Theofilos Febbraio 2016 (Anno 2 N.1)

 

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Rivista della Scuola Teologica di Base dell'Arcidiocesi di Palermo

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2 6 10 2 EditorialE Quattordici lanterne di Don Salvatore Priola 5 arEa BiBlica Scuola Teologica di Base “S. Luca Evangelista” 6 Ed egli disse loro questa parabola di Andrea Sannasardo Anno 2 numero 1 FEBBRAIO Copie 2.500 QuAdrImesTrAle regIsTrATo AssociAzione socioculturAle “KK onlus” Via tenente Arrigo, 21 | Villabate (PA) cF: 97211280827 Presso Il 14 2016 18 9 arEa dogmatica 10 il pellegrinaggio e il giubileo di Giampaolo Tulumello Tribunale di Palermo il 22.09.2014, n. 11/14 13 arEa liturgica 14 liturgia d’apertura della Porta Santa di Maria Catena web i n f o ReDaZione & DiReZione direttore responsabile: Michelangelo Nasca capo redattore: Giuseppe Tuzzolino Maria Lo Presti, Giampaolo Tulumello, Maria Catena, Alessandro Di Trapani, Andrea Sannasardo. Don Salvatore Priola, Andrea Sannasardo, Giampaolo Tulumello, Maria Catena, Gioacchino Mogavero, Maria Lo Presti, Michelangelo Nasca, Alessio Loddo. 17 arEa moralE 28 18 il risentimento umano e il perdono cristiano di Gioacchino Mogavero redazione: Salvatore Priola, 21 rubricA r Presbiteri intervista a mons. corrado lorefice hanno collaborato: 32 27 aPProfondimEnto 28 testimoni della misericordia di dio nella città degli uomini di Maria Lo Presti Per le libere contribuzioni: Codice IBAN: IT 95J0 30690 46211 000000 06708 31 SPiritualità 37 32 giuseppina Bakhita di Maria Catena Intestato a: ArcIdIocesI dI PAlermo scuolA TeologIcA dI BAse 34 rubricA r lessico Spirituale stampa Tutti i numeri sono online sul sito della Scuola Teologica di Base www.stb.diocesipa.it e-mail:theofilos2000@gmail.com progetto graFico: Gianluca Meschis stampa: Wide snc Corso dei Mille, 1339 - Palermo www.meschis.it 35 Vita dElla Scuola 37 Quella mano va afferrata, il dono va ricevuto! di Michelangelo Nasca Foto di copertina: Guglielmo Francavilla Alcune immagini utilizzate negli articoli sono state scelte a scopo puramente divulgativo. Se riconosci la proprietà di una foto e non intendi concederne l'utilizzo o vuoi firmarla invia una segnalazione alla mail: theofilos2000@gmail.com 39 rubricA r Theofilos risponde

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Quattordici lanterne di Don Salvatore Priola EDITORIALE Al n. 15 della Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Misericordiae vultus, Papa Francesco afferma: «È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale». Se provassimo a chiedere, a coloro che si dicono cattolici, quante e quali siano queste opere, forse non saprebbero cosa rispondere o tutt’al più ne riferirebbero solo qualcuna. Per tale motivo il Papa le elenca esplicitamente, una per una, invitando a riscoprirle e a non dimenticarle, per fare un discernimento sull’autentica sequela di Gesù. Le opere di misericordia corporali: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti; le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare 2 | Editoriale

