N° 5 - Filmese Febbraio 2016

 

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FILMESE N° 05 - Febbraio 2016

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FEBBRAIO 2016 SOMMARIO • • • • • • IL PUNTO IL CALENDARIO I FILM DI FEBBRAIO I GIOVANI CON IL CIRCOLO FESTIVAL & RASSEGNE FOCUS SUI FILM DEL CIRCOLO • RITRATTI • IL VIAGGIO DI PUPI AVATI • LE NEWS 5 FILMESE-SCHERMI D’AUTORE SCHERMI D’AUTORE NOTIZIARIO PERIODICO DEL CIRCOLO DEL CINEMA IL PUNTO FILM DI IERI E DI OGGI Proseguendo nel percorso di programmazione del cinema a tutto tondo nelle sue varie declinazioni, sensibile alle istanze dei propri Soci manifestate nel sondaggio dello scorso anno e cogliendo l’opportunità di presentare opere importanti nella storia della settima arte, il Circolo del Cinema presenta uno dei film recentemente restaurati del grande maestro giapponese Ozu Yasujiro. Nato nel 1903, attivo nel mondo del cinema come operatore e come regista già negli anni ’30 del 1900, dopo la traumatica esperienza della guerra Ozu ritorna con una serie di film dove via via mette a punto la sua innovativa tecnica, come ad esempio la macchina da presa posta a poca altezza da terra, il frequente ricorso alle ellissi, ed una poetica contemplativa. Rende superflua la necessità di raccontare i grandi eventi, dedicandosi ai piccoli dettagli della natura umana e dei rapporti sociali spesso nell’ambito della famiglia. Tutto è osservato in maniera delicata, discreta ed essenziale. Il suo film Viaggio a Tokio del 1953 secondo la critica internazionale si contende con Quarto Potere di Orson Wells e Vertigo di Hitchcock lo scettro di miglior film di tutti i tempi. Abbiamo preferito però proporre Tarda Primavera, film di pochi anni precedente e con gli stessi attori, in cui secondo molti comincia a manifestarsi la sua arte in termini di alta intensità. Come scrive la rivista Positif: «Che cosa domanda Ozu alla sua attrice preferita Hara Setsuko? Un sorriso, radioso, che diventa pudico o imbarazzato quando gli occhi si abbassano. Questo è sufficiente per fare di lei l’incarnazione dell’ideale femminile. La complicità fra l’attrice ed il cineasta riesce a trasmettere l’indicibile». Di non minore importanza è anche la proposta in questo mese di febbraio del film che viene considerato da molti come la più importante delle opere italiane di questa stagione: Bella e perduta di Pietro Marcello, di cui il Circolo aveva proposto il precedente film La bocca del lupo. Si tratta di un film visionario e poetico che vuole parlarci della situazione dell’Italia odierna. Dopo l’apparentemente irriverente rivisitazione di un al di là che giunge sulla terra, presentato in un film che ha fatto molto discutere al Festival di Cannes dell’anno scorso, l’ultima opera in cartellone, l’egiziano Décor programmato in collaborazione con il Festival di Cinema Africano, vuole segnare infine un forte legame con questa manifestazione di Verona in costante crescita. Roberto Pecci Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Cortella Poligrafica Srl. - Lung. Galtarossa 22 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 215 / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO SUL CINEMA / VIDEOTECA / EMEROTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR / TEL - FAX: 045 8006778 E-MAIL: info@circolodelcinema.it - WEB: www.circolodelcinema.it / Pubblicazione non in vendita riservata ai Soci e agli Amici del Circolo

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PROGRAMMA DI FEBBRAIO 2016 ➀➅ GIOVEDÌ 4 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 TARDA PRIMAVERA di Yasujiro Ozu Giappone, 1949 - durata: 1h 50’ ➀➆ GIOVEDÌ 11 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 BELLA E PERDUTA di Pietro Marcello Italia, 2015 - durata: 1h 27’ ➀➇ GIOVEDÌ 18 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 DIO ESISTE...E VIVE A BRUXELLES di Jaco Van Dormael Lussemburgo/Francia/Belgio, 2015 - durata: 1h 46’ ➀➈ GIOVEDÌ 25 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 In collaborazione con il Festival di Cinema Africano DÉCOR di Ahmad Abdalla Egitto, 2014 - durata: 1h 59’ Alla proiezione delle 21.30 sarà presente Stefano Gaiga, Direttore Artistico del FCA TUTTI I FILM VENGONO PRESENTATI PRESSO IL CINEMA K2 VIETATO L’INGRESSO IN SALA DOPO L’INIZIO DEL FILM SI RACCOMANDA DI SPEGNERE I TELEFONI CELLULARI 2

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16 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 4 FEBBRAIO 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 TARDA PRIMAVERA (BANSHUN) REGIA: YASUJIR OZU (GIAPPONE, 1949) - DURATA: 110’ - SOTTOTITOLATO SCENEGGIATURA: Noda Kog ̄ o, O.Y. / FOTOGRAFIA: Atsuta Yuh ̄ aru / MONTAGGIO: Hamamura Yoshiyasu / MUSICHE: Itō Senji / SCENOGRAFIA: Hamada Tatsuo / ATTORI: Ryū Chishu,̄ Hara Setsuko, Tsukioka Yumeji, Sugimura Haruko, Usami Jun, Aoki Hohu, Miyake Kuniko, Mishima Masao, Tsubou ̄ chi Yoshiko / PROD.: Shoc ̄ hiku Kinema Junpo Awards 1950 : Miglior film / Mainichi Film Concours 1950: Miglior film, miglior attrice (Setsuko Hara), miglior regista, miglior sceneggiatura Uno di sei capolavori di Ozu recentemente restaurati e digitalizzati dalla Shōchiku, la storica major nipponica che ha prodotto la maggior parte dei 54 film del regista. Grazie all’accuratezza del restauro, i Soci potranno ammirarne la fotografia, il colore e il suono, così come li aveva voluti il Maestro. nel film, ma solo la sua preparazione – il che è praticamente usuale nel cinema di Ozu, pieno di impreviste e splendide ellissi. Il finale con il padre rimasto da solo in casa porta in primo piano l’elemento di amarezza e sacrificio inestricabilmente connesso alla logica ozuiana della necessità del cambiamento. In Tarda primavera, come nei film seguenti, si enuncia la triste considerazione dei genitori vedovi nei film di Ozu: i figli crescono e ti lasciano; e per le figlie è ancora peggio, desideri che si sposino eppure ti senti abbandonato quando vanno via. Accanto a questo, d’altronde, è molto presente in Ozu il concetto della gelosia possessiva del padre nei confronti della figlia: ma anche quella delle figlie verso i padri all’idea che questi meditino di risposarsi. Gelosie contrapposte superate in nome della comprensione dell’inevitabile ciclo della vita. (...) (Christian Viviani, “Trois femmes pour trois maîtres. Kinuyo Tanaka, Hideko Takamine, Setsuko Hara”) È un film-svolta di Ozu, dopo un periodo difficile (la guerra, la prigionia, il ritorno al cinema con due lavori insoddisfacenti). Il film che segna la ripresa della collaborazione - d'ora in poi sistematica - con lo sceneggiatore-alter ego Kōgo Noda. E anche la stabilizzazione della collaborazione con un altro alter ego, l'attore Chishū Ryū, che d'ora in poi sarà il 'padre' per antonomasia del cinema 'familiare' di Ozu. Un cinema che quindi tende a conformarsi in 'sistema' chiuso, strutturato sull'invarianza degli stessi personaggi-paradigma - le coppie padre-figlia, fratello-sorella, marito-moglie, madre-figlio, - e in grado di evolversi solo in virtù di una combinatoria 'interna', del tutto autosufficiente, di situazioni canoniche e di tipologie fisse, di film in film appena leggermente modificate. Un 'sistema' chiuso di relazioni che diviene un sistema linguistico, una grammatica per immagini. E una sintassi narrativa, tutta affidata al ritmo interno di tali immagini perlopiù fisse e alla progressione che si stabilisce con l'armonica coniugazione dell'una con l'altra inquadratura (come quella dell'immagine ferma per alcuni secondi su un bellissimo vaso con l'immagine successiva sul volto piangente della ragazza). Ma ci sono anche gli esterni, sul Giappone che si va industrializzando e americanizzando. Solo si riducono a istantanee; un panorama di tetti, di ciminiere. E c'è pure uno straordinario lungo carrello su una gita in bicicletta dei due 'innamorati' lungo la spiaggia. Qualcuno ha scritto che il gesto finale del film è un gesto zen, e "che la mela è la mela del buddhismo la cui lunga sbucciatura segue il ciclo eterno delle cose" (in un altro lungo piano fisso precedente, Ryū procedeva con la stessa estrema accuratezza al taglio 'rituale' delle unghie dei piedi). (Sergio Arecco, da “Dizionario Universale del Cinema”, a cura di Fernaldo di Giammatteo) Filmese riprende questo articolo di Gianni Rondolino, pubblicato su “La Stampa” del 13 febbraio 2003, in occasione dell’apertura della retrospettiva berlinese di Ozu, come omaggio al critico e storico del cinema da poco scomparso. Il ricordo dell’Associazione è a pagina 16. Non aveva mai sentito parlare di Yasuyiro Ozu, il grande regista giapponese di cui ricorre quest'anno (2003, ndr.) il centenario della nascita e il quarantesimo della morte. Per caso, a New York, vide Tokyo Monogatari e ne fu talmente impressionato che lo volle rivedere tre volte. Alla fine concluse che quel film gli aveva cambiato la vita. Sono parole di Wim Wenders che domenica scorsa, al Berlinale-Palast, davanti a un pubblico numeroso e commosso, ha introdotto Tokyo Monogatari, scelto per aprire ufficialmente la retrospettiva dedicata a Ozu, di cui alcuni film si vedranno nel corso del Filmfest e gli altri al Cinema Arsenal sino a fine marzo. Una retrospettiva resa possibile dalla casa giapponese Shōchiku, che ha prodotto la maggior parte dei suoi film e li rimette in circolazione in buone copie sottotitolate in inglese. Della vastissima produzione di Ozu, oltre 50 film in 35 anni di carriera, se ne sono salvati 33; sufficienti a farci conoscere uno degli autori più grandi della storia del cinema, un regista di un rigore formale assoluto e al tempo stesso di una semplicità d'eloquio sorprendente. Come se la sua cinecamera, quasi sempre ad altezza di bambino o di adulto seduto, si limitasse a registrare i piccoli fatti quotidiani, la vita semplice e anonima di ogni giorno. E invece proprio quel suo sguardo infantile diventa l'unico modo di vedere ciò che sta dietro la realtà e ne determina lo svolgimento; i sentimenti, gli affetti, ma anche l'indifferenza, l'egoismo, la perdita dei valori tradizionali.... Così il suo film, in bianco e nero, senza movimenti di macchina o effetti speciali, mantiene, dopo cinquant'anni, la sua straordinaria modernità; e ci introduce mirabilmente nel mondo poetico di un grande regista. (G.R.) Tarda primavera è il film seminale per tutto il cinema del dopoguerra di Ozu, che continuerà a riprenderne ed elaborarne il tema nel suo consueto gioco di variazioni. L’inizio con la cerimonia del tè rappresenta un Giappone antico ed eterno al quale la giovane Noriko è legata come il padre (ambedue amano il teatro Nō). Noriko è una ragazza moderna nel comportamento e nel vestire, ma rispetto al tema del matrimonio mostra nel suo moralismo tutta la durezza dei giovani dei film di Ozu del dopoguerra – in contrapposizione alla tollerante saggezza di Somiya. L’innamoramento di Noriko per il collaboratore del padre non è esplicitato ma delicatamente alluso attraverso la recitazione piena di sfumature di Hara Setsuko. Quando la zia propone un altro fidanzato, dice a Noriko che “somiglia a Gary Cooper” (l’amore di Ozu per il cinema americano non si smentisce mai!). Da notare che non vediamo la cerimonia di matrimonio di cui si è parlato tanto Yasujiro Ozu Regista e sceneggiatore cinematografico giapponese (Tokyo 1903 1963). Ritenuto con Kenji Mizoguchi e Akira Kurosawa uno dei più importanti Maestri del cinema giapponese, ne ha segnato con la sua opera le tappe principali, dagli anni del muto a quelli del colore, arrivando sino alle soglie della modernità. La sua grande influenza sul cinema contemporaneo è stata attestata dagli omaggi di registi come il tedesco Wim Wenders (che nel suo Tokyo-ga cita largamente il celebrato Viaggio a Tokyo, 1953) ed il cinese Hou Hsiao-hsien. Progressivamente il suo cinema venne a focalizzarsi intorno al tema della famiglia, del rapporto tra genitori e figli. 3

