Num.36 - 2010

 

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Il Giornale Italiano Num. 36 - 2010

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“IL GIORNALE ITALIANO de España” PARLA DELLA SPAGNA AGLI ITALIANI, DEGLI ITALIANI IN SPAGNA E DELL’ITALIA PER GLI ITALIANI IN SPAGNA 36/2010 | GIORNALE NAZIONALE GRATUITO | WWW.ILGIORNALEITALIANO.NET 158 MILA ITALIANI IN SPAGNA!

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LE NOSTRE CHIESE DEVONO RABBINO CAPO DI ROMA RICCARDO DI SEGNI: È CEMENTARE UN IRRINUNCIABILE UN GESTO SOLENNE E FORTE DI ANDARE AVANTI CLIMA DI RISPETTO E DI AMICIZIA ritiene più salienti? C’è stata una era la prima volta e questa è una già praticato; l’emozione incomparabile del primo incontro si è trasformata in robuste argomentazioni a ritrovare nella Sacra Bibbia il «fondamento più solido e perenne», ricordando che il legame di «solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico» non è un fattore estrinseco ma si colloca «a livello della loro stessa identità spirituale», e indicando nel Decalogo il «faro» e «il grande codice etico per tutta l’umanità» (Discorso nella Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010). Va da sé che noi Pastori ci riconosciamo nell’atto spontaneo di commosso omaggio che il Santo Padre ha tributato ai superstiti del dramma singolare e sconvolgente della Shoah, e idealmente ci siamo a lui associati, desiderando per la nostra parte e nell’azione educativa delle nostre Chiese contribuire a cementare un irrinunciabile clima di rispetto e di amicizia che, vincendo ogni traccia di odio, sconfigga i focolai talora riaffioranti di antisemitismo come pure di xenofobia.” Dichiarazione del Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Arcivescovo di Genova e Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, Balì Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta. IL PAPA E IL RABBINO di Paola Pacifici Cardinale Angelo Bagnasco “Com’è noto, nella vigilia dell’Ottavario per l’unità, è felicemente ripresa quale evento condiviso la celebrazione della Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei, che è stata resa storica dalla visita che Benedetto XVI ha compiuto in quello stesso giorno alla Sinagoga di Roma. Il rilievo che tale provvida iniziativa ha avuto in ambito non solo nazionale testimonia che il dialogo è davvero la via irreversibile per superare incomprensioni e pregiudizi. Il gesto che quasi venticinque anni fa compì per la prima volta Giovanni Paolo II è stato confermato e rafforzato da Benedetto XVI; il muro abbattuto da Papa Wojtyla è diventato per il suo Successore un ponte di «vicinanza» e di «fraternità» Rabbino, quanto oggi e quanto lo sarà domani e perché è cosi importante questo evento? Questo è un evento che segna la volontà di continuare la linea intrapresa dal precedente Pontefice, per lo stabilimento di buoni rapporti con il mondo ebraico. Quindi è un gesto solenne di desiderio di andare avanti. Quali sono i punti più significativi del suo discorso? I punti erano tanti. Prima di tutto il fatto che si hanno buoni rapporti dovuti al Concilio e non si deve rinunciare a questi. Un altro punto è quello che noi dobbiamo rimanere quello che siamo sempre stati ed è un altro presupposto per qualsiasi dialogo. Un altro punto è quello di una riflessione sul significato dei rapporti di fratellanza e dove deve portare e quali sono le cose che possiamo fare insieme. Quali sono? Testimoniare i valori comuni, difendere gli aspetti della dignità dell’uomo, difendere l’ambiente. Cos’è per lei la fratellanza, oggi, che significato gli possiamo dare, perché certamente i tempi sono cambiati, sono cambiati i contesti. Questa parola così forte e così presente quale significato ha oggi, è cambiata, si deve adeguare? La fratellanza ha sempre lo stesso significato, il problema è che può essere difficile stabilirla. Quali punti del discorso del Papa conferma di tutti i risultati dottrinali che la Chiesa ha realizzato fino a questo punto, con alcune sottolineature sul fatto che bisogna avere un rapporto di stima. Il Papa ha espresso la sua posizione e la sua teologia nel segno della diversità e del rispetto per la diversità. Lui ha espresso la sua visione delle cose come noi abbiamo espresso la nostra. Importante era il clima. Diciamo che c’è stato un gesto forte di desiderio di andare avanti. C’è una differenza sostanziale fra questa visita e quella di Papa Giovanni Paolo II? Sostanziale non so, ma ci sono molte differenze e molte analogie. Le differenze sono dovute al fatto che quella seconda volta, ma la prima per questo Papa a Roma. Le analogie sono su una linea tracciata e adesso continuata, ci sono differenze come la personalità del Papa, le mutate situazioni del contesto storico e politico in cui si colloca. Gli ebrei di oggi, gli ebrei romani che cosa vorrebbero in più e in meglio? Vorrebbero non essere continuamente trascinati in eventi che mettono allo scoperto storie dolorose, che quindi si vuole andare avanti, parlare di cose concrete, di un popolo che vive. Che messaggio vorrebbe mandare ai miei lettori ebrei italiani che vivono in Spagna? Che continuino a manifestare la loro volontà di essere ebrei. IL PAPA: COMANDAMENTI E SHALOM PER LA PACE E LA GIUSTIZIA La Shoah è stata un «dramma singolare e sconvolgente» e «rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo.» Queste, le parole di Benedetto XVI nel suo discorso ufficiale pronunciato durante la sua visita alla Sinagoga di Roma, avvenuta lo scorso 17 gennaio. Dopo Giovanni Paolo II nel 1986, Papa Ratzinger è il secondo pontefice a rinnovare questo gesto di amicizia verso il popolo ebraico, che ha voluto applaudirlo a lungo per aver reso omaggio, presso il Portico d’Ottavia, alla lapide che ricorda i 1021 deportati del 16 ottobre 1943 dei quali solo una quindicina ritornò da Auschwitz. Ricordando la sua visita del 2006 al campo di sterminio polacco, il Papa ha affermato che «i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità» e, in fondo, «con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno». «In questo luogo - si è chiesto il Pontefice - come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini? Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente anche Roma». Senza nominare direttamente Pio XII, criticato dal presidente della Comunità Ebraica Riccardo Pacifici e al cui silenzio ha fatto indirettamente cenno anche il rabbino Di Segni, il Pontefice ha voluto ribadire che sebbene «molti rimasero indifferenti», tuttavia «la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta», un precedente che «deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza». «La Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, - ha poi ammesso il Papa - chiedendo perdono per so di Benedetto XVI è stato il passaggio sui Dieci Comandamenti, definiti come «fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo». Piaghe che, ha auspicato, «possano essere sanate per sempre». Cuore del discor- Dio, che illumina e guida anche il cammino dei Cristiani». Il loro messaggio spirituale è per il Papa «un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un ‘grande codice’ etico per tut- ta l’umanità», poiché essi «chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso». Tema importante è stato anche quello della difesa della vita che ebrei e cristiani devono testimoniare insieme «contro ogni egoismo» affinché nasca «un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo ‘shalom’ auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele». «Le ‘Dieci Parole’ - ha continuato Benedetto XVI - chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il ‘sì’ personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita». Per il Vicario di Cristo, ebrei e cristiani devono testimoniare insieme che «la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane e’ un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano». Maria Annunzia de Liberti Pag. 2 36/2010

