N° 7 - Filmese Aprile 2016

 

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FILMESE N° 07 - Aprile 2016

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APRILE 2016 SOMMARIO • • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI APRILE I GIOVANI CON IL CIRCOLO FESTIVAL & RASSEGNE RITRATTI FOCUS SUI FILM DEL CIRCOLO • IL LIBRO • LE NEWS FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona 7 SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA IL PUNTO CINEFILI O APPASSIONATI? Cinefilo è una parolaccia? Un insulto, o al contrario un elogio? Ha ancora senso oggi definirsi così? Domande forse paradossali che però è giusto porsi, perché riguardano il cinema e il suo futuro. E la critica cinematografica. E le scelte di programmazione. Scelte che facciamo noi del Circolo del Cinema, e che fanno altre associazioni, ma che fanno anche tutti gli spettatori nel momento in cui decidono di vedere un certo film. Truffaut, come ricorda Montini in Filmese di marzo, sosteneva che tutti esercitano due mestieri, il proprio e quello di critico cinematografico. Ma si sa che ogni italiano aggiunge anche un terzo mestiere: quello di commissario tecnico della nazionale di calcio, o quanto meno di allenatore della squadra del cuore. Di fronte ad un film, in fondo, ci si comporta come davanti ad una partita, discutendo con gli amici, sostenendo le proprie tesi, divenendo di fatto dei critici. Ma per criticare occorre avere delle competenze, delle conoscenze specifiche? O basta la passione? Il paragone col mondo del calcio regge ovviamente fino ad un certo punto. Le passioni- di questo si tratta- sono troppo diverse. Restando al cinema, un tempo la cinefilia esisteva ed era immediatamente riconoscibile. Era chiaro il suo luogo di culto (Parigi), i suoi officianti (i redattori dei Cahiers du Cinéma, anche se non andavano dimenticati i ribelli di Positif), i suoi rituali (sedersi sempre allo stesso posto), i suoi idoli (Hitchcock, Hawks, Godard, Nicholas Ray, il Fritz Lang americano…). Era indubbio che la cinefilia fosse soprattutto una dichiarazione a favore del cinema e del suo valore culturale. Un modo diverso di guardare i film. Ma oggi, ai tempi della rete e della progressiva emarginazione della critica cinematografica sulla carta stampata (come osserva sempre Montini) che senso ha definirsi ancora cinefili? Piccoli riti resistono ancora tra i nostri Soci: scegliere sempre lo stesso orario di proiezione, sedersi nello stesso posto, soffermarsi a commentare. Più che di cinefili, è meglio parlare di amanti del cinema, di appassionati. Ed allora, proprio in nome di questa passione, si può essere critici, non come coloro che hanno alle spalle un bagaglio professionale, variamente acquisito, ma come coloro che esercitano il proprio spirito critico, riflettendo, giudicando, sulla base dei tanti film visti (pane e cinema, per alcuni, non è un modo di dire), della propria cultura, della propria sensibilità. Devono esserci entrambi: i critici di professione e quelli di passione (non è giusto chiamarli veri e finti). In definitiva al Circolo siamo tutti un po’ cinefili e i film proposti sono spesso da cinefili (date un’occhiata ai titoli di aprile). Ma soprattutto concordiamo sul fatto che il cinema è qualcosa che si può amare e che restituisce ai suoi innamorati passione, intelligenza ed entusiasmi. Lorenzo Reggiani ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 0215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL - FAX: 045 8006778 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo

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PROGRAMMA DI APRILE 2016 ➁➃ GIOVEDÌ 7 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 TI GUARDO di Lorenzo Vigas Venezuela/Messico, 2015 - durata: 1h 33’ ➁➄ GIOVEDÌ 14 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 IN UN POSTO BELLISSIMO di Giorgia Cecere Italia, 2015 - durata: 1h 40’ Alla proiezione delle 21.30 sarà presente la regista Giorgia Cecere per un incontro-dibattito ➁➅ GIOVEDÌ 21 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 IL CLUB di Pablo Larraín Cile, 2015 - durata: 1h 38’ ➁➆ GIOVEDÌ 28 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 LA CANZONE PERDUTA di Erol Mintas Turchia/Francia/Germania, 2014 - durata: 1h 43’ TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO IL CINEMA K2 VIETATO LʼINGRESSO IN SALA DOPO LʼINIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA DI SPEGNERE I TELEFONI CELLULARI 2

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24 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 7 APRILE 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 TI GUARDO (DESDE ALLÁ) REGIA: LORENZO VIGAS (VENEZ/MESSICO, 2015) - DURATA: 93ʼ - OPERA PRIMA SCENEGGIATURA: Lorenzo Vigas / FOTOGRAFIA: Sergio Armstrong G. ADFCH / MONT: Isabela Monteiro de Castro / SUONO: Waldir Xavier / SCENOGRAFIA: Matías Tikas / ATTORI: Alfredo Castro, Luis Silva, Jericó Montilla, Catherina Cardozo, Marcos Moreno, Jorge Luis Bosque / PROD.: Factor Rh & Malandro Films Venice Film Festival 2015: Leone d’oro miglior film / Thessaloniki Film Festival 2015: Miglior attore (Alfredo Castro) e miglior sceneggiatura (Lorenzo Vigas) trauma comune, la mancanza del padre, dall'altro il rapporto fra Armando e Elder sottintende anche a una strategia di potere. I due appartengono a due classi sociali diverse e lontane e, in una società come quella venezuelana, sembra suggerire il film, non c'è possibilità di dialogo, né tanto meno occasione di ribaltare ruoli consolidati. Il film di Vigas, più che a suggestioni pasoliniane (un mix di rabbia e tenerezza che ricorda i Ragazzi di vita), sembra guardare al cinema di Fassbinder, sempre molto attento ad analizzare i rapporti di potere all'interno delle relazioni di coppia. Ma, vincitore a sorpresa del Leone d'oro a Venezia 2015, Ti guardo è innanzitutto un film che realizza il sogno d'una cinematografia multinazionale sudamericana, perché se il regista è venezuelano, la sceneggiatura è cofirmata dal messicano Guillermo Arriaga e il protagonista, nel ruolo di Armando, è il cileno Alfonso Castro, volto ricorrente del cinema di Pablo Larraín. (Franco Montini, da "Vivilcinema", novembre-dicembre 2015) (...) Si direbbe sia l'inaffidabile adolescente a manovrare le fila, invece è Armando il gatto che sta intrappolando il topo. Anche sceneggiatore, Vigas dipana il racconto con stile studiato; ricorrendo poco ai dialoghi e confidando su gestualità, sguardi, relazioni spaziali fra corpi e ambiente per suggerire un costante senso di disagiata estraneità sino al crudele finale. Alfredo Castro, eccellente attore cileno, è un Armando misterioso, reticente, cauto cui ben si contrappone il non professionista Luis Silva, conferendo a Elder selvatica, irruente inesperienza. (Alessandra Levantesi Kezich, da "La Stampa", 21 gennaio 2016) Più acuto di quanto non voglia apparire, il film centra in pieno i risvolti del 'machismo' d'obbligo nella società latina in cui si svolge: l'omosessualità è (all'inizio) oggetto di disprezzo e di scherno per il ragazzo, la madre del quale lo caccia poi con sdegno quando pensa che il figlio sia gay. Però l'esito della vicenda - piuttosto sorprendente e anche perturbante - sottintende un altro motivo che va ad aggiungersi alla complessità del film. Un motivo 'di classe': perché non è difficile vedere come il giovane emarginato (il proletario, si sarebbe detto una volta) sia la vittima predestinata del predominio sociale e culturale dell'uomo più anziano. Occorre un po' di tempo prima di entrare del tutto nella vicenda, che Vigas descrive con inquadrature nitide e luminose, spesso 'osservate' in semi-soggettiva dai protagonisti; via via, però, l'interesse cresce e si resta sempre più coinvolti. Anche grazie alle interpretazioni dell'attore cileno Alfredo Castro (Toni Manero, Post Mortem) e del giovanissimo Luis Silva, che alterna arroganza e fragilità come gli eroi di borgata cari a Pasolini. (Roberto Nepoti, da "La Repubblica", 21 gennaio 2016) (...) Una storia del genere si prestava ad un racconto nel segno del melodramma più infuocato e invece l'esordiente Lorenzo Vigas ha scelto un percorso esattamente opposto. Il regista ha puntato su una messa in scena realistica, sottotono, come per spegnere l'intensità e la perversità della materia narrata, puntando su annotazioni solo apparentemente banali per mostrare l'ambiguità d'una storia che intreccia amore e tradimenti. La cinepresa si muove con discrezione, ma in formato panoramico, fra i barrios di Caracas, e se in primo piano ci sono i volti dei protagonisti, lo sfondo appare spesso volutamente sfuocato. Il merito maggiore di Ti guardo è quello di mescolare psicologia e sociologia: se da un lato le diverse e contrapposte vite dei protagonisti nascono da un Il titolo originale, Desde allá, significa "da lontano", la distanza è la cifra della relazione tra Armando ed Elder, quella che separa l'appartamento borghese del primo dalla strada bazzicata dal secondo, distanza annullata dalla mazzetta di banconote che Armando elargisce per pagare la visione delle carni nude di Elder. Intorno c'è Caracas, c'è il monoteismo del denaro e c'è l'assenza assordante dei padri: quello di Armando si è macchiato di una colpa troppo grande per essere detta, quello di Elder era un avanzo di galera. Il duplice vuoto riempie di senso il legame irruento e sensuale che, a suon di botte e reciproca sfiducia, si instaura inatteso fra un ragazzino sboccato e un uomo di mezz'età mite e amareggiato, che - come il troppo ammiccante titolo italiano suggerisce - anziché vivere guarda soltanto, da lontano. Vigas, all'esordio nel lungometraggio, mette in scena un melodramma rarefatto e carnale, incardinato su inquadrature austere e ostinate come i silenzi dei protagonisti - il non professionista Luis Silva, talento selvatico, e il sempre eccellente Alfredo Castro, che del suo volto insondabile ha fatto una cifra attoriale - e inevitabilmente assonante alle opere di più navigati registi sudamericani (...). Nel tripudio di eccellenze del nuovo e trionfante cinema latino (Ti guardo ha vinto il Leone d’Oro 2015), la voce di Vigas a volte pare troppo fievole per farsi udire; la carne al fuoco è molta, il sentimento fra due uomini che nasce nell'ostilità e nell'abbrutimento di un paesaggio sociale degradato. Ma Ti guardo non è una storia d'amore, né un racconto di formazione con annesso coming out, come il finale beffardo e spietato sbatte in faccia allo spettatore; il movimento concentrico del mélo sospinge i protagonisti, a turno carnefici e vittime consenzienti, verso un revenge movie in sottotraccia, con cui il regista mette alla prova l'assuefazione e il pregiudizio dello sguardo del "primo mondo" sul Sudamerica. Quando nel finale asciuttissimo ci accorgiamo di aver visto, per tutto il tempo, la parabola crudele di un mondo regolato dallo sfruttamento, siamo costretti a considerare di aver guardato, forse, nel posto sbagliato. (Ilaria Feole, da "Film Tv", 24 gennaio 2016) LORENZO VIGAS Figlio dell’artista Oswaldo Vigas, nasce in Merida, Venezuela, nel 1967. Studia biologia molecolare prima di trasferirsi nel 1995 a New York, dove partecipa a numerosi laboratori cinematografici. Nel 1998 torna in Venezuela per dirigere una serie TV, il documentario Expedición e vari documentari per Cinesa tra il 1999 e il 2001. Il suo corto Los elefantes nunca olvidan viene selezionato per la Settimana della Critica di Cannes, per i festival di Clermont - Ferrand e New Directors - New Films (New York). Ti guardo è il primo film a soggetto. 3

