Johuan la maleta, ovvero di come Giuann a Vëligë andò in America

 

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Johuan la maleta Ovvero di come Giuann a Vëligë andò in America di Massimiliano Forgione - 17/05/2010 Capitolo I Johuan ritrova una fotografia Johuan aveva un progetto. Johuan coltivava un sogno: andare in America. Per questo, Johuan aveva bisogno di una valigia. Il giorno dopo il solstizio d’estate, Johuan incominciò a costruirne una. Dopo la solita passeggiata per il centro assolato di Martina Franca, salutati i suoi amici si incamminò verso casa, salì le scale che dal giardino portavano alla sua stanza e dopo essersi asciugato la fronte con il suo fazzoletto bianco, si sedette a riprender fiato. Poi si alzò, andò verso il comò e da sotto una spianata di lenzuola bianche ben stirate dell’ultimo cassetto, prese una fotografia. La mise alta davanti ai suoi occhi e mentre camminava verso il terrazzo, la valigia ritratta nella foto diventava sempre più il centro di un quadro fatto di vegetazione mediterranea fitta: quella del suo giardino. Sorrise e si asciugò di nuovo la fronte, poi si lisciò il baffo con il medio e il pollice della mano destra; l’avrebbe fatta esattamente come quella. Oltre un angolo della fotografia Johuan scorse un limone ancora verde ma già succoso che pendeva dall’albero che aveva piantato suo nonno. Gli venne una gran sete. Si sistemò la fotografia nel taschino della camicia e dopo essersi passato la fronte con il fazzoletto prese a scendere le scale passando lentamente le labbra e la punta dei baffi salmastri desideroso di una limonata ghiacciata. “Clementina”, gridò Johuan mentre scendeva appoggiandosi al corrimano con le sue cosce appesantite; “Clementinaaaa”. “Eh, sì, che vuoi?”, rispose la donna che da più di cinquant’anni prestava servizio in quella casa onorata, tanto che Johuan l’aveva visto crescere che era

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bambino. Non si capiva bene cosa fosse per quest’uomo che non aveva mai saputo badare a se stesso: ancora nutrice, già badante, più genericamente domestica? Fatto sta che, così come vide il nonno di Johuan partire, con la sua valigia, vide anche spegnersi pian piano il padre di Johuan, si diceva, in paese, dë crépacorë, perché dal giorno in cui venne a conoscenza del naufragio della London Valour, su cui viaggiava suo padre, assieme alla notizia che non fu rinvenuto nessun superstite, entrò in casa la malombra gnorë dë la mortë. Il nonno partì per l’America a cercar fortuna e il padre, di Johuan, l’avrebbe raggiunto quanto prima, così, tutta quella miseria e monotonia sarebbe finita una volta per tutte e le generazioni a venire avrebbero vissuto nell’agiatezza e nell’allegria di una civiltà nascente. Johuan all’epoca era piccolo e di quel progetto ricordava soltanto i pomeriggi passati sotto la veranda del giardino a bere limonata e a osservare il padre e il nonno costruire la valigia che sarebbe poi affondata nell’oceano assieme al nonno e ai sogni del padre. “Clementina, muoviti, ho sete; c’è la limonata?” “Sì che c’è, è nel frigo, ma bevi piano che poi ti fa male.” “Guarda cos’ho qui, guarda cosa mi sono ricordato di avere nel comò della stanza” e Johuan mostrò la fotografia a Clementina che si commosse e arricciò le labbra per trattenere le lacrime, “la voglio come questa, mi ricordo ogni singola tasca al suo interno.” “Ma perché vuoi fare una valigia, a che ti serve?”, chiese timorosa Clementina. “Voglio andare in America Clementina, voglio partire!”, rispose risoluto Johuan, “però adesso c’ho sete, dove sta la limonata?” “E ti ho detto che è nel frigo! Madonna, mò n’altra valigia! E come ci vai in America?, con la nave?” “Che nave, che nave; con l’aereo ci vado, da signore”, disse deciso Johuan. “Ma ci vai…….”, e non fece in tempo a finire la domanda che Johuan rispose: “Ci vado, ci vado, perché né mio nonno e né mio padre ci sono mai arrivati”. “Ahhhh……, ma poi torni?” “Torno, torno, e che non torno!”, buttò giù tutto il bicchiere di limonata e digrignò forte i denti aggrottando la fronte per quanto era ghiacciata. “E t’ho detto di bere piano che ti fa male, mah….”, e prese il bicchiere dalla sua mano per riportarlo in cucina.