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RICCARDO PACIFICI, PRESIDENTE COMUNITÀ EBRAICA: “ABBIAMO FATTO LA COSA PIÙ GIUSTA” Abbiamo messo sul tavolo, senza nessuna ipocrisia, fuori dalle convenzioni e dai convenevoli della diplomazia, con molta sincerità, quello che pensavamo nel bene e anche nel male. tandosi l’uno con l’altro riguardo al giudizio dato, mi sto riferendo alle note vicende sul silenzio di Pio XII. Possiamo però cambiare le lancette del presente e del futuro. Solo con le azioni di oggi e con le ricadute nel domani, possiamo fare qualcosa di diverso dal passato, certamente in contesti diversi, ma con un segnale che arrivi al cuore della gente. In un’epoca in cui, rispetto all’86, è cambiata la comunicazione, la capacità di mobilitazione sia di quelli favorevoli sia dei contrari, è cambiato tutto nella percezione. In un mondo globalizzato non si può più eludere nulla, i convenevoli non bastano, ci si può parlare con estrema sincerità. Credo che l’entusiasmo che abbiamo visto, soprattutto nella nostra Comunità, e credimi che non abbiamo ricevuto una sola lettera di protesta, lo testimoni. Anche coloro che erano scettici e coloro che avevano deciso di non venire, nonostante avessero ricevuto l’invito, hanno detto che la Scuola ebraica. È un dato molto importante e si riallaccia alla conclusione del mio intervento, dove dico che nella diversità è necessario rafforzare la conoscenza delle tradizioni. Solo essendone forti, sicuri, consapevoli, si è in grado di confrontarsi. Spesso la paura, il sospetto, il pregiudizio sono alimentati dalla mancanza di conoscenza delle proprie tradizioni. Vale ancora di più per il mondo cristiano-cattolico perché solo quando al suo interno si ha una forte consapevolezza delle proprie tradizioni ci si confronta meglio con i “diversi”, aperte e chiuse virgolette. La Comunità è cresciuta molto, la gente è più rigorosa, non solo nell’idea di mandare i figli all’unica scuola ebraica, che ha 1300 alunni provenienti dai luoghi più disparati della città e da fuori Roma, ma nella frequentazione delle Sinagoghe non solo come atto di preghiera, ma partecipando a lezioni, a momenti di aggregazione anche ludica. Questo porta a dell’altro. È la base dell’educazione che dò ai miei figli. Durante il Natale, che noi non festeggiamo, non bisogna guardare con scetticismo, non farsi tentare dal fascino, che comunque attira i bambini, ma essere rispettosi delle simbologie degli altri. Siamo una minoranza e sappiamo il suo ruolo, certamente ha pari diritti, ma deve anche rispettare la maggioranza e le sue festività. Ho iniziato e concluso il mio discorso dicendo che “lo dobbiamo ai nostri figli”, per costruire una società tollerante, ma che non si appiattisca, che non si omologhi: con il mondo cattolico molti passi sono stati fatti. Oggi il mondo cristiano si ritrova, e questo è un’altro passaggio sottolineato, a doversi confrontare da minoranza non solo all’idea di non essere rispettato, ma soprattutto di essere perseguitato e su questo credo che non ci sia sufficiente energia neanche negli alti vertici del Vaticano ad imporsi. Le motivazioni le dovranno dare loro e molto su questo, cioè alzarsi e fare, come? Due i terreni su cui muoversi: uno sulle richieste che abbiamo fatto, alle quali sono cominciate ad arrivare delle risposte, con colloqui privati con il Rabbino Capo; sulle sorti dei bambini orfani della Shoah che erano nei conventi e fare emergere cosa è successo, sapere chi sono i genitori, con totale trasparenza. Non possiamo tornare indietro, ma la verità è dovuta. Il secondo è legato agli archivi della seconda guerra mondiale per avere un giudizio preciso su quanto avvenuto nel pontificato di Pio XII. Attenzione, non solo durante la guerra, lo dico in modo molto severo, ma anche dopo. Pio XII è stato il Pontefice del dopoguerra, non poteva non sapere degli ebrei rifugiati, così come è successo a mio padre e non poteva non sapere dei criminali nazisti che trovarono rifugio nei conventi, a Roma e in Alto Adige, con un lasciapassare per la libertà, che poi hanno trovato in sud America. Se c’era la pietà verso i criminali nazisti, vuol dire che la Chiesa non si e`schierata contro il nazismo, Su questo abbiamo necessità di chiarimenti. Perché lo hanno fatto? Che prezzo gli è stato pagato, in soldi o a livello politico? Quale era il beneficio di Pio XII e di tutta la Chiesa nel dopoguerra, quando non c’era più nessun rischio? Lo ho espresso molto forte nel mio discorso, vogliamo sapere la verità attraverso i diari minuziosi dei conventi, ne conosciamo alcuni e quindi parliamo a ragion veduta. Attraverso la verità riusciremo a guardarci negli occhi. Poi la richiesta, del patrimonio culturale ebraico, che è immenso, dove è? Non lo rivogliamo indietro, magari!, ma farlo conoscere al vasto pubblico. Sono il fondatore dell’“Associazione Figli della Shoah”, e nel consiglio di amministrazione del museo, quindi non posso essere frainteso se dico che gli ebrei non sono solo “il popolo delle Shoah”, che è stata la sua più tragica esperienza. Vogliamo farci conoscere, tornare nelle scuole non solo come testimoni della Shoah, ma parlando di come viviamo, cosa facciamo, cosa non mangiamo e cosa mangiamo. Siamo pronti giorno dopo giorno a fare la nostra parte, ad aprirci. Sentiamo che non esiste più un clima di ostilità non solo da parte delle istituzioni, ma anche della gente. I fenomeni di antisemitismo e dell’intolleranza sappiamo come contrastarli, perché non ci sentiamo più soli. IL PAPA E IL RABBINO di Paola Pacifici Presidente, la Comunità ebraica aspettava questo evento, quale è stata la sua reazione? Ci sono stati diversi tipi di reazione, chi era scettico, chi era contrario e chi immaginava, nonostante le perplessità, che era un atto che andava comunque fatto, perché i momenti dell’incontro consentono di rompere il ghiaccio e di superare gli ostacoli, che ce ne sono e non possiamo né da una parte né dall’altra fermarci, ma andare avanti mandando segnali, non solo durante gli incontri fra le autorità per il dialogo interreligioso, quanto per dare una percezione molto forte ed emotiva alla gente. Sotto questo profilo - noi come loro, qui ne rivendichiamo tra virgolette “la vittoria” che, nonostante le perplessità e i forti dubbi - immaginavamo quello che poi è successo. Un incontro che, dal punto di vista di calore, di forza di comunicazione, di eco nel mondo, la rassegna stampa internazionale ne è testimone, è stato incredibile. Torno adesso da New York, e non c’era giornale del mondo ebraico che non dedicasse l’apertura a questo evento. Siamo convinti che abbiamo fatto la cosa più giusta mettendo sul tavolo, senza alcuna ipocrisia, fuori dalle convenzioni e dai convenevoli della diplomazia,con molta sincerità quello che pensavamo nel bene e anche nel male. Nel 2010, il mondo vuole la chiarezza, vuole dei segnali, quali sono stati e quali saranno? Nessuno di noi è in grado di cambiare, di mandare indietro le lancette dell’orologio per quello che è successo nel passato. Quello che è successo è successo. Possiamo avere giudizi positivi o negativi, alcuni saranno condivisi, giudizi diversi, ma rispet- Il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Pacifici (in piedi a destra), durante l’incontro del Papa con il Rabbino Capo di Roma in Sinagoga è stato un grande evento, hanno apprezzato quello che abbiamo detto e la chiarezza. Forse temevano che ci facessimo ingessare, non è accaduto e, credo di parlare anche a nome del Rabbino Capo, ne siamo orgogliosi . I punti salienti del tuo discorso a che cosa e a chi sono stati rivolti? Una cosa non è stata messa in evidenza da nessuno, e mi piacerebbe cominciare a farlo con te e con il tuo giornale. Dopo la guerra la Comunità distrutta aveva a Roma 3 Sinagoghe operative. Nel 1986 erano 7. Oggi sono quindici. Il senso di appartenenza alla Comunità non è più solo un fatto simbolico, o di tradizione famigliare. Gli iscritti la vivono e partecipano. Abbiamo una forte crescita, fino al 40% di bambini che frequentano un maggior rispetto dei precetti e ad una migliore identità. Solo conoscendola possiamo sentirci forti, ma non nel senso di sfida, nei confronti delle diverse etnie e religioni. Su questo terreno comune, ebrei e cristiani hanno molto da lavorare per affrontare con maggior saggezza la sfida del domani. Presidente, come hai spiegato questo evento ai tuoi figli? Mi fai una bella domanda. Erano arrabbiati con me perché mi hanno visto poco, fra riunioni e confronti per placare gli animi di scettici e arrabbiati. Michal, Reuven, Aron, Gabriel è ancora troppo piccolo, erano molto sorpresi, non comprendevano che ci facesse un Papa in una Sinagoga. Ho spiegato che dobbiamo farci conoscere e avere rispetto non noi; imporsi più che altro per sensibilizzare l’opinione pubblica. Tornando da New York, in aereo, leggevo su un settimanale italiano la mappatura delle condizioni delle comunità cristiane nel mondo: terrificante! Abbiamo il dovere di fare una battaglia comune, perché solo attraverso la libertà dei cristiani siamo in grado di aiutare le popolazioni di quei paesi a maggioranza non cristiana, a liberarsi da despoti tiranni oscurantisti. Come lo abbiamo fatto negli anni ‘80 contro l’apartheid in sud Africa e contro l’ideologia comunista nell’Unione Sovietica. Uno dei primi elementi della tirannia dello stalinismo è stata proprio la privazione della libertà religiosa. Dopo i discorsi, che sono intenzioni, ci sono i fatti, tu batti 36/2010 Pag. 3

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PADRE FILIPPO: L’INCONTRO, UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA La visita di Giovanni Paolo II fu “la visita dei grandi gesti”, quella di Benedetto XVI è stata” la visita dei grandi discorsi”, Un’occasione in cui si è potuto parlare con estrema chiarezza sapendo che dall’altra parte c’era qualcuno disposto ad ascoltare. no sogni possono diventare realtà. Le conseguenze che porta e comporta questo incontro? La prima sarà ad ottobre, quando i vescovi del Medio Oriente, nel Sinodo a Roma, tratteranno i deficit di democrazia e di libertà religiosa di cui anche i cattolici soffrono nelle regioni interessate. A partire da Israele, che probabilmente non solo deve verificare alcune congruenze di quanto dice di essere con quanto mette in pratica. Per riassumere con l’accetta potremmo dire che la visita di Giovanni Paolo II fu “la visita dei grandi gesti”, quella di Benedetto XVI è stata “la visita dei grandi discorsi”, essendo considerato uno dei massimi intellettuali viventi. Con Benedetto XVI le chiacchiere stanno a zero. Un’occasione in cui si è potuto parlare con estrema chiarezza, sapendo che dall’altra parte c’era qualcuno disposto ad ascoltare. Quali messaggi vuole dare la Chiesa nel 2010, al mondo e ai suoi fedeli, a volte disorientati? Lo hanno detto simultaneamente sia il Rabbino Di Segni sia il Papa, “se guardate cosa siamo riusciti a fare cattolici ed ebrei, che pure abbiamo alle spalle duemila anni di persecuzioni...”, perché il Rabbino ha iniziato ricordando quando addirittura per onorare il Papa eletto veniva sbeffeggiata la Torah, “guardate quello che siamo riusciti a fare due religioni così differenti con un muro di sangue, di lacrime e di dolore così alto, questa è l’immagine di una società laica e libera, a favore di tutte le religioni”. Una idea di laicità che ebraismo e cattolicesimo riescono non solo a dare, ma anche a condividere. Cosa pensa che i giovani possano aver compreso da questo incontro? Ricordo che il primo Papa della mia vita appariva in pubblico vestito da faraone, sopra una sedia gestatoria, con una corte rinascimentale e quattro flabelli barocchi. I giovani di oggi vedono un Papa che va alla mensa dei poveri della Comunità Sant’Egidio, che è il massimo dell’umiltà, l’importante è che ci sia andato e come ci è andato. È sceso dalla macchina e si è unito ai poveri che lo aspettavano raggiungendo la mensa, mangiando con loro. Questa Chiesa è capace di andare in Sinagoga. Benedetto XVI è la terza volta che va in una Sinagoga. La prima a Colonia, la seconda a New York, accolto sempre anche dai più conservatori con affetto. A Roma, gli ebrei romani lo fanno sedere sull’ Aron, pregano insieme, si parlano dicendo tante cose e lasciando intuire che si ha voglia di dirsene tante altre. Questa è una vera rivoluzione copernicana. IL PAPA E IL RABBINO MOSHE BENDAHAN, RABBINO CAPO DI MADRID “L’UNICO PROBLEMA È LA BEATIFICAZIONE DI PAPA PIO XII” di Giulio Rosi La Comunità Ebraica spagnola come ha accolto l’incontro del Papa con il Rabbino Capo di Roma? L’incontro è stato accolto molto favorevolmente dalla Comunità Spagnola, formata da circa 35 mila ebrei, principalmente residenti a Madrid e Barcellona. L’unico problema è con la Beatificazione di Pio XII che è un punto di disaccordo perché nella Comunità Ebraica si pensa che, essendo PioXII il Papa dell’epoca dell’Olocausto, dall’inizio della guerra fino al 1958, non ci fu né una condanna né un tentativo di opporsi alla morte di milioni di ebrei in epoca nazista, quindi il fatto che il Papa voglia beatificare Pio XII ha creato un punto di discordia, perché la Comunità ebraica mondiale e quella spagnola chiedono che non si proceda in questa beatificazione. Non ritiene che questo incontro romano sia stato comunque un importante passo avanti? Certamente, il fatto che Papa Benedetto XVI sia andato nella Sinagoga più importante, che è quella di Roma, è rilevante perché c’è stato un dialogo, un incontro e che quindi, ripeto, ha la sua importanza. Quello che la Comunità ebraica chiede è che non si beatifichi Pio XII. Questa sarebbe un ‘offesa a tutti i sopravvissuti ebrei della seconda guerra mondiale. Dai discorsi del Rabbino Capo Di Segni,dal Presidente delle Comunità ebraiche Gattegna e dal Presidente delle Comunità ebraica di Roma, Pacifici, sono emersi dei segnali per uno studio più approfondito sull’argomento prima di assumere posizioni intransigenti. Lei che ne pensa? La Comunità ebraica apprezza e benedice il fatto che il Papa sia andato in Sinagoga, ma l’ unica cosa che gli si chiede è che riconsideri la beatificazione di Pio XII e soprattutto che non si faccia un passo avanti in quel senso, perché ciò potrebbe ferire il ricordo degli ebrei che morirono nell’Olocausto e la sensibilità dei sopravvissuti. Ci sono dei sopravvissuti e quindi è un punto controverso. Don Filippo Di Giacomo, Vicario Giurisdizionale nella Diocesi di Sora. Giornalista, analista e editorialista. di Giulio Rosi Quale è stato, secondo lei, il nocciolo di questa visita? Si basa su quattro discorsi. Ci siamo concentrati su quello del Rabbino e su quello del Papa, ma il discorso di Riccardo Di Segni è fantastico perché è una ricostruzione, non è un discorso da passionale capopopolo, ghettarolo, como lo ha liquidato Gad Lerner. È molto profondo, ci porta all ‘interno di valori ampiamente condivisi quando parla di pace, di difesa della vita, di difesa della famiglia, di difesa delle minoranze, a favore dell’integrazione, contro ogni discriminazione, contro chi impedisce la libertà di religione ai cristiani in molte parti del mondo. Nel 1984 Giovanni Paolo II e il Rabbino Toaff parlavano di azione comune contro l’apartheid in sud Africa, di azione comune per la libertà religiosa in Unione Sovietica, per il riconoscimento di Israele, sembravano sogni, ma si sono realizzati. Circa la Beatificazione di Pio XII, dal punto di vista cattolico, parlando con il Rabbino Laras e Riccardo Pacifici, ho avuto modo di dire che i cassetti della Congregazione delle Cause dei Santi sono pieni di dichiarazioni di eroicità e di virtù che non hanno portato a nessun frutto. Sono talmente impressionati da questo, ma un cattolico può essere felice anche con una beatificazione in meno e con qualche rapporto umano di migliore qualità. Non si riesce a capire se questa specie di utilizzo sia, secondo me, come un fatto dilatorio su dei problemi che invece stanno venendo a galla anche all’interno, perché questo è un passo avanti con il discorso di Pacifici, di Gattegna, per una azione comune su cose che insieme si possono fare e quelli che sembra- ALEMANNO: «ROMA SI CONFERMA COME CAPITALE DEL DIALOGO» «Voglio ringraziare la Comunità Ebraica di Roma per aver coraggiosamente voluto e portato a termine questo storico incontro. Attraverso le parole di papa Benedetto XVI e del Rabbino Capo, Riccardo Di Segni, oggi a Roma, il dialogo religioso ha fatto un altro grande passo avanti nello spirito del Concilio Vaticano II e dimostrando come le identità religiose possono e debbono essere a servizio dei valori universali della persona umana. Ringrazio anche la Comunità di S. Egidio per tutto l’impegno che ha profuso per permettere questo grande risultato. Roma oggi si è confermata Capitale del dialogo e Città universale. Il rapporto di fraterna amicizia che lega tutti i romani alla Comunità Ebraica della nostra città si è ulteriormente rafforzato». Lo afferma il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. sin. il Rabbino Di Segni, il Sindaco Alemanno e il Presidente Pacifici 36/2010 Pag. 4

