Grido d'amore

 

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di Celino Bertinelli

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Celino Bertinelli Grido d’amore poesie scelte 1944-2010

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QUELLE POESIE SCRITTE DI SERA Prefazione a cura dell’autore Nel modesto bar di via Beato Pellegrino, a Padova, s’era rimasti anche a guerra inoltrata, quando le bombe cadevano dall’alto e scuotevano i sensi, smarrendo in un fosco avvenire lo spirito inquieto. Poi ne caddero a poca distanza e lasciarono il segno, spingendoci a cercare, oltre la cinta delle mura, un rifugio che ci evitasse il pericolo delle deflagrazioni in città. Andammo così in quella soffitta alla Guizza e non molto tempo dopo in quella cameretta che era parte di una casa rurale, affidando ai campi le nostre speranze. Cronista di giorno, alla sera, quando non ero troppo stanco, mi dedicavo alla poesia e ai racconti. Seduto al tavolino della camera di sfollati, alla luce di una misera lampada, trovavo la quiete della notte e rammentavo i luoghi in cui avevo trascorso la mia giovinezza. Ma nel ricordo c’era anche il fuoco, quello acceso nei campi, o nelle strade cittadine, per preparare le caldarroste, e le faville volavano liete verso il cielo in un turbinio di gioia e di antichi mestieri. Il passaggio dalla luce al dolce calore era una variante poetica, un inconscio desiderio di tornare alla nostra casa. A questo periodo risale la poesia Grido d’amore, datata 10 ottobre 1944. Contrariamente al Grido del pittore norvegese Edvard Munch, che rappresenta un grido d’orrore, la mia poesia sottolinea il sentimento d’amore, che dolcemente si appalesa pensando all’Eterno. Nell’intimo si andava intanto formando un inno che saliva al cielo, si baciava coi raggi del sole, si

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perdeva tra le stelle, che liete ascoltavano sorridendo. In quella solitudine notturna parlavo del tormento del dolore, mentre dentro c’era la richiesta dell’amore desiato. GRIDO D’AMORE Tanto amore vorrei donare, ma solo nel cuore lo debbo serbare. Scorgi il dolore che mi tormenta? Niente mi hai dato di ciò che lo spirito brama. Sogna ancora il mio cuore quel che l’intimo chiede: l’amore dell’essere amato. Nelle parole trovo spesso l’amore che si perde nella luce, rammento i sogni della notte, il rosseggiare del cielo, il soffio del vento che crea e distrugge quel che lo scorrere delle acque del fiume reca. Sulla spiaggia il piede lascia la sua orma, che in breve volger di tempo scompare. Mi chiedo: quante orme potrò ancora perdere? Sono molte le cose che si dicono e passano. I versi mi riconsegnano i ricordi dei ritmi, nel silenzio, della pioggia battente. Rivedo i cirri, la foglia ingiallita, i tempi trascorsi. Rilevo che del mondo di ieri solo il vuoto è restato, e in esso ci si perde. Ma osservando l’immensità del cosmo, trovo nel cuore il seme che conserva l’amore. C.B.

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Celino Bertinelli Grido d’amore poesie scelte 1944-2010

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UNA LUCE DI SERA Luce, che bassa ti perdi tra l’ombre e silente rifletti le pagine bianche, che sorger mi fanno immagine lene di mondi sperduti tra l’ombre; luce, amica mi sei ed anche compagna in veglie gravi dello studio attento, quando pesanti le ciglia pavento e gli occhi rivolgo a te, mia compagna. Tu smorzi nel seno breve desio di dolce riposo e blanda mi stringi portando la mente a quel che sospiro aveva lasciato senza una fine. Un dolce calore emani da lungi quasi indicare che sono alla fine.

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VISIONE In fronte d’avorio e guance granate lieve sta l’ombra dei cigli lucenti, gli occhi cerulei di luce ridenti ridonano al volto visioni amate. Nel gioco di ieri, tra grappoli d’oro e pampini verdi stesi in filari, vidi nel cielo degli occhi tuoi cari immagine alta d’un vivo tesoro. Correvi tra l’erba e il giallo panico giovane Ninfa d’Olimpo discesa; frusciava nel volo il serico serto lasciando una scia a’ fiori contesa. Alta l’immagine apparvemi allora fra cuna e trine da Lari difesa.

