Roero Terra Ritrovata n.1

 

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La rivista storica del Roero: www.roeroterraritrovata.it

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6 Bruno Caccia, un servitore dello Stato 7 Piermario Demichelis runo Caccia nacque il 16 novembre 1917 a Cuneo, dove il padre Vittorio era presidente del Tribunale, in una famiglia originaria di Ceresole d’Alba e con una tradizione in Magistratura risalente ai primi dell’Ottocento (preceduta dalla settecenteca vocazione notarile). Una tradizione che aveva avuto il suo esponente più illustre in Giuseppe Caccia, Procuratore Generale della Cassazione. Compì gli studi a Cuneo fino al Ginnasio e, seguendo gli spostamenti del padre magistrato, li proseguì a La Spezia, conseguendo la maturità ad Asti con un’eccellente valutazione. Iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza, ottenne la laurea magna cum laude nel 1939 con l’illustre professor Allara, laureandosi l’anno successivo anche in Scienze Politiche. Nel 1941 sostenne e vinse il concorso per entrare in Magistratura, giungendo alla Procura di Torino dapprima come Uditore, poi come Sostituto Procuratore. A Torino rimase fino al 1964, quando passò ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 tornò a Torino come Sostituto alla Procura Generale e, nel 1980, andò a presiedere la Procura della Repubblica in sostituzione del dottor La Marca. B La sera del 26 giugno 1983 veniva ucciso a Torino, dinanzi alla propria abitazione, il giudice Bruno Caccia. Originario di Ceresole, erede di una lunga e prestigiosa tradizione familiare in magistratura, Bruno Caccia aveva promosso e seguito alcune delle più importanti indagini della procura torinese in materia di terrorismo prima, di criminalità organizzata poi, facendo luce anche sui primi, scottanti casi di corruzione sottesa ai rapporti tra affari e politica. A 25 anni dalla sua scomparsa ne ricordiamo la vita, le opere e gli affetti attraverso una ricostruzione del suo percorso professionale e umano. Nelle parole di Piermario Demichelis, della figlia Paola e dei colleghi Gian Carlo Caselli e Marcello Maddalena rivivono i valori e la testiomonianza di un indimenticato roerino. Immagine di apertura: la parrocchiale di Ceresole in un disegno di Vittorio Caccia. A sinistra: Bruno Caccia.

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8 Bruno Caccia dro Pertini, che dopo la breve cerimonia si trattenne a Torino passeggiando per il centro come dimostrazione della inflessibilità dello Stato e della determinazione a tornare alla normalità dopo gli “anni di piombo”. Un segnale arrivò dalle aule bunker delle Vallette il 6 luglio: l’esponente di Prima linea Nicola Solimano negò che a uccidere Caccia fosse stata una qualche organizzazione terroristica e fece risalire l’agguato a una «guerra tra bande che si contendono il paese». Cinque giorni dopo furono le Brigate rosse a smentire, sempre dalle Vallette, un omicidio che non avrebbero avuto difficoltà a dichiarare come opera loro. Le indagini continuarono dunque in diverse direzioni. Solo un anno dopo, però, a partire dal luglio 1984, alcuni componenti del clan dei Catanesi cominciarono a collaborare e a ricostruire l’organigramma dei due principali gruppi criminali di Torino, i Catanesi, per l’appunto, e i Calabresi. Da queste collaborazioni emersero i primi elementi concreti sulla matrice dell’omicidio Caccia. La fonte più importante delle indagini sull’omicidio Caccia e sul conseguente processo è costituita dalle dichiarazioni di Francesco Miano, capo del clan dei Catanesi. Già collaboratore, in carcere, dei servizi segreti per indagini sui rapporti tra mafie e terrorismo, venne contattato per avere informazioni sull’omicidio, visto il suo ascendente sugli altri detenuti. Munito di un registratore, Miano precisò fin da subito di voler precostituire prove per dimostrare la propria innocenza nel delitto Caccia, e di volere in seguito parlare con un magistrato. Dopo la collaborazione con i servizi, decise di collaborare pienamente anche con i giudici che indagavano su anni di criminalità organizzata a Torino e in Piemonte. Riferì pertanto che uno dei suoi interlocutori era stato Domenico Belfiore, e che durante i colloqui con il boss dei Calabresi aveva acquisito la convinzione e la prova che fosse stato questi, insieme al suo gruppo, a organizzare e a portare a termine l’omicidio del Procuratore Capo. Gli argomenti di conversazione che facevano convergere su Belfiore la responsabilità dell’agguato erano vari. Riguardo al movente, per Belfiore Caccia aveva la colpa di «infilarsi in tutti i discorsi della Procura e di avere tenuto un atteggiamento di estremo rigore». La causa scatenante sarebbe stata la vicenda della detenzione di Placido Barresi, cognato di Belfiore, con un’accusa di omicidio rivelatasi poi infondata. Miano riferì di aver tentato di conoscere da Belfiore il nome degli esecutori materiali dell’agguato. Ma Belfiore aveva opposto un rifiuto di fronte ai tentativi ripetuti, dicendo a Miano che avrebbe «dovuto essere riconoscente solo a lui». Sulla scorta degli elementi raccolti, soprattutto delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, in particolare quelle di Miano, e delle registrazioni effettuate dallo stesso nel Centro clinico del carcere torinese, il 26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emise un ordine di cattura nei confronti di quattro elementi appartenenti al clan dei Calabresi ritenuti componenti del vertice direttivo del clan: Domenico Belfiore, Placido Barresi, Mario Ursini e Gianfranco Gonella. Lunedì 8 maggio 1989, davanti alla prima Corte d’Assise di Milano, iniziò il processo nei confronti dei primi due per l’omicidio del Procuratore della Repubblica e il 16 giugno la Corte emise la sentenza con la quale condannava Domenico Belfiore alla pena dell’ergastolo, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento delle parti civili, mentre Placido Barresi venne assolto per insufficienza di prove. Fu immediatamente richiesto l’appello. Il secondo grado del processo si celebrò dal 15 al 25 maggio 1990 dinanzi alla Prima Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta dal dottor Renato Cavazzoni. Nella prima udienza la Corte dispose il rinnovo parziale del dibattimento. Il 25 maggio la Corte entrò in camera di consiglio e al termine emise la sentenza che confermava la condanna all’ergastolo di Belfiore, stabilendo l’assoluzione di Barresi con formula ampia. Quanto al movente del delitto, la Corte si rifece a quanto sostenuto in primo grado, evidenziando la situazione criminale e giudiziaria della Torino dei primi anni Ottanta, da quando, il 6 febbraio 1980, il dottor Caccia si era insediato nella sua carica che aveva ricoperto con intransigenza e rigore, rendendosi, a differenza di alcuni suoi colleghi, inavvicinabile per accomodamenti. La sentenza del primo processo d’Appello venne depositata l’11 ottobre 1990 e subito Domenico Belfiore propose ricorso alla Cassazione. 9 Pag. 8: il nuovo Palazzo di Giustizia di Torino, intitolato alla memoria di Bruno Caccia. Nel 1953 aveva sposato la professoressa Carla Ferrari: dalla coppia nasceranno tre figli, Guido, Paola e Cristina. Caccia promosse e seguì molte importanti inchieste. Passiamo brevemente in rassegna quelle salienti. Nel 1973 sostenne l’accusa nel processo d’appello per l’omicidio a scopo di rapina dell’orefice Giuseppe Baudino. Nel 1974 si occupò, scegliendo il dottor Gian Carlo Caselli come Giudice Istruttore, del rapimento del magistrato genovese Mario Sossi. Come Procuratore Capo, promosse l’inchiesta sullo scandalo delle tangenti delle giunte di sinistra del comune di Torino e seguì l’affaire degli oli minerali che aveva coinvolto petrolieri, funzionari ed esponenti di punta del mondo politico e delle forze dell’ordine. Rivestì un ruolo di primo piano anche nella lotta al terrorismo: sotto la sua guida la Procura torinese debellò le colonne cittadine delle Brigate rosse e di Prima linea, con la collaborazione dei primi grandi pentiti del terrorismo, Patrizio Peci e Roberto Sandalo. Ridimensionata l’emergenza terroristica, intensificò gli sforzi della Procura nella lotta ai traffici di droga e alla criminalità organizzata torinese, ambiente in cui maturerà la decisione del suo assassinio. La sera del 26 giugno 1983, verso le 23.15, venne ucciso. Il magistrato era uscito dalla sua abitazione di via Sommacampagna 9 per portare a spasso il cane. Era senza scorta e, all’altezza del numero civico 15 della stessa via, venne raggiunto da una Fiat 128 verde con almeno due uomini a bordo: l’autista arrestò bruscamente la marcia e dal finestrino esplose alcuni colpi di pistola contro il giudice; poi un altro componente del commando scese dall’auto e sparò da distanza ravvicinata, colpendo Caccia al capo con un’altra pistola. Il Procuratore venne immediatamente soccorso e trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale Molinette, ma quando vi giunse non c’era più nulla da fare per salvarlo. Le indagini e i processi Dieci minuti dopo l’agguato giunse la prima rivendicazione, a nome delle Brigate rosse, fatta attraverso un cittadino sollecita- to a telefonare alla Stampa di Torino. A queste ne seguirono altre tre, una alla sede milanese della Rai e due alle redazioni del Corriere della Sera e al Giornale d’Italia. Le motivazioni addotte nelle telefonate erano quelle classiche dell’armamentario terrorista, come la volontà di colpire un “servitore dello Stato”, insieme a quella di vendicare l’arresto, giovedì 23 giugno, del brigatista Pietro Vanzi a Roma. Queste attribuzioni, unitamente alla concomitanza dei processi nelle aule bunker del carcere delle Vallette alle colonne torinesi di Brigate rosse e Prima linea, nonché alla circostanza che si trattasse di una giornata elettorale di rinnovo delle Camere, indirizzarono decisamente le indagini verso il terrorismo di sinistra, contro il quale Caccia si era battuto con felici intuizioni e ottimi risultati. Nella notte vennero subito perquisite le celle delle carceri alla ricerca di qualche documento – di preparazione o di effettiva rivendicazione – che confermasse i sospetti, ma inutilmente. La salma intanto fu ricomposta in un’aula del Tribunale e la camera ardente fu meta della visita di colleghi, autorità e molti cittadini. Il giudice scomparso venne commemorato martedì 28 giugno prima dell’udienza a Prima linea e si attese invano una rivendicazione o quanto meno una reazione da parte dei terroristi. Il 29 giugno si svolsero i funerali alla presenza del Presidente della Repubblica San- Bruno Caccia nacque il 16 novembre 1917 a Cuneo, dove il padre era presidente del Tribunale, da una famiglia originaria di Ceresole d’Alba con una tradizione in Magistratura risalente ai primi dell’Ottocento (preceduta dalla settecenteca vocazione notarile). Una tradizione che aveva avuto il suo esponente più illustre in Giuseppe Caccia, Procuratore Generale della Cassazione. Il 29 giugno 1983 si svolsero i funerali alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, dopo la breve cerimonia, si trattenne a Torino passeggiando per il centro come dimostrazione della inflessibilità dello Stato e della determinazione a tornare alla normalità dopo gli “anni di piombo”.

