Giornale del Teatro di Roma

 

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n. 3 da gennaio a marzo 2016

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TEATRO NAZIONALE direttore ANTONIO CALBI Teatro. Dunque sono. Matteo Basilé courtesy ArtistProof - Communication Lab, Roma 15.16 Stagione Liberi pensieri, in libere emozioni. gennaio.marzo 2016

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nuovo magazine teatro- crocini stmapa.pdf 1 23/10/2015 15:13:29 C M Y CM MY CY CMY K

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G // 3 entile Spettatore, Gentile Lettore, dei sentimenti. Ancora donne sono le protagoniste di 7 minuti, la pièce di Stefano Massini che scruta i dilemmi di una squadra di operaie, capeggiate da Ottavia Piccolo, alle prese con ricatti aziendali, in uno spettacolo diretto da Alessandro Gassmann. Il Candide di Voltaire, riscritto dall’autore inglese Mark Ravenhill, diretto da Fabrizio Arcuri, smonta le certezze di ieri e di oggi, attraverso un meccanismo teatrale che è un congegno a spasso fra le epoche. E nuovamente donne sono le protagoniste di Tante facce nella memoria, ovvero sei testimonianze in arrivo come sciabolate dalla tragedia delle Fosse Ardeatine, l’eccidio che ha ferocemente segnato Roma nel corso del secondo conflitto mondiale: sei interpreti bravissime guidate da Francesca Comencini. Per finire con la rivisitazione del classico dei classici, l’Amleto di Shakespeare, nel quattrocentenario della morte del drammaturgo: scritto da Michele Santeramo, diretto da Veronica Cruciani, con Massimo Foschi e Manuela Mandracchia, re e regina, osservati prima che la tragedia antefatto si compia. Quasi a dire che la lucida follia di Amleto figlio non è che la prosecuzione ereditaria di quella di Amleto padre. Non posso non ricordare, infine, l’ospite d’onore di questo primo trimestre dell’anno: Daniel Pennac, con il suo Journal d’un corps, una delle penne più celebri di Francia in un inedito strip-tease dell’anima. Per i più piccoli: le marionette redivive della celeberrima Compagnia di Podrecca, in uno spettacolo attraverso il quale si raccontano; L’albero di Rodari, proposto dal nostro Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli, e soprattutto la nostra produzione di punta dedicata agli spettatori in erba, Leo, ovvero quel genio di Leonardo da Vinci, da un’idea di Alberto Nucci Angeli e Lorenzo Terranera. Al Teatro India sperimentiamo la doppia programmazione, spettacoli che si avvicendano nelle due sale, nel medesimo giorno, con un continuo palleggio fra nuove proposte e classici rivisitati, dilemmi contemporanei e viaggi nella storia. Scene di interni dopo il disgregamento dell’Unione Europea di Michele Santeramo ci invita a seguire una coppia accusata di terrorismo; la lotta armata riappare in Figli senza volto, il monologo scritto da Ida Farè sugli anni Settanta, proposto da Animanera di Milano. Un dittico pirandelliano, da seguire nella stessa serata: O di uno o di nessuno, diretto da Gianluigi Fogacci, e Il Berretto a sonagli diretto da Valter Malosti. Dittico che matura a trittico con I Giganti della montagna secondo Roberto Latini, uno e trino. I ritratti di Cristina di Belgioioso, donna di spicco del Risorgimento europeo, e quello della scienziata Rita Levi-Montalcini, con un passaggio di testimone fra due nostre prime attrici: Anna Bonaiuto e Giulia Lazzarini. E ancora donne sono quelle che “ballano”, Maria Paiato e Arianna Scommegna, o le protagoniste di Quartetto Casa di bambola, da Ibsen, con Mascia Musy e Stefano Santospago, Alessandra Fallucchi e Graziano Piazza, diretti da Emanuela Giordano. Finalmente riappare l’altro sesso, ovvero maschi infervorati di tiri al pallone e di politica, lotta di classe o lotta armata: sono I furiosi di Nanni Balestrini, in uno spettacolo di Fabrizio Parenti. Oppure Il Vantone, a dire il Miles Gloriosus di Plauto secondo Pier Paolo Pasolini, con protagonisti Ninetto Davoli e Edoardo Siravo. Michelangelo, la sua vita e la sua arte attraversate da Antonio Piovanelli, che ha un suo speculare moderno in quella musa di artisti vari che è stata Misia Sert, l’ape regina delle avanguardie primo Novecento, nelle cui vesti si cala Lucrezia Lante della Rovere. Mentre Nicoletta Braschi è Winnie, donna assoluta e minimale, seppure insabbiata, di Giorni felici, diretto da Andrea Renzi. Con Altrove di Paola Ponti siamo in un non-luogo che è limbo e transito per reinventarsi le esistenze, mentre alla memoria della Grande Guerra è dedicato Per una stella di Marta Galli, Anna Maini, Roberto Rampi. Per finire, permettetemi di dare qualche numero. L’anno appena trascorso, il 2015, è stato per noi un anno di felici raccolti: gli spettatori complessivi (agli spettacoli e ai cicli culturali) sono stati 173.551 (151.034 i biglietti staccati), con un +49,94% rispetto al 2014; le alzate di sipario totali (sempre comprese le attività culturali) sono state 690, con un incremento rispetto al 2014 del 57,89%; la vendita on line di ingressi, card, abbonamenti è cresciuta del 70,44%; gli incassi al botteghino sono aumentati del 65,50%. Sono numeri che gratificano tutti noi e ci rinfrancano delle fatiche poderose che abbiamo fatto per far fronte alle criticità dovute alla riforma in atto dell’intero comparto dello spettacolo dal vivo, alla contrazione dei contributi pubblici, a uno dei bilanci più inadeguati fra i teatri nazionali, al commissariamento del Campidoglio, a un contesto generale sofferente. Sono volumi quantitativi assai significativi, e che valgono davvero il doppio, considerato il contesto in cui il Teatro di Roma opera. Risultati ottenuti grazie a Voi, cari Spettatori, che ci avete seguito nella strada intrapresa accordandoci fiducia e plauso. Liberi pensieri, in libere emozioni: è questo il sottotraccia, neppure tanto sotterraneo, della nostra stagione. La Libertina Card è il passaporto per la cultura che vi proponiamo. Impossessatevene, acquistandola al botteghino oppure online: è il modo migliore per sostenere il Vostro Teatro; è il modo migliore per dire anche Voi – Teatro. Dunque sono! Antonio Calbi Direttore del Teatro di Roma – Teatro Nazionale siamo quasi giunti nel mezzo del cammin di questa nostra stagione 2015/2016. Da settembre a dicembre il Teatro ha funzionato a pieno regime, tutti i giorni, con più spettacoli al giorno, fra Teatro Argentina e Teatro India. Gli spettacoli con protagonisti Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Pino Micol, Luca Zingaretti, Claudio Bisio, Elio De Capitani, il nostro Ritratto di una Capitale, sono stati applauditi riscuotendo grande successo, al pari delle nostre produzioni in scena al Teatro India: L’Esposizione Universale di Squarzina, con protagonisti gli allievi della nostra scuola di perfezionamento, diretti da Piero Maccarinelli, ma anche il Pasolini “cantato” e narrato da Giovanna Marini e il coro della sua scuola di musica di Testaccio, per finire con il Lear di Bond, diretto da Lisa Ferlazzo Natoli, attraverso il quale fare i conti con i nuovi muri reali e morali che si vanno edificando per il mondo. Un vero bagno di folla, poi, ha salutato le nostre proposte culturali: code alla domenica mattina per il ciclo Conversazioni sulle Rovine, realizzato in collaborazione con Mibact, Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, Electa in occasione dell’esposizione La forza delle Rovine a Palazzo Altemps; per i quattro appuntamenti vivacizzati da personalità di spicco della cultura e delle arti, a dimostrare che una possibilità di riscatto e rinascita, a cominciare appunto dal Bello e dal Buono, è possibile, anche qui da noi. La “puntata” del 22 novembre su Caduta e ricostruzione della Polis, con Michele Ainis, Franco Cardini, Nicola Di Battista, Enrico Mentana, ha aperto ulteriori prospettive di riflessione e di confronto. Ecco perché abbiamo messo in cantiere per la prossima stagione un nuovo ciclo culturale dedicato a Ripensare la Città. Resterà ugualmente impresso nella memoria anche l’appuntamento di apertura dedicato a La rovina della Bellezza, la Bellezza delle Rovine, 8 novembre, in particolare l’emozione suscitata dalla testimonianza di Maamoun Abdulkarim, direttore delle antichità e dei musei in Siria, accolto da una standing ovation e da applausi commossi da parte di un teatro strapieno di spettatori accorsi ad ascoltare il dramma di un popolo e la distruzione di monumenti e siti archeologici di grande pregio e importanza, come la città antica di Palmira. Il Teatro Argentina è dunque diventato una delle agorà civili della Capitale, punto di riferimento per tutti coloro che credono in una cultura partecipata, autentica, presente al nostro tempo. Eguale consenso hanno ottenuto i due incontri dedicati all’economia: La verità vi prego sul denaro, ciclo realizzato con AcomeA, ha permesso a centinaia di cittadini, in particolare giovani, di accostarsi a questa disciplina che così tanto ci tiene in scacco, nel tentativo di comprendere meglio, se possibile, i meccanismi perversi o virtuosi delle dinamiche economiche e finanziarie che muovono e scuotono il mondo odierno. Se questo è il già accaduto, si annunciano ugualmente interessanti le nuove puntate di Luce sull’Archeologia, il ciclo dedicato al patrimonio antico di Roma; o la serata celebrativa del gemellaggio fra le città speciali di Roma e Parigi, a sessant’anni dalla firma dell’accordo fra la Città Eterna e la Ville Lumière, il 30 gennaio 1956: Corrado Augias ci svelerà i segreti di Roma e Parigi, città eterne (Teatro Argentina, 30 gennaio, ore 21.30). L’anno nuovo si apre con le ultime repliche di Ritratto di una Capitale – Sei scene di una giornata a Roma, il nostro spettacolo-manifesto, attraverso cui il teatro recupera il suo senso civile e si fa doppio del reale, suo specchio poetico e feroce, in un intreccio di amore e rabbia, sentimenti che connotano questi nostri tempi capitolini (vedi il racconto che ne fa Stefano Casi nelle pagine che seguono). Dopo l’irruenza coreografica di Le Sacre di Stravinsky secondo Virgilio Sieni, ecco l’Orestea, che così raramente viene rappresentata nella sua forma compiuta: la trilogia composta da Agamennone, Coefere, Eumenidi, diretta da Luca De Fusco, colpisce per la sua monumentalità, la traduzione cristallina di Monica Centanni, l’interpretazione vibratile di Mariano Rigillo, Elisabetta Pozzi, Gaia Aprea (sempre più matura nel declinare il proprio talento), la partecipazione davvero straordinaria di un’attrice grande come Angela Pagano, in una creazione che miscela linguaggi diversi quali le proiezioni video, la musica, la danza e persino il canto. Non spaventatevi delle quattro ore di durata: filano spedite perché la trama avvince ed è finalmente resa ancor più chiara. Dopo Losanna, in prima nazionale approda all’Argentina la nuova creazione di Pippo Delbono, questa volta ispirata ai Vangeli: nuovamente Delbono ci sbatte in faccia la realtà, l’affanno di chi crede e di chi non crede, la verità che è la sola a rendere davvero liberi, l’accoglimento o il rifiuto dell’altro, l’amore e l’odio, la vita e la morte, il dramma di un vero rifugiato, la poesia di Bobò con la sua potenza scenica, abbracci e separazioni, solitudini e un muro ciclopico come peso da trainare o grande pietra tombale o, ancora, muro che divide e segrega. Ne è protagonista la Compagnia di Delbono, composta da un piccolo popolo di meravigliosa umanità. Spasimi d’amore sono quelli di Veronika Voss, nel nuovo lavoro di Antonio Latella, in un omaggio a Rainer Werner Fassbinder: una regia visionaria, piena, che è pure un duetto fra teatro e cinema attraverso il quale ripercorrere e smarrirsi nei meandri conturbanti