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17 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 11 FEBBRAIO 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 BELLA E PERDUTA REGIA: PIETRO MARCELLO (ITALIA, 2015) - DURATA: 87’ SCENEGGIATURA: Maurizio Braucci,Pietro Marcello / FOTOGRAFIA: Pietro Marcello, Salvatore Landi / MONTAGGIO.: Sara Fgaier / ATTORI: Tommaso Cestrone, Sergio Vitolo, Gesuino Pittalis, Elio Germano / PRODUZIONE: Sara Fgaier, Pietro Marcello (per AVVENTUROSA con RAI CINEMA) Locarno International Film Festival 2015 : Junior Jury Award e Menzione Speciale strone, il film ha cambiato strada trasformandosi nella favola di un Pulcinella inviato nelle viscere del Vesuvio per prendersi cura del bufalo Sarchiapone (voce di Elio Germano) salvato da Tommaso. Poetico e rapsodico, il racconto del viaggio dei tre verso la Tuscia passa dal piano della realtà a quello del mito in immagini dal fascino arcano e Pulcinella (Sergio Vitolo) ritrova la sua necessità di maschera misteriosa e antica. (Alessandra Levantesi Kezich, da "La Stampa", 19 novembre 2015) «In questo mondo che ci nega l'anima, essere un bufalo è un'arte». Sarchiapone, bufalotto maschio, dunque destinato al macello perché non può dare latte e mozzarella, nella terra dei fuochi pronuncia verità per chi sa ascoltarle. La sua esistenza improduttiva, non retribuibile, è un'arte; lo è pure l'esistenza della Reggia di Carditello (in provincia di Caserta, luogo natio del regista), come Sarchiapone abbandonata a se stessa. Di entrambi, finché è in vita, si prende cura Tommaso Cestrone, pastore e guardiano volontario della reggia borbonica, stroncato da un'infarto la vigilia di Natale del 2013. L'edificio che ha custodito, con amorevole e non retribuibile dedizione, è tornato anche per suo merito a essere patrimonio dello stato; Pietro Marcello, che aveva messo Tommaso al centro del suo lavoro, dopo la sua morte devia la macchina da presa - con uno scarto fulminante e cruciale, che in un solo etereo movimento annulla le distanze fra cinema del reale e opera di finzione - puntandola invece su Sarchiapone. Ultimo esemplare, solo in ordine di tempo, di quel bestiario cinematografico che oggi parla dell'uomo mettendosi ad altezza di ruminante. Profeta a quattro zampe in una patria bella e perduta (come recita il titolo citando il Va pensiero, in un film che impasta senza soluzione di continuità il suolo fisico con quello letterario dell'Italia risorgimentale; i versi di Gabriele D'Annunzio con il vello delle pecore; la commedia dell'arte con i filmati dell'Archivio Luce), Sarchiapone attraversa un pezzo di Stivale guidato da un Pulcinella che si fa tramite fra mondo e aldilà, ed è in grado - come lo spettatore - di sentire la voce del bufalo. Il cui nome pianta le radici nella letteratura campana dell'epoca barocca e arriva fino allo sketch di Walter Chiari che fu sintesi ironica dell'italica arroganza e ignoranza: un'ellissi folgorante che racchiude nello sguardo liquido, nel discorso rassegnato e lucido dell'animale il ritratto di una nazione. Con l'ausilio in sceneggiatura di Maurizio Braucci - che, da Gomorra ad Anime nere, passando per Reality e Piccola Patria, è collaboratore di alcuni fra i più acuti, e geograficamente ficcanti, sguardi cinematografici sull'Italia di oggi -, Marcello compone un'elegia fatta di terra e di aria, che risostanzia nella materia del cinema, nella grana della pellicola, lo spirito del suo prematuramente scomparso ispiratore, la sua visione non compromessa. (Ilaria Feole, da "Film Tv", 22 novembre 2015) Tommaso Cestrone era un pastore che si era messo in testa di salvare un gioiello di architettura settecentesca, la reggia di Carditello, nel casertano. Morto di infarto la notte di Natale del 2013, a 48 anni, non ha fatto in tempo a veder realizzato il suo sogno. Il regista Pietro Marcello lo aveva incontrato per raccontarne la storia e da quel materiale è partito per realizzare una fiaba moderna in cui, dopo la morte di Cestrone, Pulcinella deve condurre al sicuro uno dei suoi bufali, altrimenti destinati a morte certa. Per la via incontriamo pastori, bracconieri e tombaroli; tutti veri, tutti quasi trasfigurati in allegorie. All'origine c'è dunque un incontro, come era nei film precedenti del regista: il vecchio europeista che viveva sui treni di Il passaggio della linea, o la coppia di La bocca del lupo. Marcello non teme di dire le cose con tono di parabola. E non teme la musica, la sua lotta e simbiosi con le immagini, perché per lui l'Italia è anche una specie di melodia di fondo. Tra i modelli dichiarati di questo sguardo religiosamente cosmico c'è Anna Maria Ortese; ma la forza viene da un occhio sensibilissimo alla fisicità delle facce e dei luoghi, che con candore si fa erede di una lunga tradizione. Ed è quasi inevitabile sentire un riverbero leopardiano nella voce sporca, di indefinibile accento, che Elio Germano regala ai pensieri del bufalo Sarchiapone, attraverso i testi di Maurizio Braucci. Bella e perduta è un canto bellissimo sull'Italia, un'Italia che è anzitutto il Sud, un viaggio nel tempo alla ricerca dell'utopia. Un film disperato, ma anche edificante: sulla ferocia, la grazia, il paesaggio, i morti. Sulla bellezza, appunto, e sulla perdita. Ha la forza del grande poema civile, della fiaba, del cunto, libero dalla narrazione tradizionale (straordinari il montaggio di Sara Fgaier e il lavoro sul sonoro). E si nutre di un amore fisico per il cinema, né cinico né narcisista, intriso di malinconia; il film è girato quasi tutto in pellicola, spesso vecchi rock scaduti. Pietro Marcello osa e, con la sua accorta naïveté, si inventa una maniera nuova di parlare del presente, quella dei grandi anarchici e dei savi folli, sprofondato nelle cose del mondo, che allo stesso tempo sono come viste dalla Luna. A suo modo, con un altro grande come Franco Maresco, Pietro Marcello è il regista più poeta e più politico che abbiamo. Di film così, e non solo in Italia, oggi davvero non ce ne sono tanti. (Emiliano Morreale, da "L'Espresso", 26 novembre 2015) C'è uno stratificato spessore di motivi letterari nel film del casertano Pietro Marcello, già vincitore nel 2009 del Torino Film Festival con La bocca del lupo. L'idea iniziale era quella di un viaggio in Italia partendo dalla storia vera del pastore Tommaso Cestrone, elettosi custode della residenza borbonica di Carditello, situata in un'area luogo di latitanza dei Casalesi e oggi nota per essere la più grande discarica abusiva d'Europa. Ma con l'improvvisa scomparsa di Ce4 PIETRO MARCELLO Nato a Caserta nel 1976, frequenta l’Accademia di Belle Arti, dove studia pittura. Nel 2003 gira i suoi primi cortometraggi e l’anno seguente realizza il documentario Il Cantiere con cui vince l’11a edizione del “Libero Bizzarri”. Del 2005 è il documentario La Baracca; nel 2007 con Il Passaggio della linea, presentato alla 64. Mostra di Venezia, si fa conoscere a livello internazionale, ottenendo riconoscimenti e menzioni. Nel 2009, il suo primo lungometraggio La bocca del lupo viene premiato da diversi Festival, tra cui il Torino Film Festival e la Berlinale. Nel 2011 gira Il silenzio di Pelešjan, presentato come evento speciale a Venezia e in altri festival internazionali. Nel 2015 Bella e perduta è l’unico film italiano in concorso a Locarno.