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25 FILM ° GIOVEDÌ, 14 APRILE 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IN UN POSTO BELLISSIMO REGIA: GIORGIA CECERE (ITALIA, 2015) - DURATA: 100ʼ - VOTATO DAI SOCI RINGRAZIAMO LA REGISTA GIORGIA CECERE PER LA SUA PRESENZA ALLE 21.30 SCENEGGIATURA: Giorgia Cecere, Pierpaolo Pirone / MONTAGGIO: Annalisa Forgione / FOTOGRAFIA: Claudio Cofrancesco / MUSICA: Donatello Pisanello / INTERPRETI: Isabella Ragonese, Alessio Boni, Paolo Sassanelli, Michele Griffo, Feysal Abbaoui / PRODUZIONE: Bianca e BaincaFilm, Rai Cinema formismo, il marito appare piuttosto sfuggente ma il ménage resiste... Ecco un ritratto femminile fatto di niente eppure efficace e a suo modo emozionante, anche grazie alla notevole sottigliezza interpretativa di Isabella Ragonese, un'attrice sempre più matura e vibrante. (Cristiana Paternò, da "Vivilcinema", luglio-agosto 2015) (...) Lo sguardo di Giorgia Cecere sta spesso attaccato al volto e al corpo di Isabella Ragonese (alla seconda collaborazione insieme), ne cattura ansie, silenzi, scatti, incertezze. Spesso è ripresa con inquadrature strette o sommersa nel grigio della provincia. È tutto un cinema in sottrazione, che (si) nega le scene madri e invece costruisce le varie sfaccettature della protagonista attraverso diversi personaggi che incontra: Feysal prima di tutto ma anche la madre della sua inseparabile amica di un tempo scomparsa tragicamente, l’insegnante di scuola guida (Paolo Sassanelli) e la ragazza che segue le lezioni con lei. Tutte sfaccettature di un mosaico ambizioso, affascinante, dove talvolta qualche incastro appare un po’ forzato (la scena in cui l’insegnante di scuola guida si presenta a casa della protagonista, lo scontro con la madre al bar). Ma In un posto bellissimo è l’esempio di una strada da percorrere nel cinema italiano, che sa parlare della quotidianità e del mondo che c’è lì fuori. Isabella Ragonese si affida a un registro diverso rispetto al passato e riesce a rendere efficacemente le incertezze, lo spiazzamento del suo personaggio nel mondo, il suo tentativo e la sua incapacità di comunicare con gli altri... Il cinema della Cecere conferma di avere uno sguardo capace di entrare in intimità con i suoi protagonisti... dove la suspense è nella vita di tutti i giorni, nelle piccole/grandi tensioni con le persone a cui siamo più legati. (Simone Emiliani, da “Sentieri Selvaggi”, 27 agosto 2015) Ha lavorato con Gianni Amelio ed Edoardo Winspeare: esperienze indicative del tipo di sensibilità del cinema di Giorgia Cecere, che In un posto bellissimo traccia a pastello un ritratto di donna in crisi. Dolce e sommessa, la borghese Lucia divide le giornate fra il suo negozio di fiori nel centro di Asti e le amorose cure dei familiari, finché la scoperta dell’infedeltà del marito e l’incontro con un immigrato maghrebino non creano in lei un turbamento che produce una trasformazione. Non tutto risulta convincente nella presa di coscienza di Lucia, e i troppi indugi vanno a scapito dell’incisività, ma nell’imbastire questa storia sospesa la Cecere dimostra coerenza stilistica; e gli interpreti, dalla Ragonese a Boni a Piera Degli Esposti, assecondano felicemente il disegno di regia. (Alessandra Levantesi Kezich, da “La Stampa”, 27 agosto 2015) Asti, tranquilla città di provincia. Così come tranquilla è anche la vita di Lucia, tutta rivolta all'affetto per il marito, per il figlio. Se non fosse che qualcosa in più trapela: una paura, un tremore, la possibilità che tutto il castello crolli, così, in un attimo. Man mano che il racconto procede ci rendiamo conto che questo leggero panico costante ha un fondamento, una vecchia relazione del marito che si crede sepolta. Eppure a Lucia non basta, e per la prima volta si avventura fuori dalla porta di casa, verso il mondo, verso l'extracomunitario che vive all'addiaccio. Tra paure, respingimenti e moti del cuore. Verrà una donna a far comprendere a Lucia che un'altra vita è possibile. Cronaca di una crisi annunciata e banale, tra le mura di un piccolo appartamento borghese. Fin dall'incipit, tutto è accaduto, ma non si abusa di flashback per farci capire. Anzi si procede come nulla fosse cercando nelle piccole note di regia, nei soprassalti d'umore dei bravi protagonisti, Isabella Ragonese e Alessio Boni, le tessere di un puzzle emozionale che man mano si compone. Un film fatto di atmosfere, scarti emotivi, silenzi e brumose atmosfere del Nord ancora abbastanza agiato, non troppo razzista, ma neppure accogliente. Semplicemente indifferente e attento a non vedere ciò che può compromettere il fragile equilibrio economico e sociale. Lucia invece comincia davvero a vedere, prima sfocato, poi con chiarezza. È lo stesso processo che capita allo spettatore di un piccolo film pieno di grazia, talvolta troppo trattenuto, ma capace di appassionarti ad una storia di crisi quotidiana come fosse un thriller. Degli amori e dei disamori. (Piera Detassis, da "Ciak", settembre 2015) Una narrazione sottotono, uno stile delicato e intimo, uno sguardo quieto eppure tagliente confermano in Giorgia Cecere un'ottima analista dell'animo femminile. Il secondo film da regista della sceneggiatrice di Edoardo Winspeare e collaboratrice di Gianni Amelio, si chiama In un posto bellissimo, ma il titolo dagli accenti positivi e quasi fiabeschi non denuncia invece il clima triste e nebbioso della vicenda. Isabella Ragonese, protagonista anche dell'opera d'esordio della regista leccese, Il primo incarico (anche quella una storia di autodeterminazione femminile), è Lucia, una giovane moglie e madre che non sembra avere particolari ambizioni o desideri. Piuttosto succube del marito Andrea (Alessio Boni), uomo d'affari decisionista e sicuro di sé, ha un figlio preadolescente. Nella coppia si parla poco, prevale il con4 GIORGIA CECERE Dopo aver studiato regia con Gianni Amelio al Centro Sperimentale, ha lavorato con lui per Porte Aperte (cast e assistente alla regia) e Il ladro di bambini (di quest’ultimo ha scritto i dialoghi). Presso Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi ha realizzato il mediometraggio Mareterra. Ha scritto soggetto e sceneggiatura di Sangue Vivo (primo premio a San Sebastián) e de Il Miracolo (in concorso alla Mostra di Venezia) per la regia di Edoardo Winspeare. Nel 2010 ha diretto il suo primo film Il primo incarico, con Isabella Ragonese sempre nel ruolo di protagonista, presentato alla 67° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (Controcampo Italiano) e proiettato al Circolo del Cinema nell’ottobre 2011.