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Capitolo II Chi era Johuan?! Il viaggio, la musica, la lettura, la scrittura, Johuan era tutte queste cose, assieme e una per una. Ogni tanto doveva tendere voracemente verso una o un’altra e tanto bramava nella realizzazione di una sua forma di espressione tanto si perdeva nella rabbia di non ottenere mai l’esito ideale che ne aveva ispirato l’inizio. L’America, ora, era un altro approdo di una mappa sempre più disgregata, un immaginario frammentario che alimentava i suoi giorni e nello stesso tempo allontanava le possibilità di concretezza; non riusciva in nessun modo ad uscire da quello stato di attesa in cui si sentiva da una vita, da quella alienante sospensione dei giorni che lo facevano tanto divertire e disperare nella ricerca di un’interpretazione originale. Se in paese non lo vedevano per un po’ sapevano che era alle prese con un accordo difficile o un passaggio di dita veloce che incespicavano sulla tastiera, oppure una frase scritta e ripensata e poi riscritta e ripensata o pensata, nuovamente, perché aveva completamente cancellato ciò che l’aveva tenuto in apnea per giorni, preso dal rimorso di tutte le volte che aveva ceduto alla necessità vitale di essere ineccepibile in quel che faceva, almeno con se stesso. Poi lo si vedeva sempre tornare, all’inizio con passo pesante e incerto, timido, quasi fosse allergico all’esteriorità, poi sempre più convinto, affabile, fresco, gioioso, compagnone. Solo la lettura comportava dei tempi di gestazione più lunghi e problematici, era l’unica forma d’arte che lo destabilizzava a tal punto da farlo essere fuori dal mondo per settimane e beveva il suo caffè del dopo pranzo con gli amici del bar con un solo cucchiaino di zucchero; il giorno in cui ne avrebbe messi due significava che era guarito. Johuan, cë chëp’ Giuannë! Giuannë era Giuannë per tutti in paese, ma in famiglia era sempre stato Johuan perché sua madre era venezuelana e quello fu il nome che disse al marito di dargli come ultimo desiderio prima di morire, subito dopo il parto: “Ti prego Tonino chiamalo Johuan, mi piace tanto, ti prego”, furono le ultime parole che Giuditta sussurrò prima di spirare. Tonino, assieme alla storia dell’origine del suo nome, raccontava sempre a suo figlio di come la mamma gli stringesse forte la mano mentre pronunciava quelle ultime parole e di come lui avesse avuto sempre la sensazione che quella stretta rimase forte anche quando Giuditta non respirava più; poi vide la nebulosa del suo corpo sedersi sul letto della camera, sorridergli e labializzare un “grazie”. “Gran donna tua madre”, gli diceva spesso il padre, “ancora oggi di tanto in tanto, la notte, sento la stretta forte della sua mano”; “Ueh! Johuan, mi raccomando eh, io a tua madre gli ho fatto una promessa che tutte le volte che mi viene a trovare, la notte, le giuro che manterrò: tu, un giorno, andrai a Maracaibo e racconterai alla sua famiglia del nostro segreto; vabbù!” Johuan chiedeva sempre quale fosse il segreto e il padre gli rispondeva: “A suo tempo, Johuan, a suo tempo”. Poi, però, fu il tempo di Tonino a finire e quando Clementina, quel secondo giorno dopo il solstizio d’estate del 1951, prese Johuan per mano per condurlo fuori dalla stanza e non farlo assistere al trapasso del padre, Johuan, mentre

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varcava la porta e si girò a vedere quel pover’uomo pensando al segreto come se fosse l’ultima occasione per conoscerlo, incontrò i suoi occhi che, tirati dal viso nello sforzo del collo che si alzava, accompagnarono l’ultima frase che sentì rivolgergli: “A suo tempo, Johuan, a suo tempo”. Dopo quel momento rivide suo padre disteso al centro del letto, con l’abito e le scarpe delle sere di quando andava a ballare il tango con Giuditta al circolo dei danzatori del paese, una croce in mano e la pelle bianca bianca bianca. Un sacco di gente seduta, chi ora andava via, chi ora entrava, per due giorni, poi, tre signori, vestiti bene come il padre, con la pelle bianca bianca come il padre, “solo che quelli camminavano”, diceva, quando andava a parlare col pozzo del giardino mentre ci buttava i sassolini, che lo presero, lo misero in un cofanetto lungo e dopo averlo chiuso bene con dei chiodi grandi, lo portarono via, “laddove riposano tutti quelli che sono stanchi di portare avanti questa cosa scema che noi chiamiamo vita”, evocava Clementina tutte le volte che Johuan le chiedeva dove fosse il padre.