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IL PAPA E IL RABBINO LO ST A TO VA TICANO Lo Stato della Città del Vaticano, in latino Status Civitatis Vaticanæ, comunemente abbreviato in Città del Vaticano o anche semplicemente il Vaticano. È uno stato indipendente (0,44 km², 799 abitanti al 23 aprile 2009, capitale Città del Vaticano) dell’Europa. È un’enclave del territorio della Repubblica Italiana, essendo inserito nel tessuto urbano della città di Roma e costituisce il più piccolo Stato indipendente del mondo, sia in termini di popolazione che di estensione territoriale. La Città del Vaticano è una monarchia assoluta, l’attuale pontefice (capo di stato) è Benedetto XVI e il capo del governo (segretario di Stato) è il Cardinale Tarcisio Bertone. Le lingue ufficiali sono l’italiano e il latino. Lo Stato della Città del Vaticano nacque l’11 febbraio del 1929 con i Patti Lateranensi, firmati tra l’Italia fascista e la Santa Sede, stipulati da Benito Mussolini e da Papa Pio XI rappresentato dal Cardinal Segretario di Stato Pietro Gasparri. Con questi accordi, modificati con l’ Accordo di Villa Madama del 1984, si concludeva la cosiddetta “questione romana” apertasi nel 1870 con la storica Presa di Roma. La parte più espressiva del Patti Lateranensi dice: «L’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, come è attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creando per tal modo la Città del Vaticano, per gli speciali fini e con le modalità di cui al presente trattato». Immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale vi furono i primi contatti fra Santa Sede e Regno d’Italia per porre fine all’annosa controversia con una presa di contatto fra Monsignor Bonaventura Ceretti e il primo ministro Vittorio Emanuele Orlando. Alla morte di Benedetto XV per la prima volta in tutta Italia le bandiere sono poste a mezz’asta. Una decisa apertura nei confronti della Chiesa vi fu all’indomani della Marcia su Roma con l’introduzione della religione cattolica nelle scuole, con funzione di ancella della filosofia (1923) e l’autorizzazione ad appendere il crocifisso nelle aule. Già nel gennaio 1923 si aprirono delle trattative segrete con un incontro tra Benito Mussolini e il Cardinal Segretario di Stato Pietro Gasparri. Con questi accordi la nuova entità statale ottenne la piena sovranità sulla piazza e la Basilica di San Pietro, sui Palazzi Vaticani, i Giardini e alcuni edifici adiacenti, oltre alla residenza estiva di Castel Gandolfo. Le basiliche di San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura, la Cancelleria, il palazzo di Propaganda Fide, il palazzo di Castel Gandolfo e degli edifici in Trastevere ottennero, invece, il diritto di extraterritorialità. Lo spazio aereo e il sottosuolo furono interdetti allo Stato italiano. Alla storia del Vaticano è legata quella di Castel Sant’Angelo o Mole Adriana. Niccolò III, considerata la fama di imprendibilità del castello e la sua vicinanza con la Basilica di San Pietro e il Palazzo Vaticano, decise di trasferirvi parzialmente la sede apostolica, allora nel Palazzo Lateranense, da lui giudicato poco sicuro. Per garantire una maggiore sicurezza al Palazzo Vaticano realizzò il celebre passetto, che costituiva il passaggio protetto per il pontefice dalla basilica di San Pietro alla fortezza. Nel 1367 le chiavi dell’edificio vennero consegnate a Papa Urbano V, per sollecitarne il rientro a Roma dall’esilio avignonese. Da questo momento Castel Sant’Angelo lega inscindibilmente le sue sorti a quelle dei pontefici. Per la sua struttura solida e fortificata i vari papi ne fecero un rifugio nei momenti di pericolo, per ospitare l’Archivio e il Tesoro Vaticano, ma anche come tribunale e prigione. alcuni indovini etruschi. Plinio il Vecchio raccontò dell’esistenza sul colle di un leccio, creduto il più antico della città di Roma, al quale si attribuivano poteri magici e sul cui tronco era affisso un cartello bronzeo, sul quale erano impresse alcune lettere etrusche. «Scudo sannitico rosso con le chiavi pontificie, una d’oro e l’altra d’argento, decussate, addossate, con gli ingegni traforati in forma di croce in alto, rivolti verso i lati dello scudo e legate da un cordone rosso, terminate in nappe dello stesso; timbrate dal triregno papale d’argento, con applicate tre corone d’oro, cimato da un piccolo globo sostenente una crocetta dello stesso, foderato di rosso; dal triregno pendono due infule d’argento, frangiate d’oro e caricate ciascuna da crocette d’oro, che avvolgono le chiavi». grammi in lingua madre; una Televisione, un Centro Audiovisivi e un quotidiano, “L’Osservatore Romano”, nato nel 1961 e attualmente diretto da Giovanni Maria Vian. L’inno nazionale è l’Inno e Marcia Pontificale; il testo è di Antonio Allegra, la musica di Charles Gounod. L’inno venne adottato il 16 ottobre 1949. È la farmacia più frequentata al mondo, con 2000 clienti al giorno. Il direttore Joseph Kattackal, dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, accetta ricette estere. Fu fondata nel 1874 quando il Cardinale Segretario di Stato Giacomo Antonelli chiese ad Eusebio Ludvig Fronmen, che dirigeva la farmacia dell’ospedale San Giovanni di Dio all’Isola Tiberina, di occuparsi di fornire i farmaci ai cardinali ed al Papa, che durante la “questione romana” si era proclamato prigioniero in Vaticano. La Farmacia Vaticana era ed è importante perché vi si trovano farmaci introvabili nella capitale. Il blasone del Vaticano Farmacia del Vaticano Origine del termine “Vaticano” Il termine Vaticano deriva, secondo alcune fonti – tra cui l’autore latino Aulo Gellio – dal nome di un’antica divinità romana, Vaticanus; altri sostengono una sua derivazione dal verbo latino vaticinor, in italiano “predire”, supponendo che nella zona vi fossero diversi oracoli (luoghi di preghiera e predizioni del futuro). Sesto Pompeo Festo, infatti, affermò che si trattava di un luogo di riunione per La Città del Vaticano ha 799 residenti di cui 578 cittadini e 221 residenti non cittadini. I residenti vaticani sono: il Santo Padre, 62 cardinali, 293 ecclesiastici diplomatici, 56 altri ecclesiastici, 114 componenti del Corpo della Guardia Svizzera Pontificia, 52 altri laici; residenti nello Stato: 190 ecclesiastici, 31 laici. Attualmente in Vaticano risiedono 466 delle 799 persone che compongono la popolazione; 234 persone godono della cittadinanza vaticana (con passaporto), mentre le altre sono solamente autorizzate a risiedere nella Città del Vaticano. Più della metà dei cittadini vaticani gode della doppia cittadinanza. La popolazione risulta provenire da diverse nazionalità d’origine: i cittadini della Città del Vaticano sono in prevalenza d’origine italiana e, ovviamente, di origine svizzera. La cittadinanza vaticana non è mai originaria, la si acquista soltanto per risiedervi stabilmente per ragione di carica, ufficio od impiego. Il Vaticano ha la ferrovia più breve del mondo, raccordata con le ferrovie italiane; una efficientissima emittente Radio che raggiunge tutte le parti del mondo con pro- Regolamenti, Strutture e Servizi Lo Stato Pontificio introdusse i francobolli il 1 gennaio 1852. Il servizio postale era considerato della massima importanza ed era efficientissimo: dipendeva dal Cardinale Camerario che promulgava le leggi per i servizi con editti e fissava le tariffe. Pio IX non volle mai che la sua effigie comparisse sui francobolli, ma che vi figurasse solo il simbolo del papato. Con i Patti Lateranensi, l’Italia riconobbe alla Santa Sede la sovranità nel campo internazionale. Di conseguenza furono riconosciuti i diritti del nuovo Stato sotto ogni profilo, compreso quello di poter avere servizi postali propri. Una curiosità, in Vaticano i moduli dei telegrammi sono bianchi e non gialli come quelli italiani. Servizi Postali e Telegrammi Bianchi La bandiera dello Stato della Città del Vaticano è quadrata (con quella svizzera sono le uniche quadrate al mondo) ed ha due bande verticali: gialla e bianca. Al centro della parte bianca si trovano le chiavi di San Pietro incrociate e la tiara papale. In araldica, giallo e bianco rappresentano due metalli, oro e argento, come le chiavi di San Pietro. La tiara papale, detta anche «triregno» è caratterizzata delle due strisce di stoffa dette “infule” che scendono sulle spalle del Pontefice. Pag. 5 36/2010

