Il nero degli occhi, di Sergio Amato

 
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EDU Edizioni DrawUp www.edizionidrawup.it Collana Rosso e Nero

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Collana Rosso e Nero IL NERO DEGLI OCCHI di Sergio Amato Proprietà letteraria riservata ©2016 Edizioni DrawUp Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421 Email: redazione@edizionidrawup.it Sito: www.edizionidrawup.it Progetto editoriale: Edizioni DrawUp Direttore editoriale: Alessandro Vizzino Grafica di copertina: AGV per Edizioni DrawUp I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. ISBN 978-88-98980-57-4

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Sergio Amato Il nero degli occhi

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L’alba a volte è crudele; spezza i sogni e getta in un baratro insondabile. Io non so ancora perché sono qui. Non so nulla, ma quel che so, quello che ho imparato in questi anni, è che la tenebra ti può avvolgere anche per tutto un intero giorno... Lelia schiuse gli occhi a quel giorno denso di nubi e subito lo vide, vide i suoi occhi persi nei propri e, con una voce flebile flebile per via del sonno, disse: «Siamo arrivati, amore?» Lui, con immensa dolcezza, le rispose: «Sì, angelo mio, siamo quasi arrivati.» Subito riecheggiò per tutto l’aereo l’avviso di allacciare le cinture di sicurezza e di prepararsi all’atterraggio. «Tu dici che è stata la scelta giusta; se avessimo fatto uno sbaglio?» gli chiese lei con voce affranta. «No, piccola, ne sono sicuro; è qui che potremo essere felici. Quella vita non faceva per noi.» Nel frattempo l’aereo atterrò generando un boato d’inferno. Lelia si aggiustò i capelli più neri del buio e si stropicciò un po’ gli occhi verdi smeraldo, ancora intorpiditi dal lungo sonno. «Amore! Prendi i bagagli.» La voce di Lelia era così dolce per Edward che, ogni volta che la sentiva, era come se il richiamo di mille sirene si diffondesse in un solo attimo nella sua anima. Così Edward iniziò con solerzia a prendere i pochi bagagli che erano riposti nel vano sopra i loro sedili. «Inizia a scendere mentre io finisco di sistemare qui» le disse. «Va bene» rispose con la sua solita dolcezza. Mentre Lelia si avviava verso l’uscita, un’hostess si avvicinò a Edward. «Crede che ci troveremo bene a vivere qui?» le chiese lui. «Dipende dalle vostre aspettative; se volete una vita tranquilla, di certo non c’è posto migliore. L’Alaska ha un fascino difficile da spiegare a parole.» Così rispose l’hostess guardandolo nei neri occhi. «Spero proprio che ci troveremo bene io e mia moglie» aggiunse Edward. «Glielo auguro, signore. Buona permanenza in Alaska.» «Grazie, signorina» disse, indossando subito dopo la sua giacca e incamminandosi verso la scaletta dell’aereo. Che la temperatura fosse glaciale lo si sentiva fin da dentro l’aereo. Il freddo era pungente persino per un tipo atletico come lui. Edward, infatti, aveva un fisico abbastanza forte, pur non essendo eccessivamente alto, circa 1.75. Aveva dei capelli lunghi e neri che gli scendevano fino alle spalle. Gli occhi erano dello stesso colore della chioma, ma erano di un’intensità tale da affascinare o intimorire le persone su cui erano diretti. Edward iniziò a scendere dalla scaletta. Non appena mise il viso fuori dall’aereo, lo trafisse un vento gelido che lo fece quasi, istintivamente, tornare indietro. Vinse questo impulso e scese gradino per gradino la scala, portando 5

