La Repubblica rivoltata

 

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Anno II, numero I-II, 2016 L'articolo 1

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Con questo logo la Fondazione Nenni accompagnarà tutte le iniziative per celebrare Pietro Nenni in occasione del 70° della Repubblica

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3 I LE RUBRICHE 4 10 16 20 32 38 40 L’editoriale di G. Benvenuto Le elezioni americane di Troiani Unioni civili di A. Maglie Unioni civili: la legge Sport&Costume di Gentile Punture di spillo di Russo Il gioco di Emiliani l sommario LA MONOGRAFIA DA UNA REPUBBLICA ALL’ALTRA 44 58 68 76 86 92 108 118 124 130 138 146 152 162 170 182 190 Passato e presente di Nenni Racconto sentimentale di Intini Futuro di Salvi Il tema di A. Maglie Le schede Analisi comparata di Agosta e D. Maglie Tra scelte di ieri e di oggi di S. Benvenuto Sindacati e istituzioni di Carrieri La proposta di Miniati L’atto d’accusa di Besostri L’economista di Russo Il paradosso di Ghezzi Intervista a Pasquino di Bombardieri Il libro di Pasquino La Carta nel mirino di A. Maglie Esclusivo Documenti di Umberto II, Saragat, Terracini, Calamandrei, De Gasperi, Togliatti LA STANZA DI VOLTAIRE 270 Sindacato e imprese di Bocchi 276 Il documento Cgil Cisl Uil 292 Le analisi di Russo 310 La polemica di Macaluso 312 Lotta alla diseguaglianza di Roseto 316 Incontro inconsueto 318 La denuncia: rapporto Oxfam 324 Dualismo universitario di Ostrica 330 Il documento: rapporto Res 2015 380 La grande fuga di A. Maglie 386 Il saggio: dopo Tangentopoli di Crisafulli 404 Colloquio con Vacca su Stalin di Tedesco 410 Società dopata di Rizzo 418 La scomparsa di Marianetti di Emiliani 426 I libri di Milano e Russo Antonio Agosta, Giorgio Benvenuto Antonio Di Majo, Vittorio Emiliani Franco Liso, Federico Pica, Enzo Russo Cesare Salvi, Gianna Granati Tamburrano Giuseppe Tamburrano, Tiziano Treu Comitato scientifico Direttore Antonio Maglie Realizzazione grafica Marco Zeppieri Segreteria Valentina Bombardieri

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L’ E D I T O R I A L E Come nel ‘45, Italia da ricostruire. Insieme di Giorgio Benvenuto Il patto costituzionale ha consentito a un Paese distrutto prostrato ed emarginato a livello internazionale di ritrovare ruolo e dignità. Ci ha, inoltre, messo nelle condizioni di sconfiggere i sabotaggi istituzionali e le minacce terroristiche. Sotto molti aspetti le condizioni attuali ricordano quelle di allora E’ evidente che tutto è cambiato intorno a noi e non si possono coltivare nostalgie. Ma per ricosatruire un clima di fiducia nel futuro occorre un nuovo patto su cui ritessere la grande tela della solidarietà a Prima Repubblica nasce il 2 giugno del 1946. Il referendum istituzionale consente con un voto popolare, che è espressione anche della volontà femminile di fare la scelta repubblicana. E’ il punto di arrivo della Resistenza e della liberazione dal fascismo. E’ il risultato della battaglia unitaria di tutti i partiti impegnati nel Cln (Comitato Liberazione Nazionale). Ne sono, in particolare, protagonisti, il governo presieduto da Ferruccio Parri e quelli successivi diretti da Alcide De Gasperi. Il ministro per la Costituente, Pietro Nenni, il 29 giugno 1946 invia al presi- L dente dell’Assemblea Costituente, Giuseppe Saragat, le consclusioni dei lavori preparatori per la formulazione della nuova Costituzione. I lavori sono raccolti in quattordici volumi per circa cinquemila pagine tra relazioni e allegati. Sono i risultati cui sono giunte le commissioni sulle questioni economiche, del lavoro e della organizzazione dello Stato. Nenni nella conclusione della sua lettera sottolinea che :“...Occorre essere grati agli studiosi che hanno dato la loro opera, per aver preposto gli interessi del Paese a ogni altro interesse personale”.