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GLI STEMMI DEI PAPI: OTTO SECOLI DI STORIA Il blasone pontificio è l'unico che possiede una triplice corona chiamata "tiara".. All'inizio era solo un tipo di berretto chiuso. Nel 1130 si aggiunse una corona, simbolo di sovranità sugli Stati della Chiesa. Bonifacio VIII, nel 1301, aggiunse una seconda corona, all'epoca del conflitto con il Re di Francia, Filippo il Bello, per rappresentare l'autorità papale in contrapposizione a quella temporale. Benedetto XII ne aggiunse, nel 1342, un terza corona, come simbolo dell'autorità morale del Papa su tutti i monarchi. Con il tempo, avendo perduto i suoi significati di carattere temporale, la "tiara" d'argento rimase con le tre corone d'oro per rappresentare i tre poteri del Sommo Pontefice: di Ordine Sacro, di Giurisdizione e di Magistero. Al di fuori dei due lati dello scudo, sono riprodotte le chiavi pontificie, una in oro l'altra in argento. Simbolizzano la sfera spirituale e temporale, inoltre ricordano il "potere delle chiavi" dato da Gesù a Pietro e ai suoi successori: "A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà le- IL PAPA E IL RABBINO IL BLASONE DI BENEDETTO XVI scudo denominata "mantello" si trovano altri due simboli, provenienti dalla tradizione della Baviera, introdotti nel 1977 nel blasone arciepiscopale di Joseph Ratzinger. Nell'angolo destro (a sinistra di chi guarda) si trova una testa di moro, che è l'antico simbolo della Diocesi di Freising. Nell'angolo superiore sinistro è rappresentato un orso che sostiene un fardello. Secondo un'antica tradizione, il primo Vescovo di Freising, San Corbiniano, nell'attraversare una foresta, fu attaccato da un orso che gli divorò il cavallo. Il Santo placò la fiera e gli fece trasportare il proprio bagaglio fino a Roma. gato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt 16,19). Nell'analizzare la serie dei blasoni pontifici elaborati nel corso dei secoli, possiamo scoprire tratti della storia dei Papi che li hanno utilizzati, il che equivale a dire una parte significativa della storia della stessa Chiesa. Per esempio, San Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I furono Patriarchi di Venezia. I blasoni dei tre documentano questo fatto, riportando il leone alato di San Marco, simbolo di questa meravigliosa città. Altri pontefici preferirono far menzione alle loro rispettive famiglie. Paolo VI apparteneva alla famiglia Montini, il che è rappresentato da sei piccoli monti bianchi nel suo scudo. Benedetto XV apparteneva alla famiglia Della Chiesa, perciò una piccola chiesa è disegnata nel suo emblema. Giovanni Paolo II, Papa profondamente mariano, ha voluto fare nel suo scudo un riferimento formale al suo affettuoso e filiale atto di dedizione alla Santissima Vergine Maria: in esso ha fatto imprimere una grande "M", con sotto scritta la frase "Totus tuus" - "Tutto Tuo". Il blasone del Papa Benedetto XVI è ricco di significati, vari dei quali provengono dai tempi in cui era arcivescovo e cardinale, sebbene disposti in maniera diversa nella nuova composizione. Nel campo centrale, in rosso, spicca una grande conchiglia dorata. Rievoca la leggenda secondo la quale Sant'Agostino incontrò sulla spiaggia un bambino che con una conchiglia cercava di trasferire l'acqua del mare in una buca scavata nella sabbia, simbolo del vano sforzo di cercare di far entrare nella limitata mente umana il mistero della Santissima Trinità. Nella zona dello DAL 1506 LA GUARDIA SVIZZERA AL SERVIZIO DEL PAPATO L’uniforme delle guardie svizzere è di colore blu, rosso ed arancione, con dei distinti tratti rinascimentali. È diffusa opinione che tale uniforme sia stata disegnata da Michelangelo. Le guardie svizzere dispongono anche di un’uniforme “da lavoro” con pantaloni e casacca di colore blu ed un basco di colore nero. Il Corpo è composto da 110 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa. Ogni anno nel giorno dell’anniversario del Sacco di Roma avvenuto il 6 maggio 1527, le nuove reclute fanno solennemente il loro giuramento nel cortile di San Damaso. Il cappellano della Guardia legge per intero il testo del giuramento: «Giuro di servire fedelmente, lealmente e onorevolmente il Sommo Pontefice (nome del Pontefice) e i suoi legittimi successori, come pure di dedicarmi a loro con tutte le forze, sacrificando, ove occorra, anche la vita per la loro difesa. Assumo del pari questi impegni riguardo al Sacro Collegio dei Cardinali per la durata della Sede vacante. Prometto inoltre al Capitano Comandante e agli altri miei Superiori rispetto, fedeltà e ubbidienza. Lo giuro. Che Iddio e i nostri Santi Patroni mi assistano.» Dopo vengono chiamate per nome le reclute, che poggiano la mano sinistra sulla bandiera della Guardia e la destra alzata con le tre dita aperte, quale simbolo della Trinità (oppure riferimento al gesto compiuto durante il Giuramento del Grütli che vide nascere appunto la Confederazione Elvetica), che confermano quanto detto dal cappellano e giurano nella loro lingua madre. «Io, (grado e nome della recluta), giuro di osservare fedelmente, lealmente e onorevolmente tutto ciò che in questo momento mi è stato letto. Che Dio e i suoi Santi mi assistano» Quando si fa riferimento ai Santi, si fa riferimento principalmente ai Patroni della Guardia Svizzera, e cioè San Martino di Tours (11 novembre), San Sebastiano (20 gennaio) e San Nicola di Flüe, «Defensor Pacis et pater patriae» (25 settembre). Una guardia svizzera durante la liturgia eucaristica a San Pietro in occasione del giuramento dei 32 nuovi arruolati nel corpo militare della Città del Vaticano a protezione del Santo Padre La Guardia Svizzera Pontificia è un corpo armato fedelmente al servizio del Papato dal 22 gennaio 1506. Si occupa della sicurezza del Papa e della città del Vaticano, sorvegliando alloggi papali e mantenendo l’ordine durante le cerimonie religiose. Attualmente, per essere ammessi a far parte della Guardia Svizzera bisogna essere di sesso maschile, con cittadinanza svizzera, essere di fede cattolica, aver svolto il servizio militare nell’Esercito Svizzero ed aver ottenuto un certificato di buona condotta, età compresa tra 18 e 30 anni, avere un’altezza non inferiore a 174 centimetri, essere celibe (il matrimonio è ammesso solo per i caporali e gradi superiori), avere un certificato di capacità professionale o una maturità medio-superiore. Il 6 maggio 2003, ha prestato giuramento in Vaticano la prima guardia svizzera di colore della storia. Si tratta del giovane Dhani Bachmann, allora 22enne, indiano di nascita ma cittadino svizzero. L’alabardiere ha prestato servizio soltanto per qualche anno. Il 5 maggio 2009, il comandante in carica della Guardia Svizzera Pontificia, Colonnello Daniel Rudolf Anrig, ha accennato alla possibilità che in futuro possano essere arruolate anche le donne. La bandiera del corpo le cui dimensioni sono fissate in 2,2 m per 2,2 m è composta da una croce bianca in quattro campi, dei quali il primo reca lo stemma del Papa regnante e il quarto quello di Papa Giulio II, entrambi su campo rosso. Il secondo e il terzo campo recano i colori del Corpo che sono il blu, il rosso e il giallo. Lo stemma del comandante in carica viene disegnato tradizionalmente con i colori del suo cantone di origine ed inserito al centro della croce. 36/2010 Pag. 6

