Nero inchiostro, di Sara Fenara

 
no ad

Embed or link this publication

Description

Anteprima

Popular Pages


p. 1



[close]

p. 2



[close]

p. 3

EDU Edizioni DrawUp www.edizionidrawup.it Collana Rosso e Nero

[close]

p. 4

Collana Rosso e Nero NERO INCHIOSTRO di Sara Fenara Proprietà letteraria riservata ©2016 Edizioni DrawUp Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421 Email: redazione@edizionidrawup.it Sito: www.edizionidrawup.it Progetto editoriale: Edizioni DrawUp Direttore editoriale: Alessandro Vizzino Grafica di copertina: AGV per Edizioni DrawUp I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. ISBN 978-88-98980-97-0

[close]

p. 5

Sara Fenara NERO INCHIOSTRO

[close]

p. 6



[close]

p. 7

Dedico questa raccolta di racconti a mia madre che mi ha sempre spronato a cercare la mia strada.

[close]

p. 8



[close]

p. 9

UNA NOTTE ALLO STARK MOTEL PROLOGO L’uomo se ne stava seduto, immobile, su quella sedia da ore e ore. Dalla finestra dell’appartamento una luce estiva, intensa, illuminava i pochi e malandati mobili che arredavano la stanza: un letto sfatto; un vecchio armadio; un tavolo ingombro di vari oggetti e una parete piena di fotografie. Con lo sguardo assente ma allo stesso tempo penetrante, l’uomo sembrava studiare, una a una, le fotografie. Ritraevano disparati paesaggi: una fattoria in campagna; un distributore di benzina nella nebbia; un motel sotto la pioggia; una via di case illuminate durante le feste di Natale. Nella stagnante immobilità della stanza, un unico movimento: lo sbattere quasi impercettibile delle sue palpebre; leggere, iridescenti ali di libellula. 7

[close]

p. 10

NERO INCHIOSTRO __________________________________________________________________ 1. «Cazzo!» urlò Ellen infastidita dall’ennesimo bip del cellulare. Quel suono l’avvisava che di lì a poco la batteria si sarebbe scaricata del tutto, privandola della possibilità di una veloce chiamata in caso di bisogno; cosa che non la entusiasmava particolarmente. Naturalmente la meticolosità con cui la sera prima aveva preparato la valigia per il viaggio non l’aveva esentata dal dimenticarsi di prendere con sé anche il caricabatterie. Staccò momentaneamente lo sguardo dalla strada e lanciò un’occhiataccia al display, appena in tempo per veder esalare l’ultimo lampo di luce verde prima di spegnersi definitivamente. Odiava viaggiare con tutta se stessa, se fosse stato per lei sarebbe rimasta comodamente a scrivere nel suo studio con la sua affezionata gatta Paloma accovacciata ai suoi piedi. Purtroppo, come le aveva più volte ripetuto la sua editrice, non poteva permettersi il lusso di non presenziare agli eventi promozionali dei suoi libri, se voleva in qualche modo portare a casa la pagnotta. Quella notte, poi, ci si era messo pure il temporale autunnale a peggiorare la situazione! Guidare l’auto era, più del solito, una snervante agonia: maledizione, non riusciva a vedere più in là di pochi metri, da quanto la pioggia batteva fitta e incessante sui vetri. «Merda! Devo assolutamente farmi passare questa insensata, bastarda paura di volare!» mugugnò tra sé e sé esasperata, tentando di scrollarsi di dosso un’acuta sensazione di inadeguatezza che, in quel momento - sola, lontana da casa, in piena notte e sotto il temporale la faceva sentire una perfetta idiota. Sempre la stessa storia: ogni volta che partiva per un viaggio si riprometteva che avrebbe definitivamente risolto quell’insopportabile fobia, ma, poi, al ritorno, appena infilata la chiave nella toppa 8

[close]

