Quel viaggio bel senso

 

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Romanzo di formazione per adolescenti non convenzionali

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Quel viaggio nel senso di Massimiliano Forgione - 10/08/2008 Questo romanzo è dedicato ad adolescenti non convenzionali E a Cosimo, che con il suo sorriso, ci ha accompagnati per un po’ di anni. Prefazione Possono le ingiustizie, le guerre, avere degli inconsapevoli complici? Viviamo in un benessere frastornante, la nostra quotidianità è scandita da continue, ignobili aberrazioni. Ci alimentiamo di volgarità e fagocitiamo idiozia, costantemente, senza curarci di sapere da dove la nostra condizione abbia realmente origine, ci arroghiamo la vita, come se fosse naturale, la nostra opulenza, come se ci spettasse, a prescindere. Allora, una guerra, tutte le guerre hanno dei responsabili, sì, quegli inconsapevoli complici siamo proprio noi, quando voltiamo le spalle ad un bambino che chiede l’elemosina ad un angolo delle nostre città, ad un rifugiato che dorme avvolto in un cartone sotto un portico, quando mangiamo indifferenti davanti a scene strazianti; la macelleria umana che diventa spettacolo mediatico da rotocalchi, mai un pentimento, un senso di disgusto che ci porti a dire “basta, basta; tutto ciò va al di là di ogni sopportazione umana”. La perdita, il dramma della privazione possono risvegliarci da questo torpore. Lo strappo violento e lacerante della morte del figlio smuove la coscienza di mamma Cindy Sheehan, fino a darle il coraggio di chiedere giustizia al diretto responsabile, nientedimeno che al presidente degli Stati Uniti George W. Bush, a colui che in nome di una falsa guerra al terrore ha già immolato sull’altare della menzogna migliaia di giovani soldati americani e milioni di vite innocenti. Trovo un legame fondamentale tra il dramma di Cindy, ribattezzata “Madre Pace” nel monologo mio e di Dario e la storia proposta da Massimiliano Forgione: la privazione, che nel caso della mamma americana la porta ad uscire dal suo anonimato e a rivendicare giustizia, verità, nel nostro caso possiamo sperare ci riporti ad una vera fratellanza. Andrea, il protagonista di Quel viaggio nel senso come mamma Cindy subisce uno strappo, da ciò ha inizio il suo riscatto, la sua rinascita. Quel viaggio nel senso ci dice che vivere e morire sono un’appendice, una distrazione, se non ci riappropriamo della capacità di riuscire a contemplare anche le sofferenze degli altri e di essere disposti a cambiare qualcosa delle nostre vite in nome di una possibile giustizia sociale. Franca Rame

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Prima parte Capitolo 1 Non si guardò neppure attorno! Era in fila da più di un’ora con aria assonnata e stanca e tutto ciò che avrebbe desiderato era tornarsene a letto. Sempre così! Ad ogni fine di ogni mese. Poi ritirava la sua magra consolazione e se ne andava in giro per la città. Il sonno ormai smaltito e la noia di sempre, fedele passeggera della sua moto. Aveva l’impressione di trasportarla dietro di sé, quasi ne sentiva la stretta intorno alla vita. I primi tempi doveva capire in che modo ripartire quei pochi soldi per arrivare alla fine del mese, ma poi, anche ciò divenne un’abitudine e ne era ormai capace: come se avesse sempre guadagnato seicentomila lire. Niente di particolare! Si può dire una vita magra. Ma alla sua moto non avrebbe mai rinunciato. Era il suo orgoglio! Una vecchia Suzuki del settanta. Mai un problema, mai un guasto. Anche se gli amici lo prendevano in giro per quella sua difficoltà a rinnovarsi dimostrata anche in altre occasioni, lui accettava la cosa con ironia. Del resto sapeva, che gli altri sapevano, che una Suzuki, anche se vecchia, è sempre una Suzuki. Che emozione quando la sera ci montava su e a tutta velocità andava a prendere la sua ragazza. Avrebbe volentieri rifatto il percorso più volte solo per l’ebbrezza dell’alta velocità e quel fascino del rischio che in qualche modo lo faceva sentire ancora vivo. Lei lo amava tanto ma sapeva che il suo destino non era lui. Non gli perdonava quelle corse in moto e che dire poi del suo modo di vestire: come sopravvissuto ad un incidente. Anche lui non si faceva tante illusioni e quando lei puntualmente, con aria assolutamente normale e assuefatta, gli chiedeva: “Perché al posto di scorazzare con la moto tutto il giorno non ti cerchi un altro lavoro?”, oppure, “ma perché non ti vesti un po' meglio? Vorrei invitarti a casa, presentarti ai miei, ma così...”; ebbene, si sentiva come alla fine del mese: in fila per la sua disoccupazione. Si ritrovava, per quella che lui definiva la cattiva sorte, a vivere un ruolo strano, inatteso, inedito, che non gli offriva nell’immediato alcuna possibilità di venirne fuori. Allora, al diavolo! Quelle corse in moto erano veramente tutto per lui. La ditta di trasporti dove per cinque anni aveva lavorato come operaio dovette annullare gli scambi con i paesi dei Balcani. In questa parte del mondo, la storia aveva fatto un enorme salto nel passato e i popoli avevano ripreso ad uccidersi per ragioni di razza, di misure di territorio, per poi sfociare nella follia pura della pulizia etnica. Così, il personale fu ridotto e quando anche a lui fu detto di starsene un po' a casa, in attesa che la situazione economica migliorasse, ebbe improvvisamente a che fare con una strana condizione non certo facile da accettare a quel punto della sua vita. A trent’anni non è semplice trovare un nuovo posto di lavoro, soprattutto al Sud. Per questo Andrea diceva che era colpa della cattiva sorte. A millecinquecento chilometri di distanza, c’era lui che di riflesso viveva come sospeso tra futuro e passato: una vittima sacrificale di un mondo che aveva perso la bussola. Così, in attesa che la guerra finisse e che la ditta lo richiamasse al lavoro, Andrea altro non poteva fare che provare nuove velocità con la sua moto e con un dubbio, che ogni volta che accendeva la televisione cresceva fino ad un insopportabile mal di testa. Al ritmo di quelle bombe ogni scoppio era come un dolore lancinante nella parte destra del suo capo e anche se faceva fatica, non riusciva, soprattutto la notte, a spegnere quell’orribile spettacolo in onda ventiquattro ore su ventiquattro su quel canale interamente consacrato al nuovo medioevo Kosovaro. Rimaneva davanti a quella guerra in diretta, a farsi perforare istante dopo istante il corpo, inerte, assolutamente inoperoso e incapace di qualsiasi reazione; esattamente come quando la sua ragazza oltre a rimproverargli le corse in moto gli rinfacciava, un giorno sì e uno no, di limitarsi a fare l’operaio, di non ambire ad un ruolo sociale migliore. “Sei assolutamente rinunciatario! Ma non pensi ad un futuro, alla possibilità di avere di più di quel che hai? Non ti piacerebbe una moto nuova, magari… più veloce?” Lui si domandava perché chiamasse in causa la velocità visto che era una delle cose che più la spaventava, tanto che l’unico ricordo che conservava di lei sulla sella della sua moto aveva preso forma perché, in un eccesso di entusiasmo, fu proprio lei a estrarre la macchina fotografica dalla borsa, a sciogliere i lunghi capelli lisci, a mettersi in posa con il sole che batteva di lato e a chiedergli di immortalarla. Dopo qualche tempo gli diede la fotografia con dietro una dedica rimasta anonima nella sua mente. Di certo, assieme a quell’immagine,