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LA SINAGOGA Che significa sinagoga? Sinagoga è termine ebraico per “assemblea, luogo di riunione”, poi il termine indicò il luogo di culto della religione ebraica, essendo la parola stessa la traduzione in greco del termine ebraico ‫תסנכ תיב‬ (Beit Kenneset, appunto casa di riunione). In yiddish il termine è šul (‫)לוש‬, e corrisponde all’usanza ebraico-italiana di riferisi alla sinagoga come “scola”, come ad esempio la Piazza delle Cinque Scole nel vecchio ghetto di Roma. Si ritiene che la sinagoga abbia avuto inizio come istituzione durante l’esilio babilonese (597-537 a.C.), dopo la distruzione del primo Tempio, e portata in Israele dagli ebrei tornati dall’esilio. Secondo una leggenda ebraica poco diffusa la sua origine sarebbe molto più antica: sarebbe esistita già ai tempi del patriarca Giacobbe che, ancora nel ventre di sua madre, tentava di uscirne ogni qualvolta la madre oltrepassava una sinagoga. Resti archeologici attestano che tali edifici esistevano già nel periodo successivo all’epoca erodiana (Masada, Herodium), pertanto all’epoca del secondo Tempio. Fra il III secolo e il IV secolo, sorgono numerose sinagoghe, spesso con ricchi ornamenti, affreschi, e mosaici, in Giudea, in Galilea e nelle città della Diaspora. In quanto istituzione, la sinagoga rappresenta una innovazione rivoluzionaria nella vita religiosa dell’antico Oriente: è il primo edificio del culto in cui i fedeli possono assistere al complesso dei riti. Principio che verrà ripreso dalle chiese cristiane e dalle moschee musulmane. La comparsa delle sinagoghe segna una profonda ristrutturazione interna della religione ebraica, non più incentrata sul culto sacrificale, ma sullo studio, l’insegnamento e la meditazione della Legge. Era proibito agli ebrei vivere in una città dove non c’erano sinagoghe. Esse inoltre venivano usate dai viaggiatori come alberghi, dove si poteva trovare sempre un posto per dormire su una panca o in un angolo; in effetti, si svolgono attività sia laiche che religiose nella sinagoga, perciò sta sempre al centro di tutte le comunità ebraiche, ed è un punto di orgoglio per le comunità. L’organizzazione dello spazio inter- IL PAPA E IL RABBINO SIMBOLI DELLA TRADIZIONE EBRAICA Shofar (sciofar) il termine significa corno, in particolare di ariete; è lungo una trentina di centimetri e viene suonato nelle sinagoghe in alcune importanti occasioni religiose. Lo Shofar è citato nella Torah ed è ricordato nella scrittura anche come strumento di guerra. Per la sua forma è considerato simbolo dell'atteggiamento del cuore umano che deve essere sempre chino al cospetto del Signore, in segno di devozione sincera. L'uomo che suona lo Shofar deve essere di grande virtù e deve dimostrare sincera devozione. Storia delle sinagoghe no delle sale di preghiera ha subito modificazioni nel corso dei secoli. L’ arca-armadio (aròn hakkodeš — ‫דקַה ןוֹראָ‬ ֹּ ‫שׁ‬ ֶ ) contenente i rotoli delle Sacre Scritture (Torah) è incastrata nella parete orientale, che guarda verso Gerusalemme, mentre il pulpito del lettore ( ammùd — ‫) דוּמַּע‬, gli sta di fronte, al centro della sala o al capo opposto, sopra una piattaforma leggermente alzata ( bimàh — ‫יִב‬ ּ ‫) הָמ‬. Sopra l’aron è posta una luce sempre accesa — il ner tamìd (‫מָת רֵנ‬ ּ‫י‬ ִ ‫)ד‬, ossia la “lampada eterna” — che ricorda la menorah del Tempio a Gerusalemme, rimase miracolosamente accesa per otto giorni, nonostante la sconsacrazione dei saccheggiatori Seleucidi. Nelle sinagoghe ortodosse uomini e donne siedono separatamente. Il primato mondiale per dimensioni spetta alla Sinagoga di New York. La più antica sinagoga d’Europa si trova a Barcellona (Spagna), seguita da quella di Worms (in Germania), che è romanica del 1034 mentre la più grande è a Budapest (Ungheria). Sinagoghe gotiche importanti invece sono quelle di Praga e di Cracovia. Grandiose sono le due sinagoghe in stile andaluso cioè la Sinagoga di Santa María la Blanca e la Sinagoga del Tránsito (entrambe del XIV secolo) di Toledo (Spagna). In Italia, esistono numerose sinagoghe a testimonianza di una presenza ebraica che risale all’epoca romana. Fino al periodo dell’emancipazione nell’Ottocento, le sinagoghe non assumono di regola aspetto monumentale, a causa delle leggi restrittive che regolavano la presenza dei luoghi di culto ebraici nei paesi cristiani, con il divieto di porre alcun segno distintivo all’esterno. Per contrasto, gli interni delle sinagoghe erano riccamente decorati secondo gli stili architettonici dell’epoca. Con l’emancipazione degli ebrei d’Italia a partire dal 1848, fu possibile la costruzione di edifici monumentali. In anni recenti diverse sinagoghe sono state restaurate e riaperte al pubblico come musei o centri culturali. Le sinagoghe sono a: Alessandria, Bologna, Carmagnola, Casale Monferrato, Ferrara, Firenze, Genova, Ivrea, Livorno, Mantova, Merano, Milano, Modena, Napoli, Padova, Parma, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona Il Talleth è uno scialle indossato dagli uomini nella preghiera ogni volta che si sale sul pulpito per la lettura della Torah o per una funzione. Lo scialle è ornato di frange che servono a ricordare i doveri che la legge ebraica impone e che un ebreo è tenuto ad osservare nella vita e nei momenti più solenni. I fiocchi e i nodi formano combinazioni numeriche riconducibili al nome di Dio. E' spesso ornato da bande nere o azzurre, il nero in segno di lutto per la distruzione del tempio, l'azzurro ricorda i paramenti del sommo sacerdote. I ragazzi ebrei usano lo scialle grande solo a partire da 13 anni e di solito è il padre che lo regala in occasione del Barmitzvah (raggiungimento della maggiorità religiosa). Ogni adulto di sesso maschile ha il suo Talleth di lana o di seta che custodisce gelosamente facendo attenzione che non si consumi o si strappi poiché la mancanza di un nodo lo rende inidoneo. Viene seppellito come il Torah e viene indossato per la sepoltura di un ebreo I primati delle sinagoghe Il ruolo delle sinagoghe Le sinagoghe in Italia Menorah significa in ebraico "candelabro" nella tradizione ebraica esso rappresenta il candelabro a sette bracci che si trovava nel tempio di Gerusalemme e che è diventato il simbolo della religione ebraica. La parola menorah si trova nella Bibbia: "Farai anche un candelabro d'oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello; il suo fusto e i suoi bracci, i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutte di un pezzo... e ancora farai le sette lampade del candelabro e le collocherai sopra in modo da illuminare lo spazio davanti ad esso". Il candelabro ha un significato simbolico collegato al numero 7 che si interpreta come metafora del cielo e dei 7 pianeti ma anche come idea della ciclicità della natura. L’interno della sinagoga La bandiera Israeliana venne adottata il 28 ottobre 1948. Rappresenta la stella di David azzurra su sfondo bianco posta tra due strisce azzurre. Mezurah: il termine significa "Stipite". In realtà indica una scatolina di forma allungata contenente un piccolo rotolo di pergamena che reca scritti alcuni passi biblici. La Mezurah viene affissa in posizione obliqua sullo stipite della porta di ingresso della casa ebraica, alla destra di quello che entra e anche in sinagoga. Il significato di questo oggetto è molto importante perché rende concreta la presenza di Dio. Il Sefer Torah è un libro speciale perché non si presenta sotto forma di volume, ma è un grande rotolo di pergamena contenente il testo dei primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco). Il termine Torah significa insegnamento dato da Dio. La lettura pubblica del Sefer Torah avviene in presenza di almeno dieci Ebrei adulti (a tredici anni), capitolo dopo capitolo, settimana dopo settimana nell'arco dell'intero anno; la Torah è divisa in cinquantaquattro capitoli. Ogni capitolo viene anticipato nelle mattine del lunedì e del giovedì e poi letto interamente il sabato. Per preparare il Sefer Torah si rispettano rigide regole: l'inchiostro deve essere di colore nero, resistente al tempo ma non indelebile, per potere apportare eventuali correzioni (asportando l'inchiostro con una lama metallica e pietra pomice) l'inchiostro é preparato con una miscela di noce di galla, gomma arabica, cristalli di solfato di rame aceto o alcool. Prima di iniziare a scrivere, il Sofer deve recarsi al Miqwér e immergersi per purificarsi, poi inizia a leggere sul Tikkun (guida, cioé il libro contenente il testo della Torah anche con i segni vocali che però non compariranno nel Sefer (utilizzata per la lettura pubblica in sinagoga) dopo aver ripetuto ad alta voce la frase, la scrive. La scrittura del rotolo é disposta in colonne verticali posta una accanto all' altra. Non si possono correggere le consonanti che denominano il Signore, se l'errore c'è, bisogna scartare l'intero foglio. Quando il lavoro del Sofer é concluso, i fogli di pergamena vengono cuciti insieme utilizzando un filo ricavato dal tendine di un piede di un animale kashèr (idoneo, adatto); infine il foglio iniziale e quello finale vengono fissati a due aste di legno provviste di manici che servono per aprire e scorrere il rotolo. Un Sefer Torah molto danneggiato e quindi inutilizzabile, va sepolto, chiuso in un contenitore di terracotta, all'interno del cimitero ebraico. Durante la lettura del Sefer Torah le mani non debbono mai giungere a contatto con la pergamena, per tenere il segno si usa lo Yad, una piccola mano indicatrice. Finita la lettura, la Torah viene rivestita con ornamenti d’argento e stoffa preziosa e conservata nell’armadio consacrato (Aron-ha-kodesh). La Kippah è un copricapo a forma di papalina che gli uomini ebrei indossano nelle occasioni pubbliche e rituali e obbligatoriamente nella sinagoga. E' il capo di abbigliamento più diffuso tra gli ebrei ed è il modo con cui un ebreo indica il proprio rispetto e il timore nei confronti di Dio. E' solitamente di stoffa (velluto) a tinta unita, ma può essere anche ricamato all'uncinetto con inserti di disegni o parole. Quando nasce un bambino, tra i tanti regali, c'è sempre una piccola Kippah. 36/2010 Pag. 7

