Libretto Collezione Olgiati

 

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Spazio -1 Lugano

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La Collezione Arte del XX e XXI secolo NUOVO ALLESTIMENTO 2016/17 The Collection Art of the XX and XXI centuries NEW DISPLAY Collezione Giancarlo e Danna Olgiati SPAZIO -1 18.09.2016 – 08.01.2017

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LA COLLEZIONE / THE COLLECTION: Carla Accardi 3/ Giovanni Anselmo 4/ Arman 5/ Tauba Auerbach 6/ Giacomo Balla 7/ Huma Bhabha 8/ Alighiero Boetti 9/ Agostino Bonalumi 11/ Alberto Burri 12/ Pedro Cabrita Reis 13/ Sophie Calle 14/ Pier Paolo Calzolari 15/ Enrico Castellani 16/ Christo 17/ Ettore Colla 18/ Pietro Consagra 19/ Gino De Dominicis 20/ Fortunato Depero 21/ Jean Dubuffet 22/ Jimmie Durham 23/ Luciano Fabro 24/ Tano Festa 25/ Lucio Fontana 26/ Antony Gormley 27/ Mark Grotjahn 28/ Wade Guyton 29/ Guyton–Walker 30/ Roni Horn 31/ Anish Kapoor 32/ Anselm Kiefer 33/ Yves Klein 34/ Jannis Kounellis 35/ Gabriel Kuri 36/ Liz Larner 37/ Markus Lüpertz 38/ Alberto Magnelli 39/ Piero Manzoni 40/ Fausto Melotti 41/ Mario Merz 42/ Marisa Merz 43/ Giulio Paolini 44/ Giuseppe Penone 45/ Gianni Piacentino 46/ Michelangelo Pistoletto 47/ Enrico Prampolini 48/ Seth Price 49/ Mimmo Rotella 50/Sterling Ruby 51/ Salvatore Scarpitta 52/ Mario Schifano 53/ Jan Schoonhoven 54/ Gabriel Sierra 55/ Martin Soto Climent 56/ Rudolf Stingel 57/ Günther Uecker 58/ Paloma Varga Weisz 59/ Francesco Vezzoli 60/ Jacques Mahé de la Villeglé 61/ Danh Vo 62/ Kelley Walker 63/ Christopher Wool 64

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ARTISTA / ARTIST: Carla Accardi Torino, 1940 — Roma, 1994 3 new > OPERE / WORKS: Oriente 1964 olio su tela / oil on canvas 160 x 210 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Dopo aver conseguito nel 1943 la maturità artistica, Carla Accardi segue i corsi all’Accademia di Belle Arti di Palermo e di Firenze spinta dalla naturale inclinazione verso le arti visive. Trasferitasi a Roma inizia a frequentare il circolo dell’Art Club e lo studio di Consagra dove conosce Attardi, Dorazio, Guerrini, Maugeri, Perilli, Sanfilippo e Turcato: l’affine ricerca sul fronte dell’arte astratta e il comune impegno ideologico portano questi artisti, nel 1947, alla costituzione del gruppo Forma 1. La sua pratica si fonda su una poetica del segno, che a partire dal 1954 si articola per insiemi di segmenti pittorici bianchi stesi su fondi neri. Una ricerca, questa, che trova una ulteriore radicalizzazione dalla metà degli anni Sessanta, quando l’artista adotta come supporto superfici plastiche trasparenti, il sicofoil, introducendo così la relazione tra l’opera e lo spazio. Nel ‘64 è presente con una sala personale alla Biennale di Venezia, presentata da Carla Lonzi con la quale instaura un importante sodalizio che la porterà alla militanza femminista. Tra le opere esposte in quell’occasione figura la serie “Oriente”, di cui una tela è oggi presente nell’allestimento PINK. A partire dagli anni Ottanta, Accardi ritorna alla pittura su tela, il colore si intensifica e ricopre superfici di tela grezza in composizioni di segni tracciati attraverso stesure corpose. Accardi matriculated in 1943 in art and then attended courses at the Fine Arts academies of Palermo and Florence driven by her natural inclination for visual expression. After moving to Rome she began frequenting the circle of the Art Club and Pietro Consagra’s studio where she met Attardi, Dorazio, Guerrini, Maugeri, Perilli, Sanfilippo and Turcato: a common interest in abstract art as well as a shared ideological commitment led these artists to found the Forma 1 group in 1947. Accardi’s work draws on a poetics of signs and in 1954 she began to express this by painting white pictorial segments on black backgrounds. Her work became even more radicalized in the mid 1960s when she began painting on clear plastic sheeting, known as Sicofoil, thereby introducing a relationship between the artwork and its space. At the 1964 Venice Biennial she had a room of her own and was introduced by Carla Lonzi with whom she began an important partnership that later led her to militant feminism. Among the works displayed on that occasion was the series “Oriente”, which includes a work that is part of the present exhibition PINK. After the 1980s Accardi went back to canvas, her colours became more intense and she covered the surfaces of raw canvas with compositions of solid looking patterns.

