Azione nonviolenta - novembre, dicembre 2015 - Anno anno 52, n. 612

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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B a l n uo ! o r vo Fondata da Aldo Capitini nel 1964 novembre-dicembre 2015 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 52, n. 612 | contributo € 5,00

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3 4 7 8 Il nostro lavoro prosegue Mao Valpiana I due terrorismi Nanni Salio Biani alla 7a Il lavoro nella nostra Costituzione Daniele Lugli 26 Corpi civili di pace 27 Ikea: il gigante buono non è così buono Vincenzo Rocca 30 L’etica del lavoro Vincenzo Rocca 32 Allez les filles, au travail! Valeria Solesin 34 Il riposo e la pensione Jorge Bergoglio 36 Maestri di pace: Aldo Capitini 38 Dentro le mura delle carceri Giancarlo Saccani 41 ATTIVISSIMAMENTE 42 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 12 Il lavoro nel tempo della crisi Sandra Rossetti 18 Dalla svalorizzazione del lavoro Gaetano Sateriale 22 Abolire la miseria Daniele Taurino 23 Ed eccola qui la guerra: ora, nonviolenza o barbarie! 24 Sindaco nonviolento 25 Ai comitati regionali, ai comitati provinciali, ai gruppi locali promotori La Campagna Prosegue. Novità e Auguri Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Partita Iva 02878130232 Direttore Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Mauro Biani (vignetta). Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Alessandra Salis, Sara Colacicco, Mattia Scaccia, Alessandro Galderisi, Angela Argentieri e Franco De Nicola Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. via Albere 18 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Direttore responsabile Pietro Pinna Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, novembredicembre, anno 52 n. 612, fascicolo 447 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 30 dicembre 2015 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Arti e mestieri Le vignette di Mauro Biani

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L’editoriale di Mao Valpiana Il nostro lavoro prosegue Vi ringraziamo per aver scelto, anche quest’anno, di essere i veri editori della rivista Azione nonviolenta che vive solo grazie alla volontà di chi decide di assumersi la responsabilità, abbonandosi, di renderla strumento utile alla crescita della nonviolenza organizzata. Care lettrici e cari lettori Quest’anno è stato importante per il consolidamento della nuova versione della rivista Azione nonviolenta. Il bimestrale cartaceo e l’edizione in rete hanno ricevuto molti apprezzamenti. Abbiamo aperto l’anno con il numero dedicato alla formazione delle forze dell’ordine alla nonviolenza, poi il numero monografico sui contenuti della difesa civile, cui è seguito il numero che ha approfondito luci e ombre dell’Expo di Milano; il numero successivo ha celebrato Alex Langer a vent’anni dalla sua morte; e infine il numero che ha raccontato la verità sulla prima guerra mondiale per smascherare la grande menzogna che ci è stata raccontata. Nelle mani avete l’ultimo numero dell’anno, dedicato al difficile tema del lavoro, come si sta modificando e come possiamo /dobbiamo coniugarlo con la nonviolenza. Con il nostro lavoro, manuale o intellettuale che sia, stiamo davvero lavorando per far crescere la nonviolenza dentro di noi e nel mondo in cui viviamo? Ogni numero ha avuto dei “responsabili” che l’hanno pensato e realizzato, avvalendosi di contributi e risorse interne ed esterne al Movimento. E’ quindi un lavoro redazionale collettivo, che si avvale dell’operato del gruppo di lavoro di Fiumicino e della direzione data dal Comitato di Coordinamento. Ora c’è bisogno di un impulso particolare per moltiplicare gli abbonamenti. Il futuro della rivista è nelle vostre mani. Proprio nelle tue che stai leggendo queste righe. Se ti abboni possiamo affrontare anche il 2016. Un impegno decisivo per i singoli amici della nonviolenza. Il 2015 è stato un anno molto intenso per noi. Abbiamo contributo in modo determinante allo sviluppo della Campagna “Un’altra difesa è possibile” per la difesa civile, non armata e nonviolenta, che ci ha visto in prima fila nel lavoro di coordinamento e raccolta delle 53.000 firme per la Legge di iniziativa popolare su “Istituzione e finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”, depositata in Parlamento ed ora pronta per l’avvio dell’iter istituzionale. Si aprirà quindi, nel 2016, la seconda fase della Campagna che ci dovrà vedere impegnati nel sostegno di questo nostro progetto. La Campagna è stata importante anche perché ci ha dato modo di rafforzare il nostro ruolo di cerniera e stimolo per le Reti del mondo del disarmo, degli interventi civili, del servizio civile e della pace, che abbiamo contribuito a mettere insieme. La fase difficile che tutti stiamo vivendo, a causa del terrorismo internazionale e delle guerre (che altro non sono che terrorismo su larga scala) ci chiama ad un impegno ancora maggiore per il lavoro decisivo per la pace. Apriamo questo numero con un articolo specifico sulla proposte della nonviolenza contro i terrorismi. Il nostro lavoro non sarebbe possibile senza gli strumenti del Movimento Nonviolento (le nostre sedi, gli attivisti che vi lavorano, i contributi economici di tante persone generose), senza la credibilità che abbiamo raggiunto e la capacità di relazionarci con altri compagni di strada. Per questo insistiamo molto sull’importanza della tessera, che è la nostra promessa di impegno per dare corpo alla Carta del Movimento che abbiamo sottoscritto. Nel 2015 siamo cresciuti, ma siamo ancora troppo pochi per poter affrontare degnamente tutte le aspettative che abbiamo. C’è bisogno di ancora più forza, e quindi più adesioni. Per questo chiediamo anche ai lettori di Azione nonviolenta di considerare la possibilità di farsi parte attiva e divenire membri del Movimento Nonviolento, versando una quota a partire da 60,00 euro, con il ccp allegato che può essere utilizzato anche per liberi contributi (fiscalmente detraibili) o con Iban IT 35 U 07601 11700 000018745455 intestato al Movimento Nonviolento. Grazie e Auguri di pace per il nuovo anno. D I R E T T O R E Azione nonviolenta | 3