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10 Bruno Caccia 11 Il ricorso venne dibattuto dalla Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, presieduta nell’occasione dal dottor Stanislao Sibilia, il 9 aprile 1991. La Corte, al termine dell’udienza durante la quale le parti civili e il Sostituto Procuratore generale avevano chiesto il rigetto del ricorso, lo accolse e annullò la sentenza di secondo grado, rinviandola a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano. Il rilievo più importante fatto dalla Cassazione riguardava la causale dell’omicidio. Per la Corte, dalla motivazione della sentenza «non sembra desumibile alcun dato storico di certezza, anche perché rigore morale e incorruttibilità di un magistrato costituiscono appannaggio comune a chiunque faccia parte dell’ordine giudiziario – o almeno alla stragrande maggioranza –, e non viene indicato alcun elemento da cui si ricavi una rilevante differenza di professionalità o qualità rispetto ai predecessori nello stesso incarico di Procuratore della Repubblica di Torino o degli altri magistrati dello stesso ufficio». L’omicidio Caccia tornò per la quarta volta davanti ai giudici il 18 febbraio 1992. Il secondo processo d’Appello si svolse davanti alla seconda Corte d’Assise d’Appello di Milano presieduta dal dottor Giacomo Martino. Dopo dieci giorni la Corte si pronunciò per la conferma della condanna all’ergastolo comminata a Domenico Belfiore in primo e secondo grado. La sentenza venne depositata il 17 marzo 1992 e contro di essa proposero ricorso in Cassazione Domenico Belfiore e la sua difesa. Il ricorso venne esaminato il 23 settembre dello stesso anno dalla Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione, che lo rigettò. Da quel momento divenne definitiva per Belfiore la condanna alla pena dell’ergastolo. Il movente dell’omicidio Quello del Procuratore Caccia è stato un omicidio di stampo mafioso fin dalle sue modalità di preparazione e di esecuzione, nonostante le varie piste seguite dagli inquirenti. Per ciò che riguarda l’analisi della causale del delitto, si nota che per le indagini e per tutti i gradi di giudizio il movente non è unico. I motivi vanno quindi ricercati per prima cosa nella posizione funzionale del dottor Caccia, da lui occupata con impegno e rigore, dalla quale controllava e orientava tutta l’attività inquirente e repressiva della Procura. Questa immagine seria e severa preoccupava molto i delinquenti in generale ma i Calabresi in particolare, che impostavano molto della loro forza su un rapporto privilegiato con alcuni giudici. Con Caccia i Calabresi si crearono, specialmente il capo Belfiore, la «convinzione di avere di fronte un ostacolo imponente», un persecutore accanito del clan. Secondo il rilievo fatto dalla Cassazione, questo non sarebbe motivo sufficiente per l’uccisione di un magistrato, perché la sua posizione è destinata comunque a essere occupata da un altro che svolga con altrettanta solerzia il proprio dovere. Al di là del- la veridicità o meno dell’affermazione per cui il rigore morale è appannaggio della stragrande maggioranza dei giudici, vi è il fatto che Caccia era percepito come fastidio, ostacolo contingente, e per questo andava eliminato: «Peggio di Caccia per noi non c’era nessuno», ricorda un collaboratore di giustizia citando un discorso di Belfiore sulla necessità di rimuovere al più presto tale ostacolo. La percezione della particolarità del modo di interpretare la propria funzione di magistrato da parte di Caccia era purtroppo confermata a Belfiore dall’esistenza di altri giudici “disponibili”, con i quali aveva intrattenuto stretti rapporti. «È il suo rigore verso le supposte compiacenze altrui che rende esplosiva la miscela della paura e del rancore, che rende “utile” il delitto». Un movente che rafforza l’intenzione omicida è la vicenda relativa alla detenzione di Barresi intesa come persecuzione dell’intero clan e ingiustizia insopportabile per il cognato. Per Belfiore si trattava di un coinvolgimento emotivo e personale molto intenso, reso più acuto dal rancore per l’idea di aver subito un grave torto. «Un motivo in più», nella visione semplice ma efficace del capo dei catanesi, Francesco Miano. Esistono però motivazioni forse più importanti della vicenda Barresi: «Il fatto è che l’attività della Procura insidiava direttamente nel portafogli l’attività dei Calabresi, coinvolgendo anche personalmente Domenico Belfiore», dal momento che fin dal 1981 si indagò sulle attività economiche del capo. Grande era la preoccupazione del boss per i possibili sviluppi giudiziari di vicende antecedenti l’arrivo di Caccia a Torino. L’attività di Caccia era dunque sentita come una minaccia ai propri interessi anche e soprattutto per le indagini disposte dal procuratore sulle attività economiche legali del clan, vitali per il riciclaggio e la “pulizia” del denaro proveniente da traffici illeciti. Insomma, Caccia venne ucciso il 26 giugno 1983 perché era un ostacolo grave, concreto, preciso e puntuale all’attività di un clan di tipo mafioso, ma è un fatto che, come disse l’allora giudice istruttore di Torino, Gian Carlo Caselli, «non c’è dubbio che chi ha ucciso Bruno Caccia ha reso un consistente servizio a uno spettro molto ampio di criminalità». Quello del Procuratore Caccia è stato un omicidio di stampo mafioso fin dalle sue modalità di preparazione e di esecuzione, nonostante le varie piste seguite dagli inquirenti. I motivi vanno ricercati per prima cosa nella posizione funzionale del dottor Caccia, da lui occupata con impegno e rigore, dalla quale controllava e orientava tutta l’attività inquirente e repressiva della Procura. Al centro: la lapide in via Sommacampagna a Torino, dove fu ucciso il magistrato. (Foto Dario Ferro) Il presente articolo è parte di un più ampio lavoro di ricerca sulla figura del giudice Bruno Caccia, contenuto nella tesi di Laurea “Il caso Caccia e la mafia al Nord” di Piermario Demichelis (Torino, 1995). Le dichiarazioni riportate nell’articolo sono tratte da alcune sentenze del processo a carico degli imputati per l’assassinio del procuratore Caccia. In particolare, le sentenze riprese sono: -Prima Corte d’Assise di Milano: Sentenza nella causa penale a carico di Belfiore Domenico + 1, 16 giugno 1989. -Prima Corte d’Assise d’Appello di Milano: Sentenza nella causa del pubblico ministero contro Belfiore Domenico + 1, 25 maggio 1990. -Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione: Sentenza sul ricorso proposto da Belfiore Domenico, 9 aprile 1991. -Seconda Corte d’Assise d’Appello di Milano: Sentenza nella causa del pubblico ministero contro Belfiore Domenico, 28 febbraio 1991. -Prima Corte d’Assise di Torino: Le vicende dell’associazione a delinquere dei “cursoti” o “clan dei catanesi”, in Sentenza penale del 5 novembre 1988, pp. 2901-2938.