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Andrea conservava netto il ricordo dell’incapacità di Anna di lasciarsi andare al piacere della velocità affidandosi a lui. “Ma non voglio una moto più veloce! Voglio continuare ad andare alla stessa velocità con quella che ho!”, rispondeva con naturalezza. “Oddio, che progetti per il futuro! Insomma, hai un diploma e non lo sfrutti, ti accontenti di fare l’operaio. Boh, contento tu!” “Beh, contento no, ma, lo sai che non è facile, che bisogna continuamente sgomitare e, lo sai che non ne ho voglia”, replicava senza alcun entusiasmo. “Già, già, mi chiedo di cosa hai voglia, a parte la tua Suzuki.”

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Capitolo 2 Il mondo continuava indifferente la sua corsa. C’era tanto da fare, almeno, questa era la percezione che Andrea aveva guardando fuori dalla sua finestra. In ogni momento della giornata quella via del pieno centro della sua bella città era un brulicare di auto, di uomini, di situazioni a lui così estranee da farlo ingiustamente sentire in colpa per non partecipare a quell’enorme affanno. Il logorio dei giorni, il passare lento delle ore, lo scandire inutile dei gesti che ora accendono una luce, ora la spengono, poi mettono su della musica. Il corpo indolente e noncurante che si sdraia sul letto a leggere un libro, qualcosa, e poi la tv, quel canale che mandava in onda il delirio del mondo, del Kosovo in guerra e di tutto il resto del pianeta con la sua possibilità di essere collegato ventiquattro ore su ventiquattro a spiare le sue frustrazioni e giustificare la propria voglia di sadismo. Un mondo progredito in cerca di giustificazioni autocelebranti. Quanto tempo ci sarebbe voluto per tornare ad una normalità sempre più priva di senso certo non lo sapeva e ormai non se lo domandava neanche più. I risparmi accumulati in quei pochi anni di lavoro erano agli sgoccioli e con le seicentomila lire della disoccupazione non poteva più permettersi l’affitto di quell’appartamentino centrale. Gli dispiaceva lasciarlo, ma a questo punto una scelta era d’obbligo: l’appartamentino o la moto. I suoi amici vivevano con le loro famiglie. Chi studiava, chi arrangiava qualche lavoretto qua e là, chi come lui era disoccupato ma senza sussidio, insomma, l’unica soluzione era tornare a casa di sua madre, che già da un po’ viveva da sola, da quando dopo ben venticinque anni di convivenza legalizzata, improvvisamente si era resa conto che non ce la faceva più a vivere con suo marito e, a cinquant'anni lei, cinquantacinque lui, decisero di separarsi, questa volta evitando il suggello della legge, perché troppo dispendioso e perché si sa, dopo tanti anni la vita regala un po' di giudizio critico, così i due tornarono alle loro esistenze in modo clandestino. I primi tempi andavano d’accordo. Era soprattutto lei a sforzarsi nel tentativo di rendere quanto più indolore quella convivenza di necessità, nell’attesa che tutto tornasse come prima. Ma niente può più essere come prima e anche se la ditta avesse richiamato Andrea, chissà, forse non avrebbe accettato, o forse sì, ma in che modo e per quanto? Quella sosta forzata lo stava cambiando dentro e anche se non lo sapeva e non riusciva a spiegarsi il perché di tutte quelle ore davanti alle scene della guerra in tv, inconsciamente qualcosa stava crescendo in lui come un cancro e lo avrebbe presto inghiottito portandolo alla fase terminale della sua malattia. Assecondare il suo male, inseguire un dubbio, passarci la notte di ogni notte per poter guardare in faccia un dolore, il suo immenso, assiduo dolore. Andrea, altro non poteva fare che plasmare quella convivenza forzata in una dolce e silenziosa presenza, che a furia di esserci, puoi imparare anche ad apprezzare. Le corse in motocicletta non avevano più il gusto spensierato che lo aiutava ad andare avanti nell’attesa che qualcosa succedesse, forse che tutto ritornasse com’era. Neanche le sere del fine settimana, passate nel solito bar con i soliti amici, gli davano più la stessa gioia e quando alzava la testa a guardare il televisore, attratto dalle notizie di quella guerra così vicina, rimaneva assorto e incapace di distogliere la sua attenzione e tutt’attorno diventava nulla, ogni cosa si stringeva e rimaneva solo lui, la guerra e quell’insopportabile mal di testa. Una notte, facendo più tardi, dopo aver passato più ore del solito davanti alle scene strazianti del massacro, nel letto si sorprese a piangere, si sentì pervadere il corpo da una infinita tristezza e quel mal di testa acuirsi sempre di più. Era una metamorfosi inaspettata, la sua sensibilità per le cose stava cambiando ed era ormai chiaro che doveva cercare di capire cosa stesse succedendo. Si risolse a parlarne con qualcuno, il solo fatto di condividere quel segreto forse lo avrebbe fatto sentire meglio. Di tornare a guarigione forse no, ma almeno ritrovare quel piacere per le abitudini che tanto amava e che da qualche tempo non gli davano più alcun sollievo. Con quest’ultimo pensiero riuscì pian piano ad addormentarsi e nella certezza che non importa a quali conseguenze il suo stato lo avrebbe portato, fece appena a tempo ad avvertire un sottile senso di stupidità per non sapeva cosa e poi quel mal di testa lento, regolare, quasi domato da una flebile fiducia. Trovò lo stesso ritmo della lancetta dei secondi del suo orologio e in quella ipnotizzante litania, chiuse finalmente gli occhi.