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AL RICORDO D’UNA SERA Bianca è la strada e dintorno ha il verde: più cupo tra i rovi, più tenue fra l’erba, l’ombra si smorza al passare dei raggi che vengon dal cielo. Insieme ci ammanta il silenzio dintorno, insieme ci tocca il raggio d’argento, insieme ci accoglie la sera tranquilla. Soli sembriamo tra viottolo e strada, tra il verde dei campi, tra i rovi e l’umida erba. Ma soli non siamo: con noi c’è l’amore, con noi c’è la vita dei cuori che battono. Vivono e cantano i cuori vicini al ricordo d’una sera lungo la strada tortuosa, seduti sull’erba d’una piccola proda. Gli occhi brillavano lucendo di luna e sprizzando bagliori molte cose si dicevano.

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Nel silenzio ancora le dicono e le sussurrano all’erba, ai rovi, ai fiori, alla strada e alla luna.

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MI SENTI VICINO Mi guardi e mi segui nel ritmo del gioco: mi guardi e mi segui quando sereno penso al passato e urgon sul labbro gentili i ricordi. Mi senti vicino e lieta mi segui nel memore viaggio lungo le strade che l’ombre punteggiano. Come stasera quando pensavo al bimbo che andava lieto tra il bianco, solo per via, verso la scuola del tempo passato. Tu vedi con me nel tempo passato un ciclo percorso: lo vedi ricolmo d’affanni e speranze, lo vedi percosso da tristi esperienze, ma vedi tra queste le gioie fiorire e serene lasciare un dolce profumo. E trovi l’effluvio

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di sere d’estate lungo le prode tra le messi dei campi. Rivedi le luci che blande s’accendon in fondo al sentiero; senti quei suoni e senti quegli occhi che cercan tra l’ombre l’ovale d’un volto: ricordi anche tu quegli attimi belli. Per questi mi segui se guardo nel tempo. Scendon le ombre su cose lontane: ma in ombra non resta il ricordo d’allora. È vivo ancor oggi e resta con me, è vivo ancor oggi e resta con te. Così ci accompagna vicino e lontano, sereno e gioioso, come i giorni d’estate quando ciascuno l’altro vedeva.

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QUELL’ANGOLO QUIETO Lo vidi quel giorno, e sempre lo scorgo, quell’angolo quieto dietro la chiesa. Fuori dal tempo m’apparve improvviso; e da brume lontane di anni trascorsi mi parve sortire per magico incanto. Curva la mura possente del Duomo; liscio il muretto dell’ascoso cortile; bianchi su quella i fregi eleganti; gentile su questo un ramo proteso. I ciottoli tondi, le pietre squadrate, il cancello sul fondo, erano semplici tocchi d’un quadro che al tempo s’affidava perplesso. In quell’angolo quieto, che la Padova antica evocava silente, quel giorno sostai e dopo tornai: ivi sentivo lo spirito alto, ivi trovavo serena la pace.

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UNA FAVILLA Il fuoco lancia nel cielo sciami di rosse faville. Rubata dal vento una favilla sfiora le nubi e roca sussurra alla luna: dov’è la mia voce? Una risposta cerca la luna rivolgendosi al sole. Un raggio discende e passando risponde: sali più in alto nel cielo infinito! La rossa favilla al vento ora sfugge e tra i soli e le stelle la voce ritrova.

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LA BAMBOLA ROTTA Una bambola giace scomposta tra i sassi. Un braccio è lontano tra i portici bui. Il volto inscurito ha l’ombra intristita dei capelli arruffati; le membra ed il corpo son morti sui sassi. La guardo passando e una pena mi prende. La bambola fragile sperduta nel buio giace travolta dagli anni trascorsi. Un giorno era lieta, e lieta con lei era una piccola amica. Vestita di trine, coi capelli lucenti e gli occhi animati da luci ammiccanti, tra braccia bambine il tepore sentiva d’un tenero amore. Ed ora? Ov’è la tua amica? Anch’essa travolta dagli anni che passano? O lieta negli anni maturi ti ha tolto da un angolo buio per fuori gettarti

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tra polvere e fango? Fredda, bambola rotta tu giaci tra i sassi e la sabbia: ma forse è men fredda la notte che ti avvolge dell’angolo scuro di una casa nemica.

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LE IMMAGINI MOSSE Oltre la porta dai bordi di pietra, nel gioco dei veli mossi dal vento, scorgo la strada alta sul fiume. Gli alberi dai bracci scarniti ne segnano il bordo; tra questo e la riva c’è u breve sentiero; poi scende la proda scoscesa e selvaggia, coperta d’erbaccia e di pruni avvizziti. Nel fondo c’è l’acqua che tutto rispecchia. Oltre le piante s’erge la cinta, testimone muta di tempi lontani. Lungi si vedono alti i palazzi moderni. L’acqua che passa per un attimo vive le immagini mosse delle mura e delle case. Lo sguardo indiscreto che segue tra i veli il fiume che scorre, quelle immagini coglie e dentro conserva il dolce ricordo.

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