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ARTISTA / ARTIST: Giovanni Anselmo Borgofranco d’Ivrea, Torino, 1934 4 OPERE / WORKS: > Senza titolo 1991 pietra, tela, cavo d’acciaio, nodo scorsoio / stone, canvas, steel cable, noose tela / canvas 230 x 150 cm pietre / stones 30 x 30 x 55 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Dalle sue prime formulazioni fino alle più recenti, l’opera di Anselmo si mostra impermeabile all’attualità politica, al contesto sociale, alle ragioni della Storia, e in questo è diversa da quella di molti artisti dell’Arte Povera. Lo accomuna a essi, invece, il desiderio di immettere nella sfera dell’arte i fattori reali del tempo e dell’energia. I tempi a cui l’artista fa riferimento sono però enormemente dilatati, geologici, e le energie (la gravitazione, il magnetismo) tanto potenti quanto inavvertite sono decisamente fuori della portata dei sensi. Le sue opere, dunque, vivono soprattutto nella proiezione immaginativa dello spettatore, al quale offrono l’emozione estetica, “sublime”, di ciò che trascende radicalmente la dimensione umana. Ricorrente è, inoltre, la tematizzazione dei rapporti tra energie contrapposte che trovano un momento di sintesi e di equilibrio: funi tese, pietre, tele dipinte di bianco realizzano centri di energia attiva. Tra le molteplici occasioni espositive si segnalano le personali al Museum Kurhaus Kleve in Germania (2004), al Kunstmuseum Winterthur (2013), alla Marian Goodman Gallery di Parigi (2014) e al MAM di Saint-Étienne in Francia (2015). From his earliest creations down to his most recent, Anselmo’s works have shown to be quite impervious to current politics, the social context, fashionable interpretations of history and in this they stand apart from many of the other artists in the Arte Povera movement. What they do share, however, is a desire to infuse the real factors of time and energy into the sphere of art. However the chronological time periods Anselmo refers to in his work are enormously expanded and their energies (gravitation, magnetism) are as powerful as they are invisible and decidedly beyond the grasp of the senses. Anselmo’s works come to life primarily through a process of imaginative projection, that takes place inside the viewer, to whom they offer up an aesthetic emotion, a sense of the “sublime” as something radically transcending human experience. One theme that recurs in his work is the equipoise of opposing energies suspended in a brief moment of synthesis and balance: cables under tension, stones, canvases painted white generate centres of active energy. Anselmo’s work has been widely shown and memorable events include his solo exhibitions at the Museum Kurhaus Kleve in Germany (2004), the Kunstmuseum Winterthur (2013), the Marian Goodman Gallery in Paris (2014) and the MAM of Saint-Etienne Métropole in France (2015).