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Capitolo 3 Paolo era stato suo amico e confidente per parecchio tempo, soprattutto alle superiori, quando vicini di banco ognuno fu a suo modo attratto da un qualcosa dell'altro. Poi, con il tempo si erano un po’ perduti, anche se, ad intervalli regolari si telefonavano e aggiornavano quella bella amicizia ricca di complicità e di punti in comune. Quando poi Paolo si sposò, per quella strana intrinseca convinzione che risiede nei luoghi comuni, senza darsi una spiegazione, i due si persero di vista. Adesso, quel bisogno incombente faceva venire allo scoperto Andrea, che mai avrebbe immaginato che intanto Paolo, in preda ad una crisi di identità, un giorno aveva lasciato Chiara e la sua bambina di appena tre anni ed era partito per il Perù a seguito di una missione umanitaria che aveva messo a dura prova la loro relazione. Entrato nella loro casa si ritrovò in un’altra dimensione, non certo quella immaginaria che aveva accompagnato i suoi passi fino alla porta d’ingresso e tutto ciò cui fu improvvisamente esposto lo scaraventò in uno smarrimento estatico portato agli estremi dalla bellezza della donna con la sua creatura. “Diceva di provare un sentimento a metà tra il senso di colpa e la commozione quando pensava ai bambini delle favelas. Non si è mai più rimesso dopo quel viaggio fatto all'inizio della nostra relazione. Scelse Lima perché diceva che voleva vedere con i propri occhi i luoghi descritti nei romanzi del suo scrittore preferito.” Bambini, favelas, Lima, romanzi. Andrea si sentiva sempre più prigioniero di un rebus dalla difficile soluzione, troppe informazioni da gestire non gli davano tempo e modo di catalogarle come desiderava. “Anche io mi sono messa a leggere quei libri dopo che Paolo è andato via, per cercare di capire cosa fosse successo nella sua vita e come mai il nostro rapporto, che era scivolato via così piacevolmente fino ad un certo momento che non ricordo neanche più, improvvisamente abbia smesso di essere vivo e il ricordo fantastico di ogni singolo giorno vissuto insieme, dimenticato nella rabbia che lo accecava al punto di perdere ogni giudizio critico e odiare tutto ciò che lo circondava e provare un vero e proprio senso di fastidio a dover combattere con le piccole, inutili difficoltà di tutti i giorni…”. Andrea era impegnato ad inseguire un flusso di parole segnate da una evidente carica emotiva mista a rancore e ciò scatenava in lui un altrettanto violento flusso di pensieri esagitati, estremamente irrazionali, che inseguivano la necessità di indagare e interpretare immediatamente le motivazioni di Paolo. Cercava e rincorreva una pausa, una possibilità di arrestare l’ondata impetuosa e riuscire a dare ossigeno ai propri pensieri. “… E' stato un vero e proprio processo degenerativo che lo ha cambiato giorno dopo giorno senza che all'inizio me ne accorgessi. Poi, quando mi disse che avrebbe lasciato il proprio lavoro, capii, a quel punto troppo tardi, che tutti quei discorsi non erano delle pure fantasie passeggere. Paolo, sulle righe di quei libri stava meditando la propria avventura in Perù, perché ormai ne aveva bisogno e non ne avrebbe potuto fare a meno. Per questo, il giorno in cui dalla finestra della camera da letto vidi la jeep dell'amico Matteo, intuii che quella sera stava succedendo qualcosa di estremo. Sapevo che Matteo almeno una volta all'anno partiva per spedizioni umanitarie verso i Paesi più poveri. In più, Paolo negli ultimi giorni aveva comperato tutta un'attrezzatura per la sopravvivenza in luoghi difficili. Non mi disse mai chiaramente ciò che presto sarebbe accaduto, ma quella sera, quando lo vidi entrare in casa, avevo davanti ai miei occhi l'espressione di un Paolo diverso. Si muoveva deciso, con pochi essenziali gesti, non gli avevo mai riconosciuto tanta precisione. Era già partito, era chiaro, era proiettato nel suo Perù. Si muoveva tra le mura di casa, ma era come se avesse nella sua mente la luce di quei posti belli e allo stesso tempo tanto tristi…” Era inutile, frapporsi tra la sua figura e l’interlocutore immaginario con cui Chiara stava combattendo era impossibile. Si rese conto che avrebbe potuto anche mettersi a frugare tra le cose della cucina per preparare un caffè o andarsene senza sbattere troppo la porta, lei non avrebbe fermato quello sciorinare se non alla fine di quella lotta impari tra lei e il nemico da abbattere, l’ultima immagine di suo marito probabilmente, cui la nobile partenza aveva dato contorni indefinibili se non nel ritorno. Così, continuò ad ascoltarla, con quel certo distacco che poneva a difesa tutte le volte che non riusciva o non sapeva gestire una situazione e il volto di lei, man mano, assumeva sempre più i contorni sfumati dell’ultima volta che aveva visto Paolo, seduti a mangiare una pizza e a parlare proprio di lei, con la quale presto sarebbe andato a vivere.

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“...Mi disse che doveva andare, che aveva un volo alle 23.45 da Roma, destinazione Lima a raggiungere il campo che un gruppo di dieci persone aveva organizzato in pochissimo tempo visto l’aggravarsi della situazione laggiù. Una spedizione organizzata e gestita da una ONG. Era sicuro che quando ci saremmo rincontrati tutto sarebbe stato diverso, migliore. Mi sento così disperata a saperlo lontano e chissà in quale realtà a me estranea. Non posso fare altro che aspettare il giorno del suo ritorno e sperare che davvero tutto sarà migliore di prima. Ho letto alcuni di quei libri e anche se non condivido la sua scelta, almeno riesco a capirla. Soprattutto, apprezzo il coraggio di volersi buttare alle spalle tante ipocrisie e falsità e per questo essere disposto a pagare un prezzo non basso, a rifiutare ogni compromesso di comodo." Il suo monologo era un fluttuare tra accennati sorrisi pieni d’amore e decisa rabbia piena di solitudine. Poi rapida prese una penna, scrisse il numero telefonico dell’ONG di cui Matteo faceva parte e lo diede ad Andrea. Si salutarono a metà tra stupore e malinconia per quella assenza che faceva tanto rumore e per quell'immagine di lei rimasta sola con la bambina. Quando poi chiuse la porta, Andrea si rese conto che non aveva chiesto il nome del romanziere e per non disturbare ancora, prese a scendere le scale, pensando che forse non avrebbe mai letto quei libri.