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Ceresole per noi 12 13 Paola Caccia eresole era per noi, da bambini, un posto tranquillo in cui giungevamo a settembre per rimanerci fino ad autunno inoltrato. Una vecchia casa mai completamente esplorata, gli austeri nonni paterni, i letti altissimi, un antico giardino un po’ buio e misterioso, di quelli col ghiaino di fiume e le siepi di bosso. Dietro la casa, la cascina con la famiglia dei contadini e il nostro territorio di avventura: il cortile con la tampa, una grande stalla e il fienile; e poi animali, pannocchie, carri e trattori. Un mondo che a noi bambini di città appariva variopinto e pieno di odori, di cose vecchie e oggetti curiosi, di abitudini antiche, di persone forti che lavoravano sodo e parlavano ad alta voce. Nella grande casa, in quegli anni tra i Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso, c’erano spesso anche gli zii, con le cuginette. Passavamo le giornate a esplorare il giardino e a giocare in cortile. Mia mamma, cittadina, estroversa, era un po’ insofferente della parsimonia che vigeva in questa casa, per cui a volte si battibeccava con la nonna. Si preoccupava per i possibili pericoli della vita in campagna: aveva paura che cadessimo nella tampa, che fossimo morsi dai cani, che l’acqua del pozzo ci facesse male…, ma comunque noi ci sentivamo sempre molto più liberi che in città. C Mia zia lavorava a maglia, sorniona, con ai piedi il gatto di turno; il nonno, anch’egli magistrato, autorevole ma timido e riservato, faceva vita a sé: curava le sue aiuole (bocche di leone, petunie, zinnie, dalie, rose), disegnava, aggiustava piccoli oggetti. Aveva i suoi spazi – tavolini, scrivanie – ingombri di piattini, polveri, colle, matite, coltellini. Oppure leggeva sulla sua poltrona. Lo osservavo passandogli vicino, ma raramente osavo rivolgergli la parola. Mio padre compariva verso sera. Veniva a godersi la famiglia e il fresco della grande casa dopo la giornata di lavoro. Col nonno si occupava della cascina, discutendo con i contadini della famiglia Burzio (Luisòt, Nino e Augusto) di raccolti, vitelli, pioppi. A Ceresole parlava solo in piemontese. Lo chiamavano l’avucat, come mio nonno. A volte in giardino c’erano ospiti, amici o i parenti della casa vicina. Grandi circoli di gente seduta all’ombra, da cui si levava un chiacchiericcio animato. Più spesso, verso il tramonto, uscivamo a passeggio, a volte con le nostre biciclette o spingendo la carrozzina di mia sorella. L’atmosfera era distesa. I vasti prati brucati da mucche bianche fanno da sfondo ai miei ricordi. Mio padre era soddi- Ceresole era per noi, da bambini, un posto tranquillo in cui giungevamo a settembre per rimanerci fino ad autunno inoltrato. Una vecchia casa mai completamente esplorata, gli austeri nonni paterni, dei letti altissimi, un antico giardino un po’ buio e misterioso, di quelli col ghiaino di fiume e le siepi di bosso. Dietro la casa, la cascina con la famiglia dei contadini e il nostro territorio di avventura: il cortile con la tampa, una grande stalla e il fienile; e poi animali, pannocchie, carri e trattori. Un mondo che a noi piccoli di città appariva variopinto e pieno di odori, di cose vecchie e oggetti curiosi, di abitudini antiche, di persone forti che lavoravano sodo e parlavano ad alta voce. Pag. 12: matrimonio di Nino e Anna Burzio, aprile 1957. Pag. 13 in alto: in cortile, ottobre 1958. A fianco: in giardino con nonni e zii, settembre 1959.

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14 Bruno Caccia l’estate. Lei cercava di portarlo in America, mostrandogli allettanti dépliants. Lui rispondeva che sì, ci sarebbe andato, ma che in fondo si stava molto bene anche lì, a Ceresole, su quella panca, a guardare l’America sui dépliants. E poi non ci andarono più, perché quella era la primavera dell’’83. Certo, sono sicura che, mentre era intento a vangare, estirpare erbacce, legare piantine o togliere “ascelle” ai pomodori, mio padre si rilassasse e, mettendo da parte le sue più grosse preoccupazioni, si rigenerasse. E chissà che questo riposo dello spirito non gli servisse a riordinare le idee, a riflettere sulle questioni di lavoro, su processi e sentenze di cui peraltro non parlava con nessuno di noi. Tornava a Torino stanco fisicamente, bruciato dal sole, gratificato. Portava con sé verdure appena colte che amava cucinare lui stesso, per mangiarle poi con gusto, o che a volte regalava raccogliendone con orgoglio gli elogi. Portava mazzetti di pervinche e qualche rosa di giardino: quelle stesse che ora mettiamo ogni tanto sulla lapide che, a Torino, ricorda il suo sacrificio. Era una persona semplice, e di piaceri semplici si contentava. Nella stagione fredda, a Ceresole, amava accendere stufa e camini, coprirsi con vecchi indumenti pesanti, sempre gli stessi maglioni e scarponi militari; e fare passeggiate all’alba, lui che era mattiniero, sul terreno gelato. Ricordo la mattina di una brinata eccezionale in cui siamo usciti presto, appena sorto il sole, e abbiamo camminato nel freddo pungente, nel bianco dei cristalli e nel blu del cielo, davanti all’arco alpino che si stagliava nell’aria tersa dell’inverno. Mio padre era eccitato, camminava ancora più veloce del solito continuando ad esclamare: «Che spettacolo!». E belle, lunghe passeggiate invernali abbiamo fatto ancora nelle vacanze di Natale dell’’82, le sue ultime, con mio marito e mia figlia, che aveva allora due anni, e il cane. Ero contenta perché sapevo che quelle vacanze con noi e con la nipotina gli davano la soddisfazione di sentire che lì, nella casa dei suoi antenati, ora c’erano e si trovavano bene le nuove generazioni della sua famiglia, a cui era riuscito a trasmettere l’amore per la terra delle sue radici. Quando è morto, dopo lo strazio e lo smarrimento dei primi tempi, è qui che ho ritrovato mio padre. Ho sentito la sua voce risuonare tra i vecchi muri della sua casa, alla presenza di nonni e antenati. L’ho visto curvo nel suo orto, l’ho sentito trafficare nella stanza da lavoro. L’ho seguito nelle sue “passeggiatine veloci” e, timidamente, me lo sono fatto un po’ raccontare da quanti lo avevano conosciuto. Ne è venuto fuori un misto di stima verso l’avucat, cui molti chiedevano consiglio, e di affetto per la persona cordiale che si fermava a chiacchierare in piemontese mentre andava a fare compere in paese. E anche se riposa poco lontano, nel cimitero tra i campi dove quest’inverno lo ha raggiunto nostra madre, ancora oggi lo sento vicino mentre armeggio maldestramente con la vanga nell’orto o mentre richiudo al tramonto le innumerevoli finestre aperte per arieggiare la vecchia grande casa di Ceresole. 15 mano un paio di cesoie o un annaffiatoio, o una bustina di semi: in ogni casa o appartamento in cui abbiamo abitato, si prendeva cura di qualche pianta; in ogni “passeggiatina veloce” che usava fare in qualunque posto si trovasse, osservava piante, orti e giardini, facendo qualche commento di ammirazione. In poco tempo, in effetti, aveva raggiunto risulta- Mio padre era soddisfatto: per lui essere a Ceresole significava aver raggiunto un porto sicuro. Si guardava intorno, sorridente, ammirava i monti in lontananza, osservava le coltivazioni e ogni tanto esclamava: «Ah, come si sta bene a Ceresulìn!». Pag. 14: Bruno ed Elio Caccia con le rispettive famiglie, all’epoca dei lavori di ristrutturazione della casa, 1976. Sotto: la piccola “Kiti” in cortile, ottobre 1963. Al centro: Bruno Caccia in giardino, 1980. Pag. 15, nelle due immagini: il piccolo Guido in braccio a papà Bruno; in cortile con i nonni, ottobre 1963. sfatto: per lui, allora come più tardi, essere a Ceresole significava aver raggiunto un porto sicuro. Si guardava intorno, sorridente, ammirava i monti in lontananza, osservava le coltivazioni e ogni tanto esclamava: «Ah, come si sta bene a Ceresulìn!». Poi, dalla fine degli anni Sessanta, in campagna non ci siamo quasi più andati, almeno noi ragazzi, che passavamo lunghe estati al mare e in autunno andavamo a scuola. Quando i nonni sono morti, mio padre e mio zio hanno deciso di dividere e fare ristrutturare la grande casa, ormai molto malandata. Eravamo intanto negli anni Settanta e confesso che a me, diciottenne, sembrava che ci fossimo imbarcati in un’impresa troppo ardua, uno spreco di fatica e di denaro. Non tardai molto, però, a capire quanto invece ci tenesse mio padre. Parallelamente alla ristrutturazione della casa, alla quale anche mia mamma – dapprima un po’ scettica – si era appassionata, e agli infiniti lavori di restauro, bricolage, pitture, spostamenti di mobili..., mio padre si era dedicato alla risistemazione del giardino, per renderlo meno cupo di come era diventato dopo anni di incuria e, soprattutto, per reimpiantare un orto nella parte più soleggiata. Qui aveva già coltivato durante la guerra, quando la famiglia era sfollata a Ceresole, e coltivando intendeva ora riassaporare quell’intima soddisfazione e ritrovare quel senso di completezza che manca a chi vive in un appartamento di città. D’altra parte, se penso a lui, non posso fare a meno di vederlo con in ti davvero soddisfacenti: sebbene riuscisse a venirci solo nei week end e in qualche furtiva scappata infrasettimanale, il suo orto appariva ordinato e curato e i suoi ortaggi erano spesso “da esposizione”. Gli piaceva confrontarsi con i conoscenti del posto per chiedere consigli, per discutere su tecniche di coltivazione che sperimentava da autodidatta, o per pavoneggiarsi di qualche risultato eccellente: c’è chi ricorda l’occasione in cui andò da Renzo Olivero, proprietario del negozio di alimentari, per mostrare un enorme, perfetto, invidiabile pomodoro di cui andava particolarmente fiero. E una volta, seduti sulla panca del giardino, lui e la mamma facevano programmi per Gli piaceva confrontarsi con i conoscenti del posto per chiedere consigli, per discutere su tecniche di coltivazione che sperimentava da autodidatta, o per pavoneggiarsi di qualche risultato eccellente: c’è chi ricorda della volta che andò da Renzo Olivero, proprietario del negozio di alimentari, per mostrare un enorme, perfetto, invidiabile pomodoro di cui andava particolarmente fiero.