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ARTISTA / ARTIST: Arman Nizza, 1928 – New York, 2005 5 OPERE / WORKS: > Les ailes jaunes - Accumulation Renault n. 105 1967 paraurti di automobili gialli saldati / bumper of yellow cars welded 164 x 120 x 115 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Nato a Nizza nel 1928, è tra i primi esponenti di rilievo del Nouveau Réalisme. Dopo il periodo dei “timbri” moltiplicati ossessivamente su carta (“Cachets”) passa alle tracce e alle impronte (“Allures”). Nella fase fondativa del Nouveau Réalisme è particolarmente decisiva per lo sviluppo concettuale del movimento la collaborazione con Yves Klein, da cui nacque la famosa mostra presso la galleria di Iris Clert a Parigi del 1960. Con “Le Vide” Klein presenta, in quell’occasione, la sua innovativa visione dello spazio e del cosmo, mentre con “Le Plein” Arman propone la sua inedita riflessione sull’oggetto. Tra il 1960 e il 1962, Arman focalizza la sua attenzione sul mondo moderno e industriale: parte dagli oggetti raccolti in strada, che comprime e colora, o dagli oggetti di culto, come gli strumenti musicali, che frantuma e seziona per giungere alla loro de-strutturazione trasformandoli “in massa e colore”. Nouveau Réalisme per Arman significa assemblare oggetti che la nostra società reputa marginali e insignificanti, puntando l’attenzione su ciò che generalmente non notiamo, esaltando così il valore di ciò che utilizziamo quotidianamente. Gli oggetti smembrati e ricomposti sono così rigenerati a nuova vita. Le opere di Arman sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei internazionali. Dopo la sua morte, nel 2006, è stata organizzata una grande retrospettiva al Centre Pompidou di Parigi (2010). Born in Nice in 1928, Arman was one of the first major figures in the Nouveau Réalisme movement. After the period of his “stamps” obsessively repeated on paper (“Cachets”) he moved on to traces and impressions (“Allures”). Of decisive importance during the foundational phase of Nouveau Réalisme was Arman’s collaboration with Yves Klein which led to the famous exhibition at the Iris Clert gallery in Paris in 1960. On that occasion he presented, along with "Le Vide" Klein, his innovative vision of space and the cosmos, while Arman’s “Le Plein” provided his own original reflections on the object. Between 1960 and 1962, he began to focus his attention on the modern industrial world: starting with artefacts found in the street, which he pressed and coloured, or with cult objects like musical instruments, which he broke and dissected, ultimately destructuralizing them and reducing them to “mass and colour”. For Arman Nouveau Réalisme meant gathering up the kinds of objects our society tends to overlook as being marginal or insignificant; he draws our gaze to what we generally fail to notice and celebrates the value of the things we use in our everyday lives. The objects that have been dismembered and reassembled are thus given a new life. Arman’s works are present in the collections of the world’s most important museums. After his death in 2006, a large retrospective exhibition of his works was held at the Pompidou Centre in Paris (2010).

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ARTISTA / ARTIST: Tauba Auerbach San Francisco, 1981 6 OPERE / WORKS: > Bitmap Gradient Glare 2014 tela intrecciata su telaio in legno / woven canvas on wooden stretcher 203.2 x 152.4 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Giovane artista americana opera con la fotografia, la grafica e soprattutto la pittura mettendo in discussione i limiti delle nostre strutture logiche (linguistiche, matematiche e spaziali) attraverso una forma d’astrazione multi-dimensionale e poetica. Le sue rigorose composizioni indagano le consuete modalità di percezione visiva, evidenziando ambiguità e scarti di senso; il rapporto tra superficie piana e tridimensionalità viene messo in scacco attraverso un gioco di illusioni percettive. La sua ricerca integra perfettamente tradizione concettuale, grafica e astrazione traendo ispirazione dalla matematica e dalla fisica. Tauba Auerbach ha partecipato ad esposizioni al Whitney Museum (2010 e 2013), al PSI/MoMA (2010 e 2014) e al MoMA (2012) di New York, oltre che al Centre Pompidou di Parigi (2013). Tra le recenti personali si ricordano quelle presso il Wiels Contemporary Art Center di Brussels (2013), l’Institute of Contemporary Arts di Londra (2014), l’Astrup Fearnley Museum di Oslo (2015) e la galleria Indipendenza di Roma (2015). This young American artist works with photography, graphics and above all painting, probing the limits of human logical structures (linguistic, mathematical and spatial) through a poetic, multidimensional form of abstraction. Her rigorous compositions explore conventional modes of visual perception, uncovering ambiguities and discarded meanings; the relationship between flat surfaces and three dimensionality is challenged through a game of perceptional illusions. Her work is a perfect integration of conceptual tradition, graphics and abstraction and is inspired by mathematics and physics. Tauba Auerbach has participated in exhibitions at the Whitney Museum (2010 and 2013), at the PSI/MoMA (2010 and 2014) and at the MoMA (2012) in New York as well as at the Pompidou Centre in Paris (2013). Her recent personals include an exhibition at the Wiels Contemporary Art Centre in Brussels (2013), the Institute of Contemporary Arts in London (2014), the Astrup Fearnley Musuem in Olso (2015) and the Galleria Indipendenza in Rome (2015).