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5 L’Assemblea Costituente, eletta contemporaneamente allo svolgimento del referendum istituzionale, redige la Costituzione, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948. Il voto è a larghissima maggioranza; vi concorrono tutti i partiti che rientrano nell’arco costituzionale ad eccezione dei monarchici. La scissione del partito socialista a Palazzo Barberini tra Nenni e Saragat al- l’inizio del 1947, l’allontanamento dal governo del Psi e del Pci, le prime avvisaglie della Guerra Fredda, non impediscono la redazione unitaria della Carta. L’Italia è un Paese vinto, distrutto, prostrato, lacerato, umiliato, isolato in campo internazionale. Occorre ricostruire la democrazia, l’economia, l’unità. E’ un compito immane. Il Patto costituzionale tra le forze politiche anti-fasciste regge. Non si spezza Pietro Nenni

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6 L’ E D I T O R I A L E l’esile filo che lega i partiti impegnati, sia pure da sponde opposte, nell’azione di ricostruzione economica, sociale e morale dell’Italia. Molte della norme costituzionali richiederanno per la loro attuazione tempo (la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, le Regioni, etc.); altre rimarranno inapplicate come quelle riferite alle organizzazioni sindacali e ai partiti; altre ancora, come ad esempio quelle del Concordato e dei Patti Lateranensi, dovranno attendere il 1984 per essere cambiate; i diritti civili faranno fatica ad avere un pieno riconoscimento; purtroppo riamarrà invece inapplicata per opportunismi politici la norma che esclude e sanziona ogni iniziativa tesa a ricostruire movimenti o partiti di ispirazione fascista. Per tutti i partiti anti-fascisti rappresenta un elemento di forza per irrobustire la democrazzia e per modernizzare il Paese. Le garanzie costituzionali avranno il merito di scoraggiare avventure o svolte autoritarie. Gli elettori nel 1953 bocciano la “legge truffa” voluta dall’esausta coalizione di “centro” per definire con un premio elettorale una maggioranza parlamentare autosufficiente per cambiare la Costituzione. Nel 1960 viene sconfitto con una forte mobilitazione popolare il tentativo di Tambroni di governare il Paese con i neofascisti. I socialisti entrano nell’area di governo. Negli anni Sessanta va al governo il centro-sinistra. Sono gli anni delle riforme: attuazione dello stato sociale, diritti dei lavoratori, scuola media unica, parità uomodonna, decentramento dello Stato, diritti civili. Negli anni Settanta viene sconfitto il terrorismo. E’ decisivo l’impegno del sindacato unitario che respinge l’aberrante sglogan “né con le Br né con lo Stato”. Si creano, dopo il fallimento del compromesso storico, le condizioni per un’alternanza di governo che vede la nomina di presidente del consiglio di matrice laica (Spadolini) e socialista (Craxi) e la elezione alla presidenza della Repubblica di Sandro Pertini. Gli anni Ottanta sono quelli del cambiamento. L’Italia è in Europa. Cade il comunismo. La Chiesa diventa ecumenica. Le innovazioni della tecnologia accelerano i cambiamenti, mutano gli stili di vita, distruggono vecchi lavori e ne creano di nuovi. La finanza, la globalizzazione, il mercato rimettono tutto in discussione. Molte sono in quegli anni le iniziative per innovare senza rinnegare. Non hanno successo. Si affievoliscono i vincoli del patto costituzionale. I partiti sono esausti, le forze sociali si dividono, va in crisi la sinistra sociale e politica; si allenta la solidarietà; trionfa l’individualismo; prevale la legge del più forte quella della giungla. Finisce drammaticamente la prima repubblica. Si apre una lunga fase di transizione.