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INTERVISTA ALLA REGISTA GIORGIA CECERE In un posto bellissimo è un film di sentimenti, una sottile indagine dei moti del cuore di una donna "normale". Giorgia Cecere, già sceneggiatrice per Edoardo Winspeare, ha affidato il difficile ruolo della protagonista a Isabella Ragonese, che aveva interpretato il ruolo di Nena, maestra alle prime armi, nel suo film d'esordio Il primo incarico. Con lei nel cast Alessio Boni, Piera Degli Esposti e Feysal Abbaoui. zione. Si dice che la forza delle donne potrebbe salvare il mondo, ma forse ancor più potrebbe fare la loro debolezza, una forma sottile e istintiva di comprensione e accettazione. Sono un po' stufa della retorica della forza, che ritengo disastrosa, come tutta la Storia racconta. È tempo che all'interno delle nostre vite si riscopra tutto il potenziale che cʼè negli stati di debolezza. Da dove viene la debolezza di Lucia? Deriva dalla paura della perdita, che ha provato in passato con la morte dell'amica. Ha sepolto dentro di sé questo dolore e non può andare avanti finché non riesce a far rivivere quel ricordo. Difende la sua famiglia e la sua vita da ogni minaccia, in particolare dal tradimento di Andrea, non solo per amore ma anche per paura. In questo senso cosa rappresenta il ragazzo straniero per lei? Fra i due scatta un semplice sentimento di simpatia, non c'è amore né atteggiamento politico o da crocerossina. Parlare con Feysal riporta Lucia a quella leggerezza vissuta da giovane, quando con la sua amica poteva ridere di tutto per ore. Fra loro c'è solo una spontanea umanità e quella grande libertà che possiede solo chi non ha niente da perdere. I luoghi sembrano partecipare ai moti dell'anima dei protagonisti. Come hai scelto le location? grande collaborazione, riscoprendo attraverso il film certi aspetti della bellezza che gli abitanti finiscono per non notare più. Cercavo proprio quell'atmosfera per raccontare come, anche in una cittadina così protetta e tranquilla, non ci sia riparo dalla sofferenza. L'unica possibilità di uscirne è fidarsi del proprio cuore. Con Isabella Ragonese, dopo due film insieme, sembra esserci un rapporto speciale... Di Isabella mi piacciono molto la trasparenza del volto e il coraggio di attrice. Ho chiesto a tutti gli attori di tenere un approccio al personaggio più semplice possibile, per arrivare alla verità dei sentimenti e devo dire che sono felicissima dell'interpretazione di tutti. Isabella è riuscita a dare corpo a un personaggio introverso; Alessio Boni ha saputo tenere in equilibrio un ruolo un po' ingrato e rischioso; Piera Degli Esposti mi ha fatto un regalo con un ruolo piccolo che però aveva bisogno di una presenza forte, e Paolo Sassanelli ha dimostrato qui il suo grande potenziale recitativo. Poi ci sono i due ragazzi: Feysal, che ha arricchito ogni sua scena di dettagli, e Michele Griffo, che con Isabella e Alessio ha formato una vera famiglia anche fuori dal set. Spero che lo spettatore si ritrovi ad entrare nella loro intimità con naturalezza, attraverso un racconto sottile, privo di scene madri. Da spettatrice amo molto i film che producono questo effetto; come regista cerco di nascondermi nello stretto sentiero che arriva al cuore. (Barbara Corsi, da "Vivilcinema", luglio-agosto 2015) 5 Anche in questo film, come ne Il primo incarico, la protagonista è una donna che cerca il proprio posto nel mondo... Si finisce per raccontare sempre ciò che ci sta più a cuore, tuttavia i caratteri delle due protagoniste sono diversi. Nena era una ragazza degli anni '50 che affrontava l'avventura di un posto sconosciuto e orgogliosamente costruiva la propria vita. Lucia vive nella contemporaneità, ma per lei è ancora più difficile essere se stessa. Paradossalmente, oggi le forme sociali sono più consolidate e siamo tempestati da un sentimento diffuso di paura, nelle nostre vite normali si può nascondere il pericolo più grave, quello di perdere la possibilità di essere felici. Come descriveresti il carattere di Lucia? È una persona come tante, un'antieroina, si potrebbe dire una donna debole, che ha sempre lasciato al marito la responsabilità di decidere cosa sia giusto fare in ogni situa- La mia teoria è che quando il mondo raccontato è molto vivido, da qualche parte esiste. Ho scritto la storia a Roma, immaginandola in una tranquilla cittadina del nord Italia. Poi, seguendo la traccia di un luogo nei pressi di Asti, ho trovato tutto il mondo di Lucia, compreso Michele Griffo, che fa il figlio Tommaso, e Feysal Abbaoui, incontrato alla stazione. La città ha accolto la troupe con molto calore e La regista con i protagonisti Isabella Ragonese e Alessio Boni

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26 FILM ° GIOVEDÌ, 21 APRILE 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IL CLUB (EL CLUB) REGIA: PABLO LARRAÍN (CILE, 2015) - DURATA: 98ʼ SCENEGGIATURA: Guillermo Calderón, Pablo Larraín, Daniel Villalobos / FOTOGRAFIA: Sergio Armstrong / MONTAGGIO: Sebastián Sepúlveda / MUSICA: Carlos Cabezas / ATTORI: Roberto Farías, Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking / PRODUZIONE: Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín 14 PREMI TRA CUI: Berlin International Film Festival 2015: Orso d’argento / Chicago International Film Festival 2015: Miglior regia, miglior ensemble, miglior sceneggiatura lare lo spettatore dietro a un claustrofobico e inquietante club degli orrori. (Cristina Paternò, da "Vivilcinema", settembre-ottobre 2015) Il 19 agosto prossimo, il cileno Pablo Larraín compirà 40 anni; fino ad allora, rimarrà il più grande regista under 40 al mondo. In attesa di una doppietta da brividi, ovvero Neruda e Jackie (Kennedy), ad oggi ha firmato cinque film. (...) Osserva il regista: "Se con l'egemonia dell'alta definizione oggi tutti i film assomigliano alle riprese sportive, Il Club impiega obiettivi sovietici, usati anche da Tarkovskij, e filtri per cercare una trasfigurazione visiva": l'epifania di un club che non è solo fuori dal mondo, ma un altro mondo che non conosce pietas, rinnega il dialogo, esclude virtù e conoscenza. Da qui la predilezione di Larraín per i primi piani dei suoi sacerdoti; il campo-controcampo, ovvero l'interazione, non esiste; i volti sono davanti alla macchina da presa come allo specchio. Se Il caso Spotlight di Tom McCarthy, ripercorrendo l'indagine del Globe sui casi di pedofilia nella Chiesa di Boston, crede ancora nella giustizia e nella (di)mostrazione dei fatti, Larraín sospende la pena, ma non il giudizio morale: che succede quando è l'uomo a spegnere la luce? La risposta è in sala: non perdetela, El Club è un capolavoro. (Federico Pontiggia, da "Il Fatto Quotidiano", 28 febbraio 2016) Affidate al volto di Alfredo Castro le emozioni dei personaggi acquistano intensità tragica, diventano segni tangibili degli abissi in cui può precipitare l'animo umano. Lo sa bene il regista Pablo Larraín, che dirige l'attore cileno per la quinta volta nel Club, vincitore dell'Orso d'argento alla Berlinale di un anno fa, e lo sa bene Lorenzo Vigas che lo ha scelto per il ruolo del protagonista di Ti guardo, Leone d'oro all'ultima Mostra di Venezia. Le prove di Castro non sono mimetiche, ma nemmeno di quelle in cui l'attore finisce per prevalere sul ruolo che interpreta. Alfredo Castro diventa ogni volta la persona che racconta, acquistandone l'aspetto fisico e interiorità, con una dedizione sacrale al mestiere della recitazione: «La fede come adesione umana a me stesso, al mio vicino di casa e al mondo - dichiara -, beh, questo è ciò in cui consiste il mio lavoro». (Fulvia Caprara, da "La Stampa", 25 febbraio 2016) Fin dagli esordi, il cileno Pablo Larraín ha dimostrato di essere uno dei registi più interessanti del panorama internazionale. In Tony Manero, durante la dittatura di Pinochet, il protagonista (Alfredo Castro, attore feticcio) è talmente ossessionato dal personaggio di John Travolta nella Febbre del sabato sera, da mettere in scena uno spettacolo di danza in un locale di periferia ogni sabato, mentre come secondo lavoro fa il serial killer. In Post mortem, Larraín immagina la vicenda di un impiegato dell'obitorio di Santiago del Cile, che al momento del golpe si ritrovava tra le mani il cadavere di Salvador Allende. Con No, torna di nuovo a parlare del suo paese: quando, nel 1988, l'opposizione ha affrontato il referendum che Pinochet pensava di vincere e riconfermarsi al potere per un altro decennio. Specializzato nello scandagliare zone buie, angoli remoti mai esplorati, senza risparmiare orrori di nessun tipo, con una cifra stilistica personalissima, racconta con El Club un'altra vicenda scottante e dolorosa. Siamo sulla costa cilena, in una casa senza pretese dove vivono un gruppetto di uomini e una donna, Monica. Potrebbero essere amici, pensionati, terroristi, rivoluzionari. L'arrivo di un nuovo coinquilino spezza gli equilibri e la verità viene a galla: sono tutti preti nascosti, confinati, perché hanno commesso gravi abusi. La donna è una suora, dal vissuto turbolento, che ha trovato il modo di espiare facendo loro da badante e un po' da carceriera. La situazione precipita: uno dei due perde la ragione di fronte a un uomo che lo accusa di averlo molestato da bambino. (...) Larraín procede nella sua indagine spietata, senza ombra di speranza negli uomini e nelle istituzioni, e il cammino verso quella trasparenza invocata da Benedetto XVI e perseguito da papa Francesco, sembra più impervio che mai. (Marina Sanna, da "Rivista del Cinematografo", novembre 2015) Vengono in mente per accensione geniale, Buñuel e Ferreri, ma soprattutto sono potenti le immagini della Chiesa: il club è un clan, la "famiglia" ripudiata. Oltre la logica e la morale vale però nel film l'atmosfera malata che vi regna, da girone infernale, tutto il non detto e il gioco incrociato degli sguardi, la dannazione della memoria, l'appello dei sensi. (Maurizio Porro, da "Corriere della Sera", 25 febbraio 2016) L'avvio di El Club, il film con cui il cileno Pablo Larraín ha vinto l'Orso d'argento alla Berlinale, è davvero spiazzante, specialmente se si arriva in sala con qualche cognizione a proposito degli argomenti trattati. (...) Il film non manca di una certa dose di umorismo nero nel tratteggiare questo vero e proprio regolamento di conti, che è anche un regolamento di conti tra il regista, di educazione cattolica, e l'imperdonabile responsabilità dell'istituzione. Larraín, già autore di film potenti e fortemente politici come Tony Manero e Post mortem, conferma qui la sua grande maestria nell'intrappo- PABLO LARRAÍN Nato a Santiago del Cile, nel 1976 è socio fondatore di Fabula, una società di produzione dedicata a cinema, televisione, service di pubblicità e produzione. Nel 2005 dirige il suo primo film ambientato nel mondo della musica, Fuga, non distribuito nel nostro Paese e presentato solo nel 2015, nell’ambito della Retrospettiva Pablo Larraín, dalla Festa del Cinema di Roma. Ma per i successivi lavori Larraín si potrebbe considerare un habitué del Circolo del Cinema: da Tony Manero reduce dalla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2008, a Post Mortem, in concorso al Festival di Venezia nel 2010; da NO - I Giorni dell’Arcobaleno, pure selezionato per la Quinzaine di Cannes 2012 e candidato agli Oscar come “miglior film straniero”, a questo Il Club, vincitore del Gran Premio della Giuria alla Berlinale 2015 e fresco di distribuzione in Italia. Per la cronaca, il regista ha realizzato in Cile per il famoso canale televisivo HBO due serie di Profugos: la prima nel 2010, la seconda nel settembre 2013. 6