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Capitolo 4 Chiese quel numero telefonico senza una precisa convinzione se non quella che una qualche utilità avrebbe avuto. Incamminandosi verso casa deviò per una via alternativa che l'obbligava ad un percorso più lungo e che lo avrebbe portato alla piccola libreria di suo zio, il fratello di sua madre, l'unico parente della famiglia con cui aveva intrattenuto nel tempo un rapporto positivo. Era un appassionato di libri. Passava la maggior parte del suo tempo a leggere, tanto da conoscere anche gli autori più sconosciuti. "Qualcosa che parli del Perù, che ne racconti qualcosa dal punto di vista sociologico, di come vive la gente, della povertà dei suoi luoghi. Vorrei leggere un romanzo. Conosci qualche scrittore che abbia scritto dei bambini di Lima?" La richiesta di Andrea parve alquanto bizzarra allo zio che sapeva che leggere non era il suo passatempo preferito e che non aveva mai ricevuto la sua visita in libreria, se non anni addietro, come un’abitudine che aveva ingenuamente confuso per giocoso passatempo. "L'autore che preferisco è José Maria Arguedas, ma se devo citare il più conosciuto direi Mario Vargas Llosa, che pur ha il dono della parola e ha dedicato più di un romanzo alle disgrazie di Lima. Ma come mai Lima, cosa c'è nella tua testa?, mi sembri abbastanza perturbato." Lo zio di Andrea aveva sviluppato nel tempo, grazie anche alle sue letture, una capacità di saper leggere dentro le cose. Non c’era bisogno di tante parole e pochi sguardi gli bastavano per interpretare lo stato d’animo di una persona. Non gli fu data alcuna spiegazione e la richiesta perentoria del nipote lo obbligò a cercare negli scaffali alcuni romanzi. Li porse ad Andrea che si mise in un angolo del retrobottega e ci passò tutto il tempo che restava fino al tramonto, quando lo zio lo invitò a prendere un caffè. Si incamminarono con lo stesso passo verso il prossimo isolato. Arrivati alla porta del bar, lo zio, come tutte le volte prima di entrare, ebbe un impercettibile sussulto, di cui nessuno, a parte Andrea, si sarebbe mai accorto. “Allora, come va il lavoro? E’ da un tanto che non ti fai vedere, che non ho notizie di te”, disse lo zio. “Mi hanno licenziato! Non ho più un lavoro”, rispose Andrea. “Come mai? Cosa è successo? E da quando?” “Non ricordo bene… tre settimane… forse più, non lo so”, replicò Andrea con lo sguardo basso. “Ma come mai?”, continuò lo zio. “Un giorno sono stato convocato dal capo e nel suo ufficio mi ha fatto firmare la lettera di dimissioni.” “Ma, allora, non ti hanno licenziato, te ne sei andato!” “Tanto se non firmavo avrebbero trovato il modo di farmi andare via. Sai come funziona: te lo dicono una volta con le buone e se non fai come vogliono ti rendono la vita impossibile”, affermò Andrea con sfiducia. “E adesso cosa hai intenzione di fare?” Ci fu una lunga pausa. Andrea non sapeva proprio cosa rispondere. La sua mancanza di dimestichezza con gli ambienti confortevoli creati dal senso di protezione di genitori e parenti, gli avevano lasciato una grave eredità di mancanza di fiducia, in se stesso, in quello che diceva, che faceva. “Non so se ho voglia di fare alcunché. Ora come ora non so proprio niente.” Forse per quel senso bonario innato e quella grande umanità che aveva sempre dimostrato di avere, la realtà ostica e poco rassicurante del momento non lo turbava più di tanto; ostentava una invidiabile tranquillità. Ma lo sgomento che lo zio avvertiva in lui, lo ritraevano come uno dei personaggi dei tanti libri che quotidianamente leggeva e ne subiva tutto il fascino, tanto che volle scandagliare fino in fondo ciò che turbava il suo animo e rendeva i suoi occhi, che lui ricordava pieni di luce e vivi, adesso, pieni di tristezza e di domande. “Dimmi cosa c’è che non va! Ho voglia di ascoltarti”, riprese fiducioso lo zio. “E’ che mi sento strano! Da quando mi hanno licenziato ho l’impressione di essere diventato un altro. Ho le idee confuse e nel momento in cui cerco di capirci qualcosa, al contrario, la realtà mi sfugge inesorabilmente.” Andrea, di fronte all’attento silenzio di suo zio, non si accorse che aveva trovato quell’interlocutore di cui aveva bisogno e comunque sedotto da quell’interessamento così spontaneo, proseguì:

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“La verità è che tutto mi sembra così inutile, ogni piccolo gesto quotidiano non mi porta a nulla se non ad uccidere il tempo, vederlo passare, andare via, così, senza che niente sia veramente accaduto. Poi accendo la tv e anche se non voglio, vado sempre su quel canale dove trasmettono la guerra del Kosovo. Non riesco ad impedirmi di guardare e mentre fisso quelle immagini tremende, sento la mia angoscia aumentare, perché non so esattamente cos’è che mi fa star male. Tu mi dirai la guerra in se stessa, quelle immagini di distruzione. Sento che c’è qualcos’altro. Non ho una risposta e la mancanza di una pur piccola possibilità di comprensione mi fa impazzire. Tutto sta cambiando e io mi sento così vulnerabile.” Lo zio rimase in silenzio per un po’, abbassò lo sguardo come a contemplare se stesso. L’analisi di Andrea era solo un accenno che oltre non poteva andare. Ma lo zio conosceva quel disagio. Rivedeva un malessere che per sopravvivenza era stato costretto a mitigare. Il disagio di Andrea era lo stesso stato angosciante per le cose che lui aveva sempre provato. Allora, ripensò al nipote piccolino, ai suoi comportamenti fuori luogo, al suo modo di guardare come se fosse fuori da tutto. Una estraneità che risultava evidente in ogni suo gesto e sguardo e che lo avevano sempre un po’ commosso. Quel ragazzo, cresciuto in maniera assolutamente diversa, non aveva mai risposto alle istanze bigotte che gli provenivano dall’esterno. E non si trattava di una ribellione gridata, ma di una sorta di protesta spontanea, innata, una predisposizione per il gesto naturale che lo irretivano ogni qual volta viveva le situazioni come una incombenza inevitabile. Sì, era proprio quella paura dell’obbligo, quel sentirsi costretto a rispettare questa o quella forma, un’apparenza, un artificio che non gli apparteneva. C’è chi nasce con l’amore per il vero, e allora, tutta la sua vita diventa una lotta contro un mondo che quel vero ripudia, rifugge, nasconde, per vari motivi, per quel maledetto: così fan tutti. Ed ecco, che se non incoraggiati si rischia di sentirsi fuori, diversi, con il tempo inutilmente problematici; un continuo veicolare le proprie energie verso direzioni sbagliate, mentre il mondo va da un’altra parte. E adesso, quel mondo aveva lasciato il suo Andrea più lontano di quanto lui stesso si aspettasse e potesse realizzare, e ancora una volta non gridava, viveva il disagio sommessamente, senza disturbare. Era questo che lo rendeva ancora più fascinoso, e se solo avesse scavato più in profondità i mali del vivere, questi lo avrebbero elevato a creatura assolutamente speciale. Quegli occhi sognatori, che rimanevano incantati davanti ai suoi disegni, erano gli stessi di adesso e gli confortavano la vita e i suoi sforzi per riuscire a tenere aperta la sua galleria di quadri. Poi si stancò di dover lavorare così tanto e quando anche la motivazione per un’arte che si alimenta di se stessa venne meno, chiuse definitivamente la sua attività e abbandonò per sempre le sue velleità artistiche. Adesso che ripercorreva quel passato non poteva più eludere la violenza del periodo in cui vedeva spesso il suo nipotino. Mentre con indolenza ed estrema lentezza preparava il suo trasloco, più o meno alla stessa ora pomeridiana, sentiva il suono del campanello che annunciava l’ingresso di qualcuno nel negozio. All’inizio lasciava il suo da farsi nel retrobottega e con un ritmo diverso andava a vedere chi fosse; ma dopo un po’ di giorni quel suono non lo distolse più, e fu soltanto il nipote a ridurre la distanza che dall’uscio lo separava dal laboratorio dove lo zio si trovava. Che non siano stati proprio quei passi in più ad allontanare Andrea, che non sia stato quell’affanno in eccesso, di cui solo lui doveva farsi carico, a fargli constatare che un giorno, dopo tanti, nessun suono interruppe il suo lento lavoro e non gli fece alzare il capo come reazione spontanea. Le distrazioni degli adulti, pensò, sono dei percorsi senza ritorno, dei vicoli ciechi. Ricordava ancora quell’espressione triste quando, al posto della galleria, Andrea vide che avevano aperto un bar. Quel volto diceva tutto e non c’era bisogno delle parole, non ce n’era mai stato. Adesso, Andrea era tornato e lui capiva perché e ne era fiero. Si trattenne dal piangere, lo avrebbe fatto dopo, quando in compagnia della sua solitudine ne avrebbe avuto tutto il tempo. “Quelle immagini di guerra ti turbano tanto e non riesci più a vivere in pace con te stesso. Non riesci a dare più alcun valore a ciò che prima in qualche modo contava. Hai il dubbio che qualcosa di sbagliato ci sia e solo lo spettro di non riuscire a vederci chiaro ti affligge e ti impedisce di vivere come fino ad adesso hai fatto. Ti prego, credimi, sei sulla buona strada. Non sentirti un emarginato e non aver paura di essere, in questo momento della tua vita, diverso dagli altri, ai margini della realtà oggettiva. Devi trovare il coraggio di perseverare, di andare fino in fondo e a costo di qualsiasi dolore, alla fine, capire. Caccia fuori tutta la tua rabbia, dimostra a te stesso che ce la puoi fare, scopri cosa c’è oltre le false apparenze e gabbie che ci impediscono di essere veri. Considerati fortunato figliolo, almeno il dubbio di

