Num.49 - 2011

 

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Il Giornale Italiano Num. 49 - 2011

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“La lingua e la bandiera sono i simboli dell’Unità Nazionale” “Ci presentiamo al mondo con quello che abbiamo costruito in 150 anni” “IL GIORNALE ITALIANO de España” PARLA DELLA SPAGNA AGLI ITALIANI, DEGLI ITALIANI IN SPAGNA E DELL’ITALIA PER GLI ITALIANI IN SPAGNA 49/2011 | GIORNALE NAZIONALE GRATUITO | WWW.ILGIORNALEITALIANO.NET | D.L.: MA-884-2008 160 MILA ITALIANI IN SPAGNA!

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA: CELEBRIAMO I “150 ANNI DELL’UNITÀ D’ITALIA” “Sono convinto che ci sia una persistenza della memoria del Risorgimento e del moto nazionale unitario assai più diffusa, in tutte le regioni, di quanto taluno mostri di ritenere. Il Tricolore venne inserito nell’articolo 12 della Costituzione come bandiera della Repubblica. Siamo consapevoli del nostro ricchissimo, unico patrimonio nazionale di lingua e di cultura e della sua vitalità. L’unità nazionale è la stella polare del ruolo che mi è stato affidato dal Parlamento.” per l’Unità non sarebbe stato concepibile e non avrebbe potuto giungere al traguardo cui giunse se non vi fosse stata nei secoli la crescita dell’idea d’Italia, del sentimento dell’Italia”. L’Unità nazionale iniziò in un contesto europeo in evoluzione, qual’è attualmente ruolo dell’Italia in ambito comunitario. “Le prove che attendono e già incalzano l’Italia in un delicato contesto europeo e in un arduo confronto internazionale sono dure e difficili, ma il Paese se unito può farcela. Vorrei solo dire che la premessa per affrontarle positivamente, mettendo a frutto tutte le risorse e le potenzialità su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come Stato nazionale aperto a tutte le collaborazioni e a tutte le sfide, ma non incline a riserve e ambiguità sulla propria ragion d’essere, e tanto meno a impulsi disgregativi, che possono minare l’essenzialità delle sue norme trasformazione e avanzamento della società italiana per effetto dell’Unità e lungo la strada aperta dall’Unità, debbono animare l’impegno a superare quel che è rimasto incompiuto e ad affrontare nuove sfide e prove per la nostra lingua e per la nostra unità”. In che modo la Costituzione stabilisce che il Presidente della Repubblica rappresenta anche l’Unità Nazionale. “La rappresenta e la garantisce svolgendo un ruolo di equilibrio, esercitando con imparzialità le sue prerogative, senza subirne incrinature ma rispettandone i limiti, e ricorrendo ai mezzi della moral suasion e del richiamo a valori ideali e culturali costitutivi dell’identità e della storia nazionale. Ma se il rappresentare l’unità nazionale è la stella polare del ruolo che mi è stato affidato dal Parlamento, è lì anche la ragione prima del mio impegno per le celebrazioni del 150° anniversario dello Stato di Paola Pacifici Il Presidente della Repubblica dichiara: “Vorrei rivolgere un vivo incitamento a tutti i gruppi politici, di maggioranza e di opposizione, a tutti coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni nazionali regionali e locali perché nei prossimi mesi, al Sud e al Centro come al Nord, si impegnino a fondo nelle iniziative per il centocinquantenario, così da renderne davvero ampia e profonda la proiezione tra i cittadini, la partecipazione dei cittadini, in rapporto ad una ricorrenza da tradurre in occasione di rafforzamento della comune consapevolezza delle nostre responsabilità nazionali. Sono convinto che ciò sia possibile anche perché c’è una persistenza della memoria del Risorgimento e del moto nazionale unitario assai più diffusa, in tutte le regioni, di quanto taluno mostri di ritenere. E alle forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misura rilevante in una parte del paese, vorrei dire che il ritrarsi, o il trattenere le istituzioni, dall’impegno per il centocinquantenario - che è impegno a rafforzare le condizioni soggettive di un’efficace guida del paese - non giova a nes- suno. Non giova a rendere più persuasive, potendo invece solo indebolirle, legittime istanze di riforma federalistica e di generale rinnovamento dello Stato democratico”. L’importanza del Tricolore nella nostra Costituzione. “Non fu per caso che il Tricolore venne collocato all’articolo 12 come bandiera della Repubblica - spiega il Presidente - riferimento sobrio, essenziale, ma imprescindibile. I Costituenti vollero farne - con quella collocazione nella Carta - una scelta non solo simbolica, ma di principio. E dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto che vengano sottoposti a revisione quei principi fondamentali della nostra Costituzione, ciò dovrebbe significare che per tutti è pacifico l’obbligo di rispettarli. Comportamenti dissonanti, con particolare riferimento all’articolo sulla bandiera tricolore, non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiano ruoli di rappresentanza e di governo”. Oltre alla bandiera, anche la lingua italiana è fattore portante della unità nazionale. “L’Italia - dice il Presidente Napolitano - non può essere presentata come un Paese linguisticamente omologato nel senso di una negazione di diversità e di intrecci mostratisi vitali. E nessuno può pretendere, peraltro, di oscurare l’unità di lingua così faticosamente raggiunta. È in questo spirito che possiamo e dobbiamo mostrarci - anche presentando al mondo quel che abbiamo costruito in 150 anni e quel che siamo - seriamente consapevoli del nostro ricchissimo, unico patrimonio nazionale di lingua e di cultura e della sua vitalità; e seriamente consapevoli del duro sforzo complessivo da affrontare per rinnovare contro ogni rischio di deriva il ruolo che l’Italia è chiamata a svolgere in una fase critica, e insieme ricca di promesse, di evoluzione della civiltà europea e mondiale”. In che momento si è andata affermando la lingua italiana come valore identitario. “Si è discusso sulla datazione del configurarsi e affermarsi di una lingua italiana e del suo valore identitario in assenza - o nella lentezza e difficoltà del maturare - di una unione politica del Paese. Senza nascondersi la complessità del tema della nazione italiana, delle sue più lontane radici e del suo rapporto col movimento per la nascita, così tardiva, di uno Stato nazionale unitario, si è messo in evidenza quale impulso sia venuto dalla forza dell’italiano come lingua della poesia, della letteratura, e poi del melodramma al crescere di una coscienza nazionale. Il movimento Il Presidente Napolitano con i sindaci Graziano Delrio di Reggio Emilia (sin.) e Sergio Chiamparino di Torino funzioni, dei suoi presidi e della sua coesione”. Possiamo affermare che l’Unità nazionale sia completa o rimane del percorso da fare. “I motivi di orgoglio e fiducia nel celebrare l’Unità d’Italia debbono animare l’impegno a superare quel che è rimasto incompiuto. Non idoleggiamo il retaggio del passato e non idealizziamo il presente. I motivi di orgoglio e fiducia che traiamo dal celebrare l’e- italiano. A maggior ragione in un periodo nel quale sul tema dell’unità nazionale pesano sia il persistere e l’acuirsi di problemi reali rimasti irrisolti, sia il circolare di giudizi sommari, in taluni casi, fino alla volgarità, sul processo che condusse alla nascita del nostro Stato unitario e anche sul lungo percorso successivo, vissuto dall’Italia da quel momento, da quel lontano 1861 a oggi” Pag. 2 49/2011