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Capitolo III Johuan disegna la sua valigia - Allora, c’era una tasca qua e un’altra qua; qui una più grande e qui una più piccola – Johuan, mentre disegnava ripercorreva con la mente i movimenti delle mani del nonno e del padre attorno a quella sagoma che giorno dopo giorno prendeva sempre più le sembianze di una vera e propria valigia. E doveva fare affidamento all’integrità del suo ricordo perché la fotografia immortalava la valigia solo da chiusa. Johuan a quei tempi aveva solo tre anni, ma l’ombra della veranda, il profumo di limoni che si mischiava a quello dei gelsomini e la limonata fresca di Clementina, gli erano rimasti nella memoria come il marchio a fuoco resta sulla pelle di una vacca. Quella matita tra le mani sembrava muoversi da sola e tanto smise di disegnare quando la valigia fu tratteggiata tutta. Johuan fece due passi indietro dalla tavola che teneva il foglio per osservare il suo ricordo nella sua totalità, poi si passò il fazzoletto bianco sulla fronte e sorseggiò due volte dal bicchiere. “Bevi piano che ti fa male”, cantilenò Clementina mentre stendeva i panni nel giardino e osservava il suo Johuan, scuotendo la testa di tanto in tanto. “Eeeehhhh,”, ribatté Johuan dalla veranda senza togliere lo sguardo dal disegno e buttò giù un altro lungo poderoso sorso di limonata ghiacciata, per ripicca. I suoi occhi si strinsero e i denti digrignarono tanto che era fredda, ma rimase girato verso il disegno perché a Clementina, la soddisfazione di farsi vedere così, non gliela voleva dare. “T’ho detto che devi bere piano”, ripeté Clementina e zac, mise un’altra molletta.

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Capitolo IV Johuan aspetta e intanto osserva - Ma a cosa penserà mai, madonna mia, lo vedo così strano, anzi, non lo vedo proprio -, così Clementina rimuginava nella sua mente mentre si affaccendava per casa e giardino e proprio non riusciva a capire cosa stesse succedendo al suo Johuan. “La vuoi una limonata?”, gli chiedeva tutte le volte che vedeva il bicchiere vuoto. “Sì, sì che la voglio” e non diceva più nulla. Rimaneva seduto sotto la veranda a bere limonata, ad asciugarsi la fronte e a osservare ora il disegno, ora la fotografia. “Johuan, hai visto che caldo fa oggi!”, disse Clementina per stuzzicare la sua reazione. “Sì, Clementina, fa proprio caldo” e guardava il suo bicchiere per controllarne il livello. “Johuan, ma cos’hai, madonna, sono preoccupata” e si mordeva il labbro per paura che la risposta fosse troppo brutta. Ma Johuan a quella domanda non rispondeva mai e rimaneva concentrato con lo sguardo verso le valigie, quella disegnata e quella fotografata. Non era facile ricordare, dopo tutti quegli anni. Tante cose erano successe e dopotutto, il vissuto da bambini, è una massa informe che nel tempo rimane sottoforma di angosce, paure, inibizioni, certo di cose anche buone, solo che queste ultime non si riesce mai ad elencarle, si hanno e basta. Un sorso, poi un altro e poi, un altro ancora. Intanto, Clementina, preoccupata per il suo Johuan si occupava di passare spesso davanti alla veranda mentre sbrigava le sue faccende e per non salire in continuazione verso la cucina, aveva portato la brocca della limonata e l’aveva poggiata sul tavolino del giardino. Insomma, il bicchiere di Johuan era sempre pieno, o mai vuoto. “Che poi mica ne fece quante ne voleva di tasche; si fermò a quindici e mi disse che ne avrebbe volute ventisette”, disse Clementina mentre riempiva il bicchiere. “Quante?”, trasalì Johuan. “Eh!, ne voleva di più” “Hai detto quindici? Non è così?”, continuò Johuan ancora più trasalito. “Quin-di-ci, ma ne vo-le-va di più”, sillabò Clementina e vedendo i suoi occhi sbarrati si persuase definitivamente del suo cattivo stato. “Johuan, vuoi che chiami un dottore, eh?” “Sì, e io quindici ne ho contate, quindici, non una in meno, non una di più, quindici”. Dopo il sì di Johuan, Clementina si era già voltata per andare a chiamare il dottore. “Quindici!”, Johuan si avvicinò alla tavola per scrivere le due cifre accanto al suo disegno. “Adesso vai Clementina, per favore, che devo finire l’interno di questa valigia”. Si girò con il viso gioioso e incominciò a tratteggiare con fare leggero da artista.