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quanto inutile sia lasciarsi vivere ti è venuto, sta al tuo coraggio adesso buttare giù la maschera, andare alla vera natura delle cose.” Andrea ascoltava attonito e, pur lontano da ogni comprensione, avvertiva finalmente, dopo tanto tempo, una leggera sensazione di conforto che alleviava il suo stato d’angoscia e gli concedeva un po’ di tregua. Aveva fatto pensieri sempre più pesanti, capiva a malapena ciò che lo zio aveva appena detto e vedeva la realtà come un’enorme bolla di sapone, dentro la quale non riusciva più a starci. “Sei tu e il tuo dubbio Andrea. Il resto è l’ignoto. E’ questo il bello! L’aspetto affascinante di un viaggio di conoscenza, di un cammino verso la verità. Solo tu puoi darti delle risposte e giungere alla tua verità. Certo, questo tuo sentimento puoi ignorarlo, far finta di niente, continuare ad accumulare i tuoi giorni avendo la stessa sensazione di inutilità; oppure, accettare la sfida, complicarti l’esistenza per il semplice fatto che nel tuo meccanismo qualcosa si è inceppato e la tua noiosa regolarità quotidiana è venuta meno. Ma cos’è più importante? Che Andrea torni quello di prima o che perda tutte le sue certezze e incominci a vivere veramente? Se sarai coraggioso non ti perderai d’animo e non rinuncerai a scoprire quello che oggi ti fa star male perché sconosciuto. Non farti prendere dallo sconforto. Quello che verrà fuori dal tuo travaglio sarà un uomo che non avrà più paura di niente. Non esitare Andrea, siamo solo esseri umani.” Così lo zio terminò e con un movimento improvviso prese la giacca e fece segno di andare. “Andiamo su! Vengo sempre qui, eppure non riesco a starci per più di mezz’ora. Vedi quei tavolini in fondo alla sala? Era lì che venivi a cercarmi con la lena della tua stessa angoscia di oggi. Tutte le volte che vengo qui mi siedo a questo tavolo e guardo in quella direzione. I muri, gli spazi, le luci, tutto diverso; ma rivedo sempre la stessa scena di me affaccendato al trasloco e di un campanello che un giorno non suonò, e nemmeno il giorno dopo e l’altro ancora. Non distrarti come feci io allora, rischi di rimanere incastrato alla colpa delle tue rinunce.” Così, lasciarono i loro caffè appena toccati e quel bar sorto su rovine di progetti artistici. Tornando alla piccola libreria Andrea rifletteva su quelle frasi per lui piene di mistero. Poi, davanti alla porta alzò lo sguardo a misurarne l’altezza ed entrando ebbe come l’impressione di trovarsi nel rifugio esistenziale di suo zio. Tornò nel retrobottega e riprese a leggere avidamente i libri alla ricerca urgente di qualcosa.