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ARTISTA / ARTIST: Giacomo Balla Torino, 1871 – Roma, 1958 7 OPERE / WORKS: > Forze di paesaggio estivo 1917 olio su tela / oil on canvas 110 x 150 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Dopo gli studi all’Accademia Albertina di Torino, una tappa fondamentale per la sua formazione è il soggiorno a Parigi (1900-01) dove, influenzato dalle ricerche postimpressioniste sulla luce di Seurat e Signac, aderisce al Divisionismo. Nel 1910 firma, insieme a Boccioni, Severini, Carrà e Russolo, il “Manifesto dei pittori futuristi”, al quale segue poco dopo il “Manifesto tecnico della pittura futurista” e nel 1915, insieme a Fortunato Depero, il “Manifesto della Ricostruzione futurista dell’universo”, che mira a diffondere l’estetica futurista ad ogni aspetto della vita. L’adesione a questo movimento si riflette nelle tematiche analizzate dall’artista attraverso le sue opere: la vita moderna, la velocità, la macchina e la simultaneità delle percezioni. Upon completion of his studies at Turin’s Accademia Albertina one of Balla’s most formative experience was his stay in Paris (1900-01), where he came under the influence of post-impressionists intrigued by Seurat and Signac’s use of light, before joining the Divisionists. In 1910 he was one of the co-signatories, along with Boccioni, Severini, Carrà and Russolo, of the “Manifesto of Futurist Painters” which was followed shortly by the “Technical Manifesto of Futurist Painting” and in 1915 along with Fortunato Depero, the “Manifesto for the Futurist Reconstruction of the Universe” aimed at spreading futurist aesthetics to every aspect of life. Balla’s adherence to this movement was reflected in his choice of themes: modern life, speed, machines, and the simultaneity of perceptions.

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ARTISTA / ARTIST: Huma Bhabha Karachi, Pakistan, 1962 8 OPERE / WORKS: > Kilroy 2007 tecnica mista / mixed media 142 x 32 x 32 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Nota per le sue statue ieratiche che realizza con materiali di scarto uniti a elementi naturali come il legno o l’argilla, Huma Bhabha assume come universo di riferimento civiltà antiche, unitamente a personaggi fantastici provenienti da un ombroso futuro, dando vita a esseri antropomorfi. Come per Gauguin e Picasso, anche per l’artista pachistana il fascino delle culture primitive è fonte inesauribile di ispirazione così come lo sono il mondo dei fumetti e la fantascienza, le sculture di Giacometti e l’antichità preclassica dei Kouroi greci. Nella sua breve e folgorante carriera Huma Bhabha ha preso parte nel 2010 alla Whitney Biennial di New York e nel 2015 alla Biennale di Venezia. Il PSI/MoMA di New York nel 2013 le ha dedicato la personale nella sezione “Unnatural Histories”. Known for her hieratic statuettes which she creates from cast-off materials and natural substances such as wood or clay, Huma Bhabha’s reference universe is that of ancient civilizations, but also fantasy characters from a shadowy future that appear as anthropomorphic beings. Like Gauguin and Picasso, Bhabha’s fascination with archaic cultures provides her with an inexhaustible source of inspiration, but so do comic books and science fiction, the sculptures of Giacometti and the pre-classical antiquity of the Greek Kouroi. During her brief and dazzling career Huma Bhabha was invited to the New York Whitney Biennial in 2010 and to the Venice Biennial in 2015. In 2013 the PSI/MoMA in New York devoted a solo show to her in the section “Unnatural Histories”.

