Incubi a Nord Est

 

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Description

un romanzo di Alberto De Poli

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Quando bevo sono più sincero, fumo troppo perché son nervoso, non seguo ma non disprezzo la moda, l’erba mi manda in paranoia! Vorrei solo un modo per… Cerco un altro modo per… Voglio solo un modo per… Vivere meglio con me! (Simone Piva & I Viola Velluto)

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Collana Vaudeville [vod-vil]

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© 2011 Alberto De Poli Tutti i diritti riservati Edizioni La Gru via S. Caboto, 26 - 35136 Padova tel. 0499875955 - P.IVA: 04431730284 info@edizionilagru.com www.edizionilagru.com © 2011 Edizioni La Gru Prima edizione: novembre 2011 Terza edizione: marzo 2012 ISBN: 978-88-97092-16-2 Illustrazione in copertina: Elaborazione grafica Edizioni La Gru Questo romanzo è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti della vita reale è puramente casuale.

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ALBERTO DE POLI INCUBI A NORDEST andata e ritorno

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PREFAZIONE Leggendo il libro di Alberto De Poli ho avuto da subito la sensazione di trovarmi di fronte ad un Irvine Welsh veneto. De Poli narra la stessa rabbia, la stessa voglia di fuga sintetica dei protagonisti di Trainspotting. Ma con una differenza, sì, perché c'è un’enorme differenza sociale ed economica tra la Scozia grigia di Welsh e il Veneto grigio di De Poli. La differenza sta nel lavoro operaio: un lavoro che manca in Scozia e che invece in Veneto spesso occupa tutti gli spazi dell’esistenza. Nei romanzi dello scozzese il tema del lavoro mancante diventa motivo di disillusione dei suoi giovani protagonisti, di perdita della speranza, di rabbia, e di voglia di annegare il proprio tempo in qualcosa che riempia, riempia tutto, anima compresa, per non far pensare. Mentre nel Veneto, che De Poli narra bene, dove il lavoro tende a fagocitare tutto, i suoi ragazzi cercano comunque una deriva, una fuga, un’auto-assoluzione dentro paradisi sintetici, un vero e proprio rifiuto dei modelli del Veneto che conoscevamo, quello dell'esplosiva ricchezza, dell'industria invasiva, del progresso che si fa unicamente sviluppo produttivo e mai umano. Incubi a Nordest coglie bene, benissimo, questo fondamentale aspetto sociale, e lo narra senza facile sociologia, o banali moralismi, ma lascia parlare la storia, i protagonisti, la loro vicenda, spesso sciagurata e dannata, ma sempre viva, reale, quasi nelle pagine scorresse il sangue di questi ragazzi e non l'inchiostro. Lo stile narrativo in questo romanzo si fa al servizio dei personaggi, e mai fine a se stesso. Non vi sono evoluzioni stilistiche, giochi dell’autore, quindi le parole arrivano veloci, diritte, secche, come deve essere la vera narrativa che nasce dalla vita e non dai salotti letterari. Incubi a Nordest sale per diritto al ruolo di romanzo dedicato ai figli dimenticati dal Nordest. Il ruolo dei romanzi che restano nel tempo. Massimiliano Santarossa

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A Gino

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PREMESSA Prima di cominciare volevo darvi solo un piccolo avvertimento, un consiglio, dirvi una parola da amico. Sì, perché l’amicizia è una cosa importante. La storia che segue purtroppo, o per fortuna, non ha niente a che fare con maghetti che volano, pietre filosofali o qualsiasi genere di magia. Non sarei capace di tanto. Questa è la storia di Adriano Biancon e da queste parti la storia racconta che le pietre te le tirano dietro con filosofia. E anche se a volte mi è sembrato di vedere bambini che volavano… giuro che non aveva niente a che fare con la magia. Sta a voi chiudere qui, andare in cucina, aprire il frigo e vedere se c’è qualcosa di buono da bere, così, per avere un’alternativa. Altrimenti sarete i benvenuti nel NDM.

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PARTE PRIMA NDM (NORDESTDIMMERDA) ANDATA Fucili e colazione Cammino piano, sfioro il marciapiede quasi in punta di piedi, senza far rumore, mi guardo indietro e i miei amici non ci sono; erano qui un attimo fa, e adesso sono spariti, svaniti nel nulla. Fa freddo, è molto buio. Sto girando attorno a questa casa grigia, ha le pareti umide e sento uno strano, fastidioso suono plastico entrarmi nelle orecchie. Cerco di fare meno rumore possibile e continuo a girarci intorno, giro ma non vedo la fine, non trovo la via di fuga. Sento dei passi, sento uno strascicare di scarpe e accelero l’andatura, ma più corro e più rallento e sento il sangue pulsarmi sulla punta delle dita. Ho paura. La frequenza della camminata strusciata si fa sempre più viva, sempre più vera e sempre più irritante, sento sempre quel tonfo plastico, mi batte dentro come un martello. Non ho il coraggio di voltarmi e continuo a girare intorno a questa casa percorrendo sempre la stessa strada, calpestando sempre questo vecchio marciapiede in cemento. Comincio a correre più forte. Il ronzio plastico è dentro di me, lo sento, mi sta frantumando la testa e i passi sono vicini. « Fermo! » una voce di donna mi prende da dietro e mi fa inciampare su una radice di un albero che prima non c’era: è un albero grande, senza foglie, con un tronco enorme. Scavata nel tronco, trovo una porta. Mi giro, si spalanca un’ombra scura, con le spalle larghe e con uno sguardo illuminato da due occhi felini. La donna stringe in mano qualcosa, e quel qualcosa ha tutte le 11