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Capitolo 5 Si svegliò di soprassalto con il cuore che batteva irregolare e la fronte piena di sudore. Andò in bagno a mettersi un po’ di acqua fresca sul viso e davanti a sé vide la stessa immagine di un volto appena sognato. Quella fotografia enorme di un cartello pubblicitario aveva da poco tappezzato i muri della città e inneggiava ovunque una nuova marca di jeans. Gli aveva turbato il sonno e destato alla notte. Quel volto sporco di soldato nascondeva alla sua memoria significati inquietanti e inconsciamente aveva creato nella sua mente una sorta di sogno premonitore che presto avrebbe allargato la cornice dello specchio che ritraeva il suo volto ad un infinito lugubre e minaccioso. Si vestì per uscire e smaltire l’insonnia. Nella quiete mattutina di una città non ancora svegliata, i suoi pensieri non riuscivano ad allontanarsi da quel sogno appena fatto. Si diresse verso il centro alla ricerca di quegli enormi cartelli pubblicitari, il passo veloce e i pugni in tasca a stringere la rabbia e la brezza. I rumori dei camion della nettezza urbana rompevano a tratti il silenzio tutt’intorno e tra gli odori delle panetterie che si confondevano ai gas delle prime macchine che schizzavano veloci nella città deserta, si ritrovò piccolo davanti all’enorme fotografia scura. Sotto riportava quella frase inculcatasi in chissà quale angolo della sua memoria e che sprizzava con violenza in tutta la sua testa mentre scorreva: ho guar-da-to il ne-mi-co e ho vi-sto me stes-so. Sognò talmente forte che a malapena distingueva la finzione dalla realtà, il vero dal falso. Ripensò alle parole di suo zio e tutto gli sembrò più grande di lui, come quell’immagine enorme di cui non riusciva più a sostenere la pesantezza. Si voltò e si sentì piccolo, mentre si allontanava verso qualcosa che era chiaro, a quel punto, doveva a tutti i costi mettere a nudo. Le strade incominciavano pian piano a popolarsi e nel via vai frenetico si scoprì senza un impegno preciso, un qualcosa da fare, fuori luogo in quel mondo di apparente impegno che lo circondava. L’aspetto dimesso aumentava il suo disagio ed estraneo a quanto tutt’intorno avveniva si incamminò verso casa con l’inconscia consapevolezza di dover fare qualcosa. - Non puoi scambiare i tuoi pensieri con tutti - pensò, mentre metteva su un caffè, poi il telefono squillò e non si risolse a rispondere fino a quando il trillo divenne assillante e penetrante che non poté fare a meno di tirare su la cornetta. La voce di sua madre gli arrivava da mondi lontani che già da tempo non gli appartenevano più. “Ciao Andrea dove sei stato?, non ti ho visto stamattina.” “Sono uscito presto, avevo da fare”, rispose. “Ero solo preoccupata..., tutto bene?” “Certo mamma, tutto bene; adesso ti saluto sto uscendo di nuovo.” Accese la tv e alle immagini accumulate tra sogno e realtà si sovrapposero quelle di alcune donne vestite in modo strano, riprese dalle telecamere dei reporters della guerra mentre sminavano un tratto di strada. Intorno i soldati con i caschi blu a presidiare il territorio da possibili rappresaglie nemiche. In sottofondo la voce del solito giornalista che spiegava perché questa operazione era affidata alle donne che, avendo una sensibilità superiore e una calma nei movimenti che dovevano risultare minuziosi e precisi, erano le più adatte a questo pericoloso lavoro che già aveva seminato centinaia di morti e reso monca tanta gente. Fuori incominciò a piovere. Andrea si sporse alla finestra per cercare di capire cosa avesse un automobilista da suonare così tanto da attirare la sua attenzione. Lo vide imprecare contro un altro, il primo piano dei movimenti della sua bocca scandirsi lenti e grandi davanti ai suoi occhi, confondersi all’immagine del soldato della pubblicità, sovrapporsi rapida alle smorfie del telecronista che accompagnava un commento ora più esagitato. Chiuse la finestra, abbassò gli oscuranti, e non sapeva davvero se ora davanti a sé avesse la realtà o la finzione, e cosa aveva lasciato oltre la finestra che aveva appena chiuso: la realtà o la finzione? Un senso più grande, più importante era fuori dalla sua conoscenza. Sicuramente si sentiva più vicino a ciò che accadeva intorno alle donne intente a sminare bombe come operaie chine in risaie, e l’uomo selvaggio del clacson, ignaro di ciò che non tanto lontano da lui stava in quel momento accadendo, alla sua mente ora, era solo qualcuno a cui mai avrebbe voluto somigliare. Si regalò un attimo di tregua, si sentiva stanco. Fece una doccia e si preparò da mangiare.

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Il telegiornale raccontava del nuovo sbarco di centinaia di profughi albanesi e kosovari avvenuto poche ore prima sulle coste del Salento a circa duecento chilometri dalla sua città. Si vestì in fretta, prese il casco e con la moto guidò ad alta velocità verso quel luogo. Nel via vai di finanzieri, infermieri, carabinieri, vigili del fuoco, volontari di varie organizzazioni venute da vicino e lontano, passavano davanti ai suoi occhi gli stessi volti disperati della guerra trasmessa in tv. Uomini stanchi e provati che imprecavano aiuto, donne schierate a protezione di bambini dagli sguardi impauriti e altri già consapevoli di qualcosa più grande di loro. Scene strazianti di esseri umani piegati e resi vittime. Scene che rimase a guardare attonito fino a sera, incapace di fare qualcosa, se non di vergognarsi. - Diceva di provare un sentimento a metà tra il senso di colpa e la commozione quando pensava ai bambini delle favelas. Le parole di Chiara scorrevano a commentare quelle immagini, a intorpidire il suo stato d’animo. Furono ore lunghe che non si spiegarono alla voglia di conoscenza di Andrea; per questo tornato a casa rovistò rabbiosamente tra i suoi pochi affari, prese il numero di telefono che Chiara gli aveva dato, lo compose senza alcuna esitazione e quando dall’altra parte qualcuno rispose, disse: “Sono un amico di Matteo. Chiunque tu sia aiutami a partire come volontario in Kosovo.” “Lo hai mai fatto o è la prima volta?”, rispose la voce senza un possibile volto. “E’ la prima volta”, affermò Andrea. “Mi dispiace! Laggiù c’è la guerra. Non se ne parla neanche.” “Ti prego fa’ il possibile. C’ho già pensato. Sono deciso e se non mi dai una mano farò da me”, replicò risoluto Andrea. “Ma non so neanche chi sei, cosa sai fare, se non hai una specializzazione potresti essere più di intralcio che di aiuto.” “Dammi l’indirizzo, vengo subito da voi. Qualsiasi cosa ti prego, qualsiasi cosa.” Già, Andrea avrebbe fatto qualsiasi cosa per non vedersi sfuggire quell’intuizione, quella fatidica opportunità che, ne era certo, avrebbe condizionato tutta la sua esistenza se solo ci avesse rinunciato. - Non distrarti come feci io allora, rischi di rimanere incastrato alla colpa delle tue rinunce. Così, Andrea si preparò a partire e veramente non sapeva per quale causa, se personale o di interesse più largo, se oltre che per dare delle risposte a se stesso, per capire come le cose intorno realmente andavano. Comunque, il coraggio certo di volersi esporre a situazioni fino ad allora impensabili e la volontà ferma di mettersi duramente alla prova, cominciarono ad esercitare una certa forzatura sulla propria vita che fino ad allora si era mossa seguendo degli schemi abitudinari e comuni. Almeno di questo ne era certo, e cambiare per una causa che gli sembrava nobile e pura lo immetteva in un meccanismo complesso, sconosciuto, ma ricco di motivazioni valide per non perdersi d’animo e perseverare, secondo le parole di suo zio.

