Maschere, di Ida Conte

 
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EDU Edizioni DrawUp www.edizionidrawup.it Collana Sentieri

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Collana Sentieri MASCHERE di Ida Conte Proprietà letteraria riservata ©2016 Edizioni DrawUp Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421 Email: redazione@edizionidrawup.it Sito: www.edizionidrawup.it Progetto editoriale: Edizioni DrawUp Direttore editoriale: Alessandro Vizzino Grafica di copertina: AGV per Edizioni DrawUp I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. ISBN 978-88-98980-94-9

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Ida Conte MASCHERE

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Accendi la tua bellezza tra le strade dell’Infinito e colora con lo smeraldo dei tuoi occhi tutta l'allegria mancata.

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TELEFONATE INASPETTATE «Amore, ascolta, la settimana prossima si sposa mia cugina Daiana, hai presente quella bella ragazza un po’ claudicante?» «Chi? La settimana prossima! Non potevi dirmelo prima?» Mentre lui continuava a parlare del matrimonio, del suo lavoro, di cause civili pendenti ormai finite nelle stanterie più polverose, neanche più lo ascoltavo, ma pensavo solo: Oddio, cosa potrò mai indossare a questo matrimonio, visto che l’ultimo al quale ho partecipato risale almeno a dieci anni fa? Le nostre telefonate erano sempre brevi e ripetitive, per cui dopo un paio di minuti, attaccammo e io mi diressi immediatamente in cucina da mia madre, la quale era intenta a spalmarsi un quantitativo enorme di marmellata all’albicocca sulle fette biscottate. «Mamma, è successa una cosa assurda!» «Che c’è? Ti sei fatta male?» «No, molto peggio! Tra una settimana dovrei andare al matrimonio di una cugina di Ettore, una certa Delia, o forse Daiana.» «E quindi?» «Eh... non ho nulla da indossare!» 7

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MASCHERE __________________________________________________________________ Occhi verdi che alla luce non hanno nulla da invidiare a due splendidi smeraldi luccicanti, un po’ in sovrappeso, qualche rughetta pronta a ricordare il tempo passato e l’espressione sempre un po’ imbronciata o forse un sorriso offeso così tante volte dall’ex marito, che poi era chiaramente mio padre, dal figlio, che se non ci fosse il legame di sangue davvero farei fatica a riconoscerlo come tale, che neanche in quei piccoli e rari istanti di gioia, sapeva esprimersi nella sua totale pienezza. E poi, a casa indossava sempre abiti scadenti e dozzinali (anche se poi quando usciva era di una bellezza da restare attoniti) che le aggiungevano, soprattutto ai miei occhi, una mortificazione ancora più tagliente. «Cecì, perché non vai da Grazia? Sai quanti vestiti avrà! E poi avete la stessa taglia... mi ricordo che anni fa, lei e la madre, spesero circa dieci milioni delle vecchie lire, in abiti griffati, dai tessuti particolarmente pregiati.» «Ma va! Abbiamo avuto quello screzio tanti anni fa, come faccio a presentarmi a casa loro?» «Semplice! Spalle dritte e viso che più bronzeo non si può!» La casa di Grazia era una sorta di zoo senza gabbie e soprattutto senza alcuna regola di coabitazione civile tra uomini e animali. Lì nel salone, tutto arredato in stile country, adagiato su di un trespolo, vi era uno splendido esemplare di ara amazzone... bastava distogliere un attimo lo sguardo dal pappagallo, che Totò e Peppino (due dolcissimi e festanti Yorkshire) saltellavano a destra e a manca, emanando un odore nauseabondo. E poi gatti... quanti gatti! Splendidi persiani con pedigrees, screziati di ogni 8