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“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”. Sono le parole che si possono leggere nel documento della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, che fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 del parlamento, nella quale è stato votato il relativo disegno di legge. Il 21 aprile 1861 quella legge diventa la n. 1 del Regno d’Italia. In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un ‘Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia. Tra il 1859 e il 1860 non ci fu un vero scontro tra l’elemento liberale e le vecchie classi dirigenti ma una rassegnata accettazione della nuova realtà da parte di queste ultime. Solo nel regno meridionale si manifestò una qualche resistenza, dopo la perdita della Sicilia e l’ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre), senza colpo ferire, con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze. Il nuovo Stato non aveva tradizioni politiche univoche (insieme ad un centro nord con tradizioni comunali e signorili, c’era un mezzogiorno con tradizioni monarchiche fortemente accentrate a Napoli) ma si basava su una nazione culturale di antiche origini che costituiva un forte elemento unitario in tutto il paese, uno Stato - come scrisse all’indomani della conclusione della seconda guerra mondiale un illustre storico svizzero, Werner Kaegi - che cinque secoli prima dell’unità aveva “una effettiva coscienza nazionale” anche se priva di forma politica. Nel rapidissimo riconoscimento del regno da parte della Gran Bretagna e della Svizzera il 30 marzo 1861, ad appena due settimane dalla sua proclamazione, seguito da quello degli Stati Uniti d’America il 13 aprile 1861, al di là delle simpatie per il governo liberale di Torino, ci fu anche un disegno, anche se ancora incerto, sul vantaggio che avrebbe tratto il continente europeo dalla presenza del nuovo regno. Cominciò infatti a diffondersi la convinzione 17 MARZO 1861, NASCE IL REGNO D’ITALIA che l’Italia unita avrebbe potuto costituire un elemento di stabilità per l’intero continente. Invece di essere terra di scontro tra potenze decise ad acquistare una posizione egemonica nell’Europa centromeridionale e nel Mediterraneo, l’Italia unificata, cioè un regno di oltre 22 milioni di abitanti, avrebbe potuto rappresentare un efficace ostacolo alle tendenze espansioniste della Francia da un lato e dell’impero asburgico dall’altro e, grazie alla sua favorevole posizione geografica, inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo. 1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia VITTORIO EMANUELE II DI SAVOIA dell’arciduca Ferdinando III di Lorena e di una sorella di Carlo Alberto. Vittorio Emanuele era un uomo dalle soluzioni rapide: decise di sposare la graziosa giovinetta. I preliminari a “livello” reale furono lunghi, ma infine il matrimonio fu solennemente celebrato il 12 aprile 1842 nella Cappella Reale del Castello di Stupinigi, non lontano da Torino. La famiglia principesca divenne in breve numerosa: nacquero otto figli, fra cui, nel 1844, Umberto Biancamano, il futuro re Umberto I. Intanto, grandi eventi si preparavano per il nostro paese. Carlo Alberto, molto geloso delle sue prerogative reali (solo a lui spettava il diritto di decidere degli affari dello Stato) teneva il figlio lontano dagli affari pubblici. Ma Vittorio Emanuele e il fratello Ferdinando seguivano con interesse appassionato i preparativi per la guerra. Possiamo immaginare come dovesse fremere Vittorio Emanuele, con il carattere impetuoso e battagliero che aveva! Re in un momento tragico. “Ecco il vostro re, mio figlio Vittorio!”. Con queste parole, che Carlo Alberto pronunciò la sera del 23 marzo 1849 in una sala del Palazzo Bellini a Novara, Vittorio Emanuele divenne Re di Sardegna a ventinove anni. Il momento era tragico, con l’esercito sconfitto e in rotta, gli Austriaci incattiviti ed arroganti, gli Italiani delusi e quasi ostili. Ma Vittorio Emanuele non era certo tipo da disperarsi: accettò tranquillamente la spaventosa responsabilità e il giorno dopo saltò a cavallo e andò ad incontrarsi con il comandante nemico, il vecchio Radetzky. E gli fece subito assaggiare la sua durezza. Il giorno 27 il nuovo re rientrava a Torino, accolto con freddezza dal popolo e dai deputati. Era un uomo marziale, deciso, già maturato nel dolore. E subito si dedicò a quelli che sarebbero stati i due grandi scopi della sua vita: fare più grande e forte il suo regno, conquistare l’indipendenza per l’Italia. Guidò con mano ferma il processo risorgimentale, avvalendosi senza pregiudizi dell’opera dei grandi italiani del suo tempo. Con la seconda (1859) e la terza (1866) guerra d’indipendenza, con l’intervento a sostegno dell’azione di Garibaldi nel 1861 e infine con la conquista di Roma (1870) fece dell’Italia una Nazione. Divenne Re d’Italia dal 27 marzo 1861. Fu un Sovrano popolarissimo. La sua semplicità era accompagnata da straordinarie doti di politico, di guerriero e di statista. Morì a Roma il 9 gennaio 1878. Fu proclamato Padre della Patria e sepolto al Pantheon che da allora divenne il sacrario dei Re d’Italia. La Marcia Reale d’Ordinanza, preceduta dalla Fanfara Reale, è stata l’inno del Regno di Sardegna prima e del Regno d’Italia poi, rappresentando così l’inno nazionale italiano fino all’avvento della Repubblica. Fu composta nel 1831 da Giuseppe Gabetti su incarico di Carlo Alberto di Savoia. L’inno fu scelto attraverso un concorso pubblico con un premio per il vincitore di 50 lire, cifra di tutto rispetto per quei tempi. Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re! / Le trombe liete squillano / Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re! / Con esse i canti echeggiano rullano i tamburi e le trombe squillano, squillano / cantici di gloria eleviamo con gioia e fervor / Tutta l’Italia spera in te / l’Italia crede in te / segnal di nostra stirpe e libertà, e libertà! Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re! / Le trombe liete squillano / Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re! / Con esse i canti echeggiano rullano i tamburi e le trombe squillano, squillano / cantici di gloria eleviamo con gioia e fervor / Tutta l’Italia spera in te / l’Italia crede in te / segnal di nostra stirpe e libertà, e libertà! Quando i nemici agognino / i nostri campi floridi / dove gli eroi pugnarono / nella trascorsa età. / Finché duri l’amor di Patria fervido / finché regni la nostra civiltà. L’Alpe d’Italia libera / del bel parlare angelico / piede d’odiato barbaro / giammai calpesterà / finché duri l’amor di Patria fervido / finché regni la nostra civiltà. Come falange unanime / i figli della Patria / si copriran di gloria / gridando viva il Re. / Viva il Re. LA MARCIA REALE Vittorio Emanuele II nacque il 14 marzo 1820 nel Palazzo Carignano in Torino da Carlo Alberto, principe di Carignano, e Maria Teresa, figlia di Ferdinando III di Lorena, Granduca di Toscana. Sfuggì, nel 1822, miracolosamente alla morte: la sua culla si era incendiata e la nutrice, Teresa Zanotti Racca, diede la vita per salvarlo. Sposò la Principessa Maria Adelaide di Asburgo-Lorena, dalla quale ebbe sette figli: Maria Clotilde, sposa del Principe Napoleone, Umberto, poi Re d’Italia, Amedeo, Duca d’Aosta, Oddone, Duca del Monferrato, Maria Pia, Regina del Portogallo, Carlo Alberto, Duca del Chablese e Vittorio Emanuele, Duca del Genevese. Altri figli nacquero dal matrimonio morganatico con Rosa Vercellana, nota come la “bela Rosin”. Fu educato come un futuro re, con severità e impegno, anche perché non dobbiamo dimenticare che il padre di Vittorio Emanuele era il malinconico e severo Carlo Alberto. Vittorio Emanuele mostrò da subito il suo carattere: non era un mostro di intelligenza e non si può dire che si consumasse sui libri, ma aveva un temperamento vigoroso, deciso e una volontà veramente di ferro. Fin da giovane mostrò di essere un vero “fanatico” degli esercizi violenti: la caccia, l’equitazione e gli piaceva stare alla larga dalla corte, un po’ tetra, del padre. Nel 1840, a vent’anni, il giovane principe, che era un giovanottone prestante, con baffi e pizzo biondi, conobbe la cugina Maria Adelaide, figlia 49/2011 Pag. 3

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia L’UNITÀ D’ITALIA NASCE DALL’EUROPA Questo grande evento non si svolse dentro i nostri confini, ma scaturì da movimenti internazionali ro essere rotti. La Francia venne posta a sorveglianza speciale da parte dell’Alleanza e inizialmente rimase esclusa dal “concerto europeo”. monte la guarnigione militare dei rivoltosi raggiunse Torino il 12 marzo. Vittorio Emanuele I abdicò in favore di Carlo Felice il quale, trovandosi a Modena, affidò la reggenza a Carlo Alberto. Questi concesse la Costituzione che sarebbe entrata in vigore a seguito dell’approvazione di Carlo Felice. Il re sconfessò l’iniziativa di Carlo Alberto e minacciò di unirsi alle truppe di Novara, fedeli alla Corona. Nella rivolta diretta da Ciro Menotti furono coinvolte l’Emilia, la Romagna e le Marche. L’improvviso cambiamento dell’atteggiamento di Francesco IV portò, però, all’arresto di Ciro Menotti ma non impedì lo scoppio della rivolta. Grazie a questi moti, nei ducati di Parma e Toscana e in alcuni territori pontifici furono convinto che uno Stato centralizzato avrebbe meglio rappresentato l’unità nazionale. Secondo Mazzini il popolo aveva come missione quella di portare a termine l’unità nazionale che non doveva essere realizzata da un sovrano italiano né con l’aiuto di una potenza straniera ma attraverso un’insurrezione popolare. Nel 1831 Mazzini fondò la Giovine Italia, un’organizzazione clandestina nazionale che doveva incitare alla lotta popolare. La visione mazziniana, però, andava di là dei confini nazionali: da ciò la nascita della Giovine Europa che fu fondata dallo stesso Mazzini nel 1838. Mazzini ricorse ai moti insurrezionali che avrebbero innescato poi una sollevazione delle masse popolari. Tra i tentativi insurrezionali falliti L’Italia dopo il congresso di Vienna. Secondo le parole di Metternich l'Italia era solo un'espressione geografica. Dalla cartina risulta come le dinastie e gli stati prenapoleonici furono restaurati. Venne ricostituito lo Stato Pontificio, venne costituito il Regno delle due Sicilie unificando il Regno di Napoli e quello di Sicilia e Ferdinando IV di Borbone prese il nome di Ferdnando I. Il lombardo Veneto passò sotto il diretto governo austriaco. L'Austria ebbe il controllo dell'Italia attraverso i vari stati italiani in cui erano al potere gli asburgici: il Granducato di Toscana era governato da Ferdinando III di Asburgo Lorena, il Ducato di Parma da Maria Luisa d'Austria (moglie di Napoleone), il Ducato di Modena da Francesco IV d'Asburgo - Este. Solo il Regno di Sardegna, ingrandito con l'annessione della Liguria, aveva una effettiva indipendenza dall'Austria e ritornò sotto il controllo dei Savoia con Vittorio Emanuele I. Tutto comincia con il Congresso di Vienna, convocato il 22 settembre del 1814 dalle potenze (Austria, Gran Bretagna, Prussia e Russia) che sconfissero Napoleone Bonaparte con l’obiettivo di ripristinare l’assetto politico europeo presente prima delle campagne napoleoniche. A questo congresso parteciparono ben 216 delegazioni provenienti da tutta Europa, tra le quali anche la Francia con il ministro Talleyrand in veste di osservatore. Dominatore indiscusso del congresso fu il primo ministro asburgico Metternich. Il congresso si prefiggeva anche l’obiettivo di dare all’Europa un assetto stabile per impedire le mire espansionistiche della Francia. Vi era un solo modo per garantire la pace duratura IL CONGRESSO DI VIENNA in Europa: limitare il potere di ciascuna potenza in modo che nessuna di esse risultasse troppo rafforzata rispetto alle altre. Dopo aver riorganizzato l’assetto politico europeo bisognava preservarlo il più a lungo possibile. Nel settembre 1815, su iniziativa dello zar Alessandro I, Russia, Prussia ed Austria firmarono il documento istitutivo della Santa Alleanza, con la quale i sovrani si sarebbero prestato aiuto e soccorso in ogni luogo e in ogni occasione. In un secondo tempo aderirono alla Santa Alleanza anche altre potenze europee, tra le quali la Francia. Nel novembre del 1815, su iniziativa britannica, fu stipulata la Quadruplice Alleanza tra Gran Bretagna, Russia, Prussia ed Austria, volta ad impedire che l’assetto e l’ordine delineati dal Congresso potesse- Nel 1818 il Congresso di Aquisgrana riconobbe la Francia come una potenza e le concesse di far parte del “concerto”. Nacque così la Pentarchia. La risposta alla politica antiliberale del Congresso non si fece attendere. I gruppi liberali, che chiedevano l’instaurazione di governi costituzionali, erano una minoranza politica e sociale che faceva capo principalmente ad esponenti intellettuali e della borghesia imprenditoriale. Questi gruppi non potendo operare alla luce del sole si organizzarono in società segrete con attività cospirativa clandestina. In Italia la società segreta più famosa era la Carboneria che aveva filiali in tutta la penisola. Negli anni 1820-1821, in Spagna, in Portogallo e in Italia scoppiarono dei moti insurrezionali promossi da gruppi liberali. Alla rivolta si unì anche Guglielmo Pepe, ex ufficiale napoleonico, assumendone il comando. Il re Ferdinando I fu costretto a concedere la Costituzione. Il 15 luglio 1820 la rivolta esplose anche in Sicilia dove il moto assunse, oltre al carattere costituzionale, soprattutto quello separatista. Il governo di Napoli inviò Florestano Pepe il quale, per reprimere il moto, cercò di trattare con i rivoltosi, ma invano. Fu inviato quindi Pietro Colletta il quale sedò la rivolta nel sangue (settembre 1820). Animati dagli eventi accaduti in Spagna e nell’Italia meridionale, le società segrete lombarde e quelle del regno di Sardegna intensificarono la propria attività cospirativa, ma nell’ottobre del 1820 la polizia austriaca arrestò alcuni carbonari tra i quali Pietro Maroncelli e Silvio Pellico. Federico Confalonieri, capo della setta segreta dei federati di Lombardia, decise di passare all’azione pensando di poter contare sull’appoggio di Carlo Alberto, principe di Carignano. Il moto piemontese fu guidato dal conte Santorre di Santarosa. In Pie- DA AQUISGRANA AI MOTI INSURREZIONALI La penisola italiana nel marzo 1860 instaurati dei governi provvisori; l’esercito dei rivoluzionari, però, non riuscì a resistere alla reazione austriaca. Nell’Italia centrale furono così ristabiliti i sovrani preesistenti. Uno dei protagonisti del movimento nazionale italiano fu Giuseppe Mazzini, membro della carboneria, il quale puntava alla costituzione di un’Italia “una, libera, indipendente e repubblicana”. Mazzini rifiutava l’idea di un’Italia federale; era MAZZINI, LA GIOVINE ITALIA E LA GIOVINE EUROPA vi è quello dei fratelli Bandiera che, non avendo ottenuto l’appoggio dei contadini calabresi, furono catturati e fucilati dai Borboni. In Italia si andavano affermando, i liberali moderati la cui visione prevedeva un processo d’unificazione lento e senza spargimento di sangue. I moti insurrezionali interessarono anche l’impero asburgico dove, promossa da studenti e insegnanti, scoppiò nel 1848 una rivolta che da Vienna si diffuse in tutto l’impero per il INSORGONO VENEZIA E MILANO Pag. 4 49/2011