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ARTISTA / ARTIST: Alighiero Boetti Torino, 1940 – Roma, 1994 9 OPERE / WORKS: • Stiff upper Lip 1966 vernice su legno e sughero / industrial paint and cork on wood 90 x 70 cm • Senza titolo (Parallelepipedo con luce) BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: 1966 legno con pittura industriale e impianto elettrico / wood with industrial paint and electrical equipment 97 x 36 x 36 cm Vicino al gruppo dell’Arte Povera, almeno nella fase iniziale della sua ricerca, Boetti esordisce nel 1967 con una esposizione personale alla galleria Christian Stein di Torino, dove mostra new > Perdita di identità (tra sé e sé) 1980 una serie di sculture-oggetto tautologiche. L’ironia, la mobilità mercuriale, il desiderio di tecnica mista su carta applicata su tela / mixed media on paper on canvas 150 x 100 cm sottomettere l’estro individuale a una regola matematica, la griglia ortogonale, simbolo per eccellenza di questa regola, diverranno • Mappa - Mettere al mondo il mondo 1984 ricamo / embroidery 114 x 175 cm • Tutto 1986 ricamo su cotone / embroidery on cotton 92 x 128 cm elementi di partenza per molti lavori successivi. Nel 1968 realizza “Gemelli”, un fotomontaggio in cui l’artista si sdoppia in due figure che si tengono per mano; a partire dal 1972-73, dando forma compiuta a questo sdoppiamento, l’artista incomincia a firmare i suoi lavori “Alighiero e Boetti”. Moltiplicando la propria figura, egli implicitamente rivendica la libertà da problemi di coerenza artistica; al contempo, rivelando la pluralità già insita nel proprio essere, si apre alla collaborazione con altri, che realizzerà in maniera sistematica a partire dal 1971 commissionando arazzi a gruppi di ricamatrici. In mostra “Mappa. Mettere al mondo il mondo”, del 1984, un esempio particolarmente significativo. Nel 1974 Boetti scrive: “Il lavoro della Mappa ricamata è per me il massimo della bellezza. Per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com’è e non l’ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assoluta- mente; quando emerge l’idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere”. Una attitudine simile si manifesta anche nelle opere appartenenti al ciclo “Tutto”, dal quale in mostra un esemplare del 1986, consistente in un ricamo dominato da un perfetto equilibrio multicolore tra frammento e insieme. Un punto di partenza per questa ricerca formale e strutturale risiede nell’opera su carta “Perdita di identità. Tra sé e sé” del 1980, qui esposta, in cui l’autore e il suo doppio vengono rappresentati come artefici dell’infinità varietà del tutto. Tra le recenti occasioni espositive dedicate all’artista ricordiamo la mostra itinerante “Alighiero Boetti. Game Plan” ospitata presso il Museo Reina Sofía di Madrid (2011), la Tate Modern di Londra (2012) e il MoMA di New York (2012), la personale al MAXXI di Roma (2013) e quella alla galleria Christian Stein di Milano (2014). Close to the Arte Povera group, at least during the early phase of his work, Boetti debuted in 1967 with a solo show at the Christian Stein Gallery in Turin, where he displayed a series of tautological sculpture-objects. Irony, mercurial mobility, the desire to subject individual creativity to mathematical rules, the orthogonal grid, which is the supreme symbol of this rule, would become the founding elements of many of his future works. In 1968 he made “Gemelli” (Twins) a photomontage in which the artist walks hand in hand with an imaginary twin; as a result, in 1972-73 the artist began signing his works “Alighiero e Boetti” (Alighiero and Boetti). By multiplying the image of himself, he implicitly claimed freedom from the issue of artistic coherence; at the same time, by revealing the plurality already inherent in his own being, he could include the collaboration of others, which he carried into practice systematically from 1971 onwards by commissioning tapestries from groups of embroiderers. “Mappa. Mettere al mondo il mondo” (Map. Bringing the World into the World), 1984, on view here, is a particularly significant example of the artist’s work. In 1974 Boetti wrote: “To my mind, the Embroidered Map is the height of beauty. To make that work I did nothing, I chose nothing, in the sense that: the world is made the way it is and I did not design it, the flags are what they are, I did not design them, in short, I did absolutely nothing; when the

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ARTISTA / ARTIST: ALIGHIERO BOETTI 10 basic idea surfaces, the concept and everything else can’t be chosen”. The same mindset is visible in the works belonging to the cycle “Tutto” (Everything), of which a piece made in 1986 is on display here, consisting of embroidery dominated by the perfect multicoloured equilibrium between the fragment and the whole. A starting point for the artist’s formal and structural research lies in the work on paper entitled “Perdita di identità. Tra sé e sé” (Loss of Identity. Between Oneself), 1980, on view here, in which the author and his double are represented as the artificers of an infinite variety of everything. The most recent exhibitions dedicated to Boetti’s work include the travelling show “Alighiero Boetti. Game Plan”, hosted by the Reina Sofía Museum in Madrid (2011), the Tate Modern in London (2012), the MoMA in New York (2012), the solo show at the MAXXI in Rome (2013), and the exhibition at the Christian Stein Gallery in Milan (2014).

