Azione nonviolenta - gennaio, febbraio 2016 Anno 53 n. 613

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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1991-2016 25 anni di guerra infinita Fondata da Aldo Capitini nel 1964 gennaio-febbraio 2016 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 53, n. 613 | contributo € 6,00

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3 4 7 9 Avventura libica: Eia, Eia! Alalà! Mao Valpiana Una guerra che dura da 25 anni Paolo Cacciari Biani alla 7a La nonviolenza islamica fa paura Pasquale Pugliese 27 La prima guerra del Golfo Martina Pignatti Morano 28 Migranti in fuga Antonio Cipriani 30 La guerra che continua Giancarla Codrignani 32 Pace e nuovo ordine mondiale Alexander Langer 34 L’alternativa dei Maestri centro redazionale del Litorale romano 36 “Abbasso la guerra” Francesco Pugliese 37 Antesignani dell’obiezione coscienza Sergio Albesano 38 Un’azione nonviolenta esemplare Mao Valpiana 40 Una vittoria della nonviolenza Peppe Sini 42 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 43 ATTIVISSIMAMENTE 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 10 La madre di tutte le guerre, gennaio 1991 Nanni Salio 14 L’Europa e il puzzle mediorientale Paolo Bergamaschi 16 Gli interventi militari aiutano il terrorismo Peppe Sini 18 La nuova guerra di Libia Francesco Martone 20 Il cammino dei corpi civili pace Pasquale Pugliese 23 L’urgenza del momento è costruire politiche di pace 24 Prigionieri per la Pace 2016 Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (vignetta). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Mattia Scaccia, Angela Argentieri, Elena Grosu, Daniele Taurino, Ilaria Ambruoso, Roberto Cassina, Giulia Sparapani, Francesco Taurino Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, novembredicembre, anno 53 n. 613, fascicolo 448 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 29 febbraio 2016 Tiratura in 1300 copie. In copertina: WAR IS OVER, campagna per la Pace di John Lennon e Yoko Ono, nelle Capitali del Mondo. Nella foto poster a New York, 1971 Le vignette di Mauro Biani, una rassegna dal 2003 al 2016

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L’editoriale di Mao Valpiana Avventura libica: Eia, Eia! Alalà! Tutto pronto per la nuova guerra di Libia, a conduzione italiana. Viene presentata come un’operazione militare, richiesta dalle autorità locali, per fermare l’avanzata dei combattenti con bandiera dello Stato Islamico, ma in realtà sarà un intervento bellico voluto dal Pentagono per la messa in sicurezza dei giacimenti petroliferi e per determinare la futura ripartizione libica ed il suo controllo. La storia si ripete. Sembra di sentirlo l’esulto dannunziano degli aviatori fascisti che colpivano il bersaglio: “Eia!” era il grido con cui Alessandro Magno incitava il suo cavallo, “Alalà!” era l’urlo di guerra greco. “Eia, Eia! Alalà!” rispolvera il presidente Renzi: “torniamo in Libia” (scordando il ripudio della guerra). Viene messa in campo solo l’opzione militare, perché è l’unica che è stata adeguatamente preparata e finanziata. Ma come tutte le guerre, si sa come inizia, non si sa come finirà. Una cosa è certa: non sarà con un’altra guerra che la democrazia potrà affermarsi nel mondo arabo. Fosse vero che il movente è il contrasto del terrorismo, la risoluzione del dramma dei profughi costretti a fuggire sui barconi, la difesa dei diritti umani violati, la protezione dei civili e garantire assistenza umanitaria, noi saremmo d’accordo con un intervento internazionale e persino con l’uso della forza per limitare i danni che già sono in corso sul campo. Perché difendere le vittime inermi è doveroso. Ma prima di tutto ciò andrebbe riconosciuto che il disastro attuale è frutto diretto del dissennato intervento militare attuato in Libia nel 2011. Nessuno dei conflitti iniziati dal 1991 ad oggi – Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Libia, Siria – ha risolto i problemi sul campo, anzi sono stati tragicamente aggravati. I milioni di profughi lasciati allo sbando fuggono dalle conseguenze nefaste delle recenti guerre. Questo è il punto. Bisogna intervenire, ma con obiettivi, strategia e mezzi giusti. Esistono altre strade. Il caos libico non accetta scorciatoie. Occorre agire per mettere in sicurezza vite umane, spegnere il fuoco, ma senza produrre ulteriori vittime. Sono tante le cose da fare: la ricostruzione C’era una volta l’articolo 11 dell’assetto statuale libico, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le parti e per un’azione internazionale sotto egida Onu di contrasto all’IS; la valorizzazione e la partecipazione della società civile; il coinvolgimento della Lega araba e dell’Organizzazione degli stati africani, anche al fine di mettere alle strette Qatar e Arabia saudita che finanziano le guerre in corso; bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi, lo sfruttamento dei disperati; garantire da parte dell’Europa assistenza umanitaria ai profughi; mettere in campo un’operazione di salvataggio in mare. Quando la prima bomba sarà stata sganciata, a nulla servirà dire “basta”, essa cadrà e molte altre ne seguiranno. Non serviranno mobilitazioni che si limiteranno a proteste e condanne di ciò che è già avvenuto. Non basterà mettere a verbale il nostro “no” alla guerra. Non dobbiamo cadere nella rabbia sterile o nella rassegnazione impotente. Dobbiamo reagire con lucidità e consapevolezza. È a noi stessi, dunque, che vogliamo rivolgere un appello contro la guerra libica: prepariamo tenacemente le iniziative di pace che ne costituiscono gli anticorpi e le alternative concrete. Come spesso ci ricordava il nostro caro amico della nonviolenza Nanni Salio “un euro al giorno toglie la guerra di torno”. Significa che il nostro dovere, prima ancora della protesta contro la guerra, è la proposta per la pace. Assume pieno significato la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, per la Difesa civile, non armata e nonviolenta, come alternativa seria e possibile. Contro la guerra finanziamo la pace. Diamo un euro al giorno, per ogni giorno di guerra in Libia al Movimento Nonviolento che tenacemente, da oltre 50 anni, costruisce politiche e pratiche di nonviolenza, con iniziative locali e campagne nazionali, informazione e formazione, cultura e ricerca. È la nostra protesta/proposta, la nostra obiezione/azione. D I R E T T O R E Azione nonviolenta | 3