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I due terrorismi e le alternative della nonviolenza terraneo e a simulare la guerra prossima ventura non contro l’ISIS, bensì contro la Russia, e in prospettiva anche contro la Cina. E dove erano gli agenti dei servizi segreti, le intelligence poco intelligenti, che fingono di non sapere nulla prima, ma sanno tutto dopo? E’ la “grande scacchiera” del “grande gioco” per controllare l’Eurasia, secondo le elucubrazioni di Brezinski, dove le pedine sono gli eserciti. Non compaiono le vittime, i civili, considerati semplicemente “danni collaterali”, né i burattinai, che operano ben nascosti. Il dottor Stranamore e l’ISIS Prima era al Qaeda con Bin Laden, ora è l’ISIS con il califfo. Entrambi sono il risultato degli esperimenti di geopolitica condotti nel laboratorio-mondo dai grandi strateghi neocon e del Pentagono. E’ ormai ampiamente risaputo che l’ISIS è una creatura nata dalla politica che gli USA hanno condotto da almeno un quarto di secolo in Medio Oriente. Insieme a loro non dobbiamo dimenticare Israele, che ha fatto della Palestina e di Gaza in particolare il laboratorio per la sperimentazione di ogni sorta di tecnologia di controllo sociale per incutere terrore nella popolazione. Se provocano paura le immagini degli uomini in nero dell’ISIS che brandiscono in una mano un coltello e nell’altra un kalashnikov, suscitano altrettanta paura i robocop, i soldati e i poliziotti trasformati in robot per uccidere. I media ci illustrano con grande dovizia di particolari le violenze inflitte ai nostri concittadini, ma si guardano bene dal riportare ciò che avviene quasi quotidianamente con gli attacchi dei droni armati, che uccidono migliaia di civili, nel vano tentativo di colpire i responsabili degli atti di terrorismo. Il rapporto tra le vittime provocate dai nostri eserciti e quelle dei gruppi di jihadisti è di 1000:1 o, se si vuole essere generosi, di 100:1. E questi sono solo i dati relativi alla violenza diretta, mentre fingiamo di non vedere quella strutturale, di dimensioni ben maggiori. di Nanni Salio* Occhio per occhio e il mondo diventa cieco (Gandhi) I terrorismi sono due: quello dall’alto, degli stati, che viene chiamato guerra, e il terrorismo dal basso, degli insorti, dei ribelli, di coloro che subiscono gli effetti del primo terrorismo. Nasce prima l’uno o l’altro, l’uovo o la gallina? Hanno bisogno l’uno dell’altro, si autoalimentano, in una spirale di violenza crescente, come vediamo ogni giorno in molte aree del mondo, in particolare nel Medio Oriente, ma non solo. Espressioni “Shock and Awe” (colpisci e terrorizza) e “equilibrio del terrore” (che si riferisce alla minaccia di guerra nucleare) non sono state inventate dagli jihadisti, ma sono il frutto perverso del pensiero strategico delle grandi potenze. E le vittime? Sono i civili, prevalentemente, ma non dimentichiamo anche i soldati, sottoposti allo stress della guerra, della paura, della morte. E i burattinai? Siedono comodamente nei parlamenti, nei consigli di amministrazione delle industrie belliche e delle banche che le finanziano, nei centri di ricerca militari, nelle scuole di guerra, nei servizi segreti, nel Pentagono, nel mondo accademico e scientifico che offre i suoi servizi alla guerra, e così via. Loro la guerra non la fanno, la progettano e la fanno fare alla manovalanza. Dopo ogni strage, come quella di Parigi del 13 novembre scorso, si sentono spesso opinionisti e politici urlare: “dove sono i pacifisti?”. Stranamente, questa volta non è ancora successo. Forse perché hanno avuto un minimo di pudore, se non di vergogna. Infatti, avrebbero dovuto chiedere “dov’è la NATO?” Stava giocando con 35 mila uomini alla battaglia navale nel Medi- * Centro Studi Sereno Regis - Torino 4 | novembre - dicembre 2015