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I PERCORSI DELLA STAGIONE GENNAIO | GIUGNO 2016 ASSOCIAZIONE TEATRO DI ROMA CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Presidente Marino Sinibaldi Consiglieri Nicola Fano, Carlotta Garlanda Mercedes Giovinazzo, Antonio Tallarida COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI Presidente Giuseppe Signoriello Membri effettivi Giorgio Bovi, Giovanni Pizzolla Membri supplenti Bruno De Cristoforo, Felice Duca Segreteria di Presidenza e Organi collegiali Mariella Paganini DIRETTORE Antonio Calbi Assistente del Direttore Paola Macchi Segreteria di Direzione Monica Pescosolido Produzione Carolina Pisegna, responsabile Walter Marsilii Simona Patti, Giovanna Princiotta Programmazione Floriana Pistoni, responsabile Laura Taramelli Attività Culturali e Internazionali Sandro Piccioni, responsabile Silvia Cabasino, Catia Fauci Relazioni Esterne Antonia Ammirati Ufficio Stampa Amelia Realino Comunicazione, Promozione e Marketing Paola Folchitto, responsabile Federica Cimmino, Chiara Petternella Cristina Pilo, Martina Sarpero Maria Rosaria Russo, Roberta Urbani Servizi Amministrativi e Finanziari Patrizia Babusci, responsabile Laura Ferrazza, Giovanni Galletti Daniela Lancia, Luciana Liberatore Rita Milone Personale e Risorse Umane Enrico Olla, responsabile Roberto Maria Capilupi Ombretta Conte Le immagini della campagna di comunicazione e promozione della Stagione 15.16 sono di Matteo Basilè. CLASSICI? MODERNI MAI COSÌ • • • • • • • • • • • • ORESTEA IL BERRETTO A SONAGLI O DI UNO O DI NESSUNO I GIGANTI DELLA MONTAGNA CANDIDE PREAMLETO GIORNI FELICI ORESTEA MEDEA PREAMLETO QUARTETTO CASA DI BAMBOLA LO ZOO DI VETRO AFFARI FAMIGLIA DI ULTIME NOTIZIE • SCENE DI INTERNI DOPO IL DISGREGAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA • I FURIOSI • 7 MINUTI • VITA AGLI ARRESTI DI AUNG SAN SUU KYI • DIECI STORIE PROPRIO COSÌ • CHIUDI GLI OCCHI • MICHELANGELO • IO SONO MISIA • ROSSO IN SCENA ARTE ROMA IL PRESENTE DEL PASSATO • TANTE FACCE NELLA MEMORIA • ALTROVE • ROME L’HIVER TEATRI DEL SACRO PER IL GIUBILEO • • • • VANGELO MICHELANGELO - VITA IL ROSARIO TEATRI DEL SACRO GUERRE CONFLITTI TERRORISMI Settore Tecnico e Allestimenti Giovanni Santolamazza, responsabile Claudio Beccaria, vice responsabile Marcello Aiello, Antonio Borrelli Andrea Brachetti, Dario Ciattaglia Vincenzo Lazzaro, Marco Maione Massimo Munalli, Sandro Pasquini Massimiliano Pischedda Alessandro Sorrenti Sale Teatrali Maurizio Todaro, responsabile Ester Albanese, Ludovica Angelini Claudia Consorti, Barbara Palombi Valerio Schiavi, Angela Ventura Servizio Prevenzione e Protezione Mauro Fiore, responsabile Piero Balistreri, Gregorio Clementini Marco Venturi • TANTE FACCE NELLA MEMORIA • VITA AGLI ARRESTI DI AUNG SAN SUU KYI • FIGLI SENZA VOLTO • PER UNA STELLA • MAGDA E LO SPAVENTO • FRIENDLY FEUER • COLLOQUI CON UNA CATTIVA DEA • L’ULTIMA ESTATE DELL’EUROPA • TRINCEA • MILITE IGNOTO • CHIUDI GLI OCCHI ROMA PASOLINI PER • • • • CALDERÓN IL VANTONE DOPO PASOLINI PPP ULTIMO INVENTARIO PRIMA DI LIQUIDAZIONE LA SCENA DONNE ALLE • • • • • • • • • • • • Immagine di copertina Matteo Basilé WONDERLAND Series #1, 2010 courtesy ArtistProof - Communication Lab, Roma Scuola di Teatro e Perfezionamento Teatrale Direttore Nicola Fano Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli Roberto Gandini, coordinatore artistico Giorgio Lourier TI REGALO LA MIA MORTE, VERONIKA 7 MINUTI TANTE FACCE NELLA MEMORIA VITA AGLI ARRESTI DI AUNG SAN SUU KYI LA BELLE JOYEUSE LE PAROLE DI RITA DUE DONNE CHE BALLANO QUARTETTO CASA DI BAMBOLA IO SONO MISIA MAGDA E LO SPAVENTO COLLOQUI CON UNA CATTIVA DEA CHIUDI GLI OCCHI MONDI IN SCENA SCONQUASSI • JOURNAL D’UN CORPS / Francia • ROME L’HIVER / Francia / Italia • BATTLEFIELD / Francia / Inghilterra AMERICANI Città metropolitana di Roma Capitale • LO ZOO DI VETRO COMUNITà TEATRI DI • PURGATORIO • SUL TETTO DEL MONDO • CAROSELLO