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ARTISTA / ARTIST: Agostino Bonalumi Vimercate, Milano, 1935 – 2013 11 OPERE / WORKS: > Nero 1968 estroflessione in ciré e lattice / ciré and latex extroversion 150 x 130 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Bonalumi realizza opere la cui superficie si connota come materia densa e amorfa, che tende a dissimulare progressivamente l’intervento dell’artefice. I suoi primi esperimenti con la tela monocroma estroflessa risalgono al 1959 e su questa formula costruisce tutto il percorso successivo. In alcuni rilievi l’artista crea tele-oggetto, estroflesse da ambo i lati e indipendenti dalla parete. Particolarità della sua ricerca è la capacità di ottenere variazioni tonali non con l’uso di più colori, ma modulando la luce su una superficie monocroma attraverso i rilievi. Dopo la sua scomparsa nel 2013, gli è stata dedicata un’ampia retrospettiva al MARCA di Catanzaro (2014). In Bonalumi’s works the surfaces are dense and amorphous and tend to conceal the artificer’s intervention. His earliest experiments with monochrome extroversion on canvas date to back 1959 and this formula marked his entire later artistic journey. In some reliefs he created canvas-objects, protruding from both sides independently from the wall. A particular feature of Bonalumi’s exploration is his ability to obtain tonal variations not by varying the actual colours, but by manipulating the way the light strikes the monochrome surfaces over his reliefs. After his death in 2013, a comprehensive retrospective exhibition was devoted to him at the MARCA in Catanzaro (2014).

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ARTISTA / ARTIST: Alberto Burri Città di Castello, Perugia, 1915 – Nice, 1995 12 OPERE / WORKS: > Sacco 1953 sacco di iuta, olio, oro, vinavil su tela / burlap sack, oil, gold, vinavil on canvas 100 x 87 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Alberto Burri si avvicina alla pittura durante un periodo di prigionia in Texas (1943) e fin dagli esordi dimostra interesse per i materiali extrapittorici e di recupero. Le prime opere che lo pongono all’attenzione della critica appartengono alla serie delle “Muffe”, dei “Catrami” e dei “Gobbi” nelle quali le forme astratte sono ottenute con colori a olio, smalti sintetici, catrame e pietra pomice. Alla prima metà degli anni Cinquanta appartiene la sua serie più famosa: quella dei “Sacchi”, realizzata incollando sulla tela uniformemente tinta di rosso o di nero sacchi di iuta grezza, logora, piena di rammenti e cuciture. Qui esposto “Sacco” (1953). Dal 1955 in poi si dedica a sperimentazioni che coinvolgono nuovi materiali: inizialmente sostituisce i sacchi con indumenti quali stoffe e camicie e dal 1957 avvia la serie delle “Combustioni”, dei “Ferri”, dei “Legni” e delle “Plastiche” introducendo, anche attraverso l’utilizzo del fuoco, una forte carica espressiva e formale. Le sue opere sono presenti nelle più prestigiose collezioni pubbliche e private a livello internazionale. Nel 2015 è stata realizzata una grande retrospettiva al Guggenheim di New York in occasione del centenario dalla sua nascita. Alberto Burri began painting while a prisoner in a Texas POW camp (1943) and from the very outset he was fascinated by found or non-conventional materials. He first drew the critics’ attention with works in his series “Muffe”, “Catrami” and “Gobbi” in which he created abstract forms in oil colours, synthetic enamels, tar and pumice stone. “Sacchi”, his most famous series, dates from the early 1950s and was executed by gluing old patched and stitched burlap sacks onto a canvas that had been painted over in black or red. The example exhibited here is “Sacco” (1953). In 1955 Burri began trying out new materials replacing the burlap sacks with garments like cloths and shirts. In 1957 he launched the series “Combustioni”, “Ferri”, “Legni” and “Plastiche” where he used the medium of fire to add expressive and formal intensity. His work is part of the world’s most important public and private collections. In 2015 the New York Guggenheim presented a comprehensive retrospective exhibition to celebrate the Centenary of the artist’s birth.