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Scontro di civiltà? Non è quello prefigurato da Samuel Huntington, ma lo scontro tra la civiltà della violenza, del terrore, della barbarie e della guerra e la civiltà dell’amore, della solidarietà reciproca, della felicità e della nonviolenza. Sta a noi scegliere da che parte stare e quale futuro vogliamo costruire per i nostri figli, nipoti e per l’umanità intera. Le alternative della nonviolenza E’ ormai risaputo, ma va sempre ribadito e documentato, che nonviolenza non vuol dire passività, ma azione e progetto politico per la creazione di una società equa e armonica mediante la trasformazione e risoluzione nonviolenta dei conflitti, dal micro al macro, senza ricorrere all’uso della violenza politica. Molto cammino è stato fatto in questa direzione, sebbene quando ci troviamo di fronte a eventi tragici e di estrema violenza, possiamo essere presi dallo sconforto. Ma occorre allargare lo sguardo sia sul piano storico, sia su quello spaziale per vedere le alternative già presenti e quelle future. Abbiamo l’obbligo morale di dimostrare che tutti coloro che sono morti nel corso della violenza esercitata dai due terrorismi “non sono morti invano!” Per rendere concreto questo impegno, possiamo ragionevolmente individuare due principali insiemi di proposte con le quali affrontare le crisi che attualmente lacerano l’umanità: misure non militari da adottare nel breve periodo, immediatamente, e misure nonviolente nel medio e lungo periodo. Misure non militari nel breve periodo Ecco alcune proposte ragionevoli, di buon senso, su cui c’è un accordo piuttosto ampio da parte di soggetti diversi, anche istituzionali, che non necessariamente aderiscono a una visione nonviolenta. 1. Interrompere il flusso di armi ai belligeranti, come stabilisce il diritto internazionale largamente disatteso. 2. Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti, che provengono in larga misura dall’Arabia Saudita, come ben noto, e dal commercio di petrolio e droga. 3. Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi. 4. Offrire valide alternative ai giovani immigra- ti nei paesi occidentali che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale. 5. Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti. Per chi è scettico su questa proposta, ricordiamo che in tutte le principali situazioni precedenti, questo è avvenuto, dapprima con contatti segreti, poi apertamente (Irlanda del Nord, Nepal, Colombia, Paesi Baschi). 6. Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina, il grande bubbone del Medio Oriente, imponendo al governo israeliano il rispetto del diritto internazionale, con mediatori del conflitto al di sopra delle parti. 7. Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti delle grandi potenze occidentali e di molti paesi arabi. 8. Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti e secondo i suggerimenti dati da personalità come Edgar Morin e Johan Galtung. 9. Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli, invece di condannarli a morte o rinchiuderli senza un giusto processo a Guantanamo e Abhu Ghraib. Essi vengono uccisi perché sono testimoni scomodi, come è avvenuto con Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi. Se fossimo intelletualmente onesti dovremmo anche processare uomini politici come Bush jr. e Tony Blair, responsabili di crimini di guerra contro l’umanità. Ma attualmente questo è chiedere troppo! 10. Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti. Misure nonviolente nel medio e lungo periodo Le misure non militari nel breve periodo si possono avviare subito, se si crea il consenso tra le istituzioni politiche locali e internazionali. Ma l’umanità intera si trova oggi in una fase di profonda trasformazione che dev’essere orientata verso la creazione di una autentica cultura della nonviolenza, se non vogliamo soccombere alle gravi minacce della crisi sistemica globale incombente (economico-finanziaria, alimentare, Azione nonviolenta | 5