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TEATRO ARGENTINA 22 dicembre 2015 • 3 gennaio 2016 19 • 21 maggio 2016 L’ULTIMA ESTATE DELL’EUROPA 16 • 24 marzo 2016 di Giuseppe Cederna e Augusto Golin regia Ruggero Cara 22 • 24 maggio 2016 MICHELANGELO - VITA adattamento Antonio Piovanelli regia Giacomo Andrico 31 marzo • 10 aprile 2016 RITRATTO DI UNA CAPITALE un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri I CONCERTI DELL’ACCADEMIA FILARMONICA ROMANA TEATRO ARGENTINA giovedì | ore 21.15 21 gennaio 2016 MILITE IGNOTO uno spettacolo di Mario Perrotta 14 • 16 giugno 2016 GIORNI FELICI 8 • 10 gennaio 2016 / DANZA di Samuel Beckett regia Andrea Renzi 5 • 17 aprile 2016 LE SACRE coreografia Virgilio Sieni 12 • 17 gennaio 2016 PPP ULTIMO INVENTARIO PRIMA DI LIQUIDAZIONE di ricci/forte regia Stefano Ricci TEATRI DEL SACRO 12 • 14 aprile 2016 STRAVAGANZE ARMONICHE ORESTEA di Eschilo regia Luca De Fusco 19 • 31 gennaio 2016 IL ROSARIO Ensemble l’Estravagante musica di Vivaldi, Bach, Bonporti 4 febbraio 2016 TEATRO INDIA 7 • 10 gennaio 2016 da Federico De Roberto regia Clara Gebbia e Enrico Roccaforte 19 • 24 aprile 2016 VANGELO MOZART, LA NOTTE DELLE DISSONANZE uno spettacolo di Pippo Delbono 2 • 14 febbraio 2016 TI REGALO LA MIA MORTE, VERONIKA adattamento di Federico Bellini e Antonio Latella tratto dal film Veronika Voss di Rainer Werner Fassbinder regia Antonio Latella 16 • 21 febbraio 2016 SCENE DI INTERNI DOPO IL DISGREGAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA di Michele Santeramo regia Michele Sinisi MAGDA E LO SPAVENTO da Massimo Sgorbani regia Renzo Martinelli 28 • 30 aprile 2016 Quartetto Prometeo Sandro Cappelletto voce narrante musica di Mozart, Beethoven 18 febbraio 2016 FRIENDLY FEUER 12 • 17 gennaio 2016 drammaturgia e regia Marta Gilmore 3 • 5 maggio 2016 PASOLINI: ROMA/SPAGNA (verso Caldéron) LA BELLE JOYEUSE scritto e diretto da Gianfranco Fiore 13 • 17 gennaio 2016 COLLOQUI CON LA CATTIVA DEA una drammaturgia in musica di Elena Bucci 10 • 15 maggio 2016 7 MINUTI FIGLI SENZA VOLTO Concerto per cinque voci a cura di Federico Tiezzi su testi di Pier Paolo Pasolini scelti e adattati da Sandro Lombardi e Federico Tiezzi musiche dalla tradizione popolare a Bach 25 febbraio 2016 di Stefano Massini regia Alessandro Gassmann 27 febbraio • 13 marzo 2016 di Ida Farè regia Aldo Cassano 20 • 24 gennaio 2016 di Luigi Pirandello regia Valter Malosti ROSSO IL BERRETTO A SONAGLI di John Logan regia Francesco Frongia 10 • 15 maggio 2016 MAISKY2 CANDIDE di Mark Ravenhill regia Fabrizio Arcuri 15 • 20 marzo 2016 Mischa Maisky violoncello Lily Maisky pianoforte musica di Bach, Beethoven, Schumann, Brahms 3 marzo 2016 20 • 24 gennaio 2016 di Luigi Pirandello regia Gianluigi Fogacci 27 • 31 gennaio 2016 CHIUDI GLI OCCHI O DI UNO O DI NESSUNO scritto e diretto da Patrizia Zappa Mulas 17 • 22 maggio 2016 LA VOIX HUMAINE TANTE FACCE NELLA MEMORIA drammaturgia Mia Benedetta e Francesca Comencini regia Francesca Comencini DOPO PASOLINI uno spettacolo del Teatro delle Ariette 18 • 22 maggio 2016 LE PAROLE DI RITA di Francis Poulenc Cristina Zavalloni voce Andrea Rebaudengo pianoforte musica di Satie, Poulenc 10 marzo 2016 16 • 20 marzo 2016 | Sala Squarzina ROME L’HIVER ideazione e regia Noel Casal e Xavier Marchand IN FRANCESE CON SOPRATITOLI 21 • 23 marzo 2016 dalle lettere di Rita Levi-Montalcini di Andrea Grignolio e Valeria Patera regia Valeria Patera 3 • 7 febbraio 2016 LO ZOO DI VETRO di Tennessee Williams regia Arturo Cirillo 24 • 29 maggio 2016 STABAT MATER DUE DONNE CHE BALLANO di Josep M. Benet i Jornet regia Veronica Cruciani 9 • 14 febbraio 2016 SUL TETTO DEL MONDO DIECI STORIE PROPRIO COSÌ da un’idea di Giulia Minoli regia Emanuela Giordano 23 • 25 marzo 2016 uno spettacolo del Teatro delle Ariette di Giovanni Battista Pergolesi Sara Mingardo contralto Silvia Frigato soprano Concerto Italiano Rinaldo Alessandrini direttore 17 marzo 2016 QUARTETTO CASA DI BAMBOLA 13 • 28 febbraio 2016 IL TEATRO FA GRANDE! Laboratorio Teatrale Piero Gabrielli 4 gennaio 2016 SCHUMANN 1842 da Henrik Ibsen regia Emanuela Giordano JOURNAL D’UN CORPS Beatrice Rana pianoforte Quartetto Modigliani musica di Schumann 7 aprile 2016 di e con Daniel Pennac IN FRANCESE CON SOPRATITOLI 30 marzo • 10 aprile 2016 I FURIOSI IL PURGATORIO di Nanni Balestrini regia Fabrizio Parenti 17 • 28 febbraio 2016 di Luigi Pirandello regia Roberto Latini 1 • 3 marzo 2016 da Dante Alighieri regia Roberto Gandini 5 • 6 gennaio 2016 SAN GIOVANNI BATTISTA Oratorio in due parti di Alessandro Stradella Concerto Romano Alessandro Quarta direttore PREAMLETO DAI 3 AI 93 di Michele Santeramo regia Veronica Cruciani 13 • 17 aprile 2016 I GIGANTI DELLA MONTAGNA di Barbara Della Polla e Ennio Guerrato 25 gennaio • 20 febbraio 2016 VITA AGLI ARRESTI DI AUNG SAN SUU KYI LEO ideazione Marco Martinelli e Ermanna Montanari regia Marco Martinelli 20 aprile • 8 maggio 2016 PER UNA STELLA progetto Marta Galli, Anna Maini e Roberto Rampi regia Stefano De Luca 1 • 6 marzo 2016 da un’idea di Alberto Nucci Angeli e Lorenzo Terranera testo Luisa Mattia e Alberto Nucci Angeli regia Francesco Frangipane 2 • 3 aprile 2016 LUCE SULL’ARCHEOLOGIA TEATRO ARGENTINA domenica | ore 11 24 gennaio 2016 FA’AFAFINE CALDERÓN di Pier Paolo Pasolini regia Federico Tiezzi 11 • 15 maggio 2016 ALTROVE scritto e diretto da Giuliano Scarpinato 16 • 17 aprile 2016 scritto e diretto da Paola Ponti 8 • 13 marzo 2016 di Pier Paolo Pasolini dal Miles Gloriosus di Plauto regia Federico Vigorito 8 • 13 marzo 2016 UNA CITTÀ A COLORI 21 febbraio 2016 ASTRONAVE51 BATTLEFIELD IL VANTONE di Peter Brook, Jean-Claude Carrière e Marie-Hélène Estienne regia Peter Brook e Marie-Hélène Estienne IN INGLESE CON SOPRATITOLI 16 • 18 maggio 2016 scritto e diretto da Cristina Carpio e Alice Palazzi 26 aprile • 24 maggio 2016 CITTÀ DI UOMINI E DEI 28 febbraio 2016 LA CENERENTOLA di Gioachino Rossini GLI SPAZI DEL SACRO 13 marzo 2016 IO SONO MISIA TRINCEA di Marco Baliani regia Maria Maglietta di Vittorio Cielo regia Francesco Zecca Laboratorio Teatrale Piero Gabrielli 30 maggio • 5 giugno 2016 UNA CITTÀ D’ACQUA E GIARDINI 20 marzo 2016 CAROSELLO ITALIANO regia Roberto Gandini L’IMMAGINE DI CESARE