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Una guerra che dura da 25 anni tra pacifismo realista e pacifismo concreto che Alex Langer chiamò “pacifismo concreto” che non ama i proclami, ma che sarebbe sbagliato confondere con il “pacifismo realista”, compromissorio, opportunista. Non è vero che il grande movimento pacifista “No War” e “No Global” che tentò di fermare la catastrofe della seconda guerra del Golfo non abbia lasciato un segno profondo nelle coscienze di quanti oggi sanno di aver avuto ragione da vendere. E il fatto che oggi chi sostenne quella guerra non provi vergogna e continui a pontificare nei parlamenti, nei giornali, nelle università non elimina il loro discredito. Ma non si tratta solo di registrare con più attenzione il diffuso sentimento di avversione alle guerre e non penso solo al lavoro concreto che svolgono i gruppi e le associazioni di stretta fede pacifista (ben documentato dai lavori di Luca Kocci, Ecco dove sono. 2001/2011 Dieci anni di attivismo per la pace, Terrelibere.org, 2012; Martina Pignatti Morano, Il peace-keeping non armato, Quaderni di Satyagraha, Libreria editrice fiorentina, 2005; Lorenzo Guadagnucci, Una pace ostinata, dossier di Altraeconomia, maggio 2015). Penso alla miriade di progetti delle piccole ONG locali che praticano quotidianamente la cooperazione internazionale in Africa, Medio Oriente, America latina e alle grandi organizzazioni come Emergency, che è l’esempio più importante, nei fatti, di interposizione nonviolenta in mezzo ai conflitti armati. Penso a organizzazioni internazionali come la WILPF (Women’s International League for Peace and Freedom) che associano le campagne per il disarmo a quelle contro la violenza domestica dopo i conflitti e la WRI (War Resisters’ International) a sostegno degli obiettori e refuseniks in Israele. Penso alla rete delle Donne in nero e alla loro attività contro l’impunità dei criminali di guerra in Bosnia e in Serbia e per la giustizia per le donne. Penso all’Operazione Colomba della Comunità Papa Giovanni XIII di Rimini che da anni è presente in Albania con un progetto per sradicare le vendette di sangue, in Palestina per Di Paolo Cacciari* Le istituzioni politiche sono impermeabili alle sofferenze umane che provoca “questa economia che uccide” (papa Bergoglio) come il marmo all’acqua. Rivolgersi ai parlamenti (e al circo mediatico che ruota attorno a loro), tentare di influenzare le loro decisioni attraverso un’azione collaterale di lobbing è tempo sprecato. I patti militari nella Nato, da una parte, e la volontà di chiudere le frontiere all’emigrazione, dall’altra, rendono le istituzioni statali del tutto sorde alle istanze del pacifismo che, per queste ragioni, non possono trovare “rappresentanza” nei parlamenti. In politica estera la sovranità statale democratica è sospesa. Lo abbiamo toccato con mano con la base del Dal Molin e lo stiamo vedendo con il sistema radar del Muos in Sicilia . Forse è questo il motivo per cui gli attivisti dei movimenti pacifisti e nonviolenti hanno smesso di agire seguendo le modalità che i sociologi definiscono del “gruppo di pressione”: raccogliere firme su petizioni, organizzare marce, esporre le bandiere arcobaleno. Meglio fare altre cose. Tentare una rivoluzione più silenziosa, ma che agisca nelle menti delle persone. Rinunciare alla visibilità delle azioni dimostrative, che fanno notizia sui media solo quando provocano violenza, e passare ad azioni più impegnative. Parafrasando il movimento ambientalista potremmo dire che si tratta di passare da un pacifismo superficiale (green-peace-washing), ad un pacifismo profondo, attivo e più attento ai principi della nonvionza. Quello * Giornalista, saggista, esponente del pensiero della Decrescita, è stato deputato e consigliere regionale. Per le edizioni Punto Rosso ha curato, tra gli altri, il volume Agire la nonviolenza (2004). É coautore di Immaginare la società della decrescita, Terra Nuova (2012). Collabora con il sito www.comune-info.net 4 | gennaio - febbraio 2016