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ecologico-climatica ambientale, sociale-esistenziale-etica-culturale). Occorre pertanto lavorare a progetti concreti di medio e lungo periodo. Eccone alcuni, frutto degli studi avviati da tempo nel campo della ricerca per la pace. 1. Costituire e addestrare Corpi Civili di Pace con compiti di mediazione, interposizione e prevenzione, ispirandosi alle iniziative ed esperienze in corso da decenni e attuando le proposte presentate nelle principali sedi istituzionali internazionali, dall’Unione Europea alle Nazioni Unite 2. Riconvertire le industrie belliche e l’intero complesso militare-industriale in industrie civili e centri di ricerca per la pace e la sperimentazione di tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti. 3. Promuovere percorsi di educazione alla pace e alla nonviolenza sia nel mondo della scuola sia nella società in generale, per imparare ad affrontare i conflitti con creatività, concretamente e costruttivamente, senza cadere nella trappola della violenza. 4. Riconversione ecologica e intellettuale dell’economia mondiale verso forme di economia gandhiana nonviolenta ispirate al paradigma della semplicità volontaria e del “partire dagli ultimi”. E’ una ricerca in atto, con sperimentazioni diffuse in ogni angolo del mondo, da cui c’è molto da imparare per superare la ristretta e distruttiva logica del capitalismo finanziario basato sulla crescita illimitata e sul profitto senza scrupoli. 5. Utilizzare al meglio le attuali capacità di comunicazione su scala globale per costruire un “giornalismo di pace” alternativo al “giornalismo di guerra” tuttora dominante e che vediamo in azione a ogni evento luttuoso. 6. Dialogo tra le religioni per riscoprire il comune fondamento basato sulla nonviolenza. Far conoscere in particolare le componenti più coerentemente nonviolente presenti in ciascuna religione, dai Quaccheri ai Sufi, dall’islam nonviolento di Badshah Khan, il “Gandhi musulmano”, alle tradizioni nonviolente della cultura ebraica, il Tikkun (aver cura del mondo), e buddhista. 7. La cultura scientifica e la tecnoscienza svolgono una funzione cruciale nei processi evolutivi dell’umanità, ma occorre orientarle anch’esse, in tutta la loro enorme potenzialità, verso la cultura della nonviolenza. La responsabilità sociale dei tecnoscienziati è un punto nodale della ricerca scientifica. 8. La cultura artistica, in tutte le sue principali manifestazioni, può e deve essere orientata verso lo sviluppo di una creatività che favorisca la ricerca di soluzioni nonviolente ai conflitti umani. Cinema, teatro, pittura, musica, letteratura sono strumenti da utilizzare per facilitare sia la cura dei traumi subiti sia la elaborazione positiva di visioni del mondo più armoniche. 9. Affrontare la grave crisi delle democrazie rappresentative e partitiche occidentali, che nel corso del tempo si sono trasformate prevalentemente in oligarchie finanziarie e populismi di stampo reazionario. Promuovere la partecipazione attiva e diffusa e l’autogoverno della cittadinanza. 10.Considerare i due terrorismi come una malattia mentale, una patologia mortale dell’umanità. Utilizzare il paradigma medico della diagnosi, prognosi e terapia (del passato e del futuro) per curare gli attori sociali dei due terrorismi. Tutte queste azioni possono essere attuate e incrementate dal basso, come è avvenuto altre volte in passato, dai movimenti di base per la pace, l’ambiente, la giustizia sociale. Oggi questi movimenti, pur presenti, sono poco visibili e gli attentati di Parigi sembrano essere stati progettati appositamente per impedire loro di svolgere un ruolo di primo piano nel cambiamento sociale. Gli attentati sono avvenuti proprio a ridosso dell’importante appuntamento del COP 21 sul cambiamento climatico e hanno già contribuito a ridurre l’attenzione a tale conferenza. Per tutte queste misure vale quanto abbiamo già detto: possono essere ampliate e perfezionate ulteriormente. Per far ciò “non basta la vita” di una singola persona, per quanto geniale, creativa, amorevole come quella dei grandi maestri che ci hanno preceduto, da Gandhi a Martin Luther King, da Danilo Dolci ad Aldo Capitini, da Buddha a Gesù. E’ un compito collettivo dell’intera umanità, possibile, doveroso, entusiasmante, per mettere fine alla violenza nella storia e far compiere un salto evolutivo alla natura umana. 6 | novembre - dicembre 2015