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6 // RITRATTO DI UNA CAPITALE IL SELFIE DI ROMA, CITTÀ DELL’APOCALISSE di Stefano Casi SEI SCENE DI UNA GIORNATA A ROMA Dell’intero progetto presentato nell’autunno 2014 (Ventiquattro scene di una giornata a Roma. 26 autori, 44 attori per uno spettacolo-maratona che racconta la città) sono state selezionate 6 scene per ricomporre una panoramica più stretta e compatta, che è quella che ho potuto vedere. Non so cosa raccontassero le 18 scene tralasciate, ma queste 6 sembrano racchiudere l’universo-Roma nei confini stretti di una città senza visione e senza futuro. un progetto di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri regia Fabrizio Arcuri colonna sonora composta da Mokadelic set virtuale Luca Brinchi, Roberta Zanardo/Santasangre e Daniele Spanò ODIOROMA di Mariolina Venezia con Anna Bonaiuto e Roberto De Francesco L’ARCISPEDALE QUANDO SI FA L’ALBA di Valerio Magrelli con Milena Vukotic e Lorenzo Lavia FLAMINIA BLOCCATA di Fausto Paravidino con Pieraldo Girotto, Lucia Mascino, Filippo Nigro ROMA EST di Roberto Scarpetti con Lucia Mascino, Fabrizio Parenti, Josafat Vagni ANGELI CACACAZZI OVVERO AH, COME STAREI BENE A VIVE SE FOSSI MORTO di Elena Stancanelli con Sandro Lombardi e Roberto Latini ALLA CITTÀ MORTA PRIMA EPISTOLA AI ROMANI di e con Daniele Timpano e Elvira Frosini PRODUZIONE TEATRO DI ROMA DURATA 2 ore e 20 minuti senza intervallo ll’uscita dal Teatro Argentina si ha l’impressione che lo spettacolo non sia finito. Il Ritratto di una capitale concepito da Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri, che ne è anche regista, sembra proseguire nelle strade teatrali di una città che ha avuto il coraggio di rappresentarsi su un palcoscenico in tutta la sua sfolgorante mediocrità. Un selfie malinconico e vivido al tempo stesso. Che si propaga tutt’attorno nel labirinto imperial-barocco delle vicinanze del Teatro Argentina, per ramificarsi poi nelle periferie fino al Sacro GRA e oltre, dove l’antropologia romana si frammenta nei micro-universi bamboccianti che Gianfranco Rosi ha raccontato due anni fa. Eppure c’è qualcosa che non torna. La Cappella Sistina teatrale degli anni 10 del XXI secolo, costruita in modo eccellente da Arcuri, dove vele e lunette drammaturgiche ricompongono un’unità metropolitana vibrante e illuminante, mostra una violenta separazione dal suo titolo. Ed è questo l’aspetto più inquietante: è questa la capitale? È questa una capitale? E ancora… Cosa ha portato questa disgraziata città di nomadi solitudini, di beceri razzismi, di cialtronaggine a buon mercato, di quotidiana mortifera apocalisse a diventare capitale? Oppure: cosa ha portato la capitale d’Italia a ridursi così? E ancora… il “ritratto di una capitale” come Parigi o Atene o Mosca avrebbe avuto lo stesso timbro, lo stesso sentimento? Perché quello che emerge in modo sconvolgente da quest’opera è proprio l’assenza del sentimento della “capitale” dichiarato nel titolo. Il fatto è che Roma non si fa l’autoritratto nobile che una capitale sarebbe portata a farsi, ma il selfie de noantri che potrebbe farsi qualsiasi città o villaggio. Con la grandezza potente e malinconica, autoironica e autodistruttiva, intensa e profonda che solo Roma nel mondo può permettersi. Ma anche con la percezione di una separazione da quella grandezza, di una divaricazione tra l’essere Roma capitale e il sentirsi in una pozza dal corto respiro. A S i inizia con l’intimissimo Odioroma di Mariolina Venezia, che sovrappone la topografia reale della città alla topografia psicologica e sentimentale di una donna (Anna Bonaiuto) che vive un profondo disagio di non appartenenza, e che – dialogando con il suo psicanalista (Roberto De Francesco) – sprofonda il proprio smarrimento nel febbrile e malsano rincorrersi di vicoli, fornici e cripte, in un delirio onirico-sessuale rifiutato dalla razionalità di donna settentrionale trapiantata al centro di un labirinto di rovine avvolgente e ormai irrinunciabile. I n L’Arcispedale quando si fa l’alba Valerio Magrelli pone in rotta di collisione un’anziana signora (Milena Vukotic) e un giovane tossico (Lorenzo Lavia) nel non-luogo di una sala d’attesa (quella dell’Ospedale di Santo Spirito), dove si scontrano nella sostanziale incomunicabilità non tanto due diverse generazioni o modi di vivere, quanto due dimensioni temporali che sono le due identità della città: la storia e la cronaca. Sono due identità sovrapposte nello stesso spazio: gloria e dannazione della città eterna in cui un monumento secolare può rappresentare oggi solo un luogo di distribuzione di metadone. Roma si presenta così come spazio ambiguo, fatto di sovrapposizioni incongrue, la cui millenaria vita anfibia vede la coesistenza di “certi ruderi antichi di cui nessuno capisce più stile e storia, e certe orrende costruzioni moderne che invece tutti capiscono”, come Pasolini faceva dire a Orson Welles nella Ricotta 50 anni fa. TEATRO ARGENTINA