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Capitolo V Ci vuole cuoio e pelle “Clementinaaaaaaaaa”, urlò Johuan. “Eeeehh!! che c’è?” Johuan rimase sorpreso nel vederla affacciarsi così presto da una finestra della veranda. “Clementina vieni.” Si passò il fazzoletto sulla fronte in avanti e indietro e accompagnò la seconda passata con un gesto incondizionato del sedere che cercava la sedia senza più sapere dove fosse per non essersi appoggiato da diverso tempo: tutto quello necessario per rifinire l’interno della sua valigia. “Clementina, guarda, eh!, non è come quella del nonno e di papà?”, chiese Johuan. “Madonna, Johuan, ma come hai fatto, tu avevi solo tre anni”, la ammirava estasiata, “è tale e quale”. Incominciarono a lacrimarle gli occhi per tutta quella montagna di ricordi dalla cui vetta era riuscita a scendere in tutti questi anni e adesso, quel disegno la riportava in cima e alle lacrime si univa la paura della consapevolezza di non avere più l’età per la forza necessaria che l’impresa richiedeva. “Non piangere Clementina” e le versò della limonata nel bicchiere; “tieni, bevi e non ci pensare, che i ricordi non sono altro che la nostra scusa per non stare mai bene.” “Ti sbagli Johuan, i ricordi sono la parte migliore che ti resta quando una vita l’hai spesa bene. Io piango di gioia e la perfezione del tuo disegno mi riporta a quei giorni lontani; credimi, era bello vedervi tutt’e tre qui dentro. Io allora ero giovane e tu neanche ti ricordi di com’ero, ma ti posso assicurare che per tuo nonno ero bella.” Johuan aggrottò le ciglia e seguì con la testa la bevuta di Clementina. Non si curò tanto dell’ultima affermazione e ritornando con lo sguardo al disegno le chiese: “Però, adesso, Clementina, tu mi devi dire cos’hanno usato di più: il cuoio o la pelle? Perché io che c’erano tutt’e due me lo ricordo, ma cosa era fatto con l’uno e cosa con l’altro, proprio non riesco a rammentarmelo. Clementina, pensaci per favore eh, che prima di sera voglio andare in bottega a comprare il materiale.” Clementina si sedette col bicchiere mezzo vuoto. Johuan glielo riempì a incoraggiare il suo impegno e intanto pensava: - sforzati Clementina, sforzati -. “Johuan, da fuori la devi rivestire di cuoio” “Tutta?”, chiese Johuan un po’ sorpreso. “Tottë!” e si rimise in silenzio. Johuan riempì di nuovo il bicchiere che intanto era stato svuotato e tra sé pensava – e dentro Clementina?, e dentro? –. “Dentro Johuan, tutta di pelle, comprese le tasche piccole e grandi, ma….” e ritornò a concentrarsi e a bere. Mentre Johuan riempiva il bicchiere e pensava – e forza Clementina, forza -. “Ma in una tasca, Johuan, in una sola tasca, il rinforzo interno dev’essere di cuoio.”

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“E perché in una sola? E quale poi?” “Chedda centralë Johuan, quella centrale è necessario che sia forte e in cuoio”, affermò decisa Clementina. “Ma përcié, cè’ccousë scèvë’ danìndë?”, chiese curioso Johuan. “A suo tempo, Johuan, a suo tempo.” Si alzò e se ne andò e Johuan rimase basito nel sentirsi ripetere quella frase a distanza di tanti anni. Si sedette e riprese a osservare la valigia e intanto si chiedeva quando mai sarebbe arrivato questo benedetto timbë suë.