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IL GHETTO E LA SINAGOGA MAGGIORE con l’annessione della città al Regno d’Italia, terminò il potere temporale dei papi, il ghetto fu abolito e gli ebrei equiparati agli altri cittadini italiani. La struttura urbanistica della zona di Roma che comprende i resti del Ghetto abbraccia diversi edifici antichi: la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, più nota come Sant’Angelo in Pescheria, il portico d’Ottavia, il tempio di Apollo Sosiano, il teatro di Marcello e quello, appunto, che resta della zona del Ghetto. Il Portico d’Ottavia è una costruzione, fra le più monumentali dei tempi di Augusto, dedicata da Augusto stesso alla sorella Ottavia. La comunità ebraica di Roma è la più antica in Europa poiché gli ebrei vi giunsero, con una prima delegazione, già nel II secolo a.C. e si stabilirono al di là del Tevere (Trastevere). Vi giunsero come ambasciatori di Giuda e Simone Maccabeo, i figli del sacerdote Matatia, allo scopo di richiedere al Senato romano un’alleanza contro Antioco IV Epifane che aveva profanato il tempio di Gerusalemme. Per la posizione che Roma aveva nel mediterraneo molti ebrei decisero spontaneamente di non lasciare più questa città in quanto favoriti negli scambi commerciali. Narra una leggenda romana che in concomitanza con il IL PAPA E IL RABBINO STORIA DELLA COMUNITÀ EBRAICA ROMANA passaggio al di qua del Tevere, un simbolo molto caro agli ebrei (che diverrà poi lo stemma d’Israele) l’amenorah – il candelabro a sette bracci, tanti quanti i giorni serviti per la creazione del mondo - cadde nel fiume e non si trovò più. Tutti i membri della Comunità ebraica sono obbligati ad andare a scuola anche oltre la scuola normale a partire dai 6-8 anni per imparare la lingua, il comportamento, lo stile di vita. Quindi il tasso di istruzione è sempre stato altissimo nella Comunità ebraica . Gli ebrei studiano per far conoscere ai loro discendenti i Testi Sacri; studiano perché le loro principali attività richiedono un minimo di istruzione in quanto vivono nel mondo degli affari; studiano per affermarsi nell’unica professione che era loro consentito di esercitare: la medicina. Molti erano i medici ebrei durante il Medioevo e il Rinascimento; la loro fama era talmente grande che il medico di fiducia del Papa era molto spesso un ebreo. Vi sono i precetti etico-religiosi che regolano la vita dell’ebreo, fra di questi il decálogo, le norme contenute nella Bibbia e i precetti di rito. È tra i più antichi ghetti del mondo; è sorto infatti 40 anni dopo quello di Venezia che è il primo in assoluto. Il termine deriva dal nome della contrada veneziana, gheto, dove esisteva una fonderia (appunto gheto in veneziano), ove gli ebrei di quella città furono costretti a risiedere; o forse dal caldeo geth (segregazione). Il Ghetto ebraico di Roma Il 12 luglio 1555 Papa Paolo IV, al secolo Giovanni Pietro Carafa, ordinò l’istituzione del ghetto, facendolo sorgere Dalle restrizioni al Regno d’Italia nel rione Sant’Angelo accanto al Teatro di Marcello. Oltre all’obbligo di risiedere all’interno del ghetto, gli ebrei, dovevano portare un distintivo che li rendesse sempre riconoscibili. Inoltre veniva loro proibito di esercitare qualunque commercio ad eccezione di quello degli stracci e dei vestiti usati. Inizialmente erano previste due porte che venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba. Il 6 ottobre 1586, con il motu proprio Christiana pietas, Papa Sisto V revocò alcune restrizioni e consentì un piccolo ampliamento del quartiere che raggiunse un’estensione di tre ettari. Il 20 settembre 1870 Nel 1889 venne indetto un concorso per la costruzione della nuova sinagoga e selezionati due progetti. Nel 1897 la Comunità ebraica acquistò dal Comune di Roma l’area tra Lungotevere Cenci e via del Portico d’Ottavia, resa libera dalle precedenti demolizioni, per la costruzione del tempio. Nel 1899 venne scelto il progetto degli architetti Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa, ispirato a motivi assiro-babilonesi e dell’Art Nouveau. I lavori, iniziati nel 1901, terminarono nel 1904 ed il 29 luglio dello stesso anno il Tempio Maggiore di Roma fu inaugurato. Nel seminterrato dell’edificio ha trovato recentemente sistemazione il Museo ebraico. La costruzione della Sinagoga di Roma Il 13 aprile 1986, Giovanni Paolo II, primo pontefice a varcare la soglia di una sinagoga, si recò in visita al Tempio Maggiore, accolto dal presidente della Comunità ebraica di Roma Giacomo Saban e dal Rabbino Capo Elio Toaff (nella foto). Nel suo discorso definì gli ebrei “... i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”; il pontefice si ricordò di questa visita nella scrittura del suo testamento. La prima visita di un Papa IL CALENDARIO EBRAICO Il calendario ebraico è sia lunare che solare. Le festività, i mesi e le date sono stabiliti dalle fasi lunari, mentre le stagioni sono basate sulla rivoluzione della terra intorno al sole; poiché vi è una discrepanza di poco più di 11 giorni fra i 364 giorni dell'anno lunare e i 365 dell'anno solare, sette volte nell'arco di 19 anni viene alternato un anno di 13 mesi, detto Embolismico, ciò consente di far coincidere le festività con le rispettive stagioni. L'anno comincia con il mese di Tishrì (metà settembre) in quanto, in tale mese, secondo questa tradizione, è stato creato il mondo. In passato i mesi erano indicati solo con i numeri e così sono indicati nella Torah (nel settimo mese), i nomi attualmente in uso, di origine babilonese, furono adottati dagli ebrei al loro ritorno a Sion dopo la cattività babilonese. Nella settimana il giorno più importante è il Shabbath. IL CAPODANNO EBRAICO - La festività di Rosh ha-shanah o capo d’anno ebraico per l’anno ebraico 5770 (2009-2010) è stata celebrata i 19 e 20 settembre 2009 (1° e 2° giorno), la vigilia 18 settembre 2009. Rosh ha-shanah è la festività che celebra il capodanno ebraico. E’ chiamata anche Yom teru’ah, “giorno del suono”, Yom ha-din, “giorno del giudizio” e Yom ha-zikkaron, “giorno del ricordo”. La ricorrenza non è legata ad alcun fatto storico relativo al popolo d’Israele, ma vuol ricordare la creazione del mondo; è, in altre parole, il giorno del “compleanno” della Terra. LE FESTE EBRAICHE L'anno ebraico è scandito da varie ricorrenze che ricordano gli eventi succedutisi dalla creazione e che ricordano la storia degli ebrei. Le principali feste ebraiche sono legate alle stagioni e ad antiche tradizioni agricole pastorali. Il calendario ebraico comprende cinque feste maggiori di origine biblica. Le tre feste "del pellegrinaggio" o "feste del raccolto" (Pesach, Shavuot e Sukkoth) associate all'esodo dell'Egitto e le due "feste penitenziali" (Rosh HaShanan e Yom Kippur). Peasah (Pasqua) è la festa più importante del calendario ebraico, si celebra tra marzo e aprile e ricorda la liberazione dalla schiavitù egiziana. Shavuot (Pentecoste) si celebra nel periodo della mietitura, cinquanta giorni dopo la Pasqua. Ricorda il dono delle leggi (Torah) sul monte Sinai che trasformò gli schiavi fuggiti dall'Egitto in un vero "popolo". Altre occasioni come il Purim sono invece feste minori e non hanno una diretta origine biblica. Per le feste maggiori valgono tutti i divieti dello Shabbat, ma è permessa la preparazione del cibo e l'accensione del fuoco, eccetto che nello Yom Kippur. Lo scopo di un Yom Tax, cioè di un giorno buono è quello di gioire dei piaceri del mondo dati da Dio e di concentrarsi nella preghiera e nello studio. Pag. 8 36/2010

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IL PAPA E IL RABBINO DOMENICA 24 GENNAIO 2010 ALLA SINAGOGA MAGGIORE DI ROMA INCONTRO DEL PAPA BENEDETTO XVI CON IL RABBINO CAPO DI ROMA RICCARDO DI SEGNI Le foto del servizio speciale e della copertina sono di Stefano Meloni 36/2010 Pag. 9

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IL MINISTRO MARONI E IL MINISTRO ALFANO A TOLEDO INCONTRANO I MINISTRI EUROPEI E JANET NAPOLITANO PER I “BODY SCANNER” I ministri italiani Roberto Maroni e Angelino Alfano, hanno preso parte alla Riunione Informale dei Ministri europei dell’Interno e della Giustizia (GAI) svoltasi a Toledo, alla quale è stata presente anche la Segretario americano alla Sicurezza interna, Janet Napolitano. Al centro dei colloqui i body scanner, considerati quali strumento importante negli aeroporti e negli edifici pubblici per combattere il terrorismo. Il ministro Maroni ha spiegato alla collega statunitense che l’Italia è pronta a sperimentare i dispositivi in tre aeroporti ed ha invitato la collega in Italia per la riunione dei Ministri del G6 in programma a maggio. Maroni ha annunciato che attende il via della commissione interministeriale, che si riunisce presso l’Enac, alla sperimentazione negli aeroporti di Malpensa, Fiumicino e Venezia. «I body scanner saranno utilizzati nel rispetto della privacy e della salute - ha detto Maroni - e sensibilizzeremo i passeggeri informandoli sulle procedure. Nell’ambito dei 27 Paesi europei - ha ribadito il ministro dell’Interno - ci sono opinioni diverse sull’utilizzo di questi strumenti. Noi abbiamo deciso di partire comunque con la sperimentazione in tre aeroporti e se il test funzionerà lo estenderemo ad altri scali». Da parte sua, il ministro italiano della Giustizia, Angelino Alfano, ha colto l’occasione per confermare che la prima Conferenza dei Ministri della Giustizia dei 44 Paesi dell’Unione per il Mediterraneo (Upm), si svolgerà il 10 e l’11 maggio ad Agrigento. Un evento che coinvolgerà i Paesi della sponda nord del Mediterraneo dal Marocco alla Turchia, i Paesi balcanici e i ventisette Paesi membri dell’Unione Europea, nella costruzione di iniziative mirate al potenziamento della cooperazione tra gli operatori giuridici e le istituzioni giudiziarie, in una prospettiva di ricerca del consenso intorno a valori e interessi che uniscono, conferendo priorità agli aspetti di cooperazione economica, di diritto civile e commerciale e di regolamentazione delle professione.”La mia proposta – ha precisato Alfano - ha già trovato il pieno accoglimento della MADRID di Alessandra Selvelli Presidenza spagnola ed è stata già illustrata ai due copresidenti dell’Upm, Egitto e Francia, sarà portata avanti in stretto raccordo con il Ministero degli Esteri e punterà alla riaffermazione, a tutti i livelli, della centralità e della unicità del Mediterraneo, secolare centro di civilizzazione, crogiolo di civiltà, teatro attivo delle sfide di sviluppo, zona di faglia dei conflitti per la convivenza pacifica del nostro tempo”. 45.000 soci in 33 collegi ACCORDO DEI COMMERCIALISTI DI SPAGNA, ITALIA E FRANCIA Allo scopo di incoraggiare le aziende ad assumere dei ben precisi ed attuali codici di comportamento etico, a Roma, presso la sede del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, si sono incontrati Valentí Pich Rosell, Presidente del Consejo General de Colegios de Economistas de España, Joseph Zorgniotti, presidente del Conseil Superieur de l’Ordre Des Experts-Comptables, de Francia y Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili d’Italia, per analizzare la situazione economica attuale e regolarizzare la professione economomico-contabile nei rispettivi paesi. Nel corso dei lavori si è ribadita l’importanza di questa libera professione soprattutto nel momento attuale, e l’opportunità di riflettere bene su questioni vitali come la gestione delle imprese. I tre alti dirigenti hanno quindi firmato un protocollo d’intesa al fine di promuovere questo dibattito presso le organizzazioni internazionali alle quali sono collegate le loro rispettive associazioni. Il Presidente Valentí Pich ci ha dichiarato che “l’obbiettivo di questo dibattito è quello di stimolare le imprese ad assumere un codice di comportamento etico, in accordo alla crescente domanda della società di conoscere quali siano i parametri di serietà imprenditoriale che si intendano applicare da parte dei dirigenti, dei loro collaboratori e delle aziende stesse, nonché l’impatto di queste norme comportamentali sui settori collaterali che interagiscono con le aziende stesse”. Tribunali, specie in aree del Paese nelle quali la presenza dello Stato è meno forte. Ha poi illustrato i punti più salienti emersi dalla commissione «Normativa ed adempimenti tecnologici studi professionali» attraverso la quale il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili ha messo a punto una guida dettagliata all’uso della posta elettronica certificata. Infine ha annunciato che nei giorni 15 e 16 aprile si terrà a Venezia il prossimo congresso FEE, dedicato alle PMI (Piccole e Medie Imprese) e ai piccoli e medi studi professionali. Dopo l’assise del 2008, tenutasi a Copenhagen, sarà dunque il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ad ospitare questo importante evento internazionale, un’occasione di incontro e interscambio tra i professionisti di tutta Europa. In Italia i Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili sono ufficialmente 105 mila ripartiti su 140 Ordini Territoriali. Sono professionisti insostituibili in ogni settore dell’economia e della società, come qualificati intermediari tra Pubblica Amministrazione, cittadini e imprese. N O T I Z I E Fra le varie iniziative svolte in Italia dal Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, il Presidente Claudio Siciliotti ha ricordato la lettera aperta inviata al Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, per richiamare l’attenzione delle istituzioni sui rischi cui vanno incontro i professionisti nello svolgimento degli incarichi ricevuti per conto dei IL CONSIGLIO NAZIONALE DEI COMMERCIALISTI ITALIANI sin. La firma dell’accordo dei tre presidenti di Francia Joseph Zorgniotti, Italia, Claudio Siciliotti e Spagna, Valentín Pich Rosell Pag. 11 36/2010