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// 7 I I l terzo episodio spezza con il sanguigno humor romano l’atmosfera desolata dei primi due pezzi, e insieme ci porta direttamente in una modernità svincolata dalla memoria, mostrando in modo ancor più tagliente quella divaricazione di Roma da sé. Nel brillante titolo Flaminia bloccata Fausto Paravidino non fa riferimento al classico problema del traffico su una delle arterie consolari cittadine (la Flaminia, appunto), ma al destino di una ragazza di nome Flaminia (Lucia Mascino) incastrata in una macchina incidentata. Praticamente una farsa in una tragedia. Che è poi la farsa tragica di Roma stessa, incidentata, incastrata, attorniata da due tizi (Pieraldo Girotto e Filippo Nigro) incapaci di soccorrerla al di là della volontà, ontologicamente inetti al di là della rappresentazione che offrono di sé. La caciara rumoristica delle spranghe che allegramente sbattono sul cofano e la portiera, fatta da Flaminia/Roma bloccata e dal suo accompagnatore cialtrone (o meglio, da colui che dovrebbe guidarla), così, per passare il tempo e far finta di far qualcosa, ha il sapore antropologico di una tribalità postmoderna nella quale ci si appaga in una condizione di stallo pericolante aspettando gli eventi: Flaminia è bloccata? abbiamo fatto il possibile, tanto vale far caciara… l primo e il secondo episodio sono racchiusi da Arcuri in scatole allusivamente realistiche, come fossero i riquadri di un affresco murale come ce ne sono a decine nella città del Rinascimento. Il terzo episodio comprime concettualmente il riquadro nella scatola rappresentata dall’automobile. Poi, di nuovo, il quarto episodio sviluppa la narrazione in scatole che rimbalzano negli schermi-riquadri sovrastanti che mostrano immagini di metropolitana. Al di sopra e tutt’attorno, secondo una concezione barocca, immagini proiettate che incombono e avvolgono. È la nuova Cappella Sistina – teatrale – in cui potersi rispecchiare. Doverosamente, non possono mancare gli angeli: Angeli Cacacazzi come quelli rievocati da Elena Stancanelli, che ‘sfondano’ quel riquadro: sopra, accanto, attorno, e infine sotto, sprofondando nella botola verso gli abissi della città, diventando essi stessi sedi- menti archeologici di una città che non espelle ma risucchia, mastica, macera e trasforma in reperto. I ‘reperti’ sono l’attore e poeta Victor Cavallo (Sandro Lombardi) e il ballerino Gene Anthony Ray (Roberto Latini), figure vere – qui ricreate –, lontanamente beckettiane e intrinsecamente dantesche, che declinano l’essenza romana secondo il paradigma dell’arte maledetta o – per dirla altrimenti – quello di un naufragio sociale che annienta l’umanità o – per dirla ancora in altro modo – quello della ricchezza nascosta negli anfratti invisibili di una città fatta di “ruderi antichi” e “orrende costruzioni moderne”: perché è proprio lì in mezzo che pulsano i valori antimoderni che spostano l’indice della “capitale” verso gli spazi visibili/invisibili dei reietti e degli esclusi. Che sono sempre e comunque poeti e artisti. È L a cronaca allegorica di Flaminia slitta nella cronaca reale di Anagnina, la stazione dove nel 2010 un ragazzo uccise con un pugno una donna romena per una banale lite. Con Roma Est di Roberto Scarpetti siamo alla rievocazione puntuale e stringente di quel ‘piccolo’ misfatto, che si allarga impetuosamente a sintomo di una civiltà malata: quella che può strappare una persona dal proprio ambiente per scaraventarla in un altrove dove riscattarsi da una vita di stenti, e quella incapace di trasmettere i valori minimi della convivenza. La struttura drammaturgica a squarci alterna lo struggente lirismo classificatorio delle cose importanti, racchiuse nel cuore dell’immigrata (Lucia Mascino), all’impressionante analfabetismo culturale sentimentale morale e linguistico del ragazzotto assassino (Josafat Vagni), nonché alle veloci istantanee realistiche che sono quelle che furono rimandate a suo tempo dalle telecamere di sicurezza. Ancora una volta una incomunicabilità sostanziale, che non riguarda in questo caso il rapporto con la storia del passato, ma con la storia presente, rivelando l’inadeguatezza di una città dove la convivenza è stridente sovrapposizione e non amalgama. così che il Ritratto-selfie “sistino” si avvia verso l’Apocalisse: scompaiono scatole e riquadri, lo spazio si svuota nell’indefinito, mentre dallo schermo in alto incombe un Giudizio Universale che è composto esclusivamente da edifici in demolizione. Alla città morta. Prima epistola ai Romani di Daniele Timpano e Elvira Frosini chiude perfettamente il discorso: alle quattro micronarrazioni e all’antinarrazione ‘angelica’ succede ora la rassegnata invettiva che i due autori stessi lanciano dal fondo del palco all’Urbe saccheggiata e sedimentata, frutto di concrezioni e stratificazioni di macerie sulle quali forse nessuno più sta davvero camminando. Sono anche loro reperti pseudo-archeologici, rigidi in un’immobilità statuario-cadaverica, da cui sono in grado di osservare il nulla di una metropoli postuma: due zombi contagiati dall’inanità romana, anch’essi un po’ faciloni e ignavi di fronte all’Italia che riparte e a Roma che, se riparte, dove potrà mai andare visto che è ormai “città morta”, dannunzianamente adatta alla retorica, ma non alla storia a cui si è sottratta da tempo? Si consuma così, sulle ultime immagini neroniane di innumerevoli mappe moderne di Roma che prendono fuoco, un ritratto amaro dominato da un cupo senso di morte che attraversa in crescendo tutti gli episodi: dalla topografia di una città che non c’è più per sancire la fine di una qualsiasi vitalità (fosse pure disperata) all’androne di un ospedale, dall’incidente automobilistico all’assassinio razzista, dalle figure pseudo-angeliche che dicono “come starei bene a vive se fossi morto” fino all’epistola alla “città morta”. E allora, ancora: è questa la capitale? E allora, soprattutto: cosa fare e come per cambiarne il ritratto, per mutarne la desolazione? Come sempre, come in ogni ritratto o affresco, nascosto nelle pieghe delle forme e dei colori, si intravede qualcosa che racconta altro. Piccoli segni sparsi. Da cui, forse, ripartire. Da cui, forse, provare a ricostruire un’altranarrazione, un altro ritratto, questa volta nobile, da capitale. Piccoli segni che si insinuano come un paradosso: l’anziana signora che non si arrende di fronte all’incomunicabilità e cerca di gettare ponti, certo a modo suo, ma pur sempre ponti; l’immigrata romena che enumera i punti di forza della sua nostalgia e della sua carica positiva, reclamando una presenza attiva; due drop-out sospesi nel tempo, che trasformano la rassegnazione per la loro condizione in forza propulsiva. Eccolo, allora, il ritratto di Roma come vera Capitale nobile e positiva: un’anziana, un’immigrata, due artisti barboni. E non è affatto beffardo. (da Teatri, dicembre 2015) 22 dicembre 2015 • 3 gennaio 2016