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heofilos Dio per i vivi e per i morti. Si tratta sì di riflettere su delle opere di misericordia, senza tuttavia fermarsi alla sola riflessione. In quanto opere da compiere, l’invito è anche ad una verifica attenta circa la loro attuazione. È sottointeso il desiderio del Pontefice, rivolto a ciascun credente e a ciascuna Comunità cristiana, affinché valuti e, là dove è necessario, intensifichi il proprio impegno per dare forma e contenuto a queste opere, che potremmo certamente riconoscere come esplicative dell’annuncio evangelico: concrete espressioni di quel messaggio gioioso di liberazione, per cui il Crocifisso-risorto ha inviato i suoi discepoli nel mondo. Che le comunità parrocchiali, e più in generale ecclesiali, siano impegnate attivamente, e per molti versi anche efficacemente, nel dare concretezza a queste opere di misericordia, credo sia, quotidianamente, sotto gli occhi di tutti. Nel silenzio e nella doverosa riservatezza, le comunità cristiane operano, in conformità al dettato evangelico. Esse si pongono, con generosità e spirito di sacrificio, al servizio degli ultimi e dei poveri, senza sottrarsi alla propria responsabilità di sovvenire ai bisogni dei fratelli, nelle forme e nei modi in cui è possibile. Al fine di contribuire al riscatto sociale e morale, di tutti coloro che vivono nell’indigenza, non solo materiale, offrono un’eloquente testimonianza di quella carità e di quella misericordia che nasce dall’incontro con Cristo e che matura alla scuola del Vangelo, sotto l’egida dello Spirito Santo, effuso nei cuori dei suoi discepoli, operai del Vangelo nella messe del mondo. Chi è incapace di vedere tutto questo o è cieco o è in mala fede! Tuttavia, il desiderio espresso dal Sommo Pontefice, manifesta l’auspicio che ancora meglio si possa fare, che maggiore impegno si possa profondere, che più dedizione si possa esprimere nei confronti di quella parte di umanità che languisce nelle periferie, non solo geografiche o urbanistiche, rappresentate da quelle esperienze umane di emarginazione, di rifiuto, di scarto, di sfruttamento, di ghettizzazione che prendono forma nella società del nostro tempo. Le opere di misericordia sono come lanterne accese nell’oscurità che avvolge e inghiotte, nelle diverse forme di miserie, uomini e donne, intere famiglie, obliandole e cancellandole persino dalla co- Editoriale | 3

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scienza personale e comunitaria, condizionata dall’individualismo possessivo e da uno stile di vita autoreferenziale ed egocentrico. Lanterne che rischiarano e mostrano il cammino di liberazione da ogni forma di schiavitù, che indicano vie di uscita dai vicoli ciechi delle lobbies, percorsi di redenzione che portano all’incontro con l’altro, riconosciuto e accolto come fratello, come sorella. Esse sono come tanti piccoli fuochi che riscaldano il cuore, sciogliendo il gelo dell’indifferenza e del disinteresse, per renderlo capace di accogliere tutti, dilatando oltremodo le sue pareti perché ciascuno vi trovi posto. Sono luci di speranza che rallegrano la vita di coloro che sono oggetto delle attenzioni e delle operazioni misericordiose e, nello stesso tempo, sottraggono alla tentazione della disperazione e del non senso, le esistenze di coloro che le compiono con consapevolezza e coscienza desta. Sono semi di carità posti a dimora nel terreno della vita altrui, perché si trasformi in giardino rigoglioso e lussureggiante, sot- traendolo al rischio della desertificazione e dell’aridità, causata dalle tante violenze e dal male, operato sempre più impunemente e insensibilmente. Le opere di misericordia rappresentano, in fine, un annuncio di salvezza, proclamato non con l’eloquenza della parola, ormai fluente sulla bocca di tutti, bensì dei gesti che traducono, in concretezza, verità custodite nel cuore, ancorché nella mente, di quanti si mettono all’opera in nome di Cristo e per conto della sua Comunità. Opere suggerite nel passato, prim’ancora che dalla dottrina cristiana, dalla vita di Gesù, che ci interpellano nel presente storico, come discepoli e membri della sua Chiesa, e che fungeranno da parametri stabili nel giudizio di ciascuno di noi davanti a Dio, giudice giusto e misericordioso. Nel dinamismo di questo straordinario anno giubilare della misericordia, lasciamoci condurre dallo Spirito di Dio, effuso nei nostri cuori, per dare credibilità alla nostra credenza in Gesù, volto misericordioso di Dio Padre. 4 | Editoriale

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heofilos Febbraio 2016 area biblica l'opera dell'evangelizzazione suppone nell'evangelizzatore un amore fraterno sempre crescente verso coloro che egli evangelizza. Evangelii Nuntiandi 79