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accompagnare le persone in pericolo, nei campi profughi della Libia e della Siria, in Colombia. Penso ai missionari comboniani che, oltre a tutto, svolgono la più completa e approfondita opera di informazione su ciò che accade in Africa attraverso il mensile “Nigrizia”. Un’opera di grande interesse culturale ed educativo è svolta dalla rivista Quaderni Satyagraha, dal Centro studi Sereno Regis di Torino, oltre che dalle riviste Azione nonviolenta e Mosaico di pace. Non ho notizia di una diminuzione del numero di attivisti pronti ad impegnarsi in progetti pratici di costruzione di relazioni di pace, umanitarie per salvare le vite, promuovere la democrazia, la giustizia sociale e di diritti di tutti gli esseri umani. Così come non mi pare che il gigantesco movimento che in tutto il “mondo sviluppato” si sta battendo contro i cambiamenti climatici e la de-carbonizzazione degli apparati energetici non abbia ben presente al suo interno l’istanza della giustizia ambientale come base di una conversione pacifica dell’economia-mondo. Sempre più evidenti sono, infatti, le connessioni e l’interdipendenza tra modelli economici e relazioni di potere egemonizzate dalle plutocrazie globali che, quasi inevitabilmente, conducono alle guerre (come ci ha bene insegnato l’amico compianto Nanni Salio). Rimane comunque da spiegare il fatto paradossale per cui i movimenti che considerano possibile il raggiungimento di una convivenza pacifica tra le popolazioni e i popoli attraverso interventi alternativi (economici, culturali, umanitari, diplomatici) non riescano ad esprimersi con maggiore ampiezza e incisività nonostante il palese fallimento degli interventi militari i cui effetti controproducenti sono sempre più evidenti. Più si allargano i teatri bellici (quelli maggiori nel 2014 sono stati 42, con 180 mila morti) e più aumentano le popolazioni costrette alla fuga: sono ormai 59 milioni e mezzo gli sfollati interni e i rifugiati (Mosaico di pace, gennaio 2016), a cui vanno aggiunti i “profughi ambientali”, coloro, cioè, che sono costretti ad abbandonare le loro terre per effetto di catastrofi climatiche dovute al surriscaldamento globale (desertificazioni, sommersioni, perdita di fertilità dei terreni). Le guerre durante la “guerra fredda” tra i “due blocchi” avevano un connotato geopolitico chiaramente individuabile e facilmente contestabile negli opposti imperialismi. Così come immenso e imme- diatamente percepibile era il pericolo rappresentato dalla “bomba atomica”. Tutto è cambiato esattamente la notte del 17 gennaio di 25 anni fa con gli spettacolari bombardamenti su Baghdad (la prima guerra del Golfo) che ha dato il via alla “guerra preventiva permanente” dei Bush. La guerra era tornata non solo possibile, ma anche “necessaria e giusta”. Ricordiamoci solo che uno dei primi atti del nascituro Pds (sorto sulle spoglie del Pci a fine di quel tragico gennaio 1991 al congresso di Rimini) fu proprio la benevola astensione all’invio delle navi da guerra italiane in appoggio all’“operazione di polizia internazionale” (la trovata semantica fu del presidente del consiglio Andreotti) a cui disubbidì Pietro Ingrao, pronunciando un forte intervento in parlamento il 9 gennaio, e pochi altri. Nell’ultimo decennio del secolo scorso la guerra si è fatta strada fin dentro l’Europa con il conflitto che ha dilaniato l’ex Jugoslavia. Da allora siamo entrati nell’epoca della “terza guerra mondiale combattuta a pezzi con crimini, massacri, distruzioni” (parole di papa Bergoglio, durante una messa al Sacrario militare di Redipuglia nel 2014), una guerra globale “frammentaria” (come l’ha definita Franco Berardi Bifo). La sopraffazione violenta di popoli, le uccisioni di massa, Azione nonviolenta | 5

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impiccarli, linciarli…) per liberare gli oppressi, emancipare le donne, esportare la democrazia e il progresso economico e rendere quei popoli persino grati dell’aiuto loro altruisticamente offerto? Peccato che come l’idra di Lerna, i “nemici dell’Occidente” siano in grado di riprodurre e moltiplicare le loro teste. Forse, le ragioni del loro fanatismo tribale identitario, dell’odio patologico nei nostri confronti, sono profonde e non sono sradicabili con un colpo di falce. Vedi gli studi di Jean Zigler, (L’odio per l’Occidente, Tropea, 2010): “Insensibile alle sofferenze dei popoli del Sud, alle loro memorie ferite, alle loro richieste di scusa e riparazione, l’Occidente resta cieco e sordo, chiuso nel proprio etnocentrismo”. La necessità di uscire dalla spirale guerra/ terrore/guerra/terrore era stata già bene individuata dal movimento pacifista nei primi anni del nuovo secolo. Rimarrà riportato nei libri di storia che in occasione di manifestazioni in contemporanea nelle città di tutto il mondo per tentare di fermare l’invasione dell’Iraq, il 15 febbraio del 2003, il New York Times descrisse i pacifisti come la “seconda potenza mondiale”. È noto che le accuse a Saddam Hussein (il “nuovo Hitler”) furono una montatura, così come tragiche sono state le conseguenze in termini di perdite umane, di ampliamento del fondamentalismo, di allargamento della guerra. Ciò nonostante, come in una terribile tragica farsa, la scena si è ripetuta in Libia (Gheddafi definito il “Nerone di Tripoli”) e in Siria (dove opera “Assad il massacratore”) e in tanti altri interventi neocoloniali francesi, inglesi, americani. Con il pretesto della “responsabilità di proteggere le popolazioni” si sono formate coalizioni di stati in armi più o meno ampie e “volonterose” di bombardare. Per contro l’opzione pacifista nonviolenta è stata costretta in un angolo. Sbeffeggiata con fastidio come fasulla, inefficace, se non accusata di essere collusa col “nemico”, anche dalle sinistre che all’assemblea dell’Onu come nei parlamenti di tutto il “mondo libero” non hanno lesinato a concedere “crediti di guerra” e truppe di mercenari per le “missioni di pace”, ad incominciare dal Kossovo, passando per l’Afganistan e la Libia, per finire in Siria. “L’ uso della forza (in Libia) è legittimo e necessario”, sentenziò il socialista Luis Zapatero, che pure era stato il primo a sfilarsi dall’ Iraq. Ma anche Jean-Luc Melenchon, capo della sinistra segue a pag. 8 le persecuzioni religiose e razziali e l’uso delle popolazioni civili, in primis delle donne, come dimostrazione del potere di vita e di morte delle milizie in armi, si sono travestite con nobili sentimenti nazionalisti, umanitari, religiosi. Dall’una e dall’altra parte. Con gli attentati dell’11 settembre del 2001 negli Stati Uniti e la “risposta” Enduring Freedom in Afghanistan il mese successivo, la guerra è tornata ad essere presentata come inevitabile, persino liberatrice, tanto che il nuovo interventismo neocoloniale è stato definito “benevolo”. Una infinita teoria di volti di cattivi personaggi impresentabili (dittatori, terroristi, fondamentalisti religiosi) hanno riempito gli schermi e le prime pagine dei giornali in tutto l’ex Primo Mondo. Come non credere che bastasse tagliare loro la testa (bombardare le loro tane, catturarli, 6 | gennaio - febbraio 2016