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27 FILM ° GIOVEDÌ, 28 APRILE 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA CANZONE PERDUTA (KLAMA DAYIKA MIN) REGIA: EROL MINTAŞ (TURCHIA, FR., GERM., 2014) - DURATA: 103ʼ - OPERA PRIMA - SOTTOTITOLATO SCENEG.: Erol Mintaş / FOTO.: George Chiper - Lillemark / MONT.: Alexandru Radu / MUSICA: Başar UÅNnder / ATTORI: Feyyaz Duman, Zübeyde Ronahi, Nesrin Cavadzade, Aziz Capkurt, Cüneyt Yalaz, Mehmet UÅNnal, Sabiha Bozan, İsa Berivane / PROD.: Mintaş Film, Arizona Productions, Mitosfilm 15 PREMI TRA CUI: Sarajevo Film Festival 2014: Miglior film e miglior attore / Festival del Cinema Europeo di Lecce 2015: Ulivo d’oro miglior film INTERVISTA AL REGISTA EROL MINTAŞ Nel film la lingua ha un ruolo centrale: la canzone tradizionale che la madre cerca e che dà il titolo al film, l’alternarsi frequente tra curdo e turco, le storie che il protagonista insegna ai bambini della sua scuola... perché hai scelto questo tema? Quando ero bambino in Turchia era vietato parlare curdo. Cercavamo di tener viva la nostra lingua ascoltando canzoni proibite e le storie che le nostre madri ci raccontavano in segreto. Così, oggi, se posso parlare curdo è grazie alle storie che mi ha raccontato mia madre. Nel film la canzone rappresenta la sopravvivenza per l’anziana madre Nigar. Lei cerca qualcosa per continuare a vivere, perché ha perso tutto quando negli anni Novanta è stata costretta a lasciare il villaggio curdo d’origine, insieme ai vicini. Ma se a Tarlabasi, la zona della città in cui si sono spostati inizialmente, potevano stare tutti insieme, con la gentrificazione che li ha successivamente costretti a spostarsi e disperdersi l’anziana Nigar ha vissuto un trauma: lei non è abbastanza forte per sopportare una seconda migrazione. Per Ali è diverso, lui è abituato a parlare due lingue, curdo e turco. Quando era bambino, il suo maestro in classe raccontava storie curde e un giorno la Jitem (unità anti-terrorismo) fece irruzione in aula portandolo via e uccidendolo. Quel giorno Ali era presente, così da adulto, divenuto maestro a sua volta, ricorda sempre la storia che il suo insegnante raccontava quel giorno e vuole trasmetterla alle nuove generazioni. Il personaggio della madre Nigar, con il suo rifiuto di adattarsi alla nuova realtà di Istanbul, rappresenta in modo forte il legame con la cultura e la tradizione curda. Quale importanza hanno per i curdi e come vengono vissute dalle diverse generazioni? A Istanbul ci sono tre generazioni all’interno della comunità curda. La prima è quella a cui appartiene Nigar, la madre: è la generazione che fatica ad adattarsi, composta da persone che continuano a parlare curdo e il cui unico sogno è, un giorno, di poter tornare ai villaggi d’origine. La seconda è quella di Ali, è la generazione che sta nel mezzo, parla sia curdo che turco. La terza è la nuova generazione, completamente integrata. Tutte queste generazioni cercano comunque di mantenere viva la propria cultura, ognuno a modo suo. Nel mio film ho cercato di raccontare la comunità curda anche in termini sociologici. Come hai scelto di lavorare dal punto di vista delle riprese e della fotografia? La maggior parte delle riprese sono state effettuate all’interno del tessuto urbano reale di Istanbul, abbiamo ripreso i quartieri svuotati come Tarlabasi, i sobborghi periferici come Esenyurt ma anche i nuovi grattacieli e i moderni centri del business. Abbiamo scelto il contrasto tra questi due diversi scenari come materiale visivo fondamentale. Per seguire Ali e Nigar abbiamo sempre utilizzato la camera a spalla, cercando di rendere il contrasto tra i loro diversi ritmi di vita. L’anziana madre viene ritratta in ambienti chiusi e ridotti, molto statici. Ali invece è sempre di corsa e così è la macchina da presa che lo segue: viaggia insieme a lui per la città, mentre cerca di trovare la sua strada. Dal Pressbook 7 «Una commovente meditazione sull’amore, la memoria e l’identità culturale». (Stephen Dalton, da “Hollywood Reporter”, 25 agosto 2014) La giuria del Sarajevo Film Festival ha apprezzato il film per “la coraggiosa semplicità, la lingua cinematografica pura, la scelta di mostrare la vita quotidiana in una maniera che ci fa capire e amare i caratteri.” La giuria ha poi affermato che il premio è stato assegnato al film “per il suo approccio cinematografico sottile pur raccontando una storia complessa di separazione, sofferenza, speranza e disperazione. Attraverso una silenziosa, ritmica narrazione con meravigliose focalizzazioni sui dettagli più piccoli, osserviamo l’amore superare muri di prigioni.” (Leo Barraclough, da “Variety”, 23 agosto 2014) In questo riuscito dramma familiare, la questione curda adombra le relazioni, come indicato sin dal prologo: la situazione che Ali, Nigar e Zeynep vivono è una conseguenza del problema, ma i protagonisti non ne parlano mai apertamente. La performance misurata di Duman (Ali) mostra molte emozioni - quelle che una storia simile richiede - e l’attraente Cavadzade (Zeynep, la fidanzata) gestisce al meglio la sua breve presenza sullo schermo - proprio come fa il suo personaggio nella relazione romantica. La vera star del film è però la non professionista Ronahi (Nigar), la cui prova commovente e meravigliosa è sottolineata dalla naturalezza e dall’espressività del suo volto, impressionante nelle sue rughe. (Vladan Petkovic, da “Cineuropa”, Festival di Sarajevo 2014) EROL MINTAŞ Nato a Kars, in Turchia, nel 1983. Dopo la laurea in Informatica all’Università di Marmara ha completato i suoi studi in Cinema, con una tesi su Tarkovskij. Nel 2008 il suo primo cortometraggio, Butimar, è stato proiettato in numerosi festival e ha ricevuto quattro premi in Turchia. Il secondo corto, Snow, realizzato nel 2010, è stato premiato in numerosi festival internazionali e ha ricevuto il Golden Orange come Miglior film all’Antalya Film Festival, uno dei più prestigiosi premi turchi. Song of My Mother (La canzone perduta) è il suo debutto nel lungometraggio ed è stato selezionato, tra le altre, per le sezioni Meeting on the Bridge di Istanbul Film Festival e Agora al Thessaloniki Film Festival. Il film è stato finanziato dal Ministero della Cultura in Turchia e da CNC Cinema du Monde in Francia. È stato premiato come Miglior film al Sarajevo Film Festival nel 2014, dove ha vinto anche il premio per il Miglior attore. In complesso il film ha ottenuto quattordici riconoscimenti in diversi paesi.