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IL NERO DEGLI OCCHI __________________________________________________________________ alla mente l’immagine di Lelia. Appena poggiò i piedi a terra, lo accolse in lontananza la figura di alcune montagne innevate; com’erano belle nella loro imponenza, lugubri e spettrali mentre la remota foschia le faceva brillare nel morente bagliore della sera, ormai prossima. Lei era lì, a soli quindici passi da lui, col vento che faceva danzare i suoi capelli di tenebra, col suo sguardo dolce che lo fissava. Edward la raggiunse. Il vento era impetuoso, l’intero aeroporto ne era pervaso... «Ma dov’è? Dovrebbe essere qui, dannazione!» imprecò Edward. «Calmati, caro, sono sicura che presto si farà vivo, del resto gli abbiamo già inviato un anticipo per il passaggio in auto, non può piantarci in asso» disse quasi sussurrando Lelia. «Lo spero proprio, anche perché non conosco una sola strada di questa città.» Ed era vero; Edward si era limitato a comprare i biglietti aerei su internet e, prima d’allora, non era mai stato in Alaska, tanto meno nella città di Anchorage, nella quale il loro aereo era appena atterrato. In lontananza apparve ben presto una figura, avvolta dal vento e dalla pioggia. Era un ragazzo alto, magro e dai lineamenti sottili. I suoi capelli di platino facevano da contorno a due occhi azzurri che sembravano zaffiri nel pallore del suo viso. Era molto giovane, neanche 20 anni, non molto più piccolo di Lelia, reggeva con una mano un ombrello e con l’altra un cartello sul quale a caratteri rossi c’era scritto: signori Dalton. Non appena la bionda figura fu più visibile, Lelia lanciò un lamento. «Che hai, tesoro?» chiese Edward con apprensione. «Devo correre in bagno, amore, non ce la faccio, mi sento male.» Neanche il tempo di capire e già Edward la vide correre, portando via quel suo corpo fragile e delicato. «Lelia! Lelia! Torna qui! Dove stai andando? Che ti succede…?» Intanto sopraggiunse il ragazzo biondo con due occhi che trasmettevano preoccupazione. «Cosa sta succedendo? Per caso è lei il signor Dalton?» chiese il giovane sconosciuto. «Sì...»rispose Edward, ancora in apprensione per sua moglie. «Ma per caso era sua moglie quella che stava chiamando poco fa?» «Sì, si è sentita male ed è corsa via, non so cosa le possa essere successo, devo raggiungerla, aspetti qui, la prego» disse sconvolto al misterioso giovane, mentre i suoi occhi cercavano di farsi strada nella grigia foschia che sembrava aver inghiottito Lelia. «Sicuro, stia tranquillo, vedrà che non è niente di grave. Io vi aspetterò all’uscita dell’aeroporto e poi vi accompagnerò alla vostra nuova casa, come avevate pattuito con mio padre, del resto.» «D’accordo, a dopo allora.» Corse via nella pioggia, che ormai l’aveva completamente bagnato. L’umida foschia della tempesta avvolse nel giro di pochi 6