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Capitolo VI Oronzo il bottegaio -Cosa mai ci doveva mettere là dentro mio nonno? Mah! - Non era quella, però, la domanda che più lo intrigava ma bensì – e il mio tempo, poi, quando mai sarà?, mah! – “Ciao Johuan”, Accómë stéë Johuan?”, “uagliò tottë à ppustë?”, gli dicevano i tanti conoscenti e amici che incrociava nel cammino per andare dal bottegaio a comperare la pelle ed il cuoio. “Che strano, non ha risposto, buh”, osservava l’uno, “Johuan c’ha sëccissë?”, chiedeva l’altro. Niente, Johuan camminava fiancheggiando i muri delle strade completamente immerso nel mare di questi due quesiti e tutto ciò che riusciva a produrre come risposta ai saluti e alle domande che i paesani gli rivolgevano era il segno della mano destra che ogni tanto alzava e, per di più, con forte ritardo, a chiudere la scia degli sguardi sbigottiti che si chiedevano cosa mai Johuan avesse. “Buongiorno Johuan, come mai qui da me?”, gli chiese Oronzo alzando la testa dalla riparazione che stava facendo ad una valigia. “Buongiorno Oronzo, mi servono venti metri di cuoio e il doppio di pelle; mi raccomando, di quelli pregiati”. Il bottegaio prese quanto Johuan gli aveva chiesto, glielo incartò e glielo porse. Fu allora che Johuan uscì dal torpore delle sue elucubrazioni e, stupito di non aver incuriosito, rimase con il pacco in mano a guardare Oronzo. “Vedrai che te ne serviranno almeno altri tre metri dell’uno e dell’altro. Il rinforzo interno è necessario, soprattutto quello della tasca centrale che dovrà essere assolutamente ermetica”, gli disse il bottegaio sgranando la bocca nel pronunciare l’ultimo aggettivo. Johuan non rimase sorpreso delle misure e della manifattura di cui Oronzo si rivelò esperto ma della conoscenza che questi aveva della tasca centrale e, in particolar modo, dell’informazione in più che gli aveva dato a proposito di una qualità che questa doveva avere. “Oronzo, ma perché deve essere ermetica sta tasca?”, gli chiese. “Non në saccë noddë! Tuo nonno la rifece varie volte prima di giungere alla definizione perfetta per il suo contenuto”, gli rispose. “E tu non sai qual era il contenuto, no?”, domandò speranzoso Johuan. “No, Johuan, nonn’ seccec nod”. Ma aveva jessë imbortandë. Sì, era sicuramente importante.” Poi aggiunse, “Nda adénzë o cundë, quando verrai a prendere il resto ne faremo uno unico”, si rimise gli occhiali e riprese la sua riparazione. “Grazie, Oronzo, grazie e, buon lavoro!” Johuan uscì e spontaneamente, prima di chiudere la porta, produsse un inchino. Con il cuoio e la pelle incartati si diresse verso casa e qualcuno tra gli astanti delle vie capì perché Johuan era così assente.

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Capitolo VII Arriva una lettera Si girava e rigirava nel letto. Quella notte era una delle più strane e irrequiete che Johuan avesse mai passato in vita sua. Non gli era mai capitato di voler dormire e non riuscirci. Avvertiva come la presenza di strani pensieri che lo volevano obbligare a ricordare qualcosa. Aveva la sua brocca di limonata sul comodino a destra e, aspetta e aspetta, quando capì che non si sarebbe addormentato si tirò a star seduto, si riempì il bicchiere e bevve, bevve, fino a quando sentì la dolcezza zuccherata di quel sapore fresco scendergli per la gola e dargli sollievo, tanto sollievo che lo riportò giù. Assieme a quel movimento, oltre al corpo, fu come sistemare anche ciò che vagava nella testa e di colpo dovette rimettersi su e con occhi sgranati portare la mano sinistra alla fronte, mentre allungava la destra a prendere il bicchiere e sorseggiare ancora un po’ del dolce nettare. Non solo il ricordo si faceva sempre più nitido, ma nei suoi particolari Johuan capiva che si trovava un passaggio fondamentale per giungere alla risposta che stava cercando. Un giorno di quegli anni in cui era piccolo, mentre parlava al pozzo e rimaneva concentrato per ore in attesa di interpretarne i rimandi, sentì il campanello suonare e Clementina che, dopo aver parlato con qualcuno e aver chiuso la porta, veniva via con una lettera che diede al nonno dicendo a chiare sillabe: “Ha detto il postino che viene dall’A-me-ri-ca”, scandendo particolarmente il nome di quel continente così lontano. Lui era corso in veranda per partecipare all’evento, ma, al rifiuto del nonno e del padre di farlo entrare, la mano di Clementina, che prendeva la sua e lo portava via corrompendolo con la promessa di una fetta di pane e cioccolata, lo rese subito arrendevole e dal momento in cui sprofondò nel mezzo della fetta piena di quel piacere scuro, si dimenticò in fretta e per tutti quegli anni di quell’avvenimento. Ma una lettera dall’America non era mai più arrivata dopo di allora e lui, ne era sicuro. Scese dal letto e si mise a frugare nel comò, nell’armadio, nei comodini: niente. Si versò un bicchiere di limonata e la mandò giù neanche avesse fatto chissà quale sforzo fisico. Fu proprio il movimento della testa che accompagnò il bicchiere nell’ultimo sorso che gli fece scorgere il dislivello di una mattonella all’angolo più lontano della stanza dalla parte della finestra. Si leccò i baffi e aguzzò la vista, si avvicinò con circospezione felina, alzò la mattonella e con occhi sgranati prese la lettera con al centro un cerchio di cera rossa a chiuderne il contenuto e con su marchiato Pueblo de Maracaibo en Venezuela.