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segue da pag. 6 radicale francese, e i verdi Joschka Fischer, ex ministro in Germania, e Daniel Cohn-Bendit, per non citare altri esponenti della sinistra di casa nostra, si sono tutti iscritti al partito dei “pacifisti realisti”, “diversamente interventisti”. Il tragico fallimento delle rivoluzioni democratiche arabe ci dovrebbe insegnare che l’assistenza delle cannoniere occidentali, ancorché venisse richiesta, è la via certa per la sconfitta di ogni buon proposito. Come recita un documento del Movimento Nonviolento: “La guerra e il terro- rismo si contrastano con la smilitarizzazione dei conflitti e delle società, con il disarmo, con l’azione umanitaria per salvare le vite, con la promozione della democrazia, della giustizia sociale e dei diritti di tutti gli esseri umani”. Le scorciatoie armate, la semplificazione della realtà, l’uso di strumenti non coerenti non avvicinano l’obiettivo. Ringraziamo l’Autore e la rivista “Alternative per il socialismo” per averci concesso la pubblicazione di ampi stralci dell’articolo completo che uscirà sul numero 39, marzo-aprile 2016. 8 | gennaio - febbraio 2016

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La nonviolenza islamica fa paura Il terrorismo contro il Gandhi musulmano carcere, che durano anni. Nel 1928 è inevitabile l’incontro con Gandhi e con il movimento per l’auto-governo dell’India, ed anche grazie a questo matura sempre di più l’idea che la strada della nonviolenza organizzata sia quella necessaria ad unire e liberare un popolo orgoglioso, come i Pashtun, in lotta permanente anche contro se stesso per un arcaico codice d’onore. Crea così, sulla Frontiera un vero e proprio “esercito nonviolento”, il Khudai Khidmatgar (Servi di Dio), aperto a uomini e donne, disarmato disciplinato e con compiti civili – aprire scuole, promuovere progetti sociali, organizzare l’autogoverno dei villaggi, lottare per l’indipendenza – che, a partire da un primo nucleo di 500 persone aumenta man mano fino a contare 80.000 aderenti, che si collegano direttamente alla lotta satyagraha gandhiana. Indossano la camicia rossa e per questo dagli inglesi sono chiamati “comunisti”. Subiscono una repressione feroce alla quale resistono con eroismo e nonviolenza. Raggiunta l’indipendenza indiana dall’impero britannico, sia Gandhi che Badshah Khan – sempre più alleati – si oppongono all’idea che musulmani e indù non possano vivere pacificamente in uno stesso Paese. Ma il primo è ucciso da un fondamentalista indù, il secondo arrestato dal nuovo governo musulmano del Pakistan. L’esercito nonviolento messo al bando e le sue sedi distrutte. Bacha Kan, passerà trent’anni in carcere e sette in esilio in Afghanistan. La sua storia è raccontata, in italiano, nel libro di Eknath Easwaran, “Badshah Khan, il Gandhi musulmano”. Non è un caso dunque che siano stati colpiti gli studenti e gli insegnanti dell’Università Bacha Khan, esattamente durante le celebrazioni dell’anniversario della morte del Gandhi della Frontiera. Ciò significa che la nonviolenza fa paura a tutti i fondamentalismi. Anche per questo la difesa civile, non armata e nonviolenta – della quale proprio l’esercito nonviolento di Bacha Khan è stato un importante antesignano, in un territorio musulmano – è il migliore antidoto a guerre, fanatismi e terrorismi. di Pasquale Pugliese* Tra i molti criminali attentati terroristici in vari Paesi del mondo, sono particolarmente odiosi quelli che prendono di mira le scuole e le università, i luoghi di studio dove attraverso la conoscenza si vogliono superare fanatismi e fondamentalismi. Le scuole degli Stati Uniti sono quelle maggiormente colpite (dai fondamentalisti cristiani), l’attentato al campus di Garissa in Kenia il più sanguinoso e l’ultimo, quello all’università Bacha Khan di Charsadda, in Pakistan il più tristemente simbolico (questi ultimi colpiti dai fondamentalisti musulmani). Il 20 gennaio un commando terrorista ha fatto irruzione nell’Università pakistana dedicata a Bacha Khan, nel giorno delle celebrazioni per l’anniversario della morte di Khan Abdul Ghaffar Khan – detto Badshah o, appunto, Bacha Khan – uccidendo ventidue tra studenti e insegnanti e ferendone decine di altri. La scelta dell’Università e del giorno non è casuale, ma è un preciso attacco all’islam nonviolento di cui Badshah Kkan – morto il 20 gennaio del 1988 – è stato promotore e organizzatore. Chiamato, per questo, il “Gandhi della Frontiera”. Gaffar Khan, nato in una famiglia musulmana benestante nella regione dei Pashtun (o Pathan) – oggi tra Pakistan e Afghanistan – era un ragazzo negli anni della rivolta popolare contro la dominazione britannica nel luglio del 1897, repressa violentemente dagli inglesi che distrussero i raccolti, tagliarono gli alberi, avvelenarono i pozzi, demolirono le case. Comprendendo, man mano, che la via dell’autonomia del popolo Pathan passa per le riforme sociali e l’educazione, Gaffar comincia ad aprire scuole popolari aperte a tutti nei villaggi, sfidando sia il potere britannico che i mullah tradizionalisti. Per questo, alterna le visite ai villaggi di montagna con i soggiorni in * Segretario nazionale del Movimento Nonviolento Azione nonviolenta | 9