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Sergio Amato __________________________________________________________________ metri l’esile sagoma del ragazzo, che Edward si lasciò presto alle spalle. Edward corse, corse con i fulmini in lontananza e le nere nubi sopra di lui. Corse stando attento a non scivolare. Dopo essersi allontanato dalla pista su cui il suo aereo, pochi minuti prima, era atterrato, entrò in quello che, a quanto ne sapeva, era l’ottavo aeroporto degli U.S.A. per dimensioni. L’aria all’interno era glaciale, non meno dell’esterno, dove una sottile nebbiolina stava lentamente soffiando dall’oceano poco distante. Si guardò attorno, ancora confuso, l’angoscia iniziava a scavargli dentro come un branco di tarme affamate. Che cosa era preso a Lelia? «Scusi...» Edward fermò un inserviente, intento a lustrare il pavimento. «Mi può indicare dov’è la toilette?» L’inserviente indicò con la mano davanti a sé, indicando una serie di scale che scivolavano all’improvviso verso il piano sotterraneo dell’aeroporto. Edward vi si diresse, correndo e facendosi strada tra la disarmante solitudine dell’aeroporto, che sarebbe stato completamente deserto se non fosse stato per l’inserviente e un altro signore in tenuta elegante che si dirigeva al deposito bagagli. Evidentemente l’autunno inoltrato non richiamava i turisti, i quali erano sicuramente più invogliati a trascorrere una vacanza in Alaska nelle stagioni più calde. Lui, però, non era lì per una semplice vacanza e, ad ogni passo che la sua affannosa corsa lo spingeva a compiere, il vero motivo di quel viaggio iniziava a riemergere nei suoi pensieri, ma per fortuna c’era l’ansia a distrarlo. La stessa ansia che, proprio quando aveva iniziato a scendere il primo degli innumerevoli gradini che lo avrebbero condotto alla toilette dell’aeroporto, gli aveva fatto estrarre il cellulare dal taschino della sua giacca. «Rispondi, maledizione!» Niente, il cellulare chiamava a vuoto. Intanto era giunto davanti al bagno delle signore. Vi entrò, senza nemmeno preoccuparsi di poter essere visto. Aveva problemi ben più seri in quel momento. Cosa le aveva preso? Lui non sopportava di averla lontana da sé, non lo tollerava. E, ogni volta che questo succedeva, era come se qualcuno gli infilasse la testa in un secchio d’acqua sporca e gliela tenesse a forza a mollo, con il deliberato intento di farlo soffocare. Era proprio così che si sentiva in quel momento: in procinto di soffocare. Arrivò nei bagni delle signore, li setacciò per bene, ma niente; lei non era lì. La preoccupazione intanto prendeva sempre più la sua anima e l’ansia iniziava a lacerarlo. Cosa poteva esserle successo per correre via in quel modo? Non era la prima volta che Lelia accusava quei malori, già altre volte era successo che venisse colta da improvvisi quanto inspiegabili mal di testa, oppure da attacchi di nausea, ma prima di allora non si era mai comportata in quel modo, scappando da lui, senza nemmeno dargli uno straccio di spiegazione. E ora lui era lì, solo e 7

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IL NERO DEGLI OCCHI __________________________________________________________________ confuso. Non gli rimaneva che tornare sui suoi passi. Una volta risalite le scale, si diresse verso le scale mobili che si trovavano sul versante opposto dell’edificio. Vi si diresse correndo, mentre alle sue spalle il grande tabellone, elettronico su cui erano scritti tutti gli orari d’arrivo e di partenza degli aerei cambiava improvvisamente schermata, colorandosi di un rosso elettrico. Giunto davanti alle scale mobili, le salì a due a due, dirigendosi al piano superiore. Una volta in cima, si guardò attorno e poi in basso, cercando di sfruttare la sua posizione sopraelevata per avere un campo visivo più amplio. Ma nemmeno questo gli valse a nulla; l’aeroporto era immenso e di Lelia non c’era nemmeno l’ombra. Se le sue vene non fossero state corrose dall’adrenalina e dall’angoscia, forse gli sarebbe venuto in mente di riprovare a chiamarla al cellulare. Ma la frenesia non gli dette tregua. Ridiscese le scale col cuore nella tempesta. Una tempesta ben più implacabile di quella che imperversava fuori di lì. Si guardò attorno, ancora nulla. L’intero aeroporto, adesso, gli appariva come un’enorme belva pronta a inghiottirlo. A quel punto risalì nuovamente le scale mobili con l’intento di chiedere agli addetti dell’aeroporto di fare un annuncio con gli altoparlanti. Di lì a poco per tutto l’edificio riecheggiò l’annuncio: La signora Lelia Dalton è pregata di presentarsi alla biglietteria del primo piano. L’annunciò si ripeté per un’ora ogni dieci minuti, ma niente. Il tempo scorse avvelenato dall’angoscia e da mille pensieri paranoici, i quali presero a susseguirsi implacabili, mentre Edward era arrivato già al trentesimo tentativo di chiamata. Nulla, solo il nulla oltre quell’angoscia. Semplicemente un incubo, nero e acuminato come l’averla lontana, e proprio questa tortura atroce, che era essere separato da lei in quel modo, iniziò a plasmare nella sua mente una semplice quanto elementare frase, intessuta con le esperienze di un’intera vita, la stessa vita che Edward si era ripromesso di cancellare venendo lì, in quella remota e splendida terra, in Alaska. Una frase madida di preoccupazione e che, semplicemente, diceva: Di nuovo, con un ritmo che, via via che i secondi sfociavano in minuti, con l’inclemenza degli avvoltoi, assomigliava sempre più a un’ossessione incalzante. Mentre era seduto su una panchina del primo piano, come le gocce di sudore che si addensavano sulla sua fronte pallida di paura, la sua mente esasperata naufragò per un attimo sull’esile immagine di quel ragazzo gentile che gli era venuto incontro un’ora prima, poco dopo essere sceso dall’aereo. Edward ricordò che il ragazzo gli aveva detto che lo avrebbe aspettato all’uscita dell’aeroporto, forse aveva visto Lelia. Si avviò verso l’uscita, sperando di trovare quel ragazzo dagli occhi azzurri. Ancora non riusciva a capire cosa potesse essere accaduto a Lelia e in lui iniziarono a farsi avanti diverse ipotesi: l’impatto diretto con il clima gelido dell’Alaska, i primi sintomi di un’influenza oppure un malore dovuto al lungo viaggio in aereo. D’altra parte Detroit dista parecchio da Anchorage, la capitale 8