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18 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 18 FEBBRAIO 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 DIO ESISTE...E VIVE A BRUXELLES (LE TOUT NOUVEAU TESTAMENT) REGIA: JACO VAN DORMAEL (LUSS., FR., BELGIO, 2015) - DURATA: 106’ SCENEGG.: Thomas Gunzig, Jaco Van Dormael / FOTOGR.: Christophe Beaucarne / MONT.: Hervé de Luze / MUSICA: An Pierlé / ATTORI: Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière / PRODUZIONE: Terra Incognita Films, Jaco Van Dormael Austin Fantastic Fest 2015: Miglior film / Biografilm Festival 2015: Premio del pubblico / European Film Awards 2015: Miglior scenografo / Norwegian International Film Festival 2015: Premio del pubblico, Miglior film / Sitges - Catalonian International Film Festival 2015: Miglior attrice (Pili Groyne) originale) ha rappresentato una delle poche occasioni d'intelligente ilarità all'ultimo Festival di Cannes dove era presentato alla Quinzaine des Realisateurs. Van Dormael, 58enne belga come il suo iconico protagonista Poelvoorde, ha confessato di aver montato il film appena dopo gli attacchi parigini a Charlie Hebdo, dandovi il valore aggiunto di una “risata sul presente a qualunque costo, anche di terrorismo”. Da vedere, senza esitazioni. (Anna Maria Pasetti, da "Il Fatto Quotidiano", 26 novembre 2015) Piccola premessa teologica: non è detto che lassù qualcuno ci ami, anzi. Così almeno la pensa Jaco Van Dormael, il talentuoso regista belga di Toto le héros e L'ottavo giorno, che a 58 anni ha fatto solo quattro film ma ogni volta sorprende. Restando comunicativo e popolare, che non sempre per fortuna significa corrosivo. L'assunto di Dio esiste... e vive a Bruxelles (ovvero Le tout nouveau testament) è semplice: come in certe eresie gnostiche, Dio è un mascalzone che ha creato il mondo perché si annoiava e ci tormenta con violenze e ingiustizie. Le eresie però lasciamole ai libri, Van Dormael viene dall'animazione, dal circo, dagli spettacoli per bambini, e in ogni film porta questo gusto infantile per le cose semplici e colorate, che può scadere nel cattivo gusto, ma è anche una formidabile riserva di trovate marca surrealistica: da Ernst a Magritte in poi, del resto, il Surrealismo è nato proprio nel “plat pays” (in terra belga, titolo di una canzone di Jacques Brel, ndr.) (...). Il regista manovra (i personaggi) con il divertimento a volte un po' facile del grande burattinaio che reinventa il mondo a proprio piacimento. Come il narratore onnisciente dei romanzi ottocenteschi (in fondo è lui, Dio). Ma con una tale profusione di gag, paradossi, trovate, che si passa volentieri sopra certi passaggi dolciastri per lasciarsi trasportare in questo mondo, in cui ogni cosa può rovesciarsi nel suo contrario (doppiando un film porno si può trovare l'amore, e perfino scrivere un libro su Proust...). Qualcuno storcerà il naso per il gusto sempre molto pop, evidente nella colonna sonora. Ogni apostolo ha la sua 'piccola musica' interiore, e sono sempre brani celebri, da Händel a Trenet. Ma il bello di Van Dormael è anche nella ricchezza di linguaggio (luci, voci, inquadrature; il risultato è semplice, il percorso meno) con cui piega questo gusto da supermercato al piacere di un film, come si diceva una volta, davvero per tutti. (Fabio Ferzetti, da "Il Messaggero", 26 novembre 2015) Non abbiamo mai amato il cinema di Jaco Van Dormael e quindi siamo doppiamente felici di confessarvi che, vedendo Dio esiste... e vive a Bruxelles, ci è cascata più volte la mandibola e ancora la stiamo cercando. È un film stupefacente, pieno di trovate e di gag, con un tema altissimo e un sottotesto profondo e dolente, insomma è quasi un capolavoro, e usiamo il “quasi' solo per prudenza. Immaginate una versione meno snob di Il favoloso mondo di Amélie arricchita dall'umorismo cosmico dei fratelli Coen, con il copione riveduto da Charlie Kaufman, lo sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e di altri film che mixano stili e piani narrativi in totale libertà... (Alberto Crespi, da “L’Unità”, 26 novembre 2015) E se Dio fosse uno di noi? Ma uno dei peggiori di noi: cinico, bastardo e fancazzista, assente in famiglia e svogliato sul lavoro? Certo, l'uggia di Bruxelles, dove l'onnipotente vive, non aiuta; lo ammette anche la piccola Ea, secondogenita dell'insopportabile divinità, cui il fratellone J.C. - che le parla tramite icona - suggerisce di ribellarsi. E di scrivere un Nuovo testamento suo. È sufficiente procurarsi gli apostoli; magari sei, per arrivare a un totale di 18, come una squadra di baseball, che poi è lo sport favorito della mite e svaporata moglie di Dio (la coppia Benoît Poelvoorde/Yolande Moreau è inarrivabile). Il soggetto esplosivo del quinto film del belga Jaco Van Dormael parte da qui, ed è solo l'inizio; la vera rivoluzione di Ea è nel donare all'umanità quel libero arbitrio che la fede appanna, così si insinua nell'antidiluviano computer del babbo e invia a ogni essere umano un sms con la data della propria morte. Più del reclutamento dei sei autori del nuovissimo testamento, raccontato per capitoli ora leziosi ora jeunettiani, ora dolcemente surrealisti (uno su tutti quello che coinvolge Catherine Deneuve e un gorilla), è irresistibile l'apocalisse tutta individuale che Van Dormael orchestra: la catastrofe è in noi e, non appena conosciamo la nostra data di scadenza, il mondo entra nel caos. Non resta che rifondarlo, in una neo-genesi femminista che rimette il destino dell'umanità in mano alle donne. (Ilaria Feole, da "Film Tv", 29 novembre 2015) Nella città europea per eccellenza e più allarmata del periodo vive anche Dio. Che invece di proteggerla, si nasconde (dall'Isis?) in un attico da dove in pantofole e vestaglia si diverte a punire il genere umano. (...) Folle, dissacrante come raramente si possa concepire un film, onirico e con momenti di comicità irresistibile, Le tout noveau testament (nel titolo JACO VAN DORMAEL Dopo aver studiato regia alla INSAS (Bruxelles) e al Louis-Lumière Institute (Parigi), Jaco Van Dormael inizia la sua carriera come regista di spettacoli teatrali per bambini. In seguito,nei primi anni Ottanta, realizza cortometraggi pluripremiati nei festival. Il suo primo film, Toto le héros - Un eroe di fine millennio (1991) ottiene la Camera d’Or a Cannes. Seguono: L’ottavo giorno (1996, premio a Cannes per i migliori attori protagonisti) e Mr. Nobody (2009). Parallelamente, lavora come regista di teatro e di opera lirica. 5

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19 FILM PREMI: ° GIOVEDÌ, 25 FEBBRAIO 2016, CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 DÉCOR REGIA: AHMAD ABDALLA (EGITTO, 2014) - DURATA: 119’ ALLE 21.30 SARÀ PRESENTE STEFANO GAIGA, DIRETTORE ARTISTICO DEL FESTIVAL DI CINEMA AFRICANO DI VERONA SCENEGGIATURA: Mohamed Diab / FOTOGRAFIA: Tarek Hefny / MONTAGGIO: Sara Abdallah / MUSICA: Khaled Al Kammar / COSTUMI: Selma Samy / ATTORI: Khaled Abol Naga, Maged El Kedwany, Horeya Farghaly, Samar Morsi, Mahmoud Hamdy / PRODUZIONE: Ahmed Badawy, Zein Kurdi per A New Century Prods. XXXVesima edizione del Festival di Cinema Africano (2015): Premio miglior lungometraggio nella sezione PANORAMAFRICA Motivazione del riconoscimento: Per la complessità del tema trattato e il coraggio di mostrare una protagonista alla ricerca di una nuova strada nella propria realizzazione personale e professionale. Un’opera di alta qualità per la produzione e le tecniche di narrazione usate insieme alla interessante delicatezza dei suoi attori nella partecipazione armonica allo svolgimento del film. regista con enigmatici riferimenti, che richiamano i primi film di Kiarostami. Non c’è una chiara risposta, ma forse non è neppure necessaria, alla domanda se la doppia identità di Maha sia solo la descrizione di un esaurimento nervoso. Entrambi i caratteri di Maha proposti con sottili differenze e con grande abilità dall’attrice protagonista propongono un modello di femminilità quale è percepita dall’Egitto di oggi. Abdalla ricorre anche ad esempi musicali esistenti per sottolineare le differenti vite di Maha, che sono ritratte con registi che cambiano da una scena all’altra. Certo in quasi due ore di film non tutti i passaggi temporo-spaziali sembrano essenziali. Particolarmente in un finale che troviamo non completamente risolto. La foto di Tarek Hefny garantisce comunque un’uguale efficacia alla descrizione dei due mondi, proponendo come la scenografia (“il décor”) possa essere ritenuta momento centrale del processo creativo di un film. (Guy Lodge, da “Variety”, 31 ottobre 2014) Il film Décor del regista Egiziano Ahmad Abdalla, il suo quinto film, riflette sulle diverse possibilità di un soggetto cinematografico e propone il ritratto di una identità femminile scissa in due. Questo melodramma di auto-riflessione ha come protagonista una scenografa che trova un’identità alternativa – o forse la sua vera originale identità – nel romantico film che lei stessa sta progettando senza entusiasmo. Mentre rende omaggio alle convenzioni drammatiche e stilistiche del cinema egiziano storico, Décor mostra però riferimenti nella sua superficie di luccicante monocromia alle opere di Douglas Sirk, John Cassavetes, Ingmar Bergman e Woody Allen. Anche in questo film, non scritto direttamente da lui, il regista mostra la statura di grande autore cinematografico e anche se non propone una riflessione politica personale sulla post-rivoluzione, come nei suoi precedenti film, gli importanti riferimenti cinematografici ci fanno capire lo spessore di Abdalla. Décor è un film di tecnica ma anche di empatia emotiva, sebbene nel finale alcune acrobazie strutturali possano far pensare ad un certo autocompiacimento. È comunque il tipo di film che la nostra protagonista Maha avrebbe voluto fare, piuttosto che il soap movie per il quale lei, ben pagata, sta creando le scenografie e gli interni. Donna in carriera senza figli per scelta, lavorando a fianco del suo rilassato marito Maha si fa coinvolgere troppo nel progetto nonostante lei non lo ami a fondo; lavora con un regista indifferente che dà la priorità ad opere di scarso impegno rispetto “ai difficili film per i festival che nessuno capisce”. Questo testo ammiccante rischia di scivolare in un territorio meta-satirico, ma Décor vuole suonare corde di maggiore intimità. In un improvviso, ma elegantemente eseguito cambio spazio-temporale, Maha si trova a vivere la vita della protagonista del film in produzione: un’infelice insegnante d’arte con un gentile e casalingo marito ed in più una giovane figlia. Sta ancora domandandosi il perché di questa misteriosa trasformazione, quando Maha si trova di nuovo catapultata nella sua vecchia vita. Da qui in avanti lei continua a passare da una realtà all’altra con fluidità ed ogni tipo di esistenza rivela i suoi pro e i suoi contro. I dubbi che il film scivoli verso un racconto borghese di una donna che opti per la vita di madre e di moglie sottomessa, sono evitati dal soggetto che mostra i difetti di entrambi i tipi di matrimonio. La sottotraccia cinematografica del B-Movie è proposta in maniera così plausibile, che Maha arriva a domandarsi quale sia la sua realtà e quale sia l’illusione. Tutte le possibilità sono tenute in gioco dal 6 La vita di una giovane donna si confonde nella finzione cinematografica in questo melodramma di realismo magico, che rivolge la sua attenzione agli accadimenti nella società egiziana e nello stesso tempo rende un caloroso tributo alla storia del cinema arabo. Girato in un luminoso bianco e nero, il film Décor sa mescolare con efficacia l’amorevole tributo alla storia del cinema con una personale se pur agrodolce visione dell’Egitto post-rivoluzione. Il regista del film, già vincitore di numerosi premi con le sue precedenti opere Microphone e Rags and Tatters non scrive in prima persona il soggetto di Décor ma ha saputo renderlo interessante con l’efficace ritratto di una donna (la protagonista) e di un’intera generazione di fronte a un importante bivio. Décor è un’istantanea di una donna ad un punto cruciale della sua vita ma è anche una prudente valutazione sulla rivoluzione egiziana non portata a termine e una meditazione sull’eterna tensione tra creatività e business: l’arte non paga mai le bollette. Purtroppo questo sofisticato bilancio traballa un po’ in un finale forse un po’ troppo lungo, dove viene rappresentato un incidente di treno che sembra un po’ artificiale. Abdalla, il regista, e i suoi soggettisti stanno chiaramente sondando il rapporto tra un sottile film drammatico e un melodramma appartenente ai B-movie, ma il loro messaggio appare un po’ confuso. Per fortuna alla fine l’opera ritrova un ulteriore substrato sottotestuale in una coda che si svolge in un cinema, e con il passaggio improvviso dal luminoso bianco e nero a vibranti colori. Nonostante qualche piccolo difetto Décor è un importante e originale contributo al nuovo cinema arabo; a dare lustro ulteriormente al film concorre anche la bella colonna sonora di Khaled Al Kammar . (Stephen Dalton, da “Hollywood Reporter”, 11 marzo 2014) AHMAD ABDALLA Nato al Cairo nel 1979, si diploma alla facoltà di Educazione Musicale e lavora come montatore fino al 1999, curando l’edizione di vari spot cinematografici egiziani. Nel 2002 inizia a lavorare anche come grafico e supervisore di effetti speciali per lungometraggi. Debutta con il film musicale Microphone (2010); segue la rivoluzione culturale egiziana del 2011 con il film collettivo 18 Days, il documentario Tahrir 2011 e il racconto biografico Rags & Tatters (2013).