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Il mio maestro Bruno Caccia 16 17 Gian Carlo Caselli o lavorato con Bruno Caccia, praticamente a tempo pieno, per circa tre anni, dal 1974 al 1976. Lui era Pubblico Ministero e io Giudice Istruttore. Insieme abbiamo condotto le indagini che portarono al rinvio a giudizio – e poi alla condanna – di tutti i capi storici delle Brigate rosse (vale a dire H i soci fondatori della banda) e dei fiancheggiatori dell’organizzazione criminale, spesso gravitanti in una “zona grigia” di contiguità di non facile definizione quanto alle responsabilità penali. Bruno Caccia aveva già allora una grande esperienza. Invece io ero ancora… alle prime armi. Perciò ho avuto la fortuna di poter imparare proprio da lui – da un grande maestro – i “fondamentali” del magistrato inquirente. Bruno Caccia aveva sviluppato al massi- mo grado il “senso del possibile”: per ogni problema che si presentava al suo esame sapeva intuire e configurare tutte le possibilità, in fatto e in diritto, che quel determinato caso comportava. Definita l’intera gamma di possibilità, sapeva poi scegliere con motivazioni sempre precise e convincenti. Infine, nella scelta compiuta sapeva restare fermo senza tentennamenti (a dispetto di ogni ostacolo o polemica), sempre che ovviamente non intervenissero nuovi elementi di conoscenza o giudizio. Da Bruno Caccia ho imparato l’importanza fondamentale di sviluppare un buon rapporto con le varie forze della polizia giudiziaria. Un rapporto rispettoso e corretto, finalizzato alla produzione dei migliori risultati investigativi nell’assoluto rispetto delle regole. Ricordo che nei primi tempi i rapporti con gli alti gradi li teneva pressoché esclusivamente lui, perché a lui solo si rivolgevano generali e colonnelli. Da me, “giudice ragazzino”, veniva solo qualche sottufficiale. Poi le cose si “normalizzarono” e anch’io ebbi accesso alle alte sfere. In questo modo potei contribuire, sulle orme e all’ombra di Caccia, ad aprire una stagione nuova nei rapporti fra magistratura e polizia giudiziaria. Questa nuova stagione alla tradizionale separatezza fra polizia e magistratura, alle consolidate difficoltà di comunicazione fra la “scrivania” del magistrato e la “strada” su cui il poliziotto opera, sostituì – in progresso di tempo – forme di strettissima cooperazione. Ferma restando l’autonomia nei propri ambiti, senza appiattimenti gli uni sugli altri, rivendicando anzi le proprie prerogative se necessario con un confronto dialettico anche teso (ricordo bene ancora oggi alcune accese discussioni su orientamenti d’indagine che Caccia non condivideva), si sono moltiplicati e infittiti i momenti di “confusione”, di percorso comune, di complementarietà dei saperi e quindi delle valutazioni e degli interventi. Insieme, del resto, magistratura e polizia cercano di realizzare due valori fondamentali nel contrasto al crimine organizzato: specializzazione e centralizzazione dei dati. Specializzazione vuol dire A fianco: Bruno Caccia era un amante del tennis; qui è impegnato in un torneo a Pragelato (Val Chisone, 1959). Da Bruno Caccia non ho imparato soltanto il “mestiere”. Ho potuto apprezzarne, infatti, oltre alla straordinaria esperienza professionale, prima di tutto l’acuta intelligenza e la capacità di penetrare in profondo, in tutte le sfaccettature, la realtà delle situazioni e delle persone. La requisitoria da lui scritta a conclusione dell’indagine riguardante i capi storici delle Brigate rosse ne è testimonianza esemplare: il terrorismo brigatista, che prima era una nebulosa sconosciuta o confusa, diventa un fatto criminale dai contorni e connotati precisi. Ancora oggi, rileggendola, la requisitoria di Caccia appare come una pietra miliare nella storia del contrasto investigativo-giudiziario della violenza eversiva.

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18 Bruno Caccia di Casale Monferrato; l’assassinio del Procuratore generale di Genova Coco, “punito” dalle Br per non aver ceduto al loro ricatto in occasione del sequestro Sossi, sequestro oggetto principale del processo torinese a carico dei capi storici delle Br; l’infinita catena di delitti scaraventata dalle Br su questo processo per cercare di impedirne in ogni modo la celebrazione, con lo scopo ultimo di dimostrare che «la rivoluzione non si processa». Sempre, in tutte le circostanze difficili, Caccia offriva testimonianza concreta di risposte ferme ma serene. La consapevolezza e preoccupazione per la complessità dei problemi mai facevano ombra alla sua lucida valutazione della realtà. Mai ostacolavano la mobilitazione di ogni energia disponibile. Non c’erano recriminazioni sulle difficoltà, sugli ostacoli, sulle ingiuste accuse. Il tutto intrecciato con una rara capacità di sdrammatizzare, con una giusta dose di ironia, persino le situazioni più tormentate. Come quella volta in cui ero andato a interrogare, nel carcere di Bergamo, un terrorista prossimo a pentirsi, che per prima cosa (come… credenziale) mi disegnò la piantina dettagliata dei luoghi nei quali Caccia, io e altri colleghi andavamo a giocare a tennis, evidenziando la finestra cui soleva appostarsi armato – in attesa del momento “giusto” – M. B., un pericoloso brigatista ancora latitante. Quando, consegnandogli lo schizzo, raccontai tutto a Bruno Caccia, il suo commento fu: «Speriamo che M. B. non si sia segnato il punteggio, sennò che brutta figura ci avresti fatto…». Questo, anche questo, era Bruno Caccia. 19 che chi si occupa di un certo settore deve occuparsi soltanto di questo e occuparsene a tempo pieno, così approfondendo e affinando sempre più le proprie conoscenze e quindi la possibilità di penetrare in profondità la realtà del fenomeno. Senza specializzazione si perde un’importante chance. Allo stesso modo, se non vengono unificati in un unico motore di raccolta i dati ovunque acquisiti, anche mediante lo scambio organizzato e sistematico di risultati fra i diversi uffici, ecco la dispersione in mille rivoli non comunicanti di un patrimonio di conoscenze che è tanto più prezioso quanto più sia concentrato. Ecco che di nuovo manca una carta importante, giocando la quale invece la partita può assumere un ben diverso esito. Di tutto ciò Bruno Caccia fu pioniere e interprete, gettando le basi di un metodo di lavoro che sarà poi sviluppato e perfezionato con i pool di magistrati inquirenti, sul versante dell’antiterrorismo prima e dell’antimafia poi. Da Bruno Caccia non ho imparato soltanto il “mestiere”. Ho potuto apprezzarne, infatti, oltre alla straordinaria esperienza professionale, prima di tutto l’acuta intelligenza e la capacità di penetrare in profondo, in tutte le sfaccettature, la realtà delle situazioni e delle persone. La requisitoria da lui scritta a conclusione dell’indagine riguardante i capi storici delle Brigate rosse ne è testimonianza esemplare: il terrorismo brigatista, che prima era una nebulosa sconosciuta o confusa, diventa un fatto criminale dai contorni e connotati precisi. Un fatto che, una volta decifrato, risulta meno difficile da contenere. Così, la requisitoria di Bruno Caccia costituisce la premessa di necessaria conoscenza per una più efficace lotta contro il terrorismo, fino alla sua sconfitta. Ancora oggi, rileggendola, la requisitoria di Caccia appare come una pietra miliare nella storia del contrasto investigativo-giudiziario della violenza eversiva. Purtroppo è ormai introvabile il libro che (ovviamente a insaputa di Caccia) la pubblicò, premettendovi tre saggi – si fa per dire – scritti da un Pag. 18: Bruno Caccia durante l’inchiesta sulle Brigate rosse, 1974. In alto: all’inaugurazione di un anno giudiziario. terrorista, da un suo avvocato e da un fiancheggiatore, in nobile gara fra loro per denigrare, con farneticazioni varie, il lavoro “controrivoluzionario” degli inquirenti. Senza rendersi conto, nella loro miopia da delirio ideologico, del grande apprezzamento che così tributavano – involontariamente – a Bruno Caccia. Da Bruno Caccia ho pure imparato come provare (lui ci riusciva) a rimanere sereno e forte anche nei momenti più tormentati e difficili. Insieme ne abbiamo vissuti parecchi: la scoperta che qualche “talpa” aveva tradito cercando (per fortuna senza riuscirvi) di impedire l’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini operato dai Carabinieri a Pinerolo l’8 settembre 1974; le infinite, strumentali polemiche che si scatenarono quando l’inchiesta toccò soggetti collocabili a un qualche livello di “eccellenza”, con conseguente accusa agli inquirenti – un classico! – di uso distorto dei loro poteri; la morte del maresciallo Maritano, appostato in un covo delle Br appena scoperto e ucciso da un terrorista sopraggiuntovi poche ore dopo che Caccia ed io avevamo ultimato un sopralluogo proprio in quel covo; l’incredibile evasione di Curcio (poi ricatturato) dal carcere Da Bruno Caccia ho pure imparato come provare a rimanere sereno nei momenti difficili, sdrammatizzando, con una giusta dose di ironia, persino le situazioni più tormentate. Come quella volta in cui ero andato a interrogare un terrorista prossimo a pentirsi, che per prima cosa (come… credenziale) mi disegnò la piantina dettagliata dei luoghi nei quali Caccia ed io andavamo a giocare a tennis, evidenziando la finestra cui soleva appostarsi armato – in attesa del momento “giusto” – un pericoloso brigatista ancora latitante. Quando, consegnandogli lo schizzo, raccontai tutto a Bruno Caccia, il suo commento fu: «Speriamo che non si sia segnato il punteggio, sennò che brutta figura ci avresti fatto…».