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Il lavoro nella nostra Costituzione Senza fondamenta non c’è stabilità con forza il secondo comma dell’art. 3 sopra ricordato. Quaranta anni fa ha scritto: La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente. Il nostro Stato, ammesso che in tale direzione si diriga la sua volontà, non appare in grado di contrastare questo potere e tanto meno di rilanciare le ragioni del lavoro e dei diritti sociali, che vi sono strettamente connessi. Molto diversa, ma certo non migliore, era la situazione che avevano di fronte i nostri costituenti. Ma loro la stavano scrivendo, la Costituzione, non sottoponendola a disinvolta e profonda revisione. Consiglio di leggere i lavori preparatori, facilmente disponibili su internet. Dalle ricordate formulazioni nei Principi all’intero Titolo sui Rapporti economici, risulta una Costituzione fortemente caratterizzato dal lavoro. Riguardo l’art. 1 si preferì la formulazione “fondata sul lavoro” alla proposta “fondata sulla giustizia sociale”, ma che anche questo fosse significato non era dubbio. Come precisò il Presidente Ruini: “È necessario in una Carta costituzionale stabilire fin da ora il principio che, oltre alla democrazia puramente politica, base di un nostro periodo glorioso di civiltà costituzionale, si deve oggi realizzare una democrazia sociale ed economica. Questo è il dato caratteristico che colorisce una nuova fase di storia”. Così l’art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Come argomentò il relatore Basso: “Non basta l’eguaglianza puramente formale, come quella di Daniele Lugli* “Lavoro e Costituzione: le radici comuni di una crisi”, del costituzionalista Roberto Bin, è il titolo di un nitido intervento, che consiglio, rintracciabile su Internet, ed è anche il filo conduttore di quello che segue. La Repubblica si fonda sul lavoro, così l’articolo 1 della Costituzione, non più dunque su proprietà privata e censo, come nella monarchia facilmente mutatasi in dittatura fascista. È una Repubblica che vuole e persegue, per essere autenticamente democratica, l’eguaglianza sostanziale dei cittadini, significativamente chiamati lavoratori, al secondo comma dell’art.3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Del resto quello del lavoro è un diritto dovere per tutti, dice chiaramente il successivo art. 4: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Questo articolo era collocato, come altri relativi al lavoro, nel Titolo sui Rapporti economici ed è stato poi riportato tra i principi fondamentali, dunque tra gli indirizzi ai quali, in primo luogo, legislatori e governanti hanno il dovere di attenersi. Questo non è avvenuto e se ne è abbandonata pure la prospettiva, che aveva ispirato la miglior legislazione in materia di diritti sociali e del lavoro. La spiegazione, credo, è sinteticamente colta da Lelio Basso, lo stesso costituente che aveva proposto * Presidente Emerito del Movimento Nonviolento, curatore di questo numero monografico 8 | novembre - dicembre 2015

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caratteristica della vecchia legislazione, per dire che si sta costruendo uno Stato democratico [...] L’essenza dello Stato democratico consiste nella misura maggiore o minore del contenuto che sarà dato a questo concreto principio sociale”. Perciò i cittadini ben possono essere chiamati “lavoratori” essendo il lavoro diritto/dovere di tutti, come chiaramente scritto nel successivo art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. La disoccupazione, come più volte sottolineato, era considerata uno dei principali ostacoli da rimuovere, secondo quanto disposto dal precedente articolo. Nel progetto si prevedeva anche che “l’adempimento di questo dovere è condizione per l’esercizio dei diritti politici”. Il Titolo sui Rapporti economici, si apre con l’art. 35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero. Il presidente Ruini, nella sua relazione al progetto sottolineò: “Non vi può essere nessun pavido scrupolo che, un secolo e mezzo dopo i diritti dell’uomo e del cittadino, siano dichiarati i diritti dei lavoratori”. Esplicito fu il riferimento alla “dichiarazione di Filadelfia” del maggio 1944 (XXVI sessione della Conferenza internazionale del lavoro), alla cui applicazione l’Italia era particolarmente interessata come paese di emigrazione. Possiamo ricordarne i quattro principi fondamentali: “il lavoro non è una merce; la libertà di espressione e di associazione è condizione indispensabile per un vero progresso; la miseria, dovunque essa esista, costituisce un pericolo per la prosperità di tutti; la lotta contro il bisogno deve essere condotta con instancabile energia da ciascuna Nazione e con uno sforzo internazionale continuo e combinato, nel quale i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro partecipino, cooperando su di un piede di eguaglianza con quelli dei Governi, a libere discussioni e a decisioni di carattere democratico per lo sviluppo del benessere comune”. Al successivo articolo art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi. Azione nonviolenta | 9

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L’assistenza privata è libera. È un articolo frutto di un’intensa elaborazione nel quale si condensano principi essenziali dello Stato sociale. Si affermò allora che ogni cittadino “pel fatto stesso che esiste e vive, ha diritto di essere messo in condizione di poter far fronte alle minime esigenze della vita”. Solo da poco tempo si parla, anche nel nostro paese, di reddito di cittadinanza. Non tutta la previsione costituzionale ha ricevuto piena applicazione. Pensiamo agli articoli seguenti. Art. 39. L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. Art. 40. Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano. A questo testo, che rimanda al legislatore la concreta regolamentazione dell’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, si è giunti partendo da un diversa formulazione, che può essere utile ricordare per fissare i limiti di tale regolamentazione: “E’ assicurato a tutti i lavoratori il diritto di sciopero. La legge ne regola le modalità di esercizio unicamente per quanto attiene: a) alla procedura di proclamazione; b) all’esperimento preventivo di tentativi di conciliazione; c) al mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva”. Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale. Dei lavoratori e delle loro associazioni si aveva dunque un’opinione migliore e diversa di quella corrente, in un quadro condiviso di gestione pubblica o comunitaria di servizi, fonti di energia e attività di preminente interesse generale. Il rovescio della politica di dissennata privatizzazione Chiaro e ribadito dagli interventi è l’impegno a tutelare il benessere dei lavoratori e dei loro familiari, non in grado di lavorare. Così la parità tra uomini e donne, che avevano da poco conseguito il diritto al voto, trova attuazione nel successivo art. 37, che detta ulteriori condizioni di tutela del lavoro femminile e minorile. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione. Art. 38. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. 10 | novembre - dicembre 2015