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Ed egli disse loro questa parabola… di Andrea Sannasardo Al cuore della buona notizia secondo Luca, il lettore si ritrova all’interno di uno spazio narrativo in cui le parole trasudano vita, quella di uomini e donne che sperimentano l’amarezza di perdere e di perdersi, la fatica di andare alla ricerca, la gioia di ritrovare e di ritrovarsi, l’urgenza di convocare per condividere. Così il capitolo 15 del terzo Vangelo percorre diversi luoghi dell’esistenza umana per raccontarne tutta la complessità dell’incontro con se stessi e con l’altro/Altro: dal deserto dove si la- sciano le novantanove pecore in attesa di quella perduta (cf. Lc 15,4), alla campagna dove si lascia il sudore del lavoro quotidiano per far fronte alla fatica della riconciliazione (cf. Lc 15,25), passando attraverso un paese lontano dove si lasciano carestia, indigenza e carrube da condividere con i porci (cf. Lc 15,13-16), per far festa e saziarsi con il vitello grasso; dal cielo, quello senza nuvole, dove è gioia grande per la conversione di un solo peccatore (cf. Lc 15,7.10), alla casa dove invitare amici e ami- 6 | Area Biblica

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che, vicini e vicine, per essere insieme felici per quanto perduto che ora è ritrovato (cf. Lc 15,6.9), passando da se stesso là dove si fa sempre ritorno al termine dei lunghi viaggi della vita (cf. Lc 15,17). Di fronte a questo racconto, Luca pone due gruppi di persone: da un lato i pubblicani e i peccatori che si avvicinano per essere presenti e mettersi attivamente in ascolto (cf. Lc 15,1), dall’altro i farisei e gli scribi che, secondo quanto suggerisce la voce verbale utilizzata, articolano suoni monotoni e reiterati, proprio come tubano i colombi, chiudendo così ogni possibilità di accogliere quella parola che anche ad essi viene rivolta (cf. Lc 15,2-3). E Gesù non può che esprimersi attraverso quel linguaggio che può intendere solo chi ha orecchi per ascoltare e che invece rimane oscuro a coloro che pur ascoltando non comprendono (cf. Lc 8,8c-10), il linguaggio delle parabole. E Gesù racconta loro, sia a pubblicani e peccatori sia a farisei e scribi, una lunga, bella ed intensa parabola organizzata in tre scene: la pecora smarrita, la dramma perduta e il figliol prodigo (cf. Lc 15,4-32). La parabola, nel suo articolarsi, presenta personaggi, storie, spazi e tempi diversi ma che si inseriscono in una trama narrativa unitaria determinata da alcuni elementi che ricorrono nelle tre scene e che ne evidenziano il senso profondo. Un uomo che ha cento pecore, una donna che ha dieci dramme, un padre che ha due figli esprimono, ciascuno a suo modo, l’esperienza imprescindibile della relazione che dà all’esistenza umana forma e significato, e che porta con sé la sfida quotidiana di custodirla integra: ogni giorno si mettono in gioco le proprie relazioni, nella consapevolezza che correre il rischio di perdere ciò che si ha, significa perdere ciò che si è, significa perdere la propria storia, la propria identità. E allora quell’uomo parte in cerca della pecora smarrita finché l’abbia trovata, e quella donna accende la lucerna, spazza la casa e cerca accuratamente finché abbia trovata la sua dramma perduta, e quel padre guarda con fiducia in lontananza finché veda ritornare il figlio per averne compassione, corrergli incontro, abbracciarlo e baciarlo: l’inquietudine della ricerca appassionata e dell’attesa paziente non si placa finché non si (ri)trova ciò che era perduto; “fino a quando…”, è la formula orante più drammatica e più autenticamente umana dei salmi di lamento (cf. Salmi 13 e 74), che esprime l’urgente speranza di trovare quiete nell’affannosa ricerca di senso di una vita senza l’altro/Altro. Per questo, trovare vuol dire restituire volto e dignità alla persona, rimettere in moto il meccanismo della vita e ristabilire l’integrità delle relazioni, trovare vuol dire caricarsi sulle spalle la pecora smarrita per restituirla alle novantanove che l’attendono nel deserto, trovare vuol dire rimettere la dramma perduta insieme alle altre nove per ricostituire il patrimonio domestico, trovare vuol dire indossare la veste più bella, l’anello al dito e i sandali ai piedi, e ammazzare il vitello grasso, trovare vuol dire uscire fuori e supplicare un figlio di entrare in casa là dove sarà gioia piena solo se ci sarà anche lui. E allora, sì, che è festa e si leva dalla voce di quell’uomo, di quella donna, di quel padre il grido della convocazione e della condivisione: “Venite e gioite con me poiché ho trovato la mia pecora …poiché ho trovato la mia dramma …venite, bisogna gioire poiché mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato trovato”. Ed è festa tra gli uomini sulla terra, ed è festa dinanzi agli angeli di Dio lassù nei cieli dove la gioia è grande per quanto si è (ri)trovato. Avere, perdere, cercare, trovare, fare festa. Sono questi gli elementi che strutturano le tre scene di questa parabola e ne mettono in evidenza la profonda unità di forma e di contenuto. L’orizzonte ultimo, poi, è quello della metànoia (cf. Lc 15,7.10),