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Sergio Amato __________________________________________________________________ dell’Alaska, dello Stato che molti americani chiamano l’ultima frontiera. L’aveva sentito dire a tanti tante volte: Caos, smog, stress, traffico e criminalità sono solo un brutto ricordo in una terra come quella. Lì c’è solo l’eterna quiete della natura, null’altro. Edward aveva sentito di come l’Alaska fosse diverso da qualsiasi altro luogo sulla faccia della terra, di come fosse possibile iniziare una vita del tutto diversa. Una vita che di certo sarebbe stata disprezzata dagli schiavi dei ritmi cittadini, da coloro che per Edward erano ormai più simili a ombre che a persone, ma che, di sicuro, faceva per Edward e per Lelia. Una vita persa nella quiete dei ghiacci eterni. Purtroppo, però, i suoi sogni erano adesso adombrati da mille paure, dagli spettri di un passato che il gelo di quella nuova terra non era ancora riuscito a gettare nell’oblio. Erano state tante le promesse che Lelia ed Edward si erano fatti, ma la più importante era quella di ricominciare una nuova vita insieme, ricca di gioia e amore. Edward ricordò lo sguardo di lei, il giorno prima della partenza: era dolce ma al contempo deciso, forte di una volontà indescrivibile, uno di quegli sguardi che per un attimo ti catturano l’anima e imprimono in essa un ricordo indelebile. Richiamò alla mente quei giorni, così lontani, così struggenti nella loro inafferrabile intensità, ancora così vivi nella sua anima. D’improvviso gli apparve davanti agli occhi, offuscando quel tetro attimo di angosciosa apprensione, anche se per un solo attimo. E così rivide d’un tratto il freddo delle strade cosparse di mille foglie gialle e rosse. Già... tutte quelle stradine attorno alla sua casa a Detroit; forse il quartiere in cui viveva Edward era l’unico dove si poteva stare un po’ tranquilli. A Lelia piaceva tanto lasciarsi dondolare sull’altalena del parco vicino al vecchio condominio in cui abitavano. Poteva stare su quell’altalena anche ore e ore e a nulla valevano le parole di lui che le diceva con un accenno di rimprovero: «Non sei un po’ troppo grande per dondolarti su un’altalena come una bimba?» Ma lei non lo ascoltava, anzi gli rispondeva sempre a tono: «Smettila di seccarmi; vieni qua a spingere, stupido. Non si è mai troppo grandi.» Edward dapprima non si avvicinava, assumendo un’espressione quasi offesa. Lei però sapeva come prenderlo e bastava che lo guardasse con quegli occhi che sembravano due splendide stelle. Ogni volta che gli occhi di lei si posavano su di lui, il ragazzo sentiva un calore così intenso che non si potrebbe provare a descriverlo a parole, neanche se si avessero mille anni di tempo per farlo. E poi, quando lei lo abbracciava, era come se ogni dubbio, ogni angoscia, ogni minima paura si dissolvessero in un secondo d’eterna dolcezza. Di certo lui non immaginava fosse possibile vivere senza di lei e, ora che l’aveva persa, gli sembrava che anche una parte di lui, la migliore, fosse stata smarrita; questa sensazione lo logorava. Piccola mia, cosa ti è successo? Dove sei? pensava tra sé e sé. 9