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Seconda parte Capitolo 1 Era la decima anima innocente che Andrea vedeva morire sotto i propri occhi. Uscì dalla tenda soccorso. Si allontanò di poco. Nonostante la continua sorveglianza dei caschi blu era vivamente sconsigliato, la sera, andare oltre i fasci di luce creati dalle postazioni di controllo. Si fermò su un dosso melmoso, aveva appena smesso di piovere. Il suo respiro più profondo del buio che aveva davanti, in lontananza, verso il confine più a est, gli spari e gli scoppi delle bombe. Giuseppe si avvicinò da dietro e gli mise una mano sulla spalla. “Lo so che è difficile accettarlo Andrea; ma è così; te lo dico per esperienza. Sono in questo campo profughi dall’inizio di questa maledetta guerra. Questo stato d’assedio dura ormai da due anni, il popolo Kosovaro è alle strette, anche il più isolato contadino è stato costretto a lasciare la propria casa e rifugiarsi in qualche campo sperduto di questo posto dimenticato da Dio. Due anni sono tanti ed una cosa sola può permettere a uomini di commettere brutalità su altri uomini: l’indifferenza. I soldati dell’ONU sono qui per garantire la pace. Sono autorizzati a usare le armi solo se attaccati. Credimi, la sola responsabile di questo efferato massacro è l’Europa, gli uomini del potere che fino ad adesso non hanno voluto vedere e continuano a non vedere.” La realtà del Kosovo era diventata la sua realtà e quella guerra era diventata la sua guerra. In due settimane Andrea si sentiva così coinvolto emotivamente che a malapena riusciva a tenersi lontano da ogni forma di pericolo. Per questo, all’ultima affermazione di Giuseppe non ebbe nulla da dire. Lui si sentiva pronto a tutto ed era difficile riuscire a capire il suo punto di vista che gli sembrava permissivo. Come era possibile vedere gente morire in modo così facile e non poter fare nulla? Come era possibile permettere che la morte potesse regnare così suprema? A cosa serviva veramente l’impegno di un pugno di persone perché il corso della storia potesse cambiare? Anche Giuseppe non disse più nulla e vedeva in quell’anima inquieta il se stesso di alcuni anni prima. Rimasero senza parlare in quello sfondo buio con l’orizzonte che si stagliava come carico di fuochi d’artificio. “Siamo così impotenti anche noi che siamo qua, così impotenti e vittime.” “Datti tempo Andrea e usa le tue forze per far fronte a tutto ciò che ancora hai da vedere se rimarrai qui. E adesso andiamo a dormire, dalla base a sud ci arriverà un bel po’ di lavoro tra poche ore, Alessia mi ha telefonato, stanno portando qui i loro degenti in eccesso.” Giuseppe andò via e Andrea rimase solo con l’esigenza di riflettere sulla dicotomia guerra e pace. Cosa voleva dire che la sua guerra quotidiana era quella vera del fronte, dove ci sono morti vere e armi vere, dove tutti sono esposti al pericolo reale della morte, quella fisica. - Se solo potessi fermarmi e imparare ad attendere, questa qualità è vero, non me la sono mai riconosciuta e adesso questa inquietudine, la fretta di darmi delle risposte concrete, non so proprio dove mi stiano portando. E’ come se avessi tanto tempo da recuperare e arrivare ad una possibile conclusione rende tutto opaco, mi impedisce di capire, di darmi delle ragioni valide Pensava, mentre lo scenario di luci in lontananza portava il suo stato d’animo ad una confusione smisurata. Sperava che tutto potesse improvvisamente spegnersi, che quelle luci che significavano altra morte a non molta distanza potessero di colpo cessare e lui non sentire più la pesantezza di ogni suo pensiero. In due settimane quanto visto era già abbastanza, si sentiva lontano da casa sua e nello stesso tempo quella distanza geografica poteva a malapena contemplare quella mentale. Come su uno schermo allargato a dismisura, provava gli stessi sentimenti di quando era in Italia davanti alle scene della guerra in tv, e adesso, vivendoli in qualsiasi atto quotidiano, capiva che non poteva più tornare indietro, che di lì solo l’incertezza di quella che sarebbe stata la sua vita era possibile prendere in considerazione. Quella realtà era la sola che per il momento gli apparteneva. Il suo percorso avrebbe potuto avere un solo senso e quanto mai prima, realizzava la necessità di esporsi in maniera così totale, di vedere tutto questo.

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Capitolo 2 Alle prime luci dell’alba la sirena come impazzita incominciò a suonare, c’era stata una grande esplosione nel villaggio di Vojnik a 25 km dalla base. Andrea non dormiva ancora, pensava e al suono assordante e improvviso di quella sirena fermò i suoi pensieri e con energia si tirò su, prese rapidamente la sua borsa e corse verso la jeep. Due medici montarono con lui e a velocità sostenuta si diressero verso il luogo delle esplosioni. Alla velocità delle azioni che avevano accompagnato i venti minuti impiegati per arrivare sul luogo del disastro tutto improvvisamente acquisì la lentezza di un’azione mossa a moviola. Sul suolo infangato giacevano brandelli di corpi, come se da poco dal cielo fosse venuta giù una pioggia di resti umani. Una bimba con una sola gamba veniva portata via da un uomo bagnato di sangue e davanti a immagini tali il surreale prese il sopravvento. Si trattava sicuramente dell’inferno dove ogni bruttura è fuori d’ogni portata e qualsiasi vigliaccheria è permessa. Per questo tutto scorreva così lento, preciso e impreciso allo stesso tempo. Non poteva essere realtà, Andrea ne era quasi convinto, se non fosse per quelle urla così stridenti alle sue orecchie, quel rosso sangue ovunque muoveva i suoi passi e quei corpi privi di vita così veri vicino alle fiamme tutt’attorno. C’era bisogno della mano di Dio per risanare tutto, l’intervento dell’uomo non poteva porre rimedio a tanto orrore e anche l’idea del conforto non trovava spazio. Andrea sentiva come un forte desiderio di vendetta e giustizia può crescere se provocato, si sarebbe trasformato lui stesso in carnefice e calpestando ogni bisogno di pietà inseguito i suoi istinti più animaleschi. Questo era il più giusto e spontaneo sentimento di odio che riusciva a contemplare e altri erano solo concetti pieni di nulla, perché il male era lì in tutta la sua forza e prepotenza. “Andate via con quelle telecamere, fate spazio, via, via” gridò Giuseppe ad alcuni giornalisti con il loro seguito di tv. “Su forza riprendi la donna lì a terra, coraggio allarga l’obbiettivo a tutta la strada e zuma sul bambino seduto vicino al padre ferito” diceva il giornalista all’uomo con la cinepresa. Andrea era fisicamente immobile, ma la sua mente era una babele di immagini orripilanti e il suo corpo, un ingorgo fremente di sensazioni palpabili. Mosso ad istinto si avventò sul cameraman, gli strappò la telecamera dalla spalla e la buttò con tutta la violenza delle sue braccia sull’asfalto rosso. “Ma che cazzo fa questo, ma è pazzo, chi cazzo ti credi di essere” gli gridò il giornalista. Ne stava per nascere una colluttazione e in quello stesso momento dalle due estremità della strada un forte rumore sovrastò tutto e nel polverone che pian piano si diradava apparvero i cingolati dell’ONU con file di tre soldati armati ad ogni lato. Tutti furono come riportati all’ordine e l’aiuto umanitario riprese con i volontari che correvano tra i numerosi feriti a portare le cure più urgenti, a cercare di capire cosa fosse più impellente tra emorragie di arti mancanti, stimolazioni estreme a rinvenire corpi che inesorabilmente perdevano l’ultimo calore tra l’affanno generoso delle mani dei medici. Andrea portava acqua e flebo e cassette di medicinali. Il suo era un continuo correre tra i feriti. Anche il giornalista con i suoi due collaboratori si diedero da fare; tutto era utile e qualsiasi gesto necessario per rimediare al danno provocato dall’odio serbo. Poi si sentirono alcuni spari e i soldati dai caschi blu come ammaestrati in sintonia si spostarono spalle al muro, i cingolati fermarono il loro stridio e le canne lunghe si misero a girare rivolte all’insù. Anche i soldati avevano le loro mitragliatrici puntate verso l’alto e le loro teste passavano a scatti le finestre delle abitazioni attorno. I colpi sparati provenivano dai cecchini mimetizzati nelle abitazioni distrutte dai bombardamenti. Di tutte, era sicuramente la più crudele violenza che il popolo serbo stava attuando nei confronti dei kosovari, una vera e propria lotteria di odio, un tiro a segno che mirava allo sterminio e cancellazione della razza odiata. Poter riuscire a capire da dove arrivavano quei colpi così precisi, era come combattere contro un nemico invisibile, la vigliaccheria di chi uccideva senza esporsi, era questo che rendeva il senso di quella carneficina ancora più assurdo. “Forza bisogna mettersi al riparo, prendete quei corpi sono troppo esposti”, gridava un soldato e intanto i colpi diventavano sempre più numerosi. Tutti portavano via come potevano i feriti a ripararsi negli anfratti, negli angoli, e presto la strada si trasformò in un campo di battaglia. I cingolati presero a muovere rapidamente i loro cannoni sparando a cerchio sulle finestre, una pioggia di sassi incominciò a venire giù, un rumore assordante che ottundeva pesantemente ogni percezione.