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7 L’ E D I T O R I A L E Si susseguono e si inseguono diversi cambiamenti costituzionali. Sono di parte. Sono inadeguati. Sono in ritardo rispetto ai cambiamenti della società e dell’economia. Sono accompagnati da nuove leggi elettorali che esautorano il Parlamento ed impediscono il rapporto tra eletti ed elettori. Umberto Eco ricorda in un suo recente saggio: “... Non sono i singoli ma la società stessa che vive in un continuo processo di precarizzazione”. Bauman osserva, finita la fede in una salvezza proveniente dall’alto, dallo stato o dalla rivoluzione, prevalga solo l’indignazione: “Si sa cosa non si vuole, non si sa cosa si vuole. Non si riesce più a definire i partiti diventati movimenti: agiscono ma nessuno sa più quando e in quale direzione. Neppure loro”. Lo scenario alla fine del secondo Millennio è allarmante. Lo descrive efficacemente Paolo Savona: “Prevale l’ignoranza economico-finanziaria; le imprese sono affette da nanismo e localismo; i partiti politici si riducono allo stato gassoso; menefreghismo è il nuovo imperativo categorico”. E’ uno scenario ideale per chi cerca un’arma di distrazione di massa, un’evasione dalla realtà, un salto avanti nella propaganda e mille indietro nella crescita del Paese. L’Italia è ferma - ricorda De Rita nell’ultimo rapporto del Cesnis - immersa in un “letargo esistenziale collettivo”, la poli- tica tenta di trasmettere coinvolgimento e vitalità al corpo sociale ma non ci riesce. Una sorta di limbo italico fatto, come diceva alla fine dell’Ottocento, all’epoca del trasformismo, Filippo Turati, “di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”. Sono venti anni persi. L’Italia precipia sempre più in basso: il suo declino appare inarrestabile. Al governo dei partiti si sostituisce quello dei tecnici, il Parlamento non è più degli eletti ma dei nominati; il bipolarismo all’italiana, alla vana ricerca di una legge elettorale capace di assicurare la govenabilità, moltiplica i partiti (erano sette nella prima repubblica, oggi se contano una quarantina); si diffonde il trasformismo e il doppio-giochismo. E’ potente, prepotente, la spinta al cambiamento; è forte la convinzione per mandare tutti a casa. E’ inarrestabile la richiesta di una leadership. Rottamare non può essere solo distruzione, deve essere anche costruzione. “Non tutto ciò che è nuovo è bello - diceva il poeta - e non tutto ciò che è bello è nuovo”. Il governo Renzi con esuberanza e spesso con arroganza si muove come un bulldozer per togliere i macigni che impediscono al Paese di andare avanti sulla strada dello sviluppo. Le riforme, una nuova legge elettorale, il cambiamento della Costituzione sono le parole d’ordine della politica dell’esecutivo. Innumerevoli

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8 L’ E D I T O R I A L E e contraddittorie le proposte presentate al Parlamento all’insegna del “prender o o lasciare”. Nessuna nostalgia per il passato (i problemi di oggi sono nuovi e diversi), nessun ben-altrismo per la ricerca dell’isola che non c’è di Peter Pan, nessuna sottovalutazione della decadenza inarrestabile dell’economia, della democrazia, della solidarietà che sembra caratterizzare il nostro Paese. Ecco alcuni spunti per la discussione. Il referendum confermativo delle modifiche costituzionali non può diventare un voto di fiducia su di un uomo e sul suo governo. Se così fosse non sarebbe un referendum, sarebbe un plebiscito. Il cambiamento della legge elettorale esasperandone il premio di maggioranza per chi vince anche di poco e confermando la nomina e non l’elezione dei rappresentanti del popolo, indebolisce la democrazia, avvilisce il confronto politico e sociale, stimola il conformismo e il trasformismo. L'Italia si trova nelle stesse condizioni del 1945. Come allora ha perso la guerra. E' diventata un paese vecchio, conservatore, pieno di paure, rassegnato, credulo. Ha bisogno di una scossa, più di una, anzi di molte. Deve ricostruire la propria economia; deve indicare degli obiettivi ai suoi cittadini; deve ridare la fiducia nel futuro; deve ricostruire e tessere una rete di solidarietà e deve soprattutto realizzare la coesione tra giovani ed anziani, tra Nord e Sud, tra le forze economiche e sociali, deve riprendere le chiavi di casa che sono state consegnate agli eurocrati di Bruxelles. Va ricostruita, ricercata, favorita una politica di coinvolgimento delle forze sociali; va valorizzato il confronto politico; va ricercata la collaborazione tra tutti. Non c'è bisogno di titani, c'è la necessità di lavorare assieme: l'Italia vince se i suoi cittadini si convincono, se li avvince con una strategia capace di avere una forte caratura ideale. Ci sono tre questioni fondamentali per rimettere in sicurezza le fondamenta del nostro Paese. Il primo tema è riferito al confronto con le forze politiche e i soggetti economici e sociali. I cambiamenti costituzionali sono confusi e contraddittori, non cambiano il Paese. E’ fondamentale ricostruire dei rapporti con le forze sociali. Ci sono troppe lobby, troppo centri di potere, troppi interessi che impediscono una politica di risanamento della spesa pubblica; è sbagliato esasperare il rapporto con il sindacato emarginandolo e colpevolizzandolo. E’ un vero e proprio autolesionismo. Il secondo rischio è il modo di procedere sul terreno delle politiche economiche e sociali. C’è improvvisazione. C’è lo scarico delle responsabilità. C’è l’opportunismo elettorale.C’è un uso spregiudicato e disinvolto delle statistiche sull’occupazione, sulle questioni fiscali e previdenziali e sullo sviluppo.Si parla di riforme mentre