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spacciata come più moderna ed efficiente. Art. 45. La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato. È un articolo sul quale vi fu una particolare e facile convergenza. Il comportamento di molte importanti cooperative e la condizione generale dell’artigianato ci dicono che attività pubbliche e private hanno malamente corrisposto al dettato della Costituzione. Infine ricordiamo l’art. 46. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende. Intravvediamo qui i Consigli di gestione, organi di autogoverno operaio, attraverso i quali i lavoratori avrebbero dovuto partecipare alla direzione della ricostruzione industriale ed alla gestione delle imprese, secondo un disegno, che trovò anche traduzione legislativa, ad iniziativa principalmente di Rodolfo Morandi, ma nessuna pratica realizzazione. Lavoro e lavoratori sono esplicitamente richiamati anche in altri articoli della Costituzione, 51, 52, 99, 117, 120, che mi limito a ricordare. La nostra Costituzione entra in vigore all’inizio del 1948; sul finire dell’anno, il 10 dicembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che così dispone all’art. 23: 1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. 3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. 4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi. E al precedente articolo aveva fissato un non meno importante diritto: Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità. Di fronte allo strapotere di una finanza avida e incurante del benessere generale si avverte la carenza di un’organizzazione democratica capace, per forza ed ampiezza, almeno di indirizzo e controllo. Se questo non può essere lo Stato nazionale, succube se non complice di scelte che lo sovrastano, un’altra possibilità e capacità avrebbe l’Unione Europea. Un’urgente e necessaria evoluzione federale la metterebbe in grado di realizzare gli obiettivi e garantire i diritti scritti nella Carta europea dei diritti dell’uomo, documento fondamentale e vincolante per l’Unione e tutti i Paesi aderenti, compreso il nostro, nel quale spesso l’Unione è invece evocata come quella che ci chiede di sacrificare diritti faticosamente conquistati. Questi sono gli obblighi che i nostri governanti si sono assunti, questi siamo tenuti a realizzare concretamente, tutti noi come europei, con le nostre istituzioni democratiche, da difendere e migliorare. Azione nonviolenta | 11