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Poi, improvvisamente tutto si calmò e la visuale pian piano tornò alla normalità. Accovacciato a testa in giù sul ventre di un corpo si delineava la sagoma di un bambino. Era troppo esposto e facile bersaglio dei cecchini. Andrea alzò la testa verso le finestre, diede un rapido sguardo di perlustrazione attorno e di scatto corse verso di lui. La distanza che a vista non era tanta sembrava allungarsi sotto i suoi occhi. Uno sparo. Poi un altro. Andrea non si fermò e con il cuore che gli batteva forte per la paura corse quanto più gli era possibile. Finalmente sul bambino lo fece sicuro tra le sue braccia, lo prese e mentre fuggiva per mettersi al riparo il suo udito fece appena in tempo a percepire un altro scoppio di arma da fuoco che un forte dolore al braccio sinistro lo spinse verso destra. Riuscì a non perdere l’equilibrio, si inarcò di più e girò le spalle alla traiettoria del colpo coprendo a scudo il corpo tra le sue braccia. I soldati risposero al fuoco e uno uscì allo scoperto frapponendosi tra i possibili cecchini e Andrea che intanto entrò in un portone. Allora ricominciò la pioggia di fuoco dei cingolati, questa volta più potente, più violenta. Andrea si sentiva troppo isolato, si guardava attorno; i cecchini potevano essere anche in quel portone, nascosti negli appartamenti ai piani. Il bambino piangeva e urlava un nome, sicuramente quello dell’uomo sul quale era chino. Si agitava tra le braccia che lo avevano salvato perché voleva tornare a stare vicino a quel corpo e Andrea faceva fatica, con la ferita che gli aveva squarciato il muscolo del braccio sinistro, a tenerlo a sé, tanto che dovette compiere uno sforzo superiore per riuscire a non farselo scappare con la sola forza del braccio destro e il dolore insopportabile che riduceva le sue possibilità. Passarono più di dieci minuti, Andrea cercava di farsi capire dal bambino che voleva liberarsi dalla sua presa e quando ormai il dolore della ferita divenne insopportabile urlò con tutta la sua rabbia e la piccola creatura smise di muoversi, di gridare il suo pianto e rassegnato continuò a versare le sue lacrime che, mentre scorrevano silenziose davanti a suoi occhi, fiaccarono le ultime forze di Andrea tanto da dargli la sensazione di non poterne uscire vivo. Gli spari ora non si sentivano più. C’era uno strano silenzio fuori. Andrea si mise in piedi, il bambino seduto a viso coperto contro un muro non smetteva di esprimere il suo dolore. Con prudenza si affacciò a vedere cosa stesse succedendo. Scorse le canne dei cingolati che giravano nell’aria come in attesa di riprendere il fuoco alla prima provocazione. Giuseppe da lontano riuscì finalmente a vederlo, ma non poteva fare nessun cenno, ogni cosa che si muoveva era di mira ai cecchini nascosti. Le macchine da guerra dell’ONU erano come enormi granchi, lenti, pesanti nei movimenti e pronti a reagire solo se provocati. Ma c’era da evacuare la zona, così ripresero a sparare per primi. Violente scariche, mentre i soldati scostandosi dalle mura delle abitazioni facevano segno di salire sulle jeep e allontanarsi nella direzione opposta agli spari. Intanto, erano sopraggiunti gli elicotteri che si posizionarono a sorvolare i tetti delle costruzioni, mentre un più imponente contingente di soldati fece capo da una estremità della strada. La zona tutta era ormai presidiata dai caschi blu e mentre i feriti venivano portati via sotto la loro copertura, Giuseppe montò su una jeep e condusse spedito verso Andrea. “Andrea sono qui andiamo via”, disse entrando nel portone, “accidenti ma sei ferito, su forza, aggrappati a me, andiamo.” “Aspetta c’è il bambino dietro la scala.” “Lo prendo io, su coraggio.” Saliti sull’auto Giuseppe guidò veloce nella direzione opposta al cordone di protezione creato dai soldati. Temeva di finire in un’area proibita presidiata dai serbi, ma ormai non poteva più tornare indietro, il fuoco era diventato denso e i cecchini avrebbero sicuramente ripreso a sparare non appena le forze ONU avessero terminato. Imboccò un vicolo e si trovò davanti un posto di blocco della polizia serba. Ingranò la retromarcia e fece appena in tempo a vederli imbracciare i fucili che schizzò veloce in un sentiero adiacente alla strada appena percorsa. Con un testa coda si rimise dritto sulla strada e spinse sull’acceleratore. Aveva la sensazione di essersi perso, tutte le strade si assomigliavano in quello scenario di distruzione. Inaspettatamente riconobbe il possibile, rapido percorso verso la base. Nella speranza di non sbagliarsi lo attraversò deciso e quando finalmente ebbe la certezza di essere in salvo, tirò un sospiro di sollievo. “Come ti senti, tutto bene?”, disse rivolto ad Andrea. Andrea non rispose. In quell’ambiente mosso della sua sagoma, Giuseppe scorse il significato del suo segreto. Andrea, intanto, fissava il bambino che non smetteva di piangere, con il volto coperto dai suoi avambracci. Pensava al terribile strappo di cui era stato vittima. Quel corpo su cui piangeva era molto probabilmente suo padre.

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In quella macchina c’erano tre vite sole, accomunate dalla guerra e sacrificate per un ideale di giustizia e pace che in quella terra mancava. Arrivati al campo c’era da pensare alla ferita di Andrea e soccorrere quanti, nel frattempo, vi erano stati portati nelle condizioni più disperate.

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