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All’Ambasciata italiana è avvenuto l’incontro, con l’iniziativa “Urla nel silenzio” dell’associazione italiana con la Red Europea per le vittime del terrorismo. Le vittime non hanno partito politico, terra di appartenenza o colore della pelle, dichiara il vice presidente. La morte di mio fratello ha sconvolto la nostra vita, mia madre si dimenticò di noi, viveva solo nel suo ricordo. sarà presente l’attore Renato Cestié. Il primo è un’ opera teatrale che stiamo realizzando con una delle compagnie più antiche di Salerno, la compagnia Anna Nisi Voccia che porteremo in giro per l’Italia sul tema degli anni di piombo. L’associazione nasce perché anch’io sono il fratello di una vittima del terrorismo. Che cosa lascia, oltre all’immenso ed indescrivibile dolore, una morte che non è per malattia o incidente, perché sono morti, tra virgolette, diverse. Che cosa lascia? Ti ringrazio Paola per questa domanda perché in quattro anni nessuno si è mai posto l’idea di farmi una domanda così. Forse perché non interessa molto. Nessuno si è mai posto la domanda, ed è questa anche una delle ragioni per cui è nata “Urla nel Silenzio”. Nessuno si è mai chiesto cosa è successo dopo, cosa ha fatto Marco, cosa è successo nella famiglia subito dopo la morte del fratello, o a casa di Carla Verbano che è la mamma di Valerio dopo la sua morte o a casa di tanti ragazzi dopo la loro morte. Io sono il fratello di Carlo Falvella, che fu ucciso a Salerno il 7 luglio 1972 dall’odio politico, non dico che è stato ucciso dalla destra o dalla sinistra perché “Urla nel Silenzio” segue una linea apartitica. Posso solo dirti che per i trenta anni successivi è stato un inferno a casa mia, così come quella di tanti amici. Si viveva nel terrore che potesse citofonare qualcuno per dare qualche altra tragica notizia ai miei genitori. Eravamo cinque fratelli e vivevamo nell’incubo. Un interminabile viaggio, mi trovavo in Abruzzo con mio padre che presiedeva una commissione di esami, quando arrivò mio fratello più grande che piano piano ci informò. Arrivammo alle sei della mattina e un infermiere della camera mortuaria ci permise di vedere la salma di mio fratello su una tavola di marmo. Fu una scena straziante che non riesco a dimenticare. Questa è la fine, ma poi c’è un inizio? Mia madre da quel momento abbandonò tutti gli affetti familiari dedicando la sua vita dalle otto del mattino fino alle cinque del pomeriggio, fino a quando non la cacciavano dal cimitero, al pensiero del figlio morto. Rientrata a casa si chiudeva in una specie di cappella che aveva costruito nella camera di mio fratello e vi trascorreva il resto del giorno. All’indomani ricominciava e questo per quindici anni. Carlo non era un’attivista, era contro ogni violenza, era molto miope e quindi impossibilitato a compierla, era l’orgoglio della famiglia, studente modello, il figlio che ogni madre voleva avere. Dopo mia madre e ovviamente mio padre, la persona che è stata maggiormente colpita è stato mio fratello Filippo, avvocato, che ha fatto politica per oltre trent’anni che poi ha abbandonato per non scendere a compromessi. Era la persona dell’interno della famiglia, della quale più si temeva per la sua incolumità. Era l’ombra di Carlo ed ancora oggi soffre ancora. Indubbiamente l’abbandono di una mamma è stato per noi la cosa più disarmante, non solo da un punto di vista affettivo, ma anche per le cose più banali come quelle di lavare una camicia o cucinare o curare mio padre, professore di lettere e filosofia, che durante la guerra ebbe la disgrazia di vedersi amputare una gamba. La cosa più drammatica è che mio fratello, come tanti altri ragazzi che subirono la sua sorte, venne ucciso due volte, perché lo Stato si è dimenticato di loro: prima, durante e dopo. La cosa devastante è che nessuno si è mai domandato come è vissuto Marco e cosa ha fatto Marco. Posso dire che dai quindici ai vent’anni, quando sono partito militare ho vissuto una sorte di incubo, nell’ansia, seguivo mio fratello di nascosto per vedere dove andava. Cosa vuoi aggiungere? Una sola parola, che penso che sia unanime da parte di tutti i familiari delle vittime di ogni parte del mondo, vorrei che gli Stati fossero i promotori del ricordo. Se parliamo di casa nostra, sarebbe molto bello se lo Stato evitasse di mettere in condizioni, me, e tanti altri familiari di affrontare quella lotta contro l’oblio delle memoria. Non è giusto combattere per l’oblio della memoria. MARCO FALVELLA: L’“ASSOCIAZIONE HUMANITAS PRO UMANITATE” È CON TUTTE LE VITTIME DEL TERRORISMO DI TUTTO IL MONDO MADRID di Alessandra Selvelli Marco Falvella offre la targa ricordo di “Urla nel Silenzio” al Presidente Napolitano - 8 aprile 2009 di Paola Pacifici Vice Presidente quanto è stato importante questo incontro in Ambasciata con Maria Lozano, direttore della Red Europea delle Associazioni Vittime del Terrorismo? Moltissimo. Abbiamo creato un gemellaggio con l’iniziativa “Urla nel silenzio” che aiuta i familiari delle vittime degli “Anni di Piombo”. Le vittime non hanno partito politico, terra di appartenenza o colore della pelle. Ci accomuna il dolore, la ricerca della verità e della giustizia, la sofferenza che noi viviamo da quaranta anni, altri la vivono da cinque, da otto, vedi le Torri gemelle. Ho conosciuto i familiari a New York in occasione del 75º anniversario del International Columbia Fire Department, e abbiamo creato un gemellaggio. L’incontro di Madrid è avvenuto anche grazie al supporto della dottoressa Sereni dell’Ambasciata. A Maria Lozano abbiamo consegnato una targa di “Urla nel Silenzio, e con lei ci siamo incontrati con la vice presidente di una associazione di vittime, Angeles Pedraza Portero che è anche la mamma di una ragazza vittima di Atocha, il presidente dell’Associazione Vittime di Atocha, la dottoressa Sereni e con Agata Serranò, che frequenta l’università Juan Carlos di Madrid e si sta specializzando in analisi e prevenzioni del terrorismo. Abbiamo un progetto con la Lozano che vedrò al convegno del 28 gennaio a Roma dove ci saranno tanti familiari e vittime, Graziella Quattrocchi, sorella di Maurizio anche lui vittima, Maurizio Calipari, fratello di Nicola, criminologi, medici di fama internazionale docenti della Sapienza. Si parlerà di terrorismo e di pornopedofilia, di medicina. L’11-12-13 febbraio sarò a Salamanca invitato da Maria Lozano per il Congresso Internazionale Vittime del Terrorismo. “Urla nel silenzio” quando nasce? Tre anni fa, è una iniziativa dell’Associazione Humanitas pro Humanitate che promuove attività socio culturali. “Urla nel silenzio” ha due progetti che presenteremo il 28 gennaio a Roma, sin. Angeles Pedraza Portero Vicepresidente “Associación de Víctimas del Terrorismo”, Agata Serranò esperta di terrorismo e Marco Falvella 36/2010 Pag. 12

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MARIA LOZANO, DIRECTORA DELLA RED EUROPEA DE ASOCIACIONES DE VICTIMAS DEL TERRORISMO vittime del terrorismo e la possibilità con la iniziativa di Marco Falvella di raggiungere altre associazioni. La cosa principale, scaturita da questo incontro è stata la presenza di Marco Falvella al prossimo Congresso Internazionale delle Vittime del Terrorismo che si terrà a Salamanca nei giorni 11 e 12 febbraio. Successivamente l’11 di marzo a Bruxelles. Poi il 7 di luglio a Londra e alla fine di ottobre a Lisbona. Qual è il lavoro, la finalità principale del vostro lavoro? Tanto la Commissione Europea quanto le associazioni al momento di sviluppare queste iniziative, nel momento in cui hanno creato questa rete hanno avuto come obiettivo quello di rappresentare le vittime del terrorismo nella società europea. In secondo luogo incrementare la solidarietà della società europea nei confronti delle vittime del terrorismo. Come conseguenza dei due punti collaborare per la persecuzione, la lotta e l’assistenza alle sue vittime sopravvissute ed ai familiari. Uno dei modi per aiutare i sopravvissuti sono le loro partecipazioni ai congressi, lo stare in contatto con altre vittime come loro, assieme ad un sostegno delle istituzioni europee, sono la base per il loro recupero psicologico e sociale. Cerchiamo di essere un canale, assieme alla Commissione Europea, di comunicazione per segnalare le necessità che individuiamo nelle vittime. Di cosa avete bisogno per il vostro lavoro? A livello europeo, la omologazione delle leggi statali. Con la Commissione stiamo lavorando per redigere uno Statuto Europeo, in modo che l’assistenza, sociale, economica e giuridica prestata ad una vittima, abbia un minimo basico e che sia valida in ciascuno degli stati membri. Le legislazioni spagnole, italiane e francesi sono avanti rispetto agli altri e in generale non fanno differenza giuridica fra il sostegno a vittime del terrorismo o di qualsiasi altro genere. Tengo a sottolineare che non si tratta solo di tema economico, ma di un riconoscimento sociale con richiami alla memoria da parte delle istituzioni. Siamo molto contenti di aver incontrato e di collaborare con l’iniziativa italiana “Urla nel Silenzio” augurandoci che sia il primo di tanti incontri. MADRID di Alessandra Selvelli Maria Lozano al Congresso di Parigi organizzato dalla RED EUROPEA e dalla “Associazione Francese Vittime del Terrorismo”. di Giulio Rosi Come è strutturata la “Red Europea”? Riunisce la maggior parte delle associazioni, perché nella “red” non è obbligatorio iscriversi, rappresenta uno strumento creato dalla Commissione Europea su iniziativa della Asociacion Española e riunisce Associazioni Vittime del Terrorismo di Spagna, Italia, Francia, Olanda, Portogallo e la maggior parte dei paesi della Comunità dove esistono vittime del terrorismo. La sede è in Spagna, a Madrid, ogni associazione nel suo paese ha le sue proprie sedi, ma il lavoro si realizza in rete, i progetti si lanciano da Madrid. Parliamo dell’incontro in Ambasciata Italiana? È stato un incontro molto soddisfacente. Per la prima volta ci siamo trovati con la Associazione Italiana, con le vittime italiane del terrorismo, potenziando la rete per coinvolgerla in progetti europei, assieme ad altre associazioni di Ds. Maria Lozano durante l’evento celebrato a Madrid l’11 marzo 2009 “día europeo en recuerdo a las víctimas del terrorismo” con i presidenti delle associazioni europee. APPUNTAMENTI ALL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA I MERCOLEDÌ LETTERARI DELL'EUROPA Erri de Luca e Carlos Gumpert, dialogo tra lo scrittore, il suo traduttore ed il pubblico, hanno aperto gli appuntamenti. Erri de Luca (Scrittore) e Carlos Gumpert (Traduttore) hanno dato inizio ad una serie di dialoghi “I Mercoledì Letterari dell’Europa” (Dialogo tra l’autore, il suo traduttore ed il pubblico ), iniziativa promossa dalla Rappresentanza della Commissione Europea in Spagna e dall’EUNIC ESPAÑA (associazione degli Istituti Culturali Nazionali dell’Unione Europea) per celebrare la diversità culturale dell’Unione Europea e dare visibilità alla figura del traduttore, pilastro della cultura europea costruita sulla base dei contributi delle culture nazionali. L’attività è concepita come una serie di dialoghi tra l’autore, il suo traduttore nella lingua spagnola ed il pubblico. Per permettere l’interazione dell’autore con il pubblico e viceversa, sarà assicurata la presenza in ogni appuntamento di un interprete dalla lingua dell’autore alla lingua spagnola. Le date dei vari appuntamenti saranno i seguenti: Mercoledì 24 febbraio 2010: Erich Hackil (Austria) Mercoledì 28 marzo 2010: Ion Vianu (Romania) Mercoledì 28 aprile 2010, Jaroslaw Mikolajewski (Poloni) Mercoledì 26 maggio 2010: Ilija Trojanow (Germania) Mercoledì 9 giugno 2010: Keri Hotakainen (Finlandia) Mercoledì nel mese di giugno (Péter Esterhazy - Ungheria) da confermare. APPUNTAMENTI 22 gennaio - 21 marzo IV Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea L’Istituto Italiano di Cultura di Madrid presenta l’Esposizione itinerante della IV Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea “Cambiare il mondo con un vaso di fiori”. 3 febbraio Conferenza – spettacolo futurista La conferenza-spettacolo futurista celebra la nascita del Futurismo con un’antologia di testi tratti dai Manifesti del movimiento e dalla produzione di F.T. Marinetti, A. Palazzeschi e Giovanni Papini. 5 febbraio - 14 febbraio Letture di drammaturgia italiana contemporanea Nel mese di febbraio 2010 si svolgerà presso la Sala de la Princesa del Teatro María Guerrero una serie di letture drammatizzate di opere di teatro italiano contemporaneo. 9 febbraio Presentazione del libro“ Architettura e Presenza Reale” “Architettura e Presenza Reale”, di Sabina de Cavi, é un eccellente studio interdisciplinare riguardante la relazione tra politica e storia dell’arte. 13 febbraio - 25 febbraio Corsi di ceramica per creare un vaso di fiori Erri de Luca e Carlos Gumpert 36/2010 I Corsi di ceramica per creare “un vaso di fiori”, rivolti ad adulti e bambini, sono una iniziativa promossa dall’ Istituto Italiano di Cultura di Madrid in coincidenza con la IV Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea. Pag. 13

