Di carne assente

 

Embed or link this publication

Description

di Giovanna Mulas

Popular Pages


p. 1

Giovanna Mulas DI CARNE ASSENTE o Il monologo della candela

[close]

p. 2

razza senza padrone che si agita nella carne e il sangue, quando non richiesta. Neri, troppo neri. Ti volteggiano attorno senza chiedere il permesso, si confondono col buio, paiono acquistare forza per uscire da sotto il letto o da dentro l’armadio dove son rimasti chiusi durante le ore di luce. La notte ne senti l’odore, li senti ansimare tutti assieme proprio nel tuo orecchio. Rimbombano calunnie, ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, quanto avresti voluto e chi hai perduto, battono le ore con ansiti. Ecco, questi animali, sì... della razza peggiore. Vanno trattati come si trattano i nemici più temibili: con le carezze. Vanno riconosciuti e rispettati, capiti ma tenuti a testa bassa, sempre a debita distanza o ti riempiono la carne, fino a farla assente. Domani anch’io sarò una di quelle ombre signora. E un giorno anche lei lo sarà. » signora? Il perché. É nato prima il perché o l’uomo? Eterno dilemma, eterna e inutile, inconsapevole scelta... non basta una vita per dare un perché alla vita. Se un perché esiste, forse, sta nascosto negli occhi chiusi di un tizio, uno dei troppi senza medaglia, da Eterno Riposo. Ecco dove sta la fregatura della vita. » « Il perché della vita poi... ah! Che domanda mi fa, « Ecco signora... ora le parlerò di animali. Di quella

[close]

p. 3

SCENA Una finestra, una sedia, una lunga pila di libri ed un grosso orso di peluche rovesciato di lato, con una zampa strappata. Due pannelli imbottiti a formare un angolo retto, al centro della scena. A circondare la scena (come a chiudere il campo d’azione, ingabbiarlo), numerosi specchi a figura intera che rappresentano la personalità multipla di Anna. Appeso ad uno degli specchi, un cappello Borsalino. Poche luci basse, intime e calde, in sottofondo (ad intermittenza) voci di bambini al gioco, rumori di auto sulla strada, miagolio di gatti, rombo di tuono, sciabordio delle onde. SUL MONOLOGO DELLA CANDELA Anna parla della sua storia: l’atroce infanzia, trascorsa con la sorella gemella Margherita tra la cucina e la cantina dove Selena, la madre malata di mente, le rinchiudeva. Anna ha visto, bambina, sua madre assassinare la sorella minore prima di togliersi la vita proprio nella cantina. Il ricordo della tragedia porterà Anna, col tempo, alla follia. In realtà tutta la rappresentazione si svolge dentro la mente umana. É un viaggio claustrofobico, una caduta nella solitudine quindi la follia senza ritorno. Ecco perché, a fine opera, la candela si spenge: la follia ha il sopravvento. A metà rappresentazione le luci si spengono, ne resta solo una in un angolo della scena, piccola, a mo’ di candela. Prima che essa si spenga, il protagonista porta il dito indice tra naso e bocca a indicare un ssssssshhh, di silenzio al pubblico. Perché la pazzia alla quale si è assistito resti tra quelle mura, tra quegli specchi imprigionata nei silenzi. Quando la candela si spegne, l’opera finisce.

[close]

p. 4

PERSONAGGI personalità multipla, si fa chiamare Giacomo, come il marito che ha ucciso qualche anno prima. ANNA, interpretata da una figura maschile, schizofrenica, SIGNORA GRASSA CON CAPPELLINO, rappresenta la pazzia. Nuda, in grembiule da cucina, con un palloncino al guinzaglio. VOCE NARRANTE, fuori campo; saltuariamente interrompe i ricordi del protagonista.

[close]

p. 5

Atto I (sull’infanzia di Selena) La scena è buia. VOCE NARRANTE Un tempo ho creduto, d’innocenza bardata, per sentieri di "Io So". Bozzolo inquieto, statua di nicchia, luna fioca a spicchio, nella stiva. Balenio di stesso fiato: ostinato di breccia, sbandato, senza rotta, in scavo di mente, caduta e risalita. Carne in risposta al sangue in corsa, e di carne assente... Si accendono poche luci sulla scena, basse, intime. Anna è in piedi in mezzo a due materassi, il capo chino sul petto, le braccia distese a mo’ di crocefisso, i palmi delle mani come a sostenere e un materasso e l’altro. Solleva il capo verso il pubblico, sorride apertamente. Allunga le braccia sui fianchi. ANNA Durante la mia vita ho avuto quattro nomi: Selena, Anna, Margherita, Giacomo... Sai che significa guardarti allo specchio e chiedere allo specchio e non a te stesso chi sei veramente ? Lo sai, signora? Oggi, solo per te signora, esco dal