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20 Nessuno il suo pronunci nome invano Marcello Maddalena 21 (Estratto dal discorso per la commemorazione ufficiale dei 25 anni dell’omicidio di Bruno Caccia, pronunciato presso il Palazzo di Giustizia di Torino - 26 giugno 2008) ono passati venticinque anni. Ma per chi, come il sottoscritto, ha avuto il privilegio di conoscere Bruno Caccia e di stargli accanto, sono stati S venticinque anni di un colloquio ideale che è sempre continuato e che è sopravvissuto alla morte fisica. Sono cambiati i tempi, sono cambiate le mode, i costumi, le persone, ma sono rimasti i sentimenti, i valori, gli ideali: i valori veri, quelli per cui una vita merita di essere vissuta, che non sono cancellati dalla morte del corpo e che consentono a chi è rimasto di continuare a colloquiare con chi se n’è andato. Un colloquio senza parole, senza sguardi, senza presenza fisica; ma non per questo meno intenso, meno reale, meno vero. Un colloquio che si è nutrito e si nutre di comunanza di affetti e di ideali. E che ha fatto sì che, nello scorrere del tempo, nel susseguirsi delle vicende umane, nell’esplodere delle tempeste che in questi venticinque anni hanno contrassegnato e continuano a contrassegnare miseramente la vita della nazione, l’evolversi della legislazione e lo sviluppo della giurisdizione, la voce di Bruno Caccia sia stata continuamente sentita da chi lo ha conosciuto e ha voluto sentirla. Una voce solitaria, una voce fuori dal coro, la voce di un uomo, di cui nessuna parte e nessun colore politico, nessuna componente sociale, nessuna corrente associativa può avere l’ardire di tentare di appropriarsi. Ricordo qui, come ho ricordato in altra occasione, la sua concezione sacrale dello Stato, delle Istituzioni, della Giustizia, da chiunque fossero rappresentate. Concezione sacrale che lo condusse a dimettersi dall’Associazione Nazionale Magistrati nel momento in cui proclamò il primo sciopero dei magistrati, di cui pure condivideva le ragioni di fondo. Per lui non era concepibile che la magistratura, che è e deve essere un potere dello Stato, scioperasse, come non è possibile che scioperi e non dica messa il sacerdote. Non c’erano per lui né ragioni economiche né ragioni politiche che valessero a giustificarlo. Quale che fosse il governo o la maggioranza parlamentare nel Paese. A quell’epoca ero tesoriere della giunta della locale A.N.M.; ricordo che venne da me, pretese di corrispondere fino all’ultima lira tutto quello che doveva versare come “quota associativa” e mi presentò la lettera di dimissioni. Ovviamente irrevo- cabili, come sono o dovrebbero essere irrevocabili le dimissioni delle persone serie. Ricordo la sua profonda convinzione che il magistero penale dovesse servire, da un lato, a difendere la società da coloro che, commettendo delitti, erano per la stessa pericolosi (i soggetti socialmente pericolosi) e, dall’altro, a rieducare il condannato come stabilisce la carta costituzionale; e come, in quest’ottica, fosse fondamentale la netta distinzione tra i soggetti incensurati e i recidivi. Al punto che controllava personalmente che sulle richieste e sui decreti di citazione a giudizio fosse ben annotata, contestata ed evidenziata la recidiva e l’esistenza delle condizioni che consentivano al giudice di dichiarare l’eventuale condannato “delinquente abituale o professionale o per tendenza”, e se un sostituto si dimenticava questa contestazione, l’aggiungeva lui personalmente a penna. Perché il principio rieducativo permette che prima si perdoni, poi si condoni (non nel senso del condono del 2006), ma a un certo punto ci si decida a “bastonare”. Ricordo ancora il suo assoluto rispetto per quello che allora si chiamava “segreto istrutto- Sono cambiati i tempi, sono cambiate le mode, i costumi, le persone, ma sono rimasti i sentimenti, i valori, gli ideali: i valori veri, quelli per cui una vita merita di essere vissuta, che non sono cancellati dalla morte del corpo e che consentono a chi è rimasto di continuare a colloquiare con chi se n’è andato. Un colloquio senza parole, senza sguardi, senza presenza fisica; ma non per questo meno intenso, meno reale, meno vero. Pag. 20: Marcello Maddalena al Palazzo di Giustizia di Torino, in occasione della commemorazione del 25° anniversario della morte di Bruno Caccia.

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22 Bruno Caccia attributo dello spirito e una qualità personale e non un connotato del ruolo e della funzione. A proposito della quale aggiungeva che lui, da pubblico ministero, non aveva mai chiesto una condanna o una pena che solo quelli a cui sono stato personalmente più vicino) continuano a parlare e farsi sentire, anche dopo la morte. Ho però riesumato dal sacrario dei miei ricordi questi episodi e questi esempi solo per far comprendere come Bruno Caccia non fosse e 23 Ricordo come, per lui, fosse assolutamente sacro il principio per cui il magistrato, fosse esso pubblico ministero o giudice, dovesse ricercare solo ed esclusivamente la verità. La verità sostanziale, non quella meramente processuale. Con coraggio, anche a costo di sfidare l’impopolarità, l’incomprensione, l’ironia, il dileggio. rio”. È rimasta celebre e riportata nel libro di un giornalista sulle Brigate rosse la frase da lui indirizzata ai giornalisti che lo pedinavano e inseguivano mentre a piedi si dirigeva verso la Corte d’Appello: “Correte, correte, tanto non vi dico niente”. Per lui, quello che il legislatore dichiarava segreto, doveva restare segreto, al punto che era assolutamente contrario al riconoscimento del “segreto professionale” per l’attività giornalistica: perché occultare la fonte delle notizie significava licenza di diffamazione e calunnia (ovviamente, da parte della fonte) con garanzia di impunità. Ricordo come, per lui, fosse assolutamente sacro il principio per cui il magistrato, fosse esso pubblico ministero o giudice, dovesse ricercare solo ed esclusivamente la verità. La verità sostanziale, non quella meramente processuale. Con coraggio, anche a costo di sfidare l’impopolarità, l’incomprensione, l’ironia, il dileggio. In quest’ottica, come ho ricordato in altra occasione, ai tempi in cui le Brigate rosse venivano fatte passare per “nere” e alcuni magistrati che troppo indagavano sul traliccio di Segrate venivano invitati da altri colleghi a “fare autocritica”, così serenamente scriveva nella requisitoria al ter- mine della istruzione formale contro il nucleo storico delle Brigate rosse: “Dell’esistenza di tale associazione (che taluni, non si sa se in buona fede, si sono ostinati a chiamare “fantomatiche” o “sedicenti”) parlano di per sé i fatti… Come sempre la storia si ripete, ma mai in modo identico, le ideologie e le prassi si confondono; onde non può destare meraviglia che molte azioni delle Br abbiano un contenuto prettamente squadristico del più classico stampo del fascismo dei primi anni, mentre l’estrazione degli associati è tutta di estrema sinistra e le loro pubblicazioni hanno tutte una ispirazione nettamente marxista o, come essi la qualificano, comunista”. Questa valutazione oggi fa parte della storia; a quell’epoca, per scrivere queste cose ci voleva del coraggio. Anzi, molto coraggio. Che non tutti, anche tra i magistrati, hanno avuto. Sempre in quest’ottica, della ricerca della verità e della riaffermazione della legalità, non esitò ad avviare, subito dopo il suo insediamento a Procuratore della Repubblica di Torino, un procedimento penale, passato anch’esso alla storia, per reprimere i fatti di reato, le violenze e i pestaggi che puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero, per conculcare, in omaggio al diritto di alcuni, l’esercizio da parte di altri dell’altrettanto importante diritto al lavoro. E ricordo ancora il processo cosiddetto “Zampini”, avviato – su coraggiosa iniziativa, che va doverosamente ricordata e additata ad esempio, dell’allora sindaco di Torino Diego Novelli – nei confronti delle prime manifestazioni di Tangentopoli: primizia delle inchieste e dei procedimenti del genere e dimostrazione, testimonianza e riaffermazione che la legge è uguale per tutti e da tutti va rispettata. Per lui, una separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici – soggetti inscindibilmente accomunati, nella sua e nostra ottica, dalla comune ricerca della verità – sarebbe stata assolutamente impensabile, come lo sarebbe stata anche la più modesta riforma dell’ordinamento giudiziario. Ricordo che, arrivato da poco alla Procura della Repubblica come sostituto, mi mandò a sostenere l’accusa in un processo di omicidio in cui avevo redatto, da giudice istruttore, l’ordinanza di rinvio a giudizio; alla mia prospettazione di inopportunità di una simile designazione, rispose che l’imparzialità è un non avrebbe inflitto da giudice. Perché concepiva il ruolo del pubblico ministero con la mentalità e la deontologia del giudice, e questa mentalità e questa deontologia cercava di trasmettere e trasmetteva ai suoi sostituti. In quest’ottica, spesso ammoniva i suoi giovani magistrati (che adorava, perché adorava i giovani e adorava i magistrati giovani) a ricordare che “un avvocato è sempre un avvocato”. Nel che non v’era il minimo disconoscimento, la minima mancanza di rispetto nei confronti di un ruolo e di una professione che massimamente teneva in considerazione, ma unicamente una sottolineatura e una rimarcatura della diversità dei ruoli e delle funzioni, tutte di pari dignità e meritevoli di reciproco, pari, assoluto rispetto, ma diverse nella loro essenza. Non è stata allora certamente la sua morte a impedirmi di sapere che cosa avrebbe detto e pensato di tutti i patteggiamenti, ristretti e allargati, in primo grado e in appello, di tutte le condanne a pena concordata senza dichiarazione di responsabilità che si sono succeduti nel tempo. I grandi come lui (e come altri magistrati: Guido Barbaro, Mario Carassi, per citare Pagg. 22-23: A San Sebastiano Po (non lontano da Chivasso, To) sorge la villa che fu della famiglia di Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio Caccia. Confiscata dallo Stato nel 1999, è oggi gestita da Libera, i cui operatori e volontari, per lo più giovanissimi, stanno restituendo alla società un luogo per anni simbolo dell’illegalità mafiosa al Nord. (Foto Dario Ferro) non sia di nessuno, perché appartiene a un’altra sfera, a un’altra dimensione, ad altre altezze e a nessuno è consentito appropriarsene. Nessuno pronunci il suo nome invano. In questa occasione desidero però aggiungere il ricordo di un ulteriore lascito di cui Bruno Caccia ci ha fatto eredi. Ed è la sua famiglia. Il destino ha voluto che qualche mese fa, proprio nel venticinquesimo anno dalla sua morte, sia mancata anche la sua indimenticabile compagna di vita e di passioni: la signora Carla, detta affettuosamente “Pupa”. In questi venticinque anni la signora Caccia ha non solo conservato, custodito, coltivato, in maniera esemplare e commovente, la sua memoria; ma si è sempre fatta, in ogni occasione, con una facondia e un eloquio certamente non inferiore a quello del marito, attiva e instancabile portatrice del suo messaggio e dei suoi valori: di onestà, probità, rettitudine, impegno, sacrificio, dedizione. Credo che sia sempre doveroso, da parte mia e di tutti, accomunarla sempre, d’ora in poi, nel ricordo del marito. [...] Ho riesumato dal sacrario dei miei ricordi questi episodi e questi esempi solo per far comprendere come Bruno Caccia non fosse e non sia di nessuno, perché appartiene a un’altra sfera, a un’altra dimensione, ad altre altezze e a nessuno è consentito appropriarsene. Nessuno pronunci il suo nome invano.