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della mai esauribile possibilità di tutti e di ciascuno di invertire il senso di marcia della propria vita perché laddove ci si perde, emerga l’esigenza di cercarsi e di essere cercati, e laddove ci si (ri)trova, si avverta il desiderio di convocare per far festa, di chiamare a condividere la gioia. Metànoia è autentica esperienza dell’uomo di cui neppure il cielo può fare a meno di gioire, è assaporare la vita fino in fondo portandosi appresso le ceste piene di frammenti avanzati (cf. Lc 9,17), è mettere se stessi di fronte alle proprie relazioni per costruirne le fondamenta, custodirne la stabilità e promuoverne lo sviluppo, è sostare nella fatica di tornare indietro per rimettere sempre tutto in discussione, è aprire se stessi al perdono per vivere come compagni della passione per la vita, è esercizio fecondo di misericordia per (ri)tornare a guardare la bellezza del volto dell’altro. E se è vero che le tre scene della parabola di Lc 15 sono proprio conosciute come “le parabole del perdono o della misericordia”, le loro parole e la loro Parola però rischiano di essere soffocate da patine di spiritualismo, di perbenismo e di buonismo, e chiedono di essere accolte con tutta la vita di cui abbondano, con la fronte sudata di chi cerca senza tregua, con gli occhi pieni di lacrime amare di chi pur cercando non riesce a trovare e di quelle dolci di chi ha imparato a gettare le braccia al collo, con i piedi doloranti di chi ha raggiunto regioni lontane e ha camminato per strade impervie e faticose, con le mani sporche di lavoro quotidiano, con le orecchie sempre aperte per accogliere l’invito a condividere la gioia e la festa, con i corpi vivi di uomini e di donne, di vecchi padri e di giovani figli che sperimentano l’intensità e la bellezza di ogni emozione. Perdono e misericordia, allora, diventano la cifra di una vita mai senza l’altro/Altro, di una vita che nutre le relazioni senza riserve, di una vita che feconda nel fallimento una forza sempre possibile e sempre nuova “… e se il tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: ‘Sono pentito’, tu gli perdonerai” (Lc 17,4). 8 | Area Biblica

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heofilos Febbraio 2016 area dogmatica Quale gioia, quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore!». Salmo 122,1 Foto Guglielmo Francavilla