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia consegnò all’Italia, e la restaurazione dell’ordine nell’Italia centrale. Nel 1860 nell’Italia centrale si tennero dei plebisciti con esito favorevole all’annessione al regno sabaudo. Terminava così la prima fase dell’unificazione pensata da Cavour. A questo punto entrarono in scena i mazziniani con l’organizzazione di una spedizione di mille volontari guidati da Giuseppe Garibaldi, per far insorgere le masse popolari meridionali. La spedizione partì da Quarto il 5 maggio 1860. passaggio all’offensiva dei vari movimenti democratici. Tale offensiva ebbe come conseguenza l’abbandono di Vienna da parte di Metternich prima e di Ferdinando I dopo e la costituzione di governi provvisori a Budapest e a Praga. Insurrezioni scoppiarono nel 1848 anche in Germania dove si sollevò una rivolta che da Berlino si diffuse nelle altre città tedesche. Fu quindi convocata un’assemblea costituente di Francoforte con lo scopo di scrivere la Costituzione per la Germania unificata. In Italia la rivolta scoppiò inizialmente a Venezia e a Milano che si ribellarono alla dominazione asburgica. Anche l’Italia meridionale fu investita da moti insurrezionali. A Palermo scoppiò una rivolta che costrinse Ferdinando II a concedere la Costituzione. La rivolta si propagò anche in altre città italiane costringendo i sovrani a concedere anch’essi la Costituzione. A Venezia, la rivolta fu guidata da Daniele Manin e Nicolò Tommaseo e portò alla proclamazione della Repubblica di San Marco (17-03-1848). La rivolta milanese (conosciuta anche come le cinque giornate di Milano) fu guidata da Carlo Cattaneo e portò all’instaurazione di un governo provvisorio costituto dagli insorti. In Italia la fine della “guerra regia” diede inizio alla guerra del popolo. Purtroppo la guerra dei democratici ebbe dimensioni di gran lunga inferiori a quelle sperate da Mazzini. LA REPUBBLICA ROMANA Nel Regno delle due Sicilie i Borboni liquidarono la Costituzione prima concessa. Nello Stato pontificio sorse nel 1849 la Repubblica Romana governata da un triunvirato: Mazzini, Saffi ed Armellini, che intraprese una politica di laicizzazione dell’ex Stato pontificio. In Toscana, i democratici costrinsero Leopoldo II a fuggire a Gaeta dove già si era rifugiato Pio IX. Anche la Toscana fu governata da un triunvirato: Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni. Mazzini, a seguito della situazione favorevole determinatasi, voleva accelerare il processo di unificazione, ma trovò l’opposizione di Guerrazzi. Carlo Alberto, timoroso per la caduta di prestigio della monarchia sabauda, piuttosto che sottostare alle pesanti condizioni austriache imposte con la pace, decise di continuare la guerra. Una nuova sconfitta lo portò ad abdicare a favore di Vittorio Emanuele II. Intanto l’esercito austriaco occupò la Toscana consentendo a Leopoldo II di riprendere il potere. La Repubblica Romana cadde per l’intervento di Luigi Napoleone erettosi a difensore dei cattolici per accappararsene l’appoggio. L’ultima a cadere, dopo una lunga resistenza all’assedio degli austriaci, fu la Repubblica di Venezia. L’unico stato italiano che non subì moti rivoluzionari fu lo Stato Sabaudo. Alla guida del governo sabaudo vi era Camillo Benso di Cavour, per il quale il Regno di Sardegna, stringendo alleanze con potenze straniere, doveva cacciare l’Austria dalla peniso- la per poter costituire un vasto regno dell’Italia Settentrionale. Tale convinzione portò Cavour ad inviare in Crimea un contingente sardo; ciò consentì al regno sabaudo di partecipare al Congresso di Parigi dove Cavour sollevò la questione italiana. Di fronte all’ennesimo insuccesso dei mazziniani nella spedizione di Sapri, Cavour, nell’incontro segreto di Plombiers, decise di allearsi con la Francia. Secondo gli accordi stipulati, Napoleone III (Luigi Napoleone diviene imperatore nel 1852 con tale nome) sarebbe entrato in guerra a fianco del regno sabaudo solo se quest’ultimo fosse stato attaccato dall’Austria. In cambio la Francia avrebbe ricevuto Nizza e la Savoia. Cavour, per provocare l’Austria, fece disporre truppe sabaude lungo il confine con i territori austriaci. Dopo un ultimatum austriaco respinto da Vittorio Emanuele II, l’Austria attaccò il regno di Sardegna (II Guerra d’Indipendenza). La Francia si schierò con Vittorio Emanuele II. Dopo una serie di vittorie Napoleone III propose all’Austria un armistizio in quanto nell’Italia centrale esponenti filopiemontesi, saliti al potere, chiedevano l’annessione al regno sabaudo. Il 12 luglio 1859 a Villafranca fu siglata la pace tra Francia ed Austria, che prevedeva la cessione della Lombardia da parte dell’Austria alla Francia, la quale successivamente la LA SPEDIZIONE DEI MILLE Garibaldi, arrivato nell’isola, piegò subito la resistenza delle male armate truppe borboniche e, in nome di Vittorio Emanuele II, vi proclamò la dittatura. Dopo aver sedato nel sangue un moto contadino contro i proprietari terrieri iniziò la risalita verso Napoli. Garibaldi sbarcò in Calabria a Rumbolo di Melito di Porto Salvo (19 agosto 1860). Le truppe si fermarono in una tenuta dei Marchesi Ramirez (Casina dei mille), da dove era visibile sino a poco tempo fa la nave garibaldina “Torino”. Qui Garibaldi si fermò un paio di giorni per far riposare i suoi uomini e risalirono attraverso l’Aspromonte sino a Napoli dove entrarono il 7 settembre 1860. Cavour per paura che Garibaldi potesse giungere a Roma, inviò truppe piemontesi in Umbria e nelle Marche, occupandole. Quindi proseguirono verso Napoli pronte a scontrarsi con Garibaldi il quale però non era interessato a combattere contro di esse. Preferì attendere l’arrivo del Re. Nel frattempo nell’Italia meridionale si tennero dei plebisciti per l’annessione al regno sabaudo, che ebbero esito favorevole. Il 26 ottobre 1860, con lo storico incontro di Teano, Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II tutti i territori da lui liberati. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II era proclamato re d’Italia. GARIBALDI E LO SBARCO IN SICILIA Lo storico incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, avvenuto il 26 ottobre del 1860, concluse la spedizione dei Mille con la consegna al re delle province meridionali dell’Italia. È passato alla storia come “incontro di Teano”, ma secondo alcuni si svolse in una località detta Taverna LO STORICO INCONTRO DI TEANO Catena. Il re di Sardegna aveva occupato i territori pontifici nelle Marche e nell’Umbria ed era andato incontro a Giuseppe Garibaldi, che aveva completato la conquista del Regno delle Due Sicilie, con lo scopo di impedire che la spedizione continuasse fino a Roma, provocando l’intervento di Napoleone III e mettendo a repentaglio le conquiste effettuate. Sotto il berretto Garibaldi si era annodato il fazzoletto di seta per proteggere le orecchie e le tempie dall’umidità mattutina. All’arrivo del re si tolse il copricapo, ma rimase il fazzoletto. Il quotidiano Roma del 27 ottobre 1860 nella cronaca di Napoli riportava: “Uno storico incontro; Vittorio Emanuele stringe la mano al Generale Garibaldi verso le ore 8 e mezzo antimeridiane, il Re si trovava sulla Strada CaianelloTeano. Al bivio della chiesa di Borgo gli andava incontro il Generale Garibaldi; cui il sovrano stringeva la mano. Vittorio Emanuele e Garibaldi procedevano quindi a fianco a fianco per circa dieci minuti, fino a Teano. A Porta Romana, si separavano”. I Due si parlarono da soli per circa 10-20 minuti, cosa si siano detti, sono tutte supposizioni, ma lo si può dedurre dagli avvenimenti che seguirono. Dopo una stretta di mano, si presume, si lasciarono alle porte di Teano, al largo di Porta Romana. Il Re prese alloggio a Teano nel palazzo del principe Santagapito ove fino alle due di notte avevano alloggiato i Borbone: il conte di Trani, i generali Salzano e Ritucci mentre nella piazza bivaccavano i soldati borbonici. Questi, al sopraggiungere dei garibaldini, dopo una breve sparatoria, montarono a cavallo e si ritirarono verso Sessa. Garibaldi con Mario, Missori, Nullo e Canzio, si fermò, per circa un’ora, in una vicina “stalluccia”, al largo Muraglione, per far riposare il suo cavallo e consumare un frugale pasto. Per colazione il Generale mangiò pane, formaggio e una bottiglia di vino e per frutta tre fichi offertigli da un contadino, che il Garibaldi ripagò con una moneta d’argento. Ai curiosi che erano accorsi a rendergli omaggio disse di andare a salutare il Re. Era lui che ora dovevano ossequiare. L’incontro infatti significò una adesione del generale alla politica di Casa Savoia. 49/2011 Pag. 5