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La madre di tutte le guerre, gennaio 1991 Un maestro della nonviolenza ci aiuta a capire entriamo nel merito di come conseguire questi risultati, ci accorgiamo subito che sorgono profonde divisioni, contrasti, conflitti e polemiche. Perché avviene tutto ciò? Per poter rispondere a questa domanda dobbiamo diventare consapevoli della natura di questi problemi: essi sono complessi e globali e per questa ragione danno inevitabilmente origine a controversie tra gli stessi esperti. Dicendo che sono complessi vogliamo dire che non è facile individuare una sola causa. Non c’è un rapporto immediato e semplice tra una causa e l’effetto che ne deriva. Per esempio, se ci chiediamo quali sono le cause della guerra del Golfo, non possiamo ridurci a individuarne una sola. Questa non è una guerra combattuta solo per il petrolio, o solo per difendere la libertà (come hanno tentato di farci credere), o per stabilire un nuovo ordine internazionale, o per difendere Israele e così via, ma è l’insieme di tutto ciò e altro ancora, come vedremo più avanti. Complessità e globalità sono termini in qualche misura complementari. La guerra del Golfo è un problema globale, perché non possiamo circoscriverlo solo all’Iraq, ma investe in un modo o nell’altro, volenti o nolenti, tutti i paesi dell’area, e l’intero pianeta, per la rilevanza che il petrolio ha nell’economia mondiale e per il gran numero di nazioni coinvolte militarmente. Ci accorgiamo subito che per esaminare un problema complesso e globale occorre possedere un gran numero di informazioni. Veniamo facilmente colti dallo sconforto e dall’angoscia se pensiamo a quanto siamo ignoranti riguardo alla cultura dei paesi arabi e islamici, ai loro problemi politici, economici, storici, alla loro tradizione religiosa, alla loro lingua e alla loro scrittura talmente diverse dalle nostre che la maggior parte di noi non riesce neppure a decifrarle. È per tutte queste ragioni che è necessario assumere un atteggiamento di profonda umiltà nell’affrontare il problema della pace e della guerra. Per giungere a costruire un’immagine soddisfacente di pace di Nanni Salio* Quale pace? Pace è una parola difficile e ambigua. Ora che la guerra è scoppiata ce ne accorgiamo più che mai. Ognuno utilizza questo termine a modo suo intendendo cose diverse. Leggendo i giornali o assistendo a un dibattito televisivo osserviamo che esperti, politici, intellettuali, giuristi, religiosi, dicono cose diverse, non sono d’accordo tra loro e spesso trascendono sino all’insulto e al litigio. Vediamo anche con sgomento che è cominciata una guerra interna, oltre a quella combattuta al fronte, contro coloro che non sono in riga, allineati con le decisioni prese dal governo. Sotto accusa sono i pacifisti, imputati di disfattismo e di altre nefandezze, dalla paura alla vigliaccheria. Prima di entrare nel merito delle ragioni che hanno portato a questa guerra, dobbiamo allora fare un po’ di chiarezza sui diversi significati che si possono dare al termine pace. Osserviamo innanzi tutto che le difficoltà sono di due ordini: cosa intendiamo per pace e come pensiamo di costruirla. In altre parole, dobbiamo chiarire quali sono i fini che vogliamo raggiungere e con quali mezzi intendiamo raggiungerli. È la stessa difficoltà che incontriamo quando parliamo di ambiente e di sviluppo. A prima vista sembra che sui fini ultimi, nobili e grandi (l’assenza di guerra, l’ambiente pulito, la sconfitta della fame e della povertà) si sia tutti d’accordo, ma appena * Amico della nonviolenza, presidente del Centro studi Sereno Regis di Torino, ci ha lasciato il primo febbraio del 2016. A lui, al suo pensiero e al suo lavoro di ricerca, dedicheremo uno dei prossimi numeri di Azione nonviolenta. Qui pubblichiamo alcuni stralci tratti dal suo libro “Le guerre del Golfo e le ragioni della nonviolenza”, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1991. 10 | gennaio - febbraio 2016