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO È DA OSCAR? SÌ, ALLA SESTA VOLTA CE L’HA FATTA! Anna Vallicella L a notte del 28 febbraio 2016... rimasi sveglia. Fino alle sei di mattina passate. Seguii tutto l'evento e durante le pubblicità montai una scarpiera (ma questa è un'altra storia). Feci i miei pronostici sia su cosa avrebbero votato i giudici, sia su cosa effettivamente avrei premiato io, alla cieca però, perché dei film candidati ne avevo visti solo tre. Avevo stilato la lista in base ai trailer e a quanto “conoscessi” attori e operatori. I premi: miglior regista, film straniero, effetti speciali e scenografia si rivelarono quelli che avrei premiato pure io; indovinai anche come scelte della giuria: miglior attore, canzone originale, fotografia, sceneggiatura non originale, montaggio sonoro, film d'animazione, costumi, trucco e colonna sonora... Brava, mi sono detta, ma nelle settimane precedenti non mi ero sentita così sicura. Presi in mano e rilessi un articolo che avevo inviato al Circolo il 13 febbraio, ben prima della notte degli Oscar (ma ahimé, in ritardo per Filmese). «Curioso che abbia scritto questo articolo una sera che in TV davano The Departed (Scorsese, 2006)? No, perché proprio di uno dei protagonisti in questione si parla. Di chi altri potrebbe trattarsi se non del divo chiacchierato a iosa, sul quale media e social ci bombardano continuamente. Colui che potrebbe fallire nel conseguimento dell'Oscar anche quest'anno. Attore, ma non solo, produttore che strinse un sodalizio con il regista Martin Scorsese oltre a parecchie collaborazioni di primo livello. Rullo di tamburi: ........ Leooonardooo DiiiiiCaapriooo. "Il modo migliore per recitare una parte è quello di viverla", scriveva Sir Arthur Conan Doyle, e stando a questa asserzione si potrebbe dunque dedurre che gli sforzi impegnati in The Revenant possano dare dei frutti (quelli tanto attesi, sperati e agognati magari). Ma come in tutte le cose, forse per fortuna, non tutti la pensano alla stessa maniera; conversando con un amico infatti è emersa questa riflessione. Confrontiamoci: stabilito che indiscusso è il suo talento e che, sin da bambino, abbia sviluppato passo dopo passo con costanza e perseveranza una carriera attoriale notevole, tra le migliori della sua generazione, c'è chi vede DiCaprio come colui che sa e può impersonare solo il malato mentale o un urlatore che sbraita imbestialito, e che a differenza di qualcun altro ugualmente piacente (Brad Pitt) non sarebbe in grado di ricoprire ruoli di personaggi comici, mancando di versatilità. C'è la convinzione che si veda che recita, recita bene ma sia un attore finto e costruito, non come un Matthew McConaughey strepitoso in The Wolf of Wall Street, Dallas Buyers Club o True Detective. Potrebbe dunque trattarsi unicamente di facciata? Di quel bel faccino tanto attribuitogli e ricercato a suo tempo dalle giovani? Qualcosa comunque continua a lasciarmi perplessa ed io seguito a rimuginare arrovellandomi. Fatto il suo nome, a me viene subito in mente il piccolo Arnie (Buon compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström, 1993), uno dei suoi primi ruoli e la sua prima nomination come attore non protagonista, e davvero non comprendo come si possa svalutarlo dopo tale interpretazione, dove pure una persona come mia mamma che l'ha sempre visto come il bel giovane Jack Dawson di Titanic (James Cameron, 1997), ammette confidandosi: «Lo sto proprio rivalutando sai, non che me ne intenda, ma c'è molto di più sotto» (si intende, sotto il suo bel faccino). E secondo me ha visto bene. Di fatto, con Arnie DiCaprio è riuscito ad impersonare un bambino ritardato che sa commuovere e diverte teneramente. Per passare ad un suo io più leggero e fresco sveglio e scanzonato al limite del comico, quasi un decennio dopo (in Catch Me If You Can di Steven Spielberg, 2002), e recitare in tanti ruoli diversi. Magari gli si può rimproverare d'aver vestito molti più panni di allucinati o sgradevoli soggetti, ma con che carisma l'ha fatto! Sminuirlo così, apparirebbe un'accusa di pessima classe, una caduta di prim'ordine. Ma continuiamo con il Teddy Daniels di Shutter Island (Martin Scorsese, 2010) agente instabile che lotta con un dolore interiore, poiché angosciato dagli orrori della guerra e segnato dalla morte della moglie; il Frank Wheeler di Revolutionary Road (Sam Mendes, 2008) marito in una coppia benestante apparentemente normale, ma che invece cova qualcosa di davvero insano e marcio, dove l'ansia e il malessere non abbandonano lo spettatore per un secondo (e mi sbilancerei a dire che proprio per questa ragione non mi piacque; una volta terminato ne rimasi fortemente scossa). Per non parlare del sadico pazzo furioso Calvin Candie (Django Unchained, Quentin Tarantino, 2012) che di dolce non ha nulla fuorché il nome - la cui ottima performance venne superata dall'eccellente Christoph Waltz alias Dr. King Shultz, che prese lʼOscar come miglior attore non protagonista - oppure dell'eccelsa prova come Howard Hughes (The Aviator, Martin Scorsese, 2004), fobico paranoico ossessivo-compulsivo, capace di tener testa ad un Jack Nicholson (Qualcuno volò sul nido del cuculo) o ad un Heath Ledger (Il cavaliere oscuro) altrettanto spettacolari e terrificanti. Okay, finora non si è ancora aggiudicato un Oscar, ma non è il solo tra grandi a cui nonostante le candidature gli sia stato soffiato (non fan gli Oscar il buon attore...e viceversa). Rimane così labile il confine tra arte e imitazione, esperienza e ingenuità, critica e pubblico, da domandarci chi ha definito cos'è davvero bello e perché». Ma stavolta con The Revenant di Iñárritu, lʼattesa per DiCaprio è finita: a 41 anni e alla sesta nomination, la sua interpretazione ha fatto centro, salutata da una standing ovation di tutti i suoi colleghi presenti. Bene, posso essere soddisfatta anchʼio, guardo la mia nuova scarpiera e vado a dormire. Buonanotte, Leo! 8

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FESTIVAL & RASSEGNE BERLINALE rrivata all'aeroporto di Berlin Schönefeld mi guardo attorno in cerca di poster, volantini o bandierine. Niente. Vedo confermata l'impressione che mi era rimasta dopo anni di vita studentesca a Berlino: la Berlinale, Film Festival di importanza immensa, nazionale ed internazionale, sembra essere una realtà parallela alla vita della città. Arriva ogni anno come una sorpresa per gli abitanti di questa metropoli e non si fa notare nell'immagine della città, che con un treno attraverso da un lato all'altro. Più tardi un'amica e dipendente del Festival mi conferma la stessa sensazione osservata dall'altro lato. Mi racconta che tutti i giorni, dopo essere rimasta otto ore presso una delle sale del “Berlinale Palast”, uno dei 32 luoghi di proiezione del Festival, uscendo era sempre di nuovo sorpresa dal fatto che esistesse una realtà al di fuori del Festival, con persone che non hanno studiato tutti i dettagli del programma e non conoscono i favoriti delle 9 sezioni, che forse non godranno nemmeno della splendida opportunità offerta da questa manifestazione culturale. Così anch'io mi immergo per i seguenti quattro giorni in questo mondo costruito dagli schermi degli innumerevoli cinema sparsi per Berlino, un mondo le cui porte si aprono fin dal 2002 con la stessa melodia iniziale e la pioggia d'oro del Trailer ufficiale della Berlinale. La prima tappa di viaggio è il film Goat, del regista americano Andrew Neel che racconta la storia del 19enne studente Brad, il quale, in seguito ad una rapina traumatica durante la quale non trova il coraggio di difendersi, entra in una confraternita studentesca per cercare di dimostrare a se stesso, ai suoi amici e a suo fratello di non avere più paura. La violenza fisica e psicologica sopportata lo mette a dura prova. Il film illustra in modo sconvolgente quanto i ragazzi siano pronti a sopportare pur di essere riconosciuti come uomini. L'opera prima della categoria Panorama Special, alla ricerca delle radici della violenza degli uomini bianchi statunitensi, fa riflettere sul valore della lealtà e sull'immagine di mascolinità che viene promossa nei Campus delle Università. Il mio viaggio continua con un film della sezione Wettbewerb, United States of A Malin Petzer Love, il portrait del regista Tomasz Wasilewski sui desideri e sulle speranze di quattro donne di una cittadina provinciale della Polonia: l'attrazione segreta per un prete, la relazione nascosta con un medico sposato, i sogni di una carriera da modella e l'amore di unʼanziana per la vicina più giovane. Il lungometraggio a colori desaturati propone una riflessione sui tentativi di sfuggire alle pressioni emotive e alle aspettative, in una società che negli anni novanta apparentemente si stava aprendo, senza però liberare i desideri più intimi, lasciando le persone sole e disperate. Il film si conclude con un finale di grande violenza e lascia lo spettatore con la sensazione di una disperazione universale, mentre i titoli di coda scorrono in silenzio, senza una musica che potrebbe dare sollievo al retrogusto amaro. La prossima tappa mi porta nel mondo di due tredicenni che combattono contro l'influenza del mondo adulto sulla loro sincera amicizia. Il regista del film Little Men, Ira Sachs, già presente in passato quattro volte alla Berlinale, conferma anche quest'anno, nella sezione Generation Kplus, la sua sensibilità per i conflitti familiari, morali e per i legami emotivi. Anche in Le Fils de Joseph incontro un giovane protagonista, il quindicenne Vincent, il quale è alla ricerca di suo padre. Nella sezione Forum, Eugène Green, regista di cui quest'anno i Soci del Circolo hanno visto La Sapienza, presenta questo collage di motivi biblici, elementi di film gialli, musica del barocco italiano, dipinti del XVII secolo e una lingua artificiale in un ambiente contemporaneo. Il film sorprende, a volte con una comicità caricaturale, a volte con una serietà sacrale, ma mantenendo sempre un piglio innovativo. Concludo il mio giro della Berlinale con una raccolta di cinque cortometraggi, dal titolo “Berlinale Shorts Go West”. I soggetti sono molto variegati: dallʼesperimento in una piscina, durante il quale la gente viene filmata prima di saltare dal trampolino di 10 metri, cogliendo la paura dei protagonisti, la vittoria contro di essa e la sensazione di libertà che ne segue, alla situazione dei Rom in Portogallo, poi il diario cinematografico autentico di un gruppo di giovani in Tschad (Africa centrale), che mostra come musica e film abbiano la funzione di emancipazione ed equiparazione, la messa in scena particolare di un testo in greco antico da parte di otto studenti di una scuola umanistica ad Amburgo, alla ricerca dell'altro e della relazione in una città asiatica che sembra avere lʼeffetto di isolare le persone. La miscela colorata, composta da corti molto diversi gli uni dagli altri, ma tutti radicali, indipendenti e spesso al limite della comprensibilità, lascia lo spettatore con più domande che risposte e con numerosi stimoli da approfondire. Riemergendo, tornando alla superficie dalla profondità emotiva di tutti i film visti a questo 66° Film Festival di Berlino, è evidente che la Berlinale, la quale nel confronto con Cannes e Venezia è sempre stata definita il Festival più politico, quest'anno ha confermato la sua fama in particolar modo. Il Festival può risultare un mondo a sé, al contempo appare chiaramente influenzato dalla realtà politica attuale. Il conferimento dell'Orso d'oro a Fuocoammare, del regista italiano Gianfranco Rosi, è un messaggio ben chiaro, già per la scelta insolita di preferire un documentario a un film di fiction. Il racconto della realtà dei migrati arrivati a Lampedusa e quella dei pescatori che co-esistono fianco a fianco, senza mai incontrarsi veramente, è già uscito in Italia. Sono stati premiati anche tanti giovani, come la francese Mia Hansen-Løve, nata nel 1981, che ha vinto l'Orso d'argento per la regia di Lʼavenier, o il giovane cinema tunisino con il premio per lʼopera prima per Hedi di Mohamed Ben Attia. La 66esima Berlinale si distingue quest'anno per un'ampia scelta di film di qualità e un chiaro segno politico, che è stato compreso anche al di fuori dei cinema e di Berlino. 9 Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro