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO CHRIS MARKER, UN AUTORE VISIONARIO Francesco Lughezzani, 26 anni C hris Marker è un regista dall'identità difficilmente definibile. Lo pseudonimo con cui si è presentato durante tutta la sua vita e carriera identifica un autore visionario, colto e sensibile ad un'idea di cinema senza compromessi. Il suo sguardo ha attraversato e raccontato paesi lontani, si è rivolto verso i mutamenti sociali del proprio paese, la Francia, e non ha mai rinunciato alla più assoluta e indipendente creatività. Il recente riconoscimento da parte del British Film Institute che ha collocato La Jetée, il suo capolavoro, tra i cinquanta film più importanti nella storia del cinema, è un ottimo presupposto alla sua riscoperta. La Jetée (1962), il suo film più conosciuto, è in realtà un cine-romanzo, una sequenza di fotografie accompagnate da un commentario sonoro che guida la narrazione in un intreccio di suoni diegetici ed extradiegetici. Ambientato in un futuro distopico, in cui l’uomo a causa delle distruzioni dovute ai conflitti si è dovuto rifugiare nel sottosuolo, racconta la storia di un prigioniero di guerra che viene sottoposto a sperimentali viaggi nel tempo: per riuscire a trovare la chiave per la sopravvivenza dell’umanità dovrà attraversare i limiti del futuro. L’uomo viene selezionato a questo scopo per la potenza della sua memoria, ed il continuo emergere nei suoi sogni di icone del suo immaginario. Una memoria potente che distingue un eroe in grado di muoversi tra passato e futuro, e di innamorarsi e seguire la donna amata, attraverso i flussi del tempo. La Jetée contiene in forma germinale le prime evidenze dei futuri progetti di Marker sulla memoria delle immagini. Nell’intricato tessuto di figure che costituiscono La Jetée, Marker è riuscito a creare una complessa simbologia iconografica mediante l’utilizzo della dissolvenza incrociata.¹ Il lento passaggio da un’immagine alla successiva crea in alcuni momenti del film delle sovrimpressioni di immagini.² L’impatto visivo di questi fotogrammi, oltre ad arricchire la po- tenza espressiva del film, permette di evidenziare una sottotraccia tematica all’interno de La Jetée. Ciò che nel film appare come sovrimpressione appartiene ad una dimensione di rimosso, di inconscio. Un inconscio del film, tramite il quale il regista vuole comunicarci l’indicibile, ciò che non può essere mostrato direttamente, ciò che non può essere illustrato nel commento.³ Il contenuto di queste figure ibride è estremamente disturbante per lo spettatore, che scorge gli spettri della morte e della distruzione dell’essere umano, non rappresentati direttamente dall’autore. L’illuminante articolo di Réda Bensmaïa From the Photogram to the Pictogram: On Chris Marker’s La Jetée dà un’interessante lettura, a metà fra cinema e psicanalisi, di queste immagini che emergono lentamente nel film di Marker. Prendendo come riferimento le teorie sul pittogramma come manifestazione mentale primaria e arcaica del pensiero umano, sviluppatasi particolarmente nell’infanzia, lo studioso collega l’uso della dissolvenza da parte di Marker con la volontà di far emergere, nelle intersezioni fra i fotogrammi, tutto ciò che la mente non riesce a elaborare razionalmente, con i mezzi che gli sono consueti come la scrittura o la voce.4 Attraverso immagini enigmatiche, che appaiono come fantasmi nella pellicola, e che evocano l’orrore della narrazione di un futuro postnucleare, il regista fa emergere inconsciamente il terrore celato nel suo stesso immaginario, e impossibile da rappresentare direttamente.5 La corruzione della carne, gli effetti della radioattività sul corpo umano e l’apocalisse nucleare appaiono velati, possono essere intravisti solo durante le dissolvenze incrociate.6 L’emersione di queste figure sfumate tra i vari fotogrammi contribuisce a creare un’atmosfera di forte angoscia e tensione oscuramente evocata attraverso una rappresentazione onirica, confusa, ma efficacemente disturbante. L'ossessione di Marker, durante tutta la sua vita, è stata quella di creare una memoria totale, un insieme di immagini fotografiche, filmati, frammenti di film da lui amati, che potessero comporre una memoria virtuale, un flusso di figure che possa richiudere la sua esperienza visuale all'interno di una dimensione in cui lo spazio e il tempo, privi di significato, lasciassero galleggiare i frammenti di una lunga esperienza di vita come viaggiatore, in un vasto oceano, dal quale possano emergere per poterli riscoprire. Il cd-rom Immemory (1997), una delle sue ultime realizzazioni, rappresenta un primo risultato di questa lunga ricerca, la realizzazione digitale e interattiva del suo sogno più audace: una memoria informatica in grado di rappresentare il pensiero umano, nel quale il navigatore possa immergersi, disorientarsi e reinterpretare un complicato flusso di ricordi, emozioni e sogni, nel quale possa muoversi attraverso un complicato intrico di collegamenti ipertestuali, da seguire senza alcuna regola o logica. Documenti, fotografie e filmati raccolti in una vita intera a cui poter accedere creando le proprie connessioni mentali indipendentemente dalle dimensioni di tempo e spazio. L’originalità della sua ricerca e del suo immaginario è stata di ispirazione per innumerevoli registi e la sua recente scomparsa, nel luglio 2012, all’età di novantuno anni, ha riacceso l’interesse verso uno dei più enigmatici e visionari interpreti della storia del cinema. ¹ Marc Vernet, Figures de l'absence; De l'invisible au cinéma, Paris, Cahiers du Cinéma, 1988, trad. it.: Figure dell’assenza. L’invisibile al cinema, Torino, Kaplan, 2008, pp. 63-87. ² La particolarità e la ricchezza di significato di questi ibridi d’immagine sono state studiate anche in chiave psicanalitica da Réda Bensmaïa, che le ha interpretate come pittogrammi, ovvero manifestazioni in immagini dell’inconscio umano dei primi anni di vita. Si veda: Réda Bensmaïa, From the Fotogram to the Pictogram: On Chris Marker’s La Jetée, in «Camera Obscura», n. 24, settembre 1990, pp. 138-161. ³ Philippe Dubois, La Jetée di Chris Marker o il “cinematogramma” della coscienza, in «La valle dell’Eden», anno VII, n. 14, gennaio-giugno 2005, pp. 61-63. 4 R. Bensmäia, op. cit., p. 143. 5 Ivi, p. 152. 6 Ivi, p. 148. 7