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9 L’ E D I T O R I A L E invece è in atto una politica quasi spietata di revisione del walfare. Ci si trova di fronte a dei revisionisti, a dei pentiti che vestono i panni del riformismo. La terza questione è quella decisiva dell’Europa. La crescita non è possibile secondo le regole del patto di stabilità. Quattro medicine di Bruxelles non sono la cura per l’Italia. Renzi fa bene ad alzare la voce nei consessi europei. E’ giusto avere una strategia capace di rilanciare l’Europa come una federazione di Stati con una politica fiscale, con delle misure dell’accoglienza, con una politica sociale comuni. Va evitato un dibattito generico o ideologico tra flessibilità e austerità comunque sterile ai fini dello sviluppo e della crescita.Non bastano le astuzie tattiche, occorre avere una strategia. L’Europa va trasformata. L’Europa barcolla nel buio, è alla ricerca di rimedi. Le scappatoie concesse alla Gran Bretagna spalancheranno la porta ad altri negoziati. Il potere è esercitato da una burocrazia, quella europea, che non ha dietro un’organizzazione di stato democratico programmato definito. Il parlamento europeo non ha nessun ruolo. La commissione è al guinzaglio della Germania e della Merkel.L'Europa è alla viglia della sua disgregazione. Un numero crescente di paesi membri prende posizione contro i partiti tradizionali, considerandoli asserviti agli interessi e al potere delle elite europee dominanti. L'euro si è dimostrato un sostanziale travestimento del marco, lasciando nelle mani della Germania, e del braccio esecutivo di Bruxelles, un'implicita, appena mascherata, sovranità delle politiche economiche e sociali dei paesi membri. L'economia tedesca ha beneficiato di un valuta sottovalutata (a sostegno di un astronomico avanzo commerciale), mentre gli altri paesi dell'eurozona devono operare con una valuta sopravvalutata da compensare con un regime di bassi salari e di riduzione della spesa sociale. Una riflessione, infine, va fatta sul Partito Socialista Europeo. Non ha un ruolo né in Europa né nel parlamento. Il PD deve valorizzare le posizioni apicali che ha in Europa (Federica Mogherini, rappresentante della politica internazionale dell’Unione Europea; Luca Visentini, segretario generale della Ces; Gianni Pittella, presidente del gruppo parlamentare europeo). Come può il partito socialista europeo accettare l’accordo fatto con la Gran Bretagna. Come può un partito socialista accettare che vengano stabilite regole per diminuire i diritti, i salari, la sicurezza, la salute dei lavoratori stranieri in Gran Bretagna. Insomma l’Italia deve tornare ad essere una protagonista nelle costruzione dell’Europa. Se non lo farà il costo sarà la decadenza economica e politica; deve recuperare la sua indipendenza; deve riprendere le chiavi di casa.

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L E E L E Z I O N I A M E R I C A N E I venti che spingono Trump e Sanders di Luigi Troiani Il supermatedì sembra aver definitivamente lanciato la Clinton e il “rumoroso” miliardario verso la sfida che chiamerà alle urne cento milioni di americani Le paure dei repubblicani vittime dei loro errori della scelta di negare a Obama qualsiasi collaborazione portando a conseguenze estreme duri messaggi politici. La caduta del comunismo ha riammesso sulla scena Usa il socialismo in chiave riformista on il super martedì di inizio marzo, può ritenersi chiusa la prima parte della lunga maratona elettorale che, in campo democratico e repubblicano, sta selezionando i candidati alle presidenziali da portare in luglio all’approvazione delle rispettive convenzioni: quella repubblicana il 18 a Cleveland, quella democratica il 25 a Filadelfia. Dal gioco delle selezioni nei caucus di circa un terzo degli stati, sono emersi vincenti Donald Trump tra i repubblicani e Hillary Clinton tra i democratici. Non è detto che saranno ancora primi il giorno delle rispettive convenzioni, né soprattutto che queste li designino candidati presidenti per i rispettivi schieramenti, anche se, per quanto C sin qui è dato di vedere, sarà difficile che non siano i due a battersi per il posto di quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. La cautela riguarda il campo repubblicano più di quello democratico. La cavalcata elettorale dell’eccentrico plurimiliardario immobiliarista e reality showman, il newyorkese Donald Trump, non ha soltanto sparigliato gli assetti fissati, per la campagna, dai maggiorenti del partito. Ne sta sollecitando la riconversione e forse l’implosione, due operazioni che in piena campagna elettorale possono costar caro al Grand Old Party, Gop. Nel tritatutto dell’aggressivo e disinvolto outsider è finito per primo il gentile ultimo rampollo della storica famiglia re-