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carte in regola per essere la canna di un fucile e sta proprio puntando verso il mio culo. « Non sparare. » mi esce un filo di voce ed è come parlassi un’altra lingua, ma la vecchia dagli occhi gialli felini ha tutte le intenzioni di premere il grilletto. « La vita è come una grigia porta di plastica. » mi fa. « Non sparare ti prego! Non ho fatto niente! » Il rumore plastico si fa più intenso e un nuovo suono picchietta proprio sopra la mia testa, il sangue continua a pulsare sulla punta delle mie povere dita. Sono grosse e rotonde. « Adesso premo il grilletto e la morte sarà come una porta grigia di plastica. » Si avvicina, io cammino, continuo a girare e rincontro l’albero, quell’albero grande, quell’albero che ha scavato una porta e quella porta ha proprio a che fare con il color grigio di plastica. Il rumore plastico si è placato, ma un suono fastidioso metallico sta prendendo il suo posto prepotentemente. Sento uno sparo, ho paura, quel rumore assordante … « Non voglio morire, non sparare! Non sparar… » Un altro colpo, ho freddo, quel rumore metallico. Ho freddo, sto per morire, quel rumore. Stop. La sveglia! È solo la sveglia! Un altro maledetto incubo. Allungo la mano e tasto sopra il comodino. Pospongo. Cinque minuti, altri cinque maledetti minuti sotto il tepore delle coperte. La realtà si fa strada vagando per le pareti capillari del mio cervello, mi sto rendendo conto soltanto adesso che sono solo, non ci sono i miei amici e nemmeno la vecchia dagli occhi gialli con il fucile, ci sono solo io, qui, al buio della mia camera da letto. La testa mi fa male e qualcosa di acido mi si arrampica in gola. I postumi della serataccia alcolica punzecchiano le mie povere tempie. I cinque minuti passano e la sveglia ricomincia a suonare; prima di spegnerla definitivamente lancio una gamba fuori dalle coperte, assaggio quello che mi sta aspettando, questo freddo umido mi fa ritirare la pelle. Spengo. Eccomi qua, luridamente conciato in questo merdoso lunedì mattina di una giornata a caso della mia vita, un’altra giornata color piscia, un altro giorno feriale da ricominciare. Mi metto seduto sul letto, con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani che mi sorreggono la testa, 12

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comincio a maledirmi per aver tirato tardi ancora una volta e mi prometto che questa sera andrò a letto presto. I miei arti inferiori percepiscono l’impulso elettrico spedito dal cervello e, come per miracolo, si muovono; come un burattino mi alzo e cerco qualcosa simile a un vestito che mi protegga da questo freddo umido. Al buio riesco a trovare una felpa anni ottanta e un paio di pantaloni spugnosi della tuta, li infilo velocemente e mi metto in posizione eretta. Muovo il primo passo e sento un formicolio alla gamba sinistra, zoppico, mi stiracchio strada facendo e vado in bagno a pisciare. Accendo la luce che mi entra in queste fessure a forma di occhio come piccoli coltelli minuziosamente affilati, alzo la tavolozza, allargo le gambe e urino. Una bella botta di sciacquone ed elimino le prove. Apro il rubinetto e mi risciacquo la faccia con acqua gelida. Mi guardo allo specchio e mi fermo a osservare quell’immagine che ha visto sicuramente tempi migliori: gli occhi da matto mi guardano iniettati di sangue, la barba incolta di tre giorni, le rughe mattutine dei trenta. Ritorno in camera, accendo la luce e solo adesso vedo la massa di vestiti sparsi un po’ dappertutto, quindi vado verso la portafinestra e tiro la tenda ingiallita; con il solito movimento quotidiano do uno strappo potente alla pesante persiana cigolante e piano piano mi si presenta quella solita, merdosa, nebbiosa, umida mattina nordestina del cazzo di fine novembre. Osservo la situazione dall’alto del secondo piano di quest’anziana palazzina, sperando di vedere qualcosa di nuovo, ma niente. Sempre la solita statale, sempre il solito pino marittimo mezzo morto e sempre quella striscia continua di macchine che passa su questa periferia puzzolente. Rassegnato, con dieci passi – e dico dieci contati – arrivo nella cucina di questo mini appartamento di quarantasette metri quadri dove vivo da solo. Adesso nessuno mi deve disturbare, inizia il rito della colazione che per me è una cosa importante. Se per un qualsiasi motivo dovesse essere fatta male, il resto della giornata potrebbe essere compromessa. Moka Bialetti da due zeppa di caffè Kimbo – non perché sia il più buono ma perché era in offerta – pochissimo latte, fette biscottate integrali, due tipi di marmellate rigorosamente senza zucchero, yogurt e cereali, miele. Metto una tovaglietta a quadri blu e bianchi sopra il tavolo color panna ereditato da mia zia Gina e dispongo tutte le cose appena elencate. Prendo una tazza per lo yogurt e spengo il gas che fa 13