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FESTIVAL & RASSEGNE LOVE FILM FESTIVAL Roberto Pecci I n coincidenza con le manifestazioni di Verona in Love è stato tenuto a battesimo questʼanno il Love Film Fest, nuova rassegna cinematografica di genere sentimentale e melò, nata per iniziativa privata con lʼobbiettivo di poter diventare anche nei prossimi anni un punto di riferimento per il film dʼamore declinato nelle sue innumerevoli varianti. Organizzata dallʼAssociazione Love Film Fest presieduta da Nicola Fedrigoni, capo del team della Produzione K+, ed ospitata, dallʼ11 al 14 febbraio, nelle sale del Palazzo della Gran Guardia, sede prestigiosa ma non sempre forse funzionale alle necessità di una confortevole partecipazione, questa kermesse di cinema si è presentata in quattro distinte sezioni corrispondenti alle diverse fasce orarie di proiezione lungo le quattro giornate di programmazione: Love classics, dedicata alle pietre miliari del genere; Love strangers riservata questʼanno al cinema argentino, nazione ospite; Love directors, sezione dedicata ai film italiani con le visioni dʼamore di Luca Guadagnino, anche ospite della festa ed autore di Io sono lʼamore, di Andrea Segre con Io sono lì e Pupi Avati con Storie di ragazzi e di ragazze. Anche le scelte della Ethan Hawke & Julie Delpycena in una scea del film Before Midnight serale sezione Panorama dimostrano una sicura attenzione ai film dʼautore selezionati tra la produzione internazionale: Locke, Before Midnight e Banana. Ad introdurre la manifestazione è stato Alberto Scandola, docente dellʼUniversità di Verona. Curatore in particolare della sezione Classics, Scandola in unʼappassionata ed interessante conferenza ha proposto una possibile sistematica classificazione dei film dedicati allʼamore. Amore per il cinema, innanzitutto, e poi naturalmente lʼamore nel cinema: melodramma, film sentimentale, commedia. Sostanziata da corposi contributi critico-saggistici, è stata proposta una necessariamente rapida, ma non per questo meno interessante, cavalcata nella storia del cinema dʼamore, dai suoi esordi fino allʼattualità. Tanti i film proposti da Scandola, molti veri e propri capolavori della Settima Arte 10 che forse proprio in questo “sentimento” così universale trova uno dei fondamenti della sua esistenza. Il contributo visivo a corredo dellʼesposizione si è reso purtroppo di difficoltosa visione per le condizioni di illuminazione della sala, ma egualmente emozionante è stato ritrovare o scoprire indimenticabili pagine di grande cinema. Ecco la magnetica Francesca Bertini (che Scandola definisce una Magnani del cinema muto) nel film Assunta Spina del 1915, ecco il conturbante bacio tra la divina Greta Garbo e John Gilbert in Flesh and the Devil (Clarence Brown, 1926). E via via, risalendo nel tempo, il film Catene di Raffaello Matarazzo, 1949: questo il primo dei film proposti tra i Love Classics del Festival. In programma era anche La magnifica ossessione (1954), che introduce la figura di Douglas Sirk, che ha fatto del melodramma vera e propria ragione fondante del suo cinema con opere la cui trama travolge a volte la verisimiglianza in nome del trionfo dellʼimmagine. A Douglas Sirk si è sempre dichiaratamente richiamato anche Rainer Werner Fassbinder. Di Truffaut, un autore poi che ha saputo trasfondere il proprio amore per il cinema nel suo cinema dʼamore è stato proposto La mia droga si chiama Julie (La Sirène du Mississippi, 1969). Hanno trovato posto anche le opere di Ferreri, in particolare Lʼape regina. Ferreri, appassionante autore di cinema la cui scomparsa non possiamo che rimpiangere a 20 anni di distanza per la sua caustica corrosività che tanto più sentiamo mancare in questo periodo di omogeneizzazione. Di Visconti è stata proposta lʼindimenticabile morte di Annie Girardot all'Idroscalo da Rocco e i suoi fratelli. Ultima visione sono state le immagini tratte dal film Youth, di Sorrentino, autore che non ha creato lʼunanimità critica, ma che Scandola con nostra personale soddisfazione mostra di apprezzare. Annie Girardot in Rocco e i suoi fratelli

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RITRATTI ETTORE SCOLA UN PROTAGONISTA DEL CINEMA ITALIANO Lorenzo Reggiani stato protagonista, prima come sceneggiatore e poi da regista, di alcune delle più belle pagine del cinema italiano. Lo ricordiamo così Ettore Scola, che se nʼè andato in gennaio a 84 anni, dopo una vita che ripercorriamo brevemente, consapevoli che il segno lasciato è molto profondo per tutti gli appassionati della settima arte. Comincia la carriera giornalistica collaborando con la rivista umoristica “MarcʼAurelio” mentre frequenta Giurisprudenza a Roma. Poi dalla metà degli anni ʼ50 comincia a scrivere sceneggiature con Age e Scarpelli, per film come Un americano a Roma (1964), La grande guerra (1959) e Crimen (1960). Lʼesordio alla regia è nel 1964 con il film Se permettete parliamo di donne con Vittorio Gassman, che insieme a Nino Manfredi e Marcello Mastroianni sarà uno dei È con Gassman, la Sandrelli e Fanny Ardant. Con il film narrativo Concorrenza sleale ambientato durante il fascismo e il documentario Gente di Roma, Scola conclude la sua carriera cinematografica, facendo poi una sola eccezione per un altro documentario, Che strano chiamarsi Federico, realizzato nel 2013 in occasione del ventennale della morte di Fellini. Scena del film C’eravamo tanto amati (1974) suoi attori preferiti. Con Il commissario Pepe (1969) e Dramma della gelosia-Tutti i particolari in cronaca (1970), Scola entra nel decennio più importante della sua carriera. Nel 1974 dirige Cʼeravamo tanto amati, che ripercorre un trentennio di storia italiana dal 1945 al 1975 attraverso le vicende di tre amici interpretati da Gassman, Manfredi e Satta Flores, tutti innamorati di Luciana (Stefania Sandrelli). Il film è il capolavoro che lo consacra definitivamente tra i grandi del cinema italiano, regalandogli anche la fama internazionale. Seguono altri titoli imprescindibili quali Brutti, sporchi e cattivi (1976) e Una giornata particolare (1977) con Sophia Loren e Marcello Mastroianni, forse la pellicola di Scola più acclamata anche allʼestero. Nel 1980 gira La terrazza, amaro bilancio di un gruppo di intellettuali di sinistra in crisi. Emblema degli anni ʼ80 di Scola è il film La famiglia (1987), che ripercorre ottanta Locandina del film Ballando ballando (Le Bal, 1983) presentato al Circolo del Cinema nel 1985. anni di storia italiana (1906 -1986) 11 Il Circolo del Cinema, durante i suoi 69 anni di attività, ha presentato un solo film di Scola, Ballando ballando (1983), proiettato il 16 gennaio 1985 nella sala del Corso dʼessai. Il film fu pluripremiato con lʼOrso dʼoro per la regia e premio del pubblico al Festival di Berlino e con tre César (film, regia e musica). Scriveva Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera (in una nota pubblicata sul Notiziario del Circolo): «Seppure basti un memorabile piano-sequenza del Bal a mandare in estasi i cinefili per la sua tecnica magistrale, lʼintera struttura del film, la perspicacia figurativa che distingue le varie situazioni e i trapassi da unʼepoca allʼaltra sono la lieta testimonianza di una maturità artistica realizzata nellʼarguzia e nellʼeleganza delle forme, nei mesti viaggi della memoria, nella costanza dellʼemozione». Elementi che fecero optare per lʼinserimento nella programmazione del Circolo di questʼopera, che si può considerare come la meno “commerciale” allʼinterno di tutta la filmografia di Scola.