p. 11

Sara Fenara __________________________________________________________________ della serratura di casa, veniva immancabilmente colta da quella che i medici definivano perdita di memoria a breve termine... promesse da marinaio. E così, a ogni nuova partenza, si ritrovava, irritata e riluttante, al volante di un’auto che detestava, costretta a sorbirsi chilometri e chilometri di grigio asfalto. «Fanculo!» sbuffò tornando a perlustrare la strada davanti a sé. Nonostante procedesse a poco più di venticinque miglia orarie, l’estenuante diluvio, che sembrava uscito da un passo dell’Antico Testamento, non le permetteva di focalizzare bene la strada. Inoltre il fatto che fosse una notte cupa, senza luna e nera come il buco dell’inferno, non le era certo d’aiuto. «Stramaledetta paura di volare!» borbottò nuovamente a bassa voce, aguzzando la vista tra i frenetici movimenti del tergicristallo. Dio, quanto adorava restarsene a casa a scrivere la notte: questa era la sua vera vita! Nel silenzio del suo adorato studio, insieme al battere incessante delle sue dita sulla tastiera del computer, si sintonizzava su un unico, rilassante rumore: le fusa di Paloma beatamente accoccolata ai suoi piedi; che delizia! Purtroppo, essere una scrittrice di successo aveva anche i suoi inconvenienti, quelli che la sua editrice aveva denominato con estrema semplicità: inevitabili viaggi promozionali. Ecco, quello era, appunto, un inevitabile viaggio di ritorno dal suo ultimo inconveniente: la promozione del suo nuovo avvincente thriller a tinte forti, che in un batter d’occhio era schizzato veloce come un razzo in vetta alla classifica dei libri più venduti dell’anno. Avvolta nei suoi fastidiosi pensieri, respirò profondamente cercando di rilassarsi: era ormai notte fonda e il forte temporale non ne voleva sapere di calmarsi; prese, quindi, la decisione di fermarsi al primo motel che avrebbe incontrato lungo la strada. «Cara amica mia, stanotte faremo festa insieme io e te» bofonchiò sconsolata verso la bottiglia di tequila accovacciata al posto di Paloma sul sedile del passeggero. «Ellen e Tequila, proprio come Thelma e Louise!» aggiunse poi accendendosi una sigaretta e soffiando con complicità una boccata 9

[close]

p. 12

NERO INCHIOSTRO __________________________________________________________________ di fumo verso la sua inseparabile compagna di viaggio. Dopo pochi chilometri scorse le luci di un motel. Stark Motel, camere libere, recitava un malconcio cartellone, gigantesco e decrepito come lo schermo di un vecchio drive-in in disuso. Una volta raggiunto il parcheggio del motel, spense il motore e si guardò attorno incerta: un piazzale enorme, dall’aspetto tetro e abbandonato, completamente vuoto, fatta eccezione di un pick-up bianco mal parcheggiato davanti alla porta d’ingresso, probabilmente appartenente al gestore del motel. «Cazzo, che razza di posto!» sbuffò pervasa dalla voglia di riaccendere il motore e andarsene. Ma non appena fece il gesto di girare le chiavi per ripartire, sentì che i suoi occhi erano ormai troppo stanchi per continuare a guidare nel buio e sotto quel dannato temporale. «Ok, tanto ci sei tu con me, vero, amica mia?» sospirò mettendosi sottobraccio la bottiglia di tequila. «E allora: chi se ne frega! Caschi pure il mondo, stanotte io e te faremo baraonda!» poi scese dall’auto e corse sotto la pioggia verso la reception, pregustando il tiepido e avvolgente abbraccio che Louise, tequila d’eccezione, le avrebbe piacevolmente e generosamente regalato, strappandola finalmente dal freddo e dalla malinconia. 10

[close]

p. 13

Sara Fenara __________________________________________________________________ 2. Un’ondata di caldo artificiale la tramortì come uno schiaffo in piena faccia e quasi le tolse il fiato. La stanza adibita a ricevere i clienti sembrava un rifugio di caccia di uno sperduto paesino del Vermont. Teste dei più svariati animali erano malamente distribuite sulle pareti, le quali, del loro bianco colore originario, conservavano soltanto un lontano ricordo. Nei due angoli adiacenti alla porta d’ingresso, due stufe a legna, nere come petrolio, divoravano famelicamente i ceppi che il proprietario, o chi per lui, aveva loro generosamente offerto. Nel centro della stanza troneggiava una possente e logora scrivania in legno massello: enorme, spoglia, con sopra unicamente un campanello arrugginito e... E che diavolo è mai quello? Un topo morto in un barattolo ricolmo di liquido verdognolo! inorridì Ellen staccando istintivamente i gomiti che aveva appoggiato sulla scrivania per riposarsi un po’. Si guardò poi attorno sconcertata: del titolare, nessuna traccia; di un portiere, o di un facchino, o di un qualsiasi altro mezzo squilibrato infreddolito che avesse scelto di lavorare in quel tugurio, neppure. «Boh, forse non c’è nessuno in questa catapecchia...» mormorò tra sé e sé continuando a guardare smarrita qua e là. Poi un pensiero le attraversò fulmineo la mente: sì, forse avrebbe fatto ancora in tempo a correre verso l’auto e andarsene in cerca un altro motel. Sì, subito, ora: prima che il tanfo di muffa e di formaldeide avesse la meglio su di lei e sul suo disperato tentativo di trattenere nello stomaco l’hamburger mangiato un’ora prima. «Un attimo, arrivo!» Una voce ansimante si fece strada dalla piccola porta, aperta, dietro la scrivania, seguita da un rumore roboante che poco lasciava al11