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO IL CINEMA AGLI OCCHI DEL MONDO - SONDAGGIO Anna Vallicella, 20 anni Credete sia possibile trovare aiuto in un film? Credete sia possibile che una storia su pellicola possa darvi sollievo, come fosse balsamo per l’anima? Io me lo sono chiesta, e tutt'ora me lo chiedo, ma con la convinzione che la mia opinione sia solo una minuscola virgola nelle infinite pagine della realtà, mi sono cimentata in una sorta di sondaggio. Ho rivolto delle domande ad una serie di individui di varie età, professioni, interessi, convinzioni e devo dire che ho trovato risposte particolarmente interessanti. Ho voluto metterle per iscritto (e credetemi, mi piange il cuore a non poterle trascrivere tutte) per dar voce a cose bellissime e vere, credo io, di persone che, anche se non fanno parte del Circolo, amano il cinema o si interessano ad esso. Per capire meglio, forse, come la società attuale pensa. sto sì, ma non credo che un film possa cambiare la vita, penso sia molto più facile che un film aiuti ad accorgersi che tu stesso stai cambiando. MIRCO CESCATTI - Non ricordo dei film in particolare che mi abbiano influenzato nel modo di pensare o che mi abbiano condizionato a tal punto da modificare il mio comportamento abituale. Probabilmente ci sono stati e mi hanno portato a riflettere su alcuni argomenti, ma sono convinto che oltre al film di per sé, sia fondamentale anche il momento in cui lo si vede. Infatti lo stesso film può portare ad alcune riflessioni e/o ad interrogarsi su determinati temi in base al proprio stato d’animo e al momento della propria vita in cui lo si vede. DOMANDA: Il tuo film preferito ha per te un significato particolare? Se sì, posso chiederti qual è e perché? PETRA BENEDETTI - Il mio film preferito: Vai e vivrai. L'ho visto per caso ad una serata di cineforum. Da sola. E ne sono rimasta entusiasta; tanto che l'ho successivamente comprato. Non ha un significato particolare, ma è tutto l'amore di cui è intriso che mi è rimasto impresso. Una mamma che nega le vere origini del figlio per salvargli la vita e la paura di questo bimbo di essere scoperto. E nonostante questo la speranza, che fa da sovrana in un mondo di deboli e forti, di religioni migliori o peggiori, di famiglie che aiutano o che ostacolano. Di politica malata e di un mondo dove per sopravvivere bisogna rinnegarsi ed essere diversi! MARCO MARANA - Molti film danno risalto alla lotta tra il bene e il male, altri alla forte amicizia tra le persone se non a sentimenti molto forti come l'amore tra due persone. Nel Signore degli Anelli c'è tutto questo e anche di più. Ma se devo essere sincero, il valore che ritengo più alto e che credo sia quello a cui ogni persona dovrebbe anelare, è la libertà. E per libertà intendo il rispetto della libertà degli altri, altrimenti anche la propria non ha valore. In questo senso, L'Attimo fuggente si può considerare come un film che amo alla pari con Il Signore degli Anelli. Questo film insegna a vedere le cose da prospettive diverse, insegna a non accettare a priori regole imposte. Insegna che ingabbiare la libertà delle persone porta sempre a risultati infausti. Insegna che le persone ingabbiate in regole e stereotipi sono infelici. In una società in cui viene deciso dall'alto tutto ciò che dobbiamo fare, come dobbiamo vestirci, cosa dobbiamo comprare ecc. ecc., credo che guardare questo film possa servire per capire l'importanza di essere capaci di non essere infelici. Che siamo noi che possiamo prendere in mano le redini della nostra vita. Che non dobbiamo permettere a nessuno di imporci le loro idee. Che dobbiamo pretendere la Libertà. E che dobbiamo imparare ad amare quella degli altri. Ma siamo appunto in una società che ha bisogno di persone infelici, perché queste riempiono la loro infelicità con l'ultimo prodotto di moda proposto dal mercato. Un cane che si morde la coda e che uccide la Libertà dell'individuo. L'Attimo fuggente insegna che, per cambiare la società, dobbiamo vederla da una prospettiva diversa da quella che ci viene imposta, e che dobbiamo lavorare per cambiare noi stessi. LARA RICCI - Scegliere un unico film preferito sarebbe impossibile. A volte dei film mi colpiscono per la trama o semplicemente per le emozioni che mi suscitano, altre volte anche per il messaggio DOMANDA: Se ti è mai capitato, dimmi uno o più titoli di film che hanno cambiato la tua vita, o comunque il tuo modo di pensare e vivere di conseguenza. PETRA BENEDETTI - Un film che non piace a nessuno: The Butterfly Effect. A me è servito a capire che prima di fare una scelta è bene rifletterci sopra, perché indietro non si torna e quello che scegli ti crea inevitabilmente una catena di eventi ad essa legati. SONYA ANTARES - Sì, non mi ha cambiato la vita ma sicuramente mi ha aiutata a mettermi nei panni di persone malate ed a capire certe patologie prima di impararle sui libri e dal vivo, in quanto faccio la psicoterapeuta, quindi spesso da studente è difficile capire bene cosa può sentire e provare uno schizofrenico o capire le perversioni di un serial killer, ed alcuni film mi hanno aiutata molto in questo, toccandomi profondamente e commuovendomi, per quanto nel film ci possa essere comunque una storia più romanzata rispetto alla realtà; questi film sono stati A Beautiful Mind, Il Silenzio degli innocenti e Red Dragon. Poi ci sono stati La vita è bella e Schindler's List, che mi hanno profondamente commossa e fatto capire più da vicino gli orrori nazisti e a quanto possano arrivare il pregiudizio ed il razzismo. FEDERICA MURARI - Non mi è mai capitato che un film mi abbia segnato al punto da cambiarmi la vita, ma attraverso alcuni film posso dire di aver cambiato il mio modo di pensare e di affrontare certe tematiche. Un esempio che ti posso fare è Brokeback Mountain. Premetto che io non sono omofoba, ma sono cresciuta in un contesto non molto aperto rispetto alla questione dell'omosessualità, il che ha influito sulla mia percezione della cosa. Ad un certo punto ho deciso di guardare quel film, che mi ha in un certo senso aperto gli occhi. Certo, non è uno dei miei film preferiti, nel senso che non mi ha particolarmente entusiasmato o coinvolto, ma è bastato a smuovere qualcosa nel mio modo di pensare riguardo la questione, tant'è che ho iniziato a vedere le cose diversamente. Un altro film che mi ha aiutata a crescere, e sembra ridicolo, perché è un cartone animato, è Il Re Leone. È uno di quei film visti e rivisti, ma ogni volta capisco di più su quello che significa, colgo dettagli diversi. Mi ha insegnato che si può affrontare la perdita, che la famiglia è importante, che non si può scappare per sempre, che non c'è solo il bene, e potrei continuare ancora. PAOLO BENEDETTI - Credo che un film possa far riflettere, que8

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO che trasmettono. Ultimamente, per esempio, mi è capitato spesso di ripensare a uno di questi film, ovvero Se mi lasci ti cancello, che mi ha fatto riflettere sull'importanza dei ricordi che custodiamo e di come siano così importanti nel determinare la persona che siamo. FEDERICA MURARI - Il mio film preferito non è uno soltanto, per questo parlerò dei due che hanno avuto più impatto su di me in generale, non solo nel modo di pensare, ma proprio perché ogni volta che li guardo provo emozioni che non spesso provo realmente. Il primo è Titanic, un classico, che mi travolge emotivamente e mi sconvolge ogni volta, quando lo guardo è come se ci salissi io sulla nave, se facessi quel viaggio, se affrontassi quella catastrofe e ne uscissi viva, ma distrutta moralmente e psicologicamente, e dovessi riaggiustarmi pezzo per pezzo. Non mi colpisce solo dal punto di vista romantico, quindi, certo non escludo che da romanticona quale sono non vada matta per le scene di Jack e Rose e per quel "salti tu salto io", ma mi colpisce la caratterizzazione dei personaggi, le emozioni che riescono a trasmettere, tutti, seppur diversi, la storia che viene raccontata. Dalla madre di Rose che è una donna che agisce per i propri fini; al fidanzato di Rose, motivato solo dai soldi e dall'egoismo; a Rose stessa, che si trova a dover decidere chi vuole essere, e non lo sa, o meglio lo sa ma non riesce ad affrontare la situazione, non da sola. E poi c'è Jack, che vive alla giornata e riesce ad apprezzare tutte le piccole cose. Ma c'è molto altro, davvero, solo che esprimere tutto è difficile, potrei continuare per ore. L'altro film che mi piace da impazzire è Le pagine della nostra vita, questo da vera e propria romanticona, perché posso dire che è da quel film che ho tratto buona parte del mio modo di vedere l'amore. Irrazionale, fedele, coraggioso, testardo, complicato, non sempre a lieto fine. Non mi sono mai innamorata davvero, e forse è perché ho troppe aspettative, perché quando guardo questo film vedo tutto ciò che voglio e non lo trovo nella realtà, anche se quello che questo film insegna è proprio che non ci sono dei requisiti, delle caratteristiche da soddisfare perché una persona sia quella giusta, ma basta magari un sorriso, una chiacchierata e se ci si trova bene, ci si trova bene insomma... Un'altra cosa importante che mi trasmette è che quando hai quello che ami, non hai bisogno di andare in nessun luogo, di fare nient'altro, ma vivi giorno per giorno, apprezzando le piccole cose, mentre io, che evidentemente ancora non ho trovato qualcuno da amare, non riesco a mettermi in pace con l'anima e continuo a stancarmi della routine e a cercare il cambiamento e la novità. PAOLO BENEDETTI - Non ho un film preferito, ce ne sono tanti che ricordo volentieri, per diversi motivi. Il miglio verde: per "l'ingiustizia della giustizia", Matrix: anche se portato all'esasperazione, credo che l'idea che in un futuro l'uomo sia soggiogato dalle macchine, non sia poi così lontana... Inception: mi intriga il vortice onirico della mente umana, dell'inconscio, la psicanalisi in generale. Anche in questo film viene esasperato il lato del "sogno", ma l'idea di fondo mi piace parecchio e viene riassunta da una frase del film: «Il subconscio viene spinto dalle emozioni, giusto? Non dalla ragione». Shindler's list: qui credo non servano spiegazioni DOMANDA: Credi che il mondo del cinema abbia un suo scopo utile? O lo vedi solo come una macchina per fare soldi e pubblicizzare determinati stili di vita? BERNARDO LANZA - Per me il cinema ha lo stesso scopo di una poesia o di un romanzo, ma come Dante ha scritto la Commedia, Barbara D'Urso ha firmato molta carta igienica. MARCO AVIGO - (...) Ad ogni modo a mio parere il cinema è molto, molto di più di un semplice mezzo per fare soldi. È veicolo di valori e sentimenti. È una parte fondamentale della nostra formazione come persone e della nostra vita. È arte! BEATRICE DUSI - Sì, credo che il cinema abbia un suo scopo utile: ad esempio quei film di denuncia sociale oppure i docu-film sono sicuramente una fonte di informazione molto utile. Poi anche il semplice fatto che si guardi un film insieme con la fidanzata/fidanzato o con gli amici, già questo mi sembra uno degli scopi utili del cinema. PETRA BENEDETTI - Sì, credo abbia il suo scopo utile. Perché è importante saper far ridere e divertire, così come far riflettere, piangere o commuovere. Proporre film storici o semplicemente film inventati, creativi dove domina la fantasia. È un modo per esprimersi e per far passare dei messaggi. Poi sta a chi guarda saper cosa “prendere” e cosa “lasciare". SONYA ANTARES - Assolutamente sì che il cinema ha uno scopo utile: può far capire mondi difficili da raggiungere e situazioni a noi estranee, portando lo spettatore dentro quei mondi; può portare messaggi importanti sul valore della vita, dei sentimenti, del rispetto; può insegnare davvero tanto. Inoltre la Filmtherapy è un tipo di approccio in psicoterapia che io faccio sporadicamente in clinica sia in gruppo che dando film da vedere a casa ai pazienti, appunto perché aiuta a rivedersi, a capire aspetti della propria vita da un'altra prospettiva, ad infondere speranza. È un ottimo mezzo per arrivare al cuore ed al cervello delle persone, credo uno dei più efficaci insieme alla musica. MARCO MARANA - Non solo credo che il mondo del cinema possa avere uno scopo utile, ma lo so per certo. Così come per l'arte in generale. Un film stupido o fatto per soldi non è arte. Non serve a nulla. Non ha nessuno scopo utile. Così come le canzonette estive nella musica. Ma ci sono esempi di film di altissimo livello. E quelli hanno uno scopo. La società può cambiare in meglio o in peggio. Un film con determinati insegnamenti cambia la società in meglio. Di questo sono più che convinto. Il problema non è il fatto che il film possa o non possa avere uno scopo utile. Il problema è... Cosa è stato abituato ad apprezzare il fruitore medio? Lì subentra il mercato. E come in tutte le cose, esso distrugge scopi e qualità. O per meglio dire ottiene i suoi di scopi, che sono appunto quelli di pubblicizzare determinati stili di vita. LARA RICCI - Personalmente il cinema mi ha sempre affascinato e i film mi hanno sempre aiutato in alcune parti della mia vita, dandomi casualmente quelle risposte che stavo cercando, facendomi compagnia o dandomi emozioni di cui avevo bisogno proprio in quel momento. ILARIA GUIDORIZZI - Il cinema ha uno scopo non utile, utilissimo, vitale, indispensabile, soprattutto ai giorni nostri, perché preferito e ritenuto più accessibile rispetto ad altre forme d'arte. Come diceva lo scrittore americano Henry Miller: «L'arte non insegna nulla, tranne il senso della vita» ... e digli poco !!! Che poi esistano film spazzatura che sono solo macchine da soldi è vero, purtroppo, ma non li definisco degni di rappresentare l'arte, come io la intendo e pertanto non li prendo neanche in considerazione. ALESSANDRO SBOARINA - Credo davvero che il cinema abbia uno scopo socialmente utile, moltissimi sono i film che bisognerebbe far vedere a tutti, soprattutto nelle scuole, nella speranza che le persone migliorino e costruiscano una società più giusta. 9