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Roero da bere 24 25 Mario Deltetto e Tiziano Gaia ul “numero zero” della nostra rivista, uscito lo scorso luglio, Baldassarre Molino ha messo in evidenza come l’importante casata medievale dei Roero abbia influenzato profondamente lo sviluppo politico ed economico del territorio, arrivando col tempo a traslare lo stesso nome dalla famiglia titolare alla zona di influenza. In epoca molto più recente, il nome Roero è stato oggetto di un’ulteriore applicazione, venendo a designare addirittura il prodotto più tipico del settore agricolo di quest’area: il vino. A una prima analisi questa situazione potrebbe sembrare paradossale, in realtà, se analizziamo in modo più approfondito ciò che è accaduto negli ultimi 30 anni del Novecento, possiamo scoprire che tale circostanza è il frutto di un intreccio di vicende umane e sociali ben precise. Il risultato, in altre parole, di un profondo processo in cui si incontrano valori e ideali. Fino a poche decine di anni fa il Roero era un’area fortemente frammentata sotto il S profilo sia amministrativo sia produttivo: alcuni autori si riferiscono a questa zona con il termine di Sinistra Tanaro o di Alto Monferrato. La genesi del cambiamento ha trovato la spinta primigenia nel geometra Baggini di Sommariva Perno, che fu il fondatore della Libera Associazione del Roero (per semplicità abbrevieremo L.A.R.). L’attività della L.A.R. è stata molto ampia, avendo sviluppato iniziative nei campi più disparati, dall’agricoltura allo sport, dall’economia al turismo. In quest’articolo ci concentreremo in particolare sul processo che ha portato all’acquisizione di coscienza necessaria per trasferire – caso più unico che raro nel nostro Paese – il nome di una famiglia aristocratica a un prodotto di eccellenza della terra. Roero: la terra delle idee, le idee della terra La L.A.R. vide la luce il 15 febbraio del 1974. L’associazione si poneva obiettivi molto ambiziosi che miravano a diversi ambiti della vita sociale, come vedremo successivamente. L’associazione diede origine a importanti cambiamenti nel modo di vivere e pensare il Roero; tuttavia, prima di addentrarci nell’analisi dell’attività pratica, è bene prendere in considerazione i valori che la animavano. Lo statuto dell’associazione è una delle fonti da cui poter trarre informazione in merito, in particolare per quanto concerne l’articolo 2: «Il suo principale obiettivo è quello di predisporre il mezzo più efficace per dare vita, reale e genuina, all’esercizio di quella “Partecipazione Popolare” di cui al Titolo IV dello Statuto Regionale, del quale costituisce la parte più schiettamente democratica». Più avanti, nell’articolo 5, vengono esposte in modo chiaro le fondamenta ideologiche dell’associazione: «La sua azione sarà fondamentalmente ispirata ai sani e tradizionali principi di giustizia, libertà e progresso, con lo scrupoloso rispetto della dignità e personalità umana e degli insopprimibili principi di morale». Dalle parole sopracitate si può dedurre che la L.A.R. fu un’officina di idee: in essa non si elaboravano solamente politiche culturali, economiche e sociali, ma principi e valori. Alcuni potrebbero pensare che le parole presenti nello Statuto siano frasi di rito, o un mero orpello letterario, ma se ci fermiamo ad analizzare le opere realizzate e lo spi- Foto grande: il Roero della vite è una geometria di filari che poggiano su suoli spesso sabbiosi e dalle aspre pendenze. (Foto di Marcello Marengo) Accanto: la copertina del volume Roero. vite e vino di Umberto Ambrois (Edizioni Gribaudo, Cavallermaggiore, 1978), che valse all’autore importanti riconoscimenti anche internazionali. Fino a poche decine di anni fa il Roero era un’area fortemente frammentata sotto il profilo sia amministrativo sia produttivo: alcuni autori si riferiscono a questa zona con il termine di Sinistra Tanaro o di Alto Monferrato. La genesi del cambiamento ha trovato la spinta primigenia nel geometra Baggini di Sommariva Perno, che fu il fondatore della Libera Associazione del Roero (per semplicità abbrevieremo L.A.R.). L’attività della L.A.R. è stata molto ampia, avendo sviluppato iniziative nei campi più disparati, dall’agricoltura allo sport, dall’economia al turismo. In quest’articolo ci concentreremo in particolare sul processo che ha portato all’acquisizione di coscienza necessaria per trasferire – caso più unico che raro nel nostro Paese – il nome di una famiglia aristocratica su un prodotto di eccellenza della terra: il vino.