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dobbiamo prendere in considerazione molte dimensioni. Come un diamante, la pace presenta numerose sfaccettature e occorre esaminarle tutte quante, o per lo meno il maggior numero possibile di esse, prima di poter affermare di conoscere realmente cosa intendiamo con questo termine. [...] Quando è cominciata la guerra del Golfo? Può sembrare sorprendente ma a questa domanda apparentemente univoca si possono dare risposte assai diverse. Nell’accezione più comune la guerra è iniziata alle prime ore del 17 gennaio 1991. Per altri la guerra era già iniziata il 2 agosto 1990 quando i carri armati iracheni invasero il Kuwait. Ma è possibile andare più indietro ancora e sostenere, come vedremo più avanti, che questa guerra non è che una “battaglia” di una lunga guerra iniziata molto tempo prima. Per esempio, potremmo farla risalire al 22 settembre 1980, quando l’Iraq aggredì l’Iran invadendone il territorio in otto punti distinti e bombardò aeroporti, installazioni militari e infrastrutture economiche. Altri potrebbero risalire ancora più indietro nel tempo, sino al 14 maggio 1948, quando fu costituito lo stato di Israele e si verificò la prima guerra araboisraeliana. Perché proponiamo questi diversi scenari? Non certo per giustificare l’attacco iracheno al Kuwait, ma per renderci conto della complessità del problema, le cui radici sono lontane e vengono continuamente riproposte alla nostra attenzione ad ogni nuova ricorrente crisi. [...] Quanti sono i conflitti presenti nella regione del Golfo? Sin dall’inizio di questa vicenda si sono scontrate due posizioni diverse. La prima, sostenuta prevalentemente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e in misura via via più sfumata anche dagli altri paesi che sono entrati a far parte della coalizione anti-irachena, isola il problema dell’invasione del Kuwait dagli altri conflitti presenti nell’area. È una posizione che potremmo definire “riduzionista”, poiché riduce la complessità del problema a un solo fattore e lo considera come un singolo evento, con una data precisa, il 2 agosto 1990. La seconda posizione è quella che mette in evidenza la complessità, l’intreccio dei diversi eventi che su un periodo più lungo di un singolo episodio hanno portato all’attuale situazione. Questa posizione stabilisce diverse connessioni causali tra i diversi eventi e le diverse cause del conflitto sfociato nella guerra. È ben vero che Saddam Hussein ha utilizzato in modo strumentale questa tesi della “connessione” per tentare di giustificare ciò che non può in nessun modo giustificare, l’invasione del Kuwait. Ma è anche vero che la storia reale è un processo che si sviluppa nel tempo e non è costituita da singoli fatti scollegati tra loro. Anche i processi di pace non sono eventi istantanei che si producono mediante una “bacchetta magica” che nessuno possiede, ma il risultato di un faticoso lavoro che richiede tempo, pazienza e lungimiranza. [...] Un conflitto Nord- Sud? Sin dall’inizio della crisi, quando ancora molti speravano di riuscire a scongiurare il peggio, ci fu chi descrisse questo conflitto come il primo confronto Nord-Sud dopo la guerra fredda, dopo il crollo del muro di Berlino. È ben vero che oltre al muro di Berlino esisteva, da tempo, un altro muro, invisibile e molto più difficile da abbattere, quello che separa i paesi ricchi prevalentemente situati nel Nord geografico del mondo, da quelli poveri, del Sud del mondo. Ma è anche vero che se guardiamo i dati statistici relativi ai paesi produttori di petrolio, vediamo che essi si trovano in una posizione a parte rispetto a quelli più poveri. Vengono infatti raggruppati come paesi OPEC il cui reddito medio pro capite è notevolmente superiore a quello dei paesi realmente poveri. Ma le sperequazioni sono comunque molto vistose sia tra gli stessi paesi produttori di petrolio, sia in Azione nonviolenta | 11

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generale. I più ricchi, come il Kuwait e il Qatar, hanno un reddito pro capite oltre dieci volte superiore a quello medio di altri paesi come l’Iraq. Si passa infatti dai circa 15.000 dollari all’anno per gli abitanti del Kuwait (residenti) a cifre dieci volte inferiori, 1500 dollari, per l’Iraq, siano a quelle dei paesi realmente più poveri del mondo, per esempio la Somalia, con i suoi 170 dollari pro capite (un reddito cento volte inferiore a quello del Kuwait). Questi sono dati oggettivi, ma ciò non toglie che dal punto di vista di gran parte delle popolazioni arabe la guerra contro i “fratelli” ricchi, gli emiri, venga vista come una giusta rivendicazione per una più equa ripartizione delle ricchezze. Si stima infatti che la ricchezza accumulata da tutti i paesi arabi sia dell’ordine di 670 miliardi di dollari, mentre il debito estero complessivo ammonta a duecento miliardi di dollari. Ma la stragrande maggioranza di questa ricchezza è investita all’estero e solo il 7 per cento nei paesi arabi. Sono i paesi meno popolati, quelli del Golfo, a possedere le maggiori ricchezze, mentre sugli altri gravano pesanti problemi economici. Questa è una delle ragioni, anche se non l’unica, della parziale identificazione da parte delle popolazioni con Saddam Hussein, visto come colui che sta lottando per il loro riscatto contro il ricco Occidente e contro gli stolti emiri. Certo, dal punto di vista del dittatore iracheno questo è un calcolo strumentale, ma almeno in parte egli è riuscito nel suo scopo. [...] Un nuovo ordine internazionale? Terminato l’ordine di Yalta, con la fine della guerra fredda, sancita formalmente il 21 novembre 1990 con la firma della “carta di Parigi”, elaborata nell’ambito delle trattative condotte dai 34 paesi membri della CSCE (Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), siamo in presenza di una situazione fluida nella quale non sono ancora ben definiti i contorni del nuovo ordine internazionale. Il termine “nuovo ordine internazionale” è assai carico di ambiguità. Chi ha diritto di stabilire il “nuovo ordine”? Questo termine fu usato in passato da forze politiche assai diverse tra loro, dai nazisti ai comunisti. Anche l’ONU ha redatto dei documenti, sin dagli anni Settanta, nei quali auspicava un ”nuovo ordine economico internazionale”. In genere si potrebbe intendere che il termine “nuovo” sia sinonimo di giusto, ma non necessariamente le cose stanno così e di solito indica solo l’ordine imposto dal più forte, da colui o da coloro che sono usciti vincitori da una guerra. Almeno questa è la storia che abbiamo conosciuto in passato, in cui ogni nuovo vincitore imponeva ai vinti il suo ordine, salvo scoprire dopo qualche tempo che anche questo nuovo ordine era ingiusto o creava altro disordine. Nessuno oggi è in grado di sapere quale sarà il nuovo ordine che nascerà dalla conclusione della 12 | gennaio - febbraio 2016

