […]. Le correnti guerraiole inquinano la scuola e la fanno diventare fucina delle future guerre”. La buona scuola della maestra C’è poi un episodio, collegato proprio all’educazione dei fanciulli, che mi pare meriti una più dettagliata esposizione. Per la maestra Alda Costa nell’educazione attiva e critica che propugna, rientra l’educazione alla pace, anche in periodo di obbligato nazionalismo, in piena guerra. A un film sulla presa di Gorizia, proiettato a Ferrara per le scuole elementari, il 26 marzo 1917, lei non porta la sua classe, un gesto per il quale sarà duramente in vario modo attaccata, ed invita le colleghe a fare altrettanto: “Colleghe, ci si invita a condurre gli scolari alla rappresentazione cinematografica della presa di Gorizia. Il che vuol dire andare ad assistere a scene di ferocia e di sangue che non mancheranno di impressionare vivamente le giovani fantasie, inclini per atavismo e per educazione alla violenza. Ciò non significa fare del patriottismo, è preparare inconsciamente o no delle future guerre: contribuire ad accrescere la dolorosa statistica della delinquenza minorile. Mostriamoci degne del nome di educatrici rifiutandoci. È tempo che nell’indirizzo educativo della scuola si faccia sentire il nostro pensiero e si faccia pesare la nostra volontà”. La cosa non sfugge alla stampa locale. La Provincia di Ferrara, “quotidiano della democrazia” (!), già il 27 marzo pubblica L’atteggiamento antipatriottico di un’insegnante: “La cosa ci sembra meriti il più severo giudizio e l’attenzione delle autorità […] siccome il suo atto è di propaganda antipatriottica e fatto Azione nonviolenta | 15

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