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ARTISTA / ARTIST: Pedro Cabrita Reis Lisbona, 1956 13 OPERE / WORKS: new > Raw Canvas 9 2015 Porta trovata e pittura acrilica nera / Found door and black acrylic paint 171 x 294 x 5 cm BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Pedro Cabrita Reis è considerato uno degli artisti portoghesi più interessanti della sua generazione; la sua ricerca si colloca in una forma di processualità che, da Matta-Clark a Pistoletto, instaura un intenso dialogo tra scultura e architettura. L’artista realizza opere che si impossessano dello spazio espositivo attraverso strutture complesse e pervasive connotate da una dimensione ambigua, al confine tra arte e architettura. Affronta temi quali la casa, l’abitare, le costruzioni e il territorio; la sua pratica abbraccia una grande varietà di media: pittura, scultura, fotografia, disegno, privilegia l’uso di materiali industriali e il riciclo di vecchi manufatti ed oggetti come sedie, tavoli, porte, finestre. Fin dall’inizio degli anni Novanta gli oggetti utilizzati nelle sue opere vengono riassemblati e sottoposti a nuovi processi costruttivi acquisendo significati inediti, pur conservando reminiscenze di anonimi gesti quotidiani. Nell’opera in mostra, “Raw canvas #9” (2015), l’accostamento di una porta con due tele, una non trattata, l’altra ricoperta da una densa materia pittorica, diviene occasione per una evidenziazione/inventariazione del dato di realtà offrendo al contempo un modello per una corretta percezione dell’oggetto stesso. Rappresentante del Padiglione portoghese alla 50a Biennale di Venezia (2003), nel corso degli anni Cabrita Reis ha partecipato a numerose manifestazioni di rilevanza internazionale quali Documenta IX, Kassel (1992), la Biennale di San Paolo (1994) e la 10a Biennale di Lione (2009). Ha inoltre esposto in mostre personali in molti musei internazionali tra cui la Kunsthalle di Berna (2004), il MACRO di Roma (2006), la Fondazione Merz (2008) e la GAM (2010) di Torino e la Kunsthalle di Amburgo (2009). Pedro Cabrita Reis is considered one of the most interesting Portuguese artists of his generation. His research is part of the process that, from Matta-Clark to Pistoletto, establishes an intense dialogue between sculpture and architecture. The artist makes works that take possession of the exhibition space by way of complex and pervasive structures connoted by an ambiguous dimension, poised between art and architecture. He deals with themes like the house, living, constructions, and territory; his practice embraces a great variety of media: painting, sculpture, photography, drawing, he chooses to use industrial materials and to recycle used artifacts and objects such as chairs, tables, doors, windows. In the early 1990s the artist began reassembling and submitting the objects in his works to new constructive processes, thus acquiring new unprecedented meanings, while at the same time preserving reminiscences of anonymous everyday gestures. In the work on display, “Raw canvas #9”, 2015, the combination of a door and two canvases, one of which unprimed, the other coated with thick pictorial material, becomes the the manifestation/inventory of the given, at the same time offering a model for a correct perception of the object itself. The representative of the Portuguese Pavilion at the 50th Venice Biennal (2003), over the course of the years Cabrita Reis has participated in numerous events of international importance, such as Documenta IX, Kassel (1992), the Bienal de São Paulo (1994) and the 10th Lyon Biennal (2009). He has also shown his work in many solo exhibitions in international museums like the Kunsthalle in Bern (2004), MACRO in Rome (2006), Fondazione Merz (2008) and GAM (2010) in Turin, and the Kunsthalle in Hamburg (2009).