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Capitolo VIII Johuan legge e riflette Adesso, riuscire ad addormentarsi, non era proprio possibile. Leggeva e rileggeva la lettera, una, due e più volte, ma mancava sempre qualcosa che gli potesse dare il senso pieno del suo contenuto. Svegliare Clementina a quell’ora tarda era impensabile e la nottata che passò a cercarne i segreti fu lunga e ansiosa. Ne giunse alla fine con un nulla di fatto, se non qualche comprensione sparsa che aumentava lo stato confusionale aggravato dalla stanchezza della notte in bianco. Tant’è che alle prime luci dell’alba, quando Clementina, con giornaliera e inutile precisione, apriva la porta della propria stanza, vi trovò Johuan con la lettera in mano seduto per terra e con la testa tra le ginocchia. “Madonna meë,e ttu, cè sté fféë ddóë?”, domandò sorpresa e impaurita Clementina. “La sò acchjètë sott’a na mattonèllë dë la stanzë” e allungò la lettera perché Clementina la prendesse. La guardò, la piegò e la mise in tasca. “Vìnë Gjuànnë, vìnë, ca n bëvìmë nu caféë” e gli diede la mano per portarlo in cucina. Johuan era stanco e si trascinava assieme alla sua curiosità dietro la donna, di cui, in momenti di debolezza come questo, ne percepiva l’esistenza quale di una generosa protettrice che tutto era per la sua stessa vita, che mai avrebbe potuto immaginare senza quella presenza. Johuan si sistemò sulla sedia rialzata da un sempiterno cuscino che prima era stata del nonno, poi del padre e, dalla loro scomparsa, tramandatagli tacitamente; la sera del funerale del padre, Johuan rientrò assieme a Clementina e vi si appoggiò, in modo naturale, come altrettanto naturale fu per la donna mettergli davanti il piatto, esattamente come faceva con le buonanime. Quando ciò avvenne Johuan aveva solo sei anni e quel cuscino aveva seguito giorno dopo giorno l’evoluzione della conformazione della sua parte posteriore. Così, sarà stata la comodità di quella sedia che diede la sua ospitalità confortante alla stanchezza di Johuan, fatto sta che, mentre Clementina preparava il caffè e il discorso da fare per spiegare quella lettera, dopo aver messo la caffettiera sul fornello, si girò e tra l’aprire la bocca e chiudere gli occhi per un certo timore, scorse il mezzo busto di Johuan calato sul tavolo, gli occhi chiusi e la bocca aperta che emanava respiri pesanti. Clementina tirò un sospiro di sollievo; avrebbe avuto più tempo per pensare a cosa dire a proposito di quella lettera. La prese, la spiegò. In quel gesto si liberarono una serie di ricordi, belli e brutti, che le fecero tirare su un sospiro rotto che andò a confondersi con il fischio della caffettiera che incominciò a sbuffare. Il caffè era pronto, lo versò nella tazzina, si avvicinò ad accarezzare la guancia di Johuan rivolta al soffitto e uscì dalla cucina chiudendo la porta piano piano.