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11 pubblicana texana dei Bush, Jeb. Al prossimo giro di caucus, a metà marzo, dovrebbe essere il turno di Ted Cruz e Mario Rubio, gli ultimi rimasti a contendergli la scena. Non è detto che il computo dei voti elettorali, attribuiti ai concorrenti dai singoli stati, garantisca quell’esito, ma il fatto che a neppure un terzo del cammino ci si stia ponendo la questione, la dice lunga su come stiano andando le primarie dal lato repubblicano. Si legge che i tanti repubblicani cui ripugna la candidatura Trump, potrebbero sollecitare la discesa in campo di Michael Bloomberg, ex sindaco di New York. La decisione, nelle attuali condizioni, non solo segnerebbe uno scisma dalle imprevedibili conseguenze, ma potrebbe fare ulteriori danni in quanto interpretabile come sottrazione di sovranità a un elettorato fanaticamente prono agli istinti primordiali che il candidato gli sta sollecitando a getto continuo. Sul panico che ha preso i repubblicani, la dice tutta la dichiarazione rilasciata a Washington dallo speaker del Campidoglio, Paul D. Ryan il giorno del supertue- Hillary Clinton sembra avviata a vincere la “guerra” delle presidenziali

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12 L E E L E Z I O N I A M E R I C A N E sday, dopo il rifiuto di Trump di prendere le distanze dall’ex capo del Ku Klux Klan, David Duke e da … Mussolini, glorificato via citazione (sbagliata): “Se una persona vuole la nominee repubblicana … deve rigettare ogni gruppo o causa costruiti sull’intolleranza e il razzismo. Questo partito non gioca sui pregiudizi della gente. Noi facciamo appello ai loro più alti ideali. Questo è il partito di Lincoln”. I repubblicani, sempre che vogliano trovare una strategia per fermarlo, dovrebbero però interrogarsi sul perché del successo, nel loro campo, di uno “strano” come Trump. E probabilmente scoprirebbero che l’apprendista Trump (The Ap- prentice è il titolo del programma televisivo da lui prodotto e condotto fra il 2004 e il 2015) non ha fatto altro che portare alle conseguenze estreme messaggi politici che i repubblicani hanno agitato con pervicacia contro l’amministrazione Obama, nel Congresso dove erano maggioranza, invece di dare una mano costruttiva alla soluzione degli immensi problemi che si andavano accumulando in una società americana sempre più ingiusta all’interno e sempre più indebolita in politica estera. Così, rifiutando cocciutamente il supporto bipartisan al presidente riformatore sul fronte interno (sanità, lavoro, diritti, armi per i privati, immigrazione), e su quello della politica estera Con Bernie Sanders il socialismo è tornato sulla scena americana

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13 L E E L E Z I O N I A M E R I C A N E (Iran, Nord Corea, Guantanamo, Palestina); giocando a stare sia dentro che fuori dal palazzo delle istituzioni (si pensi al Tea party, che tra l’altro sta alle origini delle fortune di Rubio; o al flirt con la destra religiosa, che ha spalleggiato il Ted Cruz appoggiato anche dal Tea Party dopo che Rubio è andato su posizioni più moderate); pedalando per anni sui pregiudizi anti Obama visto come il fumo negli occhi non tanto perché nero quanto perché presidente il più a sinistra dopo Roosevelt e Johnson (la canizza sul certificato di nascita, ad esempio, nella quale Trump ha abbaiato da par suo per anni). Ovvio che al vertice del Gop siano consapevoli che opporre in no- vembre l’impresentabile ticket Trump-Palin (o chi per lei), al solido ticket democratico guidato dalla Clinton, significherà andare a sicura sconfitta. Ma, come recita il proverbio, chi è causa del suo mal… In casa democratica la candidatura Clinton appare fuori discussione. Il voto nero e ispanico, unito a quello di molte donne e dei ceti medi tradizionalmente schierati con le scelte dell’apparato di partito, hanno cementato un blocco sociale di consensi difficilmente intaccabile. Proprio per questo può dedicarsi la dovuta attenzione ai risultati colti dal senatore Bernie Sanders in molti stati: in quattro nel super martedì. Il suo appello alla rivoluzione so- Donald Trump tra aggressività, insulti e gaffe