[close]

p. 14

NERO INCHIOSTRO __________________________________________________________________ l’immaginazione. «Al diavolo, ho finito la carta igienica!» Un uomo pelle e ossa sbucò dalla porticina. «Oh! Buonasera, signorina! Desidera una camera?» chiese poi con tono mellifluo piantando i suoi occhi da gufo, incavati in un volto pallido e scheletrico, sui fianchi di Ellen. Anche lei lo squadrò, a fondo ma con discrezione, e quel che vide le provocò più nausea del tanfo di muffa. L’uomo indossava una canottiera bianca con una grossa chiazza di unto sul petto e dei pantalonacci da lavoro. I suoi capelli brizzolati e pieni forfora quasi sicuramente non vedevano lo shampoo da tempo immemore. Il pallore della sua pelle era cadaverico, mentre i denti, l’indice e il medio della mano destra avevano un colore disgustosamente giallognolo, la cui gradazione si avvicinava pericolosamente al paglierino. Devo assolutamente smettere di fumare, pensò Ellen soffermandosi in particolar modo sui denti che l’uomo ora le stava mostrando in un largo, ammiccante sorriso maleodorante. «Ehm... sì... una camera...» sussurrò poi abbassando per un attimo la testa cercando di nascondere il suo ribrezzo. Cristo, era troppo stanca: no, non sarebbe stato saggio rimettersi in cammino a quell’ora. «Bene, bene, bene, vediamo un po’ se abbiamo una camera libera...» disse lui di rimando, fingendo di consultare un inesistente registro sulla scrivania. Poi, alzando di scatto la testa, sornione ridacchiò: «Ah, ah, scherzetto!» Infine si sporse verso Ellen e con aria penosamente confidenziale sussurrò: «Sa, signorina, questo motel è più vuoto del culo di una vecchia baldracca con la lebbra!» Divertito dal suo succulento paragone, inondò poi la stanza con una grassa, catarrosa risata. Cristo Santo, questo tizio potrei davvero inserirlo in uno dei miei romanzi! Sicuramente lo farei fuori nelle prime dieci pagine! pensò ancor più nauseata Ellen. Poi, senza proferire parola, rispose alla 12

[close]

p. 15

Sara Fenara __________________________________________________________________ sua battuta accennando un mezzo sorriso poco convinto. «Visto che è una ragazza così carina, le voglio proprio dare la stanza più bella!» la incalzò velocemente lui, indicando solennemente con il suo indice color giallo paglierino al di là della finestra una porta di fronte a sé. «Vede? Quella là, proprio di fronte» e dopo una pausa strategica, concluse: «Nel caso si sentisse sola e avesse bisogno di compagnia... pochi sono i metri che ci separano...» Poi, l’occhio da gufo si chiuse e si riaprì veloce come un lampo; un occhiolino nato male, più un tic nervoso che un gesto d’abbordaggio. Infine la sua mano strisciante e cadaverica sfiorò sinuosa quella della sua giovane ospite. Cos’è che ha detto prima della carta igienica? Quel flash attraversò come un lampo la mente di Ellen e la indusse a pronunciare tutto d’un fiato un secco, e alquanto falso, ringraziamento, indietreggiando istintivamente di un passo. La mano di lui piombò viscida sulla scrivania; nonostante ciò sembrò alquanto soddisfatto della risposta ricevuta. «Bene, signorina. Ecco a lei: stanza 13. E si ricordi, se si sente sola, io sono qui...» Quasi a sfida tese la mano rifiutata con intensità verso di lei, porgendole con slancio la chiave della stanza. Ellen, titubante, si avvicinò e, facendo molta attenzione a non toccare le due dita giallognole, afferrò svelta come un rapace la chiave. Poi girò velocemente sui tacchi e, trattenendosi, per educazione, dal darsela a gambe levate, si diresse, ostentando un passo calmo e sicuro, verso la stanza più bella, conscia che quegli occhi di gufo erano rimasti incollati al suo fondoschiena come mosche sul miele. 13

[close]

Comments

no comments yet