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IL NERO DEGLI OCCHI __________________________________________________________________ Mentre Edward era perso nelle sue paure, attendendo disperatamente che quell’incubo finisse, si avvicinò in silenzio il ragazzo biondo che aveva aspettato i signori Dalton all’uscita dell’aeroporto. Gli corse incontro con l’espressione arsa da una strana forma di entusiasmo, rispettosa e allo stesso tempo sinceramente altruista. «Signore! È mezz’ora che l’aspetto... ha ritrovato sua moglie?» gli chiese il giovane. Non ci fu bisogno che Edward parlasse perché il ragazzo capisse la situazione; il viso di Edward, logorato dall’angoscia, era più eloquente di qualsiasi parola. Gli incubi a volte ti colgono nel pieno del giorno, non te ne accorgi neanche e di colpo tutta la luce del sole rivela tutto attorno a te un’ombra implacabile... questo pensava Edward mentre il cielo niveo dell’Alaska, fuori dall’aeroporto, ruggiva come una belva ferita, svanendo nell’argentea foschia serale. «Forse dovremmo rivolgerci al personale dell’aeroporto...» accennò timidamente il ragazzo. «Ho già provveduto, non hai sentito l’annuncio?» «No, non ci ho fatto caso... Comunque io non l’ho trovata, almeno non mi è parso, non ho avuto il tempo di guardare in faccia sua moglie, perciò mi è risultato abbastanza arduo cercarla» disse, con tono di voce quasi rammaricato. «Capisco...» «Forse dovremmo riprendere le ricerche...» Edward fece cenno di sì con la testa e i due si avviarono alla ricerca di Lelia, rivolgendo maggiore attenzione al piano superiore e chiedendo ai membri del personale che, di volta in volta, incontravano. Ma tutto ciò non li portò a nulla, se non a tornare esattamente nello stesso punto da cui erano partiti. Edward si abbandonò sopra la stessa panchina su cui si era seduto una ventina di minuti prima. Lo sguardo annegato nell’ansia. «Sinceramente, non capisco...» diceva a bassa voce il ragazzo dai capelli di platino. Era passata un’ora e venti e di Lelia non c’era traccia. «Signore, con tutto il rispetto, se lei permette, forse potremmo chiedere aiuto alla polizia... magari è inconsapevolmente uscita dall’aeroporto, perdendosi tra le strade di Anchorage» disse esitante il ragazzo, forse intimorito dallo straniero. Edward lo guardò con due occhi che trasmisero al ragazzo un acceso quanto ingiustificato disprezzo. «E perché sarebbe dovuta uscire dall’aeroporto?» «Non lo so... ho detto per dire, fatto sta che qui non c’è.» «Perché non l’abbiamo trovata, questo stramaledetto posto è immenso.» «Ma è passata più di un’ora e, se sua moglie sta male come lei mi ha detto, allora potrebbe aver bisogno di sostegno immediato.» 10