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guerra del Golfo. Alcuni parlano apertamente di nuovo disordine perché questa guerra creerà tali e tante lacerazioni che ben difficilmente potranno essere risolte nel breve periodo. [...] Il ruolo dell’ONU Nella guerra del Golfo l’ONU è stata coinvolta e travolta da un processo che non ha saputo controllare. Gli Stati Uniti sono riusciti, con molto abilità, a giocare sulle difficoltà degli avversari per assicurarsi una copertura formale della loro iniziativa militare. Circa il 90 per cento delle forze militari presenti nel Golfo sono americane e il comando è sostanzialmente quello degli Stati Uniti poiché non esiste alcun coordinamento da parte dell’ONU. Le stesse iniziative diplomatiche condotte sia prima della scadenza dell’ultimatum sia a guerra iniziata hanno visto l’ONU in una posizione subalterna rispetto a quella degli Stati Uniti, il che ha reso ancora più ardua la già difficile impresa del segretario delle Nazioni Unite. Coloro che in un primo tempo avevano visto nell’azione dell’ONU un primo passo verso un futuro governo mondiale si sono probabilmente sbagliati in modo clamoroso. [...] La questione kurda: un conflitto dimenticato Come i palestinesi, anche i kurdi sono un “popolo senza stato”, disperso in un area che comprende vari paesi. Le stime numeriche sulla popolazione kurda sono diverse a seconda della fonte e difficili da verificare perché le autorità dei singoli paesi tendono a minimizzarle. Complessivamente si valuta che i kurdi siano circa venti milioni, quindi sensibilmente più numerosi degli iracheni, ma distribuiti in vari stati: 10 milioni in Turchia, 6 milioni in Iran, 3 milioni in Iraq e altre minoranze meno consistenti in Siria e Unione Sovietica. Dopo lo smembramento della Impero Ottomano, alla fine della prima guerra mondiale, il trattato di Sèvres, sottoscritto anche dalla Turchia, prevedeva la creazione di uno stato autonomo del Kurdistan. Ma questo trattato non fu rispettato dalla Turchia e neppure le successive indicazioni della Società delle Nazioni. Come è avvenuto ripetutamente per i palestinesi, i kurdi condussero una fiera resistenza e di volta in volta si allearono ora con uno stato ora con l’altro, a seconda delle circostanze, nel disperato tentativo di raggiungere l’obiettivo dell’indipendenza. [...] Ora la questione kurda costituisce di nuovo merce di scambio e di patteggiamento tra le grandi potenze. Per assicurarsi la fedele alleanza della Turchia, che in passato commise gravi atrocità nei confronti dei kurdi, si evita di prendere in considerazione le loro richieste di riconoscimento e di autonomia, che metterebbero in discussione un’area piuttosto ampia dell’attuale territorio turco. Ad accrescere la tensione e l’irrigidimento rispetto alle loro richieste contribuisce anche la presenza di ricchi giacimenti petroliferi, in particolare presso la città di Mossul, nella zona irachena abitata dalla minoranza kurda. C’è un aspetto poco noto nella storia dei kurdi che vale la pena ricordare per la sua drammaticità. Durante la prima guerra mondiale avvenne, negli anni 1915-1916, il primo grande genocidio col quale si aprì questo nostro tragico secolo ventesimo. È il “genocidio dimenticato” che portò allo sterminio di circa un milione di armeni. Valutato in termini percentuali rispetto alla popolazione, questo eccidio fu addirittura di dimensioni più ampie di quello dell’olocausto degli ebrei. Ebbene, la responsabilità di questo genocidio ricade, oltre che sul governo turco, anche sui kurdi che ne presero parte. Nelle vicende che stiamo esaminando sembra verificarsi una sorta di nemesi storica che trasforma gli oppressi in oppressori, preparando il terreno per futuri, inaspettati, tremendi genocidi. Gli ebrei perseguitati e uccisi a milioni nelle camere a gas dei nazisti non riescono oggi a vedere la sofferenza delle donne, dei bambini, dei giovani, degli uomini palestinesi che stanno ingiustamente opprimendo, e si sono dotati delle stesse armi di sterminio, le bombe nucleari, impiegate contro le popolazioni civili giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. I kurdi, che all’inizio del secolo contribuirono al terribile massacro degli armeni, passato quasi inosservato al resto del mondo, oggi vengono a loro volta uccisi con le armi chimiche nell’indifferenza generale. L’intreccio dei conflitti presenti nella regione mediorientale è molto complesso e il ricorso sistematico alla violenza contribuisce a generare nuova violenza. Azione nonviolenta | 13