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Ida Conte __________________________________________________________________ colore. «E questa chi è?» esclamai. «Ah sì, questa è una new entry, si chiama Ulisse ed è una bellissima papera all’incirca di un anno.» Mamma aveva perfettamente ragione, l’armadio era strapieno di abiti, alcuni anni ’80, altri improponibili anche per una serata di cabaret, altri davvero elegantissimi. «Quello nero è carino, anzi è davvero bello e poi ha quella rosa sul lato che lo rende in un attimo sofisticato e intrigante» dissi con voce persuasiva. Grazia e la mamma acconsentirono a quelle mie parole, accennando un sorriso. «Va bene, ho deciso, prendo il nero!» In un attimo la mente si era come appagata... improvvisamente, era come se quel trambusto provocato dalla telefonata di Ettore, per magia, si fosse trasformato in quiete. Ma ecco all’orizzonte il rimbalzare di un altro problema: le scarpe. L’indomani decisi di andare a Napoli centro per acquistarle. Era la fine di agosto e molti negozi propinavano vestiti di svariati colori, ultima merce, che non solo infastidivano lo sguardo, ma che rendevano la città ancora più caotica, o forse il tutto era solo il risultato della confusione imperante nella mia testa. Nel 2010 avevo pochissimi soldi in tasca, mio padre ci dava il mantenimento, essendo i miei separati (una cifra piuttosto esigua), senza mai darmi un centesimo extra e io a volte non potevo permettermi neppure l’acquisto di una bottiglina d’acqua. Erano questi i momenti durante i quali imponevo al mio corpo di resistere alla sete, di far finta di 9

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MASCHERE __________________________________________________________________ aver bevuto che tanto poi, una volta a casa, il tutto sarebbe stato soddisfatto con un freschissimo sorso. Il budget era davvero miserrimo, così decisi di vendere la fedina del mio ex, un certo Luca. Lui è sicuramente l’uomo che ho amato di più... avevo una passione smisurata nei suoi confronti, un’alchimia infinita di passione, amore, lacrime, gioie che hanno generato dentro di me, adesso che siamo lontani, un vuoto devastante incolmabile. Ancora ripenso ai suoi occhi, un colore che, nonostante riveda sempre le sue foto, non riesco mai a ricordare pienamente. Una profondità senza fine, una dolcezza che mi dava fremiti e tremori. Ah amore mio, cosa darei per abbracciarti ancora una volta e viver poi di quell’attimo chissà per quanto tempo ancora. Perché questo eri tu... un attimo infinito d’amore. Quella fedina doveva essere venduta e mi bastò fermarmi dal primo Compro oro, di cui la città pullula, per racimolare ben quaranta euro. Al trillo improvviso del mio cellulare esclamai: «Oddio, squilla il telefono... sarà sempre il solito Ettore, che con la sua gelosia, riesce pian piano a consumare la bellezza di ricevere telefonate inaspettate e non come le sue, che sono già decise a tavolino con gli stessi impeccabili orari ogni giorno, dimenticandosi così della bellezza dell’imprevisto.» Ma stavolta, ahimè, non era lui. «Pronto!» «Sì, pronto, parlo con la Professoressa Dibase?» «Sì, sono io, mi dica.» «È il CSA di Novara, la chiamo per sapere la sua di10

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Ida Conte __________________________________________________________________ sponibilità per una supplenza fino al trenta di giugno.» «Fino al trenta di giugno?» Non ero mai riuscita ad avere un incarico statale. Subito dopo l’abilitazione per l’insegnamento della lingua inglese, avevo mandato almeno una trentina di curricula alle scuole paritarie di Napoli e provincia e solo una scuola di Arco di Somma mi diede un appuntamento. Ricordo che quella mattina mi svegliai di buon’ora, piena di entusiasmo derivante proprio dal fatto di essere riuscita a strappare almeno un appuntamento. Avevo dentro di me un’energia che si palesava attraverso il mio sguardo nonché quel rossore sulle gote, che da sempre mi contraddistingue. In effetti, mi basta davvero poco per diventare rossa in volto e poi più mi rendo conto che sto arrossendo e più il mio volto si colorisce... insomma è davvero un meccanismo incontrollabile e ingestibile. La scuola era molto lontana da casa mia e per raggiungerla dovevo prendere ben tre mezzi pubblici, più un po’ di strada a piedi. Totale del percorso? Oltre due ore, salvo imprevisti. Arrivai a destinazione tutta concitata, ma soddisfatta di aver compiuto quell’impresa epica. Dopo aver firmato il contratto, il preside mi diede appuntamento per il primo giorno di scuola. Mi liquidò con poche parole dette anche in forma dialettale, ma io, con tutta franchezza, non ci feci più di tanto caso. Il primo giorno di scuola arrivò in un batter d’occhio, ricordo ancora di aver avuto da timetable la prima ora di lezione. Presi il registro, andai in classe e in quei pochi istanti 11