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Il pellegrinaggio e il Giubileo di Giampaolo Tulumello «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 21.23). Fra le tre religioni monoteiste, il cristianesimo si distingue perché non obbliga il credente a fare nessun viaggio per la propria salvezza. L’ebraismo invita ad andare a Gerusalemme, l’islamismo ad andare a La Mecca, il cristianesimo invita ad adorare il Padre in spirito e verità. Questo, che rimane un dato importante e significativo, non esclude l’idea che si possano realizzare viaggi e spostamenti che in termine più proprio si chiamano «pellegrinaggi». In tutte le religioni esiste una forma di pellegrinaggio intesa come movimento per recarsi verso quei luoghi dove è avvenuta una ierofania (manifestazione del sacro). Anche il pellegrinaggio cristiano spesso privilegia questa dimensione: si va verso quei luoghi dove c’è stata un’apparizione o dove Gesù ha vissuto la sua vita terrena. Ma il vero motivo del «muoversi» cristiano lo ritroviamo in un passo del libro della Genesi (12,1) dove Dio invita Abramo ad andare verso un luogo che non conosce, di cui non ha le coordinate. Oggi sarebbe semplice perché imposteremmo il nostro “navigatore” e partiremmo quasi sicuri di raggiungere la meta. Ma ad Abramo, oltre al navigatore, mancava proprio l’indirizzo della meta da raggiungere, per cui compie un’azione – che gli ha meritato il titolo di «padre della fede» – fidandosi di Dio, senza nessuna certezza. Il cristiano che vuole realizzare un pellegrinaggio deve essere spinto da motivazioni analoghe. Certo sa dove andare e sa con quali mezzi raggiungere l’obiettivo, affidandosi ad una agenzia di viaggi; ma c’è qualcosa che possiamo e dobbiamo prendere da quel «viaggio» di Abramo: la capacità di abbandonare le nostre certezze e il desiderio di vedere qualcosa di nuovo che Dio ci prepara. Qui 10 | Area Dogmatica

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sta la vera difficoltà soprattutto quando andiamo in luoghi che già conosciamo. La capacità di vedere con occhi diversi ciò che esiste in quel luogo, di cui abbiamo già esperienza. Il pellegrinaggio è l'aspetto esteriore, il mezzo, di un'ascesi interiore, che conduce il fedele a distaccarsi dal mondo per conquistare Cristo. Il pellegrinaggio è un mezzo attraverso il quale, al di là di alcune devianti motivazioni, mi predispongo ad andare a ricevere un surplus di grazia, che mi permetta di vivere la quotidianità con rinnovato slancio ed entusiasmo. È un modo con il quale avere un incontro ravvicinato con Dio, un’intimità spirituale maggiore e non distratta. Solitamente nei luoghi del pellegrinaggio si è invitati al silenzio perché attraverso questa pratica, che richiama il «deserto» biblico, Dio può parlare al credente ed entrare in intimità con lui. Il pellegrinaggio cristiano è stato collegato con quell’evento che chiamiamo Giubileo e che ritroviamo pensato già in Lv 25,8-17. È l’evento grazie al quale gli Ebrei erano invitati a considerare come la loro vita fosse strettamente legata a Dio e alla sua giustizia. Nessuno poteva opprimere il prossimo, per cui nessuno poteva vivere nella schiavitù o nella povertà per sempre. Una sorta di legislazione di stato sociale ante litteram. E se è pur vero che non ha trovato pratica applicazione è pur importante la sua presenza nella Scrittura, per farci comprendere qual è l’idea di Dio in proposito. Il cristianesimo ha tradotto la forma del libro del Levitico adattandola al rapporto con Dio e con il peccato. Nasce così, nel 1300, la prima forma di Giubileo moderno che aveva l’intenzione di aiutare il credente nella sua vita di fede, per fargli ottenere la remissione completa della pena legata al peccato. Occorre dire che ciò non rispecchia le intenzioni dei primi pellegrinaggi. Inizialmente il pellegrinaggio dei cristiani è per rinnovare un incontro, per andare dove c'è una memoria storica dove persone in spazi e tempi storici hanno vissuto e testimoniato la fede fino all’effusione del sangue, lasciando una concreta memoria di sé nelle proprie spoglie terrene. I pellegrini cercavano un incontro reale con un fatto storico, non solo ricordo ma memoria vivente. Dapprima meta è la Terra Santa, non per la terra in sé ma perché Gesù l’aveva calpestata e abitata: è volere mettersi alla sequela, anche fisica, di Gesù. Dopo la Terra santa, i luoghi del sacrificio e delle sepolture dei martiri. Quanto più nel tempo il cristianesimo si diffuse, e ci furono uomini che testimoniarono in diversi modi Gesù Cristo, tanto più si moltiplicarono i luoghi che vennero considerati santuari, perché nella memoria dei martiri e dei santi si rendeva più vivamente incontrabile Cristo. I luoghi dove si custodivano le reliquie degli apostoli divennero santuari e mete di pellegrinaggi. Sino al 1300 i pellegrini andavano per visitare le reliquie dei santi, in appresso invece l’obiettivo principale sarà l’indulgenza. «Per indulgenza si intende “la remissione dinnanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa…”» (Penitenzieria Apostolica, Il dono dell’Indulgenza, 29/01/2000); la colpa è rimessa col sacramento della Riconciliazione. La pena temporale può essere vissuta nella vita terena o nello stato del purgatorio. L’indulgenza «è un aiuto nel cammino per ricostruire l’equilibrio e l’armonia della personalità cristiana» (Comitato nazionale per il grande Giubileo del 2000, Il dono dell’Indulgenza, 21/2/1999). Dal 1472 con Sisto IV l’anno giubilare cambierà nome e si chiamerà Anno Santo; viene indetto da una Bolla nella quale il pontefice fissa la date di apertura e chiusura, e le modalità di acquisto delle indulgenze. Il simbolismo della Porta Santa rimanda al passaggio della porta stretta per l’accesso nel Regno e richiama Gesù come immagine della porta. L’indulgenza inizialmente si otteneva compiendo «un pio pellegrinaggio ad una della basiliche patriarcali...o ad altra chiesa o luogo della città di Roma, designato dalla competente autorità, e ivi partecipando devotamente ad una celebrazione liturgica, specialmente al sacrificio della messa». Area Dogmatica | 11