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RITRATTI QUANDO ECO ERA UNA COMPARSA Vita Carlo Fedeli “ he ci fai qui?”. La prima volta che Umberto mi fece questa domanda, con aria evidentemente stupita, fu una sera dellʼestate 1960, in una lussuosa villa di campagna con parco in qualche parte della Brianza (non riesco assolutamente a ricordare il luogo, e neppure il nome dellʼopulento proprietario). Eco era sorpreso di trovare lì lʼoscuro impiegato che aveva conosciuto pochi mesi prima in casa del pittore Eugenio Carmi, a Genova-Boccadasse. Gli spiegai che ero venuto da Genova in auto per un rapido saluto a due amici, Monica Vitti e Michelangelo Antonioni, presenti in Lombardia per interpretare e girare, da attrice e da regista, alcune scene di una festa del mondo ricco ed esistenzialmente disagiato della borghesia industriale milanese, per il film La Notte. Lui invece era lì per fare da ospite-comparsa, assieme a Ottiero Ottieri, lʼeditore Bompiani (per cui lavorava), il Nobel Quasimodo e altri cospicui intellettuali. Della sua presenza di pochi secondi nella Notte resta un fotogramma, ripubblicato nei giorni del cordoglio per Eco, e qui riproposto. Quelli del film dissero anche a me, già che cʼero, di farmi una comparsata, ma ero tutto vestito di bianco, il mio abito “sparava” e non se ne fece niente. Così passai qualche ora a ballare in una sala deserta con Jeanne Moreau, che aveva finito di recitare e si annoiava. C Dopo ogni ballo, la diva andava a cambiare il disco e a piluccare, da un enorme vassoio, un poʼ dei suoi prediletti formaggi francesi. Rientrai a Genova allʼalba, e alle otto e mezza ero puntualmente in ufficio. La domanda dellʼinizio, Eco me la fece poi altre volte, quando ci incontravamo in strane circostanze, ma intanto eravamo diventati amici e io gli proposi di scrivere degli articoli per una rivista che allora dirigevo. Anni dopo, quando Eco cominciava a diventare famoso, presentandomi a qualcuno, diceva che io ero “quello che aveva pubblicato i suoi primi articoli”. Non sono sicuro che fosse vero: forse pensava ad articoli pagati. Usciti nel 1962, uno riguardava un tema che piaceva a me (e ora purtroppo tornato di attualità): le “Grandi Paure” che hanno nei secoli ossessionato il mondo. Altro articolo verteva su uno dei tanti argomenti da lui preferiti: il rapporto tra la cultura e i fumetti e lo “sdoganamento” di quella presenza imbarazzante tra la cultura alta e quelle basse e bassissime. Quelle spregiate Mid- e Masscult, insomma, termini coniati dallʼamericano Dwight Macdonald per due nuove categorie estetiche allora in discussione. Umberto aveva nei miei confronti la condiscendenza indulgente che grandi personalità, anche se intransigenti (e non cʼè dubbio che lui, intellettuale totale e ineguagliabilmente dotto, lo fosse) riserbano talvolta agli ingenui e ai meno (o poco) dotati. Ma qui mi accorgo che, richiestomi di parlare di Eco, ho finito per parlare di me, e me ne scuso. Tra le frequentazioni cinematografiche di Umberto (penso sia questo lʼargomento che può incuriosire i Soci del Circolo del Cinema) cʼè ovviamente II nome della rosa (1986), il film di Jean-Jacques Annaud tratto (con molti discutibili tagli e varianti) dal suo primo romanzo, tradotto in una cinquantina lingue e venduto in moltissimi milioni di copie in moltissimi paesi. Libro che, secondo critici come Asor Rosa, mescolando lʼimpianto storico-filosofico medievale con il giallo, rappresentò una rottura con la tradizione letteraria italiana, e non solo. Del successo planetario di quel libro, dei suoi vari livelli di lettura, del fatto che molti lo comprassero ma non tutti lo leggessero, Eco parlava sornione ricordando che lui lʼaveva scritto per divertire il lettore, ma che spesso accade che lʼopera sia più intelligente del suo autore. E scomodava i concetti di sociologia del gusto o meglio della fama. Nel film il suo nome non Umberto Eco giovane comparsa nel film La Notte di Antonioni. Anni dopo, compare, sembra per un equivoco. quando cominciò a uscire il Dizionario dei film di Mereghetti ed Eco era ormai Altra pellicola (uso un termine ormai obfamoso in tutto il mondo, ritennero opportuno inserire anche lui nel cast. soleto) da segnalare è Quando le donne 12

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RITRATTI avevano la coda, girato nel 1970 da Pasquale Festa Campanile, ambientato nellʼetà della pietra e interpretato da una tribù di specialisti della commedia da ridere: Buzzanca, Montagnani, Mulè, Toffolo e Giuffrè. Un gruppo di cavernicoli vi incontra per la prima volta una donna, un bel pezzo di primitiva come Senta Berger. Di questa operina comica (che volentieri sconfina nel pecoreccio) servita dalle musiche del neo Premio Oscar Ennio Morricone, il Mereghetti dice che Eco fu co-autore del soggetto, non citato però nei titoli. Ancora una volta. Ma io mi ricordo che lessi benissimo sullo schermo: “da unʼidea di Umberto Eco”. Una delle tante testimonianze del lato ludico-ironico-goliardico cui il filosofo e semiologo onnisciente e trasversale amava volentieri cedere, con la sua consueta elegante leggerezza, (il pecoreccio fu aggiunto da altri sceneggiatori romani). Ho assistito varie volte a certi spettacolini che Umberto inscenava in casa con la complicità del suo amico di Alessandria e compagno di scuola Gianni Coscia. Costui, provetto fisarmonicista, snocciolava una serie di motivi mentre il compare, futuro professore universitario, vi improvvisava su con levità una funambolica storia nonsense gremita di citazioni colte, di giochi di parole e di corto-circuiti mentali. Un sorprendente esercizio combinatorio che deliziava e basiva noi spettatori. Resterebbe da parlare - ma ci vorrebbero pagine e pagine - dei vari saggi nei quali Eco analizza col suo sguardo dʼaquila lʼargomento “Cinema” e il suo linguaggio, ormai indissolubilmente legato al fenomeno del “piccolo schermo” televisivo, alla banalizzazione comunicativa e via discorrendo. Ma qui si entra in un territorio che va al di là delle mie scarse competenze. Entrano in ballo i sistemi codificati (Eco cominciò a parlarmene sin dal mio primo incontro con lui nella cucina di Carmi), la linguistica e soprattutto la semiotica, disciplina di cui Umberto fu un maestro e che ha costituito uno strumento molto potente anche per una più esatta definizione del linguaggio cinematografico. In questo campo egli fu stimolato (le buone idee - diceva - non nascono mai da sole), dalle ricerche del semiologo francese Christian Metz e dalla pubblicazione (1964) del suo libro Le cinéma: langue ou language?. Testo fondativo e di riferimento afferma chi se ne intende - per lo studio dei processi di significazione e di comunicazione che si compiono nellʼuniverso della cinematografia. Mi limiterò a riportare una definizione aforistica del Cinema secondo Eco: «un alto artificio, che mira a costruire realtà alternative alla vita vera, che gli provvede solo il materiale grezzo». Il Cinema, per lui, non sarebbe dunque semplicemente uno “specchio del mondo” (come sosteneva, per esempio, Pasolini), ma molto di più. Le convenzioni dellʼarticolato linguaggio filmico codificato e la conseguente realizzazione di costrutti dotati di senso e di potere comunicativo, ne farebbero un portatore e testimone di complesse determinazioni culturali. “Leggete, per favore, ragazzi, e non solo i testi classici ma anche Dylan Dog”, insisterebbe a dire (anche a me) Eco, uomo veramente “libero” e supremamente provvisto di dottrina quanto di curiosità, coscienza civile, ironia e arte del buon vivere. Ciao, Umberto. P.S. Mi è stata concessa qualche altra riga di spazio per aggiungere alcune parole (non fuori tema, come si vedrà) su di un altro caro amico scomparso. Sto parlando di Eugenio Carmi, lʼultimo grande maestro italiano dellʼastrattismo geometrico, mancato il 16 febbraio scorso, la vigilia del suo novantaseiesimo compleanno. Pittore e grafico genovese molto noto anche a Verona, dove tenne varie mostre e trovò un estimatore di vaglia come lʼarchitetto Arrigo Rudi. Tra me e Carmi, cui ho accennato allʼinizio dellʼarticolo, si strinse un sodalizio di lavoro, di comuni interessi non solo dʼarte e di personale amicizia, nato alla fine degli anni Cinquanta e durato sino alla morte dellʼartista. Lavorammo strettamente assieme allʼItalsider, allora la maggiore industria siderurgica italiana, lui come responsabile dellʼimmagine aziendale, io come capo ufficio stampa e attività editoriali. Fondammo poi il Gruppo Cooperativo di Boccadasse-Galleria del Deposito, che ebbe tra i suoi soci artisti come Lucio Fontana e Max Bill. Realizzammo, tra lʼaltro, nel 1963, il volume I colori del Ferro, in collaborazione con Eco che ne scrisse la dotta prefazione (si può leggere nella sua raccolta di saggi dʼestetica La definizione dellʼarte, Garzanti, 1983). Anche Carmi e Umberto furono fraterni amici. Vi dirò qualcosa che mi pare non si sia letto sui giornali. Malatissimo, il giorno prima di trasferirsi in una clinica a Lugano, dove aveva deciso di chiudere stoicamente con una “buona morte”, Eugenio telefonò a Eco: “Fammelo tu lʼepitaffio”. “Mi sa che morirò prima io”, rispose Umberto. Poi successe che Carmi si spense di morte naturale il giorno prima della scadenza prevista, che era fissata per il 17 febbraio, data del suo ultimo compleanno. Ed Eco (che sarebbe mancato tre giorni dopo, il 19), volle scrivere di suo pugno lʼannuncio necrologico del caro amico per il Corriere della Sera. “Aveva le lacrime agli occhi – ha detto la moglie Renate – , la prima volta che lʼho visto piangere”. Nella foto a sinistra Senta Berger in Quando le donne avevano la coda. In alto il pittore Eugenio Carmi. 13