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Sergio Amato __________________________________________________________________ Aveva ragione, e questo faceva ancora più male a Edward. «Ci siamo già rivolti al personale dell’aeroporto, non ci rimane che aspettare.» Il tono di voce di Edward e più che altro il suo sguardo furono sufficienti affinché il ragazzo non controbattesse a quell’ultima affermazione. Il gelo scese tra i due; nessuno aveva voglia di parlare. Edward stava lì, fermo su una panchina vicina l’uscita dell’aeroporto, in un silenzio di tenebra. Ogni tanto il suo guardo si posava sul cellulare, anch’esso silenzioso, che, inerte, si trovava di fianco a lui, poggiato sulla sua stessa panchina. La bufera che, all’esterno, si abbatteva spietata sulla città, certo non pareva avere pietà di lui né leniva la sua sofferenza. Quasi un’altra ora si sciolse nell’attesa, ma di lei ancora nulla. D’un tratto, il gelo di quegli interminabili attimi di silenzio s’infranse. «Comunque, signore, prima non ne ho avuto l’opportunità, ma io mi chiamo Erick.» Edward gli rivolse a malapena uno sguardo di biasimo. Cosa voleva che gli importasse, in quel momento, del suo nome. Per quel che gli interessava avrebbe potuto chiamarsi anche Lucifero e la cosa non lo avrebbe toccato minimamente. Erick, percependo ostilità nel silenzio di Edward, si limitò a incollare lo sguardo a terra, seguitando in quella snervante attesa. Edward intanto fissava il suo cellulare, inerte più della gelida aria di quella sera; l’unica cosa che in quel momento sembrava rinfrancarlo dall’angoscia era il pensiero di riaverla, di riabbracciarla e di poterle, finalmente, dire nuovamente ti amo, ancora e ancora, finché la sua voce non si fosse fatta più sottile del più flebile dei venti. Ma la bufera non aveva pietà... Tutta l’angoscia che aveva lasciato nella sua vecchia casa, tutta l’oscurità, quella più tetra e implacabile, sembrava averlo seguito sui ghiacci eterni dell’Alaska. Che cosa assurda... Che cosa assurda provare a fuggire da se stessi. Che vana illusione. Prima o poi capita sempre qualcosa che fa riaffiorare i nostri demoni, l’ombra c’è sempre e quando sembra non esserci, dopo il tramonto, sei nel suo regno, nel buio più nero. Ogni luce purtroppo pare effimera dinanzi alla notte. Quale angoscia... Eppure Edward non si era mai arreso, mai. Ogniqualvolta gli si presentava una difficoltà, non si faceva mai vincere dallo sconforto, anche se questo all’inizio pareva essere il più forte. Così stava lì, fermo, con lo sguardo ansioso e furioso, a fissare quel maledetto cellulare che non voleva suonare. Dannato oggetto inutile, questo pensava il misterioso straniero dalla chioma più nera della notte che lo inseguiva e che lo aveva raggiunto anche lì, in uno dei luoghi più remoti della terra. «Signore, ormai sono passate quasi due ore, forse dovremmo rivolgerci nuo11

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IL NERO DEGLI OCCHI __________________________________________________________________ vamente al personale e... se questo non dovesse ancora bastare, forse è il caso di chiamare la polizia di zona» disse improvvisamente Erick. La sua voce era più delicata del tremulo e scintillante azzurro che brillava nelle sue iridi attorno alle piccole pupille dei suoi occhi. Per un attimo gli occhi di Edward furono invasi da una furia e da un disprezzo che fulminarono il povero ragazzo biondo, che si maledì per aver parlato. «Se tra dieci minuti non succederà ancora nulla, andrò a parlare di nuovo con il personale alla segreteria. Quanto alla polizia, ritengo sia del tutto esagerato, almeno per il momento» disse Edward con un tono di voce che comunque non era così alterato come lasciava presagire lo sguardo glaciale di poco prima. Erick si limitò ad annuire tacitamente. Un altro quarto d’ora passò nello stesso modo in cui erano passati gli altri minuti da quando Lelia era sparita: nell’angoscia. La lancinante carezza di quell’aria fredda era per Edward quasi una gioia poiché impediva alla sua anima di smarrirsi del tutto nell’ansia, un demone che non si sazia facilmente. I venti, implacabili e ignari, alimentavano il clima di gelida tensione che ormai regnava tra lo straniero dai neri occhi e quel timido giovane biondo che ormai non avrebbe più osato parlare; Erick si limitava semplicemente a stare fermo sperando che la situazione si sbloccasse, e in verità lo sperava con tutta la sua anima, che sembrava proprio essere chiara e limpida come i suoi occhi di zaffiro. La tensione era sempre maggiore. Edward abbassò il capo, forse appesantito dal silenzio, ormai insostenibile. Dopo altri cinque minuti era rimasto solo, perché Erick, dopo essersi fatto descrivere nei minimi dettagli Lelia, era andato nuovamente a perlustrare l’aeroporto. Non c’è niente di meglio della solitudine per cullare i cattivi pensieri. E così Edward rimase nel silenzio più inerte, attendendo ciò che i suoi dubbi e le sue paure più recondite facevano ora apparire come insperato. Poi però notò qualcosa che per un attimo lenì le sue pene: tra le maglie di una ragnatela, tessuta tra gli esili rami di una piccola pianta poco distante adagiata a pochi centimetri dalla panchina su cui sedeva, si era impigliato un insetto. Le sue zampe che si agitavano nel vano tentativo di salvarsi. Quanta pazienza hanno i ragni... si disse Edward, per poi riabbassare nuovamente il capo, ma non ebbe neanche il tempo di riassopirsi nei suoi pensieri che riecheggiò, di colpo, la melodia del suo cellulare, fino a poco prima inerte. In un misero attimo di stupore, Edward fu colto da una frenesia indescrivibile e, con un solo gesto affrettato dall’agitazione di quell’attimo, rispose: «Pronto, pronto chi parla?» Subito gli rispose una voce familiare: «Amore, mi senti? Sono io, scusa se prima non ho chiamato ma...» Neanche il tempo di finire la frase, che Edward, 12