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MASCHERE __________________________________________________________________ che mi separavano dall’entrata, cercai ancora una volta di immaginare che viso avrebbero avuto i miei primi studenti. Cercavo di vedere dinanzi ai miei occhi, i colori che avrei visto e poi magari le loro reazioni, considerando anche che ero piuttosto carina. Ma ben presto i miei occhi e soprattutto le mie guance rosse dall’emozione si stemperarono, alla vista di questo scenario apocalittico: una classe completamente vuota con sedie e banchi perfettamente allineati. Tutta la classe era pervasa da un odore stantio di polvere che in un attimo invase il mio olfatto. Sulla lavagna, i segni di qualche lezione avvenuta chissà quando... così tremendamente cancellata male. Le due finestre erano completamente serrate e il caldo era davvero soffocante. Il mio cuore, che solo un attimo prima batteva a dismisura, adesso era diventato come una pietra di sale... non sapevo cosa pensare, poi mi balenò l’idea che per sbaglio fossero andati in palestra a fare educazione fisica, così aspettai ancora qualche minuto. Percepisco sempre il rossore delle mie guance, insomma lo sento, e invece in quei momenti, se avessi avuto uno specchio dinanzi a me, di certo avrei visto un pallore estremo, figlio di un incontenibile sbigottimento. Le mani erano gelide, lo diventano sempre quando alla gioia si contrappone la malinconia e quel senso di ridicolaggine che avvertii per aver dedicato così tanto tempo a quel trucco impeccabile... che dire poi di quei vestiti comprati apposta per la mia prima in classe! Passai dalla serietà professionale al sentirmi la parodia di me stessa. Quando mi si sento così fuori luogo, così i12

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Ida Conte __________________________________________________________________ nappropriata al contesto, io divento goffa; è come se mi paralizzassi quasi fino a perdere il controllo delle mie più semplici e naturali azioni quotidiane. Ritornai in presidenza per chiedere spiegazioni e se in precedenza quell’inadeguatezza, che sebbene mi corrodesse dentro, non dovevo condividerla con nessuno, adesso diventava una vergogna da condividere. «Preside, mi scusi, ma dove sono i ragazzi della mia classe?» «Quali ragazzi?» esclamò il preside. «Oggi i ragazzi non ci sono» e poi rivolgendosi alla sua segretaria aggiunse: «Bianca, dopo mi porti a lavare l’auto che nel pomeriggio devo andare a un convegno?» Senza neanche degnarmi di uno sguardo, mi lasciò intendere che la mia presenza non era gradita, per cui mi allontanai salutando entrambi senza però ricevere risposta. Attesi la fine del mio orario di servizio e dopo quattro ore ripresi il treno, anzi i treni, che mi avrebbero finalmente riportata a casa. Che mortificazione! Durante il corso di abilitazione all’insegnamento, mi avevano insegnato un’infinità di strategie di insegnamento-apprendimento pari almeno a quanti possono essere gli stili cognitivi dei potenziali allievi. Ero assolutamente desiderosa di mettere in atto tutte le mie conoscenze, ma in quel contesto mi resi subito conto di essermi addentrata in un percorso dove, a furia di non applicare nulla, avrei corso il rischio davvero di dimenticare tutto. Gli anni passarono (ben quattro) e io ero sempre più attanagliata da una realtà che non mi apparteneva, ma dalla 13

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