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia LA STORIA DEL TRICOLORE ITALIANO 1797 1831 La Repubblica cispadana vota l’adozione della bandiera verde, bianca e rossa Mazzini fonda la Giovine Italia, la cui bandiera sarà il Tricolore La bandiera italiana è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni, così come è definita dall'articolo 12 della Costituzione della Repubblica Italiana del 27 dicembre 1947, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana nº 298, edizione straordinaria, del 27 dicembre 1947. Il 7 gennaio la stessa bandiera è protagonista della giornata nazionale della bandiera, istituita dalla legge nº 671 del 31 dicembre 1996. Il 4 novembre 2001, durante l’annuale festa delle Forze Armate, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi celebra il 140° anniversario dell’Unità Nazionale a San Martino della Battaglia, dichiarando: “Adoperiamoci perché in ogni famiglia, in ogni casa, ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso Risorgimento. Il tricolore non è una semplice insegna di Stato, è un vessillo di libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di eguaglianza, di giustizia. Nei valori della propria storia e civiltà. L'articolo 292 «Vilipendio o danneggiamento alla bandiera o ad altro emblema dello Stato» del codice penale tutela la bandiera italiana così: 1. Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la multa da euro 1000 a euro 5000. La pena è aumentata da euro 5000 a euro 10000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale. 2. Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni. 3. Agli effetti della legge penale per bandiera nazionale si intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali. LA NASCITA DELLA BANDIERA ITALIANA Padre del tricolore è considerato Giuseppe Compagnoni, anche se forse i primi a ideare l’accostamento dei colori della bandiera nazionale erano stati due patrioti e studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, di Bologna, e Giovanni Battista de Rolandis, di Castell’Alfero Asti, che nell’autunno del 1794 unirono il bianco e il rosso delle rispettive città al verde, colore della speranza. Organizzarono una rivoluzione per ridare al Comune di Bologna l’indipendenza perduta con l’appartenenza agli Stati della Chiesa. La sommossa, nella notte del 13 dicembre, fallì e i due studenti furono catturati dalla polizia pontificia. Avviato il processo, il 19 agosto 1795, Luigi Zamboni fu trovato morto nella cella denominata “Inferno” dove era rinchiuso insieme con due criminali, che lo avrebbero strangolato per ordine espresso della polizia. L’altro studente Giovanni Battista De Rolandis fu condannato a morte ed impiccato il 23 aprile 1796. Il tricolore, abolito alla caduta del Regno Italico, fu ripreso, nella sua variante rettangolare, dai patrioti dei moti del 1821 e del 1831. Mazzini la scelse come bandiera per la sua Giovine Italia, e fu subito adottata anche dalle truppe garibaldine. Durante i moti del ‘48/’49, sventola in tutti gli Stati italiani nei quali sorsero governi costituzionali: Regno di Napoli, Sicilia, Stato Pontificio, Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Milano, Venezia e Piemonte. In quest’ultimo caso alla bandiera fu aggiunto nel centro lo stemma sabaudo (uno scudo con croce bianca su sfondo rosso, orlato d’azzurro). La variante sabauda divenne bandiera del Regno d’Italia fino al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, quando l’Italia divenne Repubblica e lo scudo dei Savoia fu tolto. SIGNIFICATO Come ogni bandiera del mondo, la bandiera italiana non è nata per caso. Infatti esistono vari motivi per cui essa è com’è definita dalla Costituzione: il Verde simboleggia la speranza, a lungo coltivata e spesso delusa durante l'Ottocento, in un'Italia unita e libera, e la macchia mediterranea, fondamentale elemento del paesaggio italiano; il Bianco delle le Alpi, famose per i loro ghiacciai; il Rosso ricorda il sangue sparso dai combattenti per l'Unità d'Italia. Questi tre colori, inoltre, erano già noti ai tempi di Dante Alighieri, e lo si vede nella sua Commedia, come simboli delle tre virtù teologali: verde-speranza; bianco-fede; rosso-carità (Purg. canto XXX, v.30-33): di conseguenza rappresentano la cultura e la letteratura italiana in generale. 1848 1860 Il Tricolore viene adottato da Carlo Alberto di Savoia come nuova bandiera del Regno di Sardegna Un regio decreto stabilisce le esatte dimensioni delle bandiere militari 1861 1897 1948 Il Tricolore diventa la bandiera del Regno d’Italia A Reggio Emilia si festeggia il primo centenario della bandiera italiana con accorato intervento di Giosuè Carducci La Costituzione stabilisce all’articolo 12 che il vessillo nazionale è il Tricolore italiano verde, bianco e rosso Discorso del poeta Giosuè Carducci, 7 gennaio 1897, a Reggio Emilia per il 1° centenario della nascita del Tricolore «Sii benedetta! Benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all’ Etna; le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani, E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco , la fede serena alle idee che fanno divina l’ anima nella costanza dei savi; il verde , la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso , la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch’ ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà ». Pag. 6 La settecentesca Sala del Tricolore, oggi sala consiliare del comune di Reggio Emilia. Qui nasce la bandiera italiana. 49/2011

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia L’INNO CHE CI EMOZIONA DA 150 ANNI Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì! Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi. Raccolgaci un'unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l'ora suonò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì! Uniamoci, uniamoci, l'unione e l'amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può? Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì! Dall'Alpe a Sicilia, Dovunque è Legnano; Ogn'uom di Ferruccio Ha il core e la mano; I bimbi d'Italia Si chiaman Balilla; Il suon d'ogni squilla I Vespri suonò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì! Son giunchi che piegano Le spade vendute; Già l'Aquila d'Austria Le penne ha perdute. Il sangue d'Italia E il sangue Polacco Bevé col Cosacco, Ma il cor le bruciò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì! Pag. 8 dell'elmo di Scipio: L'Italia ha di nuovo sulla testa l'elmo di Scipio (Scipione l'Africano), il generale romano che nel 202 avanti Cristo sconfisse a Zama (attuale Algeria) il cartaginese Annibale. L'Italia è tornata a combattere. Le porga la chioma: La Vittoria sarà di Roma, cioè dell'Italia. Nell'antica Roma alle schiave venivano tagliati i capelli. Così la Vittoria dovrà porgere la sua chioma perché sia tagliata, perché la Vittoria è schiava di Roma che sarà appunto vincitrice. coorte: nell'esercito romano le legioni (cioè l'esercito), era diviso in molte coorti. Stringiamoci a coorte significa quindi restiamo uniti fra noi combattenti che siamo pronti a morire per il nostro ideale. calpesti: calpestati Raccolgaci: la lingua di Mameli è la lingua poetica dell'Ottocento. Questo raccolgaci in italiano moderno sarebbe ci raccolga, un congiuntivo esortativo che assimila il pronome diretto. Il significato è: ci deve raccogliere, tenere insieme. una speme: altra parola letteraria e arcaica. Significa speranza. Non c'è però da stupirsi troppo se Mameli usa queste parole. Nella lingua delle canzonette di musica leggera intorno al 1950, queste parole si trovano ancora. fonderci insieme: negli anni di Goffredo Mameli l'Italia è ancora divisa in molti staterelli. Il testo dice che è l'ora di fondersi, di raggiungere l'unità nazionale. per Dio: doppia interpretazione possibile. Per Dio è un francesismo e quindi significa "da Dio": se siamo uniti da Dio, per volere di Dio, nessuno potrà mai vincerci. Certo è però che in italiano "per Dio" può essere anche una imprecazione, una esclamazione piuttosto forte. Che avrà mai voluto intendere Goffredo Mameli? Siccome aveva Vent'anni ci piace pensare che abbia voluto lui stesso giocare sul doppio senso (in fondo i suoi rapporti con il Vaticano non erano buonissimi, tant'è vero che è morto proprio a Roma dove combatteva per la Repubblica) Dovunque è Legnano: ogni città italiana è Legnano, il luogo dove nel 1176 i comuni lombardi sconfissero l'Imperatore tedesco Federico Barbarossa. Ferruccio: ogni uomo è come Francesco Ferrucci, l'uomo che nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo V. Balilla: è il soprannome del bambino che con il lancio di una pietra nel 1746 diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austro-piemontesi. I Vespri: nel 1282 i siciliani si ribellano ai francesi invasori una sera, all'ora del vespro. La rivolta si è poi chiamata la rivolta dei Vespri siciliani. Le spade vendute: i soldati mercenari si piegano come giunchi e l'aquila, simbolo dell'Austria, perde le penne. Il sangue polacco: L'Austria, alleata con la Russia (il cosacco), ha bevuto il sangue Polacco, ha diviso e smembrato la Polonia. Ma quel sangue bevuto avvelena il cuore degli oppressori. Il “Canto degli Italiani” (Inno di Mameli) nasce a Genova nell’autunno del 1847 dal ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poi a Torino da un altro genovese, Michele Novaro. Il Canto degli Italiani venne composto in un clima di fervore patriottico che preannunciava la guerra contro l’Austria. La sensibilità dei versi e l’impeto della melodia ne fecero il più amato canto dell’unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale, ma anche nei decenni successivi. Gotifredo Mameli dei Mannelli, noto anche come Goffredo Mameli, nato a Genova nel 1827 è stato un poeta, patriota e scrittore italiano. Annoverato tra le figure più famose del Risorgimento italiano, è l’autore delle parole dell’attuale inno nazionale italiano. I nonni erano Giorgio Giovanni, della famiglia aristocratica sarda dei “Mammeli” o “Mameli dei Mannelli”, sembra originaria di Lanusei nonché Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, contrammiraglio della Regia Marina Sarda, aveva percorso tutta la carriera nella marina iniziando da ufficiale, spostandosi per ricoprire la carica a Roma e parlamentare a Torino; la madre era Adelaide (Adele) Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli figlia a sua volta del Marchese Nicolò Zoagli e di Angela dei Marchesi Lomellini. Giorgio Mameli, il padre, aveva comandato a Genova una squadra della flotta del Regno di Sardegna le cui capitali erano Cagliari e Torino. Goffredo Mameli, docente nel collegio di Carcare in provincia di Savona, fu autore, all’età di 20 anni, delle parole del Canto degl’Italiani (1847), più noto come Inno di Mameli. Nel marzo 1848 organizzò una spedizione per andare in aiuto a Nino Bixio durante l’insurrezione di Milano e, in virtù di questa impresa coronata da successo, venne arruolato nell’esercito di Giuseppe Garibaldi con il grado di capitano. Morí il 6 luglio 1849 a soli 21 anni, a seguito di una ferita infetta che si procurò durante la difesa della seconda Repubblica Romana. Fu sepolto al Verano, Roma, dove esiste ancora il suo monumento. Tuttavia le sue spoglie vennero traslate nel 1941 al Gianicolo, Roma, dove il fascismo aveva ricostruito il “Monumento ai caduti per la causa di Roma Italiana”. IL POETA SOLDATO CHE COMPOSE I VERSI DEL «CANTO DEGLI ITALIANI» Michele Novaro, nacque il 23 ottobre 1818 a Genova. Studiò composizione e canto. Passò la sua vita componendo musica, inni e canzoni patriottiche. Nel 1847 è a Torino ebbe un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano. Convinto liberale, offrì alla causa dell’indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici ed organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine. Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, anche dopo l’Unità. Novaro cambiò il primo verso dell’Inno, “Evviva l’Italia”, in “Fratelli d’Italia”, trovando ampio consenso, non solo dell’autore, ma di tutti i patrioti. Un giorno il pittore Ulisse Borzino consegnò al Novaro un foglietto che gli aveva mandato Mameli. Novaro lesse i versi e si commosse. Poi sedette al piano. La sua voce risuonava piena e potente; l’affetto patriottico e il sentimento che l’avevano ispirato dettero al suo canto una grande efficacia d’espressione. Quando ebbe lanciato quel Sì finale, che ha tanta fierezza, i suoi amici lo abbracciarono, lo applaudirono e piansero. Da quel momento l’Italia ebbe il suo Inno. La polizia lo proibì fino alla dichiarazione di guerra all’Austria il 23 marzo 1848. Poi, suonato anche da bande militari e cantato dai soldati, divenne “il canto” del popolo italiano. Nel 1860 venne proclamato Inno Nazionale con una circolare del Valerio, Commissario Straordinario delle Marche. Da 150 anni continua a commuovere gli Italiani. LE SUE STORICHE NOTE DELL’INNO 49/2011