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ARTISTA / ARTIST: Sophie Calle Parigi, 1953 14 OPERE / WORKS: > Gênes 2013 3 stampe in carbonio / 3 carbon prints 33 x 46.7 cm ciascuna / each 33 x 143.5 cm misure complessive / BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: total dimensions Sophie Calle esordisce alla fine degli anni Settanta come fotografa. Nella sua prima opera, “Les Dormeurs” (1979), invita conoscenti e estranei a dormire nel suo letto. Documenta questi incontri attraverso un’originale combinazione di fotografia e testo, elemento ricorrente nella sua ricerca. Sophie Calle indaga criticamente il rapporto tra pubblico e privato, verità e finzione, attraverso l’utilizzo di vari mezzi espressivi quali fotografia, video, libri, film, performance. Le sue opere sono pervase da un senso di labilità e di incertezza in cui lo spettatore è chiamato a trovare una dimensione propria. Il trittico “Gênes” (2013) qui esposto, già presentato nella mostra “MAdRE” al Castello di Rivoli (2014), fa parte di un progetto che l’artista ha dedicato alla vicenda della perdita materna, al cui proposito ha affermato: “Mia madre amava essere oggetto di discussione. La sua vita non compariva nel mio lavoro e questo la contrariava. Quando collocai la mia macchina fotografica ai piedi del suo letto di morte - volevo essere presente per udire le sue ultime parole ed ero intimorita che potesse morire in mia assenza – esclamò: ‘Finalmente’”. L’opera di Sophie Calle è presente nelle collezioni del Centre Pompidou di Parigi, del Guggenheim di New York, della Tate Modern di Londra e del Los Angeles County Museum. Ha partecipato alla Biennale di Shanghai del 2012 ed è stata invitata come rappresentante ufficiale della Francia alla Biennale di Venezia del 2007, dove ha realizzato l’installazione “Take Care of Yourself”. Sophie Calle started out at the end of the 1970s as a photographer. In her first work, “Les Dormeurs” (1979), she invited acquaintances and strangers to sleep in her bed. She documented these encounters in an original combination of photography and text, a recurring feature of her exploration. Sophie Calle looks critically at the relationship between the public and the private spheres, between truth and fiction through the use of a variety of expressive vehicles such as photography, video, books, film and performance. Her works are suffused with a sense of transience and uncertainty in which the viewer is called on to find a personal meaning. The triptych “Gênes” (2013) on display here, was already shown at the “MAdRE” exhibition in Castello di Rivoli (2014), and is part of a project Calle devoted to the loss of her mother, about which she has said: “My mother liked being talked about. Her life never appeared in my work and this bothered her. When I placed my camera at the foot of her deathbed – I wanted to be present to hear her final words and I was afraid she might die in my absence – she exclaimed: ‘At last’”. Sophie Calle’s work is present in the collections of the Pompidou Centre in Paris, the Guggenheim in New York, the Tate Modern in London, and the Los Angeles County Museum. She took part in the Shanghai Biennial in 2012 and was invited as France’s official representative to the Venice Biennial in 2007 where she created the installation “Take Care of Yourself”.

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ARTISTA / ARTIST: Pier Paolo Calzolari Bologna, 1943 15 OPERE / WORKS: • Dense 1968 neon, sale, cuoio, ferro / neon, salt, leather, iron 112 x 36 x 31 cm new > Senza titolo 1969 BIOGRAFIA / BIOGRAPHY: Tecnica mista su cartone (tempera, sale, candela e fuliggine) / Mixed media on cardboard (tempera, salt, candle and soot) 4 elementi / elements 144 x 205 cm Dopo un esordio nell’ambito New Dada, si colloca tra i protagonisti del movimento dell’Arte Povera. Nelle sue opere utilizza materiali naturali come foglie di tabacco, cera, sale, piombo, grassi, muschio, messi in relazione energetica con candele, lampadine elettriche, filamenti di neon, fuoco e fumi di gas, registrazioni di suoni e di rumori. Privilegia l’uso del ghiaccio brinato e del sale in quanto evocazione del colore bianco, colore-non-colore per eccellenza. Compaiono negli anni Settanta le installazioni in cui divengono protagoniste le formazioni di ghiacci, brine e vapori freddi, che a contatto con superfici metalliche evocano sensazioni di malinconia, solitudine e disfacimento dell’essere. Apparizioni sceniche al limite della performance, ma dietro le quali sono sottesi echi e rimandi alla letteratura, alla musica, al teatro e all’architettura. Negli anni Ottanta torna a lavori pittorici con astrazioni di matrice metafisica ed esistenziale. Ha preso parte ad esposizioni presso la Peggy Guggenheim Collection di Venezia (2011) e il MoMA di New York (2013). Tra le sue personali recenti troviamo quella a Ca’ Pesaro di Venezia (2011) e alla Boesky East Gallery di New York (2014). After a debut in the milieu of New Dada, Calzolari immediately became one of the protagonists of the Italian Arte Povera movement. He works with natural materials such as tobacco leaves, wax, salt, lead, fats, moss, which he energises by means of candles, electric lamps, neon filaments, fire and gas fumes, recordings of sounds and noises. Among Calzolari’s favourite materials are frosted ice and salt since they evoke the colour white, that most emblematic non-colour colour. In the 1970s his installations began to showcase formations of ice, frost and cold vapours that freeze when they come into in contact with refrigerated metallic surfaces, calling up feelings of melancholy, solitude and the dissolution of being. Displays like this border on performance art but they also contain echoes and references to literature, music, theatre and architecture. In the 1980s he returned to painting with abstractions of metaphysical and existential patterns. He has taken part in exhibitions at the Peggy Guggenheim Collection in Venice (2011) and the MoMA in New York (2013). His recent personals include the Ca’ Pesaro in Venice (2011) and the Boesky East Gallery in New York (2014).

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