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26 Roero da bere 27 rito con cui queste sono state portate avanti, scopriremo proprio l’esatto contrario. A tal proposito è opportuno ricordare le parole del professor Ambrois, noto enologo e mente ispiratrice della L.A.R.: «Non dimentichiamo che il Roero è composto di persone, le quali lavorano senza alcun egoismo – essendo le cariche non gettonate – ma spinti unicamente dal desiderio di un bene comune» (relazione del 13/12/1975 presentata nell’assemblea svoltasi a Canale). Qualche anno più tardi ribadiva: «Il nostro gratuito impegno si è rivolto all’assistenza vitivinicola: impegno, ripeto, non retribuito e di conseguenza non strumentalizzato. Abbiamo conosciuto a nostre spese quanto sia pesante il prezzo dell’indipendenza, ma siamo fieri di poterci proclamare “liberi”, e “libera” da ogni strumentalizzazione politica ed economica è l’Associazione che rappresentiamo» (relazione del 24/06/1979 presentata nell’assemblea svoltasi a Canale). I settori di intervento della L.A.R. Lasciando l’approccio teorico e avvicinandoci alla dimensione operativa dell’associazione, scopriamo che questa contemplava un’azione diretta nei tre ambiti sotto descritti: Sociale: a questo livello l’associazione cercava di aumentare la possibilità di sopravvivenza delle aziende agricole a conduzione familiare; tale obiettivo era perseguito attraverso la tutela dei prodotti tipici e la sponsorizzazione dell’area roerina tramite stand alle fiere e la creazione di cartoline di interesse turistico. Inoltre vennero patrocinati i “giochi della gioventù” nel 1976 affinchè le attività ludiche incrementassero la coesione tra gli abitanti della zona. Economica: ovvero la creazione di politiche agricole che permettessero lo sviluppo di un’agricoltura di qualità. La creazione del marchio Roero fu uno dei primi passi per raggiungere l’obiettivo. Superficie vitata in Ha 600 500 400 300 200 100 0 2003 2004 2005 2006 2007 La parola ai disciplinari La nuova Docg Roero, evoluzione ulteriore e prestigiosa della già citata Doc risalente agli anni Ottanta, si trova disciplinata sulla Gazzetta Ufficiale del 7/12/2005. Prevede quattro tipologie: Roero, Riserva; Arneis, Arneis Spumante. Il Roero sarà ottenuto da un uvaggio al 95-98% di nebbiolo e 2-5% di altri vitigni a bacca rossa: questa norma sostituisce la precedente percentuale del 2-5% di vitigno arneis. La zona di produzione interessa 19 comuni del Roero. Le operazioni di vinificazione e invecchiamento devono essere effettuate all’interno di suddetto territorio. La resa massima di uva ammessa è di 80 quintali a ettaro per il Roero, 100 per il Roero Arneis, dato che scende rispettivamente a 72 e 90 quintali per la specificazione “Vigna” seguita dal relativo toponimo. Tale specificazione è ammessa per vigneti con un’età d’impianto di almeno 7 anni. Il volume alcolico minimo sarà di 12 gradi per il Roero e 10,5 gradi per l’Arneis. Ecco le nuove norme riguardanti l’invecchiamento: il Roero potrà essere immesso al consumo dopo 20 mesi decorrenti dal 1° novembre dell’anno di vendemmia; il Roero Riserva dopo 32 mesi. Per entrambe le tipologie è previsto un passaggio di almeno 6 mesi in legno. In pratica, tenendo come riferimento la vendemmia 2005, il primo Roero Docg si è potuto gustare a partire dal 1° luglio 2007; il primo Roero Riserva ha visto la luce il 1° luglio 2008. Già nella primavera 2006 si è potuto apprezzare il Roero Arneis Docg. Per un brindisi con bollicine, poi, non resta che attendere l’uscita in questi mesi dei rari spumanti da vitigno autoctono arneis del nostro territorio. Superficie vitata Roero Arneis in Ha 600 550 500 450 Ecologica: attraverso la protezione dell’ambiente della zona, impedendone il deturpamento della flora e della fauna; in tal senso la L.A.R. fu promotrice del Parco delle Rocche. La condizione agricola del Roero Prima degli anni Settanta la situazione produttiva di queste zone era molto complessa e frammentata, l’economia agricola era al limite della sussistenza e non esistevano politiche o piani sociali per la valorizzazione del territorio. Inoltre il fenomeno della polverizzazione fondiaria incrementava enormemente i costi di produzione. L’assenza di un’identità unitaria legata al territorio impediva ai contadini di applicare strategie di mercato in grado di migliorare e omogeneizzare la distribuzione. Un esempio di questa situazione critica è dato dall’Arneis (vedi grafico). Lorenzo Tablino, in un articolo comparso su Gazzetta d’Alba nel 1996, scrive che nel 1964 vi erano poche barbatelle di questa varietà, salvate in extremis dal professor Ambrois all’azienda agricola Carretta. In questa fase di stallo la L.A.R. diede un primo importante input inerente lo sviluppo 2003 2004 2005 2006 2007 Superficie vitata Roero in Ha 200 195 190 185 180 175 2003 2004 2005 2006 2007 del settore primario: la creazione del marchio Roero da apporre ai prodotti agricoli provenienti dai comuni interessati, che erano all’epoca Baldissero d’Alba, Ceresole d’Alba, Corneliano d’Alba, Montaldo Roero, Monteu Roero, Monticello d’Alba, Piobesi d’Alba, Pocapaglia, Santa Vittoria D’Alba, Santo Stefano Roero, Sommariva Perno, Vezza d’Alba. Il marchio entrò in vigore il 22 aprile 1974. Non era specifico per l’ambiente vitivinicolo, ma veniva utilizzato per tutta quella produzione ortofrutticola e zootecnica che dimostrava di aver raggiunto i requisiti richiesti dal regolamento creato dalla L.A.R. Questo fu un primo passo che favorì successivamente la realizzazione di un marchio per i vini (10 Marzo 1975) e lanciò l’iter di richiesta prima, di riconoscimento poi della Doc per il vino Roero (nel 1985). Il marchio nacque con l’intento di accertare il reale quantitativo di prodotto proveniente dalla zona, e pertanto di certificare un’offerta veritiera, garantendo al consumatore che tale prodotto provenisse da un’area ben ristretta e delimitata, comprendente i comuni associati. Il Roero non è, tranne in alcuni punti circoscritti, terra di argille. Una complessa vicenda geologica ha fatto sì che sulla sponda sinistra del Tanaro si accumulassero grandi depositi sabbiosi, gli stessi che ancora oggi, pur con le opportune sedimentazioni, costituiscono la base ampelografica principale del territorio. I rossi a base nebbiolo qui prodotti assumono pertanto una connotazione più gentile, meno austera e potente, con colori meno graffianti e profumi decisamente fruttati. Pag. 26: i grafici mostrano la superficie vitata nel Roero e le sue oscillazioni nel tempo, con riferimento alle due tipologie principali della Doc (ora Docg), Roero e Roero Arneis. (Fonte: Albo Vigneti della Camera di Commercio di Cuneo, dati 2007) Nella foto piccola: la Libera Associazione del Roero si occupò anche della prima rete di cartellonistica sul territorio. I famosi “cartelli gialli” informavano il visitatore, ma erano anche uno stimolo ad accrescere il senso di appartenenza degli stessi roerini.