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia INNI E CANTI DEL RISORGIMENTO Le canzoni e le musiche sono state e sono un amplificatore di emozioni di ribellione, di identità comune dei popoli che attraverso le loro parole hanno manifestato e manifestano il loro dolore, la loro gioia, la loro speranza e l’amore per il proprio paese. Il risorgimento fu un periodo di fervida creatività di inni e di canti: • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • La ronda Su lombardi all'armi all'armi Coro del nabucco Coro dei crociati e pellegrini Inno della repubblica partenopea Chi per la patria muor... Inno Nazionale del 1847 Inno degli studenti del 1848 Inno del ‘48 La stella dei soldati I tre colori Suoni la tromba Io vorrei che a metternicche Ai morti per la patria La bella gigogin A tonina marinello All’armi! All’armi ! La carabina del bersagliere O giovani ardenti Il Canto degli Italiani (Inno di mameli) A ferro freddo Suona la tromba... Delle spade il fiero lampo La rondinella di mentana Inno di oberdan A tripoli L’addio del bersaglier Torino è forte e dappertutto è Italia. Che vuoi saper se nacqui in monte o in piano? Sono italiano. - Giovanettin dalla pupilla nera qual’è il colore della tua bandiera? - Se una rosa vermiglia e un gelsomino a una foglia d’allor metti vicino i tre colori avrai più cari e belli a noi che in quei ci conosciam fratelli; i tre colori avrai che più detesta l’augel grifagno dalla doppia testa. Beato il dì che li vedrà Milano; Sono italiano. - Giovanettin dalla dolce favella dimmi dunque il tuo re come s’appella? - Tutti una patria abbiamo e tutti un dio; dal Tebro a tutti benedice Pio. Dell’Arno là sulle rive leggiadre sto Leopoldo, più che duca padre. Tardi Fernando si batte la guancia Alberto aguzza la terribil lancia. Biscia e leone cacceran l’estrano; Sono italiano. - Giovanettin sì fieramente armato tu se’ giovane e se’ soldato? - Soldato no, son cittadino in armi; sarò soldato quando udrò chiamarmi. Che giovin son, ma profondo io fero vedran le file del predon straniero. Dunque ripeti o forestier cortese, quando ritornerai nel tuo paese che di bandiera, di animo e di mano Sono italiano. L’OPERA LIRICA COME MESSAGGIO DI LIBERTÀ Va, pensiero, sull’ali dorate, va, ti posa sui clivi, sui colli, ove olezzano tepide e molli l’aure dolci del suolo natal! Coro del Nabucco Del Giordano le rive saluta, di Sionne le torri atterrate. O mia Patria sì bella e perduta, o membranza sì cara e fatal! Arpa d’or dei fatidici vati perchè muta dai salici pendi? le memorie nel petto riaccendi, ci favella del tempo che fu! O simile di Solima ai fati traggi un suono di cupo lamento oh t’ispiri il Signore, un concento che ne infonda al patire virtù, che ne infonda al patire virtù, al patire virtù! EPOPEA GARIBALDINA • Inno di Garibaldi 1858 • La camicia rossa 1860 • Ciapa Cialdini 1866 • Ai 24 ma di settembre 1867, esecuzione di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, garibaldini (I) • Guerra guerra 1867, esecuzione di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, garibaldini (II) • E quannu Garibardu s’affacciava 1882 • Ch’è beddu Caribardu ca mi pari • E Garubaldo si lamenda • Garibaldi fu ferito • L’addio del volontario toscano (conosciuta anche come Addio mia bella, addio) Garibaldi fu ferito fu ferito in Aspromonte porta scritto sulla fronte di volersi vendicar di volersi vendicar Garibaldi fu ferito Il Risorgimento trovò nel melodramma una formidabile cassa di risonanza attraverso autori come Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi. Di quest’ultimo sono celebri il Nabucco, perché viene letto come l’opera più risorgimentale di Verdi, poiché gli spettatori dell’epoca riconoscevano la loro condizione politica in quella degli ebrei soggetti al dominio babilonese. E I Vespri Sicilaini, ispirata alla vicenda che provocò la rivolta siciliana contro i francesi. Nell’immensa produzione di Rossini spiccano capolavori come Il Barbiere di Siviglia, La Cenerentola, la Gazza ladra. Vincenzo Bellini compose centinaia di brani, opere, canti e composizioni, fra cui La Norma e I Puritani, che ebbero grande successo nell’epoca preunitaria. Gaetano Donizetti, che scrisse 69 opere, tutte di successo, la cui più nota rimasta nell’immaginario popolare fu L’Elisir Gioacchino Rossini d’Amore. Tra i brani meno conosciuti, ma di grande efficacia patriottica, ci fu lo stornello “Il Brigidino”, composto da Verdi su parole di  Francesco dall’Ongaro per celebrare i tre colori della bandiera italiana. L’opera lirica fu la Biblia pauperum del popolo semialfabeta: il canto patriottico servì, nell’ottocento, alla causa nazionale quanto le immagini devote avevano servito alla cristianizzazione nel Medio Evo. Se la diffusione delle idee risorgimentali ebbe la stampa quale mezzo di comunicazione principalmente per gli intellettuali, l’opera lirica si incaricò, in quanto forma d’arte «popolare», di diffondere, grazie alle parole del libretto non meno che in forza delle note muGaetano Donozetti sicali, il verbo patriottico, caricando di significati le parole «libertà» (dallo straniero), «patria», «unità» (dell’Italia), «Dio». Il teatro d’opera fu il luogo ove le idee risorgimentali trovarono terreno fertile per svilupparsi grazie ad una massa di spettatori pronta ad infiammarsi con una semplice scintilla. SANREMO, UNA SERATA DEDICATA ALL’UNITÀ La serata del 17 Febbraio di Sanremo è stata dedicata ai 150 anni dell’ Unità d’Italia: i cantanti Big si sono esibiti con le cover di famose canzoni storiche italiane. Tutte le canzoni sono state raccolte nel Cd intitolato “Nati per unire. Le canzoni per il 150º dell’ Unità d’ Italia”. Il ricavato della vendita va a favore dell’associazione “Per il tuo cuore-Onlus”. Ecco le canzoni: Patty Pravo: Mille lire al mese; Nathalie Giannitrapani: Il mio canto libero; Roberto Vecchioni: O surdato ‘nnammurato; Giusy Ferreri: Il cielo in una stanza; Luca Madonia e Franco Battiato: La notte dell’addio; Max Pezzali: Mamma mia dammi cento lire; La Crus: Parlami d’amore Mariù; Anna Oxa: ‘O sole mio; Modà ed Emma Marrone: La ballata di Sacco e Vanzetti; Tricarico: L’italiano; Al Bano: Va’ pensiero; Anna Tatangelo: Mamma; Luca Barbarossa e Raquel Del Rosario: Addio mia bella addio; Davide Van De Sfroos: Viva l’Italia. LA BANDIERA ITALIANA • La bandiera tricolore 1848 (circa) • La bandiera tricolore • Sono italiano 1848, conosciuta anche come Giovanottino dalla pupilla nera Disi ’n po’ oi Garibaldi chi l’è stait che l’à ferito? s’al è stait mio primo amico coronel dei bersaglier coronel dei bersaglier Garibaldi fu ferito fu ferito a una gamba e piuttosto di cedere, strambla e si volle vendicar e si volle vendicar - Giovanettino dalla bruna chioma il tuo loco natal come si noma? - Io mi son nato, o forestier cortese nel paese più bel d’ogni paese. S’io chiedo a te della nativa terra rispondi: io son di Francia o d’Inghilterra. Firenze è bella, Napoli t’ammalia; Sono Italiano CANTI ANTIAUSTRIACI • I tedeschi par Ravenna 1848 • Giroletta Girolin 49/2011 Pag. 9