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8 // ORESTEA ph. Fabio Donato CLASSICI? MODERNI MAI COSÌ Dopo il felice debutto al Mercadante di Napoli, dove ha registrato il tutto esaurito con grande successo di pubblico e importanti consensi della critica, l’Orestea di Eschilo diretta da Luca De Fusco approda sul palcoscenico del Teatro Argentina. Un allestimento di grande impegno per uno dei massimi capolavori del teatro di tutti i tempi – l’unica trilogia greca pervenuta interamente – qui messo in scena integralmente con le tre tragedie Agamennone, Coefore e Eumenidi. Un’unica storia per un’opera d’arte totale che affonda le radici nella tradizione mitica dell’antica Grecia suddivisa in tre episodi: dall’assassinio del re Agamennone da parte della moglie Clitemnestra, alla vendetta, dieci anni dopo, del loro figlio Oreste che uccide la madre e il suo amante Egisto, fino alla persecuzione del matricida da parte delle Erinni e all’assoluzione di Oreste da parte del tribunale dell’Areopago. Un lavoro dal forte impatto che restituisce alla scena la grande opera del teatro greco sull’istituzione della legge contro la vendetta, della legalità contro l’arbitrio della violenza, tematiche e conflitti che attraversano il nostro presente. Luca De Fusco si confronta con una tragedia classica utilizzando, come nel teatro greco, la parola, il canto, la danza, a definire un linguaggio di teatro totale: «Uno spettacolo – sottolinea il regista – per alcuni versi classico, ma in realtà una messa in scena molto contemporanea, che rinnova lo stile di teatro-video già realizzato in Vestire gli ignudi, Antigone e Antonio e Cleopatra, nel quale si rinnova la felice collaborazione con gli artisti della Vertigo Dance Company di Tel Aviv». di Eschilo traduzione Monica Centanni regia Luca De Fusco con Mariano Rigillo Elisabetta Pozzi Angela Pagano Gaia Aprea Claudio Di Palma Giacinto Palmarini Anna Teresa Rossini Paolo Serra e con Fabio Cocifoglia Paolo Cresta Francesca De Nicolais Patrizia De Martino Gianluca Musiu Federica Sandrini Dalal Suleiman Enzo Turrin scene Maurizio Balò costumi Zaira de Vincentiis musiche Ran Bagno coreografie Noa Wertheim PRODUZIONE TEATRO STABILE DI NAPOLI TEATRO STABILE DI CATANIA AFFARI FAMIGLIA DI DURATA Agamennone 1 ora e 30 minuti Coefore 50 minuti Eumenidi 60 minuti + due intervalli di 15 minuti TEATRO ARGENTINA

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COSÌ LA STAMPA N // 9 C erto, mettere in scena non una delle tre componenti l’Orestea, ma l’intera opera, è impresa coraggiosa (...). È quello che ha fatto Luca De Fusco con la rappresentazione della trilogia con molti interpreti, tutti ottimi (...). Le quattro ore scorrono, come un sogno... Diciamo che il successo è stato colto: quattro ore ben spese, potevano essere anche cinque. Il sortilegio teatrale ha agito. Roberto Mussapi, Avvenire el mirabile, memorabile allestimento di Luca De Fusco (...) l’istituzione dell’aeropago, enunciata dalla superba Atena di Gaia Aprea ... risulta emozionante come nessun altro momento del teatro recente. Quattro ore con intervalli, eccellente un cast di cui resta spazio per ricordare Elisabetta Pozzi, Angela Pagano, Mariano Rigillo, Giacinto Palmarini. Masolino D’Amico, La Stampa L I l teatro Mercadante di Napoli inaugura la sua prima stagione da teatro nazionale con una splendida edizione dell’Orestea di Eschilo che segna una data storica negli annali della prosa italiana. Enrico Groppali, Il Giornale o spettacolo procede bene con un suo andamento tenebroso, e non gravato da troppe proiezioni ingrandite dagli attori, pratica prediletta del regista. Del resto il parterre attoriale non ha bisogno di appoggiarsi su ulteriori dilatazioni. Basta a se stesso con la bravura di ognuno: Elisabetta Pozzi, Gaia Aprea, Mariano Rigillo, Maria Teresa Rossini, Paolo Serra, Giacinto Palmarini, Angela Pagano e Enzo Turrin. Rita Cirio, L’Espresso C i sono spettacoli che converrebbe vedere più volte. Accade di rado ma accade. Ed aumenta così il piacere dello spettatore. Credo sia il caso dell'Orestea che Luca De Fusco ha messo in scena (...). Una emozione da cui si uscirà carichi di passione interiore. Giulio Baffi, la Repubblica Napoli T ra tutti i sistemi complessi possibili, l’Orestea di Eschilo, va da sé, è uno dei più ardui. De Fusco tale opus magnum lo affronta appunto prendendolo di petto, in modo spavaldo, con attori tra i più bravi nel porgere in modo chiaro e a volte addirittura sillabato (ecco l’Agamennone di Mariano Rigillo, la Pizia di Anna Teresa Rossini, la Atena di Gaia Aprea, l’Apollo di Claudio Di Palma); e con uso di tecnologia, come è ovvio, incongruo e tuttavia possente, incisivo, congruo per un testo scritto cinque secoli prima dell’inizio del nostro calendario. Franco Cordelli, La Lettura - Corriere della Sera 12 • 17 gennaio 2016

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10 // VANGELO TEATRI DEL SACRO PER IL GIUBILEO • Artista sempre alla ricerca di sfide e capace di sperimentare sulla scena lavorando nel solco fertile tra autobiografia e cronaca, tra vita e teatro, Pippo Delbono presenta Vangelo, in prima nazionale. Un’opera collettiva che, insieme alla sua compagnia, ha coinvolto gli attori, i danzatori, l’orchestra e il coro del Teatro Nazionale Croato di Zagabria, dove lo spettacolo è stato presentato lo scorso mese di dicembre in forma di opera lirica. Dopo l’anteprima di Zagabria, Vangelo si declina in una versione di prosa con immagini filmiche. Le diverse fasi di questa nuova produzione accompagnano anche le riprese dell’omonimo nuovo film di Delbono: una produzione cinematografica internazionale sviluppata tra Svizzera-Italia-Francia-Belgio. // A pensarci bene, Cristo è l’unico anarchico che ce l’ha fatta. André Malraux uno spettacolo di Pippo Delbono con Gianluca Ballarè, Bobò Margherita Clemente Pippo Delbono, Ilaria Distante Simone Goggiano, Mario Intruglio Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica, Pepe Robledo Grazia Spinella, Nina Violić Safi Zakria, Mirta Zecević e con la partecipazione nel film dei rifugiati del Centro di Accoglienza PIAM di Asti immagini e film Pippo Delbono musiche originali digitali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile scene Claude Santerre costumi Antonella Cannarozzi disegno luci Fabio Sajiz PRODUZIONE EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE e HRVATSKO NARODNO KAZALIŠTE - Zagabria co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d’Amiens Centre de Création et de Production, Theatre de Liège // DURATA 1 ora e 50 minuti senza intervallo TEATRO ARGENTINA ph. Maria Bratos

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// 11 NEL MIO VANGELO SUONANO ANCHE I ROLLING STONES DOPPIA VERSIONE, DRAMMA E OPERA PER LO SPETTACOLO DEL REGISTA TEATRALE Intervista a Pippo Delbono di Rodolfo Di Giammarco la Repubblica, 7 gennaio 2016 B uddista, anarchico, pacifista, antiomofobo, artista anomalo, performer-danzatore-cantante europeo, cineasta sperimentale, Pippo Delbono ha scelto d’attraversare questo periodo di contrasti di civiltà col doppio spettacolo Vangelo, in versione operistica battezzata a Zagabria. Vangelo? Vangelo è una parola che ci portiamo appresso nella nostra cultura da 2000 anni, una parola fatta di dolori, luci, bellezze, poesia, arte, crociate, morti, stragi, martiri, dominio e potere. Mi viene in mente questo, se penso alle esperienze da quando mia madre mi ha dato alla luce fino a quando, prima di morire, mi chiese di fare qualcosa sul Vangelo. E io a dirmi: perché no? Perché non buttarmi su qualcosa di profondo, tipo il calvario del mio libero arbitrio? Perché non riflettere sulla religione che sembra abbia paura che tu sia libero? La libertà è l’opposto della spiritualità? Io rispondo: è la stessa cosa. Lo dico da buddista praticante da 27 anni, svincolato da dogmi, cosciente che la vera sostanza del Vangelo è eversiva. Con le biografie cosmopolite della troupe la struttura del duplice spettacolo s’annuncia un Vangelo apocrifo? Direi di sì. Mi sono mantenuto sincero con la mia storia, col mio essere “contro”, abituato a un cammino politico e sociale (…) Ne è venuto fuori un lavoro schizofrenico, dove io sono una specie di diavolo che recita Sympathy For The Devil dei Rolling Stones (…) Non facile, con un poeta della scena come lei, pronosticare i contenuti di un suo spettacolo che allude al Nuovo Testamento … Contesto il sapere borghese, il linguaggio corrente del teatro. Vangelo nasce dallo stare con immigrati e rifugiati nei centri di accoglienza (ho condiviso la loro vita), con i degenti d’ospedale (sono stato inchiodato a letto per un problema agli occhi). Denuncio come la storia ci venga raccontata da un solo punto di vista, e non con l’ottica degli altri. Siamo stati malissimo per Parigi, ed è naturale, ma non ci sono immagini per le catastrofi e le ingiurie inferte in Afghanistan o in Siria, quando venivano uccise donne e bambini, e non rimane nulla di 700 ragazzini affogati nel Mediterraneo. Il teatro deve costituirsi come luogo della verità. Il Vangelo è multietnico, multilinguistico, multidisciplinare? Ho ricondotto tutti al mio sistema di segni. Le partiture operistiche cambiavano ogni giorno, e s’andava avanti in un baccano continuo. La versione lirica contiene più musiche per coro e orchestra, sempre di Enzo Avitabile. Io alterno brani di Matteo, Marco, Luca e Giovanni in modo brechtiano, anche cantando e danzando. Certe donne in nero evocano il fanatismo, ma qualche mostruosità s’annida pure nella nostra fede. A testimoniare morte, prigione e fuga è un rifugiato afgano, Safi Zakria (…) E un direttore di teatro francese assistendo a Zagabria al Vangelo ha detto “Ho capito l’ondata della destra: le persone non amano più gli altri ma soltanto se stesse”. // La religione è un sospiro dell’anima in un mondo senz’anima. Karl Marx // 19 • 31 gennaio 2016