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Il lavoro nel tempo della crisi da Hannah Arendt a Mario Miegge equilibri: da qui la violenza con cui la crisi ecologica sta minacciando la vita sull’intero pianeta. Questa duplice crisi, che è stata assecondata e favorita dalle più recenti scelte di politica economica e che i soggetti che detengono i rapporti di forza credono di poter fronteggiare spingendo con più forza sull’acceleratore che l’ha provocata, ha determinato un grande disorientamento nel fronte che ha lottato per la civilizzazione del lavoro. Gli organi di sua rappresentanza, i sindacati e i partiti socialdemocratici, risultano infatti dovunque incapaci non solo di dare sviluppo al progetto a favore dell’emancipazione, ma anche di tenere testa ai colpi assestati dalle forze che intendono riportare all’ora zero l’orologio della modernizzazione. La loro debolezza deriva dalla trasformazione del paradigma economico entro cui si sono formati e sviluppati: a partire dagli anni Settanta si è realizzata infatti un’evoluzione delle strutture produttive che ha condotto al superamento del sistema industriale-fordista e all’avvento di quella che viene chiamata l’età postindustriale in cui la riconversione industriale, sviluppata sotto l’impulso del rinnovamento tecnologico, unitamente all’ampliamento dei mercati finanziari tramite l’espropriazione di reddito da lavoro, è stata accompagnata dalla delocalizzazione delle imprese, dall’impiego di mano d’opera a basso costo e dalla diffusione in modo sempre più pervasivo dei tratti salienti dell’ideologia neoliberista: flessibilità e precarietà. Da questa evoluzione del capitalismo è scaturito un mondo del lavoro frammentato, privo di coscienza sociale e politica a cui corrisponde non soltanto una crisi degli organi della sua rappresentanza, ma anche una profonda ristrutturazione dei paradigmi di pensiero e di comprensione della realtà. Assistiamo infatti oggi al prendere piede dell’epoca postmoderna, concepita come superamento e presa di distanza dai valori e dalle categorie che hanno contribuito a porre in essere la modernità. Le categorie del moderno e del postmoderno, en- di Sandra Rossetti* Il lavoro, l’attività attraverso la quale gli esseri umani garantiscono a se stessi l’autoconservazione, è da sempre luogo di esercizio di contraddizioni ed aporie dovute alla presenza di un duplice dominio: quello esercitato dalla natura, che non sempre è stata una madre benigna nei confronti delle esigenze vitali delle sue creature; e quello che inerisce i rapporti umani, entro i quali le attività di conservazione e di accrescimento della vita hanno preso forma a partire da una dialettica di potere, scandita dalle figure del servo e del signore, che ha determinato relazioni asimmetriche ed una ineguale distribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro. Dopo due secoli di socialismo che sembravano promettere l’emancipazione da questa dialettica, ci troviamo oggi in un contesto storico in cui i diritti conquistati dai lavoratori sono soggetti ad una operazione di rinegoziazione che vede il ritorno a rapporti servili e a logiche di subordinazione di umani rispetto ad altri umani. Il peggioramento delle condizioni di lavoro in termini di orario, di sicurezza, di retribuzione, la disoccupazione, il lavoro precario, il lavoro gratuito, il lavoro alienato, il lavoro abbruttito, il mercato del lavoro fondato su un paradigma di lavoratore “a resistenza zero”, sono infatti fenomeni sempre più accentuati, che testimoniano del riemergere di queste logiche che credevamo definitivamente sconfitte. Altrettanto critico è il versante che riguarda i rapporti tra la natura e il lavoro umano. Neutralizzato attraverso il dispositivo moderno della tecno-scienza, il dominio che nel passato la natura ha esercitato sulla vita umana appare oggi rovesciato: è l’essere umano infatti che attraverso il lavoro è giunto a soggiogarla con effetti spesso disastrosi sui suoi *Dottoressa in filosofia e docente presso l’Università di Ferrara 12 | novembre - dicembre 2015

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tro le quali si sono raccolte alcune delle voci più significative del dibattito intellettuale degli ultimi decenni, sono ben lungi dall’essere definite una volta per tutte, ma in linea generale è possibile riconoscere una divisione non solo temporale, ma anche ideologica ed esistenziale tra moderni e postmoderni. Mentre i primi sono portavoce di una visione dell’uomo, della società e in genere della realtà come un processo di emancipazione progressiva verso traguardi di civiltà sempre più alti, in cui il lavoro viene concepito come uno dei più importanti organizzatori del discorso, nei post-moderni i grandi “ismi” dei moderni vengono meno a favore di un pensiero debole, anticausalistico e antisistematico, amante del frammento, della molteplicità e del pluralismo, che fa vacillare le forme di identità e di identificazione garantite dal lavoro a favore di quelle centrate sul genere, sul sesso, sull’etnia, sulla religione. Una pluralizzazione dell’identità che si sovrappone a quella presente nel mondo post-fordista del lavoro e che purtroppo, allo stato attuale delle cose, si sta dimostrando incapace di tenere testa alla violenza con cui il neoliberismo flagella il corpo e la psiche dei viventi umani e non umani. Gli intellettuali che si collocano nel filone postmoderno sono molteplici: dalla critica radicale della modernità inaugurata da Nietzsche si diparte infatti una linea che nel Novecento passa attraverso il pensiero di Heidegger, Bataille, Lacan, Foucault, Deridda, autori che hanno preso distanza dalle categorie ereditate dai loro predecessori, ponendo le basi di un diverso modo di pensare e di comprendere il mondo. Dal punto di vista di questo intervento, torna utile considerare il pensiero di una filosofa loro contemporanea, Hannah Arendt, che ha espresso il suo orientamento postmoderno nella messa sotto accusa della categoria che più ha contribuito a mettere in forma la modernità: quella del lavoro. Lungi dal concepire questa attività come sfera privilegiata di realizzazione dell’essere umano, nel libro americano del 1958 The Human Condition, dedicato alla vita attiva e alle sue articolazioni interne, Arendt ne ha subordinato infatti le logiche a quelle della vita biologica. La vita, che per autoconservarsi deve assimilare sostanze organiche, quando si presenta nella forma umana, utilizza, per questo fine, il lavoro. In questo aspetto, inscindibile da quello correlato del consumo, il lavoro viene da lei concepito come una Azione nonviolenta | 13