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Capitolo IX Johuan ascolta e Clementina parla Si svegliò verso mezzogiorno con l’odore di cipolla soffritta che si accingeva ad ospitare una conserva di pomodori per preparare un sugo come solo Clementina sapeva fare. Intorpidito ma comodo, il sedere di Johuan, intanto, non aveva abbandonato la posizione. Sembrava un tutt’uno con il cuscino che a sua volta era un tutt’uno con la sedia; alzò solo il busto e dopo aver controllato l’orologio e calcolato che mancava ancora un’ora al pranzo, si rivolse a Clementina e prima chiese il caffè e poi il reale contenuto della lettera. Clementina lo guardò, gli sorrise e piano si mise a preparare il caffè, senza dire nulla, poi prese una tazzina, il cucchiaino, lo zucchero, glieli sistemò davanti e disse: “Mettilo tu lo zucchero che sta uscendo il caffè.” Prese la caffettiera e mentre ritornava al tavolo incominciò a raccontare: “Quella lettera la scrisse il padre di Giuditta, tuo nonno, da Maracaibo. Fu dopo che tuo padre e tuo nonno la lessero che si misero a costruire la valigia per andare in America.” Clementina, intanto, si era seduta e Johuan beveva il suo caffè. Poi continuò: “Non l’avessero mai ricevuta non gli sarebbe mai venuta quella pazza idea del viaggio, della valigia e…” e portò giù la testa calando la voce e la voglia di continuare a raccontare. “E no Clementina, adesso mi dici cos’altro c’è oltre alla valigia e all’America; insomma, possibile che tutte le volte che arrivi il momento in cui sento di essere vicino ad una migliore comprensione ci sia sempre qualcosa che mi tenga in sospeso? E mmoë avàstë e ccè ccousë”, aspettò un momento e poi aggiunse: “Meh??”. “E della limonata”, disse Clementina a completare l’elenco rimasto in sospeso. “E cè ng’éndrë la limonète moë!”, chiese Johuan. “C’entra, c’entra, è tutto lì il motivo del viaggio e della necessità di fare una tasca ermetica in una valigia forte”, rispose Clementina. “Non capisco, ma nella lettera questo non c’è!”, e fece segno di ridargliela per poterla riesaminare. Clementina la prese, la spiegò bene sul tavolo, poi disse: “Johuan, vedi questi numeri?” e con un dito indicò un uno, un due e un tre a piè di pagina, molto piccoli, che Johuan dovette strabuzzare gli occhi per riuscire a decifrarli. “E ccè’ volënë díscë?”, chiese Johuan. “Sono le dosi, che tua madre Giuditta chiese al padre di spedirgli per poter fare la limonata che tu hai sempre bevuto”, rispose Clementina. “Ma io credevo la ricetta fosse tua”, affermò Johuan con aria sorpresa. “Invece era di tuo nonno, il padre di tua madre”, disse Clementina decisa e un po’ dispiaciuta di tradire quella eterna convinzione. “Non capisco.” “Quando tua madre venne a Martina Franca e conobbe tuo padre, fu amore a prima vista e si sposarono dopo appena tre giorni. Quando il giorno dopo la prima notte si svegliò e andò in giardino, non poté fare a meno di avvicinarsi al

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limoneto. Ci rimase diverso tempo attratta, come disse poi, dal profumo fortissimo e inebriante che dai limoni non ancora maturi e dalle foglie arrivava, tanto da non potersene allontanare. Poi, la raggiunse tuo padre e lei gli chiese di coglierne uno. Tuo padre si rifiutò, perché nessuno, mai, aveva colto un limone da quell’albero.” Un forte odore di sugo invase la cucina e Clementina fermò il suo racconto per andare ai fornelli. Lo stato di tensione e l’attesa del seguito, assieme a quel profumo inebriante, sollecitarono la fame di entrambi e Clementina mise a bollire una pentola piena d’acqua, mentre Johuan passava la lingua a circolo sulle labbra anticipando il movimento di Clementina che si girò verso la credenza e prese gli spaghetti per la gioia di Johuan che accompagnava il suo consenso con un movimento assertivo della testa. “E allora?”, chiese impaziente Johuan. “Tuo padre, ahimè, la colse.”, disse biblica Clementina. “E perché non avrebbe dovuto?”, chiese esterrefatto Johuan. “Anche quando costruirono questa casa, fecero in modo di non abbattere quell’albero, che da sempre, in paese, rappresenta la protezione di tutto ciò che gli sta attorno. Tutti sanno che coglierne un frutto è come ferirlo e farlo sanguinare.” “Madonna, che sciocchezze”, disse Johuan con sufficienza. “Saranno pure sciocchezze, ma tutti e anche tuo padre sapevano, che chiunque avesse colto un solo frutto di quell’albero entro un anno avrebbe visto abbattersi sulla propria famiglia tre disgrazie, e tutt’e tre si sarebbero esaurite entro i tre anni successivi.” “E allora?”, chiese ancora Johuan. “Giuditta tagliò il limone e ne bevve il succo. Lo fece assaggiare a tuo padre. Lo trovarono tutti e due buonissimo, eccezionale. Tua madre disse che suo padre a Maracaibo sapeva fare una limonata buonissima perché mischiava tre dosi di cannella, zucchero grezzo e piccole foglie di menta di cui, però, non ne ricordava le dosi. Così, scrisse a suo padre. Intanto, tua madre e tuo padre, incominciarono a fantasticare sulla bontà della limonata che ne avrebbero ottenuto dalla miscela delle giuste dosi di quegli ingredienti e dei limoni pregiati dell’albero. Passavano le sere a fare progetti e ad immaginare esportazioni oltre oceano. Poi, la lettera arrivò con in calce scritte le dosi nell’ordine riferito all’elenco degli ingredienti: un cucchiaino di cannella, due cucchiaini di zucchero grezzo e tre foglioline di menta, per una caraffa di limonata.” “E i limoni?”, disse Johuan osservando l’evidente omissione. “Per i limoni, tuo nonno dall’America non disse nulla; tutto dipendeva dalla loro qualità”, chiosò Clementina. “Ma, non capisco: perché il nonno avrebbe scritto le dosi in piccolo in fondo alla pagina?”, chiese dubbioso Johuan. “Tua madre disse perché era una ricetta che il padre voleva rimanesse segreta e in caso di smarrimento della lettera, difficilmente, chi ne fosse entrato in possesso, si sarebbe accorto di quei tre numeretti in quella parte del foglio. Però,….” e smise di parlare sapendo di dire una cosa che a Johuan non avrebbe fatto piacere.