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12 // TI REGALO LA MIA MORTE, VERONIKA ph. Bruneòla Giolivo prosegue la propria analisi nell’universo femminile con uno spettacolo che rilegge i miti del cinema occidentale e ne indaga le icone che essi hanno regalato alla memoria collettiva, senza dimenticare Francamente me ne infischio, personale rilettura di Via col vento che ha recentemente impegnato il regista nel confronto con un film chiave della storia popolare del cinema occidentale. Latella ritrova qui la poetica di Rainer Werner Fassbinder a distanza di quasi dieci anni: era infatti del 2006 la sua rilettura teatrale di Le lacrime amare di Petra von Kant. La base di questo nuovo lavoro è l’opera cinematografica che Fassbinder ha dedicato alla rappresentazione e all’analisi della donna. Entriamo così nella mente di Veronika, diva sul viale del tramonto e vittima della morfina somministrata da medici senza scrupoli, dove i ricordi e i personaggi rievocati diventano apparizioni in bianco e nero, il nero come forma perfetta che fagocita gli altri colori e il bianco della purezza ma anche del lutto. E, inevitabilmente, il bianco della morfina che trasforma le memorie in gratificazioni, deforma ogni percezione fino a rendere accettabile la morte come possibilità, o liberazione. • Dopo il pluripremiato Un tram che si chiama desiderio, Latella LA SCENA DONNE ALLE traduzione e adattamento di Antonio Latella e Federico Bellini tratto dal film Veronika Voss di Rainer Werner Fassbinder regia Antonio Latella con Monica Piseddu e in o. a. Valentina Acca, Massimo Arbarello Fabio Bellitti, Caterina Carpio Sebastiano Di Bella Nicole Kehrberger, Estelle Franco Fabio Pasquini, Annibale Pavone Maurizio Rippa ombre Altretracce scene Giuseppe Stellato costumi Graziella Pepe musiche Franco Visioli luci Simone de Angelis assistente alla regia Brunella Giolivo PRODUZIONE EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE DURATA 1 ora e 50 minuti Utilizzo della sceneggiatura Die Sehnsucht der Veronika Voss di Peter Märthesheimer e Pea Fröhlich, da una bozza di Rainer Werner Fassbinder, per gentile concessione della Fondazione Rainer Werner Fassbinder - Berlino e di Verlag der Autoren – Francoforte sul Meno / Germania. Per gentile concessione di Arcadia & Ricono Srl a socio unico via dei Fienaroli, 40 - 00153 Roma - Italy TEATRO ARGENTINA

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// 13 CONVERSAZIONE CON ANTONIO LATELLA Questo è il tuo secondo incontro con la poetica di Fassbinder. Cosa ti ha portato ad affrontare di nuovo questo autore? Oggi mi rendo conto che mi piace affrontarlo perché mi sembra di avere finalmente capito la sua dimensione di autore classico. È cambiato l’approccio, il desiderio di non pensarlo più come autore alternativo, o, peggio, trasgressivo, quanto come inventore di un nuovo liguaggio teatrale e cinematografico. Oggi sono consapevole del suo rapporto con Cechov, con Goldoni, con la tragedia greca; questo mi porta a confrontarmi con lui in un modo più adulto, cercando di evitare la provocazione per tentare di restituirgli la potenza del grande classico. Senza rinunciare, naturalmente, a provare a ricreare parte del clima non certo rassicurante che lui stesso creava nel suo contesto storico. Rispetto a Le lacrime amare di Petra von Kant, credo che questo sia uno spettacolo più fassbinderiano, se vogliamo usare questo aggettivo, proprio perché non è affatto consolatorio. In alcuni tuoi spettacoli, a partire da Le Nuvole (2009), fai riferimento al mondo dei primati, come in quest’ultimo lavoro. Quale significato simbolico associ a questa scelta? È come se cercassi di ritrovare l’essenza del primo uomo. Più procedo nella mia ricerca, più mi chiedo se l’uomo avesse consapevolezza della propria coscienza fin dall’origine; con un po’ di ironia, si può dire che il fatto che si pensi che gli animali non abbiano coscienza della morte li metta forse in una condizione di vita migliore della nostra. In quest’ultimo lavoro ci troviamo di fronte a dei gorilla albini: per alcuni dovrebbero simboleggiare il Diavolo o assumere altri significati, anche se forse rappresentano una possibilità di liberazione, quella di poter, un giorno, scomparire definitvamente nella luce. Credo tuttavia sia l’ulitmo spettacolo in cui compariranno, come credo non lavorerò più su un’idea di frontalità scenica. Per quanto riguarda i primati, o le scimmie, ironicamente si può anche aggiungere che oggi, forse, uno spettatore sia più portato a riconoscersi in una scimmia che in un personaggio, per come viene trattato a teatro. Dal programma di sala dello spettacolo COSÌ LA STAMPA I l testo appartiene alla solita potenza visionaria di Latella, che nella circostanza – tanto per fare un esempio – dà luogo a un coro di gorilla albini (e il bianco è per l’appunto il colore della morte) che, sul piano di un eclatante slittamento di senso, costituiscono sia la citazione di un “topos” del cinema di fantascienza (2001: Odissea nello spazio e Il pianeta delle scimmie) sia l’allusione alla scimmia, la morfina, che nel suo tramonto Veronika si porta accovacciata sulla spalla. Enrico Fiore Il Mattino S pettacolo tragico attraversato non da oscuri fantasmi osceni, ma da una luminosa, infelice pietà (…). In questo atto d’amore di Latella per Fassbinder c’è anche il Viale del tramonto, il Tram chiamato desiderio, la malattia di vivere di Psychosis 4:48 di Sarah Kane, un teatro delle ombre che da frammenti di sculture ricava il volto dell’autore tedesco (…). Stratificata e dissonante, e mai riproduttiva, la regia di Antonio Latella, che si conferma padrone d’un teatro che non c’è. Rodolfo Di Giammarco la Repubblica l centro del lavoro drammaturgico, curato dallo stesso regista e da Federico Bellini, c’è la figura affascinante, quasi mitica, di Rainer Werner Fassbinder (al quale Latella ritorna quasi a dieci anni da Le lacrime amare di Petra von Kant): l’autore cinematografico – tra i più importanti della scena tedesca del Novecento – morto che non aveva neanche 40 anni lasciando un vuoto incolmabile, uomo di teatro dalla penna vitale (ha firmato almeno due decine di drammaturgie), è nel progetto spettacolare di Latella una sorta di centro gravitazionale attorno al quale tutto ruota. (…) Per dirla con la splendida e cechoviana immagine che chiude lo spettacolo, il Fassbinder di Latella è un grande albero, con radici secolari, capace, nonostante tutto, di generare ricchi frutti: le vite dei suoi personaggi. C’è insomma qualcosa che ci riporta alle tematiche artistiche e filosofiche care a Luigi Pirandello, a quella continua e ossessiva riflessione con cui l’agrigentino indagava l’atto creativo. Latella e Bellini costruiscono un labirinto di specchi nel quale lasciano smarrire il personaggio di Veronika e dunque anche l’attrice che la interpreta. Andrea Pogosnich TeatroeCritica A N on è solo l’andare dentro e fuori dalla parte, non infrequente sulla scena contemporanea. Qui la meta-teatralità è elevata all’ennesima potenza, alla metafora della metafora, perché siamo dentro un teatro che riproduce una sala cinematografica dove si proietta il making off del film che sta alla base dello spettacolo teatrale, in un continuo e anche un po’ verboso rimescolamento dei piani narrativi. E infatti da un lato è collocato un proiettore cinematografico che può scorrere su una rotaia a filo della ribalta, a evocare fisicamente il medium che fa da cerniera con questa sorta di porta girevole. Gianni Manzella, il manifesto U no spettacolo di ampia capacità prospettica e d’intenso lirismo che colloca questo revival di Fassbinder nell’ambito di un’avanguardia che non cessa di stupirci. Enrico Groppali, Il Giornale 2 • 14 febbraio 2016