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia I PERSONAGGI CHE FECERO LA STORIA GIUSEPPE GARIBALDI - Nacque a Nizza il 4 luglio 1807. Era il secondogenito di Domenico, capitano di cabotaggio immigrato da Chiavari, e Rosa Raimondi, originaria di Loano. Angelo era il nome di suo fratello maggiore, mentre dopo Giuseppe nacquero altri due maschi, Michele e Felice, e due bambine, morte in tenera età. Amava poco gli studi e prediligeva gli esercizi fisici e la vita di mare. Il padre si convinse a lasciargli seguire la carriera marittima a Genova, e venne iscritto nel registro dei mozzi nel 1821. A sedici anni si imbarcò sulla Costanza. L’anno successivo, con il padre, si diresse a Roma con un carico di vino, per l’approvvigionamento dei pellegrini venuti per il Giubileo indetto da papa Leone XII. Nel 1842 Garibaldi riparò in Uruguay e sposa nel 1842 Ana Maria de Jesus Ribeiro, detta Anita, dalla quale ebbe tre figli: Menotti, Teresa e Ricciotti. Morì incinta, per le fatiche affrontate durante una delle campagne di guerra del marito. Nel periodo che visse a New York incontrò Meucci, l’inventore del telefono, e per tre anni lavorò nella sua fabbrica di candele. Non avendo un buon mercato pensarono di fabbricarne colorate con il tricolore italiano ed ebbero un gran successo. Dopo una vita avventurosa e piena di gloria Garibaldi si ritira nell’isola di Caprera dove morì il 2 giugno 1882. GIUSEPPE VERDI - Giuseppe Verdi nacque il 10 Ottobre 1813 da povera famiglia a Roncole di Busseto, nell’allora Stato di Parma governato dalla Francia. Dotato di una precoce inclinazione musicale, ebbe come primo maestro l’ organista Don Pietro Baistrocchi. Da ragazzo, si esercitava su una vecchia spinetta ed aiutava i genitori nella loro modesta osteria.. A dodici anni si recò a Busseto per aiutare il suo futuro protettore Barezzi, frequentò il ginnasio, studiò musica con il maestro Ferdinando Provesi, direttore della Società Filarmonica. Fu in seguito a Milano con una borsa di studio del Monte di Pietà e con un sussidio del Barezzi. Nel 1835 ne sposò la figlia, Margherita Barezzi, da cui ebbe due figli e si trasferì a Milano. Al Teatro la Scala durante la rappresentazione delle sue opere si levava tra il pubblico il grido “Viva Verdi”. Questo era lo slogan delle insurrezioni anti-austriache nel nord Italia, Viva V.E.R.D.I. = Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. A trentasette anni e le sue opere erano rappresentate nei teatri di tutta Europa. Nella primavera del 1851 andò a vivere con la nuova compagna, poi moglie, Giuseppina Strepponi, vicino a Busseto, dove si dedicò all’agricoltura, all’arte, all’economia e alla politica, ma continuò a comporre opere, fra cui il Rigoletto, che ebbero ancor più successo delle precedenti. Dal 1861 al 1865 fu deputato del primo Parlamento del Regno d’Italia, di questa esperienza ci resta l’“Inno delle Nazioni”, composto per l’Esposizione Universale di Londra nel 1862. Morì a Milano il 27 gennaio 1901, la notte della sua morte le strade di Milano furono ricoperte di paglia affinché il maestro non fosse disturbato dai rumori delle carrozze. ed è sepolto nella Casa di Riposo dei Musicisti di Milano da lui fondata. FEDERICO CONFALONIERI - Nacque a Milano il 7 settembre del 1785, dalla Contessa Maria Origoni e dal Conte Gaspare Casati, in una famiglia nobile e devota all’Austria. Confalonieri era uno dei grandi magnati lombardi, che per compensare la malinconia caratteriale che arrivava a sfiorare l’idea del suicidio, si consolava con belle donne affermando che non si sarebbe mai sposato, perché la sua anima apparteneva ad una donna chiamata Italia. Ma cambiò idea quando durante una festa di ballo conobbe Teresa Casati, una giovane nobildonna che divenne sua moglie. Ebbero un bambino, che morì cadendo scivolando dalle mani di sua madre, mentre per gioco se lo passava con il marito. Insieme svolsero una fervida attività patriottica a favore dell’Italia. Federico morí ad Hospental, in Svizzera, il 10 dicembre del 1846. GIUSEPPE MAZZINI - Nasce a Genova il 22 giugno 1805, da Giacomo, medico e professore di anatomia e da Maria Drago. A 14 anni si iscrive a medicina, ma vi rinuncia dopo essere svenuto al primo esperimento di necroscopia. Nel 1827 ottiene la laurea in diritto civile e in diritto canonico e diviene membro della carboneria. Le sue idee rivoluzionarie lo costringono a rifugiarsi a Marsiglia, dove organizzò nel 1831 un movimento chiamato Giovine Italia ed altri movimenti per l’unificazione di stati europei. Ebbe molti affetti femminili, tra cui quelli di Clementina Taylor, le sorelle Winlwoerth, Margherita Fuller, Aretuhusa Miller e le sorelle Elisa, Emilia e Carolina Ashurst. Ma chi lo assistette nella fase senile fu la pesarese Sarah Nathan. Muore a Pisa il 10 marzo 1872. Disse il cancelliere austriaco Metternich: «Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.» SILVIO PELLICO - Nacque a Saluzzo il 24 giugno 1789 e dopo aver studiato a Pinerolo e a Torino andò a Lione per far pratica presso suo zio nel settore commerciale. Nel 1809 si stabilisce a Milano , frequenta Vincenzo Monti e Ugo Foscolo. Comincia a scrivere tragedie in versi di impianto classico come Laodamia ed Eufemio di Messina e si iscrive alla massoneria. Nel 1814 diventa istitutore nella casa del conte Porro Lambertenghi a Magenta. Stringe relazioni con personaggi della cultura europea come Madame de Stael e Friedrich von Schlegel e italiana come Federico Confalonieri, Gian Domenico Romagnosi e Giovanni Berchet. In questi circoli venivano sviluppate idee tendenzialmente liberali e rivolte alle possibilità di indipendenza nazionale: in questo clima nel 1818 viene fondata la rivista “Il Conciliatore”, di cui Pellico è redattore e direttore. Pellico fece parte della setta segreta carbonara dei cosiddetti “Federati”; questa venne scoperta dalla polizia austriaca: il 13 ottobre 1820, Pellico, Piero Maroncelli e altri vennero arrestati. Da Milano furono condotti alla prigione dei Piombi di Venezia. Qui gli venne letta la sentenza: morte commutata in quindici anni di carcere duro, da scontarsi nella fortezza di Spielberg. La dura esperienza carceraria, che si concluse con la grazia imperiale nel 1830, è descritta nell’opera autobiografica Le mie prigioni, che esercitò notevole influenza sul movimento risorgimentale. Morì a Torino il 31 gennaio del 1854. CAMILLO BENSO DI CAVOUR - Nato il 10 agosto 1810 nella Torino napoleonica. Suo padre, il nobile piemontese Michele Benso di Cavour, era collaboratore e amico del governatore Principe Camillo Borghese che fu padrino di battesimo del piccolo Benso al quale trasmise il nome. La madre di Camillo, Adele de Sellon apparteneva ad una ricca famiglia di Ginevra, originaria della Francia. Cavour frequentò la Regia Accademia Militare di Torino e divenne ufficiale del Genio. Trasferito nel 1830 a Genova, l’ufficiale Camillo Benso mantenne una lunga amicizia con la marchesa Anna Giustiniani Schiaffino. All’età di ventidue anni venne nominato sindaco di Grinzane. Accompagnato dall’amico Pietro di Santarosa, nel 1835 raggiunse Parigi visitando le istituzioni pubbliche e frequentò gli ambienti politici del regime. A Londra, si interessò di questioni sociali, sviluppando una tendenza conservatrice assieme all’interesse per il progresso. Fra il ritorno dai viaggi all’estero e l’ingresso al governo nell’ottobre del 1850, Cavour si dedicò ad una serie di iniziative nel campo dell’agricoltura, dell’industria, della finanza e della politica. Benché non avesse un disegno di unità nazionale preordinato riuscì a gestire gli eventi che portarono alla formazione del Regno d’Italia. Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, Capo del governo dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Con la proclamazione del Regno d’Italia, divenne il primo Presidente del Consiglio del nuovo Stato e con tale carica morì. Pag. 10 49/2011

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia DONNE, CARBONERIA E MASSONERIA DONNE DAL RISORGIMENTO ALL’UNITÀ D’ITALIA Nel 1860 già molte donne iniziarono la loro battaglia anche nei salotti dell’alta borghesia e della nobiltà. La loro presenza sui campi di battaglia, come Anita Garibaldi, e il loro sostegno, pur essendo donne colte e attive, agli uomini che combattevano, anche manifestando e scrivendo le loro tendenze politiche. Clara Maffei, animatrice di un famoso salotto milanese, frequentato da Giuseppe Verdi. Antonietta Ferroni Tommasini nota per essere stata amica, con la figlia Adelaide Tommasini Maestri, di Giacomo Leopardi. Albertina Montenovo Sanvitale, che condivise col marito Luigi Sanvitale gli Donna colta, sensibile e aperta alle nuove idee politiche, rimase affascinata da Garibaldi, che ospitò nella sua bella villa di Maiatico. Ada Corbellini Martini, una «pasionaria» garibaldina, che dedicò ai ragazzi in camicia rossa il poema: «Io sono l’italiana giardiniera» riferendosi alla omonima società segreta femminile parallela a quella che permetteva di acquistare a rate una macchina da cucire e, assieme ad Alessandrina Ravizza, una scuola professionale femminile d’avanguardia. Jessie White Mario e Giorgina Craufurd Saffi, inglesi di nascita e votate alla causa italiana, come anche l’americana Margaret Fuller, che contribuirono al movimento risorgimentale, sia con articoli giornalistici che pubblicazioni letterarie. Erano tutte del movimento mazziniano. Jessie White collaborò intensamente con Garibaldi tanto da diventare l’unica donna presente nelle sue spedizioni. Giorgina Craufurd Saffi, di famiglia scozzese, orientata a favore della causa italiana dalla madre, Sophia Churchill, collaboratrice dei comitati mazzi- MASSONERIA E RISORGIMENTO Gualberta Beccari Giuditta Sidoli Antonietta Ferroni Tommasini ideali liberali, accettando gravi sofferenze familiari. Giuseppa Folcheri, piemontese, colta e geniale pittrice, che partecipò ai moti del 1841 e subì col marito l’esilio per la sua italianità. Margherita Moradet Melloni, cognata dell’illustre fisico e liberale Macedonio Melloni: la sua casa era frequentata da eminenti personalità, scienziati, letterati, artisti e non trascurò neppure le opere di carità verso i più deboli. Di tipo strettamente umano e sentimentale, è il ruolo giocato da Teresa Trecchi, sorella del colonnello Gaspare, aiutante di campo di Garibaldi. maschile dei Carbonari. Giuditta Sidoli, amica, collaboratrice e amante di Giuseppe Mazzini. Particolarmente lunga e intensa fu l’opera svolta da Laura Solera, la “garibaldina senza fucile”, che nel 1850 fondò a Milano il Ricovero per bambini tra i 15 giorni di vita e i due anni e mezzo, e una scuola per adulte analfabete. Dopo l’unità fondò a Milano, insieme con Ismenia Sormani, l’Associazione Generale di Mutuo Soccorso per le Operaie, una scuola gratuita di “cucitura meccanica”, le, ma soprattutto assunse il ruolo di guida delle forze femminili del partito repubblicano; ebbe un ruolo di punta nelle battaglie contro la prostituzione di stato, a sostegno del mutuo soccorso e per l’istruzione femminile. Fu a lungo sostenitrice e collaboratrice di Gualberta Beccari e del suo periodico “La donna”, primo giornale emancipazionista italiano, rivendicando costantemente il ruolo femminile nella nuova Italia. La “Contessa di Castiglione”, Virginia Elisabetta Oldoini. Sposò il conte Francesco Verasis di Castiglione Tinella e di Costigliole d’Asti, cugino di Camillo Benso di Cavour. Quest’ultimo la incaricò di sedurre Napoleone III per av- Molti protagonisti del Risorgimento erano già affiliati a logge straniere sia per motivi politici e sia di avversione alla Chiesa Cattolica. Garibaldi, una volta ricostituita la massoneria italiana ne diventerà Gran Maestro. Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante, con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa, il cui obbiettivo storico era quello di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno. I fondi della massoneria inglese servirono per acquistare i fucili di precisione, senza i quali non si sarebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, che era un’armata ben organizzata. L'appartenenza alla massoneria gli garantì l’appoggio della stampa internazionale, soprattutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta. I massoni famosi del risorgimento italiano: Nino Bixio, Francesco Crispi, Federico Confalonieri, Carlo Collodi, Giuseppe Insenga, Saverio Friscia, Rosario Bagnasco, Giovanni Brasetti, Salvatore Cappello, Giuseppe Cesare Abba, Michele Amari. NASCONO I MOTI CARBONARI Giorgina Craufurd Saffi Jessie White niani inglesi. In seguito all’incontro con la esule Giuditta Bellerio Sidoli, Giorgina tredicenne disse poi che.. “da quel giorno ho sentito d’essere donna: mi sentii ad un tratto un’ardente congiurata italiana”. Per sposarsi con il rivoluzionario romagnolo Aurelio Saffi, nel 1857, dovette sfidare l’ostilità della famiglia, schierata a favore dell’Italia, ma contraria a imparentarsi con un cospiratore in esilio. Partecipò insieme al marito a importanti episodi della storia risorgimenta- I membri della Carboneria erano soprattutto ufficiali, aristocratici, intellettuali, membri della borghesia. Il comportamento era ispirato alle regole della massima segretezza. Si ricorse a uno dei più umili e miseri mestieri, quello dei carbonaio, che permetteva di spostarsi continuamente dove era del legname da trasformare in carbone e quindi passare inosservati camuffati da carbonari. La Carboneria era divisa in tre gradi: apprendista, maestro e gran maestro. Nel Lombardo-Veneto si lottava per la conquista dell’indipendenza dalla dominazione austriaca; nello Stato Pontificio si voleva un governo laico e nella Sicilia che l’isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli. Tra i carbonari illustri: Giuseppe Mazzini, Santorre Di Santarosa, George Byron, Federico Confalonieri, Silvio Pellico, Attilio ed Emilio Bandiera e Luigi Settembrini Le Giardiniere erano le donne affiliate alla Carboneria che si incontravano nei giardini per le attività della società segreta. Prevedeva due livelli: apprendista e maestra. In seguito si aggiunse quello di “sublime maestra”. In questo caso portavano, nascosto tra la calza e la Bianca Milesi Moyon giarrettiera, un piccolo pugnale. Nel 1821 si diffuse nel Lombardo-Veneto e nel Napoletano riunendo donne intellettuali della borghesia come Bianca Milesi Moyon, Maria Gambarana Frecavalli, Matilde Viscontini Dembowski, Teresa Casati Confalonieri. Molte di esse furono arrestate ed incarcerate dalla polizia austriaca. LA DONNE, “GIARDINIERE” Virginia Elisabetta Oldoini vicinarlo alla causa risorgimentale. La Contessa di Castiglione fu “arruolata” come spia di Stato anche durante la Seconda guerra d’Indipendenza. Il mazzinianesimo fu la prima ideologia che favorì una concezione emancipativa delle donne e del loro ruolo anche nella politica. 49/2011 Pag. 11