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FOCUS SUI FILM DEL CIRCOLO La redazione ospita in questa “bacheca”, che si auspica diventi permanente, le impressioni inviateci dai Soci sui film passati sullo schermo del Circolo. Chiunque desideri esprimere il proprio pensiero, può partecipare. DÉCOR Cinema sul cinema, film sui film, donna sulle donne. Guardare dentro se stessi, vuol dire parlare di se stessi. Il metacinema, quello che scopre e mostra le proprie viscere, quello che introduce dentro se stesso cinema-altro, quello che cita "suoi" precedenti per manifestare amore cine-narcisistico o inserisce altro materiale video per esibire la molteplicità labirintica, l'effetto eco, l'invasività alienante delle immagini (tele-)visive, … questo cinema diventa qui un pretesto per costruire una struttura a scatole a sorpresa, un dedalo di specchi, in cui una donna entra ed esce, piomba e risale, da una "realtà" ad un'altra, cambia e ricambia da dei panni a degli altri, varca e s'allontana da un interno (popolato da certi oggetti) ad un altro (con altri oggetti o con reliquie di altri contesti), in un continuo gioco di sbalordimenti e adattamenti, di disconoscimenti e ri-conoscimenti. In questo labirinto esasperato, dove ad ogni angolo appare una materialità e una affettività inaspettatamente alternata all'altra, la protagonista appare ovviamente scombinata, esterrefatta e ancora più confusa, perché il mondo di volta in volta si mostra invece sempre molto solido nella convinzione del proprio essere: il contrasto è angosciante tra la schizofrenia della donna e la determinata presenza a se stessi degli altri personaggi, soprattutto degli uomini. Da un punto di vista oggettivo è un neuromovie, la rappresentazione filmica di una psicosi dissociativa; ci comunica efficacemente il malessere e il disorientamento mentale di coloro che si trovano in simili condizioni psichiche. Intenzionalmente però lo sdoppiamento della personalità (perché ci sono due donne diverse: una in carriera, non vuole figli, lavoro inusuale, mentre l'altra sposata, madre di famiglia, lavoro "rispettabile") è la rappresentazione metaforica dell'identità femminile (nel mondo arabo? nel mondo intero? nelle società di transizione politica, sociale, cultu14 rale? nelle società di contrasto tra modernità e arcaicità?), che vive il conflitto tra diversi ruoli e diverse pulsioni, tra differenti modi di rapportarsi verso l'uomo e verso la società, ed è continuamente attratta e respinta ora da un polo elettrico ora dall'altro in un turbinio di situazioni che tutte l'attraggono e tutte sono insufficienti a trasformarla in una persona felice ed appagata… La domanda dello psichiatra resta ovviamente sospesa, senza risposta: "in quale delle due situazioni ti senti libera? Quale preferisci?" La protagonista, simbolo dell'interiorità, della consapevolezza femminea e della sua quête identitaire, alla fine rinuncia ad entrambe le possibilità e si avvia, sola, alla conclusione del film dove ognuno vede se stesso che esce dal cinema e ritrova i colori che gli mancavano. Décor, non a caso, scenografia e cioè ambienti di una realtà fittizia che sembra vera, che dà l'illusione della verità, edificata in ambienti neutri destinati al continuo azzeramento e alla prossima trasformazione… azzeramento e trasformazione sono le scelte finali della donna in una sorta di tenero rifiuto, rivolto agli uomini, e nella cognizione di una liquida, inevitabile inadattabilità: Amo la mia anima impossibile, quella i cui piedi sono ignoti alla terra. (Amal Musa - poetessa tunisina) (D. P.) ANIMATA RESISTENZA Il cineocchio accarezza le colline ondulando dalla mongolfiera dei sogni, come se le stesse creando, dopo averle scoperte, alla fine di una giovinezza che non capiva. La scoperta: riconoscere ciò che si vede e vedere ciò che si riconosce: "gli aspetti per noi importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplicità e quotidianità e spesso non ci possiamo accorgere di ciò che abbiamo sempre sotto gli occhi" (L. Wittgenstein). Il dentro e il fuori di Simone Massi coincidono. Egli ora è diventato ciò che ha scoperto di osservare ed amare, e ciò che pensa e crea è quel se stesso fatto di colline resistenti alle cose perdute, resistenti nella caparbia conservazione delle "macerie" di un mondo perduto, in una sorta di Archeologia Vitalistica a breve termine, che cerca di riportare alla luce reperti umani di grandissimo valore che erano stati dimenticati e sepolti "nel fango". Ma c'è anche una storicità del presente, poiché si dà la rappresentazione di un reale attuale, defilato, lontano dai rumori di motori e affari, con una voce che è sempre corporea, quasi mai fuori campo, perché la fusione del reale e dell'immaginario che viene raccontato deve condensarsi in una massa fisica, fatta di luoghi, di volti e di disegni che sfuggono all'appiattimento del foglio. La fluidità con cui le splendide animazioni trasfondono con grazia e durezza (se è possibile il contrasto) nel paesaggio filmato e viceversa i luoghi ripresi si fondono nel bianco-nero-macchiato del disegno, poggia sul triplice livello: paesaggio-animazione-narrazione, sincronizzato sia sul presente che sulla memoria del passato. L'animazione (e la cinematografia) è Azione dell'intelligenza, perché “Resistere non significa semplicemente riflettere o descrivere. Bisogna anche intraprendere un’azione." (Stéphane Hessel: combattente nella Resistenza Francese, deportato a Buchenwald). Il disegno è l'arma - potente ma disintossicata dal sangue (il ripudio della macellazione è anche simbolico) - della Resistenza di Simone, resistente per volontà, che ha sostituito il fucile dei Partigiani, resistenti "per necessità", e che delinea con le sue incisioni creatrici una specie di Fisiologia della Scomparsa, il dileguamento di un mondo che ha sofferto il freddo e ha mangiato pane e zucchero a pranzo, che ha lottato, mischiando la terra delle colline al proprio sangue per gettare semi di libertà e di valori condivisi da una nuova etica universale. In fondo una sorta di malinconico sguardo al passato è comune ad ogni generazione che continua a spostare in avanti la nostalgia di cose perdute dalla generazione precedente, un po' come se il cosiddetto Progresso o la Storia non fossero altro che processi di Sottrazione, processi di Perdita e quindi di continuo allontanamento dalla Redenzione. C'è inoltre nel film una sensibilità peculiare che accarezza (questo verbo ritorna!) gli oggetti della realtà che irradiano contemporaneamente la pudica bellezza della semplicità disadorna e la dolce tristezza del trascorrere del tempo: la pietra e il lichene, il legno segnato e scrostato, la ruggine che fiorisce sul ferro, la tessitura del fieno, il concerto della pioggia sulle tegole fesse … In totale esenzione da un romanticismo di plastica, si tenta (e ci si riesce!) di lacerare il diaframma di indifferenza e di indolente oblio che ci separa dall'anima di un passato prossimo, per ritrovare un orizzonte di senso che si colleghi a quel passato con una grata e onesta libertà, resistendo alle tangenziali e alle logiche il cui stemma è l'aridità del cemento, perché è così che l' "umano" vola: "Sempre resistere alle forze contrarie; mai piegarsi, evoca l'aiuto delle divinità" (J.W. Goethe). (D. P.)

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IL LIBRO L’INCANTO DELLE VOCI DEL CINEMA Nunziante Valoroso C ome i Soci del Circolo sanno, avendo letto sulle pagine di Filmese note sui precedenti lavori del veronese Andrea Lattanzio, questo studioso di doppiaggio cinematografico da alcuni anni pubblica saggi su questo mondo affascinante ed è sempre piacevole leggerlo. La sua ultima fatica sullʼargomento, Le voci del cinema – Doppiatori e curiosità, uscita lo scorso mese di gennaio per i tipi dellʼeditore Felici, si propone come una “summa” di tutti i suoi precedenti lavori e, al tempo stesso, costituisce sia una edizione aggiornata del suo primo libro Il chi è del doppiaggio che un nuovo tassello sullʼargomento. La prima parte è appunto una serie di schede-profilo dei principali doppiatori del passato, con riferimenti anche alle loro carriere televisive, radiofoniche e cinematografiche. Le novità iniziano con i paragrafi successivi: ecco una panoramica sui doppiatori italo-americani (quelli che doppiarono alcuni film americani direttamente in America, prima della inaugurazione di stabilimenti di doppiaggio in Italia, tra questi molto interessante il percorso artistico di Argentina Brunetti, prima voce italiana di Jeanette Mac Donald e Norma Shearer); una panoramica dei cantanti che hanno doppiato le canzoni (e subito chi è un appassionato di Walt Disney sorride davanti alle schede riportate) con nomi come Tina Centi, Alberto Rabagliati, Bruno Filippini (a proposito, perché non citare che è stato anche il Principe di Biancaneve nellʼedizione del 1972?), il Quartetto Cetra (grandi doppiatori di canzoni dei film Disney Dumbo, Musica Maestro e Lo scrigno delle sette perle), Natalino Otto, Alberto Rabagliati, Lina Pagliughi e perfino Tito Gobbi e Renata Tebaldi e una corposa sezione di curiosità, con tanti doppiatori a cui è capitato di doppiare colleghi italiani (mi ha stupito scoprire che Domenico Modugno fosse doppiato da Pietro Carloni nella versione cinematografica di Eduardo di Filumena Marturano). Molto interessanti poi la sezione dedicata ad assistenti al doppiaggio, fonici e rumoristi (deliziosa la scheda dedicata a Mario Riva, in cui si racconta che, alla Fono Roma, iniziò a lavorare come rumorista!) e quella in cui vengono elencati alcuni dei principali stabilimenti di doppiaggio come Fono Roma, Scalera, International Recording, MGM Italiana e quello glorioso di Cinecittà. Chiudono il volume una cronistoria delle principali manifestazioni italiane dedicate al doppiaggio, con i premi assegnati anno per anno, una webgrafia e una nutrita bibliografia. Una lettura piacevole ed interessante che, senza dubbio, invoglia il lettore e lʼappassionato ad approfondire ulteriormente questo affascinante mondo delle voci e di tutti coloro che vi lavorano. Per chi fosse interessato a vedere il corposo libro, la Biblioteca del Circolo ospita una copia gentilmente donata dallʼAutore. Nelle foto: il Quartetto Cetra che ha prestato voce, tra gli altri, al film Disney Dumbo (1941); a destra la copertina del libro. Nunziante Valoroso è il maggiore esperto delle produzioni Walt Disney in Italia. Ha collaborato con il critico Alberto Castellano al volume L'attore dimezzato, realizzando le prime schede pubblicate in Italia sui doppiatori Disney. In qualità di coautore, ha collaborato alla produzione dell'AIDAC Il doppiaggio. Profilo, storia e analisi di un'arte negata. COLTIVA LA TUA PASSIONE PER IL BUON CINEMA AIUTANDO IL CIRCOLO CON UNA DONAZIONE IN DENARO DETRAIBILE DALLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI PER IL 19% (codice onere 23) (Limite di detraibilità: importi non superiori a E. 2.065,83) 15

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