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Sergio Amato __________________________________________________________________ furioso, la aggredì: «Ma cosa? Cosa? Hai idea di quanto sono stato in pensiero? Dell’inferno che ho passato? Che cosa ti è successo?» Lelia aveva la voce quasi spezzata dal pianto. «Amore, sono stata male, sono stata male di colpo. Avevo mal di testa e una forte nausea, sono corsa subito al bagno pensando di richiamarti al cellulare. Come potevo immaginare che il credito fosse esaurito?» Edward a quel punto placò la sua rabbia, anche perché il sollievo di saperla sana e salva stava rapidamente annientando qualsiasi altro sentimento. «Va bene, amore, dopo mi spiegherai meglio, ora dimmi dove sei» le disse Edward con una voce ormai quasi del tutto rasserenata. «Sono a casa» disse lei, come se quanto appena detto fosse assolutamente scontato. «Cosa? A casa dove?» rispose Edward sconvolto. «Sì, sono nella nostra casa a Neversun.» «Ma come diavolo hai fatto ad arrivarci da sola, come ci sei arrivata fin lì?» chiese Edward sempre più confuso. «Mi hanno dato un passaggio, comunque non mi va di spiegarti tutto al telefono. Stai tranquillo, sto bene ora.» «Che significa non ti va? Chi è che ti ha dato un passaggio? E soprattutto perché non sei venuta a cercarmi? Lelia!» Edward non sapeva più cosa pensare. «Ma amore, non devi preoccuparti! Un’anziana coppia mi ha soccorso mentre stavo per svenire, gente a posto. Siccome passavano anche loro da Neversun mi hanno dato un passaggio.» «Potevi venire a cercarmi.» «Ma non sapevo dov’eri! Quest’aeroporto è immenso e poi, siccome Neversun non dista più di un paio d’ore da Anchorage, ho pensato che prima fossi arrivata, prima avrei potuto chiamarti e tranquillizzarti, invece che perdere tempo a cercarti.» Edward per un attimo tacque. «È stata un’idea stupida, potevi farti scortare da un membro del personale fino alla segreteria dell’edificio centrale, non hai sentito l’avviso?» «No... ero troppo stordita.» «Io proprio non so come ragioni in certi momenti. Avresti dovuto prevedere che sarei morto di paura.» «Scusami, amore, scusami...» Ma la gioia di saperla sana e salva iniziò lentamente a sciogliere i nodi di angoscia che soffocavano i polmoni di Edward, il quale parve rasserenarsi, anche se di poco. «Va bene, amore, l’importante è che tu stia bene; sto arrivando. Ti amo, sei il mio angelo» disse Edward, ancora confuso e con la testa stipata fino al limite massimo di dubbi. «Anch’io ti amo, ti prometto che appena arrivi ti farò dimenticare tutto. Ti 13

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