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia SONO I MILLE PIÙ FAMOSI D’ITALIA 1089 patrioti prendono parte alla spedizione dei “MILLE” nell'Italia meridionale, comandata da Giuseppe Garibaldi, per annettere al Regno d’Italia dei Savoia il Regno delle Due Sicilie. Il contingente di volontari, che, in un primo momento, prese il nome di "Cacciatori delle Alpi", era così suddiviso: Comandante: Giuseppe Garibaldi; Segretario del Comandante: Giovan Battista Basso; Stato maggiore comandato da Giuseppe Sirtori: Francesco Crispi, Giorgio Manin, Salvatore Calvino, Achille Majocchi, Giacomo Griziotti, Bocchette, Giacinto Bruzzesi; Aiutanti di campo: Stefano Turr, Guglielmo Cenni, Francesco Montanari, Giuseppe Bandi, Pietro Stagnetti; Intendenza: Giovanni Acerbi, Paolo Bovi, Francesco Maestri, Carlo Rodi; I Compagnia comandata da Nino Bixio; II Compagnia comandata da Vincenzo Orsini; III Compagnia comandata da Francesco Stocco; VI Compagnia comandata da Giuseppe la Masa; V Compagnia comandata da Francesco Anfossi; VI Compagnia comandata da Giacinto Carini; VII Compagnia comandata da Benedetto Cairoli; Carabinieri genovesi comandati da Antonio Mosto IMBARCAZIONI: Il piroscafo Piemonte e Lombardo furono le due imbarcazioni utilizzate per trasportare i Mille al comando di Giuseppe Garibaldi da Quarto verso la Sicilia. Erano navi in legno con propulsione a vapore, di proprietà della società armatoriale “Rubattino”, adibite al trasporto civile. Un gruppo di garibaldini, al comando di Nino Bixio, si impadronì nella notte tra il 5 ed il 6 maggio del 1860, delle due navi nel porto di Genova. Si pensa che il furto fosse simulato perché, secondo ricostruzioni storiche, avvenne con un accordo tra la società proprietaria e le massime autorità sabaude. Risulta, inoltre, che un atto notarile, tenuto segreto, stipulato a Torino il 4 maggio 1860 e garantito dal governo sabaudo, regolasse la cessione delle due navi. Il Piemonte, insieme al Lombardo, furono condotte a Quarto, dove fu imbarcato il resto degli uomini e salparono. Garibaldi stesso si imbarcò sul Piemonte, lasciando a Bixio il comando del Lombardo. Durante la sosta a Talamone dal Lombardo fu sbarcato il timoniere Andrea Rossi, dipendente della società Rubattino e “sequestrato” insieme alla nave, e sostituito con il volontario Lorenzo Carbonari, esperto marinaio. Le due navi diressero verso la Sicilia. Giunti a Marsala l’11 maggio 1860, eludendo le navi napoletane, il Piemonte raggiunse il molo, entrò in porto attraccando al molo tra navi mercantili inglesi, mentre il Lombardo si arenò in una secca. Dopo lo sbarco dei garibaldini a Marsala il legno piemontese fu oggetto dei colpi dei cannoni delle navi borboniche sopraggiunte. Il piroscafo abbandonato dai Mille fu poi catturato dalla Real Marina del Regno delle Due Sicilie, passando poi alla Marina del neonato Regno d’Italia: Venne avviato alla demolizione nel 1865. Nel 1864, quattro anni dopo aver sbarcato i garibaldini a Marsala, il Lombardo naufragò presso le isole Tremiti, dopo essere finito su una secca a causa di una tempesta, mentre navigava nell’Adriatico, trasportando detenuti da Ancona verso il carcere delle isole Tremiti. PROVENIENZA REGIONALE Molti della spedizione dei Mille proveniva dalla provincia di Bergamo. In base alla provenienza regionale, i Mille possono essere così suddivisi: Piemonte (29), Circondario di Nizza (3), Liguria (160), Lombardia (435), Trentino (11), Alto Adige (1), Friuli (21), Veneto (151), Emilia e Romagna (39), Toscana (82), Marche (11), Umbria (5), Lazio (9), Sardegna (3), Abruzzo (1), Campania (17), Puglia (4), Basilicata (1), Calabria (21), Sicilia (42). Il più giovane Garibaldino fu il veneto Giuseppe Marchetti che si imbarcò all'età di quasi undici anni che s’imbarcò assieme al padre Luigi. Molti gli stranieri e gli itliani nati all’estero. Tra questi un'unica donna: Francesco Antonio Merigone (Gibilterra 18/4/1836), nato a Gibilterra; Francesco Bidischini (Smirne 28/9/1835), nato nell'odierna Turchia; Emanuele Berio detto Il Moro (Angola 1840 Napoli 2/3/1861), nato in Angola, allora colonia portoghese. Ernesto Benesch (Balschoru 1842), nato nell'odierna Repubblica Ceca; Natale Imperatori (Lugano 13/3/1830), nato in Svizzera; Menotti Garibaldi (Mostardas 1840 - Roma 1903), figlio di Giuseppe Garibaldi, nato in Brasile; Rosalia Montmasson (Saint-Jorioz, 12/6/1825), nativa nella Savoia (territorio annesso alla Francia nel 1861) e moglie di Francesco Crispi, fu l'unica donna a far parte della I MILLE L’imbarco al porto di Quarto Descrizione Attiva: 7 mesi, contingente creato nell’aprile del 1860 da Giuseppe Garibaldi; Nazione: ufficialmente nessuna (esercito irregolare); Alleanza: Regno di Sardegna; Servizio: invasione ed occupazione militare del Regno delle Due Sicilie dal maggio al novembre 1860; Tipo: fanteria leggera; Ruolo: fanteria d’assalto; Dimensione: 1.089 uomini (allo sbarco a Marsala); Armamento: fucili ad avancarica mod.1848, carabine svizzere mod. 1851 e tre cannoni (Regio Esercito Sabaudo e ex ordinanza); Colori: camicia e berretto rosso; Battaglie: Presa di Marsala, Battaglia di Calatafimi, Battaglia di Milazzo, Strage di Bronte, Presa di Reggio; Decorazioni: Medaglia dei Mille. artigiani, affaristi, commercianti, qualche operaio. I caduti circa 80, di cui 34 durante la battaglia di Calatafimi. L’UNIFORME ROSSA La camicia, la giubba e il berretto rossi erano l’abbigliamento scelto da Giuseppe Garibaldi e dai suoi volontari fin dal 1843, quando il patriota radunò a Montevideo 500 italiani per difendere la Repubblica uruguayana dal dittatore argentino Juan Manuel de Rosas, che voleva conquistarla. Garibaldi, potendo contare su pochi finanziamenti per la sua impresa, trovò del panno di lana rosso, in genere usato per i camici dei macellai per dissimulare le macchie di sangue, con il quale vestì le sue truppe. Le camicie rosse divennero tra i protagonisti della nascita del Regno d'Italia. Nel Museo Garibaldino di Mentana sono esposti alcuni esemplari di giubbe garibaldine. Hanno forma di blusa, il camiciotto da lavoro usato da operai e artigiani di panno resistente, in punti di rosso e guise differenti l'una dall'altra. Guarnite con cordoncini e cordonetti presumibilmente da tappezzeria. Il colletto è quello tipico delle moderne camicie popolari, che all'epoca era utilizzato soltanto per gli abiti da lavoro, rialzato, quello che oggi si definirebbe 'alla coreana'. Alcune hanno tasche simili a quelle attualmente utilizzate nell'abbigliamento casual, altre sono 'sblusate' in vita e tenute con una cinta di cuoio scuro, altre ancora sono più aderenti. Lo sbarco a Marsala spedizione (talvolta in abiti maschili); Desiderano Pietri (Bastia - Calatafimi 15/3/1860) nato in Corsica (Francia); Carlo Podrecca, giuliano della Slavia friulana; Ludovico Sacchy (Sopron 13/9/1826) nato nell'odierna Ungheria; Stefano Türr (Baja 11/8/1825) nato in Ungheria- Budapest 3/5/1908; Carlo Vagner (Meilen 15/8/1837) nato in Svizzera; Lajos Tüköry (italianizzato Luigi Tukory) (Körösladany - Palermo 27/3/1860) nato in Ungheria; Antonio Goldberg (forse Budapest 1826 - Sorrento o Salerno 1862) nato in Ungheria. LA COMPOSIZIONE SOCIALE 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti, circa 500 ex artigiani, ex commercianti. La composizione politica era una sola, quella di sinistra repubblicana, mentre quella sociale, quasi la metà erano professionisti e intellettuali, l’altra metà 49/2011 Pag. 13