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28 Roero da bere 29 Il regolamento del marchio si prefiggeva alcuni scopi: > vigilare affinchè non vi fossero in vendita con il marchio Roero vini che non venissero prodotti e imbottigliati in zona; > vigilare sulla conservazione dei vitigni pregiati e sulla loro diffusione in località vocate; > migliorare la produzione e la vinificazione; > svolgere promozione a favore del marchio. L’esigenza di qualificare il Nebbiolo come Roero nasceva dal fatto che il territorio a sinistra del Tanaro è differente rispetto all’Albese. Il 14 febbraio 1976 si tenne la prima riunione a cui furono invitati i rappresentanti dei comuni della zona, delle pro loco, degli agricoltori e tutti coloro che avevano a cuore lo sviluppo economico e culturale dell’area. Il 18 febbraio dello stesso anno, il professor Ambrois sottopose all’assemblea dell’associazione la bozza del disciplinare e richiedeva ai comuni le delibere di approvazione. Il processo che condusse alla ottenimento della Doc durò una decina d’anni e fu accompagnato da molto lavoro e da non poco scetticismo. Le fasi iniziali di questo iter furono particolarmente problematiche poiché si rese necessario un profondo studio pedoclimatico delle diverse zone atte alla produzione del Roero e un fitto dialogo con le amministrazioni locali per creare un sistema di norme davvero tutelante. Il bianco e il rosso. Due anime per un solo canto alla terra (estratto dalla rivista Slowfood 16, febbraio 2006) Pochi terroir in Italia possono contare su una proposta enologica di qualità tanto articolata qual è la gamma di vini prodotti nel Roero. Dai bianchi ai rossi leggeri, dai rossi importanti alle tipologie aromatiche, l’offerta roerina è in grado di assecondare gusti, tendenze e umori del consumatore più esigente. La superficie vitata nel Roero si aggira sui 3500 ettari, di cui 2200 a denominazione di origine. Oltre ad arneis e nebbiolo, varietà su cui ci soffermeremo presto, le cultivar più diffuse sono barbera, favorita e brachetto. Da quest’ultimo si ottiene un vi- no dolce esuberante, particolarmente apprezzato dal mercato, localmente chiamato Birbèt (“birichino”, “monello”, nella parlata locale). Tralasciando la neonata Docg (Denominazione di origine controllata e garantita, vale a dire l’apice della piramide legislativa italiana in fatto di vini di qualità), le altre denominazioni che insistono sul territorio sono la Barbera d’Alba, il Nebbiolo d’Alba e il Langhe Favorita, per un totale complessivo di 23.000 ettolitri l’anno. Vale la pena riflettere su questi dati in quanto, al di là della relativa sterilità dei numeri, forniscono l’immagine di un territorio particolarmente brillante sotto il profilo tecnico e della volontà di non appiattirsi su un solo argomento produttivo. Se poi cerchiamo una carta d’identità più fedele ai reali connotati enologici della zona, allora emergono con forza due tipologie su tutte: il Roero e il Roero Arneis. È proprio su questi due vini, oggetto della nuova Docg, che il territorio sta puntando per affermarsi definitivamente tra i grandi comprensori nazionali. E se la loro storia, burocraticamente intesa, risale a poco più di vent’anni fa (è del 1985 l’istituzione della Doc Roero, di 4 anni più recente quella del Roero Arneis), ben più antica è la presenza in zona dei due vitigni di origine. Del nebbiolo, varietà che sta alla base del Roero, si hanno notizie nell’area fin dal 1303, anno in cui appare citato in un atto di vendita di alcune terre nei dintorni di Canale, capoluogo storico del territorio e centro vitivinicolo principale. La tradizione di coltivare il nebbiolo nel Roero si inserisce nella più ampia, riconosciuta vocazione di tutto il sistema collinare albese alla diffusione e all’allevamento di questo austero e celebre vitigno. Più originale invece la storia dell’arneis, varietà a bacca bianca autoctona del Roero, le cui prime tracce risalgono al 1478: è in quest’epoca che si parla per la prima volta del toponimo Bric Renesio, località sempre nei pressi di Canale. Il termine, in realtà, significa in dialetto “personaggio un po’ matto e bislacco”, espressione che ben si adatta al carattere “estroverso” del vino ot- tenuto. L’impiego dell’arneis per la vinificazione così come la intendiamo oggi è piuttosto recente: in passato lo si impiegava per produrre un vino più o meno dolce, mentre nelle vigne di nebbiolo la sua presenza serviva più che altro a “distrarre” gli uccelli che, attirati dall’aroma gradevole delle sue bacche, risparmiavano in questo modo le più nobili uve rosse. Tutto cambia negli anni Ottanta, quando un’ambiziosa riflessione da parte di alcuni produttori, unita a un crescente interesse in Italia verso vini bianchi secchi di una certa importanza, induce a un drastico cambio di mentalità e stile. Parallelamente, sempre negli anni Ottanta, proseguono la ricerca e il lavoro di miglioramento sul nebbiolo, che culmineranno a metà del decennio con il riconoscimento della Doc. Qui è il terroir a fare la differenza (intesa rispetto alla Langa, dunque al Barolo e al Barbaresco). Il Roero non è, tranne in alcuni punti circoscritti, terra di argille. Una complessa vicenda geologica ha fatto sì che sulla sponda sinistra del Tanaro si accumulassero grandi depositi sabbiosi, gli stessi che ancora oggi, pur con le opportune sedimentazioni, costituiscono la base ampelografica principale del territorio. I rossi a base nebbiolo qui prodotti assumono pertanto una connotazione più gentile, meno austera e potente, con colori meno graffianti e profumi decisamente fruttati. Il tannino, soprattutto, è meno accentuato, con una ricaduta notevole in fatto di finezza ed eleganza. Ma quanto può “vivere” un nebbiolo del Roero? Sicuramente parecchi anni, in linea con le virtù longeve del vitigno. Il disciplinare della nuova Docg mira proprio a esaltare le caratteristiche precipue del vino: da un lato, consentendone l’immissione sul mercato dopo due anni, recepisce la maggior prontezza al consumo del Roero rispetto al Barbaresco e al Barolo; dall’altro, prevedendo per la tipologia Riserva un ulteriore anno di affinamento, asseconda la tendenza di questo vino a maturare molto bene nel tempo, equiparandone così l’uscita sul mercato al Barbaresco e, più in generale, ai grandi rossi della tradizione italiana. Prima pagina del foglio informativo della L.A.R.: è riportato il regolamento che disciplina l’utilizzo del famoso marchio Roero, con cui si riconosce e tutela per la prima volta l’origine dei prodotti agricoli di qualità. (Archivio Umberto Ambrois) Pochi terroir in Italia possono contare su una proposta enologica di qualità tanto articolata qual è la gamma di vini prodotti nel Roero. Dai bianchi ai rossi leggeri, dai rossi importanti alle tipologie aromatiche, l’offerta roerina è in grado di assecondare gusti, tendenze e umori del consumatore più esigente. La superficie vitata nel Roero si aggira sui 3500 ettari, di cui 2200 a denominazione di origine. Oltre ad arneis e nebbiolo, le cultivar più diffuse sono barbera, favorita e brachetto.

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Il Roero al tempo degli Orsi 30 31 Daniele Gaia ggirandosi per le strade e i sentieri sterrati nel Roero del primo Novecento, era normale imbattersi in una coppia di buoi legati con il giogo, solennemente intenti a trainare un pesante aratro di legno o di ferro. Quella di impiegare gli animali come mezzi da lavoro era la sola risorsa che ai contadini era concessa in alternativa alle loro braccia: un aiuto importante, certo, che però non può farci cogliere fino in fondo la differenza abissale che separa la campagna “di allora” da quella tutta macchine e tecnologie che siamo abituati a conoscere oggi. Proviamo allora a indagare sinteticamente sul momento storico in cui nelle campagne del Roero, così come in quelle del restante Piemonte, comin- A ciò a diffondersi l’uso dei mezzi meccanici: diremo già fin da queste premesse che si trattò di una rivoluzione autentica, destinata a segnare in profondità non solo il ritmo di lavoro nei campi, ma la stessa sfera culturale, sociale e perfino affettiva nei nostri paesi, come ben dimostrano alcune delle testimonianze riportate in seguito. Un passaggio epocale, passato alla storia come “l’età degli Orsi”. Era la metà degli anni Trenta: un mattino imprecisato di una stagione che poteva essere primavera o autunno, sulle voci dei ragazzi al seguito dei padri in campagna, oltre il rumore delle catene e delle cinghie dei gioghi tradizionali, sotto il cigolio dei carri traballanti di ritorno in paese, iniziarono a sentirsi nuovi rumori, ritmati, cadenzati, intensi e rochi allo stesso tempo. Tra le capezzagne, nelle vie dei paesi, sulle piazze stranite iniziarono ad aggi- Era la metà degli anni Trenta: un mattino imprecisato di una stagione che poteva essere primavera o autunno, sulle voci dei ragazzi al seguito dei padri in campagna, oltre il rumore delle catene e delle cinghie dei gioghi tradizionali, sotto il cigolio dei carri traballanti di ritorno in paese, iniziarono a sentirsi nuovi rumori, ritmati, cadenzati, intensi e rochi allo stesso tempo. Tra le capezzagne, nelle vie dei paesi, sulle piazze stranite iniziarono ad aggirarsi gli Orsi. No, non le belve che popolano le foreste del grande nord, bensì i primi trattori (Orsi era il nome della fabbrica che li produceva): macchine agricole di nuova generazione. Nelle immagini: Orsi e Landini furono le due aziende che, a suon di modelli via via più efficienti e innovativi, si contesero e spartirono il primo “mercato” dei mezzi agricoli a motore. Un dualismo passato alla storia anche nei manifesti pubblicitari e che rivive, ai giorni nostri, nelle passioni dei numerosi collezionisti.

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32 Il Roero al tempo degli Orsi rarsi gli Orsi. No, non le belve che popolano le foreste del grande nord, bensì i primi trattori (Orsi era il nome della fabbrica che li produceva): macchine agricole di nuova generazione. La prima, vera, concreta “mano” che arrivava ai contadini dalla roboante industria pesante che ormai stava procedendo spedita verso il progresso e, nello stesso tempo, verso la più devastante prova di capacità ingegneristico-meccanica mai fornita prima di allora: la Seconda guerra mondiale. Come per le prime automobili, all’inizio la vista di tali mezzi era un avvenimento sporadico, talmente raro che tra ragazzi si giocava a chi ne avesse visti di più in un mese, poi in una settimana, poi in un giorno… Pochi immaginavano all’epoca che solo pochi decenni dopo quelle macchine così pesanti, scomode e rumorose sarebbero diventate la base imprescindibile dell’agricoltura, l’oggetto fondante attorno a cui costruire un’azienda, subito dopo la terra – e oggi a volte anche prima della terra… Di lì a pochi anni i buoi sarebbero stati pensionati, via…, scomparsi dalle stalle delle cascine, fino alla scomparsa delle cascine stesse, con tutto il loro bagaglio di incontri nelle vijà, di nidi per le rondini, di rifugio per i giochi dei più piccini: tutti aspetti minimi questi, forse, ma che in poco tempo portarono a uno stravolgimento della stessa fisionomia dei paesi e delle contrade. Giunsero gli Orsi, dunque, e con essi i diretti concorrenti in campo commerciale, i Landini: dualismo ancora oggi vivissimo nel mondo del collezionismo, che ha fatto del possesso di questi oggetti un vero culto. 33 Giunsero gli Orsi, dunque, e con essi i diretti avversari in campo commerciale, i Landini: dualismo ancora oggi vivissimo nel mondo del collezionismo, che ha fatto del possesso di questi oggetti un vero culto. Li chiamavano “testa calda”. E non perché facessero le bizze o avessero reazioni scorbutiche (anche se, in effetti, un po’ “nervosi” lo erano, soprattutto se paragonati all’implacabile perfezione tecnologica dei trattori di oggi), ma perché il procedimento che muoveva questi mezzi straordinari era proprio questo: il motore a “testa calda” è un motore endotermico a iniezione, nel quale l’accensione del combustibile è ottenuta mediante l’utilizzo di una superficie rovente. Il mondo agricolo e rurale non fu più lo stesso. Foto grande: una pausa dalla battitura del grano, San Giuseppe di Castagnito. (Archivio famiglia Massucco) A fianco: il libretto del Mod. 700 B della Fiat, di proprietà di Luciano Costa (Vezza d’Alba). Si tratta di un modello unico in Italia: il 700 B, infatti, fu destinato esclusivamente all’esportazione in Jugoslavia, a titolo di risarcimento di guerra.

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