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14 L E E L E Z I O N I A M E R I C A N E ciale e socialista, il suo grido contro le ingiustizie di Wall Street e del capitalismo, hanno fatto presa soprattutto su giovani e bianchi colti. Non è un fenomeno nuovo in campo democratico, ed ha coinvolto in passato altri candidati “monotematici” (si ricordi la meteora di George McGovern, pacifista contrario alla guerra vietnamita e “socialista”, nel 1972), miseramente battuti in sede di Convenzione o di elezioni. La novità sta nel fatto che con Sanders, caduta la maschera orrida e improponibile del comunismo, il socialismo venga riammesso, con il suo volto democratico e riformista delle origini, nel dibattito politico statunitense. Può sorprendere che i cosiddetti millennial, i nati a cavallo del nuovo secolo, cresciuti a bit e social network, cerchino in un’ideologia ottocentesca risposte alle angosce di una società che nei loro anni ha arricchito follemente i già ricchi e impoverito i già poveri. Si dà il caso che siano consapevoli dei risultati di un recente studio di Economic Policy Institute, basato a Washington. Racconta che dalla metà degli anni ’70, agli aumenti di produttività delle imprese statunitensi non ha fatto seguito l’aumento della retribuzione dei lavoratori, perché i frutti della crescita si sono concentrati solo al vertice della piramide, azionisti e dirigenza. Racconta che dai tempi di Reagan, il 90% di chi sta più in basso non gode alcun aumento di reddito. Il preteso campione mondiale della democrazia oggi asse- gna all’1% della popolazione il 42% della ricchezza nazionale (dati 2012, università di California Berkeley). Ai problemi vanno trovate risposte: gli elettori di Sanders le hanno cercate in Europa, nelle realizzazioni della sua socialdemocrazia. Si è trattato di un’opzione che non ha trovato spazio per lo sfondamento nei consensi di più vaste fette di elettorato, per varie ragioni. La corazzata Clinton, fatta di esperienza al vertice, penetrazione consolidata nell’elettorato colorato, vantaggio nel voto femminile, era difficilmente affondabile. Ciò che viene percepito come idealismo radicale non fa tradizionalmente presa su ceti medi e operai: Sanders non ha trasmesso la capacità di gestire problemi concreti, ad esempio in politica estera. Non ultimo, negli Stati Uniti difetta una classe operaia e un sindacato all’europea, tradizionali veicoli del voto socialista nel vecchio continente. I repubblicani tenteranno fino alla fine di impedire a Trump di correre per le presidenziali, o almeno di fare la corsa con l’equipaggiamento utilizzato sinora. Se Rubio riuscisse a recuperare nei prossimi caucus elettorali potrebbe, con Ted Cruz e l’altro candidato di partito più arretrato John Kasich, promuovere una coalizione a tre, altrettanto conservatrice ma più presentabile, legata agli ambienti universitari e intellettuali della destra, in linea con gli umori tradizionali del partito. Lo stesso po-

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15 L E E L E Z I O N I A M E R I C A N E trebbe fare Ted Cruz se fosse lui a piazzarsi dietro a Trump con un minimo di credibilità in termini di voti elettorali in sede di convenzione. A Cleveland, il duello potrebbe anche arridere al terzetto. In alternativa una simile coalizione potrebbe provare a condizionare Trump sul programma elettorale, garantendogli l’appoggio dell’intero partito; peccato che quel signore, sinora, abbia mostrato di essere disposto a farsi condizionare solo dalle mogli dalle quali ha divorziato. Se l’8 novembre i più di cento milioni di statunitensi previsti alle urne, si troveranno a scegliere tra Clinton e Trump, apparentemente non dovrebbe esserci partita: dopo un nero, sarà una donna, da gen- naio, a guidare la nazione americana. E lo farebbe nel solco della presidenza Obama, come non si stanca di ripetere, provando a portare “amore e gentilezza” in un paese da sempre troppo duro, a “unire” una società oggi più divisa di sempre. Appare davvero impossibile che nei decisivi tre dibattiti televisivi previsti (il primo avverrà alla Wright State University di Dayton, nell’Ohio il 26 settembre) una navigata del calibro di Hillary possa farsi fare le scarpe dallo sbruffone Trump. E si azzardi, il supermiliardario, a esibirsi in qualcuna delle sue sparate contro donne o immigrati. Gli crollerebbe tutto addosso. Il presidente uscente, Obama, nella stanza ovale

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