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1861 >2011 >> 150° anniversario Unità d’Italia IL COLLEZIONISMO E LA LETTERATURA assume una posizione di estrema punta meridionale dell’Europa, mentre fino a tutta l’antichità aveva una posizione centrale di un impero mediterraneo. Fino all’epoca carolingia, l’Italia ha la sua parte più popolata, più sviluppata, il suo “centro” a sud, molto più a sud di Roma, nel golfo di Pozzuoli, in Sicilia, nelle coste ioniche. Il Nord diventa l’area storicamente più attiva, solo a causa della separazione carolingia, come area imperiale e poi contesa dalle lotte autonomiste delle cento città medievali. Dal punto di vista fisico – geografico la carta scolastica ha poi operato alcuni nascondimenti: l’Italia sembra proiettata su un asse Nord-Sud (che noi usiamo comunemente), mentre è tutta distesa su un asse Nord Ovest – Sud Est: Napoli è più a sud di Bari, ma noi non lo percepiamo, Trieste (che noi pensiamo a Est) è più a Ovest di Ancona. La Puglia fa parte fisicamente dell’area orientale della Grecia e della penisola balcanica. La dimensione orientale del cosiddetto “sud” è stata ben sottolineata da Ernesto Galli della Loggia nel suo fondamentale “L’Identità italiana” che ha inaugurato la collana del Mulino. Quella famosa cartina scolastica cancella la vicinanza della Sardegna con le isole catalane, con l’Algeria, insomma affievolisce fino a far svanire la dimensione mediterranea che non è stata fondamentale soltanto nell’antichità romana, ma che è alla base del periodo storico, il medioevo, in cui l’Italia era una “superpotenza” come ha ben detto Giorgio Ruffolo in un libro pubblicato da Einaudi nel 2001 e che dovrebbero leggere tutti gli studenti delle medie superiori. La piantina scolastica ci nasconde dunque la fortissima proiezione verso Est, il confronto di un territorio al 60% montagnoso e collinoso, stretto nei suoi 301.277 chilometri quadrati, che sono la metà della Francia, Spagna e Germania, territori, dunque, rispetto al nostro vastissimi e poco abitati, mentre la penisola è caratterizzata da una densità della popolazione eccezionalmente alta, nella poche aree pianeggianti. Noi tendiamo dunque a sottovalutare sistematicamente l’importanza straordinaria della posizione nel mare, nel Mediterraneo, di questa striscia di terra che costeggia l’Europa verso oriente e che ha una piattaforma – la Sicilia – esattamente al centro del mare chiuso dei Romani. Che cosa sarebbe successo se i direttori del Ministero dell’Istruzione del 1861 avessero scelto una carta diversa per le nostre scuole? Se per esempio, avessero scelto la carta che ci propone la Collezione Brandozzi, realizzata proprio nel 1861 con l’Italia vista dalle Alpi, dall’”alto” letteralmente. A noi, vista così, appare “a rovescio”, ma evidentemente non è così: è semplicemente l’Italia vista “dall’Europa”, da un viaggiatore che venendo da Lione, o dal San Gottardo, arriva sul crinale delle Alpi e guarda giù; è l’Italia che vide il generale Bonaparte scendendo dal Gran San Bernardo, l’Italia vista dalle Alpi da Annibale. Questa Italia della piantina Brandozzi non è affatto rovesciata, anzi è posta nella giusta prospettiva: si capisce l’importanza del mare, che è la dimensione del possibile sviluppo economico e civile dell’Italia, dimostra che il Sud d’Italia non c’è: è il mare; dimostra la proiezione e la vicinanza fisica della Grecia, della penisola balcanica, della Tunisia. Ripartiamo dunque dalla geografia, dalle carte, non certo pensando a una loro oggettività, ma interrogandole per le storie che ci raccontano. Questa è l’esperienza eccezionale di questa straordinaria collezione che ci conduce nel tentativo di come rappresentare la posizione dell’Italia rispetto agli altri, e talvolta, nelle carte più antiche, ci fa notare l’importanza delle città italiane, come mondo o sistemi di relazioni internazionali, come nei casi di Venezia e Genova. E’ l’inizio di un nuovo viaggio che abbiamo il dovere di tentare nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Paolo Peluffo Consulente del Presidente del Consiglio dei Ministri per le Celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia C’è un solo simbolo – nelle ricerche sull’immaginario sedimentato nelle abitudini mentali degli italiani - che contenda al tricolore la natura di segno principe dell’identità nazionale. E’ lo “stivale”; la “penisola”. Con la sua forma così peculiare è la cartina geogra- fica dell’Italia che assume forza di simbolo e che taluni pensano addirittura di iscrivere nel bianco della nostra bandiera, tanto essa appare caratterizzante di chi siamo, anzi di “dove” siamo. Eppure, così come noi riusciamo più a cogliere la natura rivoluzionaria del tri- colore italiano - figlio della Rivoluzione francese e del bonapartismo, della carta dei diritti dell’uomo e del codice civile -, ebbene allo stesso modo non riusciamo più a percepire la natura eccezionale di quello “stivale” visto nelle carte scolastiche, con le Alpi in alto e EMESSO IL FRANCOBOLLO DELL’UNITÀ È in vendita il francobollo per i 150 anni dell’ Unità d’Italia. Porta la firma di Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il bollettino illustrativo che accompagna l’emissione di un francobollo autoadesivo da 60 centesimi e di un foglietto, sempre da 0,60, dedicati al 150º dell’Unità d’Italia. Il dentello riproduce il logo ufficiale delle celebrazioni; il foglietto raffigura il tricolore della bandiera italiana, attraversato idealmente da due nastri ondeggianti di colore verde e rosso. Sull’annullo «giorno di emissione» di Roma Quirinale spicca l’indicazione «Il tricolore-Simbolo di identità nazionale». Per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia è stata emessa dalle Poste una raccolta filatelica che racconta la storia del nostro paese, dal 1861 ad oggi, composta di 660 francobolli autentici, completi di annulli dell’epoca. LETTERATURA PATRIOTTICA RISORGIMENTALE I romantici della metà dell’Ottocento affidarono alla letteratura i loro ideali del Risorgimento. A partire da Tommaso Grossi, Massimo d’Azeglio (Ettore Fieramosca, Niccolò Dei Lapi), Francesco Domenico Guerrazzi (La battaglia di Benevento, L’assedio di Firenze). Nel romanzo è presente Ippolito Nievo (Le confessioni di un italiano), una rassegna dei fatti della storia italiana dell’Ottocento. Nel romanzo autobiografico è presente Silvio Pellico (Le mie prigioni). Importante fu anche Luigi Settembrini (Le ricordanze della mia vita). Per le vicende garibaldine risalta il romanzo “Da Quarto al Volturno”, di Giuseppe Cesare Abba. Nella letteratura politica, è importante Giuseppe Mazzini (Dell’amor patrio di Dante), assieme a Vincenzo Gioberti (Il primato morale e civile degli Italiani), Carlo Pisacane (autore di saggi storici e politici) e Carlo Cattaneo, teorico del federalismo repubblicano. Alla storiografia cattolico liberale ispirata dal Gioberti, appartengono, oltre al Manzoni, Carlo Troya (Storia d’Italia nel Medioevo), Luigi Tosti (Storia della lega lombarda), Cesare Balbo (Le speranze d’Italia, Vita di Dante), Gino Capponi (Storia della repubblica di Firenze). Alla neoghibellina appartengono Giuseppe La Farina (Storia d’Italia narrata al popolo italiano, Storia d’Italia dal 1815 al 1850) e Carlo Pisacane. Fra i poeti patriottici figurano Gabriele Rossetti, Goffredo Mameli (Fratelli d’Italia), Luigi Mercantini (La spigolatrice di Sapri, L’inno di Garibaldi), Arnaldo Fusinato (L’ultima ora di Venezia). Nella poesia dialettale domina Gioacchino Belli, in quella burlesca il Giusti. Nìccolò Tommaseo dimostrò le sue capacità letterarie con il romanzo “Tede e bellezza” (1840), i Canti popolari corsi, toscani, greci, illirici (1841) e il monumentale Dizionario della lingua italiana (1856 ). la Sicilia in basso a sinistra; la punta d’Otranto a destra, così, isolato dalla carta d’Europa. Quella immagine scolastica, da una parte, genera delle distorsioni, anche importanti, nella rappresentazione fisica della posizione dell’Italia rispetto al resto d’Europa e del mondo; dall’altra si traduce in una gigantesca opera di “nation building”, o di “nation invention” per dirla con Hobsbawm e la Anderson. La piantina dell’Italia dalle Alpi al mare, nella sua evidenza fisica, nella naturalità dei suoi confini (assai meno quelli verso la penisola balcanica), cancella le divisioni dei sette stati che la dividevano fino al 1860, in secondo luogo cancella in un colpo una divisione ben più profonda: la divisione del centro- nord con il Mezzogiorno che si venne a creare all’epoca di Carlo Magno, Re dei Franchi, che fermò la conquista dei suoi guerrieri e la nascita del nuovo Sacro Romano Impero della nazione germanica all’altezza del monastero di Santo Stefano in Vulture, rinunciando così a conquistare la parte meridionale che per secoli continuerà in parte a vivere con élites longobarde, e in parte a costituire periferia bizantina del mondo della chiesa greca, della storia orientale, di Costantinopoli e ad avere nel mondo arabo il proprio principale contendente. E’ solo nell’ottavo e nono secolo dopo Cristo che Roma Pag. 14 49/2011

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NELLE MIGLIORI GIOIELLERIE AL “EL CORTE INGLES” DI PUERTO BANUS ASSIEME ALLE È PRESENTE MIGLIORI MARCHE MONDIALI DI GIOIELLERIA, 49/2011 DIREZIONE VENDITA IN SPAGNA - CARMINA COSTA TEL.629820595 Pag. 15

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