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rantolare la moka. Riempio la scodella con yogurt – preferibilmente bianco – e un bel po’ di cereali, do due-tre cucchiaiate per mescolare e sprofondo nella gioia del primo boccone; chiudo gli occhi e godo, adoro i cereali. Li finisco in un battibaleno e rubo un’ultima palata dal vasetto dello yogurt. Mi alzo, vado al fornello dove ho lasciato la moka piena di Kimbo e la verso tutta dentro una tazza con la scritta Doremì Mister Day. La figata è che suona ancora oggi. Ci butto dentro un po’ di latte scremato e torno a sedermi. Spalmo un paio di fette integrali con la marmellata, e le inzuppo nel caffèlatte, divorandole. Succhio il liquido rimanente dalla ciotola e mi butto all’indietro appoggiandomi allo schienale della sedia in fòrmica rossa; silenzio, trenta secondi di vuoto totale in venerazione al pasto più importante. Sparecchio e butto tutto nel lavandino, a lavarli ci penserò stasera… forse. Guardo l’ora, sono le sette e trentacinque, come al solito sono in ritardo, e come al solito solo adesso comincia la corsa contro il tempo. Di nuovo bagno, lavatina di denti e risciacquo con collutorio. Col cazzo che mi rado! Corro in camera e mi vesto frettolosamente con le prime cose che mi capitano. Via, veloce come il vento e in quattro e quattr’otto sono davanti alla soglia di casa. Controllo: chiavi di casa, le ho, portafogli, presente, chiavi della macchina? Eccole! Cellulare. Bene. Pronti, via. Chiudo la porta e do due giri di chiave, scendo le scale galoppando appositamente per fare rumore e disturbare qualsiasi essere vivente che nell’eventualità stia dormendo. Apro il portoncino in alluminio bronzato e vetro smerigliato moka. Sette e quarantatre. In lontananza vedo la mia vecchia fiat Punto S bianca parcheggiata al bordo del marciapiede consumato dal tempo. Saluto con un cenno del capo l’anziana del piano di sopra. Riabbasso la testa e continuo a camminare trascinando gli scarponi fintiTimberland sull’asfalto; il freddo umido s’intrufola attraverso la zip del bomber nerolucido con l’interno arancio, respiro profondamente quest’aria allo smog. La Punto è di fronte a me. Infilo la chiave nella portiera. Sento scattare la serratura, pigio la maniglia nero-opaco e cerco di non pensare allo schifo di macchina che ho. Ci entro. L’abitacolo è un misto di odori di tabacco e polvere ai quali mi sono abituato, penso di esserne ormai assuefatto. 14

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Lo strato di polvere sul cruscotto fa ormai parte dell’arredamento, l’opaco dei vetri, il posacenere pieno, i buchetti sui sedili, l’asta della marcia di un lasco incerto, l’autoradio d’epoca. Mi do un’occhiata sullo specchietto retrovisore e osservandomi negli occhi mi dico: « Vai Adri! Diavoloporco! Un altro cazzo di giorno ti aspetta! » Infilo la chiave nel quadro e dopo un paio di tentativi a vuoto, tossendo, il motore mille fuoriproduzione si decide a prendere il via. Levetta dell’aria calda a chiodo e via, senza un minimo di pre-riscaldamento, non c’è tempo: l’orologio del cartellino è lì che mi aspetta picchiettando i secondi. Sette e quarantasette. Tipolito e Ch Chinatown Per strada corro come un dannato, ormai non faccio più caso a tutto quello che mi circonda, la strada è sempre la stessa, tutto è sempre uguale: la rossa alla fermata dell’autobus davanti all’edicola e la sbarbi in bici con lo zaino di Hello Kitty. Sempre uguale, ogni santissima mattina. Alle sette e cinquantasei entro, a velocità sostenuta, nei cancelli della ditta Tipolito Ceolin srl; il parcheggio è dietro il fabbricato dipinto di un rosso sangue di piccione, le ruote stridono sull’asfalto e in men che non si dica m’infilo nel primo buco libero che trovo. Scendo dalla Punto e sbatto la portiera con violenza – non chiudo a chiave, ho sempre la speranza che qualche anima pia me la rubi così sarò costretto a cambiarla – quindi corro verso il portoncino d’ingresso a sbarre verniciate di blu, e mi fiondo a raccattare quel cazzuto cartellino da timbrare con sopra scritto: nr. 11 Biancon Adriano. Sette e cinquantotto. Timbro. Tiro un sospiro di sollievo, anche per oggi ce l’ho fatta, e come ogni mattina quando oblitero la cartella mi dico: « Devo assolutamente cambiare lavoro. » Salgo le scale dove ci sono mensa e spogliatoi; la mensa viene usata anche per fare quelle sfigatissime riunioni sindacali dove c’è un 15

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