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DAL 1891 LA SIB ITALIANA Offre supporto agli italiani in situazioni disagiate con aiuti concreti e un sostegno in ambito sociale, economico o sanitario. Opera da Madrid, ma gli interventi coprono l’intero territorio spagnolo. MADRID di Alessandra Selvelli NOTIZIE MADRID EXCELENTE Il Consejero de Economía y Hacienda de la Comunidad de Madrid, Antonio Beteta, ha presentato il progetto del Parque CientíficoTecnológico de Getafe (TecnoGetafe), uno dei sei parchi promossi dall’ Ejecutivo Regional attraverso l’ Instituto Madrileño de Desarrollo, che ha lo scopo di diventare il Polo Regionale di riferimento per il settore Aerospaziale. Con un investimento di circa 71 milioni di euro, TecnoGetafe avrà la capacità di accogliere una cinquantina di imprese e istituzioni tecnológicamente avanzate e con un elevato contenuto di innovazione, preferibilmente nel settore Aerospaziale/Aeronautico, di Ingegneria, Energia, Bioenergia e Tecnologie Avanzate.TecnoGetafe farà parte di una Rete de Parques Científicos Tecnológicos avviata da IMADE, organismo della Consejería de Economía y Hacienda de la Comunidad de Madrid. Presentato il Parco TecnoGetafe Mercamadrid, Premio Economía Social Luis Blázquez, Presidente di Mercamadrid, impresa con Marchio Madrid Excelente, ha ritirato il Premio a la Excelencia de la Economía Social istituito dalla Agrupación de Sociedades Laborales de Madrid (ASALMA). Oltre a Blázquez sono stati premiati Juan Toledo, ex Presidente della Asociación Murciana de Sociedades Laborales e l’impresa Cromotex. Alla cerimonia di consegna dei premi hanno assistito, fra gli altri, la Consejera de Empleo y Mujer della Comunidad de Madrid, Paloma Adrados; l’Alcalde de Madrid, Alberto Ruiz Gallardón e la Directora de Madrid Excelente, Alejandra Polacci. IL FAMOSO MERCATINO DI NATALE CHE APPORTA AL BILANCIO DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI BENEFICENZA CIRCA L’80% DEI FONDI Abbiamo chiesto alla Presidente Luigia Costa di parlarci della SIB e delle sue attività. Il nome Società Italiana di Beneficenza riflette il momento storico della sua creazione, oggi la parola beneficenza può risultare un po’ datata e superata dalle esigenze di coloro che vi si rivolgono. È cambiato anche il profilo dei soci e sostenitori. È una organizzazione perfettamente “efficace ed efficiente”, con uno statuto ed un organigramma, con elezione delle varie cariche, con il controllo del bilancio annuale da parte dei “revisori dei conti”. La SIB ha un ufficio indipendente nei locali sotterranei del Consolato, paga regolare affitto e sostiene le sue spese. Ha in organico una “assistente sociale” qualificata, assunta e retribuita con regolare contratto, valuta le problematiche e con il Consolato e le istituzioni spagnole segue il caso fino al miglioramento od alla soluzione. Per le iniziative abbiamo un gruppo “stabile” di volontari che danno il loro tempo e il loro impegno gratuitamente. In Italia la SIB sarebbe una ONLUS, una associazione senza scopo di lucro, e il suo fine è assistere gli italiani in difficoltà. Il profilo degli assistiti è vario e si può dividere in: Gli “assistiti storici”: che ricevono da anni un aiuto in denaro. Sono persone in continua e prolungata difficoltà economica, come madri che non hanno i soldi per la mensa scolastica dei bambini, anziani che hanno bisogno di un´integrazione della loro esigua pensione, persone che non possono pagare i medicinali necessari, sessioni di fisioterapia per bambini con gravi handicap, sussidi per il pagamento dell’affitto, persone in età matura non ancora pensionati senza lavoro o poco retribuito, che non riescono ad affrontare le spese quotidiane. Poi le erogazioni di sussidi scolastici e aiuti per le attività scolastiche. I “nuovi assistiti”: con un aiuto in denaro per un problema sopraggiunto e urgente. Abbiamo ragazzi venuti in Spagna e che vogliono rientrare e non hanno i mezzi. Latinoamericani emigrati di nazionalità italiana che vogliono rientrare nel loro paese, ma non possono affrontare il costo del biglietto aereo; persone in attesa di un aiuto istituzionale da parte dei servizi sociali spagnoli, ma che nell’attesa non hanno di che sopravvivere. Le pratiche sono lunghe, tre o quattro mesi, quindi si rivolgono alla SIB per un aiuto. Questi casi “urgenti” sono in forte aumento, per la profonda crisi della Spagna. Per gli italiani bisognosi, spesso da molti anni fuori dall’Italia, la SIB è l’unico punto di riferimento, molti hanno perso completamente i legami con la famiglia d’origine in Italia o in Sud America, credono che siamo un “organismo pubblico italiano a tutti gli effetti”, e quindi aspettano aiuti concreti come cittadini dello Stato Italiano. I “nuovi poveri”: persone che per una serie di problemi hanno visto diminuire o cessare i loro introiti, ma mancano dei requisiti “ufficiali” per ricevere aiuti istituzionali. La loro crisi ogni giorno è più grave, hanno difficoltà a pagare il mutuo, rischiano di restare senza un tetto e trovare lavoro è difficile. Sono casi complessi, riguardano famiglie con bambini, madri sole e quindi sarebbero necessari aiuti “importanti”. Purtroppo non sempre riusciamo a rispondere esaustivamente alle crescenti richieste d’aiuto, i nostri mezzi limitati ci impongono una dolorosa selezione, con una rigorosa valutazione, aiutati dall’assistente sociale e dalla individuazione dei casi di maggior bisogno e più urgenti, specie per le famiglie con bambini. Facciamo l’impossibile, ma le realtà a volte sono superiori alle nostre possibilità. La SIB è l’unico organismo di sostegno sociale che può risolvere in modo urgente le necessità dei nostri connazionali in difficoltà. Operiamo sul territorio spagnolo, il che aumenta le richieste, la comunità in Spagna è di 158.000 italiani, spesso immigrati dal Sud America che sono i più colpiti dalla crisi. La SIB è una società a carattere volontario, si finanzia esclusivamente con le quote annuali dei soci e alle iniziative di raccolta fondi, come l’ormai tradizionale e famoso Mercatino di Natale che da solo apporta al bilancio circa l’80% dei fondi, necessari per realizzare gli obiettivi socio-assistenziali. Nel 2009 oltre 150 sono stati i casi aiutati sia per necessità economica che sanitaria e logistica. Più di € 50.000 (oltre il 70% delle nostre entrate) sono stati utilizzati per aiutare i nostri assistiti. La nostra pagina web: www.beneficenzaitaliana.es CALENDARIO DELLE COMPAGNIE ITALIANE 29 gennaio - 4 febbraio al Teatros del Canal Teatro Gioco Vita - Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti SCROOGE - Ballata per attori e ombre da "Canto di Natale" di Charles Dickens. - "Abbiamo scelto di fare una ballata con musica e canti per dare ulteriore forza alle grandi domande che questa storia genera dentro di noi e per dimostrare la sua assoluta universalità". - La Compagnia. 4-7 febbraio al Teatro de La Abadía Compagnia TPO / Teatro Metastasio Stabile della Toscana BAROCCO - “Un viaggio virtuale al castello per scoprire il Barocco”. 19 febbraio al Centro Cultural Pilar Miró Teatro Necessario - CLOWN IN LIBERTÀ (PAYASO EN LIBERTAD) - “La musica è la vera colonna che sostiene l’azione e lo svolgimento dello spettacolo, accompagna, sottolinea e da il ritmo a qualsiasi situazione, compreso durante le acrobazie più impensabili”. - La Compagnia la Consejería de Cultura y Deporte della Comunidad de Madrid ha presentato la XIV edición de Teatralia, el Festival Internacional de Artes Escénicas para niños y jóvenes. Partecipano 33 compagnie, di cui 20 straniere, teatro di marionette, poesia musicale, danza e teatro del movimento acrobatico e altre discipline. Il Festival Teatralia 2010 inizia il 29 gennaio con lo spettacolo italiano Sgrooge delle compagnie italiane Teatro Gioco e si concluderà il 21 febbraio. 36/2010 Pag. 15

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