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I GIOVANI CON IL CIRCOLO NATURA E METAFORA NELL’ULTIMO GODARD Maria Grazia Gentile, 29 anni H o seguito il corso monografico su Jean-Luc Godard che il professor Alberto Scandola, docente di Storia e Critica del Cinema dell’Università di Verona, ha proposto durante l’anno accademico 2014/2015. Come in un vecchio film di Jean Renoir (French Cancan 1955), quando Monsieur Danglard recluta la giovane Nini per il suo audace progetto del Moulin Rouge, anch’io ho pensato inizialmente «ma io non so fare niente». L’imprenditore sicuro di se risponde «Che importa. Imparerai.» e la conduce da un’insegnante di danza. Quando si tratta di cinema d’autore, il metodo per leggere ed entrare in sintonia con il sistema espressivo di un regista si puo imparare e un film improvvisamente diventa una sfida avventurosa. Godard è un autore che permette lunghi esercizi di interpretazione del linguaggio cinematografico. In questo suo ultimo film, definito dal regista come il suo testamento ma noi ammiratori di Godard speriamo di no – c’è lo spirito che ha caratterizzato tutti i suoi lavori. È principalmente una sperimentale sfida al 3D, ma anche una decostruzione del reale che il regista opera sovrapponendo e giocando con i codici del linguaggio cinematografico: parole enunciate più che recitate, suoni che irrompono nella scena, immagini a bassa definizione oscure o sovraesposte, schermi neri e didascalie, in un rincorrersi di citazioni di filosofi, scienziati, scrittori e pittori, intorno ad una storia-linea guida che riguarda una coppia, un amante e un cane. Scrivo di questo film in un modo che forse sembrerà distratto, come quando Zoé Bruneau/Ivitch si veste davanti al televisore sul quale scorrono frammenti di un film in bianco e nero di Fritz Lang. Si sistema la cintura di un vestito sgualcito, si infila i sandali, si siede scomposta su una poltrona di pelle, ed esprime il suo disappunto per come nella vita quotidiana ognuno di noi si ritrovi a dover corrispondere ad un personaggio che sono altri a decidere. Dice «Je déteste les personnages», mentre gli spettatori fanno proprio quello di cui si lamenta guardandola sullo schermo. Jean-Luc Godard riesce ad impedire questo meccanismo: sceglie due attori protagonisti diversi, ma molto simili, per i due capitoli in cui divide il racconto filmico: 1-La Natura, 2-La Metafora. Nella stessa scena indicata, qualche battuta più avanti Richard Chevallier/Marcus le risponde «Vivre ou raconter». Vivere: La Natura. Raccontare: La Metafora. 10 Godard è indeciso. Vive ciò che racconta, racconta ciò che vive: «tutto in Adieu au langage è al contempo natura e metafora» (Alberto Scandola, L’immagine e il nulla: l’ultimo Godard, ed. Kaplan, Torino, 2014). In questo cinema che vuole apparire confuso, destabilizzante, derisorio, ma in cui ogni dettaglio è strutturato raffinatamente, ci si può solo avviare lungo il percorso che il regista traccia isolando passaggi significativi, lasciando che le connessioni plausibili possano dispiegarsi spontaneamente seguendo la propria sensibilità. Gli scontri fisici e verbali tra Josette/Héloise Godet e i misteriosi uomini che sembrano seguirla in auto, per esempio, sono il racconto di una situazione coniugale in bilico e violenta, un racconto che Godard esalta con le immagini che narrano di un’altra giovane coppia di innamorati, che fanno da contraltare a quella principale. Mentre da una parte vediamo una donna strattonata e intenta a ripetere tra sé in stato di shock «ça m’est égal» “mi è indifferente”, come difesa ai ripetuti attacchi che le sono rivolti, dall’altra, gli altri due giovani appaiono inquadrati insieme in mezzo primo piano, l’uno è il sostegno dell’altro, mentre sfogliano e leggono le pagine di un libro. Lo spettatore deve fare ciò che Ivitch dice di aver fatto da bambina: «je voyais partout des chiens dans le ciel», “vedevo cani dappertutto nel cielo”. Forzare le forme del reale, quel giochino che abbiamo fatto tutti osservando le nuvole, non è uno sbaglio, ma una dolce condanna dell’uomo in quanto tale: «Les humains ne voient jamais le monde comme il est, tant la raison les en empêche», “gli uomini non vedono mai il mondo come esso è, poiché la ragione glielo impedisce”. Godard cita Rilke, il quale aggiunge che «Seul le chien voit le monde tel qu'il est», “il cane è l’unico che vede il mondo per quello che è”. Godard ancora una volta si diverte e ci fa divertire: l’animale privo di coscienza che la bambina vedeva nel cielo è in grado di vedere il tutto, quindi è davvero “in alto”. David Hume sosteneva che sull’opera d’arte si può solo discutere, perché non ci sono strumenti scientifici capaci di misurarla. L’esponenziale cinema di Jean-Luc Godard è arte, perché riesce a innescare discussioni (20 dicembre 2015) infinite. Per gli interessati, è possibile la consultazione in sede della copia del saggio su Godard, gentilmente offerta in omaggio al Circolo dal prof. Alberto Scandola.

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FESTIVAL & RASSEGNE IL MILLENNIO VISTO... DALL’AFRICA Roberto Pecci ella prima immagine vediamo delle paperelle giocattolo in plastica, poi una lunga carrellata orizzontale mostra decine di preziose confezioni di formaggio ordinatamente disposte sul bancone di un supermercato e ancora espositori rotanti di orologi e brillanti bigiotterie; ecco poi un uomo di razza nera con un orso di pezza sotto il braccio che viene trasportato verso l’alto fuori del supermercato su una scala mobile. Uno stacco improvviso e ci è offerta l’inquadratura dal basso di un enorme albero con l’obiettivo che lentamente sale a mostrare gli spogli rami della parte più alta della pianta. Con questo metaforico confronto tra la ricca e commerciale civiltà occidentale e l’avara ma magnifica natura dell’Africa si apre il film d’esordio nel lungometraggio del regista mauritano Abderrahmane Sissako, autore noto ai nostri Soci per il più recente Timbuktu. Prodotto nell’anno 2000 dall’emittente franco-tedesca Arte nell’ambito di una serie internazionale dedicata al passaggio di secolo: “Le Millénaire vu par....”, Sissako risponde per il Mali, terra di origine del padre e in cui egli stesso ha vissuto in gioventù. Il film prosegue mostrandoci la vita di tutti i giorni di questo villaggio del Mali dai toni rosso-creta: N Sokolo. Sul posto un fotografo, un sarto, un droghiere; lui stesso, Sissako, che ha lasciato l’Europa per venire a passare nel villaggio del padre le feste di fine secolo, percorre le strade e i campi su una bicicletta con un curioso cappello conico ed incontra una ragazza che in bicicletta arriva dal villaggio vicino. Ma i telefoni non funzionano, nessuno riesce a parlare nonostante la cocciuta flemma dell’addetto dell’ufficio postale che gestisce l’unico apparecchio del paese. Gli abitanti ascoltano le trasmissioni radio che alternativamente propongono i programmi dell’emittente francese e di tanto in tanto riescono ad imbastire in maniera fortunosa i gestori della radio locale. Ma con il passaggio del secolo nell’anno 2000, tra il 31 dicembre e il primo gennaio, nulla cambia. Le raccolte nei campi sono sempre ugualmente minacciate da nugoli d’uccelli e i collegamenti telefonici certo non migliorano. Solo le biciclette con cui tutti gli abitanti continuamente passano davanti all’obiettivo nelle stradicciole del villaggio come in uno strano balletto, sembrano assicurare una qualche maniera di comunicazione. Sottolineato da citazioni frequenti dei saggi “Diario del ritorno al paese natale” e “Discorso sul colonialismo” scritti dal poeta ed intellettuale martinicano Aimé Césaire, il film è un attacco allo stesso tempo virulento ma leggero, condotto come una prosa poetica, sullo stato d’abbandono in cui le autorità locali ed internazionali lasciano gli abitanti del Mali che non sono emigrati. Senza l’aiuto degli emigrati il paese non potrebbe del resto sopravvivere. Così si esprime con i toni di una calma disperazione il sarto di Sokolo. Tuttavia l’Africa è magnifica e lo puntualizza la splendida canzone “Folon” di Salif Keïta e domanda solo di poter procedere con i suoi tempi con un modello di vita certamente diverso da quello che propone il capitalismo. “Et venant je me dirais à moimême: «Et surtout mon corps aussi bien que mon âme, gardez-vous de vous croiser les bras en l'attitude stérile du spectateur, car la vie n'est pas un spectacle, car une mer de douleurs n'est pas un proscenium, car un homme qui crie n'est pas un ours qui danse... » (dal “Diario...” di Aimé Césaire) La vie sur terre è stato presentato il 2 novembre 2015 in un’aula del Polo Zanotto dell’Università nell’ambito delle iniziative proposte dal 35° Festival di Cinema Africano. È stata l’occasione per un approfondimento dell’opera di A. Sissako. Con studenti presenti anche per una normale lezione dei corsi. A condurre questo evento ed il dibattito che ne è seguito erano uno degli organizzatori del Festival, Stefano Gaiga, ed il critico e saggista tunisino Tahar Chaoui. Carismatica figura di riferimento del cinema e della cultura panafricana, ma in particolare dei paesi del nord del continente, Tahar ora vive a Marsiglia dove esercita una multiforme attività di saggista, editorialista, docente, selezionatore dei film per i più importanti festival. Tahar, accettando il nostro invito, ci ha fatto visita nella sede dell’Associazione e ci ha messo a parte, con il suo parlare sicuro e forte, dei progetti, anche visionari, di coinvolgimento delle nuove generazioni di cineasti, critici, organizzatori culturali e conduttori di dibattito del bacino del Mediterraneo, in un percorso che possa già dal prossimo anno accompagnare le opere di questi giovani registi in tutti i paesi che si affacciano su questo mare. 11