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A queste pratiche si aggiunsero poi: la celebrazione del sacramento della Riconciliazione, la partecipazione eucaristica con conseguente comunione ed un’opera di misericordia corporale che spesso si limitava ad un’offerta in denaro. Ciò si collega alla prassi di allora per la celebrazione del sacramento della Riconciliazione, o Rito della Penitenza. Un altro aspetto della dimensione temporale è proprio nella cadenza dell’anno giubilare, che si definisce non solo in riferimento al forte significato degli anniversari per i cristiani, ma anche alla durata della vita umana stessa. È da sottolineare la progressione: dapprima ogni cento anni, poi l’intervallo scende a cinquanta, adeguandosi alla durata media della vita; poi si va a venticinque perché la Grazia di Dio possa raggiungere il credente in maggior misura. La ritualità giubilare ha come due versanti: l’uno è costituito dalle cerimonie ufficiali di apertura e chiusura e dalle liturgie che accompagnano tutto il corso dell’anno; l’altro è costituito dai gesti e dalle preghiere che al pellegrino vengono prescritti per ottenere l’indulgenza, o di cui si è stabilita nel tempo la consuetudine. 12 | Area Dogmatica Questo anno giubilare straordinario “della misericordia” indetto da papa Francesco ha delle particolarità che vanno sottolineate. In riferimento a quanto detto all’inizio sulla non necessità del viaggio, papa Francesco ha stabilito che in ogni diocesi vi sia almeno una porta santa da attraversare. Questo per far sì che chiunque, al di là delle possibilità di effettuare il viaggio, possa usufruire della misericordia di Dio, senza nulla togliere al pellegrinaggio che ognuno può effettuare in qualsiasi momento dell’anno. Si tratta di un pellegrinaggio che riguarda se stessi, dalle proprie situazioni quotidiane sino all’incontro con Dio e soprattutto sino all’incontro con Dio nei fratelli e in coloro che a vario motivo hanno più bisogno di noi. In questo anno giubilare siamo chiamati ad andare incontro e ad accogliere la misericordia di Dio, perché si realizzi una nuova vita comunionale; un giubileo della misericordia che vada dal centro della propria vita alla periferia dell’incontro con gli altri.

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heofilos Febbraio 2016 area liturgica io sono la porta delle pecore. Giovanni 10,7

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