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14 // 7 MINUTI ph. Ombretta De Martini • Lavoro, donne e diritti, per dare voce e anima a undici operaie ULTIME NOTIZIE LA SCENA DONNE ALLE che raccontano le paure per il proprio futuro e per quello dei propri figli, le rabbie inconsulte e le angosce che situazioni di precarietà lavorative scatenano. Alessandro Gassmann incontra Ottavia Piccolo nel “dramma proletario” scritto da Stefano Massini per riflettere sulla dignità del lavoro, sui diritti acquisiti e sull’importanza di non perderli. Basato su un episodio realmente accaduto in una fabbrica francese, 7 minuti racconta il braccio di ferro tra le operaie tessili di Yssingeaux, nell’Alta Loira, e i nuovi dirigenti subentrati al controllo. Il fatto di cronaca risale al gennaio 2012 quando undici donne si riuniscono per decidere se accettare la riduzione di 7 minuti della pausa. Un’unica scena per descrivere i percorsi di vita di un gruppo di operaie, madri, figlie, capaci di raccontare un’umanità che tenta disperatamente di reagire all’incertezza del futuro. Ottavia Piccolo, tra questi undici caratteri, rappresenta una sorta di “madre coraggiosa” che indica una via alternativa, il tentativo di far prevalere la giustizia. di Stefano Massini uno spettacolo di Alessandro Gassmann con Ottavia Piccolo e Paola Di Meglio Silvia Piovan, Olga Rossi Balkissa Maiga Stefania Ugomari Di Blas Cecilia Di Giuli, Eleonora Bolla Vittoria Corallo Arianna Ancarani, Giulia Zeetti scene Gianluca Amodio costumi Lauretta Salvagnin light designer Marco Palmieri musiche originali Pivio&Aldo de Scalzi videografie Marco Schiavoni PRODUZIONE EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE TEATRO STABILE DELL’UMBRIA TEATRO STABILE DEL VENETO DURATA 1 ora e 30 minuti senza intervallo TEATRO ARGENTINA

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// 15 COSÌ LA STAMPA G assmann dirige con mano felice la storia (vera) di 10 donne divise dalla crisi e guidate alla riscossa da Ottavia Piccolo. Così il concertato delle dieci intorno alla convinta pivot Ottavia Piccolo si sviluppa durante 90 minuti filati di coinvolgente tensione e crescente suspense che il finale non delude. Masolino D’Amico, La Stampa L ’opera di Massini immerge lo spettatore nel dramma della fabbrica. Alessandro Gassmann regala una regia cinematografica che premia i personaggi. Niccolò Menniti-Ippolito Il Mattino di Padova U E ffetti video, dissolvenze, immagini sovrimpresse usate per evocare storie, per sintetizzare il fluire del tempo, per enfatizzare snodi drammaturgici, che esaltano un testo che riesce a tenere costantemente elevata la tensione trattando un tema di dolorosa attualità: la lotta per conservare il lavoro. Michele Sciancalepore, Avvenire S i scontrano generazioni, classi sociali, opinioni, mentalità ben orchestrate dalla regia di Alessandro Gassmann e recitate con impeto realista da tutte le attrici. Magda Poli Corriere della Sera na bella drammaturgia che mutua dalla tradizione e anche dalla moderna sintassi televisiva e cinematografica i ritmi del docu-film, riempiendolo però della presenza concreta dei corpi e delle voci dei protagonisti che della contingenza fanno il trampolino per la conoscenza. La regia di Alessandro Gassmann ne asseconda con abilità i movimenti amplificandoli in una resa poli-segnica, che comincia ad essere caratteristica dei suoi lavori teatrali, in cui proiezioni video, giochi delle luci e accorto uso delle sonorità musicali riproducono ed enfatizzano i diversi piani significativi della scrittura, politici e psicologici, intimi e di relazione, favorendone la piena resa attoriale. Maria Dolores Pesce, dramma.it pplausi che vanno ben oltre i "7 minuti", a conferma che esiste anche un'Italia che, quando ne vale la pena, non si astiene, neppure a teatro. Beppe Giulietti Il Fatto Quotidiano A T ipico teatro di parola nel senso più alto e nobile del termine, allinea attrici di grande spessore con le dieci interpreti, fra cui alcune in ruoli di immigrate, capeggiate da una straordinaria Ottavia Piccolo, che danno il meglio di sè regalando allo spettatore una proposta intensa e commovente. Umberto Rossi cinemaeteatro.com NOTE DI REGIA di Stefano Massini, basa7minuti to su un episodio realmente acsul tentativo di dare verità a queste anime, descrivendone, in una scenografia iperrealista, tutte le diversità, emozioni, incomprensioni, tentando, come sempre, di amplificare le emozioni già presenti nel testo. Il teatro può davvero essere luogo di denuncia senza mai rinunciare alla produzione di emozioni, questo ho fatto finora e continuerò a fare con 7 minuti. Alessandro Gassmann T utte le attrici compongono un rispettabile affresco e Alessandro Gassmann si conferma arbitro di match realistici. Rodolfo Di Giammarco la Repubblica // Il dibattito fra quelle undici donne, diversissime, è il sismografo di un inizio secolo iper-contraddittorio in cui la bussola del lavoro sbanda impazzita. Stefano Massini caduto in una fabbrica francese è, in questo passaggio storico, il testo che andavo cercando. Parliamo di lavoro, di donne, di diritti, lo faremo dando voce ed anima a undici protagoniste operaie che ci permetteranno di raccontare con le loro diverse personalità, le paure per il nostro futuro e per quello dei nostri figli, le rabbie inconsulte che situazioni di precarietà lavorative possono scatenare, le angosce che il mondo del lavoro dipendente vive in questo momento. Il linguaggio di Massini è vero, asciutto, credibile, coinvolgente, molto attento e preciso nel descrivere i rapporti e i percorsi di vita di undici donne, madri, figlie, tutte appunto diverse tra loro, ma capaci di raccontarci una umanità che tenta disperatamente di reagire all’incertezza del futuro. Ottavia Piccolo, Blanche, rappresenta, tra questi undici caratteri, la possibilità di resistenza, il tentativo di far prevalere nel caos la logica, la giustizia, una sorta di “madre coraggiosa” che tenta di indicare una via alternativa. Il disegno registico, come mia abitudine, si concentra // 16 • 21 febbraio 2016

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