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FESTIVAL & RASSEGNE SINFONIE URBANE ALLE GIORNATE DEL CINEMA MUTO DI PORDENONE Alessandro Faccioli L o spazio urbano, la geografia sentimentale di città in bilico tra presente e passato, il paesaggio antropizzato in Europa e in America, sono stati indagati negli anni Venti e Trenta dalla macchina da presa di numerosi cineasti per studiare possibili forme di racconto da contrapporre ai modelli commerciali della fiction internazionale. Desiderosi di coniugare il proprio sguardo analitico e lirico con le istanze delle avanguardie e le nuove sensibilità espressive legate a un desiderio non sempre esplicitato di fondere assieme le arti, questi sperimentatori hanno dato vita a delle vere e proprie sinfonie della città. Così vengono comunemente ricordate queste opere, e tra di esse le più celebri sono L’uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov e Berlino. Sinfonia di una grande città (1927) di Walther Ruttmann. Il loro accostamento si presenta già di per sé problematico, essendo sottese ai due lavori delle urgenze compositive e delle ideologie produttive e artistiche assai differenti: il primo aderisce alla realtà sovietica e al processo rivoluzionario, partecipandovi sino in fondo e mettendo innanzitutto in rilievo le speranze di una società alle prese con i ritmi di una giornata operosa; il secondo è interessato soprattutto all’astrazione del movimento, ai rilievi formali, alla cornice ritmica e figurativa, mettendo in secondo piano il contenuto. Semplificando molto, si può parlare di un Vertov analista entusiasta e fiducioso esploratore, e di un Ruttmann convinto formalista. I film sin qui ricordati sono solo le opere più note e facilmente visibili di un numero consistente di lavori riconducibili al filone aureo delle sinfonie urbane. Nello scorso ottobre le Giornate del cinema muto di Pordenone, giunte alla trentaquattresima edizione (l’ultima diretta da David Robinson, studioso emerito ed eccellente biografo di Chaplin che cede il testimone organizzativo a Jay Weissberg, critico influente di «Variety»), hanno presentato una sezione del programma che ha messo a fuoco il fenomeno: «Tra il 1920 e il 1940, ne furono realizzate oltre sessanta, sia a corto che a lungometraggio, in almeno quattro continenti e in decine di città» - ricordano i curatori della retrospettiva dedicata alle Other City Symphonies. Le storie del cinema ne ricordano in realtà non più di un pugno, che peraltro include capolavori come A propos de Nice di Jean Vigo, Regen di Joris Ivens e Mannus Franken, Rien que les heures di Alberto Cavalcanti. C’è però molto di più e le sorprendenti visioni pordenonesi hanno riportato l’attenzione sul traffico, le industrie, i grattacieli, gli svaghi di Chicago (Weltstadt in Flegeljahren, di Heinrich Hauser, 1931), le periferie abitate da folkoristici zingari di Berlino (Großstadt-Zigeuner, di László Moholy-Nagy, 1932), l’operosità dei lavoratori di Liverpool (A Day in Liverpool, di Anson Dyer, 1929), la vivacità della vita di un quartiere di Parigi (Montparnasse, di Eugène Deslaw, 1930). I valori formali di questi film, che appaiono quasi sempre evidenti, dovranno essere considerati insieme alla capacità di raccontare, grazie a un montaggio pulsante, le giornate eccezionali, talora al tempo stesso banali, di cittadini coinvolti dal dispositivo cinematografico in una recitazione non sempre consapevole, e quindi tanto più rivelatrice e imprevedibilmente fotogenica, per utilizzare un terminechiave delle teorie degli anni Venti di Jean Epstein, regista e pensatore, che ricordava come fosse fotogenico ogni aspetto di una persona, di un paesaggio o di un oggetto filmato il cui valore morale risulti accresciuto dalla riproduzione cinematografica.

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FESTIVAL & RASSEGNE A TORINO UNA MOLE DI FILM Annalisa Tantini I l 33. TFF è iniziato con il bel film inglese Suffraggette di Sarah Gavron (sulla nascita del movimento femminista a Londra, con un ottimo cast tra cui la sempre splendida Meryl Streep) e con la polemica tra il direttore del Museo del Cinema e la direttrice del Festival Emanuela Martini. Cosa dice il prof. Barbera, direttore anche della Mostra di Venezia? Che a Torino il film sono troppi. «Venezia ne presenta solo 50 e parlerei di diverse prospettive frutto delle diverse vocazioni delle rispettive rassegne». Risponde la Martini: «Venezia è un gigante del business e si rivolge soprattutto agli addetti ai lavori, Torino ha nel pubblico la sua ragione d’essere. È il festival di chi va al cinema e deve offrire al suo grande pubblico infiniti stimoli». Le retrospettive e i documentari a Torino sono importanti, più dei film di fiction del concorso. Forse però 200 film sono troppi, ma per i cinefili che vanno a Torino i 50 di Venezia sarebbero una miseria. La polemica comunque non è continuata ed è stata confermata piena fiducia alla direttrice Martini, il successo di pubblico è stato molto alto. Comune e Regione hanno dato il loro pieno appoggio. Il programma era dunque variegato e ricco: 158 film, 15 mediometraggi, 32 corti, 50 anteprime mondiali, distribuiti fra il concorso ufficiale, la sezione Festa Mobile (che contiene i titoli più interessanti e attesi, come Suffraggette), le retrospettive (come l’omaggio ad Orson Welles; la “Notte dell’Horror”, maratona di 7 ore fra sangue, vampiri e satanisti; “Cose che verranno”, dedicata agli scenari futuri come sono stati immaginati dal cinema di fantascienza), ecc. ecc., il tutto di elevato livello e capace di accontentare ogni palato, dal cinefilo più esigente e raffinato al semplice amante del buon cinema, che trova difficoltà a districarsi tra le molteplici offerte. Una nota particolare merita Bella e Perduta, la pellicola scelta per la pre-apertura del TFF, in anteprima nazionale, e che il Circolo ha messo in calendario questo mese. Unico titolo italiano in concorso al Festival di Locarno, Bella e Perduta ha segnato il ritorno al Torino Film Festival di Pietro Marcello, che nel 2009 aveva vinto il premio del Miglior film con il documentario drammatico La bocca del lupo (visto al Circolo nel 2010), ad oggi l’unico film italiano ad aver vinto il TFF. Quest’anno sono stata a Torino meno giorni del solito e di conseguenza ho seguito meno film delle precedenti edizioni. È stato abbastanza faticoso, per la ressa e le code di un pubblico sempre più numeroso, comunque ho visto 15 film, soprattutto del concorso, alcuni molto belli altri meno, ma comunque quasi tutti imperdibili. Purtroppo non ho visto il vincitore, Keeper, del belga Guillaume Senez, protagonisti due ragazzi quindicenni che si ritrovano inaspettatamente genitori. Ho potuto invece vedere diversi film italiani: Colpa di comunismo di Elisabetta Sgarbi, storia di tre donne rumene venute in Italia in cerca di lavoro, delle loro speranze e delusioni. Il film si svolge nella campagna rodigiana in una atmosfera triste e fredda descritta come un documentario, forse la parte migliore. Mi è piaciuto Mia madre fa l'attrice di Mario Balsamo, interpretato dal regista stesso e da sua madre 85enne ex attrice, Silvana Stefanini, molto ironico e spiritoso. Antonia (opera prima di Ferdinando Cito Filomarino) è un documentario biografico romanzato della poetessa e fotografa milanese Antonia Pozzi morta suicida, mentre La feli- cità è un sistema complesso, di Gianni Zanasi, già arrivato nelle nostre sale, racconta situazioni ed emozioni interpretate dal bravissimo Mario Mastrandrea. Non dice nulla di nuovo Lo scambio, storia mafiosa di Salvo Cuccia; più interessante Prima che la vita cambi noi, dove Felice Pesoli fa un ritratto della gioventù degli anni 60-70, per non dimenticare i beatnik e i figli dei fiori nostrani, che volevano cambiare il mondo con la musica e la poesia. Tra le produzioni internazionali, segnalo: Coma (Sara Fattahi), magnifico film su tre donne siriane di tre generazioni (nonna, madre e figlia), chiuse in casa mentre fuori infuria la guerra, che s'aggirano per le stanze come fantasmi ancora in vita, ed il film americano di apertura del concorso, God bless the child (Robert Machoian e Rodrigo Ojeda-Beck), elogiato dalla critica. Molti speravano venisse premiato The Idealist (Christina Rosendahl), film danese incentrato su di un giornalista d'inchiesta, che arriva dopo tanti anni a svelare un segreto riguardante un incidente nucleare avvenuto nel 1968. Ritmo intelligente e interpretazione stupenda del protagonista, Peter Plaugborg. Paulina, film argentino di Santiago Mitre, è la storia della figlia di un giudice progressista, lei stessa avvocato, che lascia la carriera per dedicarsi agli ultimi di una remota regione del paese. Il suo entusiasmo e la convinzione intellettuale non bastano a salvarla da uno stupro di un gruppo di ragazzi, proprio quelli a cui lei si era dedicata. Infine A Simple Googbye di Degena Yun, emozioni autobiografiche della regista cinese, figlia del cineasta Saifu Yun, sui rapporti tra padre e figlia che a poco a poco risolvono i contrasti, e The Lady in the Van, commedia eccentrica di Nicholas Hytner, tratta dal libro cult di Alan Bennet e interpretata da una impareggiabile Maggie Smith. 13