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L’Europa e il puzzle mediorientale Perché non si può prescindere dal dialogo della metà della popolazione ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni mentre la coalizione internazionale anti-Isis fatica a definire una strategia comune. L’Europa si è illusa che i milioni di siriani parcheggiati fra Turchia, Libano e Giordania potessere mettere radici in campi per rifugiati spesso improvvisati così come si è illusa che il sanguinario Assad stesse per capitolare. Nulla di tutto questo è avvenuto. Le cellule di crisi delle capitali europee hanno sbagliato le previsioni rimanendo spiazzate dagli eventi non ultimi gli attacchi terroristici in Francia e l’allarme permanente generato in altri paesi. Il conflitto siriano si è trasformato in guerra per procura riproducendo scenari da guerra fredda mentre il “tappo” turco è saltato con il conseguente esodo inarrestabile di profughi in rotta verso lidi sicuri. Occorreranno anni per rimettere insieme le tessere di un mosaico il cui disegno è ancora tutto da tracciare ma è forte il timore che sia una corsa contro il tempo perché l’Europa di oggi non è in grado di aspettare e resistere. Incapaci di riformare gli accordi di Dublino sulla gestione dei richiedenti asilo i paesi dell’Unione hanno, di fatto, rimesso in discussione gli accordi di Schengen con buona pace dei principi fondanti su cui poggia la traballante impalcatura europea. Ormai la parola d’ordine sembra “si salvi chi può” abbandonando definitivamente quella spinta alla solidarietà che aveva caratterizzato il processo di integrazione del continente. Eppure basterebbe avere un po’ di lucidità accompagnata da un adeguato bagno di umiltà per rileggere gli avvenimenti e rivedere radicalmente le strategie. L’Isis si può contenere militarmente ma non si può sconfiggere con le sole armi. Tutti lo sanno ma nessuno vuole dirlo in particolare ad alleati scomodi come l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo responsabili in buona parte della deriva violenta del fondamentalismo islamico. L’Isis di Paolo Bergamaschi* Nel novembre dello scorso anno l’Alto Rappresentante della Politica Estera Comune Federica Mogherini si è presentata alla Commissione Esteri dell’Europarlamento per illustrare la revisione della Politica di Vicinato, ovvero le priorità d’azione europea nei confronti dei paesi più prossimi all’Unione sia della sponda meridionale del Mediterraneo che ad oriente a ridosso della Federazione Russa. “Al primo posto poniamo stabilità e sicurezza”, annunciava candida rivolgendosi agli eurodeputati in un’atmosfera quasi surreale. Sembra un paradosso ma a distanza di un paio di mesi i fatti, purtroppo, dimostrano che più che esportare stabilità e sicurezza l’Europa sta importando instabilità e insicurezza. A est, nel Donbass, si continua a morire nonostante gli accordi di Minsk che avrebbero dovuto portare al cessate-il-fuoco mentre a sud il Medio Oriente e la Libia sono sconvolti da un furioso incendio destinato a durare decenni i cui effetti stanno già sconvolgendo il vecchio continente. Più che un cerchio di amici, così come la diplomazia di Bruxelles ama descrivere i paesi vicini, sembra un cerchio di fuoco che ha messo in crisi la stessa Unione offuscandone il futuro. A questo va aggiunto anche il ruolo giocato dalla Turchia sulla carta prezioso alleato in via di adesione che in realtà persegue obiettivi palesemente divergenti sia per quanto riguarda le scelte di politica estera che quelle di politica interna. Si naviga a vista e ci si muove in ordine sparso. A cinque anni di distanza dallo scoppio della guerra civile in Siria le chances di dare vita ad un processo di pace credibile sono minime. Più * Funzionario presso la Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo e amico della nonviolenza 14 | gennaio - febbraio 2016

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dendo di entrare e per anni ha trovato la porta sbarrata ricevendo in cambio dinieghi e umiliazioni. Paralizzata dall’emergenza l’Unione Europea offre adesso ad una Turchia che smotta verso l’autocrazia quello che non ha saputo offrire quando Ankara era alla disperata ricerca del dialogo e disponibile a qualsiasi riforma pur di continuare il processo di adesione. Oggi Erdogan è più preoccupato della nascita di uno stato curdo che della presenza di uno stato islamico con il quale trattiene relazioni più che ambigue e con i profughi ridotti ad arma di ricatto. Qualsiasi intervento militare, sia autorizzato che non dalle Nazioni Unite, deve essere finalizzato alla ripresa del dialogo fra le parti in causa per arrivare ad una soluzione negoziata. È stato il caso della prima guerra del Golfo nel 1991, così come la guerra in Bosnia nel 1995 e quella in Kosovo nel 1999. Anche con il conflitto in Ucraina alle sanzioni hanno fatto seguito negoziati. Assad è senza dubbio un dittatore criminale ma non si può prescindere dal dialogare con il suo regime se si vuole cercare di porre fine alla mattanza. Esiste un codice di condotta europeo per il commercio delle armi che viene costantemente violato. I ministri degli esteri o della difesa dei paesi europei sono spesso solo piazzisti di armi alla ricerca di lucrosi contratti. La regione rischia di trasormarsi ancor di più in una immensa polveriera. Mai abbandonare gli sforzi per la ripresa dei negoziati del conflitto israelo-palestinese. Oltre che una questione di diritto internazionale questa guerra è anche il cavallo di battaglia che anima da sempre l’estremismo arabo e la retorica aggressiva di paesi islamici come l’Iran. Ormai è evidente che con l’attuale governo di Tel Aviv la pace è impossibile senza una robusta pressione internazionale e in primo luogo europea. Il movimento per la pace del vecchio continente sembra disorientato, quasi spaventato di fronte al puzzle mediorientale. Eppure mai come oggi può giocare un ruolo per la ricomposizione di una regione che ha bisogno di attori credibili e responsabili come, purtroppo, non è stata l’Europa, e gli stati che ne fanno parte, in questi anni. non nasce dal nulla ma colma un vuoto di potere come quelle creatosi in Iraq dopo lo scriteriato intervento americano-britannico del 2003. Siria ed Iraq non torneranno mai ad essere stati unitari. Nonostante i proclami di facciata è meglio pensare da subito ad uno scenario alternativo che contempli la nascita di uno stato curdo. Prima si pone sul tavolo la questione e prima la si risolve evitando di strascicarla o di negarla come fosse un tabù. La Turchia di oggi non è affidabile. Per anni Ankara ha bussato alla porta di Bruxelles chie- Azione nonviolenta | 15

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