[close]

p. 6

pozzo. Era sempre stata bella, mia madre, Selena Ravern. Già il suo nome era bello... Selena. Sapeva di luna, di sale, di mare... di Selena, appunto. Sin da bambina quando sua madre le acconciava i capelli in setosi boccoli. E i vestiti poi dovevano essere impeccabili e solo d’alta sartoria, magari italiani visto che gli italiani, almeno per cucinare spaghetti, suonare mandolini e creare vestiti d’alta sartoria sono i migliori. Nulla al mondo doveva turbare la vita della contessina. Nulla al mondo. Tranne le urla che aleggiavano come fantasmi, la notte, nella sontuosa villa dei Ravern. Parevano partire dalle scogliere di NonSoDove, quelle grida, per estendersi su, più su, per la città e bucare le nebbie e finalmente giungere a grattare la collina e le mura della villa, ticchettare piano e insinuarsi nelle nascoste crepe dell’animo, districare i pensieri e confondere le menti. Selena, durante quelle lunghe notti, si raggomitolava sotto le coltri e singhiozzava in un chioccolio sommesso; le mani a premere le orecchie e i denti serrati per non gridare anche lei. Era proibito gridare perché una contessina non grida. A volte le urla che sentiva in casa erano squittii lunghi, intermittenti, seguiti da uno scalpiccio per i corridoi; i bisbigli e l’agitazione della servitù, le luci ballerine giù, nel cortile. E Selena sapeva che il mattino dopo, a colazione, sua madre non sarebbe stata presente. Selena ricordava una sera in cui, di nascosto della famiglia, si era intrufolata nella camera da letto dei genitori. Era bellissima quella stanza: legnosa e piena di porcellane, argenti e libri, antichi arabeschi, i letti separati e Trompe l’Oeil in stile rina-

[close]

p. 7

mamma, così ti fai male, quelle ciocche di capelli fra le mani e il sangue che hai sulle dita, oddio ti fai male così). La bocca della madre si era raggrinzita in uno spasmo strano, già diverso. scimentale. Selena amava prendere tra le manine lo specchio ricco d’intarsi della sua mamma, agitare la testa con aria civettuola come non poteva fare davanti a lei, mai. Ecco, quella famosa sera si erano sentiti i soliti passi frettolosi per il corridoio. Selena si era nascosta dentro il guardaroba. La contessa era entrata in camera come una furia sbattendo violentemente la porta. Selena la sentiva passeggiare su e giù per la camera. Poi non l’aveva più sentita. Allora la bambina aveva aperto uno spiraglio tra il guardaroba e l’esterno. La madre, che teneva slegati i lunghi capelli davanti al riflesso della specchiera dorata, districava i riccioli; con la spazzola li stirava troppo forte (stai attenta Suono di un carillon. VOCE NARRANTE (cadenza da ninna nanna) Maledetti tutti quanti siete, maledetti voi che volete solo il mio male, ma il Signore vi punirà. Tutti quanti. Fine della nenia, silenzio. ANNA Selena si era addormentata, piangendo, dentro l’armadio. Al risveglio le urla erano cessate e Selena, intirizzita dal freddo, sgranchiti alla meglio gli arti era sgattaiolata finalmente dalla camera dei genitori – vuota e buia – correndo nella sua. Il

[close]

p. 8

mattino, al tavolo della colazione, la mamma era presente. Almeno fisicamente. Pareva contemplare assorta il vaso ricolmo di magnolie posto su uno dei due trumeaux Luigi XV accanto alle alte finestre drappeggiate di rosso tiziano e crema. Quella mattina si era deciso che Selena sarebbe andata a studiare al collegio. E il tempo era trascorso così, in un istante. Selena aveva sedici anni quando, durante una lezione di letteratura francese, il rettore in persona l’aveva mandata a chiamare: sua madre aveva avuto un incidente. E Selena, dopo anni, aveva fatto ritorno a casa. Nei momenti di lucidità mamma ci raccontava che al suo ritorno a casa non le erano sfuggiti gli occhi gonfi e cerchiati di nero dietro gli occhiali da lettura, l’incarnato cereo e le tempie d’argento del nonno. Lui che aveva sempre tenuto nascosta al mondo la pazzia di mia madre, nascosta alla vergogna di chi, nascosta alla figlia, a se stesso. Anna si avvicina alla finestra, guarda fuori. ANNA La notte passata, tua madre ha avuto una crisi più forte delle altre. – disse il nonno – Si trovava nella tua camera, quando è successo. Lei è… è stata colta da un infarto e… una semiparesi e… oh, Sant’Iddio! Anna si trascina fino alla sedia, ci si accomoda in pizzo, tenendo le mani sopra le ginocchia. Le dita s’intrecciano e si slegano, s’intrecciano e si slegano. Fissa il vuoto davanti a sé.

[close]

Comments

no comments yet