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“E no eh!, continua ti prego”, implorò Johuan. Dopo una leggera esitazione Clementina continuò: “Però tre è esattamente il numero delle disgrazie che si sono abbattute sulla famiglia. Esattamente un anno dopo che tuo padre colse il frutto, tua madre morì, subito dopo il tuo parto; ed entro l’anno successivo morì tuo nonno annegando con la valigia sulla nave che lo portava in America e l’anno seguente tuo padre, di dolore; gli si fermò il cuore dopo una settimana che non riusciva più ad alzarsi dal letto.” La pasta era pronta e in un silenzio che aveva raggelato la stanza, Clementina preparò i piatti e davanti al fumo profumato del sugo che aveva messo a ricoprirne il cucuzzolo, entrambi chiusero gli occhi e prima di affondarci le forchette, si fecero il segno della croce.

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Capitolo X La tasca centrale Johuan mise la lettera a fianco alla fotografia, in modo da poterle tenere sempre davanti mentre costruiva la sua valigia. Ci mise tre giorni e tre notti e bevve trentatre caraffe di limonata. Era, per l’appunto, il giorno dopo il solstizio d’estate. Dovette tornare da Oronzo e comperare ancora tre metri di pelle e tre metri di cuoio; il conto gli venne di trecentotrentatremila lire. Johuan, forse, non fece mai caso a questa ricorrenza del numero tre, e comunque, l’avrebbe considerata una casualità. Clementina, invece, si fece il segno della croce alla fine del terzo giorno e della terza notte, della trentatreesima caraffa di limonata, davanti ai tre metri di cuoio e di pelle e quando, nel taschino del panciotto di Johuan, vide la fattura del bottegaio Oronzo di trecentotrentatremila lire. E siccome, era scaramantica, si fece tre segni della croce, uno di seguito all’altro passando dallo Spirito Santo direttamente al Nome del Padre e producendo un unico, conclusivo Amen. A valigia ultimata Johuan occupò il suo tempo a riempirla e dopo averci messo tutto il necessario per il viaggio, nella tasca centrale ci ripose, nell’ordine: una bustina di cannella, un piccolo sacchetto di zucchero grezzo e ben tre piccoli limoni ancora acerbi e ben verdi. Il tutto per ottenere tre caraffe di limonata. Nella stessa tasca vi mise pure il ricettario rappresentato dalla lettera con i tre numerini a piè destro del foglio. Diede uno sguardo alla valigia aperta nel suo insieme e, dopo aver fatto tre passi indietro, scattò una fotografia, poi si avvicinò per chiuderla e rifatti i tre passi indietro, scattò un’altra fotografia. Poi, soddisfatto, uscì dalla veranda e chiuse la porta a vetri. Il mattino dopo, di buon’ora, sarebbe partito per Maracaibo con il primo aereo della giornata. Avrebbe viaggiato per due giorni prima di mettersi alla ricerca dei parenti rimasti della parte di sua madre Giuditta. Prima di prendere la valigia e partire, salutò con un abbraccio e un bacio Clementina, bevve in tre sorsi il bicchiere di limonata che la donna gli aveva versato e si incamminò che tutti dormivano ancora. Prima di voltare l’angolo si girò per salutare ancora Clementina, ma questa non c’era, appoggiò la valigia per terra e temporeggiò un po’; per la prima volta, quella donna fedele non mostrò apprensione per Johuan. Spiazzato ma contento, si piegò a riprendere la valigia e con le labbra allegre e gli occhi vivi andò incontro a una parte della propria storia. Il suo momento era finalmente arrivato. Fine.......Forse! Questa è la fine di questo racconto, però, mi piace pensare che questo personaggio, realmente esistito, possa aver realizzato la propria esistenza anche nei seguenti, diversi modi: Johuan non partì mai. Forse il suo vero viaggio era rappresentato dalla costruzione di quella valigia, dalla dimensione onirica che viveva ogni volta che

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