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sfera di attività che appartiene alla natura e nella quale l’essere umano risulta essere animal laborans, cioè una forma di esistenza simile a quella dall’animale vero e proprio che per sopravvivere deve procurarsi il cibo attraverso la caccia o il pascolo. Considerato l’orizzonte di senso di questa analisi, è facile comprendere quale sia il tenore della sua critica alla società moderna, accusata di essere giunta a livellare e al contempo a degradare tutte le attività umane attraverso la logica del lavoroconsumo. In polemica con il marxismo e con il liberalismo, Arendt ritiene infatti che la modernità non sia il portato dalle conquiste emancipative delle classi lavoratrici, ma che derivi invece dalla emancipazione della stessa attività lavorativa, a partire dalla quale l’animal laborans è stato messo nella condizione di occupare tutta la sfera pubblica giungendo così a pervertirla. Secondo l’autrice, non può esistere infatti una sfera pubblica egemonizzata dall’animal laborans, ma solo attività private esibite apertamente, che mettono in gioco temibili e drammatiche conseguenze. La crisi ecologica, in primo luogo, determinata dal prendere piede del lavoro produttivo e dal corre- lato imporsi della società dei consumi. La Arendt è una delle intellettuali che denuncia questo problema, prima ancora dell’emergere, negli anni Sessanta-Settanta del Novecento, del paradigma ecologista. La seconda conseguenza è individuata nella trasformazione di tutte le comunità umane nella società di massa, in cui la capacità di pensiero e di azione vengono meno e in cui la democrazia diventa un vuoto simulacro esposto al rischio di derive autoritarie, sino al totalitarismo vero e proprio. Contro queste derive della modernità, che risultano essere per Arendt non esiti occasionali ma conseguenze legate alle sue stesse logiche, vengono da lei individuate le condizioni di una vera democrazia nell’attività concepita come antitetica al lavoro, l’azione, la sola autorizzata a dare forma alla sfera della politica. Assumere come modello l’azione ha comportato per l’autrice dare definizione della politica come dimensione democratica in cui gli uomini agiscono di comune accordo in uno spazio pubblico, condividendo il mondo con gli altri e giudicando ciò che hanno in comune attraverso una varietà di opinioni e punti di vista che chiarificano lo spazio dove si 14 | novembre - dicembre 2015

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manifestano le cose. L’autrice ritiene infatti che l’agire sia destinato allo scacco quando, voltando le spalle al pluralismo dei giudizi, pretende di fondare la prassi politica sui presupposti identitari e ritiene altresì che questa contraddizione riguardi anche l’agire volto a scopi emancipativi e libertari. Questo è stato infatti, a suo avviso, il problema del movimento otto-novecentesco del lavoro che, nonostante i buoni propositi, ha prodotto le ben note derive autoritarie a cui è andato incontro. Da questa constatazione nasce il tentativo di Arendt di andare oltre la modernità e nasce altresì la sua contraddittoria definizione della politica come sfera di attività che deve mantenersi autonoma dalle ingerenze della vita e del lavoro. Se del movimento operaio l’autrice ha contestato le finalità perseguite, è vero però che dello stesso ha apprezzato la struttura organizzativa a cui ha dato luogo nei suoi momenti più significativi. La Arendt si riferisce ai club e alle associazioni popolari uscite dalla rivoluzione francese del 1789, alla Comune del 1871, ai soviet della rivoluzione russa, ai consigli sorti dalla rivoluzione tedesca del 1918, alle organizzazione della resistenza in Francia, alla rivoluzione ungherese. Si tratta in tutti questi casi del venire alla luce di una for- ma di potere senza élite, alternativa alla classica distinzione tra governanti e governati e alle controverse forme di potere e di gestione della cosa pubblica che derivano dal sistema della rappresentanza e dei partiti, nella quale Arendt individua l’esempio esemplare del suo modello di agire politico. Il diffondersi in Europa, negli ultimi due-tre decenni, della sensibilità postmoderna ha reso molto popolare il pensiero di questa autrice che è divenuta una delle fonti più citate e più menzionate tra chi si è posto in termini critici nei confronti della modernità. Tra gli intellettuali che, nel nostro Paese, hanno contribuito alla diffusione e valorizzazione di Hannah Arendt, spicca la figura di Mario Miegge, filosofo recentemente scomparso di origine valdostana, ma ferrarese d’adozione, che nella ricerca e nell’insegnamento universitario ha utilizzato in più occasioni il pensiero di questa autrice come strumento di chiarificazione e approfondimento del suo. Rispetto alla partizione tra moderni e postmoderni, non è facile definire con precisione la sua collocazione. Se è vero infatti che Miegge attraverso il dialogo con Arendt, è entrato in relazione con concetti e categorie postmoderni, è altrettanto vero che egli li ha utilizzati per valorizzare ciò che di buono la modernità ha prodotto così come, negli anni Azione nonviolenta | 15

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