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FOCUS SUI FILM DEL CIRCOLO La redazione ospita in questa “bacheca”, che si auspica diventi permanente, le impressioni inviateci dai Soci sui film passati sullo schermo del Circolo. Chiunque desideri esprimere il proprio pensiero, può partecipare. Si invita anche ad utilizzare Facebook nel sito web. È facile! ADIEU AU LANGAGE CONDOTTA TANNA Il titolo è una dichiarazione di intenti già di per se stessa contraddittoria, poiché si vorrebbe dileguare il linguaggio ma servendosi di esso. Lo stesso abbandono che si vorrebbe attuare nei confronti del linguaggio verbale lo si avverte macroscopicamente in quello filmico, dove il flusso, o meglio il rigurgito di immagini nega al cervello la capacità organizzatrice e ordinatrice di ciò che l'occhio (e l'orecchio) faticosamente trasmette, violentando le categorie conosciute con la propria "illeggibilità". Forse un adeguamento a ciò che Arthur Rimbaud auspicava per la poesia: Le dérèglement de tous les sens (dissoluzione, disgregamento, irregolarità dei sensi). Ma quello che sembra il vero cuore di una sorta di "ce-n-sura linguistica" (cesura: taglio con il senso; censura: il taglio è inibitorio!) sta nell'essenza stessa della composizione e della partitura stilistica delle immagini. La sequenza (non "racconto" né tantomeno "trama"!) cinematografica è costruita come una successione "antionirica": un difficilissimo gioco di sequenze dissociate e dissimili, in cui il legame tra la precedente e la seguente è intenzionalmente reciso o censurato, oppure come se tra un fotogramma e l'altro ci fosse un'assenza. Una sorta di violenta poetica antilirica della Figura Negata. Non si può obiettare all'affermazione precedente citando l'iper-ovvio passaggio associativo tra peluria pubica e foresta-mondo (o forse era solo una citazione-omaggio a "L'origine du monde" di Gustave Courbet!) o a quella un po' meno ovvia in cui si fanno discorsi su Hitler e lo sterminio davanti alla scritta USINE A GAZ. Affidarsi allo sguardo "puro" del cane (che ha una percezione distorta dei colori ! ) è forse l'ultima risorsa di una memoria "moderna" arrivata alla congestione e alla saturazione dei colori visti paradossalmente come tonalità del vuoto, come negazione dell’ "esperienza interiore" in un mondo dove TUTTO è sovraesposto ed impermeabile alla sensibilità organica e ordinante dell'uomo. È una sorta di sparata preghiera blasfema all'incomunicabilità… un abbandono al magma informe dell'eccesso immaginifico… una giostra ipercoloristica nel luna park della morte, una morte scompostamente atea … un congedo … ADIEU. (Diego Pasetto) Plana dall'alto la visione del villaggio come se un Dio posasse lo sguardo benevolo su un pezzo ben fatto del suo "lavoro": in principio è l'armonia nel grembo rifulgente della Natura. La vicenda umana, che prende vita in questo scenario, ha talmente tanti precedenti nei miti, nelle leggende e nella letteratura da questa parte del mondo che conosciamo in anticipo il suo sviluppo e il finale fin dai primi sguardi dei due ragazzi. L'amore tra due giovani contrastato per "ragioni sociali" è nondimeno un topos, un motivo ricorrente, nel patrimonio narrativo di tutti i popoli, a tutte le latitudini. Da ciò possiamo dedurre che riserva un grande significato simbolico al di là del romanticismo contingente: la storia d'amore diventa il paradigma di un contrasto: la pulsione naturale contro regole, imposizioni, "necessità" sociali, tra individualità e norme della società, tra obbedienza alla natura e obbedienza alle leggi degli uomini. L'amore (legame con la natura) travalica le leggi della collettività, la quale teme e combatte questa sua sovversione. Deviare, "prendere un'altra strada rispetto a quella del KASTOM" fa scattare l'allontanamento (la forza della società è la "congiura dell'isolamento") e quindi per i due amanti non resta che tornare alla grande montagna… tornare allo Spirito Madre. Il sacrificio finale sembra certificare la sconfitta dell’ "essere naturale" da parte dell’ "essere sociale"… ma i miti, le narrazioni dell'anima, necessitano di un ritorno all'armonia e così questi uomini e queste donne, emanazioni di un mondo che vive ancora il portento e i bagliori della Creazione, si abbandonano alfine alla gioia catartica della poesia e della danza in ac(D.P.) cordo con gli astri puri dei primordi. 14 La strada, resa in modo così concreto da arrivare quasi all'olfatto, è il luogo vibrante e promiscuo dove vive un popolo in sofferenza. La miseria è sempre figlia di una pianificazione o di una mancanza di pianificazione, in entrambi i casi della colpevolezza di un governo incancrenito "da troppi anni al potere"! Ci si muove in un intrico di regole e divieti e conseguentemente in un impeto cieco contro regole e divieti (come i cani scatenati nel recinto). I bambini sono coloro che dimostrano più equilibrio o, se non altro, agiscono in base ad istinti che molto spesso sono migliori della "regolarità" o della sregolatezza dei "grandi". Carmela è una figurazione: a tratti Violeta Parra (la poetessa cilena; "ama che le parole scritte abbiano un suono"), a tratti Melba Hernandez (donna a fianco di Castro nell'incendio della rivoluzione; per le qualità battagliere), un po' Maria Montessori, ma anche la dea-madre del cristianesimo animista di quel tropico … si concretizza subito come una donna "a parte", l'incarnazione discesa tra i poveri di quella Vergine messa in bacheca. La sua statura etica, dimentica della fragilità corporea, s'impone caparbiamente nella lotta quotidiana per donare ai "suoi" (e di chi altro???) bambini il lieve lume di una OPORTUNIDAD e non una CONDUCTA. Chale, che è diventato "il padre di sua madre", sente la vita e obbedisce al suo battito, ma non basta per una redenzione. Aspetta che gli si offra una consapevolezza più precisa della sua interiorità, una cognizione più ordinata e decifrabile del suo essere nel mondo. L'aula scolastica è l'officina chimica, tra ragione e miracolosa follia, dove quel compito può essere assolto. L'istruzione, che sia libera da condizionamenti e appassionata, è l'unica speranza d'affrancamento in ogni regime o sistema oppressivo. Ecco perché alla fine il sole inquadra in un'aura dorata i contorni della vecchia maestra, simbolo di chi "nei giardini umani si sforza di comporre un bouquet di amore e condiscendenza" (Violeta Parra). (D.P.)

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RITRATTI IN RICORDO DI NANDO GAZZOLO ando Gazzolo, morto nel novembre scorso, nasce a Savona il 16 ottobre del 1928. È figlio d'arte. Il padre Lauro era attore e grandissimo doppiatore, voce tra gli altri di Walter Brennan in Un dollaro d'onore e Spencer Tracy ne Il vecchio e il mare. La madre Aida Ottaviani Piccolo annunciatrice radiofonica all'EIAR di Milano. Attore anche il fratello Virginio. Nando esordisce giovanissimo alla radio e debutta a teatro ventenne con Antonio Gandusio. Il successo arriva nel 1951 con Antonio e Cleopatra allestito da Renzo Ricci e confermato nel 1954 nella parte di Orazio nell'Amleto, portato in scena da Gassman e Squarzina con il Teatro d'Arte Italiano. Negli anni seguenti intraprende una brillante carriera televisiva che gli consente di conquistare una grande popolarità grazie a sceneggiati come Capitan Fracassa (1958) e La cittadella (1964) diretti da Anton Giulio Majano, ai quali si aggiungono, fra gli altri, la serie su N Andrea Lattanzio Sherlock Holmes (1968) della quale è protagonista, I Buddenbrook (1971), Casa Cecilia (1982) fino all'ultimo Casa Famiglia 2 (2003). Lavora anche nel cinema, ma molto importante è la sua intensa attività nel doppiaggio, iniziata a metà degli anni '50 prestando la voce a moltissimi attori, tra i quali David Niven, Yul Brynner ne I 10 comandamenti, Richard Widmark, Rex Harrison nel musical My Fair Lady, Marlon Brando ne Gli ammutinati del Bounty, Clint Eastwood, Gian Maria Volonté nei western di Sergio Leone Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più e tanti altri. Nel 1963 è la voce narrante dello sceneggiato televisivo diretto da Sandro Bolchi Il mulino del Po. Fu ingaggiato inoltre da una nota azienda produttrice di liquori per uno spot di Carosello che andò in onda per anni. Recitò lungamente in teatro fino al 2007. Scompare a Nepi (Viterbo) il 16 novembre 2015. IL VIAGGIO DI PUPI AVATI Silvana Papiccio Sabato 19 dicembre 2015, Sala Nervi in Vaticano in udienza papale: il regista Pupi Avati presenta il mediometraggio dedicato alla Storia dell’Italia sul treno. Per la nostra Socia Silvana Papiccio (nella foto) è l’occasione di incontrare l’autore e di inviare a Filmese il resoconto di questa esperienza. “Un Viaggio di cento anni” Regia: Pupi Avati Soggetto tratto da documenti della Fondazione FS Origine: Italia, 2015 Durata: 45’ Tipologia: docufilm Produzione: Duea Film Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo «Dal viaggio del Milite Ignoto del 26 ottobre 1921 a quello di Enrico Fermi del 1938 per andare a ritirare il Premio Nobel, dal primo viaggio dello storico Settebello nella primavera del 1953, a quello di Papa Giovanni XXIII nell’ottobre 1962 dalla Città del Vaticano a Loreto, passando per Assisi. Dal record dei 300 chilometri all’ora sulla direttissima Roma – Firenze il 25 maggio 1989 fino all’episodio autobiografico del bambino che ha perduto il treno per la Colonia Marittima». È un film, un documentario, uno spot di FS? Il fatto è che questa narrazione prende il cuore. Sarà stato il contesto, la presentazione dell’autore, la partecipazione di tutti quei dipendenti delle Ferrovie dello Stato che per passione, appartenenza, storie personali o di famiglia avevano gli occhi lucidi e non si curavano nemmeno di nasconderli ; ma quando il racconto termina con il magico Frecciarossa 1000 da 350 km/h, allora l’emozione è venuta anche a me. Perché è una storia italiana, che raccoglie le nostre vicende, le sofferenze e i successi. Vapore e supertecnologia. È la vita: la guerra, ma anche la gioia di un matrimonio a bordo; le deportazioni, ma anche le speranze di chi emigrava al nord, di chi va a Lourdes e chi invece va a ritirare il Nobel… Insomma c’è tutto quello che riesce a condensare fatti e sentimenti nazionali, unendo genti, generazioni e territori d’Italia. Questo mediometraggio è una celebrazione, naturalmente su commissione del Gruppo FS per l’Expo, a cent’anni dall’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra. Inutile soffermarsi su quanto sia schematicamente descrittivo il racconto; trionfalistico il finale sul Frecciarossa (è proprio lo spot televisivo, quello con il bambino che non vorrebbe “scendere mai”); probabilmente provocatorio il messaggio per quei pendolari che tutti i giorni proprio sui treni vivono le loro difficoltà; ma ti cattura fin dall’inizio e ti accompagna toccando le corde giuste. 15

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